
Parlo da informatico e dal mio punto di vista la cosa più inquietante della guerra russa in Europa non è necessariamente il grande agente segreto con il passaporto falso, il microfilm nella scarpa e la valigetta diplomatica.
È molto più miserabile e terra terra.
E proprio per questo, molto più difficile da neutralizzare: un esercito di disperati, curiosi, estremisti, criminali occasionali e semplici informatici lamer idioti disposti a fare il lavoro sporco per qualche centinaio di euro.
Quindi danni di milioni di euro provocati da sbarbati con un minimo di conoscenze tastieristiche.. insomma una sottospecie di lamer che molti confondono chiamandoli hackers.
Ed ora veniamo al dunque di come il bassetto russo cerca di castigare noi Europei con una manciata di copekini.
Tre reporter de la Repubblica si sono infiltrati nella rete degli agenti “low cost” utilizzata per operazioni attribuite agli apparati russi.
Il reclutamento, secondo l'inchiesta, passa anche attraverso canali filorussi su Telegram ed io li ho trovati anche su Linkedin, dove compaiono messaggi di una semplicità disarmante: “Abbiamo bisogno di volontari in Germania, Francia e Italia. Paghiamo”. Nessun curriculum, nessuna sofisticata selezione: disponibilità, anonimato e una criptovaluta come salario.
Il prezzo? In alcuni casi appena 150 euro in Bitcoin per un incarico portato a termine.
Centocinquanta euro...sticazzi, occorre esser morti di fame per accettare.. ma ci sono anche questi e vfc.
Cmq questa è la cifra con cui una potenza nucleare può comprare, nell'Europa occidentale, occhi, mani e qualche cervello disponibile.
E qui sta il punto che dovrebbe far riflettere molto più delle caricature cinematografiche dello spionaggio: Mosca non ha bisogno di trasformare ogni infiltrato in James Bond.
Le basta trovare qualcuno disposto a fotografare un obiettivo, raccogliere informazioni, seguire una persona, osservare una struttura, produrre materiale propagandistico o compiere una piccola azione di disturbo.
Il modello è quello della guerra asimmetrica: costi ridicoli, negabilità plausibile, intermediari, ordini frammentati e nessuna necessità di conoscere l'intera operazione.
Il mandante rimane lontano.
L'esecutore spesso non sa nemmeno chi lo sta utilizzando.
E quando qualcosa va storto, il Cremlino può semplicemente dire: non sappiamo chi siano questi criminali.
È esattamente il genere di problema che l'Europa ha imparato troppo lentamente a prendere sul serio.
In Germania, nel frattempo, l'attenzione degli investigatori è concentrata anche sul tentato attacco con un drone carico di esplosivo all'aeroporto di Lipsia/Halle.
Le autorità tedesche hanno indicato il coinvolgimento di persone che avrebbero agito per conto di apparati statali russi; le indagini hanno identificato diversi sospetti, tra cui un cittadino bielorusso e un uomo con legami russi, mentre gli investigatori hanno trovato tracce biologiche sulla tecnologia impiegata e altri elementi che hanno contribuito a ricostruire la rete.
Mosca ha naturalmente respinto le accuse definendole una provocazione.
Ma il dettaglio più interessante non è nemmeno il drone.
È il rapporto tra il costo dell'operazione e il danno potenziale.
Un piccolo velivolo, un ordigno, qualche complice e una pista aeroportuale possono produrre un incidente dalle conseguenze enormi.
E se l'operazione fallisce, il costo per chi l'ha organizzata può rimanere ridicolo rispetto a quello sostenuto dal Paese costretto a sorvegliare aeroporti, basi militari, infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, porti e impianti industriali.
È la versione geopolitica della zanzara contro l'elefante.
L'elefante possiede radar, intelligence, eserciti, satelliti, polizie e miliardi di euro di bilancio.
La zanzara deve soltanto trovare un punto scoperto.
E Mosca, da anni, sta cercando proprio quei punti.
Non significa che ogni incendio, ogni drone o ogni sabotaggio avvenuto in Europa sia opera russa.
Sarebbe una cazzata trasformare ogni anomalia in una cospirazione del Cremlino.
Proprio le autorità tedesche, infatti, hanno dovuto distinguere attentamente i casi attribuibili alla Russia da episodi di altra natura. Ma nel caso di Lipsia gli elementi investigativi hanno portato Berlino a parlare esplicitamente di un'operazione ibrida russa.
E qui arriva la parte politicamente scomoda.
Per anni una certa Europa ha ragionato sulla Russia come se il pericolo potesse essere misurato soltanto contando i carri armati. Se non vedi colonne corazzate attraversare il confine, allora non c'è una minaccia militare.
Se non atterrano paracadutisti, tutto bene.
Se Putin non dichiara formalmente guerra alla Germania, possiamo tornare a farci i cazzi nostri.
È una concezione ottocentesca della sicurezza applicata al XXI secolo.
La guerra ibrida funziona precisamente perché non assomiglia alla guerra tradizionale.
Può essere un sabotaggio, un attacco informatico, una campagna di disinformazione, un drone, un'incursione, un tentativo di reclutamento, un'operazione contro una comunità di dissidenti o una campagna coordinata sui social.
E può costare meno di una cena per quattro persone dal Palucci o alla Frasca.
L'inchiesta dei reporter mostra infatti un altro elemento decisivo: gli obiettivi non sarebbero soltanto militari.
Tra gli incarichi proposti compaiono anche attività di raccolta informazioni sulla CDU, su una ONG impegnata nella protezione dei dissidenti russi e sulla filiera militare tedesca, oltre alla produzione di contenuti social favorevoli a Mosca.
Questa è la parte che dovrebbe interessare soprattutto chi continua a pensare alla propaganda come a un vecchio manifesto sovietico appeso sul muro.
Oggi basta uno smartphone.
Un ragazzo coglione può ricevere un incarico, fotografare un edificio, pubblicare dieci video, amplificare una narrazione e incassare in criptovaluta senza sapere quasi nulla della struttura per cui sta lavorando.
Non occorre convincerlo ideologicamente.
Basta pagarlo sto figlio d'androcchia.
E questo rende la faccenda persino più cinica.
Non siamo davanti necessariamente a una legione di fanatici che credono ciecamente a Putin.
Siamo davanti a un mercato.
Mosca, secondo le accuse e le ricostruzioni investigative, mette sul mercato piccoli incarichi; qualcuno li compra; qualcun altro li esegue.
La geopolitica trasformata in gig economy criminale.
Il Cremlino non deve necessariamente conquistare Berlino.
Gli basta riuscire, ogni tanto, a far spendere a Berlino dieci milioni di euro per difendersi da un'operazione costata poche migliaia.
Non deve necessariamente distruggere un aeroporto: può costringere l'Europa a vivere nella paura che il prossimo drone possa farlo.
È questa la logica.
E allora forse la domanda non è se esista o meno una “minaccia russa” nel senso classico evocato da certi politici.
La domanda seria è un'altra: quanto deve essere sofisticato un avversario per riuscire a danneggiare una società tecnologicamente avanzata?
La risposta che arriva dalla Germania è esaustiva.
A volte gli bastano 150 euro, t'è capì bistecca.






