Il
Frecciarossa è arrivato col suo solito ritardo e mi ha dato modo di
ricordare come erano gli anni Ottanta.
Mi
rendo conto di essere ripetitivo ma c’era qualcosa di diverso nelle
estati degli anni Ottanta.
Non
necessariamente perché fossero davvero migliori — la memoria ha il
vizio di lucidare ciò che ama — ma perché sembravano più grandi.
Più
lente, più lunghe, più rumorose e, soprattutto, infinitamente meno
organizzate.
L’estate
cominciava quando finiva la scuola e sembrava non dover finire mai.
Non
c’era bisogno di prenotare ogni momento.
I
bambini uscivano di casa e sparivano per ore.
Si
giocava per strada, nei cortili, nei giardini, nei parchetti.
Si
tornava quando qualcuno urlava il tuo nome dalla finestra. Oppure
quando avevi fame.
O
quando diventava buio.
Non
esisteva una posizione GPS da controllare, non esisteva WhatsApp, non
esisteva la possibilità di sapere in ogni istante dove fosse tuo
figlio.
Eppure,
nella maggior parte dei casi, il mondo continuava a girare.
Le
biciclette erano un mezzo di trasporto, non un'attrezzatura sportiva.
Si
partiva senza casco, spesso senza una meta precisa, con qualche
moneta in tasca.
Bastava
incontrare un amico per cambiare completamente programma.
Una
strada diventava una pista, un prato diventava uno stadio, un muretto
diventava una tribuna.
E
poi c'erano i pomeriggi.
Il
caldo entrava nelle case e sembrava fermare il tempo.
Le
persiane erano abbassate per tenere fuori il sole.
Il
ventilatore girava lentamente facendo quel rumore monotono che oggi
appartiene quasi più alla memoria che alla meteorologia.
In
televisione passavano repliche, cartoni animati, telefilm e programmi
che non avevi scelto tu: erano semplicemente quelli che c'erano.
Ed
era proprio questo il punto.
Non
avevamo infinite possibilità.
Avevamo
quello
che c'era.
E
imparavamo ad aspettare.
Aspettavi
il tuo programma preferito.
Aspettavi
il film.
Aspettavi
il giornale con il nuovo numero del fumetto.
Aspettavi
la telefonata di qualcuno.
Aspettavi
che arrivasse sera.
E
proprio perché non potevi avere tutto immediatamente, le cose
acquistavano peso.
Anche
la musica aveva un'altra fisicità.
Le
cassette si registravano dalla radio.
Si
aspettava che il disc jockey smettesse di parlare per premere REC.
Se
entrava la voce dello speaker sopra l'introduzione della canzone,
pazienza.
Quella
era la tua versione.
C'erano
i walkman, le cuffie, i 45 giri, gli LP, le compilation registrate su
cassetta.
C'erano
le canzoni dell'estate che sembravano appartenere a tutti
contemporaneamente.
Le
sentivi al bar, dalla radio di un'automobile, dalla finestra di un
appartamento, sulla spiaggia.
Oggi
puoi ascoltare praticamente qualsiasi brano mai registrato con due
tocchi sul telefono.
Allora
dovevi aspettare
che passasse alla radio.
E
quando finalmente passava, sembrava un piccolo evento.
L'estate
significava anche vacanze, ma non necessariamente viaggi esotici.
Per
moltissime famiglie significava automobile, autostrada, valigie,
panini avvolti nella carta stagnola, bottiglie d'acqua, cartine
stradali e il classico “quanto manca?”.
La
macchina diventava una piccola casa ambulante.
Non
c'erano smartphone per intrattenere i bambini.
Non
c'erano tablet montati sui sedili.
C'erano
il paesaggio, le stazioni di servizio, le code, le targhe delle altre
automobili e la domanda ripetuta ossessivamente: “Quanto manca?”
E
poi arrivava il mare.
Il
mare degli anni Ottanta aveva ombrelloni, racchettoni, materassini,
palloni, secchielli, creme solari spesso applicate male e bambini che
passavano metà della giornata con i piedi nella sabbia.
Si
costruivano castelli che il mare avrebbe distrutto qualche ora dopo.
Si
costruivano piste con tanto di sopraelevata in maniera spartana, chi
aveva il culo più grosso si sedeva tenendosi le ginocchia e lo si
trascinava sulla spiaggia creando circuiti dove si giocava con le
biglie grosse di plastica con dentro le varie figurine di giocatori.
E
nessuno pensava che fosse un problema.
Era
proprio quello il gioco.
La
sera, poi, arrivava la trasformazione.
Le
città si riempivano di gente.
I
bar avevano i tavolini fuori.
Le
televisioni erano accese dietro le finestre aperte.
Le
piazze diventavano luoghi d'incontro.
Si
mangiava un gelato camminando e sedendoci sui muretti.
Si
parlava.
Si
rideva.
Si
litigava.
Si
incontravano persone senza averle preventivamente avvisate.
Questa
forse è una delle differenze più profonde rispetto a oggi.
Negli
anni Ottanta potevi incontrare
qualcuno per caso.
Oggi
spesso prima lo contatti, poi concordi il luogo, poi controlli se è
arrivato, poi magari continui a comunicare con lui mentre siete
seduti allo stesso tavolo.
Allora
il caso aveva ancora spazio.
E
il caso produceva storie.
Naturalmente
non tutto era meraviglioso.
Gli
anni Ottanta avevano problemi enormi.
C'erano
terrorismo, criminalità, crisi economiche, incidenti stradali,
malattie, disuguaglianze e un'informazione molto meno accessibile di
quella attuale.
La
nostalgia può trasformare un decennio complicato in una cartolina
color pastello.
Ma
la nostalgia non nasce necessariamente dalla convinzione che il
passato fosse perfetto.
Nasce
dal ricordo di come
ci sentivamo noi dentro quel passato.
Forse
è questo che ricordiamo davvero quando diciamo “quanto erano belle
le estati degli anni Ottanta”.
Non
ricordiamo soltanto il caldo.
Ricordiamo
l'età.
Ricordiamo
la sensazione che tre mesi fossero praticamente un'eternità.
Ricordiamo
quando una giornata poteva essere vuota di programmi e piena di
avvenimenti.
Ricordiamo
la porta di casa che si apriva, la bicicletta che partiva, gli amici
che aspettavano sotto, il pallone consumato, il gelato, la
televisione accesa, la musica dalla radio, il profumo dell'asfalto
caldo dopo un temporale.
E
soprattutto ricordiamo una cosa che oggi è diventata
sorprendentemente rara: la
noia.
La
noia era il territorio dal quale nascevano le avventure.
Quando
non avevi niente da fare, dovevi inventarti qualcosa.
Oggi
abbiamo accesso immediato a milioni di film, videogiochi, video,
canzoni, persone, notizie e conversazioni.
È
una conquista straordinaria.
Ma
significa anche che la nostra attenzione viene continuamente
riempita.
Negli
anni Ottanta, invece, c'erano momenti in cui non succedeva
assolutamente un cazzo.
E
proprio allora poteva succedere qualcosa.
Un
amico arrivava in bicicletta.
Qualcuno
proponeva di andare al fiume.
Un
pallone finiva oltre un cancello.
Un
temporale interrompeva il pomeriggio.
Una
ragazza passava per strada.
Una
radio trasmetteva la canzone che aspettavi.
La
sera sembrava non voler finire.
E
domani sarebbe stato un altro giorno.
Forse
è questa la vera estate che abbiamo perduto: non quella con le
cabine telefoniche, le cassette, le televisioni a tubo catodico o le
automobili senza elettronica.
Abbiamo
perduto, almeno in parte, la
sensazione che il tempo fosse nostro.
Per
questo, quando ricordiamo un'estate degli anni Ottanta, spesso non
stiamo ricordando una stagione.
Stiamo
ricordando un mondo nel quale una giornata poteva durare una vita.
E
se chiudiamo gli occhi per qualche secondo, possiamo ancora sentirlo.
La
radio dalla finestra.
Le
cicale.
Il
rumore di una bicicletta sul marciapiede.
Qualcuno
che ci chiama da lontano.
E
quella luce interminabile delle otto di sera.