Per chi si pillolizza causa colesterolo e pressione alta il buon parrucchino spreme sul portafoglio e ci da dentro con la sindrome del dazio.
La sindrome del dazio: come la mano di parrucchino spreme il portafoglio degli italiani (e nessuno lo chiama ricatto).
C’è una verità scomoda che i pazienti italiani, ingoiati vivi dalla coda lunga di una crisi che non hanno mai votato, faranno fatica a mandare giù insieme ad un anticoagulante rincarato o a un antibiotico che ora pesa di più sulla ricetta del medico di base.
La guerra dei dazi voluta da parrucchino non è un affare tra economisti, non è una scaramuccia diplomatica tra burocrati vestiti di scuro.
È un’emorragia silenziosa che ha già cominciato a macchiare i bilanci delle famiglie, partita non dai titoli dei giornali finanziari ma dalle corsie delle farmacie italiane, dove i prezzi di alcuni farmaci essenziali – quelli per l’ipertensione, per il colesterolo, gli antibiotici e gli anticoagulanti – stanno salendo senza che nessuno alzi la voce abbastanza forte da rompere l’incantesimo dell’indifferenza .
Mi spiego meglio, con la concretezza che merita chi ha visto troppe crisi annunciate e poi negate fino all’ultimo minuto.
Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, nei giorni scorsi ha rotto un certo codice di omertà industriale dominato da chi abbiamo eletto.
Ha detto a chiare lettere che il settore farmaceutico italiano è dal culo ed è arrivato a un “punto critico per la sostenibilità della produzione”.
E ha collegato il punto: l’aumento dei costi energetici post-conflitto mediorientale, combinato con il balzo dei principi attivi provenienti da Cina e India (rincarati del 50%) e dell’alluminio per i blister (impennata del 120%), ha spinto le aziende sull’orlo di una decisione inevitabile .
I farmaci da banco stanno già salendo, ma quelli etici, quelli prescritti dal medico, i cui prezzi sono amministrati dall’Aifa, restano bloccati solo sulla carta.
Nella realtà, le imprese li assorbono a proprie spese, ma “dopo il terzo shock energetico in pochi anni sono a un punto di rottura”.
E quando un sistema produttivo si rompe, non si rompono le azioni in Borsa: si rompe il culo del cittadino che deve scegliere se curarsi o mangiare.
Ed è qui che entra in scena parrucchino, la nemesi giusta al momento sbagliato.
Perché la narrazione comune vorrebbe che le politiche aggressive di Washington sulla salute fossero un problema esclusivamente americano.
Niente di più falso.
Quello che Washington sta facendo è premere un grilletto che fa esplodere una bomba nei mercati di mezzo mondo.
Da un lato, parrucchino minaccia dazi astronomici – si è parlato del 30%, poi del 150, persino del 250% – sui farmaci importati dall’Europa .
L’obiettivo dichiarato è costringere le multinazionali a delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.
E già questo, da solo, prosciugherebbe gli investimenti dal Vecchio Continente.
Ma c’è un secondo movimento, più subdolo: l’amministrazione americana sta forzando le case farmaceutiche ad allineare i prezzi negli USA a quelli europei, molto più bassi.
E questa, apparentemente, sarebbe una buona notizia per gli americani, ma per noi europei è un disastro annunciato.
Per decenni, le aziende hanno venduto i medicinali a prezzi strapagati negli Stati Uniti, compensando i margini ridotti che la sanità pubblica europea imponeva.
Ora che parrucchino taglia quella gallina dalle uova d’oro, le aziende devono recuperare i profitti altrove.
E dove, se non alzando i prezzi proprio in quei paesi che per anni hanno pagato meno?
L’Europa, e l’Italia in testa, scopre di essere stata un “free rider” del sistema farmaceutico globale, e ora arriva il conto.
La questione è squisitamente politica, e non lo dico per retorica.
Cattani ha avuto il merito di definirla una “svolta da cui non si torna indietro” .
Sticazzi .. Ma voglio aggiungere un aggettivo: è una svolta ipocrita.
Perché mentre Parrucchino alza i muri commerciali, l’Europa e l’Italia restano immerdate in un pantano autoreferenziale fatto di “payback” – quel meccanismo perverso che obbliga le aziende farmaceutiche a restituire miliardi allo Stato ogni anno a causa del superamento dei tetti di spesa – e di una burocrazia paralizzante che impiega in media quattordici mesi per autorizzare un nuovo farmaco .
Chiediamoci, con il cinismo che la realtà ci impone: come si può chiedere alle imprese di resistere agli urti della guerra commerciale quando il loro stesso mercato domestico le punisce per aver venduto troppo?
È come legare le mani a un pugile e poi pretendere che vinca l’incontro.
E mentre i diplomatici europei, con la loro proverbiale lentezza, cercano di ottenere uno “0-0” da Washington – come se negoziare con parrucchino fosse una partita a scacchi e non un'aggressione a colpi di mazza da baseball – il danno è già in atto.
La prossima estate potremmo trovarci di fronte a uno scenario da repubblica di Weimar sanitaria: carenze di farmaci strategici, un mercato parallelo di medicinali a prezzi impazziti e la ricerca farmaceutica che emigra definitivamente in Cina, dove il Partito Comunista – è bene ricordarlo – ha pianificato una leadership mondiale nel settore biotecnologico senza se e senza ma .
L’impressione, da osservatore stanco di queste dinamiche, è che l’Italia stia subendo un triplice atto di forza: quello del mercato, quello della politica estera americana e quello della propria miopia regolatoria.
I dazi di parrucchino sono solo la miccia.
La polvere da sparo è nei nostri magazzini vuoti e nelle nostre leggi del cazzo.
Il presidente di Farmindustria lancia l’allarme, ma la sua voce è quella di Cassandra in un palazzo vuoto.
Se non cambieremo paradigma – e subito, non con l’ennesima commissione parlamentare – quello che chiamiamo “Servizio Sanitario Nazionale” diventerà un coupon a punti per ricchi, mentre i poveri faranno i conti con la pressione alta senza i farmaci giusti.
Parrucchino, nel suo stile volgare e brutale, ha vinto la sua partita.
Noi cagasotto stiamo ancora cercando il campo da gioco e festeggiamo sta liberazione da occupati.









