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venerdì 4 settembre 2026

La politica dello struzzo.

 


Mi godo le ultime due settimane di mare e poi al ritorno non devo fare come lo struzzo e mettere la capa sotto la sabbia e dovrò necessariamente dedicarmi al vile denaro in quanto penso che la bolla creata da sto parrucchino pannolinato ho l'impressione che stia per esplodere.

Sto cazzo di petrolio, il debito e l'intelligenza artificiale mettono i mercati davanti alla prova più difficile.

Per capire cosa sta succedendo sui mercati bisogna smettere, almeno per un momento, di guardare soltanto alle Borse.

Il segnale più inquietante in questo momento arriva da un'altra parte.

Dai titoli di Stato.

Il mercato obbligazionario globale sta attraversando una fase di forte vendita e i rendimenti stanno raggiungendo livelli che non si vedevano da molti anni.

Il 2 settembre il rendimento del Treasury americano decennale è arrivato intorno al 4,8%, ai massimi dal gennaio 2025, mentre i rendimenti sono saliti contemporaneamente in Giappone, Germania e Regno Unito.

In diversi casi si tratta di livelli vicini ai massimi pluridecennali.

Questo significa una cosa molto semplice.

Il denaro sta diventando più costoso.

E come dice il mio amico AI, “quando il denaro diventa più costoso, prima o poi qualcuno presenta il conto”.

Lo presenta il governo che deve rifinanziare il proprio debito.

Lo presenta l'impresa che deve emettere obbligazioni.

Lo presenta il cittadino che chiede un mutuo.

Lo presenta Nicola che ha aumentato il costo ombrellone.

Lo presenta l'investitore che deve decidere se tenere un'azione tecnologica valutata decine di volte gli utili oppure acquistare un titolo di Stato che improvvisamente offre un rendimento molto più interessante.

È questo il vero terremoto che sta attraversando i mercati.

E il petrolio sta facendo da detonatore.

La nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha riportato il greggio sopra i 90 dollari al barile, alimentando immediatamente i timori di una nuova ondata inflazionistica.

Per gli investitori il problema non è soltanto quanto costi oggi il petrolio, ma quanto potrebbe costare se la crisi energetica dovesse protrarsi.

Il meccanismo è micidiale.

Petrolio più caro significa costi di trasporto più elevati.

Costi di trasporto più elevati significano prezzi più alti.

Prezzi più alti significano maggiore inflazione.

E maggiore inflazione significa che le banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo oppure, nel caso di una nuova accelerazione, persino a considerare ulteriori aumenti.

È esattamente ciò che il mercato sta iniziando a prezzare.

Negli Stati Uniti le aspettative sui tassi della Federal Reserve si sono spostate verso una politica più restrittiva, mentre i rendimenti obbligazionari sono saliti insieme alle aspettative d'inflazione.

E qui arriviamo al primo grande problema.

Il mondo si era abituato per anni a un'idea quasi innaturale: il denaro costa poco.

Tassi bassissimi.

Debito conveniente.

Liquidità abbondante.

Valutazioni elevate.

Investimenti rischiosi premiati.

Ora quella stagione potrebbe essere finita.

Non significa che torneremo automaticamente al 2008.

Significa che il sistema finanziario deve imparare a funzionare in un ambiente completamente diverso.

Un ambiente nel quale il capitale ha finalmente un prezzo.

E questo cambia tutto.

Per un governo indebitato significa pagare più interessi.

Per un'azienda significa finanziarsi a costi maggiori.

Per una famiglia significa mutui e prestiti più cari.

Per la Borsa significa che il valore attuale dei profitti futuri diminuisce quando aumenta il tasso utilizzato per attualizzarli.

Ed è qui che entra in scena la seconda grande bomba potenziale: l'intelligenza artificiale.

Per anni il mercato ha premiato le società che costruiscono l'infrastruttura della nuova economia dell'AI.

Chip.

Data center.

Server.

Cloud.

Reti.

Energia.

Software.

I capitali sono affluiti in quantità enormi.

Ma questa corsa ha anche prodotto una domanda fondamentale:

quanto delle valutazioni attuali è sostenuto da profitti reali e quanto dalle aspettative sui profitti futuri?

È una domanda che non può più essere liquidata come semplice pessimismo.

Reuters ha evidenziato che il boom dei data center e delle infrastrutture necessarie all'intelligenza artificiale sta facendo crescere anche il ricorso al debito da parte delle grandi aziende tecnologiche. Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle hanno raccolto complessivamente circa 220 miliardi di dollari sul mercato obbligazionario nel 2026, contribuendo a portare l'emissione globale di corporate bond a livelli record.

Questo non significa che l'AI sia una truffa anche se ho visto nel web delle finte dichiarazioni inerenti all'ex presentatore di Report.

E non significa che la tecnologia sia una bolla destinata necessariamente a scoppiare.

Significa una cosa molto più interessante: la rivoluzione dell'intelligenza artificiale sta diventando sempre più dipendente dal capitale.

E quando il capitale costa di più, anche la più grande rivoluzione tecnologica della storia recente deve fare i conti con l'aritmetica.

Se una società investe centinaia di miliardi nella costruzione di data center, deve prima o poi dimostrare che quei data center produrranno ricavi e profitti sufficienti a giustificare l'investimento.

Finché il denaro è economico, il mercato può concedere molto tempo.

Quando i rendimenti obbligazionari salgono, la pazienza diminuisce.

E qui si crea un possibile cortocircuito.

Le aziende tecnologiche hanno bisogno di capitali per finanziare la corsa all'AI.

Ma l'aumento dei rendimenti rende quei capitali più costosi.

I rendimenti più elevati rendono contemporaneamente più attraenti le obbligazioni rispetto alle azioni.

E quindi una parte del denaro potrebbe iniziare a spostarsi.

Non serve che tutti vendano contemporaneamente.

Basta che gli investitori comincino a chiedersi se valga ancora la pena assumersi enormi rischi azionari quando un Treasury offre quasi il 5%.

Questo è uno dei motivi per cui il movimento dei titoli di Stato è molto più importante di una semplice giornata negativa a Wall Street.

Il terzo problema è ancora più grande.

Il debito pubblico.

Gli Stati Uniti hanno ormai superato i 40.000 miliardi di dollari di debito federale e il mercato sta diventando sempre più sensibile alla sostenibilità dei conti pubblici.

Reuters indica proprio il debito americano, insieme all'inflazione e ai tassi, tra i fattori alla base dell'attuale pressione sui rendimenti.

Il meccanismo è perverso.

Più debito significa maggiore necessità di emettere titoli.

Più titoli devono essere assorbiti dal mercato.

Se gli investitori chiedono rendimenti più elevati per comprarli, il costo del servizio del debito aumenta.

E se aumenta il costo del servizio del debito, lo Stato deve trovare ancora più risorse.

È una spirale che non produce necessariamente una crisi immediata.

Ma restringe progressivamente lo spazio di manovra dei governi.

E non riguarda soltanto Washington.

Giappone, Regno Unito, Germania e altre economie stanno affrontando contemporaneamente pressioni sui rendimenti e sulle finanze pubbliche. Il sell-off obbligazionario di questi giorni è infatti globale.

È questo il dettaglio che dovrebbe preoccupare.

Non c'è un singolo Paese in difficoltà.

C'è una rivalutazione globale del prezzo del denaro.

E quando il prezzo del denaro cambia contemporaneamente in tutto il mondo, gli effetti possono propagarsi molto rapidamente.

Ma siamo davvero davanti a un nuovo 2008?

No.

Almeno non ancora.

Ed è importante dirlo.

Il 2008 fu una crisi finanziaria caratterizzata da un gigantesco problema di credito, dal collasso del mercato immobiliare americano, da perdite enormi nei bilanci bancari, dalla crisi dei mutui subprime e infine dal fallimento di Lehman Brothers.

Oggi il problema è diverso e parrucchino pannolinato ha messo il carico da 11 sto pirla.

Il mercato sta affrontando soprattutto un possibile passaggio verso un regime di inflazione più persistente, tassi più elevati, debito pubblico crescente e valutazioni azionarie molto ambiziose.

Un analista citato da Reuters ha definito il movimento dei rendimenti una normalizzazione verso un nuovo regime di inflazione, tassi neutrali più elevati e maggiore premio per il rischio, piuttosto che una crisi finanziaria vera e propria.

Ed è probabilmente la distinzione più importante.

Una crisi non nasce semplicemente perché i rendimenti salgono.

Nasce quando qualcosa si rompe.

Una banca.

Un grande fondo.

Un mercato del credito.

Una catena di finanziamento.

Un intermediario troppo indebitato.

Un prodotto finanziario costruito su ipotesi che improvvisamente si rivelano sbagliate.

Per ora quel punto di rottura non è evidente.

Ma i mercati stanno diventando più vulnerabili.

Perché quando il costo del capitale sale, le debolezze che durante gli anni del denaro facile potevano essere nascoste diventano improvvisamente visibili.

Una società indebitata diventa più fragile.

Un governo con deficit enorme diventa più vulnerabile.

Un'azienda tecnologica che deve finanziare investimenti giganteschi deve dimostrare più rapidamente che quegli investimenti produrranno ritorni.

Un fondo che utilizza leva finanziaria può essere costretto a ridurre le posizioni.

E quando qualcuno deve vendere non perché vuole vendere, ma perché deve vendere, la situazione può cambiare rapidamente.

È così che possono nascere le crisi.

Non dal primo movimento.

Dal secondo.

E dal terzo.

Per questo bisogna osservare contemporaneamente petrolio, rendimenti, credito, spread, utili societari e liquidità.

Il petrolio ci dice quanto è forte lo shock energetico.

I rendimenti ci dicono quanto costa il capitale.

Gli spread sul credito ci dicono quanto gli investitori stanno chiedendo per assumersi il rischio.

Gli utili ci dicono se le aziende stanno realmente producendo il denaro necessario a giustificare le loro valutazioni.

La liquidità ci dice quanto spazio rimane prima che il sistema inizi a diventare veramente nervoso.

Se questi indicatori dovessero deteriorarsi tutti insieme, allora la parola “crisi” smetterebbe di essere un titolo sensazionalistico.

Diventerebbe una possibilità concreta.

Per ora siamo davanti a qualcosa di diverso.

Un enorme avvertimento.

Il mondo sta uscendo definitivamente dall'epoca nella quale bastava abbassare i tassi e immettere liquidità per sostenere quasi qualsiasi valutazione.

Adesso bisogna pagare il capitale.

Bisogna pagare il debito.

Bisogna pagare l'energia.

Bisogna dimostrare che l'AI produce profitti.

E bisogna convincere gli investitori che i governi sono ancora in grado di gestire i propri bilanci.

È una combinazione tutt'altro che tranquilla.

La vera domanda, quindi, non è: La Borsa crollerà domani?”

Nessuno può saperlo.

La domanda seria è un'altra: quanto può salire il costo del denaro prima che qualcosa cominci a rompersi?

Perché finché i mercati continuano a funzionare, i rendimenti possono anche essere semplicemente il prezzo di una nuova normalità.

Ma se contemporaneamente il petrolio rimane alto, l'inflazione torna a salire, i governi continuano a indebitarsi, le aziende aumentano il ricorso al debito per finanziare la corsa all'AI e gli investitori cominciano a perdere fiducia nella capacità delle banche centrali e dei governi di controllare il sistema...

allora il problema non sarà più soltanto quanto rende un'obbligazione.

Sarà chi sarà il primo a non riuscire più a pagare il conto.

E quella è la domanda che i mercati, oggi, stanno iniziando a porsi e dopo tutti questi ragionamenti mi conviene fare la politica dello struzzo per la serie occhio non vede e cuore non duole e mi godo ste ultime due settimane e vfc.

 


giovedì 3 settembre 2026

Bianca.

 


Certo che la nostra piccola amica undicenne Giorgia morta il 28 agosto scorso ha lasciato il segno che difficilmente sarà cancellato ma quante persone stanno vivendo situazioni analoghe alla vita che conduceva Giorgia e soprattutto i suoi familiari e una recente è avvenuta un paio di giorni dopo a Pietralata.

La tragedia che ha sconvolto il quartiere romano di Pietralata il 30 agosto 2026, con i corpi senza vita di Valentina Pambianco (42 anni), Luca Abbasciano (43) e della loro figlia Bianca di cinque anni, non è un semplice atto di follia, ma l'atto finale di una disperazione alimentata da anni di silenzio, di solitudine e da un incubo economico che ha trasformato l'amore per una bambina in un macigno insostenibile.

I genitori, la cui figlia era nata con una gravissima paralisi cerebrale, ritardo motorio e cognitivo ed epilessia, avevano riversato tutte le loro speranze, e tutti i loro risparmi, in tre viaggi della speranza in Messico, a Monterrey, per sottoporre la piccola a una terapia sperimentale chiamata Cytotron, basata su radiofrequenze e campi elettromagnetici, la cui efficacia è sempre stata messa in dubbio dalla comunità scientifica e che non è mai stata approvata dalla Food and Drug Administration americana . Ogni ciclo di un mese di questa cura, ideata dal neuroscienziato messicano José Roberto Trujillo, costava tra i 70 e i 100 mila euro, soggiorno escluso, e la coppia, che non aveva mai voluto ricorrere a raccolte fondi pubbliche come altre famiglie nella loro situazione, aveva fatto affidamento sui propri risparmi, sull'aiuto di qualche parente e sulla vendita di alcune proprietà, spendendo complessivamente circa 300.000 euro in un tentativo che, alla fine, non aveva portato i risultati sperati.

Quando, al rientro in Italia, le condizioni di Bianca sono nuovamente peggiorate, i genitori, entrambi ammalati di influenza e gastroenterite, si sono trovati di fronte a un muro: non avevano più soldi per un altro ciclo di terapia e la prospettiva di vedere la loro bambina, che chiamavano affettuosamente "carciofina" per i suoi capelli biondi e ribelli, continuare a soffrire era diventata insopportabile.

Inoltre, secondo le testimonianze di un'amica di famiglia, Valentina aveva scoperto di essere andata in menopausa prematura, stroncando la speranza di avere un altro figlio, ed era figlia unica con genitori anziani, il che la faceva sentire ancora più sola e senza un futuro.

Le lettere d'addio, una dozzina, trovate sul tavolo della cucina e firmate da entrambi i coniugi, contengono la frase che è diventata il testamento di una vita spezzata:

«Non ce la facciamo più. Non abbiamo più soldi per curare Bianca».

In quei fogli, che hanno lasciato a parenti e amici con disposizioni testamentarie e scuse, traspare la fatica quotidiana di una famiglia che, sebbene fosse seguita dai servizi sociali del IV Municipio e avesse anche ricevuto un sostegno economico, si è sentita comunque abbandonata, schiacciata da un peso che nessuna istituzione, nessun aiuto economico e nessun supporto psicologico è riuscito ad alleggerire.

Il presidente del Municipio, Massimiliano Umberti, ha ammesso con rammarico che "di fronte a queste fragilità non abbiamo ancora una soluzione" e che la solitudine, in situazioni così gravi, è il male più grande.

Luca, che aveva acquistato la pistola Glock pochi mesi prima e deteneva il regolare porto d'armi, ha prima sparato alla figlia, poi alla moglie, poi al cane Theo, che era il compagno di giochi della bambina, e infine si è tolto la vita.

La tragedia di Pietralata, che ha dell'incredibile per la sua ferocia e per la sua apparente gratuità, è in realtà il grido di due genitori che, dopo anni di lotta e di speranza, si sono arresi alla realtà, e che, come ha detto un'amica, erano "esasperati" e "non vedevano via d'uscita".

Un dramma che interroga la coscienza di un Paese che troppo spesso lascia sole le famiglie con disabilità gravi, e che trasforma la mancanza di risorse e di supporto in una condanna a morte per chi, come Bianca, avrebbe avuto diritto a una vita dignitosa e a un futuro.


Fragolino.

 



Ma perchè ci prendono per il culo? Oggi all'Eurospin quello vicino all'ingresso dell'autostrada.. girando tra i vini vedo la bottiglia di “fragolino” ma dai.. siamo scesi con la piena?


Questa è la bottiglia e relativa etichetta e si presenta pure con gabbietta fermatappo e se il vino non gusta, almeno lo utilizzerò per fare una miniseggiola da mettere assieme alle altre nella vetrinetta.. e che dire sul vino dichiarato 10% vol con ingredienti:

Vino(uve), acqua e zucchero, anidride carbonica,agenti stabilizzanti (contiene acido metatartarico e/o poliaspartato di potassio e/o gomma arabica)aroma, regolatori dell'acidità (acido citrico) conservanti (metabilsolfito di potassio), (solfiti).

Sticazzi oh Gervaso.. ma sul serio il vino si fa anche con l'Uva? 

Boh e adesso con l'aiuto dell'AI, ci faccio un post per chi vuol conoscere che è il FRAGOLINO.

Il vero Fragolino non è quello della foto e manco lontanamente sa' di fragola.

C'è un vino che, più di molti altri, riesce a dividere gli italiani.

Basta pronunciare il suo nome e subito tornano alla memoria bottiglie dal colore rosso rubino, un profumo intensissimo di fragola, un gusto dolce e fruttato e quella sensazione un po' ingenua di stare bevendo qualcosa che assomiglia più a un dessert che a un vino tradizionale.

È il fragolino.

O almeno, quello che per decenni abbiamo chiamato fragolino.

Perché qui comincia la parte interessante del post: il fragolino che molti ricordano e il “fragolino” che oggi troviamo sugli scaffali dei supermercati non sono necessariamente la stessa cosa.

E dietro questa apparente stranezza c'è una storia che coinvolge la botanica, le epidemie che devastarono la viticoltura europea, le leggi italiane ed europee e persino una delle grandi trasformazioni dell'agricoltura moderna.

Per capire tutto bisogna partire dall'uva in quanto il vino si fa anche con l'uva (ma per sul serio lo diceva nonno Baldassarre).

Il profumo caratteristico del fragolino tradizionale è legato alla cosiddetta uva fragola, conosciuta anche come uva americana o Isabella.

Non appartiene alla grande famiglia della Vitis vinifera, quella alla quale appartengono praticamente tutti i grandi vitigni europei che conosciamo: Sangiovese, Nebbiolo, Barbera, Barbaresco, Primitivo, Nero d'Avola, Chardonnay, Merlot, Cabernet e moltissimi altri.

L'uva fragola appartiene invece alla specie Vitis labrusca, originaria del continente americano quando non c'era parrucchino pannolinato, o più precisamente a varietà e ibridi riconducibili a quel patrimonio genetico.

Il suo arrivo in Europa è legato a una delle più drammatiche crisi della storia della viticoltura.

Nella seconda metà dell'Ottocento i vigneti europei furono devastati dalla fillossera, un piccolo insetto proveniente dal Nord America (probabilmente allevato dal nonno del parrucchino) che attaccava le radici delle viti europee.

Intere campagne vennero distrutte creando il panico dei bisnonni che passavano il sabato sera con davanti il fiaschetto e tornavano a casa e cidàchecidà la popolazione aumentava.

Vigneti che rappresentavano secoli di storia scomparvero nel giro di pochi anni.

Le viti americane, però, avevano sviluppato una maggiore resistenza alla fillossera.

Fu così che cominciarono a essere utilizzate sempre più frequentemente in Europa, soprattutto come portainnesti sui quali innestare le varietà di Vitis vinifera.

È una delle ragioni per cui ancora oggi gran parte della viticoltura europea utilizza portainnesti di origine americana.

Ma alcune viti americane vennero anche coltivate direttamente per produrre uva.

E qui entra in scena l'uva fragola.

Era una pianta rustica, resistente, produttiva e relativamente facile da coltivare e io ne vado sempre alla ricerca anche perchè bastano un paio di grappoli e via sul cesso e altro che Falqui.

Non richiedeva necessariamente le stesse cure dei vitigni europei e poteva adattarsi a condizioni nelle quali altre viti avevano maggiori difficoltà.

In molte zone dell'Italia settentrionale e centrale si diffuse quindi la coltivazione di queste uve.

E il vino che se ne ricavava aveva caratteristiche completamente diverse da quelle dei grandi vini tradizionali.

Era profumato, particolare, spesso dolce o amabile, con quell'inconfondibile aroma che ricordava la fragola.

Per alcune persone era una piacevole curiosità.

Per altre rappresentava invece un prodotto rustico e di qualità inferiore rispetto ai vini ottenuti dalle varietà europee.

Ma c'era anche una questione economica.

La diffusione delle viti americane e degli ibridi produttori diretti poteva aumentare enormemente la quantità di vino disponibile sul mercato a costi relativamente contenuti.

In un'epoca nella quale la viticoltura europea cercava di riprendersi dalle devastazioni della fillossera, il problema non era soltanto botanico: era anche commerciale.

Le autorità cercarono quindi di regolamentare la produzione e la vendita dei vini ottenuti da determinate varietà.

Da qui nasce una delle curiosità più sorprendenti della storia del fragolino: la possibilità di coltivare l'uva per consumo personale non coincide con la possibilità di commercializzare liberamente il vino ottenuto da essa.

La normativa italiana ha progressivamente limitato la produzione e la commercializzazione dei vini ottenuti da alcune varietà di viti americane e da determinati ibridi, insomma sti politici hanno sempre rotto i coglioni.

Le disposizioni sono state successivamente inserite nel più ampio quadro della normativa europea sul vino.

Il risultato è che l'uva fragola non è semplicemente “illegale”, come a volte si sente raccontare.

La realtà è molto più complessa.

Una cosa è coltivare determinate varietà e produrre vino per consumo familiare, altra cosa è immettere sul mercato un prodotto presentandolo come vino secondo le denominazioni e le categorie previste dalla normativa.

E allora perchécazzo nei supermercati continuiamo a trovare il fragolino?

Perché quello che troviamo normalmente in commercio può essere una bevanda aromatizzata a base di vino, e non il vino ottenuto direttamente dall'uva fragola che molti hanno conosciuto nelle campagne italiane.

Il nome, insomma, è rimasto.

E il mercato ha capito perfettamente che cosa farsene di quel nome.

Una bevanda può richiamare l'immagine del fragolino tradizionale, utilizzare aromi che ricordano la fragola e avere un gusto dolce e fruttato, pur essendo un prodotto completamente diverso dal vino artigianale che una famiglia poteva ottenere dalla propria uva.

È qui che nasce una delle più curiose ambiguità del mondo del vino.

Il consumatore pirla tipo me, vede una bottiglia con la parola “fragolino”, riconosce immediatamente quel profumo e pensa di ritrovare il vino della memoria.

Ma bisogna leggere l'etichetta e ve l'ho scritto sopra inizialmente.

È lì che si scopre che cosa si sta realmente acquistando.

E c'è un'altra leggenda che merita di essere ridimensionata: quella secondo cui l'uva fragola sarebbe pericolosa perché durante la fermentazione produrrebbe quantità letali di metanolo.

La questione è decisamente più complessa.

Il metanolo può essere presente nelle bevande alcoliche in quantità variabili e può derivare dalla degradazione delle pectine presenti nella materia prima durante i processi fermentativi.

Ma trasformare questa caratteristica in una sorta di “veleno naturale dell'uva fragola” è una semplificazione priva di senso.

Il vero problema storico del fragolino non è quindi che fosse una specie di vino assassino.

È molto più interessante.

È una questione di origine botanica, caratteristiche del prodotto, normativa e mercato.

E forse proprio per questo il fragolino continua a esercitare un fascino particolare.

Perché appartiene a quella categoria di prodotti che hanno avuto una vita parallela: da una parte il vino prodotto nelle campagne, spesso in piccole quantità e destinato alle famiglie; dall'altra il prodotto commerciale che ne ha conservato il nome e l'immaginario.

Chi come me ha avuto la possibilità di assaggiare il vero vino ottenuto dall'uva fragola spesso racconta un'esperienza completamente diversa da quella offerta dalle moderne bevande aromatizzate.

Il profumo è inconfondibile.

Il carattere è rustico.

La componente fruttata è immediata.

Non è necessariamente un grande vino nel senso classico del termine e non avrebbe senso confrontarlo con un Barolo, un Brunello o un Amarone.

Appartiene a un'altra storia, quella delle vigne familiari, dei piccoli appezzamenti, delle produzioni domestiche e di una viticoltura popolare che per molto tempo ha accompagnato la vita quotidiana delle campagne italiane.

E forse è proprio questo il motivo per cui il suo ricordo è così resistente.

Il fragolino non appartiene alla grande aristocrazia del vino italiano.

Non ha bisogno di invecchiare per vent'anni in una cantina perfetta.

Non ha bisogno di un calice particolare o di una temperatura studiata al grado.

È il vino della curiosità, della convivialità e, per molti, della memoria.

Ma se oggi qualcuno cerca quel sapore al supermercato, dovrebbe sapere una cosa molto semplice: non basta leggere la parola “fragolino” sulla bottiglia per sapere che cosa c'è dentro.

Il nome può evocare una tradizione.

L'etichetta racconta invece la realtà del prodotto.

E questa è una delle lezioni più interessanti che il mondo del vino possa insegnare: spesso dietro una bottiglia non c'è soltanto una bevanda, ma una storia fatta di botanica, agricoltura, economia, legislazione e cultura.

L'uva fragola è sopravvissuta alle trasformazioni della viticoltura.

Il fragolino è sopravvissuto alle trasformazioni del mercato.

E il suo nome è arrivato fino a noi.

Solo che, qualche volta, il fragolino che ricordiamo e quello che compriamo non sono più la stessa cosa.

PS. Alla memoria del nonno materno Gervaso e paterno Baldassarre.

 


martedì 1 settembre 2026

Vuoi fare il Programmatore?

 

 


Vuoi diventare programmatore? Bah vediamo se all'epoca dell'AI vale ancora la pena fare questo percorso o quantomeno l'AI potrebbe essere un valido tutor ed ora faccio una considerazione sul mio percorso fatto..

Ho imparato cosa sia la programmazione con il basic del C64.

Ho passato veramente moltissimo tempo a copiare listati di programmi, cercare di capire come funzionavano sul Sinclaire dove ogni tasto aveva diverse funzioni e quindi col mio primo PC(386) e i primi approcci con il C.

Una fortuna dell'epoca fu anche che linux era già nato e nel '96 sotituii MS-DOS 6.22 e Windows 3.11 con Slackware Linux 3.6.

E iniziai ad addentrarmi nella rete (all'epoca entrai in contatto con tanta gente tramite le BBS).

Quando poi mi feci il primo abbonamento per Internet (tin.it, accesso tramite modem PSTN) e vidi la prima pagina web - non ci misi molto ad abbozzare le prime pagine.

La mia mente da programmatore è stata subito attratta dal backend e cercai in tutti i modi di fare il mio primo "sito interattivo".

Il problema era l'assenza di servizi gratuiti che offrissero GCI (si cercano sempre cose gratuite), ma alla fine ne trovai uno (leeento), che funzionava in Perl.

Così feci il mio primo backend in Perl (si trattava di un guestbook - c'era un semplice form d'inserimento, chi passava per il sito poteva scrivere qualcosa e i dati venivano salvati in un file di testo.

Dall'altra parte una pagina aveva uno script che faceva il parsing di tutti i dati e li visualizzava).

All'epoca quindi conoscevo questi linguaggi di programmazione: C, Pascal, Perl ... E basic ( diciamo che in quegli anni già lo snobbavo).

Con un gruppo di amici mi sono inserito al poli di TO ma durai pochissimo, in quanto al primo esame (C) presi solo 25 per aver usato un array invece di variabili nella soluzione di un programma per l'esame.

La prof. stronza disse che "non ho spiegato così a lezione e certe americanate vanne evitate".

E ok, sono fatto cosi' - mi è sembrato inutile proseguire col vecchiume di insegnamento dove andavano ancora con la clava e Pascal era il dio in terra e ho proseguito con le americanate.

Poi entrai in contatto con un'agenzia di servizi informatici e vidi cose che all'epoca mi affascinarono tanto: mainframe VMS e unità esterne a nastro grandi come lavatrici.

Ma vidi anche come in un'azienda grande (in questo caso pubblica), la competenza generale era veramente bassa.

Considera solo che un giorno fra i miei colleghi si sparse il panico perchè su uno dei server (Win NT) era sparito un programma che faceva delle elaborazioni su degli spool che gli venivano passati da una trentina di client (in sostanza faceva un riepilogo).

Io chiesi in cosa consistesse la cosa e -basandomi sugli output precedente - feci un programma in QuickBasic che generava il medesimo output con pochi movimenti.

Uno dei miei big (quello con le palle di acciaio inox) mi fece un cazziatone stratosferico, ma quel programma poi ha proseguito a girare per altri 5 anni alla faccia dei coglioni saponi.. ho proseguito programmando in VB6, facendo interfacce CRUD non usando ADO come altri facevano.

E pensare che l'ho fatto perchè, non avendo mai usato VB6 (visto che su Linux non c’era), non sapevo semplicemente che esistesse. Ma l'inventiva viene spesso premiata, basta dimostrarsi in grado di risolvere i problemi (e le cose si possono sempre imparare successivamente).

Purtroppo, come spesso accade... Facevo il tipico lavoro da "one man band".

Alla fine non solo programmavo "qualsiasi cosa", ma poi mi occupavo anche dell'ammministrazione della rete, di controllare i PC - e qualsiasi altro task possa venire in mente.

Quindi feci un'esperienza effettivamente enorme, ma contemporaneamente raggiunsi anche una saturazione e uno stress tali da non vedere altre vie d'uscita che smettere la programmazione ma insegnare corsi di base a ragazzi handycappati in quel di Borgaro city (parliamo di VBA, ma ok, era un'epoca bizzarra).

E da li ricominciai ad riamare il computer e molti ragazzi tagliati fuori dalla società emersero e trovarono la loro strada che escludeva la prestanza del corpo ma premiava la loro mente.

All'epoca iniziarono i primi servizi di hosting che offrivano php e mysql, per cui iniziai a studiare quello.

Ho creato una mia interfaccia per blogging, ho iniziato a giochicchiare con i primi CMS, studiato l'SQL...

Poi capitò che un mio allievo mi propose di fargli un programma gestionale.

In un epoca in cui una richiesta del genere avrebbe portato a fare un software per windows, io mi trovai a pensare che - tutto sommato - avrei potuto installare apache, php e mysql sulla macchina windows dell'allievo e fare un gestionale web.

Un po' perchè - non possedendo macchine windows - avrei avuto oggettiva difficoltà.

E un pò perchè mi gustano le idee un po' "folli" (ok, poi di gestionali web ne furono fatti un sacco - ma vi parlo di anni in cui pochi avrebbero scelto questa strada).

Parliamo di un'epoca in cui esistevano PHP3 e MySQL aveva ancora problemi con le FK (ebbene si, "emulai" tutte le FK tramite il backend in php).

Non c'erano framework da usare e quindi - finii per scriverne uno mio e più tardi lo chiamai FP: Function, Page (per gli amici Faccia da Pirla).

Aprii un mio percorso e feci molti gestionali custom con questo framework (innovandolo di volta in volta) come togo29 inizialmente e proseguito con togotuentinain (scritto all'italiana).

Provate fare una richiesta in google inserendo “ togotuentinain ” e vi si apriranno 13.000 pagine e una decina di Blog o forse meno visto le chiusure che mi hanno affibbiato).

Una nota di quei tempi è stato l'inserimento in rete in rete di un ragazzino che si prestava a fare siti su misura e come corrispettivo si faceva solamente ricaricare la scheda telefonica (all'epoca si pagava il viaggio) e qui nacque Salvatore Aranzulla che forse voi avrete avuto modo di conoscere... e di strada ne ha fatta parecchia.

Ora non mi occupo più tanto di programmazione, ma principalmente di Business Analysis e Project Management. Anche se ovviamente sono programmatore nell'animo e continuo a studiare pur avendo l'età dei datteri.

Il lavoro di programmatore non è come me l’aspettavo, per rispondere alla domanda.

Ma perchè nella vita non esistono cosa che vanno secondo i piani e le aspettative. Ho trovato molto di più!

Le sfide "tecnologiche" alla fine si rivelano le più semplici, la grossa esperienza te la fai soprattuto nell'interazione con gli esseri umani (sia clienti che collaboratori).

E sicuramente una cosa che da "giovane" ti immagini è quella di stare tanto tempo a battere sui tasti della tastiera.

Invece no, passi più tempo a fare schemini con carta e penna ( o sulla lavagna quando hai fortuna)...