Avrete
sentito la storia del russo che ha letteralmente dichiarato guerra
all'Italia colpendo la Meloncina con frasi da osteria infimo livello
e ho cercato di capire di più su quello che i TG propinano parlando
con Giordano Palerna e questi mi ha passato un articolo del Cesio
Endrizzi
che vi passo paro paro e val la pena di leggerlo

La
villa, la storia e il complotto: il megafono del Cremlino dichiara
guerra all’Italia
ROMA
– C’è una frase, nella lunga requisitoria che Vladimir Solovyev
ha riversato ieri sera nei suoi canali Telegram e nelle dirette del
suo programma “Polnyj Kontakt”, che funziona come una chiave di
volta per decifrare l’intero, delirante meccanismo.
“Signora
Meloni, le parla un uomo, un ebreo, che le autorità italiane hanno
nuovamente sottoposto a persecuzioni” .
Non è un lapsus, non è un
improvviso accesso di coscienza storica, non è nemmeno la più goffa
delle strumentalizzazioni.
È un manifesto: il conduttore che ha
trasformato l’insulto in genere letterario e la propaganda in arte
performativa, l’uomo che Putin ha insignito personalmente con
l’Ordine di Alexander Nevsky e con la medaglia “per meriti per la
madrepatria” per la sua campagna di odio contro l’Ucraina, ha
scelto di vestire i panni della vittima. Della vittima perseguitata,
per giunta, da un paese – l’Italia – che secondo la sua
ricostruzione sarebbe ancora oggi, a ottant’anni dalla caduta del
fascismo, una sorta di colonia ideologica del ventennio, governata da
“seguaci del fascista Mussolini” che si rendono “complici di
tutti i crimini dell’Italia fascista” sostenendo “lo Stato
nazista ucraino” .
Il
groviglio logico è talmente contorto da sembrare volutamente
inestricabile, e forse lo è.
Perché Solovyev non cerca la coerenza,
cerca l’effetto.
E l’effetto, in questo caso, è duplice: da una
parte, rivendicare a sé la patente di “antifascista” e di “ebreo
perseguitato” per delegittimare qualsiasi critica ai suoi metodi –
chi oserebbe attaccare un uomo che si dichiara erede delle vittime
della Shoah?
– e dall’altra, rovesciare sul governo italiano la
responsabilità per il sequestro delle sue due ville sul lago di
Como, quelle che la Guardia di Finanza gli ha congelato nel 2022 in
applicazione delle sanzioni europee contro gli oligarchi russi .
Otto
milioni di euro di proprietà, tra Loveno di Menaggio e Pianello del
Lario, che il presentatore non ha mai perdonato all’Italia, e che
sono state anche vandalizzate con un incendio doloso e scritte di
vernice rossa .
Per Solovyev, quelle ville non sono il frutto di
un’amicizia col Cremlino che gli ha permesso di accumulare
ricchezze mentre in Ucraina morivano civili. Sono il simbolo di una
“persecuzione” che lo accomunerebbe, nella sua delirante
ricostruzione, alle persecuzioni antisemite della storia italiana.
È
un azzardo talmente blasfemo che lascia senza parole, eppure è
perfettamente funzionale alla macchina della propaganda russa:
trasformare l’aggressore in vittima, il sanzionato in perseguitato,
il propagandista della guerra in paladino della memoria.
L’attacco,
come è noto, non si ferma alla premier.
Solovyev allarga il tiro a
tutto il paese, e lo fa con un lessico che mescola accuse storiche e
ossessioni contemporanee in un frullato tossico.
“Voi, condividendo
le idee di Mussolini, vi rendete complici di tutti i crimini
dell’Italia fascista e, per logica, dovete assumervene la
responsabilità” .
Poi l’aggancio al presente: “Lei dimostra
simpatia per questi crimini, sostenendo lo Stato nazista ucraino, che
compie atti terroristici sul territorio della Russia e non ha
nascosto la preparazione di numerosi omicidi: tra gli obiettivi
dichiarati dalle autorità ucraine ci sono anch’io” .
L’accusa,
formulata con la precisione di un capo d’imputazione, è che
l’Italia sarebbe complice di un presunto complotto ucraino per
ucciderlo.
E la prova? Nessuna, naturalmente, se non la sua stessa
parola.
Ma nel mondo di Solovyev, la prova non serve: serve la
ripetizione, l’eco, la viralità.
E su questo terreno, il
conduttore russo è un maestro.
Il suo programma su Rossiya 1
raggiunge milioni di spettatori, i suoi canali Telegram sono tra i
più seguiti nella Federazione, e le sue uscite – specie quando
sono in italiano, come quella di ieri in cui definiva Meloni “idiota
patentata” e “cattiva donnuccia” – sono studiate per
rimbalzare oltre i confini russi, per costringere i media occidentali
a parlarne, per alimentare quella guerra ibrida che è la specialità
del Cremlino .
La
reazione italiana, in queste ore, è stata compatta ma anche un po’
stanca, come se l’abitudine all’insulto avesse smussato la
capacità di indignarsi.
La Farnesina ha convocato l’ambasciatore
russo Alexey Paramonov, che ha preso le distanze dal conduttore
definendolo “un giornalista indipendente” e sostenendo che
“nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso
giudizi offensivi nei confronti di Meloni o dell’Italia” .
Una
dichiarazione che suona come una presa in giro, perché tutti sanno
che Solovyev non è un giornalista indipendente: è il megafono del
Cremlino, l’uomo che Putin ha premiato di persona, il volto
televisivo della guerra .
E la sua campagna d’odio contro l’Italia
– che non è cominciata ieri, ma che si è intensificata dopo il
sequestro delle ville – è una componente organica della strategia
russa per delegittimare i paesi europei che sostengono l’Ucraina.
La premier Meloni, da parte sua, ha risposto con la sobrietà che la
situazione richiede: “Per sua natura, un solerte propagandista di
regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà.
Noi, diversamente da altri, non abbiamo padroni.
La nostra bussola
resta una sola: l’interesse dell’Italia” .
Poche parole,
misurate, senza replicare agli insulti personali.
È la scelta
giusta, perché ogni replica darebbe a Solovyev esattamente ciò che
vuole: attenzione, legittimazione, uno spazio nel dibattito italiano.
E
mentre la polemica infiamma i talk show e i social network, c’è
una domanda che resta sospesa, come il fumo di un incendio mai del
tutto spento: perché l’Italia?
Perché Solovyev, che potrebbe
bersagliare qualsiasi altro leader europeo, ha scelto di concentrare
la sua rabbia proprio su Giorgia Meloni e sul nostro paese?
La
risposta, probabilmente, è la combinazione di due fattori.
Il primo
è personale: le ville sequestrate.
Solovyev era innamorato
dell’Italia, ci aveva investito milioni, ci aveva persino ottenuto
un certificato di residenza .
La revoca di quel sogno – la confisca
delle dimore sul lago, l’impossibilità di tornare nel paese che
amava – gli brucia come una ferita aperta, e ogni attacco a Meloni
è anche un atto di rivalsa contro chi gli ha tolto il suo angolo di
paradiso.
Il secondo fattore è politico: l’Italia, sotto la guida
di Meloni, è diventata uno dei sostenitori più convinti
dell’Ucraina in Europa, e il suo governo, per quanto criticato su
altri fronti, non ha mai vacillato sul sostegno a Kiev. Colpire
Meloni significa colpire il consenso italiano all’alleanza
atlantica, significa seminare dubbi, significa provare a indebolire
una delle voci più autorevoli del fronte europeo.
Che poi gli
argomenti usati siano storicamente ridicoli – paragonare il governo
Meloni al fascismo, definire l’Ucraina “Stato nazista” – non
importa. La propaganda non ha bisogno di essere vera, ha bisogno di
essere ripetuta.
E Solovyev, da questo punto di vista, è una
macchina da ripetizione perfetta.
E
così, mentre l’ambasciatore russo viene convocato e richiamato, e
i diplomatici italiani spiegano che “non si accettano lezioni da un
regime che reprime ogni dissenso”, e il presidente ucraino Zelensky
offre solidarietà a Meloni definendo i propagandisti russi
“miserabili” , la vicenda si avvia verso la sua inevitabile
dissolvenza.
Tra qualche giorno, qualcun altro dirà qualcos’altro,
e i riflettori si sposteranno.
Ma il danno, per quanto gestibile sul
piano diplomatico, resta: Solovyev ha dimostrato ancora una volta che
la guerra non si combatte solo con i missili, ma anche con le parole,
e che le parole, quando sono pronunciate da un megafono del Cremlino,
possono ferire, offendere, delegittimare. L’Italia, dal canto suo,
ha risposto con dignità, ma forse dovrebbe anche chiedersi se non
sia il caso di alzare la voce, di raccontare con più forza le
ragioni del proprio sostegno a Kiev, di non lasciare che il monopolio
della narrazione sia nelle mani di chi trasforma la storia in un’arma
e la memoria in un insulto.
Perché alla fine, la
partita non è tra Meloni e Solovyev, non è tra l’Italia e la
Russia, non è nemmeno tra il bene e il male.
È tra la verità e la
menzogna, tra la complessità e la semplificazione, tra la democrazia
e l’autocrazia.
E in questa partita, l’Italia non può
permettersi di restare in panchina.
Deve giocare. E giocare fino in
fondo.