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sabato 30 maggio 2026

La cina è vicina.


In merito al post di qualche giorno fa sulla Ferrari Elettrica LUCE scrissi che almeno i cinesini non l'avrebbero copiata e ho sbagliato nell'osservazione in quanto dovremmo essere noi a copiare i cinesini ..

E mo' vi chiedo di Osserare la BYD Yangwang U9 Xtreme.

e vi ricordo la Luce brand Ferrari costo 550.000 € base.





Mettere a confronto la BYD Yangwang U9 Xtreme e la Ferrari Luce è come far sedere allo stesso tavolo un culturista pompato di steroidi e un direttore d’orchestra: entrambi impressionano, ma per ragioni che non potrebbero essere più lontane.

La hypercar cinese è un’esibizione muscolare di tecnologia spinta all’eccesso; la Ferrari è un tentativo di salvare un’idea di lusso che sta perdendo presa sul mondo reale.

La BYD arriva con i suoi 3.000 cavalli, i quasi 500 km/h, le sospensioni che fanno saltare l’auto come un canguro caffeinato e un prezzo che, per quello che offre, è quasi un insulto all’industria europea: 250.000 euro.

(il prezzo è ricavato dal listino casamadre BYD se utilizzate rivenditori europei i prezzi arrivano sino a 496.000€ (dovranno guadagnare no?)che son sempre meno dei 550.000 costo base della LUCE.. quindi se volete acquistare bene ite in quel della Cina e poi semmai immatricolatela a Montecarlo.. imparate da Sinner).

È la dimostrazione che la Cina non vuole più solo partecipare alla partita: vuole riscrivere il regolamento.

Il problema è che tutta questa potenza rischia di diventare un videogioco travestito da automobile.

L’elettronica filtra, corregge, anticipa, decide.

Il pilota? Un accessorio.

Ma è il futuro che ci aspetta: nell’elettrico estremo, l’uomo è sempre meno protagonista e sempre più ospite.

La Ferrari Luce, invece, sceglie un’altra strada.

Non rincorre i numeri, perché sa che perderebbe.

Punta sull’esperienza, sulla teatralità, sulla sensazione di essere ancora tu a guidare, non un algoritmo.

I suoi 1.050 cavalli sono pensati per dialogare con l’asfalto, non per strapparlo.

Le palette simulano il freno motore, il sound è studiato per emozionare, non per impressionare i grafici di un ingegnere.

Anche se la simulazione del rombo è infinitamente kitsch e la BYD non è stata progettata certo per volare.

È un’auto che vuole ancora raccontare una storia.

Il problema è che il mondo sembra aver smesso di ascoltare.

Perché oggi il lusso automobilistico vive una crisi profonda: Porsche, Aston Martin, Lotus, Jaguar… tutti perdono i colpi, tutti cercano un’identità che non sia solo un listino prezzi con più zeri.

La Ferrari stessa, con la sua interminabile astinenza di vittorie in F1, non può più contare solo sul blasone.

Il rischio, impensabile fino a pochi anni fa, è che un giorno si legga che il Cavallino è passato di mano e magari in quella proprio cinese. E non sarebbe un colpo di scena: sarebbe la logica conseguenza di un mondo che corre più veloce di quanto l’Europa riesca a immaginare e viaggia ancora col freno tirato, concentrata nel riarmo e autolesionarsi partecipando passivamente ad un conflitto che fondamentalmente non ci riguarda che ci sta penalizzando più di quanto non stia producendo.

La verità è che la Cina non sta avanzando: ci sta sorpassando.

E lo fa con una velocità che non lascia spazio ai sentimentalismi. Non basta più dire “abbiamo la storia”, “abbiamo il mito”, “abbiamo l’artigianalità”.

abbiamo un cazzo di niente”.

Il mercato non si commuove.

Il mercato guarda chi investe, chi produce, chi innova.

E oggi, questo primato non è più occidentale.

La BYD U9 e la Ferrari Luce non sono solo due auto: sono due modelli di futuro.

Uno è brutale, ipertecnologico, spregiudicato, che ripercorre comunque la filosofia tipica Ferrari.

L’altro è raffinato, nostalgico, quasi aristocratico.

Ma il mondo, oggi, sembra premiare il primo.

Mi dispiace per i puristi, per i romantici del V12, per chi crede che il blasone sia un’armatura eterna.

La realtà è più semplice e più crudele: o si corre alla velocità dell’evoluzione cinese, o si resta indietro.

E non basterà un cavallino sul cofano a salvarci.


Droni impazziti.



Ma siamo rimbambiti? Dopo la dronata c'è chi vuol far guerra alla Russia per il potenziale suo drone finito in territorio NATO..

Ma stracazzo la si vuol capire che questi droni possono esser manipolati e considerato che i due paesi russi che si stanno scontrando, sparano nell'etere migliaia di droni fatti in casa è ovvio che non tutti centrino l'obiettivo e tra l'altro possono esser taroccati volontariamente o involontariamente, dimodochè il centro non sia quello prefissato ed allora se vogliamo far guerra facciamolo anche all'altro russo dissidente a cui abbiamo dato anche una novantina di miliardi per fare guerra e quindi poi facciamo guerra anche a noi stessi considerato che siamo i sovvenzionatori per le armi usate e cmq restiamo seri e vediamo cosa puo' esser successo chiedendoci: 

come fa un drone Geran 2 (la versione russa dello Shahed) a colpire un condominio di dieci piani a Galați, in Romania (territorio NATO), durante un attacco diretto a porti ucraini sul Danubio?

Ecco l'ipotesi più probabile e non stiamo pisciando fuori dal vaso...

Nel momento in cui le contromisure ucraine hanno disturbato il segnale GLONASS del drone, i sistemi di bordo sono passati alla navigazione inerziale.

Dato che questa accumula un certo margine di imprecisione a ogni minuto che passa, il velivolo è andato fuori rotta.

Si potrebbe obiettare però:

ma a che cazzo serve un sistema inerziale che sbaglia addirittura nazione?

Beh, i sistemi di navigazione inerziale dei droni russi sono economici.

Non usano sistemi di grado militare (come i sofisticati giroscopi a fibra ottica dei missili balistici), che costerebbero centinaia di migliaia di dollari.

Usano invece componenti MEMS (Micro-Electro-Mechanical Systems) di derivazione commerciale, simili a quelli che trovi negli smartphone o nei droni civili di fascia alta.

Il loro drift-rate (l'errore di deriva) può essere anche di 100-200 metri al minuto: in dieci minuti di volo l'accumulo diventa grave.

A questo si aggiunge la guerra elettronica ucraina, che spesso usa lo spoofing (l'invio di false coordinate).

Questo inganna il computer di bordo, provocando un disorientamento iniziale: quando il drone se ne accorge e passa alla navigazione inerziale, calcola la rotta partendo da un punto iniziale già completamente sballato.

C'è anche da dire che i Geran 2 volano a quote basse e nella Valle del Danubio le correnti d'aria possono essere forti.

Quando è in funzione il solo sistema inerziale, il velivolo non ha modo di accorgersi degli spostamenti laterali indotti dal vento.

Risultato: il drone è finito su Galați territorio NATO

Ma niente scuse ovviamente.

I russi sanno bene che quando lanciano un attacco massiccio di droni a ridosso di un confine politico, è matematicamente probabile che i propri proiettili finiscano per superarlo.

Ora mi ridomando perchè dobbiamo dare 90 miliardi alla russia di Zelensky con cui acquista anche dispositivi atti a bloccare e soprattutto a fuorviare rotte ai droni lanciati dall'altro russo Putin.

Boh.. qui il più pulito ha la rogna.

Oggi Sabato 30 maggio ore 12.00

Metto l'aggiornamento sull'incidente di Galati

Ho definito ieri "ipotesi più probabile" l'idea che il drone russo Geran-2 che ha colpito un palazzo a Galati, Romania, fosse stato sviato dall'azione congiunta di jamming e spoofing delle contromisure elettroniche ucraine.

Questa ipotesi, col passare delle ore, è diventata dubbia. Ci sono aggiornamenti, e pare che il Geran-2 fosse stato strutturalmente compromesso dai sistemi antierei ucraini. Non era stato abbattuto, ma le sue superfici di controllo del volo erano state compromesse. 

Sia fonti OSINT che successive ricostruzioni di media ucraini e romeni parlano di fuoco contraereo da terra di sistemi Gepard o mitragliatrici pesanti nelle aree ucraine di Reni e Izmail (oggetto del bombardamento dei droni).

Il Geran-2 arrivato in Romania era parte di uno stormo di 43 velivoli simili, inviati in area danubiana. Le autorità romene sostengono di avere i tracciati radar che provano la provenienza russa.

Questa prova si acquisisce combinando insieme le informazioni provenienti da più fonti radar. La Romania fa parte del sistema di difesa aerea integrato della NATO (NATINAMDS). 

Quando i droni russi decollano (solitamente dalle basi di Primorsko-Akhtarsk sul Mar d'Azov o da Kursk/Briansk), la loro partenza viene rilevata immediatamente da Satelliti da ricognizione termica (SBIRS) che monitorano i vettori termici e i lanci. 

Inoltre ci sono gli aerei AWACS della NATO e i droni RQ-4 Global Hawk che volano costantemente sul Mar Nero e nello spazio aereo rumeno/polacco. Grazie alla loro altitudine elevata (oltre 18.000 metri per i droni Global Hawk), i loro radar non soffrono della curvatura terrestre e possono "vedere" in profondità nel territorio ucraino e russo, tracciando i droni fin dai primi minuti di volo, ben prima che si avvicinino alla Romania.

Questi dati vengono trasmessi istantaneamente ai radar rumeni tramite la rete dati protetta Link 16. 

Quindi, i militari a Bucarest vedono lo stormo sui loro schermi perché la traccia è "passata" e aggiornata costantemente dai sensori alleati in volo.

Riassumendo, i romeni hanno a disposizione sia i resti del Geran-2 sia i tracciati radar completi dello stormo di 43 droni che quella notte hanno attaccato la zona danubiana dell'Ucraina.

Di conseguenza quando il Generale Vannacci vi viene a dire che è più logico pensare che il drone fosse ucraino, dovete decidere se credere alla NATO e alle autorità civili e militari della Romania, o a questo manutengolo del Cremlino.


Questo punto di impatto del drone al decimo piano dell'edificio di Galati, si può stimare a circa 32-33 metri dal suolo. Altezza compatibile con l'altitudine tipica dei Geran-2 in profilo di attacco.




venerdì 29 maggio 2026

Nozze d'argento.

 


29 maggio 2026 data storica non solo per i Legnanesi che festeggeranno facendo il Palio in ricordo dell'Alberto da Giussano ma è anche l'nniversario d'argento di questo blog nato per gli informatici degli anni 90 e dei primi 2000 quando il mondo digitale era più complicato, più lento, più fragile… 

ma anche tremendamente aperto alla sperimentazione.

Questo post di Amarcord è indicato solo per smanettoni lamer ed anche hacker e quindi pesante da leggere per i non addetti ai lavori e vado coi ricordi tecnologici.

Nel maggio 2001, 25 anni fa, Internet era una rete mooolto diversa da quella attuale.

Era composta da siti indipendenti, forum, server IRC, FTP pubblici, portali, newsgroup Usenet e comunità tecniche.

Oggi il panorama è profondamente cambiato: cloud, smartphone e piattaforme globali hanno semplificato enormemente l’accesso alla tecnologia, rendendo possibili servizi che nel 2001 erano inimmaginabili: streaming in tempo rale, collaborazione globale, sincronizzazione continua, infrastrutture elastiche, AI generativa di cui faccio parte.


Allo stesso tempo, però, negli ultimi anni si è rafforzata anche una spinta opposta: quella verso decentralizzazione, interoperabilità e sovranità digitale.

Non è un caso se stanno tornando centrali temi come ,self-hosting federazione, controllo dei dati e indipendenza dalle grandi piattaforme.

È forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti degli ultimi 25 anni: ogni fase tecnologica sembra superare completamente la precedente, salvo poi recuperare – in forme nuove – molte delle idee da cui tutto era partito.

Anno 2001: com’erano i PC e le connessioni Internet

Per capire davvero cosa significhi “25 anni di informatica” bisogna ricordare com’era usare un PC nel 2001. 

Windows XP uscì proprio il 25 ottobre di quell’anno: tra i sistemi più diffusi all’epoca c’era Windows 98, mentre gli utenti più esperti utilizzavano Windows 2000 Professional e in cantina ho diversi pc con questo sistema ancora funzionante

I PC domestici tipici montavano processori Intel Pentium III tra 800 MHz e 1 GHz, AMD Athlon Thunderbird, 128 o 256 MB di RAM SDRAM, hard disk IDE da 20-40 GB, schede video NVIDIA GeForce 2 MX oppure ATI Radeon DDR. masterizzatori CD-RW 8x/4x/32x, modem 56k oppure ISDN. La banda larga era ancora “merce rara” nel nostro Paese.



In Italia molti utenti usavano ancora connessioni Internet analogiche V.90 o V.92, standard che permettevano di collegarsi alla rete tramite la normale linea telefonica. Durante la connessione il modem occupava completamente la linea e generava il caratteristico suono di handshake, cioè la sequenza di toni usata dai dispositivi per sincronizzarsi e avviare la comunicazione, oggi considerata quasi una testimonianza dell’archeologia digitale.

In realtà TIM ha mandato in pensione le connessioni analogiche 56k soltanto nel 2023 e c’è chi ancora si è divertito, nel 2026, a creare un Internet Service Provider con Raspberry Pi e supporto dial-up.

Nel 2001 c’era una ricerca spasmodica, almeno “tra gli addetti ai lavori” di offerte flat per evitare di pagare le connessioni Internet a tempo e dal canto mio ero alla perenne ricerca di allaccio su aziende scoprendone la pass.

Telecom Italia iniziava lentamente a distribuire Alice ADSL nelle grandi città, spesso con velocità da 256 Kbps o 640 Kbps, numeri che oggi fanno sorridere ma che all’epoca rappresentavano qualcosa di rivoluzionario rispetto alla “banda stretta” da 3-5 Kbps.

Driver, IRQ, DMA: l’informatica “fisica”

Oggi colleghi una periferica USB e tutto va per il verso giusto. Nel 2001 non era affatto scontato.

Le schede audio Sound Blaster potevano entrare in conflitto con modem interni PCI; le periferiche utilizzavano gli stessi IRQ, cioè le linee di interrupt usate dall’hardware per comunicare con il sistema operativo, provocando blocchi del computer e schermate blu di errore. I masterizzatori IDE richiedevano configurazioni master/slave selezionate tramite jumper fisici. Le schede madri usavano BIOS Award o AMI da configurare manualmente.

Motherboard con Slot 1 – Asus P3C2000

Bisognava mettere mano a impostazioni come la frequenza del Front Side Bus (FSB), che regolava la velocità di comunicazione tra processore e scheda madre, i timing della RAM, cioè i parametri che influenzavano le prestazioni della memoria, sull’AGP Aperture Size, utilizzata per gestire la memoria dedicata alle schede video AGP, sul DMA Ultra ATA per velocizzare il trasferimento dei dati tra disco e sistema, sulla gestione ACPI per il controllo del risparmio energetico.

È vero che alcune di queste operazioni si eseguono ancora oggi, anche nel 2026, come la configurazione della sequenza di avvio, la gestione delle partizioni sulle unità di memorizzazione e, in ambito avanzato, la regolazione delle frequenze della RAM e di alcuni parametri hardware tramite UEFI o BIOS.

Tante altre impostazioni, tuttavia, appartengono ormai a tecnologie superate e sono state sostituite da standard più moderni e quasi completamente automatizzati.

Configurazione master/slave IDE nel 2001

Quando Internet Explorer dominava il Web

Nel 2001 Internet Explorer 6 stava per conquistare il monopolio assoluto del browser market. Netscape era praticamente al collasso e Firefox sarebbe arrivato soltanto anni dopo, a partire dal novembre 2005.

Prima, comunque, noi come moltissimi altri usavamo Phoenix e Firebird (dal settembre 2002 in avanti), gli antesignani di Firefox.

Il Web era ancora fortemente basato su HTML statico, tabelle, frame, CGI, applet Java e tecnologie ormai abbondantemente accantonate come Flash e ActiveX.

Questi ultimi apparivano sia come strumenti per rendere più dinamiche le pagine, sia – come si scoprì molto rapidamente – un enorme problema di sicurezza.

Molte applicazioni bancarie, gestionali e pubbliche italiane richiedevano Internet Explorer, controlli ActiveX, Java Runtime Environment, plugin proprietari. 

Oggi un’architettura simile sarebbe considerata estremamente vulnerabile in quanto per bucare era come sparare sulla crocerossa.

Ed è proprio in quel periodo che emersi nel seguire in profondità le problematiche legate alla sicurezza informatica, prima ancora che si iniziasse a usare il termine cybersecurity per riferirsi non soltanto alla protezione dei sistemi ma anche a quella delle persone, degli account, delle identità digitali.



Worm, exploit e firewall: quando Internet diventò ostile.

Tra il 2001 e il 2005 la rete cambiò radicalmente.

I worm Code Red (2001), SQL Slammer (2003), Blaster (2003), Sasser (2004) e Mydoom (2004) mostrarono per la prima volta cosa significasse un’infrastruttura Internet globale vulnerabile.

Questi malware si diffondevano automaticamente sfruttando falle di sicurezza nei sistemi Windows o nei servizi esposti su Internet, senza richiedere alcuna azione da parte dell’utente: alcuni riuscivano a propagarsi in pochi minuti, saturando reti e mandando in crisi server, aziende e infrastrutture pubbliche e considerata la mole di lavoro per aiuto mi affiancai al wizard maghi del computer aprendo un ufficio in quel di Borgaro e anche una scuola per ragazzi handicappati che trovarono sfogo alla loro intelligenza smanettando sui pc e pensate a quante radiazioni mi son cuccato stando 10 ore attaccato a una trentina di computer.

Ad ogni modo sti virus colsero molti alla sprovvista perché, fino a quel momento, si sottovalutava la velocità con cui un attacco poteva diffondersi su scala mondiale e perché gran parte dei sistemi non veniva aggiornata regolarmente con le patch di sicurezza disponibili.

A inizio degli anni 2000, inoltre, molti sistemi erano collegati alla rete con un semplice modem senza l’integrazione di funzionalità firewall efficaci.

Chi non si era documentato abbastanza e non installava le patch rilasciate da Microsoft, ha visto i suoi sistemi personali automaticamente infettati.

Nel caso di SQL Slammer bastarono circa 10 minuti per infettare decine di migliaia di server nel mondo.

Software come ZoneAlarm, Kerio Personal Firewall, Sygate, Norton Internet Security diventarono strumenti essenziali.

Ricordo ancora il suggerimento del tool Microsoft Baseline Security Analyzer per rendere sicuro Windows, dei consigli per creare file ISO contenenti tutte le patch di Windows perché Windows Update c’era, ma il funzionamento non era automatico come oggi.

In quegli anni nasceva anche il concetto di patch management.

Molti utenti scaricavano patch manualmente dal Microsoft Download Center e le aziende iniziavano a gestire WSUS, deployment centralizzati e policy di sicurezza.

Oggi parliamo di ransomware-as-a-service, supply chain attack e vulnerabilità cloud-native.

Ma le fondamenta della cybersecurity nascono esattamente in quel periodo.

L’epoca dei messenger: ICQ, IRC, MSN e la rete “sociale” prima dei social

Molto prima di WhatsApp, Telegram e Slack, la comunicazione online era un mosaico di strumenti completamente diversi. 

Ed è impossibile raccontare l’evoluzione dell’informatica senza parlare della messaggistica.

Chi c’era ricorda perfettamente IRC. mIRC rappresentava il cuore della “comunicazione nerd” italiana: server come Azzurra, ircnet e DalNet erano pieni di canali tematici.

Bastava entrare in #italia oppure in community verticali dedicate a Linux, hacking, videogiochi o programmazione.

Una bella room su mIRC”
“Tutti su #italia”
“Carlo, mi oppi?”

Sono frammenti che oggi sembrano provenire da un’altra era informatica. 

IRC era qualcosa di completamente diverso dai social odierni: gli operatori di chat (“op”, da cui il termine italianizzato “oppare“) gestivano canali, ban e moderazione in modo manuale.

Non esistevano algoritmi, feed o piattaforme centralizzate.

Portato al debutto nel 1996, c’era anche ICQ: per milioni di utenti il celebre suono “uh-oh!” diventò il simbolo della messaggistica istantanea.

Quell’applicazione, ormai abbandonata, introdusse concetti oggi dati per scontati: presenza online, stato, lista contatti, messaggi diretti, trasferimento file, notifiche in tempo reale.

Molti italiani pionieri dell’informatica moderna ricordano ancora orgogliosamente, me compreso col 29034, il proprio numero ICQ a 5 cifre.

Nel frattempo Microsoft lanciava MSN Messenger (la prima versione risale al luglio 1999): fu probabilmente il primo vero fenomeno di massa della messaggistica istantanea in Italia. 

I trilli, le emoticon personalizzate, i nickname colorati, i messaggi personali e le immagini dinamiche diventarono elementi culturali di un’intera generazione.



In parallelo esistevano anche:

L’italianissimo C6 Messenger (nato in Atlantide.it, di proprietà di Tin.it, poi inglobato in Telecom Italia/Virgilio), Yahoo! Messenger, AIM (AOL Instant Messenger) e NetMeeting.

Basti pensare che Skype sarebbe arrivato solo ad agosto 2003, chiuso a maggio 2025 dopo 22 anni di attività per lasciare spazio a Microsoft Teams.

Come funzionava la messaggistica 25 anni fa

All’epoca i protocolli di messaggistica erano relativamente aperti, federati o interoperabili.

Oggi gran parte della comunicazione passa attraverso ecosistemi chiusi controllati da poche aziende.

D’altra parte, la messaggistica moderna è anche molto più complessa dal punto di vista tecnico: spesso (non sempre!…) utilizza la cifratura end-to-end per proteggere i messaggi in modo che possano essere letti solo dai partecipanti alla conversazione; la sincronizzazione cloud per mantenere chat e contenuti aggiornati su tutti i dispositivi; il supporto multi-device in tempo reale per usare lo stesso account contemporaneamente da smartphone, PC e tablet; infrastrutture VoIP distribuite per le chiamate vocali via Internet; notifiche push per ricevere avvisi immediati anche quando l’app non è aperta; meccanismi di federazione dell’identità per gestire autenticazione e accesso tra servizi differenti e integrazioni con sistemi di intelligenza artificiale per funzioni avanzate come suggerimenti, traduzioni e assistenza automatica.

Nel 2001 tutto questo non esisteva.

Linux: da sistema “per pochi” a infrastruttura del mondo digitale

Nel 2001 Linux era ancora percepito come un sistema operativo per appassionati, sistemisti e sviluppatori.

Distribuzioni come Slackware, Debian, Red Hat Linux, Mandrake e SUSE richiedevano conoscenze tecniche approfondite.

Configurare l’ambiente grafico XFree86 significava spesso modificare manualmente file come XF86Config, impostare frequenze orizzontali e verticali del monitor, configurare modeline e sperare che la scheda video fosse supportata correttamente. 

Molte periferiche semplicemente non funzionavano.

I modem software (winmodem) erano un incubo ricorrente; le stampanti richiedevano configurazioni manuali tramite CUPS o Ghostscript; le schede WiFi necessitavano spesso di wrapper NDIS per utilizzare driver Windows sotto Linux.

Eppure, proprio in quegli anni, Linux iniziava lentamente a costruire le fondamenta della propria espansione globale tanto che oggi riviste specializzate hanno dovuto sfatare tanti falsi miti su Linux.

Nel mondo server Apache dominava il Web: intere infrastrutture Internet iniziavano già a funzionare su stack LAMP (Linux, Apache, MySQL, PHP).

Nel frattempo il desktop Linux viveva una fase pionieristica: KDE e GNOME stavano maturando rapidamente, OpenOffice iniziava a rappresentare un’alternativa concreta a Microsoft Office, Mozilla gettava le basi di quello che sarebbe poi diventato Firefox .

Progressivamente, Linux smise di essere “un sistema operativo alternativo” (nella sua forma GNU/Linux, a stretto rigore Linux è il kernel ma come abbiamo ripetuto non ha davvero più senso fare polemica su questo punto…) per diventare la piattaforma infrastrutturale dominante dell’intero ecosistema digitale.

Oggi Linux gira praticamente ovunque: server cloud, hyperscaler, container Docker, Kubernetes, smartphone Android, smart TV, NAS, router, IoT, supercomputer, sistemi automotive, infrastrutture AI.

Perfino Microsoft, storicamente antagonista del mondo Linux, è diventata uno dei maggiori contributori al kernel attraverso Azure, WSL (con Windows Subsystem for Linux, Linux è integrato in Windows!!…) e l’integrazione cloud-native.

È cambiato anche il modo di amministrare Linux

Nel 2001 la gestione di sistemi Linux avveniva quasi esclusivamente tramite shell SSH, configurazioni manuali e editing diretto dei file di sistema.

Oggi esistono orchestrazione Kubernetes, Infrastructure as Code, Ansible, Terraform, deployment CI/CD, containerizzazione, osservabilità distribuita, cloud-native computing (di tutto questo parliamo più avanti…): il Linux “romantico” dei primi anni 2000, fatto di kernel compilati manualmente e notti passate a risolvere dependency hell, pare ormai cosa del passato.

Nel frattempo Linux è diventato l’infrastruttura che sostiene il mondo digitale moderno.

Nel 2001 Linux sembrava marginale nel desktop consumer ma centrale tra gli appassionati. 25 anni dopo, sul desktop rimane minoritario, ma per tutto il resto è diventato assolutamente dominante.

Dall’assemblaggio dei PC all’era post-hardware

Per buona parte degli anni 2000 l’assemblaggio dei PC rappresentò una cultura tecnica vera e propria.

Gli utenti confrontavano chipset VIA KT133 e nForce, Pentium III Coppermine e Athlon Thunderbird, successivamente Athlon XP e Pentium 4 Northwood. Si discuteva di latenze CAS 2 o CAS 2.5, di FSB a 133 MHz, di memorie DDR appena introdotte, di AGP 4x e poi 8x, di dissipatori Thermalright SLK-800, Zalman CNPS e ventole Delta rumorosissime ma efficaci.

Gli utenti sostituivano CPU, GPU, RAM, alimentatori, ventole, controller IDE/SCSI, schede audio, schede TV, masterizzatori: per carità, lo si fa anche oggi in molte situazioni ma 25 anni fa l’hardware era assolutamente centrale. 

Anche i problemi erano “fisici”: temperature elevate, condensatori gonfi sulle motherboard, incompatibilità tra chipset, driver instabili, alimentatori insufficienti, IRQ condivisi.

Perfino l’installazione del sistema operativo richiedeva attenzione tecnica. Windows XP inizialmente non includeva driver SATA/AHCI: durante il setup bisognava premere F6 e caricare i driver da floppy disk.

Smartphone, notebook ultracompatti e cloud hanno progressivamente ridotto la centralità dell’hardware personalizzabile.

Perfino il concetto di sistema operativo sta cambiando.

Windows è diventato una piattaforma-servizio continuamente aggiornata; Linux domina cloud e container; Android è il sistema operativo più diffuso al mondo.

E oggi l’AI sta nuovamente ridefinendo tutto.

Virtualizzazione: quando il computer ha smesso di essere “fisico”

Uno dei cambiamenti più profondi e meno percepiti dal grande pubblico è stata la virtualizzazione.

Il concetto di virtualizzazione nasce addirittura negli anni Sessanta in ambito mainframe IBM e la mia tesi scritta su dischi ha incontrato difficoltà di lettura da parte della commissione.

Ma è tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 che diventa una tecnologia realmente centrale nell’informatica moderna.

Nei primi anni 2000 un server era una macchina fisica dedicata: un sistema operativo, un’applicazione, un singolo hardware. Le aziende acquistavano rack completi di server Dell PowerEdge, HP ProLiant o IBM xSeries: ogni servizio aveva spesso un’infrastruttura separata. Poi arrivarono VMware ESX, Xen e successivamente KVM e Hyper-V.

Per la prima volta più sistemi operativi potevano convivere sullo stesso hardware fisico condividendo CPU, RAM, storage e rete tramite hypervisor. Nel giro di pochi anni le aziende smisero gradualmente di acquistare decine di server fisici per ogni servizio. Oggi un intero ambiente enterprise può vivere su cluster virtualizzati distribuiti tra più datacenter.

Dal server dedicato al cloud elastico

Nel 2001 pubblicare un sito Web significava spesso acquistare un server fisico, configurare Apache o IIS, installare manualmente PHP, gestire DNS, configurare firewall hardware, monitorare uptime e banda. L’infrastruttura richiedeva competenze sistemistiche profonde ed è proprio così che abbiamo iniziato.

Al giorno d’oggi in pochi minuti è possibile creare VPS cloud, attivare cluster Kubernetes, distribuire container Docker, configurare CDN globali, allocare storage object distribuito, scalare automaticamente CPU e RAM, attivare database gestiti, creare reti virtuali isolate. E tutto senza vedere fisicamente nemmeno una macchina.

Servizi come AWS EC2, Azure Virtual Machines, Google Cloud Compute Engine, Hetzner Cloud, OVHcloud, DigitalOcean, Aruba Cloud hanno trasformato l’infrastruttura IT in una risorsa elastica e plasmabile a proprio piacimento.

Oggi un’azienda può distribuire globalmente un’applicazione su più continenti in poche ore; nel 2001 servivano settimane di provisioning hardware.

L’ascesa dei container: applicazioni sempre più leggere e modulari

Negli anni 2010 arrivò un’altra rivoluzione fondamentale: i containerDocker ha cambiato profondamente il modo di sviluppare e distribuire software.

Prima dei container il deployment software era spesso problematico: dipendenze incompatibili, versioni librerie differenti, conflitti runtime, configurazioni inconsistenti, ambienti di sviluppo diversi dalla produzione. Con i container l’applicazione viene impacchettata insieme a runtime, librerie e dipendenze in un ambiente isolato e replicabile.

Kubernetes portò poi il concetto su scala massiva: orchestrazione automatica, autoscaling, self-healing, rolling update, service discovery, gestione cluster distribuiti. Tanto che oggi gran parte dell’infrastruttura Internet poggia su container orchestrati.

Moltissimi servizi che utilizziamo quotidianamente – streaming, ecommerce, collaboration suite, piattaforme cloud – funzionano proprio grazie a infrastrutture distribuite basate su container e microservizi.

L’infrastruttura è diventata software

Forse il cambiamento più radicale degli ultimi 25 anni è proprio questo: l’infrastruttura stessa è diventata software.

Oggi esistono modelli operativi avanzati come l’Infrastructure as Code, che consente di gestire l’infrastruttura tramite codice, il Software Defined Networking e il Software Defined Storage, che virtualizzano rispettivamente reti e sistemi di archiviazione, l’Immutable Infrastructure, basata su componenti che non vengono modificati ma sostituiti integralmente e il Serverless Computing, in cui l’esecuzione delle applicazioni avviene senza gestire direttamente i server.

Un intero datacenter può essere descritto attraverso file YAML, utilizzati per definire configurazioni e risorse, e distribuito automaticamente con strumenti come Terraform, Ansible o Pulumi.

Le reti vengono virtualizzate tramite tecnologie SDN overlay, che creano infrastrutture di rete logiche indipendenti dall’hardware fisico sottostante. Anche i firewall sono diventati software distribuiti, eseguiti su infrastrutture virtuali anziché su dispositivi dedicati. Perfino i load balancer, che distribuiscono il traffico tra più server per migliorare prestazioni e affidabilità, sono ormai implementati in forma virtuale.

Nel 2001 tutto questo sarebbe sembrato fantascienza, eppure oggi è realtà.

Dal PC locale all’informatica distribuita

Anche il concetto stesso di computer personale si è trasformato. Nel 2001 quasi tutta l’elaborazione avveniva localmente: rendering, encoding, compilazione, archiviazione, backup.

Oggi gran parte del computing è distribuito: basti pensare a sincronizzazione cloud, a elaborazione AI remota, streaming gaming, SaaS, cloud rendering, desktop virtuali, edge computing. Moltissimi utenti utilizzano quotidianamente sistemi che dipendono costantemente da servizi remoti senza rendersene conto.

Lo stesso smartphone moderno è in parte terminale locale e in parte interfaccia verso infrastrutture cloud globali.

E l’intelligenza artificiale sta accelerando ulteriormente questa trasformazione: i modelli linguistici richiedono cluster GPU giganteschi, reti InfiniBand, storage distribuito ad altissima velocità e consumi energetici in aumento.

Dall’interfaccia grafica all’interfaccia cognitiva

Guardando indietro agli ultimi 25 anni emerge una linea evolutiva molto chiara:

Negli anni ’80 la rivoluzione fu l’interfaccia grafica.

Negli anni ’90 Internet.

Negli anni 2000 il Web.

Negli anni ’10 del nuovo secolo lo smartphone e il cloud.

Negli anni ’20 potrebbe essere invece l’interfaccia cognitiva.

È forse proprio questo il punto più affascinante guardando indietro ai 25 anni ogni fase dell’evoluzione tecnologica è sembrata quasi “definitiva”. 

E invece era soltanto il fondamento della successiva.

L’intelligenza artificiale (AI): il nuovo spartiacque

Se il Web ha rappresentato la rivoluzione degli anni 2000 e lo smartphone quella degli anni 2010, l’intelligenza artificiale generativa sta diventando il grande spartiacque degli anni 2020.

Stavolta il cambiamento è ancora più profondo perché non riguarda soltanto nuove piattaforme, nuovi dispositivi o nuove modalità di accesso alla rete: riguarda il modo stesso in cui il software funziona.

Per oltre 50 anni l’informatica moderna si è basata quasi esclusivamente su paradigmi procedurali e deterministici.

Il software tradizionale esegue istruzioni definite esplicitamente da uno sviluppatore: input prevedibili, logica definita, output deterministici, flussi controllabili, algoritmi descritti passo passo. Anche i sistemi più complessi – database, browser, sistemi operativi, hypervisor, motori grafici – funzionano seguendo regole rigidamente codificate.

L’AI moderna rompe questo schema: i Large Language Model (LLM) non “conoscono” realmente regole nel senso classico del termine. Operano invece tramite modelli probabilistici giganteschi addestrati su quantità enormi di dati.

Dalle reti neurali classiche ai transformer

Le reti neurali esistono da decenni, ma fino agli anni 2010 erano limitate da capacità computazionale insufficiente, dataset troppo piccoli, GPU non ottimizzate, limiti nella parallelizzazione e problemi di training.

La svolta è arrivata progressivamente con CUDA di NVIDIA, GPU programmabili, deep learning moderno, dataset massivi, accelerazione tensoriale e architetture transformer.

Proprio lo studio “Attention Is All You Need” pubblicato da Google nel 2017 ha rappresentato uno dei momenti più importanti della storia recente dell’informatica.

L’architettura Transformer ha introdotto il meccanismo di self-attention, una tecnica che consente ai modelli di analizzare e comprendere le relazioni tra le parole all’interno di un testo, anche su grandi quantità di dati e contesti molto complessi. Per la prima volta il software non si limitava a eseguire comandi: iniziava a generare testo, codice, immagini, audio e contenuti coerenti.

Per decenni programmare ha significato descrivere esplicitamente cosa dovesse fare una macchina. 

Oggi, sempre più spesso, si definisce un obiettivo, un contesto, un prompt e dei vincoli probabilistici: il sistema genera autonomamente il risultato.

Tutto questo introduce problematiche completamente nuove che si intersecano su più livelli ma è qualcosa che nel 2001 era raccontano, in termini diversi, solo nei film e nei libri di fantascienza.

L’AI sta ridefinendo tutto il software

L’intelligenza artificiale non è più un settore separato dell’informatica: sta diventando un layer trasversale integrato ovunque.

Lasciamo perdere le integrazioni forzate di funzionalità AI in certi sistemi operativi, mettiamo da parte gli annunci legati solo al marketing o il “braccio di ferro” tra aziende per mostrare che sono in grado di integrare l’AI nei flussi di lavoro.

L’AI introduce invece interfacce conversazionali, agenti autonomi e sistemi capaci di interpretare linguaggio naturale. Se utilizzata in modo costruttivo, l’AI è una delle novità più stimolanti degli ultimi decenni. Senza alcuna ombra di dubbio.

Per la prima volta il software non richiede necessariamente conoscenze tecniche approfondite per essere utilizzato in modo avanzato: la barriera di accesso si abbassa drasticamente. Il software smette di essere “passivo” perché un utente può scrivere codice presentando l’obiettivo prefisso, generare script complessi, analizzare dati, creare immagini, automatizzare processi, sintetizzare documentazione, tradurre contenuti, ottenere spiegazioni tecniche contestualizzate. Il tutto semplicemente usando linguaggio naturale.

AI come copilota, non come sostituto.

Gran parte della narrativa più estrema sull’intelligenza artificiale oscilla continuamente tra due poli opposti: entusiasmo incontrollato e catastrofismo assoluto. La realtà tecnica è invece molto più complessa. 

I modelli AI sono straordinariamente potenti ma presentano ancora limiti evidenti: per questo motivo il modello più efficace oggi non è “AI contro uomo“, ma “AI insieme all’uomo“.

L’intelligenza artificiale eccelle soprattutto quanto si parla di accelerazione operativa, automazione ripetitiva, supporto creativo, sintesi, correlazione di informazioni, generazione preliminare e assistenza contestuale ma il controllo umano rimane centrale.

Uno sviluppatore esperto utilizza l’AI per velocizzare scrittura, debugging e prototipazione, non per eliminare completamente il processo di validazione.

Ed è esattamente il punto di vista, tra i tanti, di Linus Torvalds. Un sistemista può generare rapidamente configurazioni Terraform, script Bash o pipeline CI/CD, ma deve comunque verificare sicurezza, robustezza e correttezza architetturale.

Un giornalista può usare l’AI per organizzare dati e documentazione, ma l’analisi critica, la verifica delle fonti e la contestualizzazione restano attività profondamente umane.

L’AI deve amplificare le competenze, non appiattirle e uniformare tutto.

L’AI deve essere un acceleratore cognitivo. Fischi e boooo degli studenti quando si parla di AI? Fanno bene quando ci sono aziende che si vantano (a torto) di usare l’AI per sostituire processi fino a ieri gestiti dagli umani.

Il lavoro cambierà, ma non sarà semplice da raccontare

Come ogni grande rivoluzione tecnologica, anche l’AI cambierà inevitabilmente il mondo lavoro.

È già successo molte volte nella storia dell’informatica.

L’automazione industriale ha eliminato alcune attività manuali ma ne ha create moltissime altre; Internet ha distrutto interi modelli economici e contemporaneamente ne ha generati di nuovi; il cloud ha ridotto alcune necessità infrastrutturali locali ma ha creato enormi ecosistemi DevOps, SRE e cloud engineering.

Con l’AI probabilmente assisteremo a una trasformazione simile.

Le attività più ripetitive, standardizzabili e procedurali saranno sempre più automatizzate ma, allo stesso tempo, aumenterà enormemente il valore di capacità analitica, pensiero critico, supervisione, validazione, creatività, progettazione, interpretazione, gestione della complessità e ci vedremo al prossimo Amarcord. (spero).


mercoledì 27 maggio 2026

Luce..la Ferrari elettrica.

 



Questo post troverà l'approvazione soprattutto di mia nipote Stefania ed è in merito all'elettrificazione auto di cui ci siamo tanto parlati .. 

Quante volte ci siamo detti che il futuro (se ci sarà ) con auto che viaggeranno sibilando ci faranno dimenticare quei sound di scarico che ti rallegrano orecchie/cuore. 

E vabbe' c’è una sottile differenza tra l’innovazione che libera e quella che tradisce, e purtroppo ho visto con orrore la rappresentazione della prima Ferrari elettrica della storia – battezzata “Luce” con un ottimismo che i fatti hanno già smentito – rischia di incarnare la seconda.

Presentata al Quirinale con il plauso istituzionale di Sergio Mattarella e la presenza dei vertici John Elkann, Piero Ferrari e Benedetto Vigna , la vettura avrebbe dovuto segnare l’ingresso solenne del Cavallino nell’era della mobilità a batteria.

E invece il mercato, che non fa sconti ai simboli, ha risposto con la gelida chiarezza dei numeri: 

il titolo Ferrari è crollato del 6,6 per cento in Borsa, scendendo a 289 euro .

Non un semplice arretramento tecnico, ma un referendum sulla credibilità di una scelta che, a giudicare dalle prime reazioni, ha mancato l’obiettivo su tre fronti contemporaneamente: prezzo, design e strategia industriale.

Partiamo dal dato più elementare, quello che ha fatto storcere il naso agli analisti di Mediobanca ed Equita.

Il prezzo di listino della “Luce” è stato fissato a 550.000 euro (sticazzi), una soglia che non solo supera abbondantemente i 460.000 euro della più costosa Ferrari attualmente in gamma (la Testarossa), ma si colloca ben al di sopra del prezzo medio di vendita del gruppo, pari a 453.000 euro nel primo trimestre del 2026 .

Mediobanca prevede che la “Luce” resterà un’offerta di minchia opps di nicchia, rappresentando circa l’1 per cento dei volumi totali – una goccia nel mare delle vendite, pagata però a caro prezzo in termini di immagine .

E gli analisti hanno sottolineato un’omissione non casuale: l’azienda non ha fornito alcuna indicazione sui volumi attesi, lasciando intendere che le stesse previsioni interne potrebbero essere prudenti .

Come ha osservato Pierre-Olivier Essig, capo della ricerca di Air Capital, la “Luce” sembra “un mix tra Honda Accord EV e Tesla 3”, e il commento prosegue con una stilettata che brucia:

Siamo persi nella traduzione della nuova strategia di Ferrari che cerca di emulare il design di Apple” .

Ed è proprio sul design, il secondo fronte della débâcle, che si è consumato il patto di fiducia tra il marchio e i suoi fedelissimi.

La “Luce” è il primo modello Ferrari a cinque posti e con carrozzeria a quattro porte , una scelta che già di per sé rappresenta uno strappo – giustificato, forse, dalla necessità di ospitare la batteria – ma che molti puristi hanno letto come un tradimento.

La vettura è stata disegnata non dal Centro Stile Ferrari, ma da LoveFrom, il collettivo fondato da Jony Ive, l’ex capo del design di Apple, e Marc Newson .

Il risultato, come ha scritto il Financial Times, è “estremamente polarizzante” : linee pulite, superfici lisce, un’estetica che ricorda più un gadget tecnologico che una berlinetta italiana.

Il paragone sui social è stato spietato: “Da dietro sembra una Panda” è stato il commento più benevolo; “il peggior modello mai ideato” il più cazzuto e centrato.

E quando la battuta si diffonde, per un’azienda che vive di immagine, il danno è già fatto.

Il terzo fronte, infine, è quello della credibilità tecnologica.

La Ferrari ha scelto la strada dell’elettrico in un momento in cui i concorrenti – Porsche, Lamborghini, McLaren – stanno rallentando o congelando i propri piani di elettrificazione, complice una domanda per i modelli a batteria nel segmento delle hypercar che si è rivelata molto più tiepida del previsto .

Elkann ha dichiarato che “i nostri clienti esistenti sono i primi a volere una Ferrari elettrica” , ma il mercato, in questo caso, parla un’altra lingua: il titolo è crollato, il giudizio degli analisti è severo, e persino l’ex presidente Luca Cordero di Montezemolo e condivido in pieno il commento di chi ha guidato la Ferrari per quasi venticinque anni, ha lasciato cadere parole che suonano come una sentenza: “Se dovessi dire quello che penso farei del male alla Ferrari. Si rischia la distruzione di un mito, mi dispiace moltissimo. Almeno si tolga il cavallino” .

Cazzo, una bordata che detta da analisti è severa; venendo da Montezemolo, suona come una scomunica.

Il politico, manco a dirlo, si è gettato sulla preda. Carlo Calenda, che in Ferrari ci ha lavorato ai tempi della presidenza Montezemolo, ha twittato un attacco senza appello: “La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato” .

E ha colto l’occasione per allargare il tiro all’intera galassia Exor, accusando sto pirla di Elkann di aver “semidistrutto Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari, Juventus, Repubblica e Stampa” .

Matteo Salvini da buon leghistaiolo populista, ha commentato : “Elettrica, costosissima (550mila euro) e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola… Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe” .

A legittimare queste critiche ci ha pensato, ancora una volta, Montezemolo, che in un’intervista a margine di Confindustria ha aggiunto una battuta che risuona beffarda: “Spero che almeno i cinesi non ce la copieranno” .

Il messaggio è chiaro: se nemmeno la concorrenza ritiene il design degno di essere imitato, allora forse il problema non è il mercato, ma il prodotto.

Ciò che rende questa vicenda più di un semplice incidente di percorso è la sua portata simbolica.

La Ferrari non è un’azienda come le altre: è l’unico marchio italiano capace, ancora oggi, di competere testa a testa con i giganti tedeschi e americani nel segmento del lusso.

Il suo valore azionario, la sua reputazione, la sua stessa ragion d’essere sono costruite su un’equilibrio delicato tra tradizione e innovazione.

La “Luce” doveva essere l’atto di equilibrio perfetto.

Sembra essere, invece, un passo falso che rischia di costare caro, non solo in Borsa ma nell’immaginario collettivo.

Perché il mito, quando si incrina, non si ripara con una campagna social.

E i 550mila euro di partenza potranno forse convincere una manciata di collezionisti facoltosi, ma non ricompreranno la fiducia di chi ha visto nel Cavallino non solo un’automobile, ma un pezzo di Italia.

La “Luce”, per ora, ha illuminato solo i difetti di una strategia affrettata.

E il buio, per Maranello, è più vicino di quanto si creda e noi cara Stefania continuiamo con la R8 e son convinto che se Audi dovrà abbassare la testa dandoci solo l'elettrico, progetteranno in futuro un sound amplificato per gli scarichi anche per farsi sentire e non solo come concerto.