Mi godo le ultime due settimane di mare e poi al ritorno non devo fare come lo struzzo e mettere la capa sotto la sabbia e dovrò necessariamente dedicarmi al vile denaro in quanto penso che la bolla creata da sto parrucchino pannolinato ho l'impressione che stia per esplodere.
Sto cazzo di petrolio, il debito e l'intelligenza artificiale mettono i mercati davanti alla prova più difficile.
Per capire cosa sta succedendo sui mercati bisogna smettere, almeno per un momento, di guardare soltanto alle Borse.
Il segnale più inquietante in questo momento arriva da un'altra parte.
Dai titoli di Stato.
Il mercato obbligazionario globale sta attraversando una fase di forte vendita e i rendimenti stanno raggiungendo livelli che non si vedevano da molti anni.
Il 2 settembre il rendimento del Treasury americano decennale è arrivato intorno al 4,8%, ai massimi dal gennaio 2025, mentre i rendimenti sono saliti contemporaneamente in Giappone, Germania e Regno Unito.
In diversi casi si tratta di livelli vicini ai massimi pluridecennali.
Questo significa una cosa molto semplice.
Il denaro sta diventando più costoso.
E come dice il mio amico AI, “quando il denaro diventa più costoso, prima o poi qualcuno presenta il conto”.
Lo presenta il governo che deve rifinanziare il proprio debito.
Lo presenta l'impresa che deve emettere obbligazioni.
Lo presenta il cittadino che chiede un mutuo.
Lo presenta Nicola che ha aumentato il costo ombrellone.
Lo presenta l'investitore che deve decidere se tenere un'azione tecnologica valutata decine di volte gli utili oppure acquistare un titolo di Stato che improvvisamente offre un rendimento molto più interessante.
È questo il vero terremoto che sta attraversando i mercati.
E il petrolio sta facendo da detonatore.
La nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha riportato il greggio sopra i 90 dollari al barile, alimentando immediatamente i timori di una nuova ondata inflazionistica.
Per gli investitori il problema non è soltanto quanto costi oggi il petrolio, ma quanto potrebbe costare se la crisi energetica dovesse protrarsi.
Il meccanismo è micidiale.
Petrolio più caro significa costi di trasporto più elevati.
Costi di trasporto più elevati significano prezzi più alti.
Prezzi più alti significano maggiore inflazione.
E maggiore inflazione significa che le banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo oppure, nel caso di una nuova accelerazione, persino a considerare ulteriori aumenti.
È esattamente ciò che il mercato sta iniziando a prezzare.
Negli Stati Uniti le aspettative sui tassi della Federal Reserve si sono spostate verso una politica più restrittiva, mentre i rendimenti obbligazionari sono saliti insieme alle aspettative d'inflazione.
E qui arriviamo al primo grande problema.
Il mondo si era abituato per anni a un'idea quasi innaturale: il denaro costa poco.
Tassi bassissimi.
Debito conveniente.
Liquidità abbondante.
Valutazioni elevate.
Investimenti rischiosi premiati.
Ora quella stagione potrebbe essere finita.
Non significa che torneremo automaticamente al 2008.
Significa che il sistema finanziario deve imparare a funzionare in un ambiente completamente diverso.
Un ambiente nel quale il capitale ha finalmente un prezzo.
E questo cambia tutto.
Per un governo indebitato significa pagare più interessi.
Per un'azienda significa finanziarsi a costi maggiori.
Per una famiglia significa mutui e prestiti più cari.
Per la Borsa significa che il valore attuale dei profitti futuri diminuisce quando aumenta il tasso utilizzato per attualizzarli.
Ed è qui che entra in scena la seconda grande bomba potenziale: l'intelligenza artificiale.
Per anni il mercato ha premiato le società che costruiscono l'infrastruttura della nuova economia dell'AI.
Chip.
Data center.
Server.
Cloud.
Reti.
Energia.
Software.
I capitali sono affluiti in quantità enormi.
Ma questa corsa ha anche prodotto una domanda fondamentale:
quanto delle valutazioni attuali è sostenuto da profitti reali e quanto dalle aspettative sui profitti futuri?
È una domanda che non può più essere liquidata come semplice pessimismo.
Reuters ha evidenziato che il boom dei data center e delle infrastrutture necessarie all'intelligenza artificiale sta facendo crescere anche il ricorso al debito da parte delle grandi aziende tecnologiche. Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle hanno raccolto complessivamente circa 220 miliardi di dollari sul mercato obbligazionario nel 2026, contribuendo a portare l'emissione globale di corporate bond a livelli record.
Questo non significa che l'AI sia una truffa anche se ho visto nel web delle finte dichiarazioni inerenti all'ex presentatore di Report.
E non significa che la tecnologia sia una bolla destinata necessariamente a scoppiare.
Significa una cosa molto più interessante: la rivoluzione dell'intelligenza artificiale sta diventando sempre più dipendente dal capitale.
E quando il capitale costa di più, anche la più grande rivoluzione tecnologica della storia recente deve fare i conti con l'aritmetica.
Se una società investe centinaia di miliardi nella costruzione di data center, deve prima o poi dimostrare che quei data center produrranno ricavi e profitti sufficienti a giustificare l'investimento.
Finché il denaro è economico, il mercato può concedere molto tempo.
Quando i rendimenti obbligazionari salgono, la pazienza diminuisce.
E qui si crea un possibile cortocircuito.
Le aziende tecnologiche hanno bisogno di capitali per finanziare la corsa all'AI.
Ma l'aumento dei rendimenti rende quei capitali più costosi.
I rendimenti più elevati rendono contemporaneamente più attraenti le obbligazioni rispetto alle azioni.
E quindi una parte del denaro potrebbe iniziare a spostarsi.
Non serve che tutti vendano contemporaneamente.
Basta che gli investitori comincino a chiedersi se valga ancora la pena assumersi enormi rischi azionari quando un Treasury offre quasi il 5%.
Questo è uno dei motivi per cui il movimento dei titoli di Stato è molto più importante di una semplice giornata negativa a Wall Street.
Il terzo problema è ancora più grande.
Il debito pubblico.
Gli Stati Uniti hanno ormai superato i 40.000 miliardi di dollari di debito federale e il mercato sta diventando sempre più sensibile alla sostenibilità dei conti pubblici.
Reuters indica proprio il debito americano, insieme all'inflazione e ai tassi, tra i fattori alla base dell'attuale pressione sui rendimenti.
Il meccanismo è perverso.
Più debito significa maggiore necessità di emettere titoli.
Più titoli devono essere assorbiti dal mercato.
Se gli investitori chiedono rendimenti più elevati per comprarli, il costo del servizio del debito aumenta.
E se aumenta il costo del servizio del debito, lo Stato deve trovare ancora più risorse.
È una spirale che non produce necessariamente una crisi immediata.
Ma restringe progressivamente lo spazio di manovra dei governi.
E non riguarda soltanto Washington.
Giappone, Regno Unito, Germania e altre economie stanno affrontando contemporaneamente pressioni sui rendimenti e sulle finanze pubbliche. Il sell-off obbligazionario di questi giorni è infatti globale.
È questo il dettaglio che dovrebbe preoccupare.
Non c'è un singolo Paese in difficoltà.
C'è una rivalutazione globale del prezzo del denaro.
E quando il prezzo del denaro cambia contemporaneamente in tutto il mondo, gli effetti possono propagarsi molto rapidamente.
Ma siamo davvero davanti a un nuovo 2008?
No.
Almeno non ancora.
Ed è importante dirlo.
Il 2008 fu una crisi finanziaria caratterizzata da un gigantesco problema di credito, dal collasso del mercato immobiliare americano, da perdite enormi nei bilanci bancari, dalla crisi dei mutui subprime e infine dal fallimento di Lehman Brothers.
Oggi il problema è diverso e parrucchino pannolinato ha messo il carico da 11 sto pirla.
Il mercato sta affrontando soprattutto un possibile passaggio verso un regime di inflazione più persistente, tassi più elevati, debito pubblico crescente e valutazioni azionarie molto ambiziose.
Un analista citato da Reuters ha definito il movimento dei rendimenti una normalizzazione verso un nuovo regime di inflazione, tassi neutrali più elevati e maggiore premio per il rischio, piuttosto che una crisi finanziaria vera e propria.
Ed è probabilmente la distinzione più importante.
Una crisi non nasce semplicemente perché i rendimenti salgono.
Nasce quando qualcosa si rompe.
Una banca.
Un grande fondo.
Un mercato del credito.
Una catena di finanziamento.
Un intermediario troppo indebitato.
Un prodotto finanziario costruito su ipotesi che improvvisamente si rivelano sbagliate.
Per ora quel punto di rottura non è evidente.
Ma i mercati stanno diventando più vulnerabili.
Perché quando il costo del capitale sale, le debolezze che durante gli anni del denaro facile potevano essere nascoste diventano improvvisamente visibili.
Una società indebitata diventa più fragile.
Un governo con deficit enorme diventa più vulnerabile.
Un'azienda tecnologica che deve finanziare investimenti giganteschi deve dimostrare più rapidamente che quegli investimenti produrranno ritorni.
Un fondo che utilizza leva finanziaria può essere costretto a ridurre le posizioni.
E quando qualcuno deve vendere non perché vuole vendere, ma perché deve vendere, la situazione può cambiare rapidamente.
È così che possono nascere le crisi.
Non dal primo movimento.
Dal secondo.
E dal terzo.
Per questo bisogna osservare contemporaneamente petrolio, rendimenti, credito, spread, utili societari e liquidità.
Il petrolio ci dice quanto è forte lo shock energetico.
I rendimenti ci dicono quanto costa il capitale.
Gli spread sul credito ci dicono quanto gli investitori stanno chiedendo per assumersi il rischio.
Gli utili ci dicono se le aziende stanno realmente producendo il denaro necessario a giustificare le loro valutazioni.
La liquidità ci dice quanto spazio rimane prima che il sistema inizi a diventare veramente nervoso.
Se questi indicatori dovessero deteriorarsi tutti insieme, allora la parola “crisi” smetterebbe di essere un titolo sensazionalistico.
Diventerebbe una possibilità concreta.
Per ora siamo davanti a qualcosa di diverso.
Un enorme avvertimento.
Il mondo sta uscendo definitivamente dall'epoca nella quale bastava abbassare i tassi e immettere liquidità per sostenere quasi qualsiasi valutazione.
Adesso bisogna pagare il capitale.
Bisogna pagare il debito.
Bisogna pagare l'energia.
Bisogna dimostrare che l'AI produce profitti.
E bisogna convincere gli investitori che i governi sono ancora in grado di gestire i propri bilanci.
È una combinazione tutt'altro che tranquilla.
La vera domanda, quindi, non è: “La Borsa crollerà domani?”
Nessuno può saperlo.
La domanda seria è un'altra: quanto può salire il costo del denaro prima che qualcosa cominci a rompersi?
Perché finché i mercati continuano a funzionare, i rendimenti possono anche essere semplicemente il prezzo di una nuova normalità.
Ma se contemporaneamente il petrolio rimane alto, l'inflazione torna a salire, i governi continuano a indebitarsi, le aziende aumentano il ricorso al debito per finanziare la corsa all'AI e gli investitori cominciano a perdere fiducia nella capacità delle banche centrali e dei governi di controllare il sistema...
allora il problema non sarà più soltanto quanto rende un'obbligazione.
Sarà chi sarà il primo a non riuscire più a pagare il conto.
E quella è la domanda che i mercati, oggi, stanno iniziando a porsi e dopo tutti questi ragionamenti mi conviene fare la politica dello struzzo per la serie occhio non vede e cuore non duole e mi godo ste ultime due settimane e vfc.










