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mercoledì 16 settembre 2026

Guerra a Mosca-

Parlo da informatico e dal mio punto di vista la cosa più inquietante della guerra russa in Europa non è necessariamente il grande agente segreto con il passaporto falso, il microfilm nella scarpa e la valigetta diplomatica.

È molto più miserabile e terra terra.

E proprio per questo, molto più difficile da neutralizzare: un esercito di disperati, curiosi, estremisti, criminali occasionali e semplici informatici lamer idioti disposti a fare il lavoro sporco per qualche centinaio di euro.

Quindi danni di milioni di euro provocati da sbarbati con un minimo di conoscenze tastieristiche.. insomma una sottospecie di lamer che molti confondono chiamandoli hackers.

Ed ora veniamo al dunque di come il bassetto russo cerca di castigare noi Europei con una manciata di copekini.

Tre reporter de la Repubblica si sono infiltrati nella rete degli agenti “low cost” utilizzata per operazioni attribuite agli apparati russi.

Il reclutamento, secondo l'inchiesta, passa anche attraverso canali filorussi su Telegram ed io li ho trovati anche su Linkedin, dove compaiono messaggi di una semplicità disarmante: “Abbiamo bisogno di volontari in Germania, Francia e Italia. Paghiamo”. Nessun curriculum, nessuna sofisticata selezione: disponibilità, anonimato e una criptovaluta come salario.

Il prezzo? In alcuni casi appena 150 euro in Bitcoin per un incarico portato a termine.

Centocinquanta euro...sticazzi, occorre esser morti di fame per accettare.. ma ci sono anche questi e vfc.

Cmq questa è la cifra con cui una potenza nucleare può comprare, nell'Europa occidentale, occhi, mani e qualche cervello disponibile.

E qui sta il punto che dovrebbe far riflettere molto più delle caricature cinematografiche dello spionaggio: Mosca non ha bisogno di trasformare ogni infiltrato in James Bond.

Le basta trovare qualcuno disposto a fotografare un obiettivo, raccogliere informazioni, seguire una persona, osservare una struttura, produrre materiale propagandistico o compiere una piccola azione di disturbo.

Il modello è quello della guerra asimmetrica: costi ridicoli, negabilità plausibile, intermediari, ordini frammentati e nessuna necessità di conoscere l'intera operazione.

Il mandante rimane lontano.

L'esecutore spesso non sa nemmeno chi lo sta utilizzando.

E quando qualcosa va storto, il Cremlino può semplicemente dire: non sappiamo chi siano questi criminali.

È esattamente il genere di problema che l'Europa ha imparato troppo lentamente a prendere sul serio.

In Germania, nel frattempo, l'attenzione degli investigatori è concentrata anche sul tentato attacco con un drone carico di esplosivo all'aeroporto di Lipsia/Halle.

Le autorità tedesche hanno indicato il coinvolgimento di persone che avrebbero agito per conto di apparati statali russi; le indagini hanno identificato diversi sospetti, tra cui un cittadino bielorusso e un uomo con legami russi, mentre gli investigatori hanno trovato tracce biologiche sulla tecnologia impiegata e altri elementi che hanno contribuito a ricostruire la rete.

Mosca ha naturalmente respinto le accuse definendole una provocazione.

Ma il dettaglio più interessante non è nemmeno il drone.

È il rapporto tra il costo dell'operazione e il danno potenziale.

Un piccolo velivolo, un ordigno, qualche complice e una pista aeroportuale possono produrre un incidente dalle conseguenze enormi.

E se l'operazione fallisce, il costo per chi l'ha organizzata può rimanere ridicolo rispetto a quello sostenuto dal Paese costretto a sorvegliare aeroporti, basi militari, infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, porti e impianti industriali.

È la versione geopolitica della zanzara contro l'elefante.

L'elefante possiede radar, intelligence, eserciti, satelliti, polizie e miliardi di euro di bilancio.

La zanzara deve soltanto trovare un punto scoperto.

E Mosca, da anni, sta cercando proprio quei punti.

Non significa che ogni incendio, ogni drone o ogni sabotaggio avvenuto in Europa sia opera russa.

Sarebbe una cazzata trasformare ogni anomalia in una cospirazione del Cremlino.

Proprio le autorità tedesche, infatti, hanno dovuto distinguere attentamente i casi attribuibili alla Russia da episodi di altra natura. Ma nel caso di Lipsia gli elementi investigativi hanno portato Berlino a parlare esplicitamente di un'operazione ibrida russa.

E qui arriva la parte politicamente scomoda.

Per anni una certa Europa ha ragionato sulla Russia come se il pericolo potesse essere misurato soltanto contando i carri armati. Se non vedi colonne corazzate attraversare il confine, allora non c'è una minaccia militare.

Se non atterrano paracadutisti, tutto bene.

Se Putin non dichiara formalmente guerra alla Germania, possiamo tornare a farci i cazzi nostri.

È una concezione ottocentesca della sicurezza applicata al XXI secolo.

La guerra ibrida funziona precisamente perché non assomiglia alla guerra tradizionale.

Può essere un sabotaggio, un attacco informatico, una campagna di disinformazione, un drone, un'incursione, un tentativo di reclutamento, un'operazione contro una comunità di dissidenti o una campagna coordinata sui social.

E può costare meno di una cena per quattro persone dal Palucci o alla Frasca.

L'inchiesta dei reporter mostra infatti un altro elemento decisivo: gli obiettivi non sarebbero soltanto militari.

Tra gli incarichi proposti compaiono anche attività di raccolta informazioni sulla CDU, su una ONG impegnata nella protezione dei dissidenti russi e sulla filiera militare tedesca, oltre alla produzione di contenuti social favorevoli a Mosca.

Questa è la parte che dovrebbe interessare soprattutto chi continua a pensare alla propaganda come a un vecchio manifesto sovietico appeso sul muro.

Oggi basta uno smartphone.

Un ragazzo coglione può ricevere un incarico, fotografare un edificio, pubblicare dieci video, amplificare una narrazione e incassare in criptovaluta senza sapere quasi nulla della struttura per cui sta lavorando.

Non occorre convincerlo ideologicamente.

Basta pagarlo sto figlio d'androcchia.

E questo rende la faccenda persino più cinica.

Non siamo davanti necessariamente a una legione di fanatici che credono ciecamente a Putin.

Siamo davanti a un mercato.

Mosca, secondo le accuse e le ricostruzioni investigative, mette sul mercato piccoli incarichi; qualcuno li compra; qualcun altro li esegue.

La geopolitica trasformata in gig economy criminale.

Il Cremlino non deve necessariamente conquistare Berlino.

Gli basta riuscire, ogni tanto, a far spendere a Berlino dieci milioni di euro per difendersi da un'operazione costata poche migliaia.

Non deve necessariamente distruggere un aeroporto: può costringere l'Europa a vivere nella paura che il prossimo drone possa farlo.

È questa la logica.

E allora forse la domanda non è se esista o meno una “minaccia russa” nel senso classico evocato da certi politici.

La domanda seria è un'altra: quanto deve essere sofisticato un avversario per riuscire a danneggiare una società tecnologicamente avanzata?

La risposta che arriva dalla Germania è esaustiva.

A volte gli bastano 150 euro, t'è capì bistecca.






Rientro

 


Certo che lasciare la casa marina sotto un bel sole, aria fresca, mare calmo, silenzio assoluto causa mancanza vacanzieri tornati alle loro case.. non è molto bello, anche sapendo cosa ci aspetta questo autunno.. primo tra tutti sto petrolio arrivato sopra i 114 dollari al barile il che significa benzina sopra i 2 euro litro se tutto va bene e gas in fuga.

Il problema non è soltanto quanto costa oggi fare il pieno.

Il problema è quanto potrebbe costare domani.

Perché il petrolio è tornato sopra quota 114 dollari al barile e il mercato energetico internazionale è nuovamente entrato nella zona nella quale ogni attacco a un oleodotto, ogni nave colpita, ogni stretto minacciato e ogni giorno di guerra in più può trasformarsi in un conto presentato direttamente alle famiglie europee.

Il Brent ha raggiunto nelle ultime sedute livelli intorno ai 108-115 dollari al barile, mentre l'Agenzia internazionale dell'energia ha registrato un'impennata fino a 114,48 dollari il 9 settembre per il North Sea Dated crude. L'IEA avverte inoltre che le interruzioni nel Golfo e in Medio Oriente stanno restringendo rapidamente il mercato mondiale.

E questa volta non c'è soltanto la guerra tra Stati Uniti e Iran sullo sfondo.

Ci sono le infrastrutture petrolifere saudite.

Ci sono gli attacchi di sti cazzi di Houthi.

C'è il rischio sulle rotte del Mar Rosso.

C'è lo Stretto ma molto stretto di Hormuz.

E c'è una domanda mondiale di energia che non può essere soddisfatta semplicemente premendo un interruttore.

La notizia più pesante degli ultimi giorni riguarda l'Arabia Saudita. Gli attacchi contro infrastrutture petrolifere hanno costretto Riyadh a sospendere alcune spedizioni verso l'Europa dopo i danni subiti dal grande oleodotto East-West, che porta il greggio dai giacimenti orientali verso il Mar Rosso e permette di evitare lo Stretto di Hormuz. Reuters riferisce che alcune spedizioni di settembre sono state cancellate e che il porto di Yanbu è stato temporaneamente coinvolto nelle interruzioni.

Non è un dettaglio.

Un oleodotto non è un'autostrada qualsiasi.

Quello saudita può trasportare fino a circa 7 milioni di barili al giorno. Quando una infrastruttura di questa importanza viene danneggiata, il mercato non aspetta di sapere se il problema durerà tre giorni, tre settimane o tre mesi.

Il mercato prezza immediatamente il rischio.

Ed è proprio il rischio che fa salire il prezzo.

Il petrolio è una merce globale. Se improvvisamente diventa più difficile portare sul mercato milioni di barili, chi compra comincia a cercare alternative. I compratori europei si rivolgono ad altri fornitori. Le raffinerie cercano greggi diversi. Le compagnie cercano navi. Le navi costano di più perché aumenta il rischio. Le assicurazioni aumentano i premi.

E il barile diventa più caro.

Non serve che il petrolio fisicamente sparisca tutto.

È sufficiente che il mercato tema che possa sparire.

È questa la logica dello shock energetico.

E l'Europa, importatrice netta di energia, è particolarmente esposta.

L'Italia lo sta già vedendo alla pompa.

Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il 14 settembre il prezzo medio nazionale in modalità self era di 2,107 euro al litro per la benzina e 2,216 euro per il gasolio. In autostrada la media saliva rispettivamente a 2,198 e 2,293 euro. In Lombardia, nello stesso aggiornamento, il gasolio era a 2,218 euro e la benzina a 2,106.

Questi non sono prezzi teorici.

Sono medie nazionali calcolate dal ministero sui prezzi comunicati dai distributori.

E basta fare due conti per capire che cosa significhi per una famiglia.

Cinquanta litri di benzina a 2,107 euro fanno circa 105 euro.

Cinquanta litri di gasolio a 2,216 euro fanno circa 111 euro.

Un pieno non è più una spesa marginale.

E per chi utilizza l'automobile ogni giorno per andare al lavoro, il carburante non è nemmeno una spesa facilmente eliminabile.

Puoi rinunciare a una cena fuori.

Puoi rimandare un acquisto.

Puoi cambiare marca al supermercato.

Ma se devi percorrere decine di chilometri per andare a lavorare, devi mettere carburante nel serbatoio.

E quindi il prezzo del petrolio entra direttamente nel costo del lavoro.

Ma il carburante è soltanto il primo anello della catena.

Quando aumenta l'energia, aumenta il costo del trasporto.

Quando aumenta il trasporto, aumentano i costi delle merci.

Quando aumenta il costo delle merci, aumentano i prezzi.

Quando aumenta l'energia necessaria a produrre quelle merci, il problema diventa ancora più grande.

E così un barile di petrolio comprato a 115 dollari può finire, attraverso una catena molto più lunga, dentro il prezzo di un alimento, di un biglietto aereo, di un prodotto industriale o di una consegna a domicilio.

Poi c'è il gas.

Ed è qui che la situazione europea diventa ancora più delicata.

All'inizio del 2026 il prezzo TTF, il riferimento europeo per il gas naturale, oscillava indicativamente tra 28 e 40 euro per megawattora. L'ECB aveva descritto quelle condizioni come relativamente favorevoli per il mercato europeo.

Oggi il quadro è radicalmente diverso.

Il TTF ha superato gli 80 euro per megawattora a metà settembre, mentre il mercato europeo è tornato a livelli che non si vedevano dal 2023. Il Wall Street Journal ha segnalato prezzi intorno ai 78,72 euro/MWh e scorte europee intorno al 67% in vista dell'inverno.

Non è corretto dire semplicemente che il gas sia “triplicato” rispetto a gennaio: dipende dal giorno scelto come base. Ma è corretto dire che il prezzo è tornato a più del doppio rispetto alla fascia alta dei livelli di inizio anno.

E questo è molto più importante della battuta.

Perché l'inverno deve ancora arrivare.

Il gas europeo non serve soltanto a riscaldare le case.

Serve all'industria.

Serve alla produzione elettrica.

Serve alla chimica.

Serve alla manifattura.

Serve a una parte enorme dell'economia europea.

E il problema non è soltanto quanto gas abbiamo nei depositi.

È quanto facilmente possiamo rifornirli se il mercato internazionale resta sotto pressione.

La guerra in Medio Oriente ha già danneggiato la capacità di esportazione di LNG del Qatar, uno dei grandi fornitori del mercato mondiale. Il QatarEnergy ha mantenuto la forza maggiore su alcune forniture e la riduzione della capacità disponibile ha contribuito a irrigidire il mercato internazionale del gas.

Questa è la parte che spesso sfugge quando si guarda soltanto al prezzo del distributore.

L'energia non è una voce del bilancio. È il sistema circolatorio dell'economia.

Se diventa troppo cara, tutto il resto deve adattarsi.

Le imprese aumentano i prezzi.

Oppure comprimono i margini.

Oppure riducono la produzione.

Oppure rinviano gli investimenti.

Oppure cercano di trasferire i costi sul consumatore.

Nessuna delle cinque possibilità è particolarmente piacevole.

E c'è un'altra variabile: la durata.

Se il petrolio resta a 105-115 dollari per qualche giorno, l'effetto è una cosa.

Se rimane a quei livelli per mesi, è un'altra.

Se contemporaneamente il gas resta elevato durante l'autunno e l'inverno, la situazione diventa ancora più pesante.

L'Agenzia internazionale dell'energia ha già rivisto le proprie stime: per il 2026 prevede una riduzione dell'offerta mondiale di circa 5,7 milioni di barili al giorno, pari al 6%, a causa delle interruzioni legate ai conflitti e alle infrastrutture energetiche. Nello stesso tempo stima una riduzione della domanda di circa 2,5 milioni di barili al giorno.

Questo significa che il mercato non è semplicemente davanti a un aumento della domanda.

È davanti soprattutto a uno shock dell'offerta.

E gli shock dell'offerta sono quelli più difficili da gestire.

Perché non puoi convincere un oleodotto danneggiato a pompare più petrolio.

Non puoi convincere una nave a passare tranquillamente attraverso una zona di guerra.

Non puoi produrre LNG istantaneamente se un impianto è fermo.

E non puoi sostituire in poche settimane milioni di barili al giorno mancanti.

Il risultato è che il prezzo diventa il meccanismo attraverso il quale il mercato cerca di razionare una risorsa diventata più difficile da ottenere.

Chi può pagare, compra.

Chi non può, riduce i consumi.

Ed è qui che la questione energetica diventa sociale.

Perché un aumento del prezzo della benzina pesa diversamente su un dirigente che utilizza l'auto occasionalmente e su un lavoratore che deve percorrere 50 o 60 chilometri ogni giorno.

Un aumento della bolletta pesa diversamente su una famiglia con un reddito elevato e su una famiglia che già arriva alla fine del mese facendo i conti.

L'energia è quindi anche una questione distributiva.

Non colpisce tutti allo stesso modo.

E l'Italia arriva a questo nuovo shock dopo anni nei quali famiglie e imprese hanno già sperimentato quanto rapidamente una crisi energetica possa trasformarsi in inflazione.

La domanda adesso è semplice.

Quanto durerà?

Nessuno può saperlo.

Ed è proprio per questo che bisogna evitare sia il catastrofismo sia l'ottimismo automatico.

Il petrolio può scendere rapidamente se arrivano una tregua, una riapertura stabile delle rotte e un ripristino delle esportazioni.

Ma può anche rimanere alto se gli attacchi continuano, se le infrastrutture saudite restano danneggiate e se la navigazione nel Golfo e nel Mar Rosso continua a essere compromessa.

L'IEA stessa sottolinea che il quadro dipende in modo decisivo dalla durata delle interruzioni e dalla velocità con cui i flussi possono tornare alla normalità.

E allora il titolo più corretto non è necessariamente “il petrolio arriverà a 150 dollari”.

Quello sarebbe una previsione.

La realtà, oggi, è più semplice e più concreta.

Il petrolio è già tornato sopra i 110 dollari.

La benzina italiana è già sopra i 2 euro.

Il gas europeo è già tornato su livelli molto più alti di quelli di inizio anno.

E l'inverno deve ancora cominciare.

Il greggio, dunque, potrebbe anche scendere.

Ma se la guerra continuerà a colpire contemporaneamente produzione, oleodotti, porti e rotte marittime, la domanda che dovremmo farci non è quanto costa oggi un barile.

È quanto siamo disposti a pagare ogni giorno per tenerlo in movimento.

Perché alla fine il barile non arriva mai da solo.

Arriva nella benzina.

Arriva nella bolletta.

Arriva nei trasporti.

Arriva nei prezzi dei prodotti.

E, alla fine, arriva direttamente nel portafoglio.

Buon autunno (a tutti tranne che a uno) e lo auguro di cuore.

lunedì 14 settembre 2026

La generazione ponte.

 


Certo che i nati negli anni ’70 e ’80 hanno avuto una fortuna che probabilmente comprenderanno soltanto adesso.

Sono stati una generazione ponte.

Hanno conosciuto un mondo nel quale la tecnologia esisteva, naturalmente, ma non aveva ancora conquistato ogni centimetro della loro vita. E poi hanno assistito alla sua esplosione.

Hanno vissuto senza Internet e con Internet.

Senza smartphone e con lo smartphone.

Con la televisione a pochi canali e poi con centinaia di canali, piattaforme, streaming e contenuti disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro.

Hanno usato le cabine telefoniche e poi i telefoni cellulari.

Hanno scritto lettere, comprato giornali, aspettato telefonate e poi sono arrivati alle email, ai social network, alle videochiamate e alla comunicazione istantanea.

Sono probabilmente l'ultima generazione che può dire una cosa molto particolare: Io ricordo perfettamente com'era prima.”

E questo cambia il modo in cui guardano la tecnologia.

Perché non sono necessariamente nostalgici come chi è nato qualche lustro prima di loro.

Almeno non tutti.

Certi ad esempio, non credono che il passato fosse migliore semplicemente perché era passato.

Ogni epoca ha i suoi vantaggi e i suoi problemi.

Chi è nato invece negli anni ’80 e ’90 aveva cose meravigliose, ma anche parecchie cose che oggi non rimpiangono affatto rispetto alla generazione precedente in quanto:

Informarsi era più difficile.

Comunicare con qualcuno che viveva lontano era complicato.

Trovare informazioni poteva richiedere ore.

Perdere un'occasione significava spesso perderla davvero.

Se non sapeva qualcosa, non poteva semplicemente tirare fuori un telefono e cercare la risposta in trenta secondi.

E la tecnologia attuale con l'AI ha risolto problemi che un tempo sembravano impossibili.

Oggi si può parlare gratuitamente con una persona dall'altra parte del mondo.

Si possono consultare biblioteche intere dal divano.

Si può imparare praticamente qualsiasi cosa.

Si può lavorare a distanza.

E' possibile orientarsi in una città sconosciuta senza cartina.

E' possibile vedere persone che amiamo anche quando sono lontane.

E' possibile persino avere strumenti di intelligenza artificiale capaci di assistere nello studio, nel lavoro e nella ricerca.

Sarebbe assurdo sostenere che tutto questo sia un peggioramento.

La tecnologia ha migliorato enormemente la vita.

Il problema non è la tecnologia.

Il problema è quando la tecnologia arriva prima della capacità di gestirla.

Ed è qui che emerge la differenza più grande tra la nostra generazione e quella dei nostri figli.

Noi siamo cresciuti prima dell'esplosione digitale.

Abbiamo avuto un'infanzia nella quale il mondo fisico era ancora il principale ambiente sociale.

Se volevamo vedere un amico, dovevamo andare a cercarlo.

Se volevamo giocare, uscivamo.

Se volevamo sapere cosa stava facendo qualcuno, dovevamo telefonargli oppure aspettare di incontrarlo.

Non esistevano notifiche che ci ricordavano continuamente che qualcun altro, da qualche parte, stava vivendo una vita apparentemente più interessante della nostra.

Non avevamo algoritmi che imparavano le nostre debolezze.

Non avevamo piattaforme progettate per catturare la nostra attenzione per ore.

E soprattutto non avevamo i social network durante l'infanzia.

Questa è forse la differenza più importante.

Un adulto che riceve uno smartphone a quarant'anni possiede già una personalità formata.

Un bambino che cresce fin dai primi anni con uno schermo davanti al viso sta invece costruendo la propria relazione con il mondo contemporaneamente alla costruzione della propria identità.

È una differenza enorme.

E non sappiamo ancora completamente quali saranno le conseguenze.

Lo stiamo scoprendo adesso.

Per questo trovo interessante che proprio in questi anni stiano arrivando le prime vere discussioni sui limiti.

Età minima.

Controllo parentale.

Tempo davanti allo schermo.

Uso dei social.

Tutela dei minori.

Educazione digitale.

Regole nelle scuole.

Non significa che dobbiamo tornare indietro negli anni.

Non avrebbe senso.

Significa che finalmente stiamo cominciando a capire che una tecnologia potentissima non può essere consegnata a un bambino come se fosse un giocattolo innocuo.

E forse qui la nostra generazione può avere un ruolo particolare.

Perché noi possiamo fare un confronto che i nostri figli non possono ancora fare.

Possiamo dire: “Ho vissuto anche senza questa cosa.”

E possiamo spiegare che vivere senza smartphone non significava vivere male.

Ma possiamo anche dire: “Questa tecnologia mi ha dato qualcosa che prima non avevo.”

Perché è vero anche questo.

La nostra generazione non dovrebbe diventare quella degli adulti che urlano contro Internet mentre usano Internet per lamentarsi di Internet.

Sarebbe ridicolo.

Dovremmo invece essere quella generazione capace di dire ai più giovani: usate la tecnologia, ma non permettetele di usare voi.

È una distinzione fondamentale.

Perché uno smartphone può essere uno strumento straordinario.

Ma può anche diventare una gabbia.

Internet può aprire una finestra sul mondo.

Ma può anche trasformarsi in una stanza nella quale passiamo tutta la giornata.

I social possono permetterci di mantenere rapporti con persone lontane.

Ma possono anche convincerci che la nostra vita debba essere continuamente mostrata, giudicata e confrontata con quella degli altri.

La tecnologia non è né buona né cattiva.

È potente.

E proprio per questo richiede responsabilità.

Forse allora abbiamo davvero avuto fortuna.

Non perché siamo nati in anni precedenti.

Non perché il passato fosse un paradiso.

E nemmeno perché il presente sia un inferno.

Siamo stati fortunati perché abbiamo attraversato due mondi.

Abbiamo conosciuto il tempo in cui una giornata poteva passare senza che nessuno ci raggiungesse.

E abbiamo conosciuto quello in cui possiamo essere raggiunti in qualsiasi momento.

Abbiamo conosciuto la noia.

E abbiamo conosciuto l'infinita disponibilità di contenuti.

Abbiamo conosciuto l'attesa.

E abbiamo conosciuto l'immediatezza.

Abbiamo conosciuto la vita prima degli algoritmi.

E oggi viviamo dentro gli algoritmi.

Forse il nostro compito non è scegliere quale dei due mondi fosse migliore.

È prendere il meglio di entrambi.

Conservare la capacità di stare una sera senza guardare uno schermo.

Ma usare Internet quando ci serve.

Uscire con gli amici.

Ma poter chiamare qualcuno che vive dall'altra parte del mondo.

Leggere un libro di carta.

Ma avere una biblioteca intera nel telefono.

Camminare senza GPS.

Ma usarlo quando siamo perduti.

E soprattutto insegnare ai nostri figli che la tecnologia deve essere una parte della vita, non la vita intera.

Perché forse questa è stata la vera fortuna della nostra generazione.

Non siamo stati abbastanza vecchi da rimanere completamente fuori dalla rivoluzione digitale.

E non siamo stati abbastanza giovani da crescere direttamente dentro di essa.

Siamo arrivati sulla riva di un mondo.

Abbiamo guardato il mondo nuovo nascere.

E abbiamo avuto il privilegio, ormai raro, di ricordarci com'era quello vecchio.

Siamo stati una generazione ponte.

E forse, proprio per questo, siamo anche la generazione che può insegnare a costruire il ponte tra i due mondi.

Andare alle maldive,,, naaaa.

 

Vabbe' io critico Casalcoso e a volte sento gente in acqua che dice che è essere come alle Maldive.. ma questo paragone è negativo in quanto vivere alle Maldive è un vero…inferno e mo' ve lo spiego...

Ogni giorno circa 4000 turisti decidono di farsi una vacanza da sogno alle Maldive.

Occhio.. non 40 o 400 ma 4000 al giorno!

Beh cosa c’è di male?

Penserete, è un vero paradiso!

Si trovano decine di locandine in agenzia di viaggi, le sue foto sono immortalate su diverse riviste.

Quando si pensa alle vacanze è un luogo comune citarle, come ambita meta turistica se solo si avessero gli piccioli per farlo.

Le Maldive sono un Paese tropicale nell’Oceano Indiano composto da 26 atolli ad anello formati da più di 1000 isole coralline.

Queste isole sono famose per le spiagge, le lagune di acqua blu e le lunghe barriere di corallo.

La capitale è Malé ed ospita un mercato del pesce molto frequentato, ristoranti e negozi e cazzimazzi.

Ma non tutti guardano il retro della medaglia.

Prima del grande boom turistico, gli abitanti, per lo più pescatori, producevano 0,3 kg di spazzatura al giorno pro capite, ma con l’avvento del turismo si è arrivati ai 7kg per turista al giorno, e ne arrivano mediamente 4000 tutti i giorni dell’anno!

Sticazzi.

Ma cosa fare di queste nuove tonnellate di spazzatura prodotta?

Data l’ubicazione degli atolli sarebbe impensabile trasportarle quotidianamente sulla terra ferma, costerebbe una fortuna, più della pista ciclabile di via Bachelet.

Limitare il turismo? Meno che mai è l’unica fonte di reddito degli abitanti che stanno a sua volta vivendo il loro boom economico/consumistico, importando di tutto e da ogni parte del mondo escluso gli abitanti di Atessa.

Alcuni residenti e resort bruciavano e bruciano ancora in parte la loro spazzatura sul posto usando degli inceneritori, ma la spazzatura è cresciuta a dismisura tipo quella di Pizzamore ed è un sistema non più sufficiente.

Per arginare il problema il governo di Malè ha deciso di utilizzare uno dei loro atolli come discarica a cielo aperto, sacrificando l’isola di Thilafushi a questo scopo.

Su quest’isola, ad appena 7 km dalla capitale, c’è una bomba ecologica già esplosa da anni.

Dall’isola si leva una coltre di fumo dovuta alla combustione dei rifiuti, che sono accumulati in montagne che arrivano giù fino alla spiaggia, dove onde e maree li rubano trascinandoli poi nell’oceano.

Non dico altro ma a voi le foto di questo scempio e poi prenotate pure per le Maldive ma non venite a rompere i coglioni a Casalcoso:

Magistrati fumosi.

 


Avete mai avuto a che fare con giudici per qualche motivo?

Questo è un amarcord tribunalesco satiropolitico..

I magistrati sedevano sui loro scranni di legno massiccio con la sigaretta perennemente accesa tra le dita ingiallite dalla nicotina. 

Non c'era alcun rispetto per la salute pubblica o per i polmoni dei presenti.

Il giudice accendeva una Marlboro o una MS mentre interrogava un imputato terrorizzato, soffiandogli il fumo in faccia per ribadire la sua posizione di dominio assoluto.

Gli avvocati facevano lo stesso dai loro banchi, trasformando le udienze in competizioni a chi produceva più scorie tossiche.

I posacenere stracolmi di mozziconi schiacciati erano un elemento di arredo ufficiale, posizionati accanto ai codici penali e ai fascicoli processuali.

L'aria era irrespirabile, i muri erano impregnati di un odore stantio e i soffitti bianchi diventavano gialli nel giro di pochi mesi.

Era la normalità di un paese antiquato, dove il vizio personale di chi deteneva il potere prevaleva su qualsiasi norma igienica.

La farsa legislativa per fermare questo scempio è durata decenni. Esisteva già una legge del 1975 che vietava il fumo in alcuni locali pubblici, ma i tribunali la ignoravano totalmente, sfruttando cavilli burocratici e l'arroganza tipica della classe giudiziaria.

Nessun carabiniere avrebbe mai osato multare un presidente di corte di assise mentre fumava durante un processo alla mafia.

Il primo vero blocco a questa prepotenza è arrivato solo nel dicembre del 1995, con una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha esteso il divieto in modo severo a tutti i locali della pubblica amministrazione, aule di tribunale comprese.

Da quel momento, i magistrati sono stati costretti a spegnere le loro sigarette e a uscire nei corridoi o nei cortili per soddisfare la loro dipendenza.

Le aule hanno smesso di essere dei luoghi di consumo di tabacco, ma il cambiamento è stato vissuto dai diretti interessati come un affronto personale, una lesione del loro diritto di intossicare il prossimo.

Il divieto assoluto a questa sgradevole abitudine è arrivato con la legge Sirchia, approvata nel 2003 ed entrata in vigore nel gennaio del 2005.

Quella norma ha eliminato ogni eccezione, vietando il fumo in tutti i luoghi chiusi/aperti al pubblico con l'eccezione di Casalcoso dove tuttora puoi fumare e intossicare la fila di ombrelloni sottovento.

Ma torniamo ai giudici, agli avvocati e ai cancellieri che si sono dovuti rassegnare a tremare di freddo fuori dai palazzi di giustizia per fumare.

Oggi ti sembra assurdo pensare a un magistrato che fuma in udienza, ma questo dimostra solo quanto la memoria collettiva sia corta e selettiva.

Per decenni, le stesse persone incaricate di far rispettare la legge e di giudicare i crimini altrui hanno imposto la loro prepotenza tossica a cittadini inermi, testimoni e imputati, senza provare il minimo senso di colpa.

Hanno smesso di farlo non per una presa di coscienza morale o per rispetto della salute altrui, ma solo perché lo Stato li ha costretti con la minaccia di sanzioni amministrative e ripeto che se sta gente vuol continuare a riempirsi i polmoni di fumo.. lo può fare qui a Casalcoso e può anche buttare la cicca in mare e se proprio lo desidera può spegnerla nella sabbia mentre il cagnone senza museruola piscia nel vaso di fiori alla faccia delle regole e controregole giudiziarie.

Amarcord..Scuola.



Si sente l'assenza del popolo vacanziero, stanno iniziando le scuole e ritorno all'Amardord in cui tanti di noi ricordano cosa succedeva negli anni 60 parlando di scuola.

Allora...C'era un'Italia nella quale il banco aveva un foro per il calamaio, la penna aveva un pennino che decideva autonomamente quando perdere una goccia d'inchiostro e il maestro riusciva a ottenere il silenzio di una classe semplicemente entrando dalla porta.

Era l'Italia degli anni Sessanta.

Un' Italia che oggi possiamo guardare con un sorriso, ricordando i grembiuli, le cartelle, i quaderni, le tabelline imparate a memoria, le poesie recitate davanti alla classe e quelle interrogazioni che sembravano processi davanti a un tribunale.

Ma dietro quelle immagini apparentemente ingenue c'era qualcosa di molto più importante.

La scuola stava cambiando insieme all'Italia.

Il Paese che entrava negli anni Sessanta non era più quello uscito dalla guerra.

Il miracolo economico stava trasformando profondamente la società. Le persone si spostavano dalle campagne alle città, l'industria cresceva, aumentavano i consumi e una parte sempre più ampia della popolazione cominciava a immaginare per i propri figli un futuro diverso da quello vissuto dai genitori.

E quel futuro passava anche attraverso un'aula scolastica.

Per molti bambini la scuola elementare rappresentava il primo vero ingresso in una realtà più grande della famiglia e del paese.

Cinque anni di scuola.

Lettura.

Scrittura.

Aritmetica.

Storia.

Geografia.

Nozioni di scienze.

E soprattutto disciplina.

I vecchi banchi di legno avevano ancora il foro destinato al calamaio e il piccolo solco nel quale appoggiare la penna. L'inchiostro poteva finire sulle dita, sui quaderni e persino sui vestiti.

Il grembiule contribuiva a rendere tutti apparentemente uguali.

Sotto quel tessuto, però, l'Italia rimaneva quella che era: c'erano bambini vestiti con abiti nuovi e bambini con pantaloni rattoppati, figli di professionisti e figli di operai, bambini che arrivavano a scuola con una casa riscaldata e altri che conoscevano ancora la fatica quotidiana della povertà.

La scuola cercava di mettere tutti davanti allo stesso banco.

Non sempre ci riusciva.

Ma l'idea era rivoluzionaria.

L'insegnante era una figura molto diversa da quella che conosciamo oggi.

Il maestro non era soltanto colui che spiegava una lezione.

Era un'autorità.

Quando entrava in classe ci si alzava.

Durante l'appello si rispondeva a voce alta.

Si parlava quando era consentito.

Si chiedeva il permesso per uscire.

E le punizioni potevano essere severe.

La scuola degli anni Sessanta conservava infatti metodi disciplinari che oggi considereremmo inaccettabili, compresi episodi di punizioni corporali che appartenevano a una cultura educativa destinata progressivamente a cambiare.

Ma mentre sopravvivevano queste rigidità, stavano entrando anche nuove idee pedagogiche.

Maria Montessori e le correnti dell'attivismo educativo avevano già messo in discussione il modello puramente autoritario e mnemonico.

La scuola italiana era dunque sospesa tra due epoche.

Da una parte il maestro con la bacchetta e il registro.

Dall'altra una concezione dell'educazione nella quale il bambino avrebbe dovuto diventare progressivamente protagonista del proprio apprendimento.

Anche la religione occupava un posto importante.

Il crocifisso nelle aule ricordava il carattere ancora profondamente cattolico della società italiana e l'insegnamento religioso faceva parte della vita scolastica.

E poi arrivava la ricreazione.

Quello era il momento nel quale la scuola smetteva per qualche minuto di essere scuola.

Pane e mortadella.

Un frutto.

Qualche volta una merendina.

La carta oleata.

E poi tutti fuori.

Si giocava a campana, con le biglie, a palla.

Non esistevano smartphone.

Non esistevano videogiochi portatili.

Non esistevano social network.

Il cortile era il nostro social network.

Il compagno di banco era il nostro gruppo di chat.

E per sapere cosa era successo a un amico bisognava incontrarlo.

Anche i libri di testo erano diversi.

C'erano abecedari pieni di immagini, racconti morali e bambini raffigurati come piccoli cittadini modello.

Si imparavano poesie a memoria.

Si studiavano le tabelline.

Si scrivevano i compiti sul quaderno.

E quando arrivava un voto rosso, il problema non era soltanto scolastico.

Bisognava tornare a casa e farlo vedere ai genitori.

Quella firma sul quaderno poteva essere più temuta dell'interrogazione.

Ma la scuola italiana aveva davanti un problema molto più grande della disciplina.

Doveva diventare realmente accessibile a tutti.

Nel 1962 arrivò una delle svolte fondamentali.

La legge n. 1859 del 31 dicembre 1962 istituì la scuola media unica, obbligatoria e gratuita, destinata ai ragazzi dagli undici ai quattordici anni.

La riforma entrò concretamente in vigore con l'avvio del nuovo ordinamento nel 1963.

Prima di allora il passaggio dopo le elementari era fortemente condizionato dal percorso scolastico e dall'origine sociale.

C'erano ragazzi destinati al liceo.

Altri indirizzati verso l'avviamento professionale.

La scelta avveniva molto presto.

E quella scelta poteva condizionare l'intera vita.

La scuola media unica cercò di spezzare proprio questo meccanismo.

Figlio di un medico o figlio di un muratore: tutti nella stessa scuola.

Figlio di un industriale o figlio di un contadino: stessa aula.

Non significava che le differenze sociali fossero improvvisamente scomparse.

Significava però che lo Stato stava cercando di impedire che quelle differenze determinassero automaticamente il destino scolastico di un ragazzo a undici anni.

Fu una delle grandi operazioni di democratizzazione dell'Italia repubblicana.

E nelle nuove classi sedevano insieme ragazzi e ragazze.

Italiano.

Storia.

Geografia.

Matematica.

Scienze.

Educazione tecnica.

Musica.

Educazione fisica.

Religione.

La scuola cercava di preparare non soltanto lavoratori, ma cittadini.

E per un Paese che stava diventando industriale, questa era una necessità enorme.

La nuova scuola, però, non era certamente quella che conosciamo oggi.

Le interrogazioni potevano essere un piccolo incubo.

Il professore passeggiava tra i banchi.

Lo studente cercava di ricordare tutto.

E quando arrivava la domanda sbagliata nel momento sbagliato, improvvisamente anche la pagina studiata venti volte sembrava essere scomparsa dalla memoria.

Declina rosa.”

E per qualche adolescente italiano sembrava quasi l'inizio della fine.

Nel frattempo aumentava il numero dei ragazzi che proseguivano gli studi.

Il liceo classico conservava il suo prestigio, con latino, greco e filosofia.

Crescevano il liceo scientifico e gli istituti tecnici.

Gli istituti magistrali preparavano soprattutto le future insegnanti.

L'istruzione tecnica assumeva un'importanza particolare in un Paese che aveva bisogno di operai specializzati, periti, tecnici e lavoratori qualificati.

Era la scuola di un Paese industriale.

Poi arrivò un'altra svolta.

Il 1969.

La liberalizzazione degli accessi universitari aprì le porte degli atenei anche a diplomati provenienti da percorsi diversi dal liceo classico.

Era un cambiamento enorme.

L'università cessava progressivamente di essere un territorio riservato a una minoranza proveniente dai percorsi scolastici più tradizionali.

Le università si riempirono.

Le aule diventarono affollate.

Il numero degli studenti aumentò.

E insieme agli studenti arrivarono anche le proteste.

Perché la stessa generazione che aveva avuto più accesso all'istruzione cominciava a chiedere una scuola diversa.

Il 1968 entrò nelle università, nelle scuole e nelle piazze.

Gli studenti contestavano i metodi autoritari, la selezione scolastica, i programmi, il potere dei professori e una società che consideravano ancora profondamente diseguale.

Non era soltanto una rivolta contro la scuola.

Era una rivolta contro un'intera struttura sociale.

In Italia quella contestazione trovò anche riferimenti specifici, come la critica alla selezione scolastica contenuta nell'esperienza di Don Lorenzo Milani e in Lettera a una professoressa.

La scuola non doveva più essere soltanto il luogo nel quale i migliori emergevano e gli altri venivano lasciati indietro.

Doveva diventare uno strumento di emancipazione.

Era un'idea destinata a cambiare profondamente la scuola italiana.

E naturalmente anche il rapporto tra uomini e donne stava cambiando.

Negli anni Sessanta esistevano ancora percorsi scolastici fortemente influenzati dagli stereotipi di genere.

Alle ragazze venivano spesso attribuite attività legate alla casa e alla famiglia.

Ai ragazzi quelle tecniche e professionali.

Le ragazze erano indirizzate frequentemente verso percorsi magistrali o amministrativi.

I ragazzi verso industria, meccanica e settori tecnici.

Ma quella separazione cominciava lentamente a sgretolarsi.

La scuola diventava uno dei luoghi nei quali la trasformazione sociale poteva essere vista in anticipo.

E non tutto accadeva nelle grandi città.

In molte zone rurali l'istruzione aveva ancora caratteristiche completamente diverse.

Piccoli edifici.

Poche aule.

Classi numericamente ridotte.

A volte bambini di età differenti affidati allo stesso insegnante.

Il maestro poteva essere una delle persone più importanti del paese.

Non soltanto perché insegnava a leggere e scrivere.

Ma perché rappresentava il rapporto con uno Stato, una cultura e un mondo che spesso sembravano lontanissimi.

La scuola poteva significare anche chilometri a piedi.

Una cartella sulle spalle.

Le scarpe sporche di fango.

E la fatica quotidiana per arrivare in classe.

Ma significava soprattutto una possibilità.

La possibilità che un bambino potesse imparare qualcosa che i suoi genitori non avevano avuto l'opportunità di imparare.

La televisione avrebbe poi contribuito a questa battaglia.

Il volto di Alberto Manzi divenne quello di una delle più importanti esperienze di alfabetizzazione televisiva italiana.

Con Non è mai troppo tardi, trasmesso dalla Rai dal 1960 al 1968, Manzi insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani adulti attraverso uno strumento allora rivoluzionario: la televisione.

Non era soltanto un programma televisivo.

Era una scuola dentro le case.

E dimostrava una cosa fondamentale: l'istruzione non era un privilegio.

Era una delle condizioni necessarie per essere cittadini.

La scuola degli anni Sessanta aveva dunque mille difetti.

Era rigida.

Era selettiva.

Conservava forti differenze sociali e di genere.

In alcune realtà era arretrata.

In altre era ancora profondamente legata a metodi educativi autoritari.

Ma sarebbe un errore ricordarla soltanto attraverso questi limiti.

Perché quella scuola contribuì a trasformare l'Italia.

Quei bambini con il grembiule sarebbero diventati operai specializzati, tecnici, insegnanti, impiegati, professionisti, imprenditori.

Alcuni sarebbero diventati protagonisti delle contestazioni.

Altri avrebbero costruito le aziende del boom.

Altri ancora sarebbero emigrati, cambiando città o Paese.

La scuola era diventata uno dei grandi ascensori sociali della Repubblica.

Non funzionava sempre.

Non portava tutti allo stesso piano.

Ma permetteva a molti di salire.

Ed è forse questo il ricordo più importante della scuola degli anni Sessanta.

Non il calamaio.

Non il grembiule.

Non la bacchetta.

Non il professore severo.

Il cambiamento.

Perché mentre l'Italia costruiva autostrade, fabbriche, città e nuovi quartieri, nelle aule scolastiche stava costruendo qualcosa di meno visibile ma altrettanto importante: una generazione che avrebbe avuto più istruzione di quella precedente.

Un Paese che aveva conosciuto guerra, miseria e analfabetismo stava lentamente scoprendo che il futuro poteva cominciare da un bambino seduto dietro un banco.

E forse, quando oggi ritroviamo una vecchia fotografia scolastica, con quei volti seri, i grembiuli, i banchi di legno e il maestro al centro, dovremmo guardarla con occhi diversi.

Non vediamo semplicemente una classe di sessant'anni fa.

Vediamo l'Italia che stava imparando a diventare quella che conosciamo oggi.

E dietro quei bambini apparentemente immobili nella fotografia c'è un intero Paese in movimento.

Un Paese povero che diventava industriale.

Un Paese rurale che diventava urbano.

Un Paese analfabeta che imparava a leggere.

Un Paese diviso che cercava di portare bambini diversi nella stessa aula.

Un Paese antico che, con enorme fatica e molte contraddizioni, stava entrando nella modernità.

E tutto questo, a volte, cominciava con una cosa semplicissima.

Una penna.

Un quaderno.

Un banco.

E un maestro che diceva: Cominciamo.”