L’Eufrate
si prosciuga, l’Apocalisse aspetta e il mondo guarda altrove.
Oggi
dimentichiamo le cazzate del parrucchino giallo pannolonato che ka fa
da padrone delle ferriere e restiamo invece sulle profezie lette
nella Bibbia, che fino a pochi anni fa facevano sorridere i teologi e
annoiare sia noi pseudo lettori e pure gli storici.
Nel
libro dell’Apocalisse, al capitolo 16, versetto 12 si legge: “Il
sesto angelo versò la sua coppa sul grande fiume Eufrate, e le sue
acque furono prosciugate per preparare la via ai re dell’Oriente”.
Per
secoli è stata una metafora, un simbolo, un modo per dire che alla
fine dei tempi le barriere sarebbero cadute.
Oggi,
guardando le immagini satellitari che arrivano dall’Iraq, guardando
le barche arenate nel fango che una volta era acqua, guardando i
pesci morti sulla riva e i bambini che setacciano il letto del fiume
in cerca di qualcosa da vendere, la profezia smette di essere una
metafora e diventa cronaca diretta.
L’Eufrate
si sta prosciugando.
Davvero.
Non
lentamente, non in modo impercettibile.
Di
anno in anno, di mese in mese, di giorno in giorno.
I
livelli delle acque sono ai minimi storici.
E
gli esperti iracheni avvertono: se non cambia qualcosa, la poca acqua
rimasta evaporerà entro il 2040.
Tra
quattordici anni.
Ora,
io non sono un teologo.
Non
credo alle profezie, o meglio, le considero cazzate fin quando non si
avverano.
E
quando si avverano, cazzate non sono più, diventano fatti.
Il
fatto è che l’Eufrate, uno dei due fiumi che hanno visto nascere
la civiltà mesopotamica, la culla dell’agricoltura, della
scrittura, del diritto, si sta prosciugando per colpa dell’uomo.
Per
colpa delle dighe che Turchia e Siria hanno costruito a monte,
trattenendo l’acqua per i propri bacini idroelettrici e agricoli.
Per
colpa dei cambiamenti climatici, che hanno ridotto le precipitazioni
nella regione.
Per
colpa di decenni di guerre, di cattiva amministrazione, di
corruzione, che hanno impedito all’Iraq di gestire quella poca
acqua che ancora arriva.
E
il risultato è che il secondo fiume più importante del Medio
Oriente, quello che ha bagnato Babilonia e Ur, sta diventando un
rigagnolo morente.
E
con il fiume, muore tutto ciò che vi gira intorno.
Le
paludi della Mesopotamia, patrimonio dell’UNESCO, si stanno
trasformando in un deserto di sale.
Le
comunità marsh Arab, che per millenni hanno vissuto sull’acqua,
stanno abbandonando le loro case di canne per diventare profughi
all’interno del loro stesso paese.
I
raccolti non crescono più, il bestiame non ha da bere, i villaggi
rimangono senza acqua potabile.
E
quando manca l’acqua potabile, le malattie tornano.
Quelle
che noi, nel nostro mondo igienizzato, pensavamo di aver debellato
per sempre.
La
diarrea, che uccide i bambini per disidratazione.
La
varicella, che nelle comunità denutrite diventa grave.
Il
morbillo, che si diffonde come un incendio.
Il
tifo e il colera, i grandi flagelli del diciannovesimo secolo, che
riappaiono nei villaggi iracheni perché la gente è costretta a bere
acqua contaminata.
Non
si chiamano piaghe, nella terminologia medica.
Si
chiamano malattie idro-correlate.
Ma
chiunque abbia letto l’Esodo sa che la seconda piaga d’Egitto fu
proprio l’acqua che si trasforma in sangue, e che la piaga seguente
furono le rane, i pidocchi, le mosche, la peste, le ulcere, la
grandine, le cavallette, le tenebre, e infine la morte dei
primogeniti.
Non
so se il ministro della Salute iracheno abbia mai letto la Bibbia.
So
che i suoi rapporti parlano di un’epidemia di colera nel sud del
paese, di casi di tifo a Bassora, di ospedali da campo che non
riescono a far fronte all’afflusso.
E
so che queste non sono piaghe divine.
Sono
piaghe umane.
Causate
dalla nostra incapacità di gestire una risorsa che diamo per
scontata, l’acqua, e dalla nostra abitudine di guardare altrove
mentre il mondo brucia, o si prosciuga, o si ammala.
E
i “re dell’Oriente”?
Nella
profezia biblica, sono gli eserciti che attraverseranno l’Eufrate
prosciugato per venire a combattere la battaglia finale,
l’Armageddon.
Nell’interpretazione
moderna, molti vedono in questa profezia un riferimento alle potenze
asiatiche – la Cina, l’India, forse la Russia – che si
muoveranno verso il Medio Oriente quando le risorse idriche ed
energetiche si faranno critiche.
Non
è fantascienza: è geopolitica.
Quando
l’acqua scarseggia, i conflitti esplodono.
Lo
abbiamo visto in Darfur, lo abbiamo visto in Siria, lo vedremo presto
tra Turchia, Siria e Iraq per il controllo dell’Eufrate e del
Tigri.
E
se qualcuno pensa che questi conflitti resteranno confinati, non ha
capito un cazzo del mondo in cui viviamo.
Perché
l’acqua non è solo una risorsa umanitaria.
È
una risorsa strategica, come il petrolio, come il gas.
Forse
di più.
Perché
senza petrolio si vive.
Senza
acqua, no.
Intanto,
l’Eufrate continua a prosciugarsi.
E
noi, in Europa, in Italia, guardiamo i telegiornali che mostrano le
barche arenate nel fango e pensiamo che sia un problema lontano, di
altri, di un’altra religione, di un’altra fine del mondo.
Ma
il mondo è uno solo.
E
quando l’acqua finisce in Iraq, finisce anche da qualche altra
parte.
Nel
bacino del Po, per esempio, che quest’anno ha segnato il terzo anno
consecutivo di siccità.
O
nella pianura padana, dove le falde si abbassano e i pozzi diventano
salmastri.
La
profezia dell’Eufrate è solo la più vistosa, perché è scritta
in un libro sacro.
Ma
la realtà è che tutti i grandi fiumi del mondo si stanno
prosciugando.
E
con loro, la nostra sicurezza, la nostra salute, la nostra pace.
Le
profezie sono cazzate fin quando non si avverano.
Ma
quando si avverano, sono la conferma che avevamo tutti gli elementi
per capire, e che abbiamo scelto di non guardare.
L’Eufrate
si prosciuga.
Le
piaghe tornano.
I
re dell’Oriente, chissà, magari arriveranno.
Ma
non sarà l’Apocalisse a ucciderci.
Saremo
noi, con la nostra miopia, la nostra avidità, la nostra incapacità
di vedere oltre la prossima elezione, il prossimo trimestre, il
prossimo like.
Il
fiume muore.
E
con lui, muore un pezzo della nostra umanità.