Non
me ne voglia il Piretti che non mi ha convinto sul suo liquore che ha
chiamato Vallaspra..
da
buon Milanese di periferia, gli consiglio di leggere e poi di provare
paragonando il suo ricavato da erbe con il classico Fernet.
Fernet:
L'Amaro che gli Italiani Hanno Insegnato al Mondo (e che il Mondo ha
Imparato Meglio di Noi)

Ovvero:
come un digestivo milanese è diventato droga nazionale in Argentina,
religione in Franciacorta e mistero in Scozia
C'è
un liquido nero come la pece, amaro come un tradimento, erbaceo come
un prato alpino dopo la pioggia, che divide l'umanità in due
categorie: chi lo odia alla follia e chi ne fa una ragione di vita.
Si
chiama Fernet.
(te capì Piretti)?
Se
non sai cos'è, probabilmente sei una persona normale, con una vita
sociale equilibrata e un fegato in buona salute.
Se
lo conosci, sai già che non esiste un "punto di vista
intermedio" sul Fernet.
O
lo ami con la stessa intensità con cui i milanesi amano il Duomo, o
lo detesti con la stessa violenza con cui i romanisti detestano la
Juve.
E
se sei argentino, probabilmente in questo momento stai già
mescolando un Fernet
con Coca-Cola senza
nemmeno rendertene conto, perché per voi americanlatinisti odiati
dal parrucchino, è come respirare.
Benvenuto
Piretti nel mondo del liquore più controverso, più amato, più
odiato e più frainteso d'Italia e mo' ti dico..
Siamo
a Milano, 1845. Bernardino
Branca è
un tipo cazzuto: farmacista, imprenditore, con quella mentalità
lombarda fatta di "io produco roba buona e chi non capisce sono
cazzi suoi".
Apre
una fabbrica di liquori in Via
Tre Monasteri (oggi
Via Broggi quella dove alla sera operano le vulvivendole) e comincia
a sperimentare .
La
sua idea è semplice: creare un amaro che non sia solo buono, ma
anche salutare.
Un
digestivo che aiuti dopo i pasti, che risolva i problemi di stomaco,
che rimetta in sesto chi ha mangiato troppo.
Prende
una montagna di erbe officinali (oltre 40 varietà), le mette a
macerare nell'alcol, e ne tira fuori un liquido scuro, potentissimo,
dal sapore che ancora oggi, 181 anni dopo, è rimasto identico .
Nasce
così il Fernet
Branca,
destinato a diventare il più famoso amaro italiano nel mondo.
Peccato
che nessuno, all'epoca, potesse immaginare quanto lontano sarebbe
arrivato.
Qual
è la ricetta del Fernet?
Bella
domanda.
Prova
a chiederlo alla Branca.
Ti
rideranno in faccia.
Perché
il segreto è custodito come i codici nucleari: lo sanno in quattro
gatti, e quei quattro gatti non parlano.
Quello
che si sa è che le erbe sono oltre
40 (le
stesse che dichiari tu Piretti, ovviamente solo come numero),
provenienti da tutto il mondo: mirra, zafferano, camomilla,
rabarbaro, genziana, menta, cardamomo, aloe, china calissaia (da cui
deriva il chinino).
Roba
che se le metti tutte insieme in una pentola, viene fuori un
intruglio che potrebbe curare la peste o stendere un elefante.
La
lavorazione è lunga e complessa.
Le
erbe vengono fatte macerare nell'alcol per settimane, poi distillate,
poi invecchiate in botti di rovere per almeno un anno.
Il
risultato è un liquore che non assomiglia a nient'altro: denso,
scuro, amaro ma con mille sfumature, capace di passare in un sorso
dalla liquirizia alla menta, dal cacao alla genziana.
C'è
una cosa che tutti notano quando versano un Fernet: sul fondo della
bottiglia, dopo un po', si forma un deposito
scuro,
quasi fangoso.
In
gergo si chiama "passino" o "feccia".
I
profani lo guardano con sospetto.
"Ehi,
questo è andato a male! C'è roba sul fondo!".
No,
coglione, è lì apposta.
È
il segno che il Fernet è stato fatto con ingredienti veri, con erbe
vere, e che quelle erbe, col tempo, depositano i loro residui.
Più
passino c'è, più il Fernet è "vivo" .
La
Branca, per la versione esportazione (quella che finisce in America e
in Argentina), toglie il passino con un procedimento di filtrazione
più spinta.
Ma
gli intenditori
sanno che il vero Fernet è quello col deposito. Perché il deposito
è garanzia di
artigianalità,
di roba vera, di tradizione che non si piega alle esigenze del
mercato.
Sai
che goduria provo bevendo l'ultimo bicchiere carico di sghinga?
Comunque
Piretti smetti pure di leggere e io continuo con la tesi in quanto la
storia del Fernet in Argentina comincia nel 1940, con un nome: Enrico
Marone prozio
della Emma, la ex del De Martino.
Un
imprenditore piemontese buja nein che decide di portare il liquore
milanese dall'altra parte dell'oceano.
L'Argentina,
all'epoca, è un paese in piena espansione, pieno di immigrati
italiani che ricordano i sapori di casa.
Il
Fernet, con la sua potenza e il suo sapore inconfondibile, poteva
essere un successo.
E
lo fu.
Ma
la vera svolta arriva negli anni '90.
Quando
gli argentini scoprono una cosa che gli italiani non avevano mai
considerato: mescolare
il Fernet con la Coca-Cola.
Per
un italiano tradizionalista, mettere il Fernet nella Coca-Cola è un
sacrilegio.
È
come mettere il ketchup sulla pasta.
È
come bere il Barolo con la gassosa in un bicchiere di plastica.
Ma
gli argentini non hanno questi complessi.
Prendono
un bicchiere alto, lo riempiono di ghiaccio (tanto ghiaccio, siamo a
Buenos Aires, fa caldo), ci versano il Fernet fino a riempire un
terzo del bicchiere, e poi aggiungono la Coca-Cola.
Freddissima.
Possibilmente
in bottiglia di vetro .
Il
risultato è una bomba: l'amaro del Fernet si sposa con la dolcezza
caramellata della Coca, le bollicine puliscono il palato, il ghiaccio
lo rende bevibile anche a 40 gradi all'ombra.
È
dissetante, è forte, è perfetto per l'aperitivo.
Oggi,
in Argentina, il Fernet con Coca è la
bevanda nazionale.
Si
stima che il 70% del Fernet prodotto nel mondo venga consumato in
Argentina .
Ogni
anno, gli argentini bevono 70 milioni di litri di Fernet, 50 milioni
di bottiglie, 5 litri a testa.
Quanto
sopra ricavato con la collaborazione dell'AI.. roba da far sembrare
gli italiani degli astemi bevitori di H2O.
Ed
ecco il paradosso.
Il
Fernet nasce a Milano.
È
italiano.
È
prodotto dalla Branca, che è italiana.
Eppure,
in Italia, il Fernet lo bevono solo:
I
milanesi veraci, quelli che ancora vanno all'osteria e lo prendono
dopo il caffè
I
barman che lo usano nei cocktail
Quattro
vecchi pirla con la barba bianca che ricordano vecchi tempi quando
andavano a trovare la zia Teresa.
Il
grosso della produzione?
Finisce
in Argentina.
Gli
argentini hanno fatto del Fernet la loro bandiera, il loro simbolo,
la loro ragione di vita. Noi italiani l'abbiamo inventato. Loro lo
hanno reso immortale.
C'è
una lezione di marketing, in tutto questo, ma non è il caso di
approfondire.
Nel
2022, la Branca ha vinto una battaglia legale importante: l'ufficio
dell'Unione Europea per la proprietà intellettuale ha riconosciuto
al marchio il diritto di usare in esclusiva il termine "Milano"
sulle etichette dei propri prodotti .
La
motivazione?
"L'abbinamento
di Milano all'idea di Fernet deriva proprio dalle capacità di
Bernardino Branca".
Tradotto:
se dici Fernet, pensi a Milano.
Se
dici Milano, pensi al Fernet.
Quindi
nessun altro può usare quel nome.
È
una vittoria che sembra scontata, ma non lo è.
Perché
negli anni sono nati decine di imitatori tipo il Piretti di Atessa,
di "Fernet alternativi", di "amari alla milanese".
La
Branca ha dovuto lottare per difendere il suo primato.
E
alla fine ha vinto.
Il
7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio (patrono di Milano), si celebra
il Fernet-Branca
Day.
Non
è una festa nazionale, ma a Milano lo è.
I
locali offrono Fernet a prezzi stracciati, i milanesi veri lo
ordinano dopo ogni pasto, e per un giorno la città si tinge di nero.
È
un rito laico, ma con qualcosa di religioso.
Perché
il Fernet, a Milano, è più di un amaro.
È
un'identità.
È
il sapore della città, della sua storia, della sua capacità di
resistere al tempo e alle mode.
Se
passate da Sesto San Giovanni, a due passi da Milano, potete visitare
il Ristorante
Fernet Branca
.
Non è un ristorante qualsiasi: è un locale storico, legato alla
fabbrica, dove si mangia la vera cucina milanese e si beve,
ovviamente, Fernet in tutte le salse.
E
poi c'è il Parco
della Distilleria,
un'area verde nata intorno allo stabilimento, dove ancora oggi si
producono i liquori.
È
un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe
officinali e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra
uscito da un'altra epoca.
Qual
è il modo giusto di bere il Fernet? E mo te lo dico:
Liscio,
dopo caffè:
il rito dei veri. Un bicchierino, rigorosamente piccolo,
rigorosamente freddo (ma non ghiacciato), rigorosamente dopo il
caffè. Si beve in un sorso, come una medicina, e ti pulisce lo
stomaco meglio di qualsiasi digestivo industriale.
Con
ghiaccio e scorza d'arancia:
per chi vuole allungare il momento, per chi lo tratta come un
whisky, per chi ha tempo e voglia di assaporare le sfumature.
Fernet
con Coca:
versione argentina, da provare almeno una volta nella vita, magari
in un'estate calda, magari dopo un pasto pesante.
Nel
cocktail:
il Fernet è un ingrediente potentissimo, usato dai barman per dare
profondità e amarezza a drink complessi. Il Fernet
and Coke (quello
vero, con la Coca, non con la soda) è un classico dei bar di tutto
il mondo.
C'è
una curiosità che pochi conoscono.
Nella
gamma Branca esiste anche un "Misto",
un amaro più leggero, meno aggressivo, pensato per chi vuole
avvicinarsi al mondo del Fernet senza farsi male .
Ha
una gradazione alcolica più bassa (intorno ai 20 gradi invece dei 40
del classico) e un sapore più dolce, più rotondo.
Se
il Fernet classico è una martellata in testa, il Misto è un colpo
di tappeto. Fa male lo stesso, ma con più stile.
Il
Fernet-Branca è il re, ma non è l'unico. Esiste un altro Fernet,
prodotto dalla Stock,
che in alcuni paesi (soprattutto in Argentina) è una valida
alternativa.
Il
Fernet Stock è
nato a Trieste nel 1884, prodotto da Lionello Stock (un altro
imprenditore italiano con la testa sulle spalle).
La
differenza? Il Fernet Stock è leggermente più dolce, meno erbaceo,
più "morbido" del Branca.
Gli
argentini lo adorano quasi quanto l'originale, e in alcune regioni
(come Córdoba) è addirittura preferito.
La
guerra tra i due Fernet è una di quelle guerre sotterranee, che non
si vedono ma si sentono.
Nei
bar di Buenos Aires, ordinare Fernet Branca o Fernet Stock è una
scelta politica, quasi esistenziale.
E
guai a sbagliare.
Esiste
anche un Fernet scozzese?
Quasi.
C'è
un amaro prodotto in Scozia che si avvicina al concetto di Fernet, ma
non è la stessa cosa.
I
britannici hanno una tradizione diversa di amari, più legata ai
bitter da cocktail (come l'Angostura) che ai digestivi da fine pasto.
Ma
il Fernet, in Scozia, è conosciuto e apprezzato.
Soprattutto
nei bar di Edimburgo e Glasgow, dove i barman lo usano per dare
carattere ai loro drink.
Perché
il Fernet è una di quelle cose che, una volta che le scopri, non
puoi più farne a meno.
Mettiamo
i puntini sulle i.
Che
sapore ha il Fernet?
Se
lo bevi veloce, senza pensarci, senti solo amaro.
Un
amaro potente, quasi aggressivo, che ti prende la lingua e non la
molla più.
Se
lo assaggi con calma, cominci a distinguere le note:
Menta:
fresca, pungente, quasi balsamica. È la prima cosa che senti,
quella che ti pulisce il naso.
Rabarbaro:
amaro, terroso, che sa di radici e di terra bagnata.
Liquirizia:
dolce-amara, che arriva dopo, quando l'amaro iniziale si è
attenuato.
Cacao:
tostato, amaro, quasi cioccolatoso. È la nota più complessa,
quella che rende il Fernet unico.
Erbe
alpine:
genziana, achillea, camomilla, che affiorano qua e là come ricordi
lontani.
È
un sorso che cambia, che si evolve, che non sta mai fermo.
Un
po' come Milano: apparentemente grigia e dura, ma piena di sfumature
per chi sa guardare.
Il
Fernet classico ha una gradazione alcolica del 39%.
Non
è poco.
Non
è robetta da aperitivo.
È
roba da dopocena, da fine pasto, da momento in cui vuoi qualcosa che
ti "sistema" lo stomaco e ti ricorda che esisti.
I
39 gradi non sono casuali: sono il risultato di una distillazione che
preserva le proprietà delle erbe senza renderle troppo aggressive.
Ma per un palato non abituato, possono essere una bella botta.
Ecco
perché gli argentini lo tagliano con la Coca.
Ecco
perché i milanesi veri lo prendono in bicchierini piccoli, quasi da
liquore.
Perché
il Fernet non si scherza.
Il
Fernet è roba seria.
Alla
fine, cos'è il Fernet?
È
un amaro milanese nato nell'Ottocento per curare lo stomaco e
diventato, quasi due secoli dopo, un simbolo globale.
È
un liquore che gli italiani hanno dimenticato e gli argentini hanno
fatto proprio.
È un sapore che divide, che non lascia
indifferenti, che o ami o odi.
È un pezzo di storia industriale
italiana che resiste, tra erbe segrete e botti di rovere, in un
angolo di Lombardia che sembra fermo nel tempo.
È un rito,
un'identità, un modo di dire "io sono di Milano" senza
doverlo spiegare.
Se
non l'hai mai provato, fallo.
Ma
fallo bene.
Non
con la Coca, non col ghiaccio, non dopo una pizza qualsiasi. Fallo
dopo un vero pranzo milanese, dopo una cotoletta e un risotto, dopo
un caffè forte.
Prendi
un bicchierino, versalo freddo, bevilo in un sorso.
E
poi dimmi se hai capito.
Probabilmente
no.
Ma
va bene così.
Il
Fernet non si capisce. Si vive.
Appendice
Tecnica: Come Berlo (Le Regole Non Scritte)
Il
Bicchiere
Quello
da liquore, piccolo, panciuto. Non il tumbler, non il calice. Il
bicchierino da nonna.
La
Temperatura
Freddo,
ma non ghiacciato. Dieci minuti in frigo sono l'ideale. Se lo metti
in freezer, diventa troppo denso e perde le sfumature.
Il
Momento
Dopo
caffè. Sempre. Mai prima del pasto (a meno che tu non voglia
rovinarti lo stomaco per il resto della serata).
La
Quantità
Un
dito. Non di più. Il Fernet non si beve a litri.
La
Regola d'Oro
Se
ordini un Fernet in un bar e il barvendulo ti guarda strano, cambia
bar. Se ordini un Fernet in un bar di Milano e il bartender ti fa un
inchino, sei nel posto giusto.
Gradazione
alcolica: 39%
Difficoltà
di approccio: Altissima
Probabilità
di diventarne dipendenti: Bassa
(perché dopo il primo, il secondo è una sfida)
Numero
di erbe segrete: Oltre
40 (e non le saprai mai) e con questo spero di aver spiegato al
Piretti come mai non ho gridato alleluja dopo aver assaggiato il
declamato Vallaspra parente del SanPasquale.