Ho
un paio d'ore da far passare e oggi evito di commentare parrucchino
pannolinato con relative stronzate e cerco di far capire quello che odiavamo a scuola ovvero
le poesie a memoria.. Attualmente so che non esiste più questo problema ma se ci
pensate bene, queste poesie potevano essere recepite come fatto
anacronistico e forse avrebbero potuto essere meno odiate e il mio
ricordo va a Giovanni Pascoli e alla sua “Cavallina storna”.. io
da buon lombardo, inizialmente pensavo citasse un animale sordo in
quanto la parola “storna” in dialetto locale significa appunto “sorda”..
ma poi leggendo questa poesia non come compito assegnato ma come
fatto capitato, l'odio avversivo è andato scemando e quindi vorrei
far capire come ho poi interpretato questo scritto...
P.S.
La cavalla era detta storna grazie al suo mantello grigioscuro con
piccole e numerose macchie che la rendevano simule al piumaggio dello
storno.
Questo era indicato sui giornali dell'epoca


Il
10 Agosto 1867 veniva brutalmente ucciso il padre del poeta Giovanni
Pascoli.
Questo
tragico evento egli lo descrivera' appunto come "La cavalla
storna" che voleva essere solo la manifestazione del suo immenso
dolore invece , nel tempo , è diventata quell' immortale ode che
tutti dovremmo conoscere per apprezzarla.
In
essa il poeta ci presenta la madre che va a trovare la cavalla
"storna" che aveva riportato a casa il corpo del marito
senza vita.
E
le chiede, come se potesse capirla, di parlare, di darle il nome dell
'infame assassino e lo sussurra lei quel nome...
Nel
silenzio, la cavalla fa risuonare un alto nitrito, confermando i
sospetti e mostrandosi quasi umanamente partecipe del dolore della
sua padrona.
Oggi
la casa del triste avvenimento, che si trova a San Mauro Pascoli, è
monumento nazionale ed è visitabile.
Danneggiata
durante la guerra, la casa del poeta è stata restaurata, mantenendo
però l'originaria struttura.
Una
stanza , però, è rimasta intatta : la cucina.
Questo
locale conserva, infatti, ancora le annerite travi, il grande
focolare, l'acquaio in pietra e vi sono ancora piccoli utensili,
mobili d'epoca e vari oggetti, appartenuti alle donne della famiglia.
E
tutta l'atmosfera è così intrisa di veridicità che quasi si
aspetta l' improvviso apparire della padrona di casa con le figlie
Maria e Ida, sorelle del poeta che, da brave "azdore" (
massaie) romagnole, potrebbero incominciare a preparare piadine,
sfoglie e passatelli...
Atmosfera
antica, magica, che ricorda un tristissimo evento, ma capace di
trasportare chiunque in un tempo lontano, coinvolgente
ed
emozionante da rivivere e ve la trascrivo sicuro che forse la apprezzerete.
LA
CAVALLA STORNA
Nella
Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio
Salto.
I
cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di
croste.
Là
in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa
spiaggia;
che
nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli
orecchi aguzzi.
Con
su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea
sommessa:
“O
cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu
capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio
giovinetto;
il
primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò
mai briglie.
Tu
che ti senti ai fianchi l’uragano
tu dai retta alla sua piccola
mano.
Tu
ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce
fanciulla„
La
cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più
mesta:
“O
cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo
so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la
sua morte.
O
nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il
tuo spavento;
sentendo
lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio
seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...„
La
scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in
pianto.
“O
cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh!
due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu
con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco
delle vampe,
con
negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti
pioppi:
lo
riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue
parole„
Stava
attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la
criniera.
“O
cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a
me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non
sai!
Tu
non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una sola
cosa!
Tu
l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle
pupille fise.
Chi
fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni,
come„
Ora,
i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della
strada.
La
paglia non battean con l’unghie vuote;
dormian sognando il rullo
delle ruote.
Mia
madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto
un nitrito.
P.S.. a chi interessa la storia e vorrebbe sapere chi fu l'esecutore dell'omicidio e del mandante puo leggere qui e farsi la sua opinione.
E ritengo sia giusto pubblicare una delle tante poesie che ha fatto rischiare la pelle del buon Pascoli che non ha mai smesso di colpire il mandante utilizzando la sua arma, considerato che la giustizia non ha fatto quello che doveva fare..
San
Lorenzo.
Io
lo so perchè tanto
di
stelle per l’aria tranquilla
arde
e cade, perchè sì gran pianto
nel
concavo cielo sfavilla.
Ritornava
una rondine al tetto:
l’uccisero:
cadde tra spini:
ella
aveva nel becco un insetto:
la
cena de’ suoi rondinini.
Ora
è là, come in croce, che tende
quel
verme a quel cielo lontano;
e
il suo nido è nell’ombra, che attende,
che
pigola sempre più piano.
Anche
un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero:
disse: Perdono;
e
restò negli aperti occhi un grido:
portava
due bambole, in dono...
Ora
là, nella casa romita,
lo
aspettano, aspettano, in vano:
egli
immobile, attonito, addita
le
bambole al cielo lontano.
E
tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni,
infinito, immortale,
oh!
d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo
opaco del Male!