Certo che i nati negli anni ’70 e ’80 hanno avuto una fortuna che probabilmente comprenderanno soltanto adesso.
Sono stati una generazione ponte.
Hanno conosciuto un mondo nel quale la tecnologia esisteva, naturalmente, ma non aveva ancora conquistato ogni centimetro della loro vita. E poi hanno assistito alla sua esplosione.
Hanno vissuto senza Internet e con Internet.
Senza smartphone e con lo smartphone.
Con la televisione a pochi canali e poi con centinaia di canali, piattaforme, streaming e contenuti disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro.
Hanno usato le cabine telefoniche e poi i telefoni cellulari.
Hanno scritto lettere, comprato giornali, aspettato telefonate e poi sono arrivati alle email, ai social network, alle videochiamate e alla comunicazione istantanea.
Sono probabilmente l'ultima generazione che può dire una cosa molto particolare: “Io ricordo perfettamente com'era prima.”
E questo cambia il modo in cui guardano la tecnologia.
Perché non sono necessariamente nostalgici come chi è nato qualche lustro prima di loro.
Almeno non tutti.
Certi ad esempio, non credono che il passato fosse migliore semplicemente perché era passato.
Ogni epoca ha i suoi vantaggi e i suoi problemi.
Chi è nato invece negli anni ’80 e ’90 aveva cose meravigliose, ma anche parecchie cose che oggi non rimpiangono affatto rispetto alla generazione precedente in quanto:
Informarsi era più difficile.
Comunicare con qualcuno che viveva lontano era complicato.
Trovare informazioni poteva richiedere ore.
Perdere un'occasione significava spesso perderla davvero.
Se non sapeva qualcosa, non poteva semplicemente tirare fuori un telefono e cercare la risposta in trenta secondi.
E la tecnologia attuale con l'AI ha risolto problemi che un tempo sembravano impossibili.
Oggi si può parlare gratuitamente con una persona dall'altra parte del mondo.
Si possono consultare biblioteche intere dal divano.
Si può imparare praticamente qualsiasi cosa.
Si può lavorare a distanza.
E' possibile orientarsi in una città sconosciuta senza cartina.
E' possibile vedere persone che amiamo anche quando sono lontane.
E' possibile persino avere strumenti di intelligenza artificiale capaci di assistere nello studio, nel lavoro e nella ricerca.
Sarebbe assurdo sostenere che tutto questo sia un peggioramento.
La tecnologia ha migliorato enormemente la vita.
Il problema non è la tecnologia.
Il problema è quando la tecnologia arriva prima della capacità di gestirla.
Ed è qui che emerge la differenza più grande tra la nostra generazione e quella dei nostri figli.
Noi siamo cresciuti prima dell'esplosione digitale.
Abbiamo avuto un'infanzia nella quale il mondo fisico era ancora il principale ambiente sociale.
Se volevamo vedere un amico, dovevamo andare a cercarlo.
Se volevamo giocare, uscivamo.
Se volevamo sapere cosa stava facendo qualcuno, dovevamo telefonargli oppure aspettare di incontrarlo.
Non esistevano notifiche che ci ricordavano continuamente che qualcun altro, da qualche parte, stava vivendo una vita apparentemente più interessante della nostra.
Non avevamo algoritmi che imparavano le nostre debolezze.
Non avevamo piattaforme progettate per catturare la nostra attenzione per ore.
E soprattutto non avevamo i social network durante l'infanzia.
Questa è forse la differenza più importante.
Un adulto che riceve uno smartphone a quarant'anni possiede già una personalità formata.
Un bambino che cresce fin dai primi anni con uno schermo davanti al viso sta invece costruendo la propria relazione con il mondo contemporaneamente alla costruzione della propria identità.
È una differenza enorme.
E non sappiamo ancora completamente quali saranno le conseguenze.
Lo stiamo scoprendo adesso.
Per questo trovo interessante che proprio in questi anni stiano arrivando le prime vere discussioni sui limiti.
Età minima.
Controllo parentale.
Tempo davanti allo schermo.
Uso dei social.
Tutela dei minori.
Educazione digitale.
Regole nelle scuole.
Non significa che dobbiamo tornare indietro negli anni.
Non avrebbe senso.
Significa che finalmente stiamo cominciando a capire che una tecnologia potentissima non può essere consegnata a un bambino come se fosse un giocattolo innocuo.
E forse qui la nostra generazione può avere un ruolo particolare.
Perché noi possiamo fare un confronto che i nostri figli non possono ancora fare.
Possiamo dire: “Ho vissuto anche senza questa cosa.”
E possiamo spiegare che vivere senza smartphone non significava vivere male.
Ma possiamo anche dire: “Questa tecnologia mi ha dato qualcosa che prima non avevo.”
Perché è vero anche questo.
La nostra generazione non dovrebbe diventare quella degli adulti che urlano contro Internet mentre usano Internet per lamentarsi di Internet.
Sarebbe ridicolo.
Dovremmo invece essere quella generazione capace di dire ai più giovani: usate la tecnologia, ma non permettetele di usare voi.
È una distinzione fondamentale.
Perché uno smartphone può essere uno strumento straordinario.
Ma può anche diventare una gabbia.
Internet può aprire una finestra sul mondo.
Ma può anche trasformarsi in una stanza nella quale passiamo tutta la giornata.
I social possono permetterci di mantenere rapporti con persone lontane.
Ma possono anche convincerci che la nostra vita debba essere continuamente mostrata, giudicata e confrontata con quella degli altri.
La tecnologia non è né buona né cattiva.
È potente.
E proprio per questo richiede responsabilità.
Forse allora abbiamo davvero avuto fortuna.
Non perché siamo nati in anni precedenti.
Non perché il passato fosse un paradiso.
E nemmeno perché il presente sia un inferno.
Siamo stati fortunati perché abbiamo attraversato due mondi.
Abbiamo conosciuto il tempo in cui una giornata poteva passare senza che nessuno ci raggiungesse.
E abbiamo conosciuto quello in cui possiamo essere raggiunti in qualsiasi momento.
Abbiamo conosciuto la noia.
E abbiamo conosciuto l'infinita disponibilità di contenuti.
Abbiamo conosciuto l'attesa.
E abbiamo conosciuto l'immediatezza.
Abbiamo conosciuto la vita prima degli algoritmi.
E oggi viviamo dentro gli algoritmi.
Forse il nostro compito non è scegliere quale dei due mondi fosse migliore.
È prendere il meglio di entrambi.
Conservare la capacità di stare una sera senza guardare uno schermo.
Ma usare Internet quando ci serve.
Uscire con gli amici.
Ma poter chiamare qualcuno che vive dall'altra parte del mondo.
Leggere un libro di carta.
Ma avere una biblioteca intera nel telefono.
Camminare senza GPS.
Ma usarlo quando siamo perduti.
E soprattutto insegnare ai nostri figli che la tecnologia deve essere una parte della vita, non la vita intera.
Perché forse questa è stata la vera fortuna della nostra generazione.
Non siamo stati abbastanza vecchi da rimanere completamente fuori dalla rivoluzione digitale.
E non siamo stati abbastanza giovani da crescere direttamente dentro di essa.
Siamo arrivati sulla riva di un mondo.
Abbiamo guardato il mondo nuovo nascere.
E abbiamo avuto il privilegio, ormai raro, di ricordarci com'era quello vecchio.
Siamo stati una generazione ponte.
E forse, proprio per questo, siamo anche la generazione che può insegnare a costruire il ponte tra i due mondi.

















