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mercoledì 25 marzo 2026

La crisi energetica sarà ad aprile.

 


SONO CAZZI: LA VERA CRISI ENERGETICA SARÀ AD APRILE

C’è una dissonanza, in queste settimane di guerra e di bollettini quotidiani, che rischia di trasformarsi in un errore di valutazione dalle conseguenze catastrofiche.

I mercati hanno reagito con sollievo agli spiragli di trattativa riaperti da Donald Trump con l’Iran: le Borse hanno virato in positivo, il petrolio Brent è scivolato di circa il 10 per cento, il gas al Ttf ha ripiegato a 56 euro per megawattora, in calo del 5,4 per cento.

E l’opinione pubblica, abituata a leggere i prezzi del carburante come il termometro più sensibile della crisi, ha tirato un sospiro di sollievo, come se il peggio fosse già passato.

Ma questa è la trappola, la grande illusione ottica di chi confonde la volatilità dei mercati finanziari con la realtà fisica delle catene di approvvigionamento.

Perché anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse domani – ipotesi che non ha alcuna possibilità di avverarsi, visti i toni dell’ultimatum di Trump e la replica sprezzante di Teheran – la frattura che si è creata nei rifornimenti non sarebbe automaticamente risanata.

Ci vorrà tempo, molto tempo.

E il punto più acuto della crisi, paradossalmente, deve ancora arrivare.

Il nocciolo della questione è una di quelle verità logistiche che i talk show tendono a rimuovere perché poco fotogeniche, ma che chi ha familiarità con il commercio marittimo conosce bene.

I tempi di transito nel Golfo Persico non sono quelli di un corriere espresso.

Una nave cisterna che carica petrolio o gas liquido dai terminali iraniani, sauditi o emiratini impiega circa due-tre settimane per raggiungere i porti europei, e tempi analoghi per arrivare in Asia.

Il conflitto è scoppiato il 28 febbraio con l’operazione americana “Epic Fury”, e nei giorni successivi i transiti attraverso Hormuz si sono praticamente azzerati: da una media di 129 navi al giorno a febbraio si è passati a sole quattro navi il 9 marzo.

Ma prima che il blocco diventasse totale, alcune petroliere erano già riuscite a passare, cariche di greggio e GPL.

Quelle navi, oggi, stanno ancora viaggiando.

Ecco la prima, crudele realtà: le ultime navi transitate prima della chiusura arriveranno a destinazione nei primi giorni di aprile. Scaricheranno il loro carico, e poi basta.

A quel punto, per l’Europa, inizierà il deserto.

Perché dopo che queste ultime navi avranno vuotato le stive nei porti di Rotterdam, Marsiglia, Genova e Augusta, dal Golfo Persico non arriverà più nulla per almeno venti, trenta giorni, nel migliore dei casi, dopo la riapertura dello Stretto.

E la riapertura, a giudicare dall’escalation degli ultimi giorni, non è all’orizzonte.

L’ultimatum del parrucchino – 48 ore per riaprire lo Stretto, pena la distruzione delle centrali elettriche iraniane – ha ricevuto una risposta che non lascia spazio a illusioni: i Pasdaran hanno fatto sapere che se gli americani colpiranno le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, “tutte le infrastrutture energetiche appartenenti agli Stati Uniti nella regione saranno attaccate”.

E poi il rilancio, quello che chiude definitivamente ogni spiraglio: “Se le minacce degli Stati Uniti riguardanti le centrali elettriche iraniane dovessero concretizzarsi, lo Stretto di Hormuz verrà completamente chiuso e non verrà riaperto finché le nostre centrali distrutte non saranno ricostruite”.

Parole che suonano come una condanna.

Perché ricostruire centrali elettriche distrutte dai bombardamenti non è operazione che si compie in pochi giorni.

E nel frattempo, mentre la politica gioca a chi alza la posta e i mercati reagiscono con i nervi scoperti a ogni dichiarazione, la realtà industriale continua il suo corso spietato.

Oggi 25 marzo, mancano 6 giorni all’inizio di aprile.

Le ultime navi che hanno lasciato il Golfo prima del blocco stanno attraversando il Canale di Suez o lo stanno già doppiando.

A metà della prossima settimana, le prime arriveranno in Europa. Scaricheranno.

E dopo di loro, il vuoto.

Venticinque giorni, trenta, forse più, senza nuove forniture di greggio e GPL dal Golfo.

E quando finalmente Hormuz riaprirà – se riaprirà – ci vorranno altre tre settimane perché le prime navi raggiungano il Mediterraneo.

Questo è il calendario che nessuna trattativa potrà accelerare. Questo è il muro contro cui l’Europa, e l’Italia in particolare, andrà a sbattere.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha cercato di mantenere un tono rassicurante, dichiarandosi “fiducioso che da metà aprile si possa ricostituire gli stoccaggi in modo adeguato”.

Ma le parole del ministro andrebbero lette con attenzione: “da metà aprile si possa” non è una certezza, è una speranza.

E la speranza si basa su un’ipotesi – che la riapertura dello Stretto avvenga in tempo utile per far arrivare le navi entro metà aprile – che al momento appare irrealistica.

Perché anche se Hormuz riaprisse domani, le navi che partissero subito arriverebbero a ridosso del 15 aprile.

Ma Hormuz non riaprirà domani, e i mercati lo sanno.

La Bank of America, in un recente report, assegna “uguali probabilità” a uno scenario in cui il conflitto si trascini fino al secondo trimestre dell’anno, e non esclude una durata più lunga.

I prezzi del mercato, di solito più lucidi dei comunicati ufficiali, hanno già iniziato a scontare questa realtà.

Il problema, per l’Italia, è che la nostra esposizione alla crisi è doppia.

Da un lato, c’è la dipendenza dal petrolio e dal gas che attraversano Hormuz: secondo i dati dell’Unctad, prima del conflitto il 5 per cento del petrolio e il 13 per cento del GNL destinato all’Europa transitavano dallo Stretto.

Percentuali che possono sembrare modeste, ma che in un sistema interconnesso come quello energetico globale producono effetti a cascata.

Quando il mercato mondiale perde il 20 per cento delle sue forniture di greggio e GNL – questa è la quota che normalmente transita da Hormuz – i prezzi salgono ovunque, non solo per chi compra direttamente dal Golfo.

E il rialzo dei prezzi, in Italia, è già sotto gli occhi di tutti.

I dati diffusi nei giorni scorsi parlano chiaro: un gasolio medio a 1,976 euro al litro, la benzina a 1,717, con punte ancora più alte in autostrada.

Il taglio delle accise deciso dal governo, costato 417 milioni di euro, ha offerto un sollievo temporaneo, ma i rincari stanno già rosicchiando lo sconto alla pompa.

E questo è solo l’inizio.

Perché i prezzi attuali riflettono ancora le forniture “di coda”, quelle arrivate via Hormuz prima del blocco.

Quando quelle scorte si esauriranno, e il mercato dovrà fare i conti con l’assenza di nuove spedizioni, l’impennata potrebbe essere molto più violenta.

Le proiezioni della Banca Centrale Europea non lasciano spazio all’ottimismo: uno shock più severo e persistente potrebbe spingere il petrolio fino a 145 dollari al barile e il gas a 106 euro per megawattora .

Ma il vero allarme, quello che finora è stato raccontato meno, riguarda la filiera petrolchimica.

Perché se il problema del gas e del petrolio è soprattutto un problema di prezzi – e già questo è un problema non da poco, per famiglie e imprese – il problema dei prodotti petrolchimici è un problema di approvvigionamento fisico.

L’Unctad ha calcolato che, prima del conflitto, il 13 per cento del commercio mondiale di prodotti chimici, inclusi i fertilizzanti minerali, transitava da Hormuz.

Un dato che per l’Europa è ancora più rilevante, perché molte delle materie prime necessarie all’industria chimica europea arrivano proprio dal Golfo.

E quando parliamo di prodotti petrolchimici, parliamo di tutto: dalle materie plastiche ai farmaci, dai fertilizzanti ai solventi, dai lubrificanti ai materiali per l’edilizia.

L’Italia, in particolare, ha un problema strutturale che la crisi rischia di trasformare in emergenza.

Il polo petrolchimico di Brindisi, con il suo cracking fermato da quasi un anno, è l’emblema di una fragilità che la guerra rischia di rendere esplosiva.

L’impianto Versalis, in stato di “conservazione” dopo la fermata dello scorso aprile, potrebbe essere irrecuperabile se non si interviene in tempi brevi.

E quando la mancanza di materie prime dal Golfo si sommerà alla ridotta capacità produttiva nazionale, il rischio non è solo di prezzi più alti, ma di vere e proprie interruzioni di fornitura per interi settori industriali.

Un quadro che i sindacati e gli industriali, in queste settimane, hanno iniziato a delineare con crescente preoccupazione, senza però riuscire a farsi ascoltare da un dibattito pubblico distratto dagli ultimatum di Trump e dalle dichiarazioni roboanti dei leader politici.

C’è poi il capitolo trasporti, quello che tocca la vita quotidiana di milioni di italiani in modo più diretto.

Il carburante per aerei – il jet fuel – è raddoppiato dall’inizio della guerra.

Il Financial Times stima che le venti maggiori compagnie aeree quotate in Borsa a livello mondiale abbiano perso circa 53 miliardi di dollari di valore nei primi ventitré giorni di conflitto, e parlano della “peggior crisi dal Covid”.

I grandi vettori europei hanno già avvertito: se il balzo dei prezzi energetici durerà per mesi, le tariffe saliranno.

E per l’Italia, che del turismo ha fatto una delle sue principali risorse, il danno potrebbe essere doppio: meno turisti stranieri, e italiani che rinunciano ai viaggi per il caro-biglietti.

Pasqua e l’estate sono dietro l’angolo, e il settore si prepara al peggio.

Eppure, c’è un elemento che in questo quadro di crisi imminente potrebbe fare la differenza, e non è un elemento tecnico o geopolitico: è la consapevolezza.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia, in un vademecum pubblicato in questi giorni, ha elencato dieci azioni immediate per ridurre la domanda di idrocarburi, abbassare la pressione sui prezzi e rafforzare la sicurezza energetica collettiva.

Dallo smart working strategico alla riduzione dei limiti di velocità, dalle domeniche senza auto alla sostituzione dei voli a breve raggio con il treno, fino all’elettrificazione della cucina e all’efficienza industriale: misure che in passato sono state adottate in momenti di emergenza, e che oggi potrebbero tornare utili.

Ma c’è un problema: queste misure richiedono tempo per essere implementate, e soprattutto richiedono una mobilitazione collettiva che non si improvvisa.

E in un paese abituato a considerare l’energia come un diritto e non come una risorsa scarsa, la consapevolezza è la variabile più difficile da mobilitare.

Il governo, dal canto suo, ha cercato di giocare d’anticipo.

La visita di Giorgia Meloni in Algeria il 25 marzo, nel pieno di questa emergenza mediterranea, è un segnale che l’esecutivo ha ben chiaro dove si giochi la partita della sicurezza energetica italiana. L’Algeria è ormai il primo fornitore di gas dell’Italia, e rafforzare quel rapporto è una priorità strategica.

Ma i gasdotti, per quanto fondamentali, non possono sostituire dall’oggi al domani le forniture di petrolio e prodotti raffinati che arrivavano dal Golfo.

E soprattutto, non possono colmare il vuoto che si creerà nei prossimi trenta giorni, quando le ultime navi avranno scaricato e il prossimo carico non sarà ancora partito.

Così, mentre i titoli dei giornali si concentrano sull’ultimatum del parrucchino e sulla replica di Teheran, mentre i talk show discutono se la guerra si allargherà o si spegnerà, la vera crisi – quella silenziosa, fatta di navi che non partono e di scorte che si esauriscono – si avvicina giorno dopo giorno.

Il calendario è spietato: fine marzo, le ultime navi transitano lo Stretto.

Prima decade di aprile, arrivano in Europa e scaricano.

Metà aprile, le scorte iniziano a scarseggiare.

Fine aprile, se lo Stretto non sarà stato riaperto e le spedizioni non saranno riprese, i serbatoi europei inizieranno a fare i conti con il vuoto.

E i prezzi, che oggi sembrano essersi stabilizzati dopo il primo shock, potrebbero ripartire verso l’alto con una violenza che nessuno, in queste settimane, ha ancora immaginato.

Sono membri amari”.. Ed è difficile dargli torto.

Perché la vera crisi energetica non è quella che abbiamo già vissuto, con i prezzi che salgono e il governo che taglia le accise. La vera crisi è quella che deve ancora arrivare, quella che comincerà quando le ultime navi avranno scaricato e il Golfo resterà chiuso, e l’Europa si troverà a fare i conti con trenta giorni di deserto.

Trenta giorni in cui le industrie petrolchimiche dovranno decidere se fermare gli impianti o pagare prezzi folli per materie prime che non arrivano.

Trenta giorni in cui gli autotrasportatori dovranno decidere se aumentare le tariffe o chiudere.

Trenta giorni in cui le famiglie, quelle che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, scopriranno che il costo della benzina non è solo un costo, ma la cartina di tornasole di un’economia intera che arranca.

E poi, forse, la riapertura.

Ma a che prezzo?

E con quali tempi di recupero?

E con quali conseguenze sulle filiere che nel frattempo si saranno interrotte?

Sono domande che oggi, nel clima di falso ottimismo generato dalle fluttuazioni dei mercati, nessuno vuole porsi ma non facciamo la politica dello struzzo, facciamoci ste domande e cerchiamo di rispondere con la sola certezza che la logistica offre: anche se lo Stretto riaprisse domani, per almeno venti-trenta giorni non arriverebbe nulla.

E quei giorni, per l’Italia, saranno lunghi, duri, e probabilmente più costosi di quanto oggi osiamo immaginare.

La vera crisi è ad aprile.

E aprile è dietro l’angolo.

 

Non è finita.

 

Parrucchino giallo è una testadicazzo che ha giocato con la pace come si gioca con una carta in un mazzo truccato, o è semplicemente un coglione che ha perso il controllo di una guerra che lui stesso ha scatenato?

La risposta, probabilmente, è entrambe le cose.

E mentre il mondo guarda, parrucchino continua a twittare, a annunciare, a promettere.

Ma i fatti, come sempre, parlano più forte delle parole.

E i fatti dicono che la guerra non è finita.

Che l’accordo non c’è mai stato.

E che l’unica certezza, in questo conflitto, è l’incertezza che parrucchino stesso ha generato.

E mentre i missili continuano a cadere su Teheran e Tel Aviv, mentre le vittime si accumulano e l’economia globale paga il prezzo di una guerra che nessuno sa come fermare, resta la domanda che nessun comunicato della Casa Bianca potrà mai cancellare.

La verità, per quanto scomoda per la retorica trumpiana, è che la guerra in Iran non accenna a finire.

Gli Stati Uniti e Israele continuano a bombardare le infrastrutture energetiche, l’Iran continua a lanciare missili su Israele e sugli Stati del Golfo, lo Stretto di Hormuz resta chiuso, il petrolio continua a bruciare.

E parrucchino, che aveva promesso di risolvere il conflitto in poche settimane, si trova oggi a gestire un pantano in cui la sua parola non vale più nulla.

Ieri diceva di volere la pace, oggi bombarda.

Ieri annunciava un accordo, oggi lo smentisce con i fatti.

Ieri evocava la fine della guerra, oggi la prolunga.

I mercati avevano reagito con un sospiro di sollievo: petrolio in calo, Borse in rialzo, dollaro in ribasso.

L’illusione di una pace, per poche ore, aveva fatto crollare il prezzo della paura.

Poi, la realtà.

Mentre Trump parlava di negoziati “produttivi”, gli aerei israeliani colpivano a Teheran, i missili iraniani cadevano su Tel Aviv, e le infrastrutture energetiche della Repubblica Islamica continuavano a bruciare.

Lunedì, secondo quanto riportato dall’agenzia Bernama citando i media iraniani, gli attacchi congiunti Usa-Israele hanno preso di mira un edificio amministrativo del gas naturale a Isfahan e una conduttura di una centrale elettrica a Khorramshahr.

Non è una rappresaglia, è la prosecuzione della guerra.

La stessa guerra che Trump aveva detto di voler sospendere, la stessa guerra che aveva presentato come in via di risoluzione, la stessa guerra che invece continua a mietere vittime e a bruciare risorse.

La risposta iraniana non si è fatta attendere.

Martedì mattina, una salva di missili ha colpito Tel Aviv e altre parti di Israele, ferendo almeno sei persone e danneggiando tre edifici residenziali.

I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato l’attacco con una dichiarazione che suona come una minaccia e insieme come una promessa: se gli attacchi contro civili in Libano e Gaza continueranno, le posizioni israeliane saranno colpite con “missili e droni pesanti”.

È un avvertimento che allarga il conflitto, che trascina Hezbollah e la Striscia in una spirale che nessuno sembra in grado di controllare. E mentre Trump parlava di “accordo”, a Beirut un attacco israeliano ha ucciso almeno tre persone, tra cui una bambina di tre anni .

Il problema, per parrucchino, è che la sua credibilità è ormai ridotta a brandelli.

L’annuncio di domenica – il rinvio di cinque giorni degli attacchi alle centrali elettriche – era già stato accolto con scetticismo.

L’Iran aveva smentito categoricamente l’esistenza di qualsiasi trattativa, con il portavoce del parlamento che accusava Trump di diffondere “fake news” per calmare i mercati energetici.

E ora, meno di 24 ore dopo, la realtà ha dimostrato che quella smentita era fondata.

I colloqui – se mai ci sono stati – non hanno prodotto alcun risultato concreto.

L’unica cosa che è cambiata è che parrucchino ha guadagnato cinque giorni, una pausa che ha fatto crollare il prezzo del petrolio e ha permesso agli speculatori di incassare miliardi.

Poi, gli attacchi sono ripresi.

E parrucchino che aveva promesso di porre fine alla guerra si è ritrovato, ancora una volta, a inseguire gli eventi invece di governarli e noi la vera crisi la subiremo ad Aprile altro che Buona Pasqua...



domenica 22 marzo 2026

Chi ha inventato la Dinamite?

 

Forse non tutti conoscono questo fatto:

Ascanio Sobrero inventò la nitroglicerina nel 1847 a Torino e si rifiutò di brevettarla per timore del suo potenziale distruttivo.
Alfred Nobel la trasformò in dinamite nel 1867 e ci costruì un impero: Sobrero non ricevette mai royalty.
Alla morte di Nobel nella villa di Sanremo fu trovata l'ampolla originale di Sobrero e un suo busto: Nobel gli aveva versato solo una pensione vitalizia privata.

Ed ecco in breve la storia:

Un chimico torinese entra in laboratorio, fa una reazione che non aveva mai visto nessuno fare, e poi passa il resto della vita a desiderare di non averla fatta.

Corsa al contrario verso la gloria.

Siamo nel 1847. Ascanio Sobrero lavora nei laboratori di via Po 18, a Torino, come assistente alla cattedra di Chimica generale e docente alla Scuola di Meccanica e Chimica applicata alle Arti.

È un chimico preciso, formato a Parigi e Giessen.

Non è il tipo che si lascia scappare le cose.

Eppure quella sera qualcosa scappa.

Sobrero nitrata il glicerolo e ottiene un liquido oleoso, quasi innocente a vedersi.

Poi lo testa.

Una gocciolina di qualche centigrammo produce una detonazione come di fucile, scrive.

Il recipiente si frantuma con pericolo dell'operatore.

Non sono parole di entusiasmo.

Sono parole di qualcuno che ha appena capito di aver aperto una porta che non voleva aprire.

Non brevetta nulla.

Presenta la scoperta all'Accademia delle Scienze di Torino e sui Comptes Rendus de l'Académie de France, mettendo tutto di dominio pubblico.

Come a dire: questa roba appartiene a tutti, e quindi a nessuno che possa farci davvero del male.

Alfred Nobel prende la nitroglicerina, studia come stabilizzarla, brevetta la dinamite nel 1867 e costruisce un impero industriale su quella scoperta.

Ma Nobel lo sapeva.

E non stava del tutto bene con sé stesso per questo.

Lo dimostra quello che fu trovato nella sua villa di Sanremo alla sua morte, nel 1896: un'ampolla con il campione originale della nitroglicerina di Sobrero e un suo busto.

Nobel aveva anche versato a Sobrero una pensione vitalizia privata, senza obblighi legali, solo come riconoscimento.

Teneva accanto a sé il ritratto dell'uomo a cui non aveva mai pagato i diritti su nulla.

L'invenzione di Sobrero non era un errore tecnico.

Era funzionante, replicabile, devastante.

Era un errore morale, nel senso che lui dava alla parola.

E aveva ragione.

Solo che la storia non aspetta chi ha scrupoli.


 

l'Iran non vuole vincere.



Bella cazzata hanno fatto Trump e Netanyahu: ora il regime iraniano minaccia tutto il mondo! L'attacco (fallito) a Diego Garcia è un salto di qualità: i Pasdaran vogliono far sapere al mondo di avere missili in grado di colpire a 4.000 km.

C'è una scena, in questa lunga e sanguinosa quinta settimana di guerra in Medio Oriente, che andrebbe conservata come perfetta sintesi del paradosso in cui si dibatte l'amministrazione Trump quando scopre che la strategia di decapitazione del regime iraniano ha prodotto l'effetto opposto a quello desiderato e ora parrucchino ha concordato una tregua di qualche giorno e ha anche chiesto al popolo arabo 5 trilioni di dollari per continuare a buttar bombe con l'alternativa di 2,5 trilioni per cessare il fuoco.

Sarà stata la scena del un missile balistico iraniano che ha perforato le difese israeliane e colpito la centrale nucleare nella città di Dimona, nel deserto del Negev, ferendo almeno 50 persone.

Ed era la scena, simultanea e speculare, di un altro missile, lanciato qualche ora prima, che ha percorso 4.000 chilometri e si è diretto verso Diego Garcia, l'atollo nell'Oceano Indiano dove hanno sede le basi militari americane e britanniche.

E mentre Trump ripete che l'esercito iraniano è "obliterato", "distrutto", "devastato", i Pasdaran hanno appena dimostrato al mondo di possedere missili balistici in grado di colpire a 4.000 chilometri di distanza, e che a quella distanza non c'è solo Diego Garcia, ma anche Roma, Parigi, Londra.

Una bella cazzata, insomma, hanno fatto Trump e Netanyahu.

L'attacco a Diego Garcia, avvenuto venerdì, era stato un messaggio: l'Iran ha missili in grado di colpire a 4.000 chilometri, il doppio della portata dichiarata, e a quel raggio non ci sono solo le basi americane nell'Oceano Indiano, ma anche l'Europa.

E con l'attacco a Dimona, i Pasdaran hanno aggiunto un altro tassello al loro messaggio: non solo possiamo colpire lontano, ma possiamo colpire il cuore del programma nucleare israeliano, a pochi chilometri dal centro Shimon Peres, struttura chiave del programma atomico dello stato ebraico.

E mentre i media israeliani parlavano di una "notte di terrore", i vertici dell'IDF ammettevano che "le difese non hanno funzionato come previsto".

La reazione di Trump, come sempre, è stata quella di chi non vuole ammettere la realtà.

"L'Iran è stato distrutto", ha twittato.

"Le sue capacità militari non esistono più".

Ma le immagini dei crateri a Dimona, i video dei feriti portati via dalle ambulanze, i report dell'intelligence israeliana che parlano di un fallimento parziale delle difese aeree, raccontano una storia molto diversa.

L'Iran, per quanto decapitato, per quanto bombardato, per quanto sanzionato, ha ancora le risorse per colpire, e lo ha dimostrato.

E mentre Trump parla di "vittoria", i Pasdaran parlano di "resistenza".

E la loro resistenza, in queste ore, sta dando i suoi frutti.

L'attacco a Dimona, del resto, non è stato un caso isolato.

Negli ultimi giorni, l'Iran ha colpito basi americane in Iraq, Kuwait ed Emirati, ha minacciato di colpire i siti turistici in tutto il mondo, ha lanciato missili contro la base britannica di Diego Garcia. 

Un'offensiva su più fronti, che ha messo in difficoltà le difese israeliane e americane, e che ha dimostrato che la guerra, per quanto costosa per Teheran, è lungi dall'essere finita.

E mentre Trump e Netanyahu cercano di vendere ai loro elettori l'idea di una "vittoria imminente", i Pasdaran preparano nuove, pericolose rappresaglie.

Il paradosso, naturalmente, è che la strategia di decapitazione del regime, che doveva portare al collasso dell'Iran, ha avuto l'effetto opposto.

L'uccisione di Ali Khamenei, di Ali Larijani, di Gholamreza Soleimani, non ha fatto crollare il regime, ma ha spostato l'asse del potere verso i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, che oggi controllano saldamente le redini del paese.

E i Pasdaran, a differenza dei vertici politici, non hanno nulla da perdere.

Non hanno interessi economici all'estero, non hanno contatti con l'Occidente, non hanno paura di morire.

E sono determinati a resistere.

E mentre i missili continuano a cadere, e mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e mentre il prezzo del petrolio vola, una domanda resta sospesa:

come si esce da questo pantano?

La risposta, forse, è nelle parole di un analista marocchino citato da Medias24:

"L'Iran non ha bisogno di vincere. Gli basta non perdere".

E finché riuscirà a tenere chiuso lo Stretto, a far salire il prezzo del petrolio, a mettere in difficoltà le economie occidentali, a dimostrare di poter colpire a 4.000 chilometri di distanza, l'Iran starà vincendo.

E Trump, che aveva promesso una guerra lampo e a basso costo, si troverà a dover fare i conti con una guerra di logoramento che probabilmente gli costerà la presidenza.

E che dire dell'ultimatum di 48 ore ... naaaaa.

Una bella cazzata, insomma e per adesso godiamoci questi pochi giorni di cessate il fuoco, diamo respiro alla borsa e al volo del petrolio.



Giuseppe il profeta.



“I figli di Giacobbe erano dodici”. – Gn 35:23.

 

Ruben

Simeone

Levi

Giuda

Issacar

Zabulon

Giuseppe

Beniamino

Dan

Neftali

Gad

Aser

Figli di Lea

Figli di Rachele

Figli di Bila,

serva di Rachele

Figli di Zilpa,

serva di Lea

(Gn 35:23-26)

   La donna che Giacobbe aveva amato grandemente fu Rachele (Gn 29:18). Giuseppe fu il primo figlio avuto dalla sospirata Rachele, Beniamino fu l’ultimo avuto da Rachele che morì subito dopo averlo partorito. – Gn 35:18.

Giuseppe

   Giacobbe provava un amore particolare per Giuseppe, il primogenito della sua bella e amatissima moglie Rachele. Aveva quindi intenzione di trasmettergli i diritti di primogenitura. E non lo nascondeva: “Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli”. – Gn 37:3.

   I fratelli di Giuseppe – proprio perché si rendevano conto che lui era il prediletto – divennero gelosi di lui: non lo vedevano di buon occhio, lo trattavano male e gli parlavano dietro. “I suoi fratelli vedevano che il loro padre l’amava più di tutti gli altri fratelli; perciò l’odiavano e non potevano parlargli amichevolmente” (Gn 37:4). A tutto ciò si unirono due circostanze che finirono per renderlo ancora più odiato dai fratelli.

   Una volta fu perché Giuseppe raccontò al padre certe colpe che i suoi fratelli avevano commesso e “riferì al loro padre la cattiva fama che circolava sul loro conto”. – Gn 37:2.

   L’altra volta fu perché raccontò due suoi sogni da cui pareva confermato che egli sarebbe stato superiore a loro. In un sogno aveva visto il suo manipolo di grano stare dritto mentre quelli dei fratelli lo ossequiavano (Gn 37:7). Nell’altro sogno aveva visto che il sole, la luna e undici stelle s’inchinavano a lui (Gn 37:9). L’allusione ai genitori e ai fratelli era evidente. Suo padre stesso, Giacobbe, rimase impressionato: “Suo padre lo sgridò e gli disse: ‘Che significa questo sogno che hai fatto? Dovremo dunque io, tua madre e i tuoi fratelli venire a inchinarci fino a terra davanti a te?’”. – Gn 37:10.

   A quel punto le già malvagie disposizioni dei fratelli si mutarono in odio mortale: aspettavano solo l’occasione giusta per disfarsi di lui. E l’occasione non mancò. Un giorno suo padre lo mandò a vedere che ne era dei fratelli (Gn 37:14) che stavano pascolando gli armenti. Quando essi lo videro arrivare con la sua bella veste a colori che il padre gli aveva fatta (Gn 37:3), fu tutto un precipitare d’eventi.

“’Ecco, sta arrivando il nostro sognatore!’, dicevano tra loro. ‘Non perdiamo tempo! Uccidiamolo e gettiamo il suo corpo in una cisterna. Poi diremo che l’ha divorato una bestia feroce. Così vedremo a che gli servono i suoi sogni!’”. – Gn 37:19,20, PdS.

   Ruben, uno dei fratelli, tanto fece che dissuase gli altri dall’ammazzarlo (Gn 37:21). Alla fine si decisero a togliergli la veste, calarlo in una cisterna e abbandonarlo lì (Gn 37:23,24). Il loro odio era tale che, come se niente fosse, si misero poi accanto alla cisterna a mangiare (v. 25). “Alzando gli occhi, videro una carovana d’Ismaeliti” (vv. 25). “Tirarono su Giuseppe, lo fecero salire dalla cisterna, e lo vendettero per venti sicli d’argento a quegl’Ismaeliti. Questi condussero Giuseppe in Egitto” (v. 28). Presa poi la veste di Giuseppe, la intinsero nel sangue di un capretto e la mandarono al padre facendogli credere che era stato sbranato da un animale (vv. 31,32). Per Giacobbe fu un colpo durissimo, tanto che “rifiutò di essere consolato, e disse: ‘Io scenderò con cordoglio da mio figlio, nel soggiorno dei morti’” (v. 35). Siamo nel 1750 circa prima di Yeshùa.

   “Intanto quei Madianiti vendettero Giuseppe in Egitto a Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie” (Gn 37:36). “Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie, un Egiziano, lo comprò da quegli Ismaeliti che ce l’avevano condotto” (39:1). “Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e si occupava del servizio personale di Potifar, il quale lo fece maggiordomo della sua casa e gli affidò l’amministrazione di tutto quello che possedeva” (39:4). “Potifar lasciò tutto quello che aveva nelle mani di Giuseppe; non s’occupava più di nulla, tranne del cibo che mangiava. Giuseppe era avvenente e di bell’aspetto” (39:6). Giuseppe fu poi posto a dura prova dalla libertina moglie di Potifar, che cercò di sedurlo. Respinta da Giuseppe, ella non fu contenta finché non lo vide in prigione. – 39:7-20.

   Dio lo assistette anche in carcere, tanto che Giuseppe fu promosso dal provveditore carcerario a sorvegliante degli altri prigionieri (39:21-23). Nelle prigioni statali capitarono poi due alti dignitari: il coppiere e il panettiere personali del faraone. Questi fecero certi sogni che raccontarono a Giuseppe. E Giuseppe, interpretandoli, predisse loro che il coppiere avrebbe riacquistato il suo posto dopo tre giorni, mentre il panettiere sarebbe stato giustiziato. Così avvenne. – Gn 40:1-23.

   Passarono due anni, e fu la volta del faraone di fare uno strano sogno (Gn 41:1). Si trattava del famoso sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre (41:2-4). “La mattina, lo spirito del faraone fu turbato; egli mandò a chiamare tutti i maghi e tutti i savi d’Egitto e raccontò loro i suoi sogni, ma non ci fu nessuno che li potesse interpretare al faraone” (41:8). Fu a quel punto che il coppiere personale del faraone si ricordò di Giuseppe e lo segnalò al re (41:9-13). Giuseppe fu immediatamente portato alla presenza del faraone e non ebbe dubbi nell’interpretare il suo sogno: “Dio ha indicato al faraone quello che sta per fare. Le sette vacche belle sono sette anni . . . Le sette vacche magre e brutte che salivano dopo quelle altre, sono sette anni . . . Ecco, stanno per venire sette anni di grande abbondanza in tutto il paese d’Egitto. Dopo verranno sette anni di carestia; tutta quell’abbondanza sarà dimenticata nel paese d’Egitto e la carestia consumerà il paese” (41:25-30). Giuseppe diede anche il suo parere al re, consigliandogli di costituire una persona avveduta che gestisse i sette anni di abbondanza per risparmiare in vista dei setti anni di carestia (41:33-36). “La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi servitori” (v. 37). Giuseppe stesso ricevette quell’autorità su tutto l’Egitto, tanto che fu secondo solo al faraone (41:37-44). Così, all’età di trent’anni, Giuseppe fu proclamato salvatore di tutto il mondo egizio. – 41:46.

   “Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione” (41:47). Poi venne la carestia, e fu terribile; non solo per tutto l’Egitto, ma anche per le popolazioni vicine. Tutti iniziarono a ricorrere ai depositi egiziani ben forniti per la previdenza di Giuseppe: “Da tutti i paesi venivano in Egitto, da Giuseppe, per comprare grano, perché la carestia era grave su tutta la terra”. – 41:57.

   La fame si faceva sentire anche a Canaan, dove abitava Giacobbe con i suoi undici figli. “Giacobbe seppe che c’era grano in Egitto; allora disse ai suoi figli: ‘Perché state a guardarvi l’un l’altro?’ Poi disse: ‘Ecco, ho sentito dire che c’è grano in Egitto; scendete là a comprarne, così vivremo e non moriremo’” (42:1,2). Partirono in dieci. Giacobbe era troppo vecchio per affrontare il viaggio e “non mandò con loro Beniamino, il fratello di Giuseppe, perché diceva: ‘Che non gli succeda qualche disgrazia!’” (42:4). Così, i dieci fratelli partirono con molto denaro per presentarsi a quel grande e potente ministro egizio che presiedeva alla distribuzione del grano e da cui dipendeva la sorte di intere popolazioni (42:6). “Giuseppe era governatore in Egitto e vendeva grano a ogni popolo. Quando giunsero davanti a lui, i suoi fratelli si inchinarono faccia a terra. Egli vide i fratelli e li riconobbe, ma li trattò da estranei” (42:6,7, PdS). Dapprima Giuseppe li accusò di spionaggio. A loro difesa essi dissero di essere dodici fratelli, di cui uno morto e il più giovane rimasto in patria con il loro padre. Giuseppe chiese allora una dimostrazione: avrebbe concesso loro di andare a prendere il fratello più giovane mentre uno di loro sarebbe stato trattenuto in carcere. – Gn 42:9-20.

   Tornati dal padre Giacobbe, gli riferirono ogni cosa, dicendo: “L’uomo che è il signore del paese ci ha parlato aspramente e ci ha trattati come spie del paese” (42:30). Dopo che le derrate portate dall’Egitto erano finite, quando la fame si faceva di nuovo sentire, “quelli presero dunque questo dono, presero con sé il doppio del denaro e Beniamino, e partirono; scesero in Egitto e si presentarono davanti a Giuseppe” (43:15). “Giuseppe guardò Beniamino, suo proprio fratello, figlio della stessa madre”, “commosso davanti a suo fratello, uscì in fretta per non piangere, ma entrato in camera sua scoppiò in pianto” (Gn 43:29,30, PdS). Questo passo biblico è così commovente che c’è da indignarsi per  il modo sterile, che rasenta lo squallido, con cui TNM lo traduce: “Giuseppe ora si affrettava, perché le sue intime emozioni erano eccitate verso suo fratello”.

   Ottenuta la libertà di Simeone, che era rimasto nelle prigioni egiziane, fecero ritorno da Giacobbe, carichi di grano. Giuseppe non si era ancora fatto riconoscere. Aveva però in serbo una sorpresa. Giuseppe aveva fatto nascondere una tazza preziosa nel sacco di Beniamino. Fingendo che gli fosse stata rubata, mandò gente sua a inseguirli e a frugare nei loro sacchi. Trovata la tazza tra le cose di Beniamino, questo fu arrestato e gli altri ricondotti da Giuseppe, primo ministro egiziano (Gn 44:1-16). Giuseppe minacciò di trattenere Beniamino come schiavo, liberando gli altri. Giuda si offrì di prendere il suo posto. – 44:17-34.

   Queste pagine della Scrittura, così commoventi, raggiungono ora il culmine. Giuseppe a stento trattiene le lacrime. Dimenticando quanto aveva sofferto a causa loro, non riesce più a trattenersi e si fa riconoscere.

“Giuseppe non riuscì più a fingere. Disse agli egiziani che gli stavano intorno: ‘Uscite tutti!’. Così nessuno rimase con lui quando lui si fece riconoscere dai suoi fratelli. Si mise a piangere così forte che gli egiziani l’udirono e la cosa fu risaputa anche nel palazzo del faraone”. – Gn 45:1,2, PdS.

   “Intanto la voce si diffuse nella casa del faraone, e si disse: ‘Sono arrivati i fratelli di Giuseppe’. Questo piacque al faraone e ai suoi servitori”. – 45:16.

   Infine “essi risalirono dall’Egitto e giunsero nel paese di Canaan, da Giacobbe loro padre. Gli riferirono ogni cosa, dicendo: ‘Giuseppe vive ancora ed è governatore di tutto il paese d’Egitto’” (45:25,26). Israele decide allora di rivedere Giuseppe prima di morire. – V. 28.

   “Israele partì con tutto quello che aveva” (46:1).  “Le persone che vennero con Giacobbe in Egitto, discendenti da lui, senza contare le mogli dei figli di Giacobbe, erano in tutto sessantasei. I figli di Giuseppe, natigli in Egitto, erano due. Il totale delle persone della famiglia di Giacobbe che vennero in Egitto, era di settanta” (46:26,27). “Giunsero nella terra di Gosen. Giuseppe fece attaccare il suo carro e salì in Gosen a incontrare Israele, suo padre; gli si presentò, gli si gettò al collo e pianse a lungo sul suo collo. Israele disse a Giuseppe: ‘Ora, che io muoia pure, giacché ho visto il tuo volto, e tu vivi ancora!’”. – 46:28-30.

   “Così gli Israeliti abitarono nel paese d’Egitto, nella terra di Gosen; ebbero delle proprietà, furono fecondi e si moltiplicarono oltremodo” (47:27). “Giacobbe visse nel paese d’Egitto diciassette anni” (47:28). “Poi Israele disse a Giuseppe: ‘Ecco, io muoio; ma Dio sarà con voi e vi farà ritornare nel paese dei vostri padri’” (48:21). “Giacobbe chiamò i suoi figli e disse: ‘Radunatevi, e vi annunzierò ciò che vi avverrà nei giorni a venire’”. – 49:1.

   Il popolo di Israele era ora in formazione: i dodici figli di Israele sarebbero stati i capi delle dodici tribù che avrebbero costituito la nazione israelita.  Tra le predizioni che Giacobbe fece ai suoi dodici figli, spicca quella fatta a Giuda:

 

“Lo scettro non sarà rimosso da Giuda,

né sarà allontanato il bastone

del comando dai suoi piedi,

finché venga colui al quale esso appartiene

e a cui ubbidiranno i popoli”.

Gn 49:10.

   Dopo molti anni morì anche Giuseppe, ma prima di morire disse: “Io sto per morire, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà salire, da questo paese, nel paese che promise con giuramento ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe” (Gn 50:24). Il suo corpo fu imbalsamato e chiuso in un monumento in Egitto. – 50:26.

   Giuseppe è figura del suo stesso popolo: prima angustiato e poi ristorato in Egitto. Giuseppe è figura del Messia: privilegiato dal padre, distinto dai fratelli per natura e grazia, perseguitato e venduto, imprigionato, alzato agli onori supremi e secondo solo al re, salvatore del suo popolo.

La linea che porta al messia

   È degno di nota – di massima nota – che Dio specifica sempre di più, nella Scrittura, la stirpe da cui il Messia promesso sarebbe nato.

   La prima dichiarazione divina sul Messia fu generica: “Questa progenie ti schiaccerà il capo e tu [satana] le ferirai il calcagno”. – Gn 3:15.

   Ai primi discendenti di Adamo ed Eva viene indicata la posterità di Set. – Gn 5:3.

   La posterità di Set cresce di numero, e Dio fissa la genealogia alla famiglia di Noè, in cui è eletto Sem. – Gn 9:27.

   Crescendo la discendenza di Sem, le promesse divine si fissano su Abraamo, poi su Isacco e poi su Giacobbe.

   Giacobbe diviene Israele. Dai suoi dodici figli è scelto Giuda come progenitore del futuro Messia.

 

sabato 21 marzo 2026

Golia contro Davide.

 

Ragazzi perdete un poco di tempo per la lettura del post riferito alla situazione attuale nel Medio Oriente, se Israele merita di esistere o essere annientato.

Parto dal fatto che Israele esiste da 80 anni e quel che è fatto è fatto.

Non credo che si possa distruggere Israele e non vedo perché lo si debba distruggere.

Quello che però mi permetto di fare notare è che Israele si fonda su territori occupati e strappati agli arabi a cui non ha mai rinunciato negli ultimi 80 anni, anzi ha continuato a promuovere la penetrazione economica e demografica dei territori occupati con la colonizzazione di insediamenti israeliani.

Mi riferisco soprattutto ai territori occupati della Cisgiordania e del Golan che sono stati annessi e occupati da Israele nel 1967 e mai restituiti agli arabi.

È vero che furono fatte delle offerte ai palestinesi che riguardavano il 90% della Cisgiordania e che i palestinesi le hanno rifiutate però è anche vero che il regime di occupazione militare israeliano è uno dei più disumani del mondo con la sistematica violazione dei diritti umani degli abitanti della Cisgiordania e del Golan.

Credo che sia il caso di ricordare la drammatica situazione di Gaza, dove gli israeliani hanno continuato a bombardare e massacrare la popolazione civile con la scusa del terrorismo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha dato inizio ad una spirale di guerra e violenza che ha investito tutto il Medio Oriente e di cui la recente crisi iraniana è soltanto il culmine del progetto di Netanyahu che è quello di costruire il Grande Israele a spese degli arabi.

Se dare una patria alle vittime della Shoah poteva essere una causa nobile, è anche vero che per costruire Israele gli ebrei non hanno esitato a cacciare gli arabi su territori che ormai erano abitati dalla popolazione araba da generazioni.

Nel 1948 il 67% della popolazione della Palestina era araba mentre solo il 33% era ebraica.

Gli ebrei costituivano una minoranza rumorosa ma pur sempre una minoranza in confronto alla maggioranza della popolazione che risiedeva in quelle terre da diversi secoli.

L'ONU, con una decisione che non diede spazio a discussioni o interpretazioni, decise di regalare oltre la metà del territorio della Palestina alla minoranza ebraica facendo un enorme torto alla maggioranza araba che non riconobbe la decisione e si rifiutò di riconoscere Israele.

Scoppiò la prima guerra arabo-israeliana poche ore dopo la proclamazione dell'indipendenza di Israele nel 1948.

Da allora la questione palestinese non è mai stata risolta fino ad oggi e dubito che sarà risolta con Netanyahu.

Infine, vorrei concludere citando un discorso di Bettino Craxi che nel 1985 definì la lotta armata dell'OLP una causa legittima perché un movimento nazionale che lotti per una causa nazionale contro un'occupazione straniera ha il diritto di ricorrere alla lotta armata, un diritto riconosciuto dalle leggi della Storia e dallo Statuto delle Nazioni Unite (principio di autodeterminazione dei popoli). Credo che Craxi abbia ben espresso la condizione del popolo palestinese oppresso da ottant'anni dal popolo israeliano.

Andreotti fu ancora più chiaro quando disse che, se fosse nato palestinese e avesse vissuto in un campo di concentramento per 50 anni senza nessuna prospettiva di futuro da dare ai propri figli, sarebbe diventato un terrorista anche lui.

Quel coraggio che distingueva la nostra classe dirigente per solidarietà nei confronti dei palestinesi temo che oggi si sia esaurito con un governo sempre compiacente verso Israele. 

Nulla contro lo Stato ebraico che ha dimostrato nel corso della sua breve storia di avere un coraggio straordinario ma, conoscendo le sue origini e tutti gli errori che Israele ha commesso nei confronti dei palestinesi, purtroppo non credo sia logico dare ragione a Israele.

Neppure chi è amico di Israele, riesce a schierarsi con Netanyahu alla luce di ciò che sta facendo contro i palestinesi.

Chiamatelo come volete: pulizia etnica, crimini di guerra, crimini contro l'umanità, genocidio, massacro, strage.

Il risultato non cambia.

Netanyahu è deciso a distruggere i palestinesi e risolvere una volta per tutte la questione.

Prima era Davide contro Golia.

Oggi è Golia contro Davide.

Israele è diventato Golia.

E adesso dite la vostra dopo aver fatto il pieno di benzina e controllato le bollette di luce e gas senza dimenticare quanta gente innocente ci sta lasciando le penne.

venerdì 20 marzo 2026

La Cina è vicina.

 


Benvenuta primavera e quindi basta coi post di queste guerre e aumento costi.. svaghiamoci con un aneddoto che sa di barzelletta pulita..

Un giovane medico cinese appena laureato non riesce a trovare lavoro né presso gli ospedali, né presso cliniche private.

Decide allora di aprire un proprio studio e come pubblicità sparge la zona di volantini che dicono che lui risolve tutti i problemi delle malattie a soli 20 euro, e nel caso non ne sia capace darà 100 euro lui al paziente insoddisfatto.

Un avvocato pirla, legge il volantino e pensa di incastrarlo con delle false malattie e guadagnarsi facilmente i 100 euro.

Si presenta e dice:" Dottore, non riesco più a sentire i sapori.

Sono disperato".

" Non si pleoccupi, lisolviamo tutto”.

Infelmiela, scaffale N. 20, fialetta numelo 5".

Il medico rompe la fialetta e la versa sulla lingua dell'avvocato."... Ma cazzo, questa è benzina "

" Visto! Ha liacquistato il gusto dei sapoli: 20 eulo !!".

L' avvocato incazzato come una iena, paga, ma medita vendetta e cosi il giorno dopo si ripresenta dal dottore cinese.

" Dottore, ho perso la memoria, non ricordo più nulla! "

" Non si pleoccupi, lisolviamo tutto”.

Infermiela, scaffale N. 20, fialetta numelo 5 ".

" Ma quella è la benzina di ieri! "

" Visto! Ha liacquistato la memolia: 20 eulo !!".

L'avvocato è infuriato, paga, si arrovella e ne studia una più difficile. Il giorno dopo torna dal dottore cinese.

" Dottore, ho perso la vista! Non vedo più niente! Mi aiuti! “.

" Mi dispiace ma questo ploblema non sono capace di lisolvele”.

Ecco a lei 100 eulo”.

E dà i soldi all'avvocato.

" Ma questi sono 20 euro " ,

dice l'avvocato.

" Ha liacquistato la vista: 20 eulo !!".