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sabato 4 aprile 2026

Carobenzina.

 


ARRANGIATEVI – GIORGETTI CHIUDE IL RUBINETTO: I SOLDI PER IL CARO ENERGIA SONO FINITI, LE ACCISE REGGONO SOLO FINO A DOMANI, E LA BENZINA A TRE EURO NON È PIÙ UN’IPOTESI. 

LA GUERRA DI TRUMP AFFONDA I CONTI E IL DEFICIT TORNA SOPRA LA SOGLIA DEL 3%, FACENDO SALTARE LA FUGA DALL’INFRAZIONE UE

La musica è cambiata, e non in meglio. 

A Palazzo Chigi hanno spento il riscaldamento, metaforicamente e presto anche letteralmente. 

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia con la faccia da funerale e la concretezza di un ragioniere che sa quando il conto è in rosso, ha messo nero su bianco quello che i cittadini italiani avevano già cominciato a temere: i soldi per i bonus contro il caro energia sono finiti. 

Oggi, 3 aprile, il Consiglio dei ministri dovrebbe varare un decreto che stanzia gli ultimi 500 milioni di euro per prorogare il taglio delle accise sui carburanti fino al 1° maggio . Dopodiché, il rubinetto si chiude. 

E il paese – famiglie, imprese, pendolari, autotrasportatori – si troverà a brancolare nel buio, senza la rete di protezione che fino a ieri attutiva il colpo di una guerra di cui nessuno vede la fine.

Lo scenario che Giorgetti ha tratteggiato ai colleghi di governo ha i contorni dell’horror. 

“Se la guerra va avanti ancora un po’, rischiamo la benzina a tre euro”, avrebbe detto il ministro, secondo fonti interne. 

Non è un’esagerazione, non è una tattica per spaventare l’opinione pubblica. 

È un calcolo spietato. 

Il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha fatto impennare i prezzi del greggio e del gas come non si vedeva dalla primavera del 2022, quando la guerra in Ucraina aveva già messo in ginocchio le economie europee. 

Ma allora c’erano i fondi del Next Generation EU, c’era la flessibilità del Patto di Stabilità sospeso, c’era una risposta coordinata a livello continentale.

 Oggi, invece, l’Europa è divisa, i conti pubblici sono già stati spremuti, e l’Italia – il paese più esposto della UE all’instabilità energetica – si ritrova con le polveri bagnate.

Le parole di Giorgetti sono un pugno nello stomaco per una ragione precisa: tradiscono la narrazione che il governo aveva costruito fino a ieri. 

La manovra espansiva, la crescita trainata dagli investimenti, l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per il debito eccessivo. 

Tutto questo progetto, messo a punto con pazienza nel corso del 2025 e presentato come il fiore all’occhiello della legislatura, si sta sgretolando sotto i colpi di una crisi che Giorgia Meloni non ha saputo né prevedere né gestire. 

Il paradosso – amaro, cinico, tipico della storia italiana – è che il nemico non è solo Teheran o i mercati speculativi. 

È anche l’amico Trump. L’alleato a cui la premier ha giurato fedeltà, che ha difeso in ogni consesso europeo, che ha scelto come interlocutore privilegiato nonostante le tariffe, le umiliazioni e le sue politiche isolazioniste, è oggi la causa principale del tracollo dei conti pubblici italiani .

Perché l’attacco a Iran – voluto e guidato dall’amministrazione repubblicana – ha innescato una reazione a catena che sta strangolando l’economia italiana. Il gas è aumentato del 70 per cento da fine febbraio. 

Il petrolio segue la stessa traiettoria. 

E l’Italia, che importa quasi tutto il suo fabbisogno energetico, è una vittima designata. 

Il governo è stato costretto a mettere sul piatto mezzo miliardo per tenere a bada i prezzi alla pompa ancora per un mese, ma è una toppa provvisoria, un cerotto su una ferita che continua a sanguinare. 

Dopo il 1° maggio, avverte Giorgetti, le decisioni dipenderanno esclusivamente da fattori esterni, “chiaramente al di fuori del nostro controllo”. 

Traduzione: se il conflitto continua, i rincari saranno inevitabili e le casse dello Stato non potranno più tamponarli.

Il secondo colpo, forse ancora più devastante per le ambizioni di Meloni, riguarda la procedura d’infrazione UE per il debito. 

Fino a pochi mesi fa, il governo era convinto di poter riportare il deficit sotto la soglia del 3 per cento del PIL già nel 2026, uscendo così anticipatamente dal “braccio” di Bruxelles e riconquistando margini di manovra in politica di bilancio. 

L’obiettivo era ambizioso, ma non impossibile: dopo anni di scostamenti e deroghe, l’Italia sembrava finalmente in grado di rientrare nei parametri. 

Poi è arrivata la guerra in Medio Oriente, e tutto è saltato. 

Le nuove stime del Tesoro – ancora provvisorie, ma sufficientemente allarmanti – indicano che il deficit 2026 tornerà a superare il 3 per cento, forse con un margine significativo . L’obiettivo del 2,8 per cento su cui il governo aveva scommesso è ormai “archeologico”, scrive Il Sole 24 Ore. Non esiste più .

La conseguenza è spietata. 

L’Italia resterà impigliata nella procedura d’infrazione ancora per chissà quanto tempo, con tutti i vincoli che ne derivano: tagli alla spesa, limitazioni alle politiche espansive, controllo stringente di Bruxelles su ogni decisione di bilancio. 

E la colpa – almeno in parte – è della stessa guerra che Meloni ha legittimato con la sua fedeltà atlantica. 

I giornali stranieri raccontano di una premier che cerca disperatamente di fare da ponte tra l’America di Trump e un’Europa sempre più ostile, ma i risultati sono magri. 

L’Italia subisce le tariffe, subisce le umiliazioni diplomatiche, subisce le conseguenze economiche di una politica estera che non controlla. 

E ora subisce anche il fallimento dei suoi piani di risanamento.

La reazione di Giorgetti, di fronte a questo quadro, è la reazione di chi sa che non può fare miracoli. 

Il ministro ha già cominciato a sondare il terreno a Bruxelles, chiedendo che la UE attivi la “clausola di salvaguardia” per situazioni eccezionali, sospendendo i vincoli del Patto di Stabilità come era stato fatto durante la pandemia. 

Ma l’Europa di oggi non è quella del 2020. 

La Germania ha già un deficit programmato al 4,8 per cento, la Francia al 5 per cento. L’Italia, invece, è l’unica grande economia europea ancora sotto procedura d’infrazione, e dovrà faticare il doppio per convincere i partner a concedere un’altra deroga. 

“Le circostanze eccezionali” di cui parla il Trattato esistono, ma la pazienza di Bruxelles no .E i cittadini? 

I cittadini, come sempre, sono l’ultimo anello della catena. 

I dati ISTAT diffusi ieri raccontano di un paese che già arranca: 3,3 milioni di persone in grave deprivazione materiale, una persona su quattro a rischio povertà. 

Con la benzina a tre euro, con le bollette del gas che secondo le stime potrebbero aumentare tra il 35 e il 50 per cento, quella fascia si allargherà a dismisura. 

E non ci saranno più bonus, né sconti, né proroghe. 

Perché la cassa è vuota, e il governo non ha altra scelta che dire agli italiani: arrangiatevi. È una parola che nessun esecutivo dovrebbe mai pronunciare, ma che questa maggioranza, stretta tra l’ideologia del rigore e la realtà della guerra, si trova costretta a sussurrare.

Il quadro è fosco, e non ci sono eroi all’orizzonte. 

Giorgetti fa il suo mestiere: avverte, mette in guardia, cerca di guadagnare tempo. 

Meloni gioca la sua partita su un altro tavolo, cercando di tenere insieme l’alleanza con Trump e la sopravvivenza economica del paese. 

Ma la verità – spiacevole, brutale – è che l’Italia non può permettersi una guerra lunga, né un alleato così imprevedibile. 

I conti non tornano. 

E quando i conti non tornano, alla fine pagano sempre i soliti noti. 

Quelli che fanno il pieno una volta alla settimana, quelli che accendono il termosifone con il timer, quelli che guardano il listino prezzi al supermercato e sperano che l’olio d’oliva non sia aumentato anche oggi. 

Per loro, la promessa del “governo del fare” si è già trasformata in una condanna. 

La benzina a tre euro non è uno scenario: è un’ipotesi realistica. 

E il conto alla rovescia è già cominciato.

Americani..attaccatevi al cazzo.

 


AMERICANI, AVETE VOLUTO TRUMP? ORA VI ATTACCATE AL CAZZO! – IL CARO BENZINA AFFONDA IL CONSENSO E L’AMERICA SCOPRE DI AVER SCELTO L’UOMO SBAGLIATO NEL MOMENTO SBAGLIATO

C’è una verità, nella politica americana, che i presidenti imparano sempre troppo tardi.. il consenso si costruisce sui sogni ma si misura alla pompa di benzina.

Donald Trump, che ha fatto della promessa di un’America “indipendente e potente” il suo cavallo di battaglia, si trova oggi a fare i conti con un dato che nessuna retorica può ribaltare.

Per la prima volta negli ultimi tre anni, il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone (3,785 litri).

La media nazionale è di 4,09 dollari, con picchi in California dove si sfiorano i 5 dollari.

È un aumento del 33 per cento in meno di un mese, da quando l’Operazione Furia Epica ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un fronte di guerra.

E mentre Trump cerca di spiegare agli americani che il caro energia è “il prezzo della libertà” e che “non avremmo potuto permettere all’Iran di diventare una potenza nucleare”, il suo indice di gradimento è crollato al 33 per cento – il più basso da quando è tornato alla Casa Bianca .

Il legame tra il prezzo della benzina e la popolarità del presidente, negli Stati Uniti, è una costante storica.

Ogni volta che il prezzo sale, il presidente scende.

E oggi, con il prezzo della benzina che ha superato la soglia psicologica dei 4 dollari al gallone, Trump sta pagando il prezzo di una guerra che molti americani, a giudicare dai sondaggi, non volevano.

Secondo un’indagine condotta da Morning Consult e Politico, il 62 per cento degli americani si dichiara contrario all’operazione militare in Iran, e il 58 per cento ritiene che il presidente non abbia gestito bene la crisi.

Numeri che, in un paese dove la benzina è più di un carburante – è un simbolo di libertà, di indipendenza, di stile di vita – pesano come un macigno.

La reazione di Trump, prevedibilmente, è stata quella di incolpare gli altri.

In un comizio in Pennsylvania, ha detto che “i democratici ci hanno lasciato un sistema energetico fallimentare”, ha accusato la Cina di “speculare sul petrolio”, ha evocato il fantasma di Joe Biden per dire che “con lui la benzina costava molto di più”.

Ma i numeri dicono il contrario.

Nel gennaio 2025, quando Trump ha giurato per la seconda volta, il prezzo medio della benzina era di 3,07 dollari al gallone.

Oggi, con la guerra in Iran scatenata dalla sua amministrazione, il prezzo è salito di oltre un dollaro.

È un aumento che si vede, che si sente, che si tocca con mano ogni volta che si fa il pieno al Suv.

E gli americani, che non amano essere presi per il culo, stanno rispondendo con i sondaggi.



La guerra in Iran, d’altra parte, non era nei piani degli elettori quando hanno votato Trump nel novembre 2024.

L’avevano scelto per l’economia, per la promessa di chiudere il confine, per il richiamo a un’America forte ma non necessariamente bellicosa.

E invece si sono ritrovati con un conflitto che ha fatto schizzare il prezzo del petrolio, con l’inflazione che risale, con la paura di una escalation che potrebbe coinvolgere altri paesi della regione.

Il senatore democratico Chris Murphy, in un’intervista alla CNN, ha riassunto il sentimento di molti: “Gli americani non hanno votato per questa guerra. L’hanno votato per il prezzo del bacon. E ora il bacon costa di più e la benzina costa di più, e lui non ha nessuno a cui dare la colpa se non a se stesso” .

Il paradosso, in questa vicenda, è che Trump ha ereditato un’economia in buona salute e l’ha messa a rischio con una scelta di politica estera che i suoi stessi consiglieri, secondo quanto riferiscono fonti della Casa Bianca, avevano sconsigliato.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva avvertito che una guerra con l’Iran avrebbe fatto impennare i prezzi del petrolio, compromettendo la lotta all’inflazione.

Il segretario di Stato Marco Rubio aveva proposto un approccio più graduale, basato sulle sanzioni e sulla diplomazia.

Ma Trump, come sempre, ha fatto di testa sua.

E oggi, con il petrolio a 116 dollari al barile, con la benzina a 4 dollari al gallone, con il consenso in caduta libera, si trova a fare i conti con le conseguenze di una scelta che molti giudicano avventata.

L’ironia, naturalmente, non sfugge agli osservatori internazionali. Trump, che aveva promesso di “liberare l’America dalla dipendenza dal petrolio straniero”, si trova oggi a importare più greggio di prima, perché le raffinerie americane sono progettate per lavorare il petrolio pesante del Golfo, non quello leggero del Texas.

Trump, che aveva promesso di “rendere l’America di nuovo grande”, ha scatenato una guerra che sta mettendo a rischio la ripresa economica.

Trump, che aveva promesso di “essere il presidente di tutti gli americani”, ha diviso il paese su una questione di guerra e pace che gli sta facendo perdere persino il sostegno di una parte della sua base elettorale.

Il suo indice di gradimento al 33 per cento è il più basso dal 2020, quando perse le elezioni.

E se la guerra continuerà, con il petrolio destinato a salire ulteriormente, quei numeri potrebbero peggiorare.

E mentre Trump cerca di dare la colpa ai democratici, alla Cina, all’Iran, persino all’Europa che non lo sostiene abbastanza, gli americani fanno il pieno e si chiedono se ne sia valsa la pena. Perché alla fine, in un paese dove la benzina è un indicatore più preciso del PIL, la risposta si trova al distributore.

E oggi, il distributore dice che il prezzo è salito del 33 per cento, che il presidente ha iniziato una guerra che molti non volevano, e che il sogno di un’America indipendente dal petrolio straniero si è infranto contro la realtà di uno Stretto di Hormuz chiuso e di un presidente che non sa ascoltare i suoi consiglieri.

La frase d'apertura di questa analisi, “Americani, avete voluto Trump? Ora vi attaccate al cazzo!”, è volgare ma efficace. Perché sintetizza il sentimento di chi guarda da fuori e vede un paese che ha scelto un leader imprevedibile e ora ne subisce le conseguenze.

Ma è anche una frase che gli americani potrebbero rivolgere a se stessi, in questi giorni di benzina cara e di consenso in calo.

Perché la democrazia, negli Stati Uniti come altrove, è anche responsabilità.

E se hai scelto un presidente che fa la guerra senza pensarci due volte, non puoi lamentarti se la guerra ti fa aumentare il costo della vita.

Puoi solo andare al distributore, riempire il serbatoio, e sperare che la prossima volta, al momento del voto, qualcuno si ricordi di quello che costa un gallone di benzina quando si decide di bombardare un altro paese.

venerdì 3 aprile 2026

Motore a gatto imburrato.

 


Stellantis ha richiamato 700.000 vetture prodotte dal 2023-2026 tipo  Peugeot (208, 2008), Citroën C3 e C3 Aircross, DS3 e DS4, Opel Corsa, Mokka, Frontera, Lancia, Fiat Grande Panda, Jeep Avenger e 4.491 Alfa Romeo Junior causa probabilità di incendio motore e quindi ripropongo l'utilizzo dei motori secondo la legge di Murphi che vado a ricordare..

Il Motore a Gatto Imburrato (anche conosciuto come BCPS - Buttered Cat Propulsion System) non è altro che una proposta per un motore che dovrebbe ricreare un'ambiente di antigravità, nonché il moto perpetuo, ed il tutto praticamente ad emissioni zero

Potenzialmente potrebbe essere un invenzione di parrucchino giallo questo  motore ecologico perfetto in quanto ne ha tutte le caratteristiche..

Le sue potenzialità sono talmente ampie da aver superato nella graduatoria delle scoperte più brillanti il motore a bestemmie (il quale notoriamente sfrutta le onde sonore delle bestemmie generate da un gruppetto di ultra-ottantenni sprovvisti della licenza di quinta elementare, durante una partita di briscola in un'osteria di montagna).

Se il precedente motore aveva bisogno, come carburante, di litri di rosso e caffé corretti (o nella versione ottimizzata di correzioni senza caffé), questo nuovo marchingegno ha bisogno, oltre ovviamente al gatto, di fette di pane (vanno bene anche fette tostate) e di burro (o marmellata).

Materiale necessario:

Un Gatto (anche senza microchip).. 


Una fetta di Pane (va bene anche tostato) imburrato.. 

 una corda diametro 4-6 mm resistente ..


Schema tecnico applicativo..

Il suo funzionamento si basa su due leggi fondamentali:

1. Legge di Murphy sul pane imburrato:
Una fetta di pane imburrato cadrà sempre dalla parte del burro.

2. Moto di Caduta Libera dei Corpi Felini:
Un gatto atterrerà sempre sulle sue zampe.

L'idea alla base di questo motore, che sfrutta le due leggi qui sopra, è quella di incollare o legare una fetta di pane imburrato alla schiena del gatto. 

A questo punto ci si può chiedere.. che minchia succede al sistema “gatto + fetta di pane imburrato” se questo viene lasciato cadere?

Ipotesi A: il gatto tocca terra con le zampe.

Impossibile perché violerebbe la legge di Murphy che costringe la fetta di pane a cadere dalla parte imburrata.

Ipotesi B: il gatto cade dal lato del burro.

Impossibile perché violerebbe la Legge di Caduta Libera dei Corpi Felini.

Conclusione: Il gatto non può cadere!

Cerco di spiegare intuitivamente quello che succede: 

nella caduta il pane imburrato, obbedendo alla legge di Murphy cercherà di posizionarsi in basso, ma il gatto seguendo la dinamica descritta nella Legge di Caduta Libera dei Corpi Felini cercherà di raddrizzarsi. 

Queste due forze faranno sì che il gatto cominci a ruotare attorno a se stesso (ottenendo tra l'altro il moto perpetuo), senza mai toccare terra.

Ecco dunque costruito in un solo colpo un congegno antigravitazionale ed un generatore di moto perpetuo

Resta da definire la sua stabilità nel tempo: 

non è affatto detto che il gatto rimanga fermo, inoltre la velocità di rotazione tenderà ad aumentare, per effetto delle due forze, dunque l'attrito con l'aria scalderà il sistema (come le macchine di Stellantis) facendo sciogliere il burro o uccidendo il gatto.


Miglioramenti secondo parrucchino giallo..

Una variante può essere anche quella di sfruttare la seguente legge:

Legge di Repulsione tra Felini e Liquidi
Un gatto rifugge sempre l'acqua.

Mettendo dunque una tinozza d'acqua in direzione perpendicolare sotto al gatto, si è praticamente sicuri che il gatto resterà in aria.

In un'ulteriore variante il dispositivo può essere ottimizzato grazie ad un elemento catalizzatore: un tappeto persiano di inestimabile valore; infatti in base alla seguente proposizione:

Corollario alla Legge di Murphy:
La probabilità che il pane cada sul lato imburrato cresce con il costo del tappeto.

Si ha infatti che la probabilità è pari a:

P = 1 - exp(- cost * p)

la quale dunque tende a 1 (evento praticamente certo) per p (il prezzo del tappeto) molto elevato.

Questo praticamente elimina il problema delle (poche) eccezioni sperimentali alla legge di Murphy, a causa delle quali ci sarebbe stata la possibilità che il pane cadesse dal lato non imburrato,

Ora portate la vostra nuova auto da Stellantis che in 30 minuti sistemeranno l'inconveniente dovuto a due dadi di bloccaggio che sono stati sostituiti per l'economia di scala, al posto di quelli costosi con lamella antivibrazione e la probabile perdita di carburante che poteva creare incendi al contatto col motore caldo sarà eliminata.

Per l'esattezza dei modelli in richiamo sono questi...

  • Alfa Romeo Junior, prodotte dal 11 luglio 2024 al 22 aprile 2025.

  • Citroën C3, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C4, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C4X, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5 Aircross, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën C5X, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025. 

  • Citroën Basalt, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 21 maggio 2025.

  • DS3, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 13 maggio 2025.

  • DS4, prodotte dal 27 ottobre 2022 al 13 maggio 2025. 

  • Fiat 600, prodotte fra il 9 febbraio 2024 e il 17 maggio 2025

  • Fiat Grande Panda, prodotte fra il 9 febbraio 2024 e il 17 maggio 2025.

  • Lancia Ypsilon, prodotte dal 18 marzo 2024 al 22 aprile 2025.

  • Opel Astra, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Frontera, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Grandland V2, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Grandland X, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Opel Mokka, prodotte dal 4 novembre 2022 a 24 aprile 2025.

  • Peugeot 208, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 2008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 308, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 3008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 408, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025.

  • Peugeot 5008, prodotte dal 26 ottobre 2022 al 24 aprile 2025. 

    Ricordo che non serve recarsi fisicamente presso la rete service per verificare se la propria vettura è oggetto di richiamo.

    Se non si è ricevuto alcun avviso, è sufficiente consultare le pagine web dei produttori dedicati ai richiami e inserire il VIN del proprio veicolo.

     


giovedì 2 aprile 2026

Proposta di Putin al resto del mondo.


Quello che pensavo si è concretizzato col discorso di Vladimir Putin diretto ai partecipanti del primo Forum internazionale sui trasporti e la logistica, che si svolge dall'1 al 3 aprile a San Pietroburgo.

Questa è la sua dichiarazione dove dice... 

 

che i trasporti e la logistica, settori chiave per l'economia globale, stanno attraversando profondi cambiamenti e affrontando serie sfide geopolitiche.

In questo contesto, ha affermato che, vista la situazione in Iran e i rischi per il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, la Russia può offrire rotte di trasporto e catene logistiche più sicure e stabili per petrolio e gas.

"Gli eventi in Iran stanno già avendo un impatto diretto sui mercati energetici e sul trasporto di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz", ha osservato, aggiungendo che sempre più Stati e aziende non considerano solo la velocità e il costo del trasporto: il fattore decisivo sta diventando la sicurezza e la stabilità di rotte e catene logistiche "meno esposte a crisi, conflitti militari e altri rischi esterni".

"La Russia può offrire al mondo questo tipo di soluzioni e svolgere un ruolo significativo nella definizione di una nuova architettura per la logistica globale e il commercio internazionale in generale", ha sottolineato.

Il presidente ha spiegato che le rotte logistiche russe possono essere vantaggiose per i partner del Paese sia dal punto di vista economico, grazie alla riduzione dei tempi di transito, sia in termini di diversificazione dei flussi di trasporto globali.

Quindi secondo Voi...continuiamo a baciare il culo a parrucchino che ci sta prendendo  a schiaffi e ci da dei cagasotto.. continuiamo a dare soldi al drogato per comprare armi che va a rivendere in arabia oppure ... finito con oppure.

mercoledì 1 aprile 2026

Smetto di fumare.

 




Arriva il primo farmaco rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale per smettere di fumare: ecco come funziona

C’è una notizia, nel panorama della sanità italiana di queste ore, che segna una svolta nella lotta contro una delle principali cause di morte evitabile.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha infatti inserito tra i farmaci rimborsabili un nuovo trattamento per la cessazione dal fumo a base di citisina, un principio attivo di origine vegetale estratto dal maggiociondolo (Cytisus laburnum).

La decisione, ufficializzata dall’AIFA con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, rende disponibile per i circa 12,5 milioni di fumatori italiani un’opzione terapeutica già raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e inserita nell’elenco dei farmaci essenziali.

Il meccanismo d’azione della citisina, commercializzata con il nome di Recigar, si basa su un principio farmacologico consolidato.

La molecola agisce come agonista parziale degli stessi recettori nicotinici dell’acetilcolina stimolati dalla nicotina.

In pratica, si lega ai recettori cerebrali occupandoli e impedendo alla nicotina di attivarli pienamente, riducendo così il piacere associato alla sigaretta.

Allo stesso tempo, produce un’attivazione parziale che allevia i sintomi dell’astinenza – irritabilità, ansia, insonnia e difficoltà di concentrazione – senza creare a sua volta tolleranza o assuefazione . “Agisce sugli stessi recettori della nicotina, ma con un effetto diverso: riduce il piacere associato al fumo e attenua i sintomi dell’astinenza”, spiega Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza.

Il trattamento segue un protocollo standard di 25 giorni con posologia decrescente. Si parte da 6 compresse al giorno nei primi tre giorni, riducendo gradualmente fino a 1-2 compresse al giorno nella fase finale.

L’obiettivo clinico è raggiungere la cessazione completa del fumo entro il quinto giorno dall’inizio della terapia.

Uno degli aspetti più rilevanti del farmaco è l’assenza di interazioni farmacologiche note, che lo rende particolarmente indicato per pazienti fragili, anziani o in polifarmacoterapia, cioè coloro che trarrebbero il maggior beneficio dall’abbandono delle sigarette.

L’efficacia della citisina è supportata da dati clinici significativi. Secondo uno studio condotto su 300 pazienti, con un singolo ciclo il 68,7 per cento dei fumatori aveva smesso dopo tre mesi, il 56 per cento dopo sei mesi e il 47 per cento dopo un anno.

Dati più recenti presentati al Congresso 2025 della European Respiratory Society parlano di tassi di cessazione superiori al 60 per cento dopo tre mesi di trattamento.

La molecola, nota da decenni nell’Europa dell’Est, è stata recentemente validata a livello internazionale con l’inclusione nelle linee guida OMS del 2024 e nella lista dei farmaci essenziali del 2025.

L’accesso al trattamento prevede due modalità.

Il farmaco è completamente rimborsato dal SSN quando prescritto nell’ambito di un percorso strutturato presso i centri antifumo, dove specialisti (pneumologi, cardiologi, medici di base o operatori dei SerD) possono seguire il paziente in un approccio multidisciplinare che integra la terapia farmacologica con il supporto psicologico.

In Italia sono attivi circa 110 centri antifumo, distribuiti in modo disomogeneo sul territorio.

Per chi non potesse o volesse rivolgersi a queste strutture, il farmaco rimane disponibile con prescrizione medica ma a carico del paziente, con un costo di circa 90-110 euro per l’intero ciclo .

Il quadro epidemiologico che giustifica l’intervento è impietoso.

In Italia, il fumo è responsabile di oltre 93.000 morti ogni anno e di costi sanitari diretti e indiretti superiori ai 26 miliardi di euro.

Il disturbo da uso di tabacco rappresenta la principale causa prevenibile di morte e disabilità, superando la combinazione di alcol, droghe illegali e incidenti stradali.

Il nuovo farmaco, che si affianca ad altre opzioni come cerotti, gomme e spray alla nicotina, costituisce un passo avanti nella parificazione della dipendenza da tabacco alle altre patologie croniche per le quali il Servizio Sanitario Nazionale garantisce già copertura farmacologica.




Centri antifumo:https://smettodifumare.iss.it/it/centri-antifumo/

martedì 31 marzo 2026

l'Iran si sta arricchendo..

 


Il paradosso della guerra in Iran: Teheran si arricchisce più di prima grazie a parrucchino giallo..

C’è un’immagine, nella guerra che sta infiammando il Medio Oriente, che racconta un paradosso che nessuno aveva previsto.

È l’immagine dell’Iran che, mentre i missili cadono e i pasdaran combattono, vede aumentare le sue entrate petrolifere.

Grazie al raddoppio del prezzo del greggio, e allo stop americano alle sanzioni, Teheran ha già incassato almeno 10 miliardi di dollari in più dall’inizio del conflitto.

E con l’introduzione del pedaggio alle navi che passano per Hormuz, appena approvata dal Parlamento, il flusso potrebbe crescere ancora.

Un paradosso, appunto: la guerra che doveva indebolire l’Iran lo sta arricchendo.

I numeri parlano chiaro. 

Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il prezzo del petrolio è salito da 80 a 115 dollari al barile.

L’Iran, che esporta almeno due milioni di barili al giorno, principalmente verso la Cina, ha visto aumentare le sue entrate di 70 dollari al barile.

Un guadagno secco di 140 milioni di dollari al giorno. 

In un mese, quasi 4 miliardi. 

E con l’aumento delle esportazioni, che hanno raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno, il totale sale a 5 miliardi.

E con il pedaggio di Hormuz, che potrebbe fruttare altri 5 miliardi all’anno, l’Iran potrebbe incassare fino a 10 miliardi di dollari in più nel 2026.

Il paradosso è reso possibile dalla scelta degli Stati Uniti di non colpire le infrastrutture petrolifere iraniane.

Parrucchino, che all’inizio del conflitto aveva minacciato di “obliterare” le raffinerie, ha poi deciso di concentrare gli attacchi sugli impianti militari e nucleari.

Una scelta che ha permesso all’Iran di continuare a esportare.

E con il prezzo alle stelle, le sue casse si riempiono.

E poi c’è la Cina.

Pechino, che è il principale acquirente del petrolio iraniano, ha continuato a comprare nonostante le sanzioni.

E con la guerra, ha aumentato gli acquisti, approfittando dello sconto che l’Iran offre per compensare il rischio.

Un affare per entrambi: la Cina ha il petrolio a buon mercato, l’Iran ha i dollari per finanziare la guerra.

L’introduzione del pedaggio per le navi che passano per Hormuz, approvata dal Parlamento iraniano, potrebbe aumentare ulteriormente le entrate.

Ogni petroliera che transita nello Stretto dovrà pagare 2 milioni di dollari.

E se le navi che passano saranno 10 al giorno, come prima della guerra, l’Iran incasserà altri 20 milioni di dollari al giorno.

Un flusso che, se mantenuto, frutterà 7 miliardi all’anno.

Ma c’è un’altra minaccia, forse più grave.

Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno già colpito navi nel Mar Rosso.

Se intervenissero in modo sistematico, il traffico globale di greggio si fermerebbe.

E il prezzo del petrolio salirebbe ancora.

Fino a 150, 200 dollari al barile.

Un livello che farebbe crollare l’economia mondiale.

Ma che renderebbe l’Iran ancora più ricco.

E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati discutono su come fermare la guerra, l’Iran incassa.

E si prepara a resistere.

Perché il paradosso, in fondo, è che la guerra che doveva indebolirlo lo sta rendendo più forte.

E che più a lungo dura, più si arricchisce e noi tra non molto a piedi.

Resenteeism.

Nel mondo del lavoro non tutto va verso il punto giusto e consapevole dal fatto che si lavora per vivere e non si vive per lavorare, al giorno d'oggi si è fortunati nel ritrovo di una posizione lavorativa ma occorre evitare il resenteeism.

Questo neologismo descrive la condizione di chi rimane nel proprio posto di lavoro pur provando risentimento, frustrazione o aperta ostilità verso l’azienda, i colleghi o le mansioni svolte.

A differenza del “quiet quitting” – il fenomeno di chi fa il minimo indispensabile senza slancio – il “resenteeism” descrive chi resta fisicamente presente ma emotivamente avvelenato.

E ha un costo invisibile aggiuntivo.. chi lo pratica diffonde malcontento, sabota, consapevolmente o meno, progetti e relazioni, trasformando l’ufficio in un teatro di ostilità passivo-aggressiva.

Il termine è stato coniato per descrivere una condizione che molti lavoratori conoscono bene.. quella di chi non può permettersi di lasciare il lavoro, ma non sopporta più ciò che fa.

Un conto è fare il minimo indispensabile, come nel quiet quitting. Un conto è restare attivamente risentiti, arrabbiati, rancorosi, incazzati come iene

E questo risentimento, a differenza della semplice demotivazione, non resta dentro.. si riversa sugli altri.

Critiche continue, pettegolezzi, boicottaggio silenzioso dei progetti, un’atmosfera pesante che avvelena l’intero ambiente di lavoro.

Le cause del resenteeism sono molteplici.

Salari bassi, carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento, ambienti tossici, conflitti irrisolti con i superiori.

Ma anche, più in generale, la sensazione di essere intrappolati in un lavoro che non si ama, senza possibilità di cambiare.

In un’epoca di precarietà, molti lavoratori non possono permettersi di mollare, e così restano.

E restando, il risentimento cresce, fino a diventare una presenza costante, un veleno che si diffonde.

Gli psicologi del lavoro lanciano l’allarme.. il resenteeism non è solo un problema per chi lo pratica, ma per l’intera organizzazione. Perché chi è risentito non si limita a non dare il massimo: attivamente ostacola il lavoro degli altri, crea conflitti, abbassa il morale.

E il costo, per l’azienda, è altissimo.. perdita di produttività, aumento del turnover, assenteismo, deterioramento del clima.

Un solo lavoratore risentito può avvelenare un intero team”, spiega una psicologa del lavoro.

La sua negatività si trasmette come un virus”.

Ma come si esce dal resenteeism?

Per gli esperti, la prima cosa è riconoscere il problema.

Ammettere di essere risentiti, e chiedersi perché.

Poi, cercare di cambiare ciò che si può cambiare.. parlare con i superiori, chiedere maggiore flessibilità, cercare un nuovo ruolo all’interno dell’azienda.

Se non è possibile, forse è il caso di valutare un cambio di lavoro, anche a costo di sacrifici.

Perché restare in un lavoro che si odia, avverte la psicologa, “fa male alla salute mentale e fisica.

E alla lunga, il prezzo da pagare è troppo alto”.

E mentre il fenomeno del resenteeism si diffonde, le aziende cominciano a interrogarsi su come prevenirlo.

Ascoltare i dipendenti, valorizzare il loro lavoro, creare un ambiente sereno, sono le prime ricette.

Ma la soluzione, forse, è più semplice di quanto sembri.. fare in modo che i lavoratori non si sentano intrappolati. \

Perché quando il lavoro diventa una prigione, il risentimento è la chiave che apre le porte dell’inferno.