
Mi
dite perchè molta gente ha il problema “Piccione”?
Spendono
l'ira di Dio per cercare soluzioni per togliere dalle nostre abitazioni questi volatili che si sono appropriati del territorio.
Pensare che la
soluzione è semplice ed è solo questione di testa.
In
molte cucine del mondo il piccione è considerato una carne pregiata,
quasi aristocratica.
In
altre, invece, è stato progressivamente escluso dall’alimentazione
comune, fino a diventare qualcosa di “strano” o persino sgradito.
La
differenza non nasce da un unico motivo, ma da un intreccio di storia
agricola, economia, abitudini urbane e trasformazioni industriali del
cibo.
Per
capirlo bisogna fare un passo indietro, quando il pollo non era
ancora la carne economica e onnipresente che conosciamo oggi.
Per
secoli, il piccione — soprattutto il giovane piccione, detto
colombaccio o
squab nelle
tradizioni anglosassoni — è stato un alimento diffuso in Europa,
Medio Oriente e Asia.
Non
era un lusso raro: era
una soluzione pratica.
Le
colombaie erano comuni nelle campagne e persino nei grandi complessi
agricoli.
Il
motivo è semplice: i piccioni si gestiscono con un modello di
allevamento molto diverso da quello dei polli moderni.
Non
hanno bisogno di mangimi industriali complessi e si nutrono in parte
autonomamente, tornando al nido regolarmente.
Il
vero valore gastronomico era il piccione giovane, macellato prima che
sviluppasse pienamente la muscolatura del volo.
La
sua carne è tenera, ricca di grasso naturale e dal gusto intenso,
più “selvatico” rispetto al pollo.
In
questo contesto storico, il piccione non era un’eccezione: era
parte della normalità alimentare contadina e urbana.
La
grande frattura culturale arriva nel Novecento, con
l’industrializzazione dell’allevamento.
Il
pollo diventa il protagonista assoluto della carne economica:
cresce
rapidamente
si
alleva in spazi ridotti
produce
grandi quantità di carne in poco tempo
richiede
meno complessità gestionale rispetto ad altre specie
In
poche parole: diventa perfetto per la produzione di massa.
Il
piccione, invece, non si presta a questo modello.
Ha
una riproduzione lenta, un legame genitoriale forte e necessita di
cure dirette da parte dei genitori per nutrire i piccoli nei primi
giorni di vita.
Questo
lo rende costoso e poco allevabile.
Quando
il pollo diventa economico e disponibile ovunque, il piccione perde
progressivamente il suo ruolo alimentare quotidiano in molte società
occidentali.
Un
altro fattore decisivo è culturale e psicologico tipo il
sottoscritto che non riesce nutrirsi con chi ha camminato o
respirato.. quindi fate quello che dico io ma non quello che faccio
io.
Dunque,
mentre il pollo viene progressivamente “invisibilizzato” come
animale — allevato lontano dagli occhi dei consumatori — il
piccione diventa sempre più visibile nelle città.
Lo
vediamo:
sulle
piazze
sui
marciapiedi
vicino
ai rifiuti urbani
Questa
presenza costante in ambienti degradati cambia la percezione
collettiva.
Da
animale da allevamento a “parassita urbano” il passo è
culturale, non biologico.
Ed
è qui che nasce il tabù moderno: non è il gusto a cambiare, ma
l’immaginario.
Mangiare
piccione in alcune culture europee diventa così una scelta
raffinata, quasi da ristorante gastronomico, mentre nella vita
quotidiana viene evitato.
Non
tutte le culture hanno seguito questo percorso.
In
diverse tradizioni gastronomiche il piccione è rimasto centrale o
comunque molto apprezzato:
In
Francia e in alcune cucine europee regionali è ancora considerato
una carne fine, servita in ristoranti di alta cucina.
Nella
cucina cinese, soprattutto cantonese, il piccione arrosto è un
piatto da banchetto, servito in occasioni importanti.
In
Nord Africa e Medio Oriente, il piccione è parte di preparazioni
tradizionali ricche e speziate.
In
questi contesti, la continuità culturale ha mantenuto vivo il valore
gastronomico della carne, senza il distacco simbolico avvenuto in
altre aree.
La
domanda “perché si mangia il piccione in alcune culture e non in
altre?” sembra biologica, ma in realtà è soprattutto culturale.
Il
piccione non è cambiato.
È
cambiato il modo in cui lo guardiamo.
Quando
un animale è:
allevato
lontano dalla vista
standardizzato
industrialmente
associato
a un prezzo basso e accessibile
diventa
normale.
Quando
invece è:
visibile
negli spazi urbani
associato
allo sporco o al degrado
raro
nei circuiti commerciali
diventa
tabù o nicchia.
Lo
stesso vale per molte altre carni nel mondo: ciò che in un Paese è
quotidiano, in un altro può essere considerato impensabile.
Il
piccione racconta una verità semplice ma spesso dimenticata: le
nostre abitudini alimentari non sono naturali, ma storiche.
Non
scegliamo cosa mangiare solo in base al sapore, ma anche in base a:
Il
pollo ha vinto la sfida della modernità perché era efficiente.
Il
piccione è rimasto ai margini perché non lo era.
Eppure,
dove la tradizione non si è interrotta, continua a essere
considerato una carne delicata, complessa e profondamente legata alle
festività.
La
differenza tra chi mangia piccioni e chi li evita non è una
questione di cultura “giusta” o “sbagliata”, ma il risultato
di percorsi storici diversi.
Il
cibo, più di ogni altra cosa, è memoria organizzata.
E
il piccione ne è un esempio perfetto: da protagonista delle tavole a
simbolo urbano, da alimento comune a piatto d’élite.
Non
è la sua natura a essere cambiata. È il nostro sguardo.
Vi
ho convinti? E allora:
Ecco
la ricetta classica del pigeon
pie (pasticcio
di piccione inglese):
Ingredienti
Piccioni:
4
petti (o 2 piccioni interi, puliti)
Carne:
200g
di manzo o salsiccia, 4 fette di bacon a dadini
Verdure:
1
cipolla, 2 carote, 100g di funghi
Liquidi:
300ml
di brodo di carne, 100ml di vino rosso
Copertura:
1
rotolo di pasta sfoglia o brisée
Legante:
1
cucchiaio di farina, 1 uovo (per spennellare)
Aromi:
Timo,
sale, pepe, burro
Preparazione
Rosolatura:
In
una casseruola, sciogli un cubetto di burro e dora il bacon con la
cipolla tritata. Infarina i petti di piccione e la carne a cubetti,
quindi sigillali nella casseruola per 5 minuti.
Stufato:
Aggiungi
le carote a rondelle e i funghi a fette. Sfuma con il vino rosso,
lascia evaporare, poi versa il brodo e il timo. Copri e cuoci a
fuoco lento per circa 45-50
minuti,
finché la carne non sarà tenera. Regola di sale e pepe.
Assemblaggio:
Trasferisci
la carne e le verdure (con il loro fondo di cottura ristretto) in
una pirofila da forno.
Copertura:
Stendi
la pasta sfoglia sopra la pirofila, sigillando bene i bordi. Pratica
un piccolo foro al centro per far uscire il vapore e spennella la
superficie con l'uovo sbattuto.
Cottura:
Inforna
a 200°C
per
circa 25-30
minuti,
fino a quando la crosta sarà dorata e gonfia.
Per
oggi basta e non datemi dell'ipocrita per i miei gusti che non mangio
carne o tutto quello che mi fa vedere l'animale o me lo ricorda ed
anche la descrizione di quello che c'e' nel piatto normalmente tipo..
fegato, cervello, coscia. petto e così via.
E
del resto se vi dicono che il coniglio gustosissimo che avete nel
piatto è un gatto.. voi che fate?
Mi
dite perchè molta gente ha il problema “Piccione”?
Spendono
l'ira di Dio per cercare soluzioni a questo problema e pensare che la
soluzione è semplice ed è solo questione di testa.
In
molte cucine del mondo il piccione è considerato una carne pregiata,
quasi aristocratica.
In
altre, invece, è stato progressivamente escluso dall’alimentazione
comune, fino a diventare qualcosa di “strano” o persino sgradito.
La
differenza non nasce da un unico motivo, ma da un intreccio di storia
agricola, economia, abitudini urbane e trasformazioni industriali del
cibo.
Per
capirlo bisogna fare un passo indietro, quando il pollo non era
ancora la carne economica e onnipresente che conosciamo oggi.
Per
secoli, il piccione — soprattutto il giovane piccione, detto
colombaccio o
squab nelle
tradizioni anglosassoni — è stato un alimento diffuso in Europa,
Medio Oriente e Asia.
Non
era un lusso raro: era
una soluzione pratica.
Le
colombaie erano comuni nelle campagne e persino nei grandi complessi
agricoli.
Il
motivo è semplice: i piccioni si gestiscono con un modello di
allevamento molto diverso da quello dei polli moderni.
Non
hanno bisogno di mangimi industriali complessi e si nutrono in parte
autonomamente, tornando al nido regolarmente.
Il
vero valore gastronomico era il piccione giovane, macellato prima che
sviluppasse pienamente la muscolatura del volo.
La
sua carne è tenera, ricca di grasso naturale e dal gusto intenso,
più “selvatico” rispetto al pollo.
In
questo contesto storico, il piccione non era un’eccezione: era
parte della normalità alimentare contadina e urbana.
La
grande frattura culturale arriva nel Novecento, con
l’industrializzazione dell’allevamento.
Il
pollo diventa il protagonista assoluto della carne economica:
cresce
rapidamente
si
alleva in spazi ridotti
produce
grandi quantità di carne in poco tempo
richiede
meno complessità gestionale rispetto ad altre specie
In
poche parole: diventa perfetto per la produzione di massa.
Il
piccione, invece, non si presta a questo modello.
Ha
una riproduzione lenta, un legame genitoriale forte e necessita di
cure dirette da parte dei genitori per nutrire i piccoli nei primi
giorni di vita.
Questo
lo rende costoso e poco allevabile.
Quando
il pollo diventa economico e disponibile ovunque, il piccione perde
progressivamente il suo ruolo alimentare quotidiano in molte società
occidentali.
Un
altro fattore decisivo è culturale e psicologico tipo il
sottoscritto che non riesce nutrirsi con chi ha camminato o
respirato.. quindi fate quello che dico io ma non quello che faccio
io.
Dunque,
mentre il pollo viene progressivamente “invisibilizzato” come
animale — allevato lontano dagli occhi dei consumatori — il
piccione diventa sempre più visibile nelle città.
Lo
vediamo:
sulle
piazze
sui
marciapiedi
vicino
ai rifiuti urbani
Questa
presenza costante in ambienti degradati cambia la percezione
collettiva.
Da
animale da allevamento a “parassita urbano” il passo è
culturale, non biologico.
Ed
è qui che nasce il tabù moderno: non è il gusto a cambiare, ma
l’immaginario.
Mangiare
piccione in alcune culture europee diventa così una scelta
raffinata, quasi da ristorante gastronomico, mentre nella vita
quotidiana viene evitato.
Non
tutte le culture hanno seguito questo percorso.
In
diverse tradizioni gastronomiche il piccione è rimasto centrale o
comunque molto apprezzato:
In
Francia e in alcune cucine europee regionali è ancora considerato
una carne fine, servita in ristoranti di alta cucina.
Nella
cucina cinese, soprattutto cantonese, il piccione arrosto è un
piatto da banchetto, servito in occasioni importanti.
In
Nord Africa e Medio Oriente, il piccione è parte di preparazioni
tradizionali ricche e speziate.
In
questi contesti, la continuità culturale ha mantenuto vivo il valore
gastronomico della carne, senza il distacco simbolico avvenuto in
altre aree.
La
domanda “perché si mangia il piccione in alcune culture e non in
altre?” sembra biologica, ma in realtà è soprattutto culturale.
Il
piccione non è cambiato.
È
cambiato il modo in cui lo guardiamo.
Quando
un animale è:
allevato
lontano dalla vista
standardizzato
industrialmente
associato
a un prezzo basso e accessibile
diventa
normale.
Quando
invece è:
visibile
negli spazi urbani
associato
allo sporco o al degrado
raro
nei circuiti commerciali
diventa
tabù o nicchia.
Lo
stesso vale per molte altre carni nel mondo: ciò che in un Paese è
quotidiano, in un altro può essere considerato impensabile.
Il
piccione racconta una verità semplice ma spesso dimenticata: le
nostre abitudini alimentari non sono naturali, ma storiche.
Non
scegliamo cosa mangiare solo in base al sapore, ma anche in base a:
Il
pollo ha vinto la sfida della modernità perché era efficiente.
Il
piccione è rimasto ai margini perché non lo era.
Eppure,
dove la tradizione non si è interrotta, continua a essere
considerato una carne delicata, complessa e profondamente legata alle
festività.
La
differenza tra chi mangia piccioni e chi li evita non è una
questione di cultura “giusta” o “sbagliata”, ma il risultato
di percorsi storici diversi.
Il
cibo, più di ogni altra cosa, è memoria organizzata.
E
il piccione ne è un esempio perfetto: da protagonista delle tavole a
simbolo urbano, da alimento comune a piatto d’élite.
Non
è la sua natura a essere cambiata. È il nostro sguardo.
Vi
ho convinti? E allora:
Ecco
la ricetta classica del pigeon
pie (pasticcio
di piccione inglese):
Ingredienti
Piccioni:
4
petti (o 2 piccioni interi, puliti)
Carne:
200g
di manzo o salsiccia, 4 fette di bacon a dadini
Verdure:
1
cipolla, 2 carote, 100g di funghi
Liquidi:
300ml
di brodo di carne, 100ml di vino rosso
Copertura:
1
rotolo di pasta sfoglia o brisée
Legante:
1
cucchiaio di farina, 1 uovo (per spennellare)
Aromi:
Timo,
sale, pepe, burro
Preparazione
Rosolatura:
In
una casseruola, sciogli un cubetto di burro e dora il bacon con la
cipolla tritata. Infarina i petti di piccione e la carne a cubetti,
quindi sigillali nella casseruola per 5 minuti.
Stufato:
Aggiungi
le carote a rondelle e i funghi a fette. Sfuma con il vino rosso,
lascia evaporare, poi versa il brodo e il timo. Copri e cuoci a
fuoco lento per circa 45-50
minuti,
finché la carne non sarà tenera. Regola di sale e pepe.
Assemblaggio:
Trasferisci
la carne e le verdure (con il loro fondo di cottura ristretto) in
una pirofila da forno.
Copertura:
Stendi
la pasta sfoglia sopra la pirofila, sigillando bene i bordi. Pratica
un piccolo foro al centro per far uscire il vapore e spennella la
superficie con l'uovo sbattuto.
Cottura:
Inforna
a 200°C
per
circa 25-30
minuti,
fino a quando la crosta sarà dorata e gonfia.
Per
oggi basta e non datemi dell'ipocrita per i miei gusti che non mangio
carne o tutto quello che mi fa vedere l'animale o me lo ricorda ed
anche la descrizione di quello che c'e' nel piatto normalmente tipo..
fegato, cervello, coscia. petto e così via.
E
del resto se vi dicono che il coniglio gustosissimo che avete nel
piatto è un gatto.. voi che fate?
Mi
dite perchè molta gente ha il problema “Piccione”?
Spendono
l'ira di Dio per cercare soluzioni a questo problema e pensare che la
soluzione è semplice ed è solo questione di testa.
In
molte cucine del mondo il piccione è considerato una carne pregiata,
quasi aristocratica.
In
altre, invece, è stato progressivamente escluso dall’alimentazione
comune, fino a diventare qualcosa di “strano” o persino sgradito.
La
differenza non nasce da un unico motivo, ma da un intreccio di storia
agricola, economia, abitudini urbane e trasformazioni industriali del
cibo.
Per
capirlo bisogna fare un passo indietro, quando il pollo non era
ancora la carne economica e onnipresente che conosciamo oggi.
Per
secoli, il piccione — soprattutto il giovane piccione, detto
colombaccio o
squab nelle
tradizioni anglosassoni — è stato un alimento diffuso in Europa,
Medio Oriente e Asia.
Non
era un lusso raro: era
una soluzione pratica.
Le
colombaie erano comuni nelle campagne e persino nei grandi complessi
agricoli.
Il
motivo è semplice: i piccioni si gestiscono con un modello di
allevamento molto diverso da quello dei polli moderni.
Non
hanno bisogno di mangimi industriali complessi e si nutrono in parte
autonomamente, tornando al nido regolarmente.
Il
vero valore gastronomico era il piccione giovane, macellato prima che
sviluppasse pienamente la muscolatura del volo.
La
sua carne è tenera, ricca di grasso naturale e dal gusto intenso,
più “selvatico” rispetto al pollo.
In
questo contesto storico, il piccione non era un’eccezione: era
parte della normalità alimentare contadina e urbana.
La
grande frattura culturale arriva nel Novecento, con
l’industrializzazione dell’allevamento.
Il
pollo diventa il protagonista assoluto della carne economica:
cresce
rapidamente
si
alleva in spazi ridotti
produce
grandi quantità di carne in poco tempo
richiede
meno complessità gestionale rispetto ad altre specie
In
poche parole: diventa perfetto per la produzione di massa.
Il
piccione, invece, non si presta a questo modello.
Ha
una riproduzione lenta, un legame genitoriale forte e necessita di
cure dirette da parte dei genitori per nutrire i piccoli nei primi
giorni di vita.
Questo
lo rende costoso e poco allevabile.
Quando
il pollo diventa economico e disponibile ovunque, il piccione perde
progressivamente il suo ruolo alimentare quotidiano in molte società
occidentali.
Un
altro fattore decisivo è culturale e psicologico tipo il
sottoscritto che non riesce nutrirsi con chi ha camminato o
respirato.. quindi fate quello che dico io ma non quello che faccio
io.
Dunque,
mentre il pollo viene progressivamente “invisibilizzato” come
animale — allevato lontano dagli occhi dei consumatori — il
piccione diventa sempre più visibile nelle città.
Lo
vediamo:
sulle
piazze
sui
marciapiedi
vicino
ai rifiuti urbani
Questa
presenza costante in ambienti degradati cambia la percezione
collettiva.
Da
animale da allevamento a “parassita urbano” il passo è
culturale, non biologico.
Ed
è qui che nasce il tabù moderno: non è il gusto a cambiare, ma
l’immaginario.
Mangiare
piccione in alcune culture europee diventa così una scelta
raffinata, quasi da ristorante gastronomico, mentre nella vita
quotidiana viene evitato.
Non
tutte le culture hanno seguito questo percorso.
In
diverse tradizioni gastronomiche il piccione è rimasto centrale o
comunque molto apprezzato:
In
Francia e in alcune cucine europee regionali è ancora considerato
una carne fine, servita in ristoranti di alta cucina.
Nella
cucina cinese, soprattutto cantonese, il piccione arrosto è un
piatto da banchetto, servito in occasioni importanti.
In
Nord Africa e Medio Oriente, il piccione è parte di preparazioni
tradizionali ricche e speziate.
In
questi contesti, la continuità culturale ha mantenuto vivo il valore
gastronomico della carne, senza il distacco simbolico avvenuto in
altre aree.
La
domanda “perché si mangia il piccione in alcune culture e non in
altre?” sembra biologica, ma in realtà è soprattutto culturale.
Il
piccione non è cambiato.
È
cambiato il modo in cui lo guardiamo.
Quando
un animale è:
allevato
lontano dalla vista
standardizzato
industrialmente
associato
a un prezzo basso e accessibile
diventa
normale.
Quando
invece è:
visibile
negli spazi urbani
associato
allo sporco o al degrado
raro
nei circuiti commerciali
diventa
tabù o nicchia.
Lo
stesso vale per molte altre carni nel mondo: ciò che in un Paese è
quotidiano, in un altro può essere considerato impensabile.
Il
piccione racconta una verità semplice ma spesso dimenticata: le
nostre abitudini alimentari non sono naturali, ma storiche.
Non
scegliamo cosa mangiare solo in base al sapore, ma anche in base a:
Il
pollo ha vinto la sfida della modernità perché era efficiente.
Il
piccione è rimasto ai margini perché non lo era.
Eppure,
dove la tradizione non si è interrotta, continua a essere
considerato una carne delicata, complessa e profondamente legata alle
festività.
La
differenza tra chi mangia piccioni e chi li evita non è una
questione di cultura “giusta” o “sbagliata”, ma il risultato
di percorsi storici diversi.
Il
cibo, più di ogni altra cosa, è memoria organizzata.
E
il piccione ne è un esempio perfetto: da protagonista delle tavole a
simbolo urbano, da alimento comune a piatto d’élite.
Non
è la sua natura a essere cambiata. È il nostro sguardo.
Vi
ho convinti? E allora:
Ecco
la ricetta classica del pigeon
pie (pasticcio
di piccione inglese):
Ingredienti
Piccioni:
4
petti (o 2 piccioni interi, puliti)
Carne:
200g
di manzo o salsiccia, 4 fette di bacon a dadini
Verdure:
1
cipolla, 2 carote, 100g di funghi
Liquidi:
300ml
di brodo di carne, 100ml di vino rosso
Copertura:
1
rotolo di pasta sfoglia o brisée
Legante:
1
cucchiaio di farina, 1 uovo (per spennellare)
Aromi:
Timo,
sale, pepe, burro
Preparazione
Rosolatura:
In
una casseruola, sciogli un cubetto di burro e dora il bacon con la
cipolla tritata. Infarina i petti di piccione e la carne a cubetti,
quindi sigillali nella casseruola per 5 minuti.
Stufato:
Aggiungi
le carote a rondelle e i funghi a fette. Sfuma con il vino rosso,
lascia evaporare, poi versa il brodo e il timo. Copri e cuoci a
fuoco lento per circa 45-50
minuti,
finché la carne non sarà tenera. Regola di sale e pepe.
Assemblaggio:
Trasferisci
la carne e le verdure (con il loro fondo di cottura ristretto) in
una pirofila da forno.
Copertura:
Stendi
la pasta sfoglia sopra la pirofila, sigillando bene i bordi. Pratica
un piccolo foro al centro per far uscire il vapore e spennella la
superficie con l'uovo sbattuto.
Cottura:
Inforna
a 200°C
per
circa 25-30
minuti,
fino a quando la crosta sarà dorata e gonfia.
Per
oggi basta e non datemi dell'ipocrita per i miei gusti che non mangio
carne o tutto quello che mi fa vedere l'animale o me lo ricorda ed
anche la descrizione di quello che c'e' nel piatto normalmente tipo..
fegato, cervello, coscia. petto e così via.
E
del resto se vi dicono che il coniglio gustosissimo che avete nel
piatto è un gatto.. voi che fate?