
Da
buon Boomer tocco un tasto che nel segno dell'amarcord in tanti
l'hanno sottolineato, ma oggi vedendo le ultime partenze di chi torna
all'ovile, un velo di tristezza mi fa rimembrare i vecchi tempi e poi
sto tempo non è poi troppo lontano.
C'era
un tempo in cui i bambini uscivano di casa dopo pranzo e non
rientravano fino a sera, mia madre mi chiamava “cartellino” in
quanto tornavo da scuola e i compiti li avevo gia' fatti mentre ero
ancora in classe, prendevo un panfrancese al volo con dentro qualcosa
e uscivo al volo.
In
quel tempo la parola "noia" non esisteva nel vocabolario
infantile, perché c'era sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui
giocare, una sfida da affrontare.
Un
tempo in cui l'unico schermo era quello delle finestre aperte sul
cortile, e l'unico joystick erano le proprie gambe e la propria
fantasia.
I
giochi di strada dell'Italia del dopoguerra rappresentano un
patrimonio culturale immateriale di valore inestimabile.
Non
erano semplici passatempi: erano veri e propri strumenti di
educazione sociale, palestre di vita dove si imparava a stare
insieme, a rispettare le regole, a gestire la vittoria e la
sconfitta.
Erano
il collante che teneva insieme generazioni intere, il linguaggio
comune che univa bambini di ogni estrazione sociale in un'unica,
grande avventura collettiva.
Per
comprendere appieno il fenomeno dei giochi di strada, è necessario
collocarlo nel suo contesto storico.
L'Italia
degli anni Cinquanta era un paese ferito dalla guerra, impegnato in
una faticosa ricostruzione sia materiale che morale.
Le
città erano piene di macerie ancora da rimuovere, le campagne
vivevano in condizioni di arretratezza secolare, e la maggior parte
delle famiglie lottava per arrivare a fine mese.
In
questo scenario, i giocattoli acquistati erano un lusso riservato a
poche occasioni: il Natale, il compleanno, la festa dell'Epifania.
La
televisione era un apparecchio raro, che gracchiava immagini in
bianco e nero nei pochi bar o nelle case dei più abbienti.
La
radio, invece, era già diffusa e trasmetteva canzonette che
sarebbero diventate le colonne sonore di quegli anni.
Ma
proprio questa scarsità di risorse materiali diventò il motore di
una creatività straordinaria.
I
bambini imparavano a costruire i propri giocattoli con quello che
trovavano: un pezzo di legno, uno spago, un barattolo di latta, un
sasso levigato dal fiume.
La
povertà diventava ingegno, e l'ingegno diventava gioco.
Le
strade, ancora poco trafficate, erano il principale spazio di
socialità.
I
cortili dei condomini, le piazze dei paesi, i vicoli dei borghi
antichi si trasformavano ogni pomeriggio in campi da gioco, teatri
improvvisati, arene di sfide epiche.
Le
mamme si affacciavano ai balconi per richiamare i figli a cena, e
quel grido — "Carlucciooo a casa!" — segnava il termine
di una giornata di avventure.
Con
l'arrivo degli anni Sessanta, l'Italia cambiò volto. Il cosiddetto
"miracolo economico" portò benessere diffuso,
elettrodomestici nelle case, e i primi veri giocattoli industriali.
Le
fabbriche fumavano, le Vespe e le Cinquecento invadevano le strade, e
la televisione cominciava a entrare in molte case.
Paradossalmente,
però, i giochi di strada non scomparvero.
Anzi,
in qualche modo si rafforzarono, quasi per reazione all'omologazione
che incombeva. L'elastico, le biglie, la campana continuarono a
essere i protagonisti dei pomeriggi dei bambini, proprio mentre il
mondo intorno cambiava rapidamente.
Questo
decennio vide anche l'emergere di nuove varianti dei giochi
tradizionali, influenzate dalla cultura popolare che arrivava dalla
radio e dal cinema.
Le
filastrocche si arricchirono di nuovi versi, le regole si adattarono
a spazi urbani sempre più ristretti, e il gioco divenne un modo per
i bambini di appropriarsi di una città che stava diventando sempre
più frenetica e adulta.
Gli
anni Settanta rappresentarono il canto del cigno per molti di questi
rituali.
L'urbanizzazione
accelerata, la diffusione della televisione a colori, l'ingresso
massiccio delle donne nel mondo del lavoro — tutto contribuì a
ridurre gli spazi e i tempi del gioco di strada.
Le
famiglie si trasferivano in appartamenti anonimi nei nuovi quartieri
dormitorio, dove i cortili erano spesso inesistenti o poco
accoglienti.
I
bambini cominciavano a essere accompagnati a scuola in auto, e il
tempo libero veniva sempre più spesso trascorso davanti alla tv o,
per i più fortunati, con i primi videogiochi.
Eppure,
nei parchi e nei lotti vuoti delle periferie, quei giochi
sopravvivevano.
Resistevano
come un ultimo baluardo contro una modernità che rischiava di
rendere l'infanzia troppo programmata, troppo protetta, troppo
solitaria. Erano l'ultima eredità di un mondo che stava scomparendo,
e chi li ha vissuti li ricorda con una nostalgia che non è solo
rimpianto, ma consapevolezza di aver perso qualcosa di prezioso.
Ma
cosa insegnavano, esattamente, quei giochi?
La
risposta è complessa e affascinante, perché ogni gioco era una
piccola scuola di vita.
Il
Tucass (toccarci), ad esempio, non era solo una corsa sfrenata.
Insegnava
la strategia, la capacità di valutare il momento giusto per
scattare, la gestione della fatica e della respirazione. Insegnava
anche a fidarsi degli altri, perché in una squadra ci si muove
insieme, e a perdonare un contatto troppo brusco o una caduta
accidentale.
Soprattutto,
insegnava che la vittoria non è tutto: alla fine, tutti tornavano al
punto di partenza, più stanchi ma più uniti, con la consapevolezza
di aver condiviso un'esperienza che andava oltre il semplice
risultato.
Il
gioco dell'1-2-3 stella mi stava sulle balle ed era un gioco da
femmine ma era una lezione di autocontrollo e disciplina.
Riuscire
a restare immobili mentre il cacciatore si girava, trattenendo il
respiro e controllando ogni minimo muscolo, richiedeva una
concentrazione che oggi fatichiamo a immaginare in un bambino. Ma
c'era anche un aspetto psicologico sottile: il cacciatore, a sua
volta, doveva imparare a leggere i segnali, a cogliere il movimento
impercettibile, a distinguere il respiro trattenuto da quello
naturale. Era un gioco di sguardi, di tensione, di complicità
silenziosa.
La
campana, o settimana, era forse il gioco più solitario, ma proprio
per questo insegnava la pazienza e la perseveranza.
Saltellare
su un piede solo, evitare le linee, recuperare il sasso senza
sbagliare: erano gesti che richiedevano ore di pratica, e ogni errore
era una frustrazione che bisognava imparare a gestire.
Ma
quando finalmente si raggiungeva l'ultimo quadrato, il "cielo",
e si gridava vittoria, la soddisfazione era immensa, perché era
stata conquistata con le proprie forze, senza l'aiuto di nessuno.
Le
biglie, al contrario, erano un gioco profondamente sociale, quasi una
metafora della vita adulta. Si investiva un piccolo capitale — una
biglia di vetro colorato — e si scommetteva sulla propria abilità
e io ne avevo le tasche piene.
C'era
chi giocava d'istinto, chi studiava la traiettoria con cura
maniacale, chi bluffava per intimorire l'avversario. Perdere la
biglia preferita era una tragedia, ma insegnava a gestire la
sconfitta e a rialzarsi, pronti per la rivincita.
E
c'era sempre il campione del quartiere e qui mi ci pongo, quello che
vinceva sempre, che diventava un mito da sfidare e, forse, da
imitare.
La
trottola, con il suo movimento ipnotico, era una lezione di
perseveranza.
Quante
cadute prima del successo! Quanti tentativi falliti prima di trovare
il polso giusto, il ritmo perfetto! Ma quando la trottola cominciava
a girare, e girava, e non si fermava, il senso di potenza era totale.
Si era padroni del tempo e dello spazio, si aveva domato un oggetto
che sembrava vivere di vita propria.
L'elastico,
invece, era il regno della grazia e della coordinazione. Saltare
dentro e fuori, recitando filastrocche ritmate, richiedeva un'armonia
tra corpo e voce che oggi sembra quasi magica. Era un gioco
prevalentemente femminile che mi stava sulle palle, ma non esclusivo:
molti maschi sbirciavano curiosi, invidiando quella coreografia
improvvisata che trasformava un semplice elastico in un'arena
olimpica. E quando una delle giocatrici inciampava e cadeva, il
gruppo non rideva di lei, ma con lei. La caduta diventava spettacolo
collettivo, e l'errore veniva accolto con un'affettuosa complicità.
La
lippa o rella come si diceva al mio paese era il gioco più
pericoloso, e forse proprio per questo il più ambito. Un bastone, un
pezzo di legno a forma di leva, e un campo aperto: il baseball dei
poveri. Colpire la lippa nel punto giusto, farla schizzare via come
un razzo, correre alle basi improvvisate con sassi: era adrenalina
pura. Ma c'era anche una lezione di fisica pratica, di traiettoria,
di forza, di angolo di impatto. E c'era il rischio, concreto eppure
eccitante, di rompere una finestra e io ne so qualcosa e scatenare
l'ira delpelato panciagrossa.
La
paura e l'audacia si mescolavano in un cocktail che forgiava
caratteri coraggiosi e intraprendenti. Il nascondino, infine, era il
gioco dell'attesa e della suspense. Contare con le mani sugli occhi,
sentire il cuore che batte mentre gli altri si disperdevano, e poi
partire alla ricerca con la speranza di trovare qualcuno nascosto
nell'angolo più improbabile. Ma c'era anche il brivido di essere
scoperti, il silenzio teso mentre il cacciatore passava vicino senza
vederti, la gioia di correre verso il "tocchetto" e
salvarsi all'ultimo secondo. Insegnava a gestire l'ansia, a valutare
i rischi, a scegliere il nascondiglio perfetto.
Oggi,
quei giochi sono quasi scomparsi.
Le
strade sono piene di auto, i genitori hanno paura a lasciare i figli
fuori casa, e i bambini preferiscono gli schermi luminosi ai cortili
polverosi.
I
giocattoli si comprano, non si costruiscono.
Le
regole si imparano dai manuali, non si inventano sul momento.
La
noia, quella vera, quella che costringeva a inventarsi qualcosa, non
esiste più: c'è sempre un video da guardare, un gioco da scaricare,
un messaggio da inviare.
Ma
forse, proprio per questo, quei giochi di una volta meritano di
essere ricordati.
Non
per un'ingenua nostalgia del passato, ma per quello che
rappresentavano: un modo di stare insieme che abbiamo smarrito, una
capacità di inventare che abbiamo dimenticato, una libertà che
abbiamo sacrificato sull'altare della sicurezza e della tecnologia.
Non
si tratta di tornare indietro, naturalmente.
La
storia non si inverte, e sarebbe assurdo rinnegare i progressi che la
tecnologia ha portato nelle nostre vite.
Ma
si tratta di recuperare qualcosa di quel patrimonio, di trasmetterlo
ai nostri figli, di insegnare loro che si può giocare anche senza
batterie, che si può divertire anche senza uno schermo, che si può
stare insieme anche senza un social network.
Un
elastico, un gessetto, una biglia: sono oggetti semplici, quasi
insignificanti.
Eppure,
nelle mani giuste, possono diventare strumenti di felicità, palestre
di vita, ponti tra generazioni.
Chissà
che, riscoprendo quei giochi, non si riscopra anche un po' di quella
gioia autentica che sembra essere andata perduta.
Chissà
che, insegnando ai nostri figli a giocare come giocavamo noi, non si
insegni loro anche a essere un po' più creativi, un po' più
coraggiosi, un po' più umani.
Il
rischio, altrimenti, è che quelle piazze un tempo piene di urla e
risate rimangano per sempre deserte, e che i giochi di una volta
diventino solo un ricordo sbiadito, una storia da raccontare ai
nipoti con un sorriso malinconico.
E
sarebbe un peccato, perché quei giochi non erano solo giochi: erano
la vita stessa, nella sua forma più pura e più bella.