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mercoledì 28 ottobre 2026

Youssef Siher

 


 Non so come Voi la pensate sta storia del trentenne marocchino nella foto di cui sopra ma sinceramente ho davvero molti dubbi sul fatto che sta faccia da orecchia mercantile, possa essere uno stratega social della rivoluzione delle cinture firmate e dei saccheggi e soprattutto non so se ingabbiandolo possiamo ottenere la garanzia che sti adolescenti incazzati del 17 ottobre imitatori dei liceali casseur francesi per i prossimi weekend se ne staranno tranquilli a casa loro.

Ma la vogliamo capire che la rivolta dei ragazzini coi martelletti e i passamontagna non ha un cazzo di leader perchè i casinisti non hanno ideologia politica e non hanno progetti.

Quello che sta capitando è un fenomeno disperso che nasce dalla noia, dalla rabbia, dall'emulazione che si diffonde nei social con la velocità di un virus.

E allora, invece di ammettere che non sappiamo che cazzo sia, abbiamo deciso di trovare un capro espiatorio.

Un trentenne con la laurea, il background culturale, i contatti all'estero. 

Uno che scrive post incendiari.

Uno che "sa come usare Telegram".

Uno che, insomma, ha la faccia giusta per essere lo stratega della rivoluzione delle cinture messe al collo di un povero pirla dodicenne.

I nostri magistrati strapagati e incazzati perchè la meloncina ha sospeso loro gli arretrati che ammontano a parecchi zeri ma con davanti un numero non faranno una sega di niente, in quanto sto marocchino non c'entra nulla con i saccheggi.

Non c'è un solo documento, una sola testimonianza, un solo messaggio che lo colleghi ai ragazzini che hanno spaccato le vetrine di corso Buenos Aires.

La Procura stessa lo ammette, quando scrive che nei messaggi "non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio".

Il marocchino ha aperto il suo canale Instagram alle 19.58 di domenica 18 ottobre, quando le devastazioni erano già avvenute.

Ha scritto post contro il governo, contro la polizia, contro il sistema.

Ha invitato alla disobbedienza civile.

Ma non ha mai detto "andate a rubare le scarpe in via Monte Salernopecora.

E allora perché diavolo lo tenete in carcere?

Semplice la risposta perchè sto pistola è un " rebellieus" che fa comodo mettere al gabbio.

Perché il gabbio rassicura noialtri che possiamo dire che il problema è risolto.

Il fatto che sia in carcere per terrorismo la dice lunga su quanto il nostro sistema giudiziario sia diventato incapace di distinguere tra un intellettuale scomodo e un criminale incallito.

La domanda che resta, amara e senza risposta, è la seguente.

Se mettere in gabbia il marocchino laureato non fermerà i ragazzini del 17 ottobre, se non fermerà i casseur, se non fermerà le rivolte che puntualmente si ripetono ogni fine settimana in mezza Europa, a che minchia serve il gabbio?

Serve a noi poveri pirla.

Serve a darci l'illusione che il problema sia risolto e che quindi possiamo tornare a vedere il GFVip.

Serve a farci dormire sonni tranquilli.

Serve a permettere ai giornali di scrivere che la mente è stata catturata, che il cervello è stato neutralizzato, che la rivolta è stata decapitata.

Peccato che le rivolte, quelle vere, non abbiano cervello.

E mi ci taglio il pallisterio che lo rimetteranno in libertà molto presto e che i ragazzini emuli dei liceali francesi, torneranno a far casino in quanto non hanno mai letto un post del marocchino orecchiuto in vita loro e difficilmente lo nomineranno loro leader.

Buon fine settimana.

Cinque centesimi.

 


Ho l'età dei datteri e quindi considero le monete odierne sotto il mio punto di vista e vi faccio un es. prendete il 5 centesimi attuale.. diciamo che il pensiero è quello di chiederci perchè deve occupare il nostro portafoglio e potrebbero toglierlo dal mercato valute.. naaa.

Se avete pazienza ascoltatemi altrimenti buttate sta moneta ed evitate il post.

Questo 5 centesimi io lo rapporto alla vecchia moneta in lire ovvero alle 100 lire ed ho fatto una ricerca su cosa potevamo comprare...


Guardate la data.. 1960 e con questa moneta stretta nel palmo davanti a una vetrina un bambino guarda i dolci, poi l'edicola, poi di nuovo la moneta.

Prima di spenderla gli sembra che possa diventare tante cose.

Dopo ne resterà soltanto una scelta.

Ma che cosa poteva comprare davvero?

La risposta cambia persino dentro l'infanzia che ricordiamo come un'unica stagione.

Per scoprirlo seguiremo quelle cento lire appunto nei primi anni Sessanta.

Allora..

Troveremo un giornalino che lascia il resto, delle bustine che promettono una sorpresa e un dettaglio capace di cambiare tutto senza modificare la moneta.

Il dettaglio è la data, perché chi ricorda di aver comprato una cosa e chi dice che non bastavano potrebbero avere entrambi ragione. Immaginiamo sto bambino davanti a una bottega italiana: non gli daremo un nome né fingeremo di conoscere la sua famiglia.

La scena serve a ritrovare una domanda concreta.

Che cosa succedeva quando il denaro degli adulti diventava per un momento una decisione nelle mani di un figlio?

I prezzi che incontreremo avranno un riferimento.

Il resto sarà un percorso possibile, non una giornata inventata spacciata per testimonianza.

Partiamo dall'oggetto.

Non era il rametto di oggi ma è fatta in Acmonital.

Su un lato compare la testa dell'Italia coronata dall'oro, sull'altro Minerva accanto a una pianta d'ulivo tipo quelle di Donato con l'indicazione del valore.

È la moneta grande e argentata che riconosciamo nella nostra scena.

Non è soltanto una cifra: è una cosa che si sente fra le dita.

Per un adulto può essere il resto di una commissione.

Per un bambino, se gli viene concesso di tenerla, il significato cambia.

Non sappiamo quanto spesso accadesse né possiamo assegnare la stessa paghetta a tutte le famiglie.

Possiamo però immaginare quel passaggio.

Fino a un momento prima il denaro aveva un compito già deciso, poi diventa una piccola possibilità personale.

Al giorno d'oggi il 5 centesimi di pare valore manco lo si considera.

Ecco il primo indizio.

Le cento lire che un bambino porta al negozio non misurano automaticamente il benessere della sua casa: potrebbero essere un regalo raro, un risparmio accumulato o una somma concessa per un'occasione.

Prima ancora del prezzo, conta come sono arrivate.

Una moneta ricevuta ogni settimana e una aspettata per mesi hanno lo stesso valore scritto, ma non la stessa storia.

Adesso avviciniamoci all'edicola.

Con 100£ eccolo

Ma il 5 giugno del 1960 Topolino diventa settimanale con il numero 236.

Il prezzo scende da cento a ottanta lire.

Il cambiamento come dice l'AI che mi aiuta nelle ricerche storiche, è registrato nei cataloghi bibliografici e nelle schede dei numeri dell'epoca.

Per il nostro bambino che non è uno di quelli che cende in piazza a far casino e rubare quello che ci sta nel negozio, significa una cosa semplicissima:

può comprare quel giornalino e ricevere venti lire di resto. Fermiamoci proprio sul resto che ad oggi equivale ad 1 centesimo e l'hanno tolto dal mercato.

È facile ricordare il fumetto e dimenticare quelle venti lire, ma sono loro a cambiare la scena.

La scelta non svuota necessariamente la mano.

Rimane una possibilità: conservarle, aggiungerle ad altre monete, decidere dopo.

La soddisfazione dell'acquisto e quella del risparmio possono stare nello stesso momento.

È una differenza piccola, ma per chi ha soltanto quella somma è tutto il margine disponibile.

Pensate al percorso di ritorno con il giornalino sotto il braccio.

Prima dell'acquisto c'era soltanto la copertina che si vedeva nella vetrina.

Adesso si può sentire il profumo della carta, si possono girare le pagine, fermarsi su una vignetta, tornare indietro.

Il denaro è passato di mano, ma ciò che è stato comprato può continuare a occupare il pomeriggio.

Nel confrontare gli acquisti di un bambino, anche questo conta: quanto dura ciò che si porta via?

Non è una gara fra un desiderio giusto e uno sbagliato.

Un dolce può valere il piacere di quel momento, una storia può essere riletta, un piccolo oggetto può entrare in un gioco già cominciato.

Il prezzo dice quante lire bisogna consegnare, non quanta importanza avrà l'acquisto nella memoria e il Mortadella ha fatto secco tutti questi ragionamenti.

È per questo che una cosa minuscola può restare nitida quando il resto della giornata è scomparso.

E proprio accanto al giornalino si apre un altro mondo.


Secondo la ricostruzione di Tre Cani, nel 1960 Giuseppe e Benito Panini iniziano a vendere immagini rimaste invendute delle edizioni Nannina, raccolte in bustine da dieci lire. (il paragone sarebbe la metà della monetina in rame da 1 centesimo di euro).

La prima raccolta calciatori prodotta direttamente dai Panini arriva l'anno successivo.

Sono due passaggi vicini, ma non lo stesso avvenimento.

Anche qui la data impedisce di confondere i ricordi.

Il conto per quelle bustine da dieci lire è immediato: con cento lire se ne possono acquistare dieci.

Se invece abbiamo scelto il Topolino da ottanta, le venti rimaste corrispondono al prezzo di due bustine, purché i prodotti siano disponibili nello stesso punto vendita.

È una combinazione possibile dei prezzi documentati, non la ricostruzione di uno scontrino realmente trovato.

Ma una bustina nasconde una differenza rispetto al giornalino.

La copertina si vede prima di pagare.

Le immagini all'interno della bustina, invece, si scoprono dopo. Immaginate la carta che si apre e la prima figura che compare.

Può essere quella desiderata oppure una già posseduta e allora si finiva con il libero scambio..ce l'ho..non ce l'ho...

Il numero delle bustine non stabilisce quante nuove immagini entreranno nella raccolta: compra occasioni di scoperta, non la certezza del risultato.

Qui il valore smette di stare soltanto sul bancone.

Se un bambino incontra un amico e i due decidono di scambiare ciò che hanno doppio, la stessa figura può assumere un'importanza diversa per ciascuno.

Una riempie un vuoto, un'altra è già presente.

Non stiamo descrivendo la regola di tutti i cortili italiani, ma il meccanismo di uno scambio.

Un oggetto può diventare utile a qualcuno proprio perché per un altro è ripetuto.

Le cento lire allora possono lasciare il negozio e continuare a produrre una storia: la bustina diventa una scoperta, la figura una conversazione, il doppione una trattativa.

Non serve supporre che ogni bambino collezionasse.

Basta osservare come lo stesso piccolo acquisto possa estendersi oltre il momento in cui viene pagato.

La merce passa dal prezzo fissato dall'adulto al significato costruito da chi la usa.

Eppure manca ancora la vetrina che abbiamo visto all'inizio: i dolci. Sarebbe facile riempirla di prezzi comodi.

Tante caramelle per dieci lire, un gelato per cinquanta, tutto il resto con il resto.

Ma senza un listino datato o una confezione verificabile staremmo preparando un'infanzia troppo perfetta per essere controllata.

Un ricordo può indicarci che cosa cercare, non può trasformarsi da solo nel prezzo nazionale di un prodotto.

La domanda giusta davanti a quella vetrina diventa quindi più interessante: quale anno? Quale negozio? Quale formato?

Una caramella venduta singolarmente e una confezione non sono la stessa unità di acquisto.

Anche se riusciamo a ricordare il sapore, il prezzo ha bisogno di un'altra traccia.

La nostra immagine del bancone racconta il desiderio, non dimostra che tutto ciò che vi compare costasse complessivamente cento lire.

Occhio che stiamo parlando del cinque centesimi di euro attuale neh.

Questo non rende meno vera l'emozione: la rende più precisa. Immaginate di ritrovare una confezione, una pubblicità con il prezzo o un listino conservato in un cassetto.

Quel dettaglio può rimettere ordine in una discussione familiare durata anni.

Non dovremmo scegliere fra la memoria e il documento.

La prima ci fa riconoscere la scena, il secondo ci aiuta a stabilire quando e a quali condizioni poteva accadere.

Torniamo al fumetto, perché qui possiamo vedere il tempo all'opera. Nel giugno del 1961, dal numero 289, il prezzo di Topolino torna a cento lire.

Nel 1963 sale a 120 e nel 1967 a 150.

La nostra moneta non è cambiata.

Eppure il resto prima scompare, poi la moneta da sola non basta più.

Questa è la svolta della storia. Un bambino del 1960 può ricordare il giornalino e il resto.

Uno che lo compra alcuni anni dopo può ricordare di aver dovuto cercare altre monete.

Se diciamo soltanto "da piccoli", quelle esperienze finiscono nello stesso cassetto, ma i prezzi non seguono i confini morbidi della memoria: continuano a cambiare mentre cresciamo.

Ecco perché cento lire non possono diventare una paghetta universale buona per tutte le generazioni.

Non basta neppure dire "anni Sessanta": l'inizio e la fine del decennio non sono intercambiabili.

Per il bambino davanti al bancone la differenza può essere il bisogno di tornare a casa, chiedere un'aggiunta oppure rinunciare. Una variazione astratta diventa un gesto concreto: rimettere qualcosa al suo posto.

Ora immaginiamo la seconda visita al negozio.

Il bambino ricorda quanto aveva pagato, ma scopre che il prezzo è diverso.

Potrebbe comprare altro o aspettare.

È una piccola lezione che non richiede il linguaggio dell'economia. La moneta sembra identica, l'oggetto sembra identico, eppure la relazione fra loro è cambiata.

Il potere d'acquisto diventa comprensibile nel momento in cui manca il resto, o serve un'integrazione.

Ci sarebbe anche un'altra strada: mettere via la moneta.

Duecento lire richiedono due somme uguali, trecento ne richiedono tre.

Ma conoscere l'addizione non significa sapere quanto tempo un bambino impiegasse a raggiungerle.

Senza conoscere la frequenza dei regali o della paghetta, non possiamo trasformare quel conto in settimane.

Il risparmio si misura anche nell'attesa, e l'attesa non era uguale per tutti.

Pensate a quanto può sembrare lungo un pomeriggio quando si aspetta qualcosa.

Per un adulto un acquisto rimandato è una voce fra molte.

Per un bambino può diventare il centro di una giornata.

La scelta di non spendere subito contiene una rinuncia visibile: uscire dal negozio senza ciò che si desidera, conservando però la possibilità di una scelta futura.

È una scena possibile, non una prova che tutti fossero più pazienti di oggi.

Lo stesso limite vale per i luoghi.

Un bambino che ha un'edicola vicino a casa e uno che deve aspettare di arrivare in paese non incontrano le stesse occasioni. Avere il denaro non garantisce che il prodotto sia disponibile.

Ci interessa questa differenza perché spesso, nel ricordo, prezzo e accesso si sovrappongono.

Mi rendo conto che come al solito mi sto allungando e il mio amcio Antonio dirà che sti ricordi sono una pizza ed è ora di tagliare il discorso delle 100 lire alias 5 centesimi.. e vabbe'.

Continuo pensando che una cosa può sembrare rara perché costa molto oppure perché non si trova quando la si cerca.

Non dobbiamo nemmeno decidere che l'infanzia di allora fosse automaticamente migliore perché le spese erano più piccole.

Il piacere di una scelta può essere autentico insieme al limite che la circonda.

Qualcuno ricorda la libertà di comprare da solo, qualcun altro ricorda la vetrina e il divieto di spendere.

La stessa scena vista da fuori può contenere esperienze diverse, e una storia onesta deve lasciare spazio a entrambe.

Ma allora che cosa significa questo scritto?

Una risposta concreta.

Nei primi anni Sessanta, cento lire potevano bastare per determinati acquisti editoriali e, in un periodo preciso, anche lasciare un resto. Nelle vendite iniziali di bustine da dieci lire permettevano dieci acquisti di quel formato.

Non un negozio intero, ma una serie di possibilità definite da data, prezzo e disponibilità.

Il resto della risposta sta nel modo in cui quelle possibilità venivano vissute.

Un giornalino poteva accompagnare un pomeriggio, una bustina aprire una conversazione, una moneta conservata rimandare il piacere a un altro giorno.

Sono interpretazioni di ciò che un acquisto può significare, non misure del comportamento di tutti i bambini. Il loro valore è farci cercare le esperienze invece di accontentarci del numero.

Rivediamo il bambino davanti al vetro.

All'inizio sembrava bastasse contare ciò che poteva portare via.

Ora notiamo anche quello che lascia, l'alternativa a cui rinuncia, la moneta che non conserva, il prodotto che aspetterà.

Prima di essere spese, quelle cento lire contengono più futuri possibili.

Dopo la scelta ne comincia uno.

Forse è questa piccola sensazione di possibilità che rende la moneta così presente nei ricordi.

Se conservate un vecchio giornalino, cercate il prezzo e la data sulla copertina.

Se ricordate un acquisto con cento lire, provate ad aggiungere l'anno, il luogo e il prodotto preciso.

Non per togliere calore al racconto, ma per permettere a qualcun altro di riconoscere il proprio e grazie di essere arrivati sin qui e perdonatemi le 2.137 parole e i 13.295 caratteri e adesso ditemi che la vostra considerazione sul 5 centesimi è diversa..dai.


lunedì 26 ottobre 2026

ho comprato Vespa.

 


Quello che mi fa girare le palle è il pagamento forzato nella bolletta elettrica della quota da elargire alla TV italica che si fa soldi pure con la pubblicità per proporti delle minchiate tipo quelle che fa un uomo di 82 anni a cui hanno tolto i nei, che invita nella sua trasmissione una giovane leader universitaria di 24 anni per farle raccontare quello che sta vivendo sulla sua pelle in termine di diritto allo studio negato, di borse di studio che mancano, dei soldi del Pnrr sottratti agli studenti, dei 14 miliardi di euro in spesa militare.

E il brutto è che non appena lei lo fa, per altro con grande forza, alla prima parola fuori posto, al primo dato che secondo al vecchio 82nne non torna, la blocca e con la bava alla bocca le rovescia addosso una pseudo-lezione intrisa di un insopportabile paternalismo che fa veramente ruotare il testicolame persino al bradipo di SuorAssunta, in cui si rivolge a lei con un “voi giovani” come se si rivolgesse a milioni di giovani, le dice che “deve studiare”, “prepararsi” e cazzate simili.

E ci fosse stata una volta - UNA SOLTANTO - in cui questo vecchio di nome Vespa Bruno, abbia utilizzato un decimo di questa intransigenza nei confronti di politici di 40, 50, 60 anni che indossano le vesti di Presidenti del Consiglio, ministri e chi più ne ha più ne metta - casualmente tutti di destra come la guida della macchina che a 80nni non potrai più guidare in autostrada. e con incarichi infinitamente più rilevanti per le sorti di questo Paese della leader dell’Unione universitari.

Che è stata non grande, ma GRANDISSIMA sta figliola, a tenere testa con dignità, capacità ed eleganza a un simile agguato, preparato dal minuto zero, dall’istante esatto in cui si è seduta su quella sedia.

Perché a quello serviva quell’invito.

A smentire e a ridicolizzarla e con lei un intero movimento che poi troveremo in piazza.

Bè, sappia Vespa e sappiano i vertici di Telemeloni che gli è andata male, che non ce l’hanno fatta.

E vorrei far sapere alla ragazza, che le sono vicino e solidale in ogni modo in cui si possa esserlo con una ragazza di 24 anni che fa politica con questa passione e voglia di cambiare le cose per sé e per i suoi coetanei ovviamente senza fare danni.

Questa trasmissione inchiesta, non è giornalismo.

Il fatto che siamo obbligati a pagare la quota per l'emittente di stato nella bolletta elettrica e ci facciano sorbire anche la pubblicità e soprattutto le trasmissioni tipo quella che ho raccontato è abuso di potere è bullismo e di sicuro NON è servizio pubblico.






Pensiero del giorno

 


Pensiero del lunedì:

Ma se il problema è Hormuz chiuso dal parrucchino pannolinato alias Briscola (trump è il gioco americano simile alla nostra briscola) e dagli israeliani, perchè sti maranza del menga non vanno a protestare davanti alle ambasciate?

Devastare la propria città per un prezzo deciso a 4.000 km di distanza non è protesta, è coglionaggine.

E' che qualcuno e non faccio nomi in quanto lo ignoro, dice ogni giorno agli italiani che il governo (e non gli ayatollah, Trump, Putin, Israele) è responsabile dell’aumento del costo della benzina.

Spesso i responsabili delle azioni vandaliche hanno le stesse idee di quelli che hanno votato nel referendum contro il nucleare, non capendo che bocciando il nucleare avevano anche deciso di aumentarsi la bolletta energetica e di aumentare quella di figli e nipoti e amanti.

Ci sono poi sti black box venuti dall’estero e le seconde generazioni che vivono male il conflitto tra la cultura trasmessa dai genitori e predicata nelle moschee (o da certi testadicazzo di rapper) e la società italiana: in questo caso la responsabilità è di chi ha permesso i ricongiungimenti familiari di chi è arrivato col gommone, creando una generazione di persone che non sono né italiani né nordafricani ma solo violenti insoddisfatti e scassacazzi.

Ma va bene, tutti per strada con bandiere, cori e striscioni.

Tutto inutile, ma lecito e provate a farlo nel paese dei beduini e diverrete i protagonisti del sabato in piazza.

Che poi centinaia di teppistelli imbecilli devastino beni pubblici e privati per milioni di Euro, che importanza ha?

Esprimono il disagio, colpa del clima oppressivo.

E del governo, ça va sans dire.

I più o meno ragazzetti hanno dalla loro l’ignoranza, la mancanza di educazione, le colpe educative delle famiglie, il testosterone in crescita, la consapevolezza di essere “nessuno” senza violenza.

Questi coglioncelli incappucciati, che evidentemente non hanno altre gratificazioni migliori, quanto spontaneamente si dedicano alle devastazioni urbane e/o quanto vengono manovrati da altri, data la loro evidente scarsa capacità di comprendonio?

Comunque sì, devastare le proprie città per fatti sui quali l’Italia non può intervenire è totalmente folle, oltre che criminale e come sempre, sarebbe invece interessante capire chi veramente pensa di trarre vantaggio da quello che sta accadendo.

Bho..buon inizio la settimana.

 

domenica 25 ottobre 2026

Nuova tassa da 2 euro.

 


E vai con la nuova tassa dal primo Novembre p.v. da due euro o handling fee , sti malcagati oltre che a giocare col candy crash ce la mettono tutta per romperci i coglioni.

Certo che due euro possono far ridere e quindi per risaltarla, la dico alla vecchia maniera..quattromila ed lire.. son palanche belandi.. e il problema non è il valore assoluto di sto balzello ma è il principio che l'accompagna insieme alla sua applicazione concreta in quanto una tassa non diventa intelligente soltanto perché è piccola, così come una misura discutibile non diventa accettabile soltanto perché il contribuente può permettersi di pagarla.

La questione riguarda gli acquisti di beni provenienti da fuori dell'Unione europea, un mercato nel quale le piattaforme internazionali hanno abituato milioni di consumatori a trovare prezzi bassi, assortimenti sterminati e consegne relativamente rapide.

Il successo di questi acquisti non è spiegabile soltanto con la passione nazionale per il risparmio.

È anche il prodotto di una trasformazione commerciale che ha reso accessibili merci prima difficili da reperire, permettendo di confrontare prezzi e acquistare direttamente da venditori lontani che permettono il forte guadagno agli intermediari con residenza nei paesi esentasse.

So benissimo che esistono problemi di sicurezza dei prodotti, controlli doganali, concorrenza fra imprese sottoposte a regole differenti e costi ambientali legati alla logistica.

Non tutto ciò che costa poco è un affare, e non ogni lamentela dei commercianti europei è un tentativo di proteggere rendite di posizione.

Ma proprio perché le questioni sono serie, meriterebbero interventi progettati con precisione, non provvedimenti che sembrano nascere dalla necessità di trovare una nuova voce d'entrata o di correggere in corsa una scelta politica.

Il punto centrale è questo: chi cazzo finirà per pagare davvero i due euro?

Formalmente, un contributo applicato ai pacchi può essere riscosso attraverso gli operatori responsabili della gestione delle spedizioni. Ma il costo economico non rimane necessariamente a carico di chi lo versa all'amministrazione.

Può essere trasferito al consumatore, incorporato nel prezzo del prodotto, assorbito in parte dal venditore oppure distribuito fra diversi soggetti della catena commerciale.

Dipende dalle condizioni di mercato, dagli accordi contrattuali e dalla capacità delle imprese di scaricare i costi sui clienti.

Il risultato pratico, dunque, non è automaticamente un aumento di due euro per ogni singolo pezzo in ogni circostanza.

Ma il rischio di un rincaro esiste, soprattutto per gli ordini di importo modesto, nei quali una somma fissa pesa proporzionalmente molto di più.

Su un acquisto da cento euro, due euro rappresentano il due per cento.

Su uno da dieci euro, diventano il venti per cento.

Su un oggetto da cinque euro, il quaranta per cento.

La matematica non ha bisogno di essere populista: basta lasciarla parlare.

Il costo non cresce in proporzione al prezzo della merce, e finisce per incidere maggiormente sugli acquisti più economici.

Non significa che ogni consumatore con un reddito basso acquisti necessariamente su piattaforme extraeuropee, né che ogni ordine di piccolo valore sia indispensabile.

Significa, però, che l'effetto distributivo di una misura del genere deve essere valutato, non liquidato con la formula secondo cui due euro non cambiano la vita a nessuno.. a te che ne guadagni trecentomila all'anno non la cambia di certo ma al pensionato che ne cucca 15/20.000 la cosa cambia in quanto la somma di tanti piccoli rincari può diventare un problema.

E soprattutto, quando una politica pubblica introduce costi aggiuntivi, dovrebbe spiegare che minchia di beneficio concreto intenda ottenere in cambio.

Se l'obiettivo è contrastare la concorrenza sleale, bisogna dimostrare in che modo il contributo possa migliorare le condizioni delle imprese europee.

Se si vuole finanziare i controlli sui prodotti, occorre chiarire come le risorse saranno impiegate.

Se si intende ridurre il volume di spedizioni di bassissimo valore, bisogna valutare gli effetti sui consumatori, sulla logistica e sugli operatori commerciali.

Se, invece, si cerca semplicemente un'entrata supplementare, sarebbe più onesto dirlo senza travestire la misura da grande riforma del mercato.

Ogni cambiamento improvviso genera incertezza, e l'incertezza ha un prezzo anche quando non compare in una voce di bilancio.

Sto governo del menga, può sostenere che tutto questo è per coordinare la misura con gli aiuti economici ai camionisti che stanno fermando l'Italia e per dare arretrati da 100.000 euro anno ai giudici e non perchè qualcuno si prende le mazzette dai produttori che stanno avendo un notevole calo di fatturato sulle cagatuzzole in quanto gli Italiani hanno capito che il pezzo che pagavano 100 euro col sistema paghi uno ma te ne do due, ora lo stanno comprando con cifre molto inferiori pur sostenendo il sacrificio del tempo d'attesa dell'arrivo del prodotto acquistato all'estero, ma il gioco vale la candela.

Sto povero consumatore non può diventare automaticamente il bancomat attraverso il quale correggere ogni squilibrio del mercato.

Se un prodotto importato viola le regole, bisogna intervenire contro la violazione.

Se un venditore evade gli obblighi previsti, bisogna perseguire l'evasione.

Se un articolo è pericoloso, bisogna impedirne la commercializzazione.

Una tassa generalizzata può eventualmente far parte di una strategia più ampia, ma non sostituisce i controlli, l'applicazione delle norme e la capacità di individuare chi non le rispetta.

Il rischio è confondere lo strumento con l'obiettivo.

Si introduce un costo facilmente identificabile, si annuncia una misura contro le distorsioni commerciali e si lascia che il dibattito si concentri sui due euro.

La politica ama le misure che possono essere spiegate in una frase. Il mercato, purtroppo, non funziona in una frase.

Dovrebbe essere l'occasione per chiarire la finalità della misura, stimarne gli effetti e spiegare chi ne sosterrà il costo.

Se il contributo serve a correggere un problema reale, il governo dovrebbe dimostrare perché la soluzione scelta sia adeguata.

Se produce effetti collaterali sproporzionati, dovrebbe modificarla. Se non esiste una giustificazione sufficientemente solida, dovrebbe avere il coraggio di ripensarla.

Il cittadino non pretende che ogni acquisto sia esente da imposte. 

Pretende qualcosa di molto più elementare: che le tasse abbiano una ragione comprensibile, che le regole siano stabili e che il governo sappia spiegare perché una nuova spesa sia necessaria.

Due euro non faranno crollare un bilancio familiare da soli.

Il problema non è il pacco che arriva dalla Cina.

È il pacco di incertezza che la politica continua a consegnare ai cittadini.

E io pagaaaa...

sabato 24 ottobre 2026

Guerra a MI.

 


Ragazzi ma siamo fuori come gerani?

Sono arrivati 500 soldati a Milano e sapete chi sono?

Quelli della FOLGORE.

Ma sto Salvini ci è o ci fa?

Sto pirla ha scambiato la protesta sociale per una missione in Afghanistan.

La Folgore non si merita questo... cazzo..

La Folgore è un corpo d'élite leggendario, gente addestrata a saltare giù dagli aerei a quattromila metri con lo zaino da trenta chili, atterrare dietro le linee nemiche, mimetizzarsi nel fango e conquistar avamposti strategici sotto il fuoco incrociato.

Salvini, tutto fiero lo ha comunicato che avranno in dotazione i carri Lince, i droni oltre che casco e scudo.

Bah

Non vorrei essere al posto di quei militari. Che cazzo dovrebbero fare in caso di tumulti ?

I lince a che minchia servirebbero?

Ad asfaltare Yousef il ragazzino di 11 anni?

Bon la termino qui.

parole 120 caratteri 700 (ok così)?

non aprite il link di Yousef .. è troppo lungo.

Buon sabato. 

 

venerdì 23 ottobre 2026

Yousef la belva umana.

 



Come promesso, non posto più dissertazioni lunghe e quindi lo metto solo nel blog senza pubblicarlo e mi riferisco a :

YOUSEF, UNDICI ANNI E' GIÀ NELLA TERRA DI NESSUNO: QUANDO UN BAMBINO DIVENTA IL SINTOMO DI UNA SOCIETÀ CHE HA SMESSO DI FARE GLI ADULTI

Questa mezzasega ha undici anni.

L’età in cui si dovrebbe discutere per un pallone, consumare ginocchia sui marciapiedi, tornare a casa con i compiti da fare e schiacciare i brufoli dell'adolescenza.

L’età in cui il mondo dovrebbe essere ancora abbastanza grande da contenere l’infanzia.

E invece, a Milano, c’è Yousef, un bambino coinvolto negli scontri di strada, descritto da chi lo conosce come provocatore, aggressivo, incline al furto e capace di intimidire gli altri, sti catz..

Attorno a lui si accumulano testimonianze inquietanti, racconti di comportamenti violenti e sospetti su ciò che farebbe nelle ore serali. 

Sono dichiarazioni da verificare ovviamente, non sentenze definitive.

Ma il quadro, se anche soltanto una parte di quanto riferito corrispondesse al vero, imporrebbe una domanda che nessuna società civile dovrebbe permettersi di rinviare: dove cazzo sono gli adulti?

La tentazione è immediata.

Prendere un bambino difficile, appiccicargli addosso l’etichetta di piccolo criminale e chiudere la faccenda con una formula sprezzante: una scheggia impazzita, un caso perso, un delinquente in miniatura, una piccola testadicazzo.

È la soluzione più comoda, perché consente di scaricare tutto sul singolo e di risparmiare la fatica di guardare ciò che gli sta intorno. 

Ma è anche una scorciatoia intellettuale.

Un undicenne mezzasega da 130cm e voce adatta per il coro delle voci bianche, può compiere atti gravi, può terrorizzare i coetanei, può sottrarre oggetti, aggredire e provocare.

Non è necessario addolcire la realtà per riconoscere che a quell’età la responsabilità educativa degli adulti resta enorme.

La prima distinzione da fare è proprio questa: comprendere non significa giustificare.

Se Yousef ha partecipato a episodi violenti, se ha rubato o ha fatto del male a qualcuno, quei comportamenti non diventano accettabili perché è un bambino.

Le vittime non hanno meno diritto alla protezione quando l’autore è minorenne.

Chi viene aggredito non deve essere invitato a sopportare tutto in nome di una comprensione astratta del disagio sociale di un immigrato figlio di genitori arrivati col barcone.

La sicurezza degli altri minori, dei commercianti e dei cittadini conta quanto la necessità di recuperare chi si sta perdendo.

Ma c’è una differenza sostanziale fra riconoscere la gravità di un comportamento e decretare che un bambino sia ormai irrecuperabile.

La prima posizione è una responsabilità; la seconda è una resa.

Le cronache raccontano di un pirletta cresciuto alla Barona, nella periferia milanese, in un contesto familiare descritto come difficile. 

Circolano affermazioni sulle condizioni dei genitori e sulla presunta attività del padre, così come sulla situazione della madre con una denuncia per furto sulle spalle, che parlano poco o nulla italiano. Sono elementi ricavati dal reportage delle "Iene" di ieri 22 ottobre 2026.

L’origine marocchina della famiglia, poi, non spiega la violenza più di quanto l’origine italiana spieghi la virtù.

Tirare in ballo la provenienza come chiave automatica di lettura sarebbe soltanto un modo per sostituire l’analisi con il pregiudizio ad es io a Casalcoso ho fiducia massima di una figlia di marocchini che fa la pulizia in casa nostra i cui fratelli si sono inseriti nella società e si sono laureati a pieni voti.

Il punto non è da dove venga sto Yousef.

È che cosa stia accadendo nella sua vita e chi abbia il compito, e la possibilità concreta, di intervenire.

Se un bambino di undici anni trascorre le serate fuori casa senza che nessuno sappia dove minchia si trovi, come riferisce una delle testimonianze, il problema supera la condotta individuale.

Se frequenta ambienti nei quali il furto viene considerato un’attività normale, occorre capire chi lo abbia introdotto a quelle dinamiche e se qualcuno stia approfittando della sua età e del fatto che è un povero deficiente.

Se manifesta una propensione all’aggressività, bisogna stabilire da quanto tempo, in quali contesti e con quali conseguenze.

E se esiste il sospetto che venga sfruttato da persone più grandi, non basta indignarsi: occorre verificare e intervenire.

Il bambino che commette atti violenti può essere, nello stesso tempo, una minaccia per gli altri e una persona esposta a forme di trascuratezza, manipolazione o sfruttamento.

Le due condizioni non si escludono.

Anzi, proprio quando si presentano insieme, l’intervento deve essere più tempestivo e più rigoroso, quindi giù di cinghia e bastone dimenticando la carota.

Il problema è che l’Italia sembra spesso oscillare fra due caricature. 

Da una parte il moralismo punitivo, che vorrebbe trattare ogni minore problematico come un adulto in miniatura, ignorando la differenza fra una responsabilità penale e una responsabilità educativa.

Dall’altra il sentimentalismo impotente, secondo cui qualsiasi comportamento dovrebbe essere assorbito dalla parola «disagio», come se spiegare una condotta equivalesse a cancellarne le conseguenze.

Entrambe le posizioni sono insufficienti.

La prima rinuncia a capire; la seconda rinuncia a proteggere.

E nel mezzo rimangono le vittime, le famiglie che chiedono aiuto, i residenti che vedono crescere la tensione e i bambini che imparano presto che le regole esistono soltanto finché qualcuno è disposto a farle rispettare.

Una comunità non si misura dalla severità delle sue invettive, ma dalla capacità di impedire che un problema diventi irreversibile.

Per farlo servono responsabilità familiari, scuola, servizi sociali, educatori, forze dell’ordine e, quando necessario, autorità giudiziarie minorili.

Non per costruire una catena di scaricabarile nella quale ciascuno segnala il caso al successivo e tutti possono dichiararsi estranei al risultato.

Servono valutazioni tempestive, obiettivi verificabili e un soggetto capace di coordinare l’intervento.

La scuola può accorgersi dei cambiamenti nel comportamento, ma non può sostituire una famiglia.

I servizi sociali possono valutare il contesto e predisporre sostegni, ma non possono lavorare efficacemente se vengono coinvolti soltanto quando la situazione è già precipitata.

Le forze dell’ordine devono intervenire davanti a condotte illecite, ma una pattuglia non può diventare l’unico presidio educativo di un quartiere.

E i genitori, quando sono in grado di esercitare il proprio ruolo, non possono considerare l’educazione una faccenda delegabile per intero alle istituzioni.

Se invece il contesto familiare è compromesso, occorre verificarlo senza pregiudizi e valutare quali protezioni siano necessarie.

Non serve demonizzare una madre perché parla poco italiano, né presumere la colpevolezza di un padre sulla base delle voci di quartiere.

Serve capire se il minore sia seguito, se abbia limiti chiari, se frequenti regolarmente la scuola e se esistano adulti affidabili in grado di assumersi responsabilità concrete.

La questione diventa ancora più delicata quando si parla di un bambino che avrebbe già accumulato una reputazione di violenza. 

Le etichette, una volta sedimentate, possono trasformarsi in una profezia sociale.

Tutti si aspettano che sia cattivo, ogni suo gesto viene interpretato attraverso quella reputazione e il ragazzo può finire per trovare nella fama di duro l’unica identità che gli garantisca attenzione.

Non significa che il suo comportamento debba essere tollerato. 

Significa che la risposta deve interrompere il circuito, non consolidarlo.

A undici anni, il compito delle istituzioni non è scegliere fra abbandono e indulgenza.

È costruire un percorso che renda impossibile continuare come prima, tuteli chi rischia di subire violenza e offra al minore una possibilità reale di cambiare.

Dove necessario, questo percorso deve comprendere controlli, limiti, conseguenze proporzionate e protezione.

La compassione senza regole è inefficace; le regole senza un progetto educativo rischiano di arrivare tardi e di non risolvere nulla.

C’è poi una responsabilità collettiva che riguarda il modo in cui raccontiamo questi casi.

Un bambino non è un personaggio da cronaca nera sul quale riversare la rabbia degli adulti.

La sua vicenda può essere raccontata, i comportamenti possono essere descritti e le istituzioni possono essere chiamate a rispondere.

Ma trasformare la sua identità in uno spettacolo, ripetere indiscrezioni non verificate sulla famiglia e fissarlo pubblicamente nel ruolo del piccolo mostro non aiuta né la verità né la sicurezza.

Il sensazionalismo produce indignazione rapida e memoria corta. 

Oggi si discute di Yousef; domani arriverà un altro nome, un altro quartiere, un’altra fotografia.

Nel frattempo, se nessuno interviene con efficacia, il meccanismo continua a riprodursi.

E il dibattito si riaccende soltanto quando il disagio diventa abbastanza visibile da disturbare la tranquillità degli adulti.

Non sappiamo, sulla base delle testimonianze riportate, quale sia l’intera storia di questo beduino, quali episodi siano stati accertati (filmati ce ne sono parecchi) e quali interventi siano già stati attivati.

Non possiamo pronunciare diagnosi, attribuire reati non verificati o stabilire da lontano chi abbia fallito.

Possiamo però dire che, se le segnalazioni sono fondate, il caso richiede un’attenzione concreta e urgente, non un’altra gara di insulti sui social.

La domanda non è se Yousef debba essere giustificato.

Non deve esserlo se ha fatto del male.

La domanda è se gli adulti siano ancora capaci di distinguere fra punire un comportamento, proteggere le sue possibili vittime e impedire che un bambino venga lasciato crescere dentro una spirale di violenza.

Sono tre compiti diversi, e vanno affrontati insieme.

Perché un undicenne che incute paura ai coetanei non è una curiosità da prima pagina.

È un allarme.

E quando un bambino diventa il protagonista di episodi che dovrebbero appartenere a un mondo adulto, la domanda più inquietante non riguarda soltanto lui.

Riguarda tutti quelli che avrebbero dovuto spezzargli le ossa intanto che erano in tempo.