
L’abbraccio
del nemico: quando la diplomazia persiana gioca a fare la dama con il
dolore italiano.
Cara
Giorgina non vorrei esser nei tuoi panni e proprio oggi che la festa
è dedicata a chi ci mise al mondo, c’è un’immagine che i
manuali di geopolitica non insegnano, perché appartiene alla
categoria delle assurdità che la realtà, da sola, sa generare
meglio di qualsiasi scrittore di fantapolitica.
L’Iran,
la Repubblica islamica che l’Occidente ha imparato a temere come il
secondo polo del “grande satana”, si è trasformata in queste
ore nella paladina dell’Italia e del suo Papa.
Le
ambasciate di Teheran sparse per il mondo – dal Ghana alla
Thailandia, dalla Bulgaria all’Armenia – hanno rotto un silenzio
che sarebbe stato prudente mantenere e hanno scelto di schierarsi
pubblicamente al fianco di Giorgia Meloni e di Papa Leone XIV
contro le invettive del parrucchino .
“Perché
dovremmo colpire l’Italia? Amiamo il popolo italiano, il calcio, il
cibo. Amiamo Roma, Milano, Venezia, Firenze, Napoli e tutte le sue
città”, ha scritto l’ambasciata di Teheran in Thailandia su X,
rispondendo con studiata dolcezza alla boutade di parrucchino secondo cui
l’Iran avrebbe un’arma nucleare capace di “far saltare in
aria l’Italia in due minuti” .
La
coreografia è surreale quanto basta per far rizzare i peli sul culo
a chiunque abbia un minimo di memoria storica.
L’Iran
non è un pacifico regno di poeti e gelatieri, anche se la sua
diplomazia social sta lavorando sodo per farlo credere a noi che siamo scesi con la piena.
È
una teocrazia militarista che finanzia il terrorismo, reprime le
donne e le minoranze, e minaccia da decenni l’esistenza stessa di
Israele.
Ma
la propaganda non ha bisogno della verità, ha bisogno di efficacia.
E
l’efficacia, in questo caso, si misura nella capacità di inserirsi
come un cuneo nelle crepe dell’alleanza atlantica, offrendo a
un’Italia ferita nell’orgoglio un inaspettato, imbarazzante,
pericoloso abbraccio.
Il
primo a cogliere la palla al balzo è stato l’ambasciatore iraniano
in Ghana, che ha scritto un post davvero degno di nota per la sua
miscela di ironia e veleno: “Cara Italia, il vostro primo
ministro ha difeso il Papa e ha perso un alleato a Washington – il
‘Comandante del Dolore’, l’uomo più ‘potente’ della terra.
Vorremmo candidarci per il posto vacante” .
E
poi l’elenco delle “qualifiche”: “7.000 anni di civiltà,
un amore condiviso per la poesia, l’architettura e il cibo che
richiede più tempo per essere preparato rispetto alla capacità di
attenzione di Trump” .
Il
colpo di grazia, naturalmente, è arrivato con l’ormai celebre
dichiarazione sulla guerra fredda del gelato: “L’unica cosa
per cui Iran e Italia abbiano mai litigato è su chi ha inventato il
gelato.
Il
faloodeh è arrivato primo, ma il gelato ha fatto più rumore” .
Sembrerebbe
tutto una presa per il culo da social network, se non fosse che
dietro la satira c’è una strategia politica precisa.
Il
regime degli ayatollah ha capito che l’amministrazione del
parrucchino, con la sua politica aggressiva in Medio Oriente e i suoi
attacchi frontali agli alleati europei, ha creato un vuoto di fiducia
che può essere riempito.
E
lo ha capito anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha
pubblicamente lodato “le posizioni di Spagna, Cina, Russia,
Turchia, Italia ed Egitto nell’opporsi alla bellicosità e ai
crimini del regime sionista” .
La
frase è studiata per incassare: mette Italia e Spagna sullo stesso
piano di Russia e Cina, allarga la crepa tra Washington e i suoi
alleati, e legittima l’idea che esista un fronte anti-israeliano –
se non anti-americano – di cui anche i paesi europei farebbero
parte.
La
domanda che un povero pirla deve porsi non è se la mossa iraniana
sia cinica – lo è, e apertamente – ma se l’Italia abbia i
mezzi per resistere a questo genere di corteggiamento.
La
risposta, purtroppo, è meno confortante di quanto si vorrebbe.
L’Italia è un paese che dipende per l’80% del proprio fabbisogno
energetico dalle importazioni, e buona parte di queste passa
attraverso lo Stretto di Hormuz, esattamente dove l’Iran minaccia
di bloccare il traffico navale .
L’Italia
ospita basi militari americane fondamentali per la proiezione di
potenza degli Stati disUniti nel Mediterraneo, ma anche flotte
commerciali che devono attraversare acque non sempre sicure.
L’Italia, insomma, è un paese esposto, e la diplomazia iraniana lo
sa.
“La
politica dell’Iran è sempre stata improntata al rispetto delle
nazioni, non alla loro distruzione”,
ha scritto l’ambasciata in Bulgaria, quasi a voler contrapporre la
“civiltà persiana” alla rozzezza parrucchiniana .
È
una narrazione che fa leva su un pregiudizio diffuso in Italia:
l’idea che il nemico vero, quello che ci minaccia e ci umilia, sia
l’alleato infedele, non il regime che ci offre gelato e poesia.
Ma
la realtà, come sempre, è più dura delle favole.
L’Iran
non ama l’Italia.
L’Iran
sta usando l’Italia come scudo propagandistico, e lo fa con la
stessa abilità con cui, dall’altra parte del mondo, parrucchino ha
usato l’Italia come capro espiatorio della sua frustrazione
guerrafondaia.
La
Giorgina, finora, non ha risposto ufficialmente alle avances
iraniane, e ha fatto bene cazzo.
Accettare,
anche solo implicitamente, questo abbraccio significherebbe
legittimare una teocrazia che impicca gli omosessuali e lapida le
donne adultere.
Rifiutarlo,
però, la espone al rischio di sembrare ingrata verso chi – in
apparenza – ha preso le sue difese.
È
una trappola perfetta, cucita su misura per una leader che ora si
trova a dover scegliere tra due mali: l’umiliazione del parrucchino
o la promiscuità khomeinista.
Cazzi
veramente acidi.
La
destra storica, quella che non confonde i principi con le mode,
avrebbe una risposta chiara:
l’alleanza
si sceglie, non la si subisce.
E
se un’alleanza diventa asfissiante, la si abbandona, ma non
per gettarsi tra le braccia del primo corteggiatore opportunista.
L’Iran
non è un amico, non è un alleato, non è nemmeno un partner
commerciale affidabile.
È
una dittatura religiosa che sta usando le fragilità dell’Italia
per indebolire l’Occidente.
E
se c’è una cosa che l’Occidente non può permettersi, in questo
momento storico, è di regalare ai propri nemici la vittoria della
propaganda senza nemmeno combattere.