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lunedì 17 agosto 2026

La storia di Soraya Manutchehri.

 

Anche Ferragosto se n'è ito e assieme a lui se n'è ita la speranza che parrucchino pannolinato possa smettere di fare buffonate e mi concentro sulla ricerca per capire come ragionano gli adepti delle religioni islamiche che sto pirla sta combattendo e trovo delle storie che davvero mi fanno rizzare i peli degli alluci.

Ad es, far sparire da questa valle di lacrime Soraya Manutchehri una donna di 35 anni con la calunnia e la lapidazione e questa che vi racconto è la sua storia che non le ridarà la vita ma spero possa servire a chi legge nel giudicare gli esseri che parrucchino sta combattendo anche se con altre imputazioni, che non hanno diritto di esistere.

Nel 1986, in un villaggio iraniano chiamato Kuhpayeh, un uomo voleva divorziare da sua moglie per sposarne un'altra.

Non aveva denaro per il divorzio.

Trovò una soluzione più economica: accusarla di adulterio.

E qui son cazzi amari per le donne iraniane (e nn solo).

Soraya Manutchehri come ho detto, aveva 35 anni.

Portava avanti da anni un matrimonio conflittuale con Ghorban-Ali, che aveva intrecciato una relazione con un'altra donna e aveva bisogno che Soraya sparisse dalla sua vita.

Smise di sostentare la Soraya e lei stanca di fare diete forzate, per sfamarsi iniziò a cucinare per un vicino vedovo, in cambio di denaro.

E qui seppur per fame fece il grave errore e suo marito prese quella relazione lavorativa e la trasformò in un'accusa di adulterio.

Trovò persone nel villaggio disposte a sostenere la storia.

Le autorità locali si riunirono.

Soraya insistette sul fatto che era innocente.

Qui ovviamente il buon lettore maschio non ci metterebbe la mano sul fuoco sull'innocenza e sta di fatto che la Soraya fu condannata a morire lapidata.

La eseguirono in pubblico.

Tra coloro che lanciarono le prime pietre, secondo le indagini successive, c'erano membri della sua stessa famiglia, a partire da suo padre e dai suoi due figli.

Il sistema che uccise Soraya non è stato solo lo Stato iraniano.

E' stata anche la comunità che scelse di credere all'accusa, gli uomini che scelsero di partecipare e quelli che scelsero di guardare.

Sembrava che la sua storia finisse lì.

Sepolta a Kuhpayeh senza che nessuno fuori dal villaggio conoscesse il suo nome.

Ma sua zia Zahra parlò.

Quando il giornalista franco-iraniano Freidoune Sahebjam arrivò nella regione per indagare sulla situazione in Iran, Zahra gli raccontò cosa era accaduto.

Sahebjam tornò, indagò, intervistò e nel 1990 pubblicò in Francia “La femme lapidée”.

Il libro fece il giro del mondo.

L'edizione inglese raggiunse un casino di lettori.

Nel 2008 uscì il film, che rappresentò il finale con una crudezza che generò un dibattito internazionale sulla lapidazione come pratica ancora in vigore in diversi paesi.

Ghorban-Ali sposò la donna che voleva.

Soraya fu lapidata.

E il nome di Soraya Manutchehri arrivò a milioni di persone che lui non avrebbe mai potuto immaginare.

Una donna parlò.

Un giornalista ascoltò.

E ciò che doveva essere cancellato divenne ciò che non poté essere cancellato.

Fonte: Freidoune Sahebjam, "La femme lapidée" (Grasset, 1990); Wikipedia, "The Stoning of Soraya M."; Amnesty International, reportages sulla lapidazione in Iran.

Quel che mi fa girare i coglioni è pensare che pure la famiglia d'origine e i due figli, asserviti alla cultura locale, abbiano lanciato pietre contro di lei.

Era una figlia.

Era una madre.

A volte sono proprio le famiglie quelle che si accaniscono di più.

Che fanno più male.

Sarebbe ora di finirla con la retorica dei legami di sangue.

In Italia quando una persona era scomoda, e questo vale soprattutto per le donne, veniva fatta sparire in manicomio.

Mostruosa istituzione totale chiusa con la riforma psichiatrica del '78.

La storia di questa donna lapidata fa venire i brividi.

Una morte dolorosa, sanguinaria, con tutti contro.

Almeno è stata resa pubblica, anche se a lei ora non serve un cazzo.

Sarebbe servita una mano tesa quando era ancora viva.

Qualcuno che si schierasse dalla sua parte e qui plaudo il Parrucchino Pannolinato che in uno dei suoi discorsi ha accennato a questa storia che vi ho raccontato e non è finita qui e non mi dilungo su storie simili accadute in Iran:

Nel 2023: Samira Sabzian, una sposa bambina è stata impiccata dopo aver fatto 10 anni di carcere, per aver ucciso il marito che la menava utilizzando il coltello con cui lui la stava seviziando. A nulla è servita la petizione mondiale di assoluzione.. per gli ayatollah andava punita perchè una donna non può uccidere un uomo anche se con ragione .

L'8 agosto 2026 è stata impiccata nel carcere centrale di Qazvin, la 24enne Marzieh Nieri condannata a morte per aver ucciso un uomo che aveva tentato di violentarla: la corte iraniana ha respinto la sua richiesta di aver agito per legittima difesa.

Non è esattamente un paradiso in terra quella di questi beduini.

Tra l'altro in Iran la legge è anche complicata, per le donne, basta che siano accusate da un uomo e le loro speranze di aver giustizia è praticamente pari a zero.

Mi viene da dire... Donald , finisci il lavoro, ma finiscilo bene neh.

E la chiudo qui.

venerdì 14 agosto 2026

Avete 50 anni?

 



Fatevi due conti e se siete sui 50 anni di età, dovrebbe cominciare bruciarvi il culo in quanto la nostra brava Italia se non cambia atteggiamento non sarà più in grado tecnicamente di pagare le pensioni.



Non è che vedo il bicchiere metà vuoto e purtroppo i 50enni di oggi stanno versando i loro contributi in un sistema previdenziale a ripartizione che si basa su un presupposto demografico ormai defunto.

I soldi che pagano oggi non vengono messi da parte in un conto personale, ma vengono spesi immediatamente per pagare gli assegni degli attuali pensionati.

Nel 2040, come vi ho accennato, la matematica presenterà il conto.

A causa del crollo delle nascite e dell'invecchiamento della popolazione, il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati sarà insostenibile, arrivando quasi a un lavoratore per ogni ritirato dal lavoro.

Non ci saranno fisicamente abbastanza persone che producono reddito e pagano le tasse per sostenere la spesa previdenziale.

Lo Stato si troverà di fronte a un buco di bilancio spaventoso e non avrà i fondi materiali per erogare le cifre promesse.

La reazione della politica sarà spietata e scaricherà l'intero peso del disastro su voi cinquantenni futuri anziani.

I governi non dichiareranno il fallimento formale dell'INPS, ma cambieranno le leggi in modo retroattivo per salvare le casse statali. L'età pensionabile verrà innalzata per legge, costringendo persone di 70 o 75 anni a rimanere sul posto di lavoro, indipendentemente dalle loro condizioni di salute o dalla loro stanchezza fisica.

Gli assegni mensili subiranno tagli drastici, calcolati esclusivamente con il sistema contributivo puro e adeguati al ribasso in base alle aspettative di vita.

Il risultato sarà un assegno di sussistenza, una miseria mensile appena sufficiente per comprare il cibo di base, che non garantirà in alcun modo il mantenimento del tenore di vita avuto durante gli anni lavorativi.

La conseguenza pratica per i 50enni di oggi sarà una vecchiaia segnata dalla povertà e dalla disperazione.

Chi non ha accumulato risparmi privati o investimenti immobiliari si ritroverà a dover scegliere tra pagare le bollette o comprare le medicine.

Il sistema sanitario pubblico, anch'esso al collasso per mancanza di fondi, non offrirà cure gratuite adeguate, costringendo questi anziani a pagare di tasca propria per visite e trattamenti.

Molti saranno costretti a vendere le proprie case per sopravvivere o a dipendere totalmente dall'aiuto economico dei figli, i quali saranno già schiacciati da una tassazione altissima.

Questa generazione ha vissuto con la convinzione di avere gli stessi diritti dei propri genitori, ma nel 2040 scoprirà nel modo peggiore possibile che lo Stato li ha usati come fonte di prelievo fiscale per decenni e li ha abbandonati esattamente nel momento del bisogno.

E mo' v'ho detto.


Tra 100 anni..

 

 


Il caldo di questi giorni mi sta bruciando il melone e nascono delle domande di cui il titolo del post odierno in fase preFerragostiana.

Non è che vedo il bicchiere metà vuoto ma è che non vedo manco il bicchiere..

"Tra 100 anni, nel 2126, saremo tutti sepolti insieme ai nostri parenti e amici e anche nemici.

Estranei vivranno nelle nostre case, per le quali abbiamo lottato tanto, e possiederanno tutto ciò che abbiamo oggi.

Tutte le nostre proprietà apparterranno a sconosciuti che non sono ancora nati…

Compresa quell'auto per con cui venivo a Casalcoso, che probabilmente finirà dal rottamaio di turno, o, nella migliore delle ipotesi, sarà nelle mani di un collezionista alfista sconosciuto.

I nostri discendenti sapranno poco o nulla di noi.

Quanti di voi conoscono il nonno del proprio nonno?

Probabilmente nessuno.

Dopo la nostra morte, saremo ricordati per qualche anno, poi diventeremo solo un ritratto su una libreria o in un baule in mansarda o cantina.

E, con il tempo, la nostra storia, le nostre foto, le nostre gesta finiranno nel bidone della differenziata…

Non saremo nemmeno più ricordi.

Forse, se ci fermassimo davvero ad analizzare queste domande, capiremmo quanto sia effimero e fragile il sogno di ottenere tutto.

Se solo riuscissimo a pensarci, i nostri approcci e i nostri pensieri cambierebbero.

Saremmo persone diverse.

Avere sempre di più, senza trovare il tempo per ciò che davvero conta nella vita…

Cambierei tutto questo per vivere e godermi quelle passeggiate che non ho mai fatto, quegli abbracci non dati, quei baci ai figli e agli amori, quei momenti di leggerezza che non ci siamo concessi. Questi sarebbero sicuramente i ricordi più belli, quelli che ci avrebbero riempito la vita di gioia…

E invece li sprechiamo, giorno dopo giorno, con avidità, intolleranza e insaziabile ambizione.

C'è ancora tempo per noi.

Pensateci e buon Ferragosto!"

 

martedì 11 agosto 2026

La Cavalla Storna.




Ho un paio d'ore da far passare e oggi evito di commentare parrucchino pannolinato con relative stronzate e cerco di far capire quello che odiavamo a scuola ovvero le poesie a memoria.. Attualmente so che non esiste più questo problema ma se ci pensate bene, queste poesie potevano essere recepite come fatto anacronistico e forse avrebbero potuto essere meno odiate e il mio ricordo va a Giovanni Pascoli e alla sua “Cavallina storna”.. io da buon lombardo, inizialmente pensavo citasse un animale sordo in quanto la parola “storna” in dialetto locale significa appunto “sorda”.. ma poi leggendo questa poesia non come compito assegnato ma come fatto capitato, l'odio avversivo è andato scemando e quindi vorrei far capire come ho poi interpretato questo scritto...

P.S. La cavalla era detta storna grazie al suo mantello grigioscuro con piccole e numerose macchie che la rendevano simule al piumaggio dello storno.

Questo era indicato sui giornali dell'epoca

Il 10 Agosto 1867 veniva brutalmente ucciso il padre del poeta Giovanni Pascoli.

Questo tragico evento egli lo descrivera' appunto come "La cavalla storna" che voleva essere solo la manifestazione del suo immenso dolore invece , nel tempo , è diventata quell' immortale ode che tutti dovremmo conoscere per apprezzarla.

In essa il poeta ci presenta la madre che va a trovare la cavalla "storna" che aveva riportato a casa il corpo del marito senza vita.

E le chiede, come se potesse capirla, di parlare, di darle il nome dell 'infame assassino e lo sussurra lei quel nome...

Nel silenzio, la cavalla fa risuonare un alto nitrito, confermando i sospetti e mostrandosi quasi umanamente partecipe del dolore della sua padrona.

Oggi la casa del triste avvenimento, che si trova a San Mauro Pascoli, è monumento nazionale ed è visitabile.

Danneggiata durante la guerra, la casa del poeta è stata restaurata, mantenendo però l'originaria struttura.

Una stanza , però, è rimasta intatta : la cucina.

Questo locale conserva, infatti, ancora le annerite travi, il grande focolare, l'acquaio in pietra e vi sono ancora piccoli utensili, mobili d'epoca e vari oggetti, appartenuti alle donne della famiglia.

E tutta l'atmosfera è così intrisa di veridicità che quasi si aspetta l' improvviso apparire della padrona di casa con le figlie Maria e Ida, sorelle del poeta che, da brave "azdore" ( massaie) romagnole, potrebbero incominciare a preparare piadine, sfoglie e passatelli...

Atmosfera antica, magica, che ricorda un tristissimo evento, ma capace di trasportare chiunque in un tempo lontano, coinvolgente

ed emozionante da rivivere e ve la trascrivo sicuro che forse la apprezzerete.

LA CAVALLA STORNA

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla„

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...„

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue parole„

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.

O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una sola cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come„

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote;
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

P.S.. a chi interessa la storia e vorrebbe sapere chi fu l'esecutore dell'omicidio e del mandante puo leggere qui e farsi la sua opinione. 

E ritengo sia giusto pubblicare una delle tante poesie che ha fatto rischiare la pelle del buon Pascoli che non ha mai smesso di colpire il mandante utilizzando la sua arma, considerato che la giustizia non ha fatto quello che doveva fare..

San Lorenzo.

Io lo so perchè tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perchè sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole, in dono...

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano, in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!


 

Birra a zero alcool.

 

Azz... 4 eurini alias vecchie ottomila lire per una birra azero alcool.. ma chi vogliono prendere per il culo ste aziende e il mercato delle bevande analcoliche è una gigantesca truffa legalizzata progettata per svuotare i portafogli dei consumatori di noi pirla che siamo scesi con la piena.

Se pensi che le multinazionali si preoccupino del tuo fegato vivi nel mondo delle favole.

Il vero motore di questa operazione commerciale è il margine di profitto.

Partiamo dal principio che le bevande alcoliche tradizionali sono gravate da pesanti accise statali.

Quando un'azienda produce una birra o un vino con zero alcol elimina totalmente questa tassa dal costo di produzione.

Il prezzo sullo scaffale del supermercato a volte rimane identico a quello della versione alcolica, ma nella foto è molto superiore.

Stai letteralmente pagando a peso d'oro un prodotto che all'azienda costa un cazzo.

Le multinazionali incassano la differenza e tu finanzi i loro profitti record credendo di fare una scelta salutare.

L'industria degli alcolici ha analizzato i dati di vendita e ha scoperto che le nuove generazioni consumano quantità di alcol molto inferiori rispetto al passato e per evitare un crollo dei ricavi hanno dovuto inventare una nuova categoria merceologica per catturare chi prima non comprava i loro prodotti.

Il loro bersaglio sono le donne in gravidanza, le persone sotto terapia farmacologica, i guidatori del sabato sera e i gruppi religiosi che vietano il consumo di alcol.

È una spietata espansione del bacino d'utenza.

Non c'è alcuna nobile missione per il benessere pubblico.

Vogliono solo assicurarsi che, anche nei momenti in cui non puoi assumere alcol, tu continui a versare i tuoi soldi nei loro conti correnti anziché bere della banale acqua del rubinetto.

Perdonate la foto della donna leggermente incinta che non ha coperto il cognome del produttore e comunque sia lui che altri sono uguali.. ma analizziamo il presunto beneficio per la salute.

Per produrre una birra o un vino senza alcol le aziende devono prima creare la bevanda originale e poi estrarre l'alcol attraverso processi industriali invasivi tipo l'osmosi inversa o la distillazione sottovuoto.

Questa procedura distrugge completamente il sapore originale del prodotto.

Per rendere questo liquido nuovamente bevibile i produttori sono costretti ad aggiungere quantità industriali di zuccheri, sciroppi, aromi artificiali e conservanti chimici.

Non stai ingerendo una bevanda naturale.

Stai bevendo un intruglio ultraprocessato che provoca picchi glicemici immediati nel tuo sangue.

Eviti i danni dell'alcol ma introduci nel tuo organismo una massa di calorie vuote e additivi industriali.

È un surrogato sintetico venduto a persone che non hanno la forza di volontà di ordinare un semplice bicchiere d'acqua.

E adesso voglio vedere se berrete ste cose a zero alcool con la stessa serenità di prima.

lunedì 10 agosto 2026

Rimpiangeremo questa estate.

 


Bah.. voi scherzate ma ricordate queste parole "Rimpiangeremo questa estate" e l’incubo sono le previsioni di un futuro a cinquanta gradi.

Come sarebbe a dire? Rimpiangere questa fornace? Peggio di così? Ancora più caldo?

È un po' come andare dal medico con quaranta di febbre e sentirsi dire: «Si prepari psicologicamente, perché questo è il periodo in cui sta meglio».

Purtroppo è la sintesi delle analisi dei climatologi più accreditati, i famosi saponi (quelli che sanno tanto).

Quello che stiamo vivendo potrebbe essere soltanto un assaggio di ciò che ci aspetta nei prossimi decenni.

Insomma, tra qualche anno potremmo guardarci indietro con nostalgia e dire: «Ti ricordi il 2026? Che estate meravigliosa... c'erano appena quaranta gradi.»

È una frase che fa sorridere.

Poi, però, smette di far ridere.

Il bollettino di questi giorni racconta una realtà ormai familiare: città in bollino rosso praticamente ovunque, ondate africane che si rincorrono da maggio, notti tropicali, termometri che sembrano aver dimenticato come si scende sotto i trenta gradi.

E il famoso "refrigerio", parola che ormai andrebbe pronunciata con lo stesso rispetto con cui si parla dello Yeti o del mostro di Loch Ness, continua a essere rinviato di settimana in settimana.

Ma il cambiamento più grande non riguarda il termometro.

Riguarda noi poveri pirla.

Noi che abbiamo superato una dozzina e passa di lustri e ricordiamo perfettamente come funzionavano le stagioni.

Marzo aveva ancora il sapore dell'inverno.

Aprile portava i primi tepori.

Maggio spalancava le finestre.

Giugno profumava di vacanze.

Luglio e agosto erano il culmine dell'estate mediterranea.

Calda.

Talvolta anche molto calda.

Ma mediterranea.

Oggi i mesi del calendario continuano a chiamarsi allo stesso modo, ma le stagioni sembrano aver cambiato mestiere.

La primavera appare per qualche giorno, quasi fosse una comparsa pagata a gettone, poi lascia il posto ad un'estate che assomiglia sempre più ad un lungo soggiorno nel Sahara.

Il risultato è che abbiamo completamente cambiato il nostro rapporto con il tempo.

Da ragazzi aspettavamo con impazienza l'estate.

Oggi aspettiamo settembre, se non ottobre.

Una volta contavamo i giorni che mancavano alle vacanze.

Adesso contiamo quelli che ci separano dalla prima perturbazione atlantica.

È una rivoluzione silenziosa, ma enorme.

Anche il simbolo del benessere è cambiato.

Per i nostri genitori era l'automobile.

Per i nostri figli e nipoti è stato lo smartphone.

Per noi “diversamente giovani” è diventato un condizionatore che continua ostinatamente a funzionare.

L'incubo dell'estate non è più la coda in autostrada.

È sentire un rumore strano provenire dall'unità esterna del climatizzatore.

In quel preciso istante tutta la famiglia smette di respirare.

Perché una cosa è vivere con quaranta gradi; un'altra è viverli senza aria condizionata.

La casa si trasforma in un forno, il divano in una piastra, il letto in una sauna finlandese.

Dormire diventa un'attività estrema.

Ci si gira nel letto come polli allo spiedo sperando che, prima o poi, arrivi una folata d'aria.

Naturalmente, in questo panorama non possono mancare gli irriducibili del "è sempre stato così".

Sono una categoria di coglioni stratosferica.

Riescono a negare perfino il termometro.

Secondo loro non è cambiato nulla.

Le estati sono identiche a quelle di cinquant'anni fa.

Evidentemente Giulio Cesare conquistò la Gallia con quarantadue gradi all'ombra, Garibaldi sbarcò a Marsala durante una bolla africana ed i dinosauri si estinsero perché avevano dimenticato di fare la manutenzione al climatizzatore.

Con loro discutere è inutile.

È più facile convincere un cubetto di ghiaccio a non sciogliersi.

Poi basta sedersi su una panchina accanto a qualche anziano ed ascoltare.

Provate a trovare una sola persona che abbia superato i sessant'anni e vi dica sinceramente che il clima è rimasto quello della sua giovinezza.

Una sola.

Non la troverete.

La verità è che stiamo vivendo un cambiamento che non consiste soltanto nell'aumento delle temperature.

Sta cambiando il nostro modo di abitare le case, di uscire, di dormire, di passeggiare, perfino di desiderare le stagioni.

Un tempo l'estate era la stagione della libertà.

Oggi rischia di diventare quella della reclusione domestica, con le finestre chiuse, il climatizzatore acceso, e lo sguardo rivolto fuori come si guarda un temporale che non finisce mai.

La cosa più inquietante, però, non è immaginare un futuro con cinquanta gradi.

È pensare che ci arriveremo lentamente.

Un grado alla volta.

Così lentamente da abituarci.

Esattamente come ci siamo già abituati a considerare quasi normale un'estate che, quando eravamo ragazzi, sarebbe finita sui giornali come un evento eccezionale.

Forse è proprio questo il significato nascosto di quel titolo.

Non rimpiangeremo questa estate perché è stata bella.

La rimpiangeremo perché, se gli scienziati hanno ragione, sarà stata una delle ultime che ci sembreranno ancora sopportabili.

Ed è difficile immaginare una frase più ironica.

O più spaventosa.

Buon Fresco a tutti.

Amarcord..


Si pagava in lire..

La tecnologia..

A scuola niente lim..

Beh… la musica era lì

ed ecco quello che piace a mio cognato Renzo.

Vi ricordate il nome?

E vabbuo' vel dig me...  

Teomondo Scrofalo