C'è
una scena che si ripete, in queste giornate di fuoco che tengono il
mondo col fiato sospeso, ed è la scena di un uomo solo davanti ai
suoi microfoni, un uomo (si fa per dire) che parla, che twitta, che
rilascia interviste, e che in ognuna di queste uscite pubbliche
sembra contraddire quella precedente, come se la guerra in Iran fosse
un enorme campo di battaglia dove però il generale in capo combatte
prima di tutto contro se stesso, contro la sua coerenza, contro quel
minimo di razionalità che anche in un conflitto dovrebbe guidare le
scelte di chi comanda.
Donald
Trump alias parrucchino giallo, il presidente americano che ha
scatenato l'offensiva contro Teheran il 28 febbraio, con i raid che
hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e oltre milleduecento
persone, sta dando prova in queste ore di una confusione mentale e
strategica che fa impallidire qualsiasi precedente e che lascia
intendere una verità semplice e agghiacciante... il padrone della
Casa Bianca non sta capendo un cazzo di quello che sta succedendo .
La
sequenza delle sue esternazioni è un capolavoro di contraddizioni in
termini, un'arte performativa che se fosse teatro avrebbe il pubblico
in visibilio, ma che applicata a una guerra vera rischia di costare
cara a milioni di persone.
Il
9 marzo, a una settimana dall'inizio delle ostilità, Trump dichiara
alla CBS: "Penso che la guerra sia molto completa, più o meno".
Poche
ore dopo sto pirla, in conferenza stampa, aggiunge che l'offensiva
finirà "molto presto".
Ma
lo stesso giorno, il Dipartimento della Difesa pubblica online un
messaggio che dice testualmente.. "Abbiamo solo appena iniziato
a combattere".
E
il segretario alla Difesa Pete Hegseth, intervistato da "60
Minutes", rilascia una dichiarazione che sputtana il suo
comandante in capo smentendolo.. "Questo è solo l'inizio".
Un giornalista, con il coraggio della verità, chiede a Trump di
spiegare la contraddizione.
E
lui, il presidente, risponde con una frase che dovrebbe far
arricciare i peli sul culo a chiunque abbia a cuore la coerenza
strategica del paese più potente del mondo... "Si potrebbero
dire entrambe le cose".
Poco
dopo, parlando alla conferenza dei repubblicani alla Camera, aggiunge
un'altra cazzata: "Abbiamo già vinto in molti modi, ma non
abbiamo vinto abbastanza" .
Ora,
mentre la guerra entra nella sua terza settimana e i morti superano i
duemila, mentre le petroliere non passano più lo Stretto di Hormuz e
i prezzi del petrolio ballano, mentre le basi americane in Iraq e
Kuwait vengono attaccate e i droni iraniani piovono su obiettivi
civili, parrucchino giallo, lancia messaggi sempre più
contraddittori.
Da
un lato proclama che "il 100 per cento delle capacità militari
iraniane è stato distrutto".
Dall'altro,
con un'umiltà che sa tanto di resa, chiede aiuto a mezzo mondo per
tenere aperto lo Stretto di Hormuz dandoci dei cagasotto.
Su
Truth Social, sabato 14 marzo, il tycoon scrive che i paesi che
ricevono petrolio attraverso lo Stretto devono inviare navi da guerra
per garantire la sicurezza della via d'acqua, e fa una lista.. Cina,
Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito.
Una
richiesta che sa di disperazione, di ammissione di impotenza, di
quella consapevolezza che la macchina da guerra americana, per quanto
potente, non può presidiare da sola un'area così vasta e così
minacciata.
Il
problema, però, è che i paesi chiamati in soccorso hanno tutti
ottime ragioni per dire di no al coglione.
La
Cina, in particolare, è in una posizione delicatissima: secondo i
dati dell'analisi Kpler riportati da Politico, lo scorso anno l'Iran
e il Venezuela rappresentavano insieme circa il 17 per cento delle
importazioni cinesi di petrolio, e quasi tutta quella quota passava
dallo Stretto di Hormuz.
Pechino
ha già cominciato a ridurre gli acquisti da Teheran a causa del
conflitto, ma questo non significa che sia disposta a schierarsi
militarmente al fianco di Washington in una guerra che rischia di
allontanare per sempre un alleato storico come l'Iran.
E
poi c'è la questione di principio.. perché mai la Cina dovrebbe
inviare navi da guerra per proteggere il passaggio del petrolio che
gli Stati Uniti stanno rendendo pericoloso con i loro bombardamenti?
La
risposta, probabilmente, la conosce già parrucchino, ma continua a
sperare in un miracolo.
E
mentre tenta di coinvolgere Pechino in un'azione di "polizia dei
mari" che sa tanto di velleitaria, il tycoon firma ordini
esecutivi che parlano un linguaggio ben diverso. Venerdì 13 marzo,
l'amministrazione Trump ha invocato il Defense Production Act per
aumentare la produzione di petrolio al largo della costa della
California.
Una
legge del 1950, risalente alla guerra di Corea, che dà al presidente
l'autorità di dirigere l'industria privata e di dare priorità alla
produzione di beni essenziali per la difesa nazionale.
In
tempi normali, si usa per produrre munizioni più velocemente o per
garantire forniture critiche.
Oggi
parrucchino lo usa per estrarre più petrolio, nella speranza di
calmierare i prezzi che la sua stessa guerra ha fatto schizzare alle
stelle.
Un
paradosso che dice molto sulla confusione del momento.
Ma
la militarizzazione delle industrie civili non si ferma al petrolio.
Secondo
quanto riportato da The Mirror, durante un briefing classificato al
Congresso, i funzionari dell'amministrazione hanno discusso la
possibilità di invocare il Defense Production Act anche per
accelerare la produzione di munizioni.
Le
scorte americane, dopo due settimane di combattimenti, hanno già
subito perdite per due miliardi di dollari, tra radar distrutti,
aerei abbattuti e terminali satellitari ridotti in macerie.
E
mentre parrucchino dichiara che "abbiamo munizioni intermedie e
superiori illimitate", i suoi stessi generali sussurrano che la
guerra potrebbe durare mesi, e che senza un rapido aumento della
produzione il rischio di rimanere a secco è concreto.
L'ultima
sparata, quella che più di ogni altra mostra la confusione mentale
del presidente, arriva dall'intervista alla NBC rilasciata sabato 14
marzo.
Trump
dice che l'Iran vuole fare un accordo, ma che "non sono ancora
pronto perché i termini non sono abbastanza buoni".
Poi
aggiunge che qualsiasi intesa deve includere "garanzie
estremamente affidabili" sulla rinuncia di Teheran alle
ambizioni nucleari.
E
infine, con una frase che sa di scherzo di cattivo gusto ma purtroppo
è vera, dichiara: "Potremmo colpire l'isola di Kharg ancora
un paio di volte, giusto per divertimento".
Sticazzi
...Giusto per divertimento.
Mentre
i missili uccidono persone vere, mentre le famiglie piangono i loro
morti, mentre il mondo trattiene il fiato, il presidente degli Stati
Uniti parla di colpire obiettivi strategici "per divertimento".
I
mediatori del Medio Oriente, nel frattempo, tentano di aprire un
canale di comunicazione tra Washington e Teheran, ma
l'amministrazione Trump respinge al mittente qualsiasi tentativo.
Secondo
fonti Reuters, diversi paesi hanno provato a offrirsi come
facilitatori, ma la risposta della Casa Bianca è stata negativa.
Dall'altra
parte, l'Iran rifiuta qualsiasi cessate il fuoco fino a quando gli
attacchi non si fermeranno, e chiede anche un risarcimento
finanziario per i danni subiti.
Una
posizione che, in tempo di guerra, è quasi una dichiarazione di
resa, ma che parrucchino non è in grado di cogliere perché
troppo impegnato a contraddirsi da solo.
La
sensazione, in tutto questo, è che il tycoon abbia perso la bussola.
Che
abbia scatenato una guerra senza sapere come finirà, senza avere un
piano chiaro, senza coordinamento con i suoi stessi generali.
Che
navighi a vista, in un mare in tempesta, cambiando rotta a ogni onda
e sperando che il vento lo porti in porto. Ma la guerra non è una
barca a vela, e i venti del Golfo non sono brezze leggere.
Sono
uragani che possono travolgere intere regioni, e con loro chi li ha
scatenati senza sapere cosa fare.
Intanto,
le navi da guerra dei paesi alleati non si vedono.
La
Cina tace, la Francia nicchia, il Regno Unito dopo essere stato
pubblicamente sbertucciato da parrucchino con quel "non
abbiamo bisogno di voi" pensa due volte prima di imbarcarsi
in questa avventura.
E
lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e le petroliere ferme, e i prezzi
del petrolio alti, e la guerra che continua.
Con
un presidente che dice di aver già vinto, ma che non ha vinto
abbastanza.
Che
dice che la guerra è finita, ma che è solo all'inizio.
Che
dice che l'Iran è sconfitto, ma che bisogna ancora bombardarlo per
divertimento.
Alla fine, forse,
l'unica cosa chiara in questo conflitto è che di chiaro non c'è
nulla.
E che il "coatto
della Casa Bianca", sta dando il peggio di sé, in un teatrino
dell'assurdo che farebbe ridere se non ci fossero di mezzo migliaia
di morti veri e un'intera regione in fiamme.
Con la speranza, appesa
a un filo, che qualcuno, prima o poi, prenda in mano la situazione e
riporti un minimo di razionalità in questa follia.
Ma con la certezza,
purtroppo, che quel qualcuno non sarà certo sto pirla di
parrucchino all'anagrafe Donald Trump.