Oggi tralascio nuovamente il parrucchino pannolinato e vi posto cosa è successo a Milano e se non vorrete rompervi più di tanto chiudiamola qui casocontrario leggete poi l'ultima riga..
ora continuate la lettura e occhio che potrebbe capitare anche a voi... partiamo dal titolo..
IL SOVRAPPREZZO COME IDEOLOGIA
Una bottiglietta d'acqua da venticinque centilitri.
Prezzo indicato sul menù: due euro e cinquanta.
Prezzo richiesto al momento del conto: sei euro.
Sticazzi e sapete il motivo?
«La sera costa di più.»
Potrebbe sembrare una barzelletta.
Non lo è.
È successo a Milano, nel cuore di Brera, in uno storico locale.
E dentro quei sei euro c'è molto più di una bottiglia d'acqua.
C'è un'idea.
L'idea che il prezzo esposto sia una cosa e quello realmente richiesto un'altra.
L'idea che l'orario possa trasformare magicamente un prodotto.
L'idea che il cliente, una volta seduto al tavolo, sia abbastanza stanco, distratto o imbarazzato da pagare senza fare domande.
Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.
Perché diciamolo chiaramente.
Un esercente può far pagare un'acqua quanto cazzo gli pare e sempre nei limiti delle regole applicabili.
Due euro.
Sei euro.
Dieci euro.
Centomila, se trova qualche pirla disposto a comprarla.
Il mercato, per fortuna, funziona anche così.
Ma c'è una differenza enorme tra stabilire un prezzo e cambiarlo dopo che il cliente ha ordinato.
Il primo si chiama commercio.
Il secondo rischia di diventare qualcosa di molto più complicato.
Perché se sul menù leggo 2,50 euro, ordino quella bottiglia e poi me ne vengono chiesti sei con la spiegazione che “la sera costa di più”, la domanda non è più:
«Quanto costa l'acqua?»
La domanda diventa:
«Allora perché sul menù c'è scritto 2,50?»
E qui la magia finisce.
Perché il menù non è una decorazione.
Non è un elemento dell'arredamento.
Non è un suggerimento poetico.
È lo strumento attraverso il quale il cliente viene informato dei prezzi.
Se esistono prezzi diversi in determinati orari, fasce della giornata o condizioni di servizio, devono essere comunicati in modo trasparente.
Non possono materializzarsi sul conto come un coglione opps coniglio uscito dal cilindro.
«Di giorno costa 2,50. Di sera sei.»
Benissimo.
Scrivilo testina di vitello.
Il cliente lo legge.
Decide.
Ordina oppure se ne va fuori dalle palle.
Questa si chiama libertà di scelta.
La cosa cambia completamente quando il prezzo compare soltanto dopo che la scelta è stata fatta.
Ed è questo il punto che mi interessa.
Non l'acqua.
L'acqua è irrilevante.
Potrebbe essere una birra.
Un caffè.
Un panino.
Un piatto di pasta.
Qualunque cosa.
Il problema è il principio.
Perché se il cliente deve scoprire il prezzo reale soltanto quando arriva il conto, non abbiamo più un rapporto trasparente tra venditore e acquirente.
Abbiamo una scommessa.
E il cliente scopre di aver perso quando ormai la partita è finita.
Naturalmente esiste una risposta molto semplice.
«Non ti piace? Non tornarci.»
È vero.
Il consumatore ha una delle armi più potenti che esistano: può andarsene e scriverlo come faccio io adesso, oppure dirlo alla Lina che è abituata a prendersi il vfc.
Ma perché funzioni, deve prima essere messo nella condizione di sapere cosa sta comprando e quanto gli costerà.
Altrimenti non è una scelta.
È una sorpresa.
E le sorprese sono bellissime quando arrivano dentro un pacchetto regalo.
Molto meno quando arrivano dentro un conto da pagare.
Poi c'è la questione della location.
Brera.
Milano.
Il centro storico.
La terrazza.
La vista.
Il locale prestigioso.
Tutto può avere un prezzo.
Ed
è perfettamente legittimo, ad es se chiedete sta bottiglietta a Vasto mentre la luna piena illumina la sirenetta.. il gioco vale la candela
Un ristorante non vende soltanto pasta.
Vende anche servizio, ambiente, posizione, esperienza.
Non c'è nulla di scandaloso nel pagare dieci euro per qualcosa che altrove ne costa due, se so prima che ne costa dieci e scelgo comunque di comprarlo.
Il problema nasce quando si usa la location come una sorta di licenza per sorprendere il cliente.
«Qui siamo a Brera pirletti non a Casalcoso.»
E quindi?
Brera non modifica la matematica.
Il Duomo non modifica la matematica.
Una vista spettacolare non modifica la matematica.
E nemmeno la notte.
Perché se arriviamo al punto in cui “la sera costa di più” diventa una spiegazione sufficiente per giustificare qualsiasi differenza tra il prezzo comunicato e quello richiesto, allora abbiamo creato una nuova filosofia commerciale.
La chiamerei, appunto: il sovrapprezzo come ideologia.
Non più il prezzo come conseguenza dei costi, del servizio e del valore percepito.
Ma il prezzo come conseguenza della vulnerabilità del cliente.
Se sei turista, paghi.
Se sei stanco, paghi.
Se hai già ordinato, paghi.
Se hai paura di fare una scenata davanti agli amici, paghi.
Se sei in un posto dove non conosci nessuno, paghi.
E se protesti?
Beh cazzi tua.
Ti verrà probabilmente spiegato che “qui funziona così..barbone”.
Naaaaa.
Non dovrebbe funzionare così.
Il commercio non è una guerra tra furbi e ingenui.
Dovrebbe essere un accordo.
Io ti offro qualcosa.
Tu decidi se comprarlo.
Io ti comunico quanto costa.
Tu accetti.
Paghi.
Fine.
È una delle forme più elementari di fiducia che abbiamo costruito nella società.
Ed è proprio quella fiducia che viene distrutta quando il prezzo diventa una variabile nascosta.
Poi c'è l'italia (i minuscola).
E qui bisogna stare attenti.
Non siamo un Paese di truffatori.
Sarebbe una sciocchezza sostenerlo.
Ci sono migliaia di ristoratori, commercianti, albergatori e operatori turistici che lavorano con serietà e che ogni giorno cercano di offrire un servizio degno del prezzo richiesto.
Ma proprio per questo episodi del genere sono ancora più irritanti.
Perché danneggiano anche chi lavora bene.
Il turista che riceve un conto assurdo non pensa necessariamente:
“Quel locale si è comportato male.”
Può pensare: “In italia funziona così.”
Ed è una differenza enorme.
La reputazione di una destinazione turistica non si costruisce soltanto con i monumenti.
Si costruisce anche con i piccoli gesti.
Con un conto chiaro.
Con un prezzo leggibile.
Con un cameriere che ti spiega cosa stai pagando.
Con un esercente che preferisce guadagnare un cliente per dieci anni invece di spremere quello che ha davanti per dieci minuti.
Perché il turista di oggi non vive più soltanto nel mondo della cartolina.
Fotografa.
Recensisce.
Confronta.
Racconta.
Pubblica (azz ma hai letto sin qui?).
Un conto sbagliato può finire davanti a migliaia di persone nel giro di poche ore.
E allora quei sei euro non sono più soltanto sei euro.
Diventano pubblicità.
Solo che è una pubblicità che nessun esercente vorrebbe comprare.
E arrivo alla domanda finale.
Quanto dovrebbe costare una bottiglia d'acqua?
Non lo so.
E, francamente, me ne sbatto le palle.
Due euro e cinquanta?
Sei?
Dieci?
Se so prima di ordinare, posso decidere.
È questa la parte fondamentale.
Il prezzo alto non è necessariamente un abuso.
Il prezzo nascosto può diventarlo.
Ed è una distinzione che dovremmo ricordare.
Perché il mercato non ha bisogno di prezzi bassi.
Ha bisogno di prezzi chiari.
E il cliente non ha bisogno di essere trattato come un poveraccio da proteggere.
Ha bisogno di essere trattato come un adulto capace di scegliere.
Anche quando decide di spendere sei euro per venticinque centilitri d'acqua.
Purché qualcuno glielo abbia detto prima.
Ma stai ancora leggendo.. allora sei masochista...
Perché alla fine il problema non sono i sei euro.
È scoprire che quei sei euro non erano quelli che avevi accettato di pagare.
E adesso chiudo altrimenti facciamo notte e complimenti per la costanza neh...














