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domenica 14 giugno 2026

Questa è la vera guerra.

 


Ragazzi la vera guerra non è quella che sta giocando l'America con l'Iran ma è quella dell'Intelligenza Artificiale.

Serve una pausa prima che l’intelligenza artificiale inizi a manifestarsi in modi incomprensibili agli esseri umani.

Quando la qualità del codice umano e di quello generato dall’IA finiranno per equivalersi, il lavoro degli ingegneri si sposterà sempre più dalla scrittura alla revisione.

E se la revisione umana non riuscirà a tenere il passo con la velocità con cui IA produce il codice, sarà proprio quella a diventare il problema difficile da risolvere.

Per ora, dunque, il vantaggio delle persone resta nella capacità di giudizio e nell’orientamento della ricerca: decidere quali problemi meritano attenzione, quali risultati sono affidabili e quando una strada va abbandonata.

Un futuro difficile da prevedere ma possibile.

Se queste tendenze proseguono, Anthropic (che a tuttoggi è la più grande IA col programma Cloude) immagina uno scenario in cui il ritmo del progresso è determinato quasi soltanto dalla disponibilità di calcolo, con gli umani spostati verso la supervisione e la verifica di un "laboratorio virtuale" gestito dalle macchine.

Per farvi capire la forza evolutiva dell'IA Claude:

A marzo 2024 Claude Opus 3, uno dei modelli sviluppati da Anthropic, sapeva completare compiti software che a un umano richiedono circa quattro minuti;

un anno dopo Claude Sonnet 3.7 arrivava a compiti da un'ora e mezza;

quello successivo Claude Opus 4.6 gestiva attività da dodici ore.

Se la tendenza regge, sostiene Anthropic, nel 2026 entreranno nel raggio d'azione compiti che richiederebbero giorni di lavoro umano, e nel 2027 addirittura settimane/mesi.

In altre parole il progresso potrebbe diventare molto più simile a una dinamica industriale automatizzata che a un processo scientifico tradizionale.

Il paper riconosce che sistemi del genere potrebbero anche avere effetti positivi, accelerando per esempio la medicina e la sicurezza informatica.

Ma il rischio è simmetrico: se l’IA diventa abbastanza brava da migliorarsi, può anche amplificare i propri difetti.

Nessuno, scrive Anthropic, può prevedere oggi cosa potrebbe succedere: i modelli potrebbero rivelarsi abbastanza saggi da scoprire soluzioni che noi non abbiamo ancora trovato, o persino da fermarsi quando necessario.

Oppure i rari disallineamenti dei modelli odierni potrebbero moltiplicarsi man mano che le IA costruiscono i propri successori, diventando più frequenti e meno comprensibili “finché ne perderemo il controllo”.

Il pericolo non è necessariamente un singolo momento da film di fantascienza in cui “la macchina prende il controllo”.

Una catena di sistemi sempre più capaci e sempre meno comprensibili, fino al punto in cui gli esseri umani non riusciranno più a seguire il loro sviluppo.

Un’analisi da maneggiare con cura.

C'è però un limite che attraversa tutto il documento: la ricerca è condotta da Anthropic, sui modelli di Anthropic, con dati in larga parte interni e “finora inediti”, cioè non verificabili in modo indipendente.

Tutto ruota attorno a Claude e al codebase dell'azienda, senza un confronto con sistemi concorrenti né una validazione esterna.

È una base fragile per trarre conclusioni generali sul ritmo dello sviluppo dell'IA, ed è inevitabile che alimenti il sospetto di un'operazione almeno in parte promozionale.

Vale per questo il solito paradosso del settore: presentare la propria IA come potenzialmente minacciosa equivale a presentarla come straordinariamente potente e per questo che parrucchino sta chiedendo che a utilizzarlo siano soli gli americani escludendo noi Europei in quanto la Cina va per cazzi suoi ed anche in fretta.

Quindi noi Europei dovremmo esser tagliati fuori e rimane comunque il discorso Cina da prendere in considerazione come alleato che non è da meno come potenza e ricerca.

Quindi fanculo a parrucchino e anche perchè è impossibile rendere l'utilizzo dell'IA solo per gli americani in quanto è molto difficile fare questa selezione specifica.. ma parrucchino ad ogni modolo l'ha chiesto ad Anthropic che per ora non l'ha cagato.

Un modello capace di scrivere l'80% del codice, di superare i suoi stessi creatori e di avvicinarsi all'auto-miglioramento è, prima ancora che un rischio per l'umanità, un prodotto formidabile da vendere a investitori e clienti.

La richiesta di una "pausa" e l'allarme sull'allineamento, non sono in contraddizione con gli interessi commerciali dell'azienda: ne rafforzano la narrazione di leadership tecnologica e di guida responsabile del settore.

Resta legittimo prendere sul serio i dati e gli avvertimenti, ma va ricordato che a pubblicarli è un’azienda che ha tutto l’interesse a far credere che la propria IA sia la più avanzata e, dunque, la più pericolosa.

Questa è la vera guerra perciò noi dell'E.N.T.D abbiamo consigliato il nostro governo di tenere sotto controllo sia Anthropic col Claude Opus che il parrucchino bastardo ma qui entriamo nel  gioco della politica estera e quindi.. bah.

 


Invasione dei piccioni.

 



Mi dite perchè molta gente ha il problema “Piccione”?

Spendono l'ira di Dio per cercare soluzioni per togliere dalle nostre abitazioni questi volatili che si sono appropriati del territorio.

Pensare che la soluzione è semplice ed è solo questione di testa.

In molte cucine del mondo il piccione è considerato una carne pregiata, quasi aristocratica.

In altre, invece, è stato progressivamente escluso dall’alimentazione comune, fino a diventare qualcosa di “strano” o persino sgradito.

La differenza non nasce da un unico motivo, ma da un intreccio di storia agricola, economia, abitudini urbane e trasformazioni industriali del cibo.

Per capirlo bisogna fare un passo indietro, quando il pollo non era ancora la carne economica e onnipresente che conosciamo oggi.

Per secoli, il piccione — soprattutto il giovane piccione, detto colombaccio o squab nelle tradizioni anglosassoni — è stato un alimento diffuso in Europa, Medio Oriente e Asia.

Non era un lusso raro: era una soluzione pratica.

Le colombaie erano comuni nelle campagne e persino nei grandi complessi agricoli.

Il motivo è semplice: i piccioni si gestiscono con un modello di allevamento molto diverso da quello dei polli moderni.

Non hanno bisogno di mangimi industriali complessi e si nutrono in parte autonomamente, tornando al nido regolarmente.

Il vero valore gastronomico era il piccione giovane, macellato prima che sviluppasse pienamente la muscolatura del volo.

La sua carne è tenera, ricca di grasso naturale e dal gusto intenso, più “selvatico” rispetto al pollo.

In questo contesto storico, il piccione non era un’eccezione: era parte della normalità alimentare contadina e urbana.

La grande frattura culturale arriva nel Novecento, con l’industrializzazione dell’allevamento.

Il pollo diventa il protagonista assoluto della carne economica:

  • cresce rapidamente

  • si alleva in spazi ridotti

  • produce grandi quantità di carne in poco tempo

  • richiede meno complessità gestionale rispetto ad altre specie

In poche parole: diventa perfetto per la produzione di massa.

Il piccione, invece, non si presta a questo modello.

Ha una riproduzione lenta, un legame genitoriale forte e necessita di cure dirette da parte dei genitori per nutrire i piccoli nei primi giorni di vita.

Questo lo rende costoso e poco allevabile.

Quando il pollo diventa economico e disponibile ovunque, il piccione perde progressivamente il suo ruolo alimentare quotidiano in molte società occidentali.

Un altro fattore decisivo è culturale e psicologico tipo il sottoscritto che non riesce nutrirsi con chi ha camminato o respirato.. quindi fate quello che dico io ma non quello che faccio io.

Dunque, mentre il pollo viene progressivamente “invisibilizzato” come animale — allevato lontano dagli occhi dei consumatori — il piccione diventa sempre più visibile nelle città.

Lo vediamo:

  • sulle piazze

  • sui marciapiedi

  • vicino ai rifiuti urbani

Questa presenza costante in ambienti degradati cambia la percezione collettiva.

Da animale da allevamento a “parassita urbano” il passo è culturale, non biologico.

Ed è qui che nasce il tabù moderno: non è il gusto a cambiare, ma l’immaginario.

Mangiare piccione in alcune culture europee diventa così una scelta raffinata, quasi da ristorante gastronomico, mentre nella vita quotidiana viene evitato.

Non tutte le culture hanno seguito questo percorso.

In diverse tradizioni gastronomiche il piccione è rimasto centrale o comunque molto apprezzato:

  • In Francia e in alcune cucine europee regionali è ancora considerato una carne fine, servita in ristoranti di alta cucina.

  • Nella cucina cinese, soprattutto cantonese, il piccione arrosto è un piatto da banchetto, servito in occasioni importanti.

  • In Nord Africa e Medio Oriente, il piccione è parte di preparazioni tradizionali ricche e speziate.

In questi contesti, la continuità culturale ha mantenuto vivo il valore gastronomico della carne, senza il distacco simbolico avvenuto in altre aree.

La domanda “perché si mangia il piccione in alcune culture e non in altre?” sembra biologica, ma in realtà è soprattutto culturale.

Il piccione non è cambiato.

È cambiato il modo in cui lo guardiamo.

Quando un animale è:

  • allevato lontano dalla vista

  • standardizzato industrialmente

  • associato a un prezzo basso e accessibile

diventa normale.

Quando invece è:

  • visibile negli spazi urbani

  • associato allo sporco o al degrado

  • raro nei circuiti commerciali

diventa tabù o nicchia.

Lo stesso vale per molte altre carni nel mondo: ciò che in un Paese è quotidiano, in un altro può essere considerato impensabile.

Il piccione racconta una verità semplice ma spesso dimenticata: le nostre abitudini alimentari non sono naturali, ma storiche.

Non scegliamo cosa mangiare solo in base al sapore, ma anche in base a:

  • disponibilità economica

  • tradizioni familiari

  • industrializzazione del cibo

  • immaginario collettivo

Il pollo ha vinto la sfida della modernità perché era efficiente.

Il piccione è rimasto ai margini perché non lo era.

Eppure, dove la tradizione non si è interrotta, continua a essere considerato una carne delicata, complessa e profondamente legata alle festività.

La differenza tra chi mangia piccioni e chi li evita non è una questione di cultura “giusta” o “sbagliata”, ma il risultato di percorsi storici diversi.

Il cibo, più di ogni altra cosa, è memoria organizzata.

E il piccione ne è un esempio perfetto: da protagonista delle tavole a simbolo urbano, da alimento comune a piatto d’élite.

Non è la sua natura a essere cambiata. È il nostro sguardo.


Vi ho convinti? E allora:

Ecco la ricetta classica del pigeon pie (pasticcio di piccione inglese):

Ingredienti

  • Piccioni: 4 petti (o 2 piccioni interi, puliti)

  • Carne: 200g di manzo o salsiccia, 4 fette di bacon a dadini

  • Verdure: 1 cipolla, 2 carote, 100g di funghi

  • Liquidi: 300ml di brodo di carne, 100ml di vino rosso

  • Copertura: 1 rotolo di pasta sfoglia o brisée

  • Legante: 1 cucchiaio di farina, 1 uovo (per spennellare)

  • Aromi: Timo, sale, pepe, burro

Preparazione

  1. Rosolatura: In una casseruola, sciogli un cubetto di burro e dora il bacon con la cipolla tritata. Infarina i petti di piccione e la carne a cubetti, quindi sigillali nella casseruola per 5 minuti.

  2. Stufato: Aggiungi le carote a rondelle e i funghi a fette. Sfuma con il vino rosso, lascia evaporare, poi versa il brodo e il timo. Copri e cuoci a fuoco lento per circa 45-50 minuti, finché la carne non sarà tenera. Regola di sale e pepe.

  3. Assemblaggio: Trasferisci la carne e le verdure (con il loro fondo di cottura ristretto) in una pirofila da forno.

  4. Copertura: Stendi la pasta sfoglia sopra la pirofila, sigillando bene i bordi. Pratica un piccolo foro al centro per far uscire il vapore e spennella la superficie con l'uovo sbattuto.

  5. Cottura: Inforna a 200°C per circa 25-30 minuti, fino a quando la crosta sarà dorata e gonfia.

Per oggi basta e non datemi dell'ipocrita per i miei gusti che non mangio carne o tutto quello che mi fa vedere l'animale o me lo ricorda ed anche la descrizione di quello che c'e' nel piatto normalmente tipo.. fegato, cervello, coscia. petto e così via.

E del resto se vi dicono che il coniglio gustosissimo che avete nel piatto è un gatto.. voi che fate?


Mi dite perchè molta gente ha il problema “Piccione”?

Spendono l'ira di Dio per cercare soluzioni a questo problema e pensare che la soluzione è semplice ed è solo questione di testa.

In molte cucine del mondo il piccione è considerato una carne pregiata, quasi aristocratica.

In altre, invece, è stato progressivamente escluso dall’alimentazione comune, fino a diventare qualcosa di “strano” o persino sgradito.

La differenza non nasce da un unico motivo, ma da un intreccio di storia agricola, economia, abitudini urbane e trasformazioni industriali del cibo.

Per capirlo bisogna fare un passo indietro, quando il pollo non era ancora la carne economica e onnipresente che conosciamo oggi.

Per secoli, il piccione — soprattutto il giovane piccione, detto colombaccio o squab nelle tradizioni anglosassoni — è stato un alimento diffuso in Europa, Medio Oriente e Asia.

Non era un lusso raro: era una soluzione pratica.

Le colombaie erano comuni nelle campagne e persino nei grandi complessi agricoli.

Il motivo è semplice: i piccioni si gestiscono con un modello di allevamento molto diverso da quello dei polli moderni.

Non hanno bisogno di mangimi industriali complessi e si nutrono in parte autonomamente, tornando al nido regolarmente.

Il vero valore gastronomico era il piccione giovane, macellato prima che sviluppasse pienamente la muscolatura del volo.

La sua carne è tenera, ricca di grasso naturale e dal gusto intenso, più “selvatico” rispetto al pollo.

In questo contesto storico, il piccione non era un’eccezione: era parte della normalità alimentare contadina e urbana.

La grande frattura culturale arriva nel Novecento, con l’industrializzazione dell’allevamento.

Il pollo diventa il protagonista assoluto della carne economica:

  • cresce rapidamente

  • si alleva in spazi ridotti

  • produce grandi quantità di carne in poco tempo

  • richiede meno complessità gestionale rispetto ad altre specie

In poche parole: diventa perfetto per la produzione di massa.

Il piccione, invece, non si presta a questo modello.

Ha una riproduzione lenta, un legame genitoriale forte e necessita di cure dirette da parte dei genitori per nutrire i piccoli nei primi giorni di vita.

Questo lo rende costoso e poco allevabile.

Quando il pollo diventa economico e disponibile ovunque, il piccione perde progressivamente il suo ruolo alimentare quotidiano in molte società occidentali.

Un altro fattore decisivo è culturale e psicologico tipo il sottoscritto che non riesce nutrirsi con chi ha camminato o respirato.. quindi fate quello che dico io ma non quello che faccio io.

Dunque, mentre il pollo viene progressivamente “invisibilizzato” come animale — allevato lontano dagli occhi dei consumatori — il piccione diventa sempre più visibile nelle città.

Lo vediamo:

  • sulle piazze

  • sui marciapiedi

  • vicino ai rifiuti urbani

Questa presenza costante in ambienti degradati cambia la percezione collettiva.

Da animale da allevamento a “parassita urbano” il passo è culturale, non biologico.

Ed è qui che nasce il tabù moderno: non è il gusto a cambiare, ma l’immaginario.

Mangiare piccione in alcune culture europee diventa così una scelta raffinata, quasi da ristorante gastronomico, mentre nella vita quotidiana viene evitato.

Non tutte le culture hanno seguito questo percorso.

In diverse tradizioni gastronomiche il piccione è rimasto centrale o comunque molto apprezzato:

  • In Francia e in alcune cucine europee regionali è ancora considerato una carne fine, servita in ristoranti di alta cucina.

  • Nella cucina cinese, soprattutto cantonese, il piccione arrosto è un piatto da banchetto, servito in occasioni importanti.

  • In Nord Africa e Medio Oriente, il piccione è parte di preparazioni tradizionali ricche e speziate.

In questi contesti, la continuità culturale ha mantenuto vivo il valore gastronomico della carne, senza il distacco simbolico avvenuto in altre aree.

La domanda “perché si mangia il piccione in alcune culture e non in altre?” sembra biologica, ma in realtà è soprattutto culturale.

Il piccione non è cambiato.

È cambiato il modo in cui lo guardiamo.

Quando un animale è:

  • allevato lontano dalla vista

  • standardizzato industrialmente

  • associato a un prezzo basso e accessibile

diventa normale.

Quando invece è:

  • visibile negli spazi urbani

  • associato allo sporco o al degrado

  • raro nei circuiti commerciali

diventa tabù o nicchia.

Lo stesso vale per molte altre carni nel mondo: ciò che in un Paese è quotidiano, in un altro può essere considerato impensabile.

Il piccione racconta una verità semplice ma spesso dimenticata: le nostre abitudini alimentari non sono naturali, ma storiche.

Non scegliamo cosa mangiare solo in base al sapore, ma anche in base a:

  • disponibilità economica

  • tradizioni familiari

  • industrializzazione del cibo

  • immaginario collettivo

Il pollo ha vinto la sfida della modernità perché era efficiente.

Il piccione è rimasto ai margini perché non lo era.

Eppure, dove la tradizione non si è interrotta, continua a essere considerato una carne delicata, complessa e profondamente legata alle festività.

La differenza tra chi mangia piccioni e chi li evita non è una questione di cultura “giusta” o “sbagliata”, ma il risultato di percorsi storici diversi.

Il cibo, più di ogni altra cosa, è memoria organizzata.

E il piccione ne è un esempio perfetto: da protagonista delle tavole a simbolo urbano, da alimento comune a piatto d’élite.

Non è la sua natura a essere cambiata. È il nostro sguardo.


Vi ho convinti? E allora:

Ecco la ricetta classica del pigeon pie (pasticcio di piccione inglese):

Ingredienti

  • Piccioni: 4 petti (o 2 piccioni interi, puliti)

  • Carne: 200g di manzo o salsiccia, 4 fette di bacon a dadini

  • Verdure: 1 cipolla, 2 carote, 100g di funghi

  • Liquidi: 300ml di brodo di carne, 100ml di vino rosso

  • Copertura: 1 rotolo di pasta sfoglia o brisée

  • Legante: 1 cucchiaio di farina, 1 uovo (per spennellare)

  • Aromi: Timo, sale, pepe, burro

Preparazione

  1. Rosolatura: In una casseruola, sciogli un cubetto di burro e dora il bacon con la cipolla tritata. Infarina i petti di piccione e la carne a cubetti, quindi sigillali nella casseruola per 5 minuti.

  2. Stufato: Aggiungi le carote a rondelle e i funghi a fette. Sfuma con il vino rosso, lascia evaporare, poi versa il brodo e il timo. Copri e cuoci a fuoco lento per circa 45-50 minuti, finché la carne non sarà tenera. Regola di sale e pepe.

  3. Assemblaggio: Trasferisci la carne e le verdure (con il loro fondo di cottura ristretto) in una pirofila da forno.

  4. Copertura: Stendi la pasta sfoglia sopra la pirofila, sigillando bene i bordi. Pratica un piccolo foro al centro per far uscire il vapore e spennella la superficie con l'uovo sbattuto.

  5. Cottura: Inforna a 200°C per circa 25-30 minuti, fino a quando la crosta sarà dorata e gonfia.

Per oggi basta e non datemi dell'ipocrita per i miei gusti che non mangio carne o tutto quello che mi fa vedere l'animale o me lo ricorda ed anche la descrizione di quello che c'e' nel piatto normalmente tipo.. fegato, cervello, coscia. petto e così via.

E del resto se vi dicono che il coniglio gustosissimo che avete nel piatto è un gatto.. voi che fate?


Mi dite perchè molta gente ha il problema “Piccione”?

Spendono l'ira di Dio per cercare soluzioni a questo problema e pensare che la soluzione è semplice ed è solo questione di testa.

In molte cucine del mondo il piccione è considerato una carne pregiata, quasi aristocratica.

In altre, invece, è stato progressivamente escluso dall’alimentazione comune, fino a diventare qualcosa di “strano” o persino sgradito.

La differenza non nasce da un unico motivo, ma da un intreccio di storia agricola, economia, abitudini urbane e trasformazioni industriali del cibo.

Per capirlo bisogna fare un passo indietro, quando il pollo non era ancora la carne economica e onnipresente che conosciamo oggi.

Per secoli, il piccione — soprattutto il giovane piccione, detto colombaccio o squab nelle tradizioni anglosassoni — è stato un alimento diffuso in Europa, Medio Oriente e Asia.

Non era un lusso raro: era una soluzione pratica.

Le colombaie erano comuni nelle campagne e persino nei grandi complessi agricoli.

Il motivo è semplice: i piccioni si gestiscono con un modello di allevamento molto diverso da quello dei polli moderni.

Non hanno bisogno di mangimi industriali complessi e si nutrono in parte autonomamente, tornando al nido regolarmente.

Il vero valore gastronomico era il piccione giovane, macellato prima che sviluppasse pienamente la muscolatura del volo.

La sua carne è tenera, ricca di grasso naturale e dal gusto intenso, più “selvatico” rispetto al pollo.

In questo contesto storico, il piccione non era un’eccezione: era parte della normalità alimentare contadina e urbana.

La grande frattura culturale arriva nel Novecento, con l’industrializzazione dell’allevamento.

Il pollo diventa il protagonista assoluto della carne economica:

  • cresce rapidamente

  • si alleva in spazi ridotti

  • produce grandi quantità di carne in poco tempo

  • richiede meno complessità gestionale rispetto ad altre specie

In poche parole: diventa perfetto per la produzione di massa.

Il piccione, invece, non si presta a questo modello.

Ha una riproduzione lenta, un legame genitoriale forte e necessita di cure dirette da parte dei genitori per nutrire i piccoli nei primi giorni di vita.

Questo lo rende costoso e poco allevabile.

Quando il pollo diventa economico e disponibile ovunque, il piccione perde progressivamente il suo ruolo alimentare quotidiano in molte società occidentali.

Un altro fattore decisivo è culturale e psicologico tipo il sottoscritto che non riesce nutrirsi con chi ha camminato o respirato.. quindi fate quello che dico io ma non quello che faccio io.

Dunque, mentre il pollo viene progressivamente “invisibilizzato” come animale — allevato lontano dagli occhi dei consumatori — il piccione diventa sempre più visibile nelle città.

Lo vediamo:

  • sulle piazze

  • sui marciapiedi

  • vicino ai rifiuti urbani

Questa presenza costante in ambienti degradati cambia la percezione collettiva.

Da animale da allevamento a “parassita urbano” il passo è culturale, non biologico.

Ed è qui che nasce il tabù moderno: non è il gusto a cambiare, ma l’immaginario.

Mangiare piccione in alcune culture europee diventa così una scelta raffinata, quasi da ristorante gastronomico, mentre nella vita quotidiana viene evitato.

Non tutte le culture hanno seguito questo percorso.

In diverse tradizioni gastronomiche il piccione è rimasto centrale o comunque molto apprezzato:

  • In Francia e in alcune cucine europee regionali è ancora considerato una carne fine, servita in ristoranti di alta cucina.

  • Nella cucina cinese, soprattutto cantonese, il piccione arrosto è un piatto da banchetto, servito in occasioni importanti.

  • In Nord Africa e Medio Oriente, il piccione è parte di preparazioni tradizionali ricche e speziate.

In questi contesti, la continuità culturale ha mantenuto vivo il valore gastronomico della carne, senza il distacco simbolico avvenuto in altre aree.

La domanda “perché si mangia il piccione in alcune culture e non in altre?” sembra biologica, ma in realtà è soprattutto culturale.

Il piccione non è cambiato.

È cambiato il modo in cui lo guardiamo.

Quando un animale è:

  • allevato lontano dalla vista

  • standardizzato industrialmente

  • associato a un prezzo basso e accessibile

diventa normale.

Quando invece è:

  • visibile negli spazi urbani

  • associato allo sporco o al degrado

  • raro nei circuiti commerciali

diventa tabù o nicchia.

Lo stesso vale per molte altre carni nel mondo: ciò che in un Paese è quotidiano, in un altro può essere considerato impensabile.

Il piccione racconta una verità semplice ma spesso dimenticata: le nostre abitudini alimentari non sono naturali, ma storiche.

Non scegliamo cosa mangiare solo in base al sapore, ma anche in base a:

  • disponibilità economica

  • tradizioni familiari

  • industrializzazione del cibo

  • immaginario collettivo

Il pollo ha vinto la sfida della modernità perché era efficiente.

Il piccione è rimasto ai margini perché non lo era.

Eppure, dove la tradizione non si è interrotta, continua a essere considerato una carne delicata, complessa e profondamente legata alle festività.

La differenza tra chi mangia piccioni e chi li evita non è una questione di cultura “giusta” o “sbagliata”, ma il risultato di percorsi storici diversi.

Il cibo, più di ogni altra cosa, è memoria organizzata.

E il piccione ne è un esempio perfetto: da protagonista delle tavole a simbolo urbano, da alimento comune a piatto d’élite.

Non è la sua natura a essere cambiata. È il nostro sguardo.


Vi ho convinti? E allora:

Ecco la ricetta classica del pigeon pie (pasticcio di piccione inglese):

Ingredienti

  • Piccioni: 4 petti (o 2 piccioni interi, puliti)

  • Carne: 200g di manzo o salsiccia, 4 fette di bacon a dadini

  • Verdure: 1 cipolla, 2 carote, 100g di funghi

  • Liquidi: 300ml di brodo di carne, 100ml di vino rosso

  • Copertura: 1 rotolo di pasta sfoglia o brisée

  • Legante: 1 cucchiaio di farina, 1 uovo (per spennellare)

  • Aromi: Timo, sale, pepe, burro

Preparazione

  1. Rosolatura: In una casseruola, sciogli un cubetto di burro e dora il bacon con la cipolla tritata. Infarina i petti di piccione e la carne a cubetti, quindi sigillali nella casseruola per 5 minuti.

  2. Stufato: Aggiungi le carote a rondelle e i funghi a fette. Sfuma con il vino rosso, lascia evaporare, poi versa il brodo e il timo. Copri e cuoci a fuoco lento per circa 45-50 minuti, finché la carne non sarà tenera. Regola di sale e pepe.

  3. Assemblaggio: Trasferisci la carne e le verdure (con il loro fondo di cottura ristretto) in una pirofila da forno.

  4. Copertura: Stendi la pasta sfoglia sopra la pirofila, sigillando bene i bordi. Pratica un piccolo foro al centro per far uscire il vapore e spennella la superficie con l'uovo sbattuto.

  5. Cottura: Inforna a 200°C per circa 25-30 minuti, fino a quando la crosta sarà dorata e gonfia.

Per oggi basta e non datemi dell'ipocrita per i miei gusti che non mangio carne o tutto quello che mi fa vedere l'animale o me lo ricorda ed anche la descrizione di quello che c'e' nel piatto normalmente tipo.. fegato, cervello, coscia. petto e così via.

E del resto se vi dicono che il coniglio gustosissimo che avete nel piatto è un gatto.. voi che fate?

sabato 13 giugno 2026

Riflessioni.

 


La gente sta andando letteralmente fuori di testa.
E quando dico “fuori”, non intendo quei quattro troll messi lì apposta per disturbare, quelli almeno hanno scelto una carriera.

Intendo il collega, il vicino di casa, l’amico e perfino i familiari....

Una volta si usciva di casa con le chiavi, un documento e per chi ne ha ancora un portafoglio e un minimo di dignità.
Oggi si esce con tre caricabatterie, la testa piena di password da ricordare e la certezza assoluta che prima o poi si parlerà da soli… e non solo: ci si risponderà pure, con tanto di convinzione e discussione accesa.

Siamo passati dal “dimentico le chiavi” al
“ho dimenticato chi sono, ma ho il backup sul cloud”.
La gente fotografa il caffè prima di berlo, come se il barista non si fidasse della memoria visiva di Instagram.

Registra i concerti invece di ascoltarli, probabilmente per riascoltarli un giorno… quando avranno dimenticato di esserci stati.

E fanno 10.000 passi al giorno per poi prendere l’ascensore al primo piano, perché non bisogna esagerare con la coerenza.

E poi c’è il livello avanzato: chi passa mezz’ora a cercare il telecomando mentre ce l’ha in mano, e contemporaneamente si incazza con la moglie perché non trova gli occhiali… che ha in testa.
Multitasking emotivo di altissimo livello.

Siamo arrivati al punto che tutto è intelligente: frigorifero, forno, aspirapolvere… tranne noi.
Ma tranquilli, arriverà l’aggiornamento.

Criticano chiunque senza sapere nulla, costruiscono opinioni su due titoli letti di fretta e si sentono esperti con una sicurezza che neanche un medico in sala operatoria potrebbe avere.

Vivono contro qualcosa o qualcuno ventiquattr’ore su ventiquattro. 

Sempre pronti a giudicare, insultare o condannare, ma con una disponibilità molto più limitata quando si tratta di capire o di mettere un opinione basandosi solo col proprio ragionamento e non su quello sente dai TG. 

E ogni giorno sentiamo di persone che arrivano a togliere la vita ad altri per motivi sempre più assurdi e parlo della Beatrice quella povera bimba di due anni.

Come se bastasse un impulso, due secondi di follia e un pretesto qualunque per distruggere tutto.

A questo punto una spiegazione deve esserci.

La gente sta andando davvero fuori di melone, ma non a caso ma con metodo, organizzazione e magari pure con un’app che ti notifica quando stai per perdere la pazienza.
Il cervello collettivo è in crash, oppure è solo in aggiornamento e nessuno ha letto le note di rilascio.

Perché se non è così, qualcuno dovrebbe spiegare cos’è.

L’empatia sembra diventata una funzione opzionale, disattivata di default per risparmiare batteria.
L’odio invece è sempre attivo, notifiche push incluse.
L’importante è essere contro qualcosa: contro qualcuno, contro un’opinione, contro il mondo intero… e, quando avanza tempo, anche contro se stessi.

O forse, non è il cervello ad essersi rotto.

Forse è il sistema operativo o i vaccini che ci siamo fatti.

O forse è il caffè, o qualunque cosa ci stiano mettendo dentro, tra pesticidi autorizzati e 'Mercosur " di cui si parla tanto, perché ormai non sappiamo più cosa finisce dentro quello che consumiamo.

O dentro a quello che respiriamo o forse è stato ....

O forse, dico forse , per non urtare i più sensibili, non è il cervello ad essere il problema.

Forse è il cuore, sì, avete capito bene: il cuore.
Quel muscolo che batte o dovrebbe battere 90.000 volte al giorno, si emoziona, prova empatia e, qualche volta, ama.

È il cuore che non sente più.

E il cervello è diventato solo uno strumento di controllo.

E quando succede questo, non resta più umanità.


Resta solo arroganza.

Guerra tra Israele e Iran.

 


Nella notte tra giovedì 12 e venerdì 13 giugno 2026, Israele ha attaccato l'Iran prendendo di mira soprattutto siti nucleari e i vertici della Guardia rivoluzionaria. 

Ma perché è iniziata questa guerra e come mai proprio ora?  

In questi giorni avrai visto sicuramente le immagini di bombardamenti che hanno colpito sia Teheran, la capitale dell'Iran, che Tel Aviv, capitale di Israele, oltre a diversi altri luoghi. Nella notte tra giovedì e venerdì, infatti, il Primo ministro israeliano Netanyahuha lanciato un attacco contro la Repubblica islamica mirando soprattutto a distruggere il suo programma nucleare e a colpire i vertici della Guardia Rivoluzionaria, la milizia che protegge il regime. 

Ma perché improvvisamente Israele ha avviato questa offensiva mentre è ancora in corso quella nella Striscia di Gaza? 

Proviamo a capire meglio spiegandolo in 9 domande/risposte:

Quando è iniziato l'attacco di Israele all'Iran?

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2025, Israele ha lanciato l'operazione "Leone nascente"

Ha colpito prima di tutto due impianti nucleari, a Natanz e Tabriz, e alcuni quartieri residenziali di Teheran, la capitale. 

Sono rimaste uccise 79 persone e altre 350 hanno riportato ferite. Israele mirava a obiettivi militari e nucleari, come i bersagli colpiti effettivamente dimostrano. 

Tra le persone rimaste uccise dall'inizio dei bombardamenti a oggi, infatti, ci sono soprattutto i vertici delle Guardie Rivoluzionarie e gli scienziati che lavoravano al programma nucleare iraniano. 

Con programma nucleare, non si intende semplicemente l'uso del nucleare come fonte per produrre energia ma soprattutto come componente di armi altamente distruttive, come le bombe atomiche.  

Come ha risposto l'Iran all'attacco israeliano?

Subito dopo l'attacco, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riunito tutti i giornalisti nell'ambito di una conferenza stampa in cui ha dichiarato di aver colpito al cuore il programma di armamenti nucleari dell'Iran. 

Non solo, ha proseguito mettendo già in chiaro che i bombardamenti sarebbero proseguiti ancora per "molti giorni".

L'Iran ha quindi dovuto rispondere a tono.  

Alì Khamenei, la guida suprema del paese e la persona con più potere politico e religioso, ha minacciato Israele di una severa punizione e di un destino "amaro e doloroso". 

I bombardamenti sulle città israeliane sono in effetti iniziati ed è stata colpita anche la capitale Tel Aviv, ma è possibile che l'Iran sia troppo debole a livello militare ed economico per rispondere con lo stesso livello di aggressività e violenza di Netanyahu.

Quella tra Israele e Iran è una guerra a tutti gli effetti?

, possiamo definire quella tra Israele e Iran una guerra a tutti gli effetti, dal momento che si stanno scontrando apertamente i due eserciti. 

Ma tra il conflitto tra i due paesi è in corso almeno dal 1982: quell'anno l'esercito israeliano invase il sud del Libano e l'Iran sostenne Hezbollah, un gruppo armato paramilitare che si formò proprio in quei giorni.

Più di recente, nel 2024 l'Iran ha attaccato Israele in due occasioni

La prima volta in aprile, come risposta all'attacco al consolato iraniano a Damasco (in Siria) che ha provocato la morte di sette ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie, cioè un corpo militare con molto potere che avrebbe il compito di custodire i valori della rivoluzione del 1979. 

L'Iran replicò con l'invio di 200 droni, quasi tutti intercettati e neutralizzati dal sistema di difesa israeliano. Il secondo invece è accaduto lo scorso ottobre, quando dei missili iraniani sono stati lanciati contro Israele per "punire" l'offensiva di Netanyahu contro Hezbollah.

Com'è la situazione ora in Israele e in Iran?

Come sempre accade in queste situazioni, è la popolazione civile a pagarne le spese. 

In questi giorni potresti aver visto lunghissime file di auto: sono le persone che scappano da Teheran per paura di essere colpite dai bombardamenti. 

Anche gli israeliani sono spaventati e si stanno rifugiando nei bunker antiaerei di cui Israele è pieno, soprattutto nelle città dove la maggioranza della popolazione è ebraica (circo l'80%).

Purtroppo, ci sono già tantissime vittime e il conto sarà destinato a salire nelle prossime ore se gli attacchi da entrambe le parti non si fermeranno. 

In Iran sono state registrati oltre 200 morti e centinaia di feriti, in Israele i morti sono più di 70.

Perché Israele e Iran sono in conflitto?

Per capire le ragioni del conflitto che da decenni esiste tra i due paesi, è necessario ripercorrere parte della loro storia.  

Dopo la Rivoluzione in Iran nel 1979, quella che ha fatto diventare il paese una repubblica islamica come lo conosciamo oggi, le relazioni tra i due paesi sono drasticamente peggiorate. Il nuovo governo iraniano decise di tagliare ogni relazione con Israele, che fosse politica o commerciale, e di non riconoscerlo come Stato legittimo.

In che senso? Devi sapere che il moderno Stato di Israele è molto giovane. 

È nato infatti ufficialmente nel 1948, dopo la Seconda guerra mondiale e il terribile crimine dell'Olocausto, sui territorio dove, secondo la Bibbia, viveva un tempo l'antico popolo ebraico. Molti paesi di religione musulmana, però, non riconoscono ufficialmente lo Stato di Israele perché, in poche parole, su quelle terre abitavano già altre comunità. 

Quella più colpita dalla nascita dello Stato di Israele e soprattutto dai suoi costanti tentativi di annettere nuovi territori è quella palestinese, a maggioranza musulmana.

Le relazioni tra i due stati sono andate quindi via via peggiorando, passando anche per attentati terroristici e continue minacce. Fino ad ora, però, non erano mai arrivati a una guerra aperta.

Perché Israele ha attaccato proprio ora?

Vallo a capire ma proviamo ad ipotizzare.

Prima di tutto, Israele teme che l'Iran si stia costruendo un arsenale militare nucleare pari al suo e che potrebbe, in futuro, usare proprio per minacciarlo o colpirlo.  

L'Arabia Saudita sta provando a stringere accordi con l'Iran, offrendosi di aiutarli a gestire la produzione dell'uranio arricchito, l'elemento necessario per costruire la bomba atomica. 

Israele dunque avrebbe provato a dissuaderli attaccando per primo.

Inoltre, sempre più paesi del mondo stanno togliendo o minacciano di togliere il proprio supporto a Israele a causa del massacro in corso nella Striscia di Gaza

Netanyahu quindi starebbe provando a distogliere l'attenzione da quel pezzetto di terra, nella speranza di poter proseguire indisturbato con i suoi piani.

L'Iran è quasi senza alleati.

Infine, diversi alleati dell'Iran sono oggi fortemente indeboliti. Hamas, l'organizzazione politica e terroristica in controllo della Striscia di Gaza, ha perso i suoi leader Yahia e Mohammed Sinwar, così come Hezbollah, ha visto morire Hassan Nasrallah quando Israele ha attaccato il Libano nel 2024. 

E ancora, Bashar al-Assad è scappato dalla Siria dopo la presa di potere del gruppo jiihadista Tahrir al-Sham. 

Questo era il momento in cui l'Iran era più debole e quindi Israele lo avrebbe colto sferrando l'attacco. 

Infatti, nell'arco di pochi giorni, le difese aeree iraniane sono già quasi distrutte.

Israele ha esortato il popolo dell'Iran all'insurrezione

Come le numerose manifestazioni che hanno seguito la morte di Mahsa Amini hanno dimostrato, la maggioranza del popolo iraniano è contro il regime degli ayatollah, le guide religiose che di fatto governano il paese. 

Netanyahu vorrebbe approfittarne. 

Ha infatti esortato il popolo iraniano a ribellarsi all'attuale governo, di fatto invitandoli a unirsi a Israele in questa guerra. 

Ma è proprio il popolo iraniano quello che sta risentendo di più dei bombardamenti.

E ora cosa accade?

Anche a questa domanda è molto difficile rispondere. Sicuramente per il momento proseguiranno i bombardamenti da entrambe le parti, purtroppo. 

E dovremo aspettarci nuove vittime. 

Oltre agli armamenti nucleari, Israele sta prendendo di mira l'apparato energetico dell'Iran: i pozzi di petrolio, i giacimenti di gas e così via. 

Nel frattempo, la guida suprema Khamenei sarebbe nascosta, per paura che il Mossad, i servizi segreti israeliani, la trovino.

Nel frattempo, diversi paesi come la Turchia o la Cina, hanno condannato l'azione di Israele e si stanno offrendo come mediatori per trovare subito un accordo, prima che la guerra si estenda ad altri stati. 

Non sarà semplice però arrivare a un accordo o trovare un mediatore che sia accettato da entrambe le parti.