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lunedì 14 settembre 2026

La generazione ponte.

 


Certo che i nati negli anni ’70 e ’80 hanno avuto una fortuna che probabilmente comprenderanno soltanto adesso.

Sono stati una generazione ponte.

Hanno conosciuto un mondo nel quale la tecnologia esisteva, naturalmente, ma non aveva ancora conquistato ogni centimetro della loro vita. E poi hanno assistito alla sua esplosione.

Hanno vissuto senza Internet e con Internet.

Senza smartphone e con lo smartphone.

Con la televisione a pochi canali e poi con centinaia di canali, piattaforme, streaming e contenuti disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro.

Hanno usato le cabine telefoniche e poi i telefoni cellulari.

Hanno scritto lettere, comprato giornali, aspettato telefonate e poi sono arrivati alle email, ai social network, alle videochiamate e alla comunicazione istantanea.

Sono probabilmente l'ultima generazione che può dire una cosa molto particolare: Io ricordo perfettamente com'era prima.”

E questo cambia il modo in cui guardano la tecnologia.

Perché non sono necessariamente nostalgici come chi è nato qualche lustro prima di loro.

Almeno non tutti.

Certi ad esempio, non credono che il passato fosse migliore semplicemente perché era passato.

Ogni epoca ha i suoi vantaggi e i suoi problemi.

Chi è nato invece negli anni ’80 e ’90 aveva cose meravigliose, ma anche parecchie cose che oggi non rimpiangono affatto rispetto alla generazione precedente in quanto:

Informarsi era più difficile.

Comunicare con qualcuno che viveva lontano era complicato.

Trovare informazioni poteva richiedere ore.

Perdere un'occasione significava spesso perderla davvero.

Se non sapeva qualcosa, non poteva semplicemente tirare fuori un telefono e cercare la risposta in trenta secondi.

E la tecnologia attuale con l'AI ha risolto problemi che un tempo sembravano impossibili.

Oggi si può parlare gratuitamente con una persona dall'altra parte del mondo.

Si possono consultare biblioteche intere dal divano.

Si può imparare praticamente qualsiasi cosa.

Si può lavorare a distanza.

E' possibile orientarsi in una città sconosciuta senza cartina.

E' possibile vedere persone che amiamo anche quando sono lontane.

E' possibile persino avere strumenti di intelligenza artificiale capaci di assistere nello studio, nel lavoro e nella ricerca.

Sarebbe assurdo sostenere che tutto questo sia un peggioramento.

La tecnologia ha migliorato enormemente la vita.

Il problema non è la tecnologia.

Il problema è quando la tecnologia arriva prima della capacità di gestirla.

Ed è qui che emerge la differenza più grande tra la nostra generazione e quella dei nostri figli.

Noi siamo cresciuti prima dell'esplosione digitale.

Abbiamo avuto un'infanzia nella quale il mondo fisico era ancora il principale ambiente sociale.

Se volevamo vedere un amico, dovevamo andare a cercarlo.

Se volevamo giocare, uscivamo.

Se volevamo sapere cosa stava facendo qualcuno, dovevamo telefonargli oppure aspettare di incontrarlo.

Non esistevano notifiche che ci ricordavano continuamente che qualcun altro, da qualche parte, stava vivendo una vita apparentemente più interessante della nostra.

Non avevamo algoritmi che imparavano le nostre debolezze.

Non avevamo piattaforme progettate per catturare la nostra attenzione per ore.

E soprattutto non avevamo i social network durante l'infanzia.

Questa è forse la differenza più importante.

Un adulto che riceve uno smartphone a quarant'anni possiede già una personalità formata.

Un bambino che cresce fin dai primi anni con uno schermo davanti al viso sta invece costruendo la propria relazione con il mondo contemporaneamente alla costruzione della propria identità.

È una differenza enorme.

E non sappiamo ancora completamente quali saranno le conseguenze.

Lo stiamo scoprendo adesso.

Per questo trovo interessante che proprio in questi anni stiano arrivando le prime vere discussioni sui limiti.

Età minima.

Controllo parentale.

Tempo davanti allo schermo.

Uso dei social.

Tutela dei minori.

Educazione digitale.

Regole nelle scuole.

Non significa che dobbiamo tornare indietro negli anni.

Non avrebbe senso.

Significa che finalmente stiamo cominciando a capire che una tecnologia potentissima non può essere consegnata a un bambino come se fosse un giocattolo innocuo.

E forse qui la nostra generazione può avere un ruolo particolare.

Perché noi possiamo fare un confronto che i nostri figli non possono ancora fare.

Possiamo dire: “Ho vissuto anche senza questa cosa.”

E possiamo spiegare che vivere senza smartphone non significava vivere male.

Ma possiamo anche dire: “Questa tecnologia mi ha dato qualcosa che prima non avevo.”

Perché è vero anche questo.

La nostra generazione non dovrebbe diventare quella degli adulti che urlano contro Internet mentre usano Internet per lamentarsi di Internet.

Sarebbe ridicolo.

Dovremmo invece essere quella generazione capace di dire ai più giovani: usate la tecnologia, ma non permettetele di usare voi.

È una distinzione fondamentale.

Perché uno smartphone può essere uno strumento straordinario.

Ma può anche diventare una gabbia.

Internet può aprire una finestra sul mondo.

Ma può anche trasformarsi in una stanza nella quale passiamo tutta la giornata.

I social possono permetterci di mantenere rapporti con persone lontane.

Ma possono anche convincerci che la nostra vita debba essere continuamente mostrata, giudicata e confrontata con quella degli altri.

La tecnologia non è né buona né cattiva.

È potente.

E proprio per questo richiede responsabilità.

Forse allora abbiamo davvero avuto fortuna.

Non perché siamo nati in anni precedenti.

Non perché il passato fosse un paradiso.

E nemmeno perché il presente sia un inferno.

Siamo stati fortunati perché abbiamo attraversato due mondi.

Abbiamo conosciuto il tempo in cui una giornata poteva passare senza che nessuno ci raggiungesse.

E abbiamo conosciuto quello in cui possiamo essere raggiunti in qualsiasi momento.

Abbiamo conosciuto la noia.

E abbiamo conosciuto l'infinita disponibilità di contenuti.

Abbiamo conosciuto l'attesa.

E abbiamo conosciuto l'immediatezza.

Abbiamo conosciuto la vita prima degli algoritmi.

E oggi viviamo dentro gli algoritmi.

Forse il nostro compito non è scegliere quale dei due mondi fosse migliore.

È prendere il meglio di entrambi.

Conservare la capacità di stare una sera senza guardare uno schermo.

Ma usare Internet quando ci serve.

Uscire con gli amici.

Ma poter chiamare qualcuno che vive dall'altra parte del mondo.

Leggere un libro di carta.

Ma avere una biblioteca intera nel telefono.

Camminare senza GPS.

Ma usarlo quando siamo perduti.

E soprattutto insegnare ai nostri figli che la tecnologia deve essere una parte della vita, non la vita intera.

Perché forse questa è stata la vera fortuna della nostra generazione.

Non siamo stati abbastanza vecchi da rimanere completamente fuori dalla rivoluzione digitale.

E non siamo stati abbastanza giovani da crescere direttamente dentro di essa.

Siamo arrivati sulla riva di un mondo.

Abbiamo guardato il mondo nuovo nascere.

E abbiamo avuto il privilegio, ormai raro, di ricordarci com'era quello vecchio.

Siamo stati una generazione ponte.

E forse, proprio per questo, siamo anche la generazione che può insegnare a costruire il ponte tra i due mondi.

Andare alle maldive,,, naaaa.

 

Vabbe' io critico Casalcoso e a volte sento gente in acqua che dice che è essere come alle Maldive.. ma questo paragone è negativo in quanto vivere alle Maldive è un vero…inferno e mo' ve lo spiego...

Ogni giorno circa 4000 turisti decidono di farsi una vacanza da sogno alle Maldive.

Occhio.. non 40 o 400 ma 4000 al giorno!

Beh cosa c’è di male?

Penserete, è un vero paradiso!

Si trovano decine di locandine in agenzia di viaggi, le sue foto sono immortalate su diverse riviste.

Quando si pensa alle vacanze è un luogo comune citarle, come ambita meta turistica se solo si avessero gli piccioli per farlo.

Le Maldive sono un Paese tropicale nell’Oceano Indiano composto da 26 atolli ad anello formati da più di 1000 isole coralline.

Queste isole sono famose per le spiagge, le lagune di acqua blu e le lunghe barriere di corallo.

La capitale è Malé ed ospita un mercato del pesce molto frequentato, ristoranti e negozi e cazzimazzi.

Ma non tutti guardano il retro della medaglia.

Prima del grande boom turistico, gli abitanti, per lo più pescatori, producevano 0,3 kg di spazzatura al giorno pro capite, ma con l’avvento del turismo si è arrivati ai 7kg per turista al giorno, e ne arrivano mediamente 4000 tutti i giorni dell’anno!

Sticazzi.

Ma cosa fare di queste nuove tonnellate di spazzatura prodotta?

Data l’ubicazione degli atolli sarebbe impensabile trasportarle quotidianamente sulla terra ferma, costerebbe una fortuna, più della pista ciclabile di via Bachelet.

Limitare il turismo? Meno che mai è l’unica fonte di reddito degli abitanti che stanno a sua volta vivendo il loro boom economico/consumistico, importando di tutto e da ogni parte del mondo escluso gli abitanti di Atessa.

Alcuni residenti e resort bruciavano e bruciano ancora in parte la loro spazzatura sul posto usando degli inceneritori, ma la spazzatura è cresciuta a dismisura tipo quella di Pizzamore ed è un sistema non più sufficiente.

Per arginare il problema il governo di Malè ha deciso di utilizzare uno dei loro atolli come discarica a cielo aperto, sacrificando l’isola di Thilafushi a questo scopo.

Su quest’isola, ad appena 7 km dalla capitale, c’è una bomba ecologica già esplosa da anni.

Dall’isola si leva una coltre di fumo dovuta alla combustione dei rifiuti, che sono accumulati in montagne che arrivano giù fino alla spiaggia, dove onde e maree li rubano trascinandoli poi nell’oceano.

Non dico altro ma a voi le foto di questo scempio e poi prenotate pure per le Maldive ma non venite a rompere i coglioni a Casalcoso:

Magistrati fumosi.

 


Avete mai avuto a che fare con giudici per qualche motivo?

Questo è un amarcord tribunalesco satiropolitico..

I magistrati sedevano sui loro scranni di legno massiccio con la sigaretta perennemente accesa tra le dita ingiallite dalla nicotina. 

Non c'era alcun rispetto per la salute pubblica o per i polmoni dei presenti.

Il giudice accendeva una Marlboro o una MS mentre interrogava un imputato terrorizzato, soffiandogli il fumo in faccia per ribadire la sua posizione di dominio assoluto.

Gli avvocati facevano lo stesso dai loro banchi, trasformando le udienze in competizioni a chi produceva più scorie tossiche.

I posacenere stracolmi di mozziconi schiacciati erano un elemento di arredo ufficiale, posizionati accanto ai codici penali e ai fascicoli processuali.

L'aria era irrespirabile, i muri erano impregnati di un odore stantio e i soffitti bianchi diventavano gialli nel giro di pochi mesi.

Era la normalità di un paese antiquato, dove il vizio personale di chi deteneva il potere prevaleva su qualsiasi norma igienica.

La farsa legislativa per fermare questo scempio è durata decenni. Esisteva già una legge del 1975 che vietava il fumo in alcuni locali pubblici, ma i tribunali la ignoravano totalmente, sfruttando cavilli burocratici e l'arroganza tipica della classe giudiziaria.

Nessun carabiniere avrebbe mai osato multare un presidente di corte di assise mentre fumava durante un processo alla mafia.

Il primo vero blocco a questa prepotenza è arrivato solo nel dicembre del 1995, con una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha esteso il divieto in modo severo a tutti i locali della pubblica amministrazione, aule di tribunale comprese.

Da quel momento, i magistrati sono stati costretti a spegnere le loro sigarette e a uscire nei corridoi o nei cortili per soddisfare la loro dipendenza.

Le aule hanno smesso di essere dei luoghi di consumo di tabacco, ma il cambiamento è stato vissuto dai diretti interessati come un affronto personale, una lesione del loro diritto di intossicare il prossimo.

Il divieto assoluto a questa sgradevole abitudine è arrivato con la legge Sirchia, approvata nel 2003 ed entrata in vigore nel gennaio del 2005.

Quella norma ha eliminato ogni eccezione, vietando il fumo in tutti i luoghi chiusi/aperti al pubblico con l'eccezione di Casalcoso dove tuttora puoi fumare e intossicare la fila di ombrelloni sottovento.

Ma torniamo ai giudici, agli avvocati e ai cancellieri che si sono dovuti rassegnare a tremare di freddo fuori dai palazzi di giustizia per fumare.

Oggi ti sembra assurdo pensare a un magistrato che fuma in udienza, ma questo dimostra solo quanto la memoria collettiva sia corta e selettiva.

Per decenni, le stesse persone incaricate di far rispettare la legge e di giudicare i crimini altrui hanno imposto la loro prepotenza tossica a cittadini inermi, testimoni e imputati, senza provare il minimo senso di colpa.

Hanno smesso di farlo non per una presa di coscienza morale o per rispetto della salute altrui, ma solo perché lo Stato li ha costretti con la minaccia di sanzioni amministrative e ripeto che se sta gente vuol continuare a riempirsi i polmoni di fumo.. lo può fare qui a Casalcoso e può anche buttare la cicca in mare e se proprio lo desidera può spegnerla nella sabbia mentre il cagnone senza museruola piscia nel vaso di fiori alla faccia delle regole e controregole giudiziarie.

Amarcord..Scuola.



Si sente l'assenza del popolo vacanziero, stanno iniziando le scuole e ritorno all'Amardord in cui tanti di noi ricordano cosa succedeva negli anni 60 parlando di scuola.

Allora...C'era un'Italia nella quale il banco aveva un foro per il calamaio, la penna aveva un pennino che decideva autonomamente quando perdere una goccia d'inchiostro e il maestro riusciva a ottenere il silenzio di una classe semplicemente entrando dalla porta.

Era l'Italia degli anni Sessanta.

Un' Italia che oggi possiamo guardare con un sorriso, ricordando i grembiuli, le cartelle, i quaderni, le tabelline imparate a memoria, le poesie recitate davanti alla classe e quelle interrogazioni che sembravano processi davanti a un tribunale.

Ma dietro quelle immagini apparentemente ingenue c'era qualcosa di molto più importante.

La scuola stava cambiando insieme all'Italia.

Il Paese che entrava negli anni Sessanta non era più quello uscito dalla guerra.

Il miracolo economico stava trasformando profondamente la società. Le persone si spostavano dalle campagne alle città, l'industria cresceva, aumentavano i consumi e una parte sempre più ampia della popolazione cominciava a immaginare per i propri figli un futuro diverso da quello vissuto dai genitori.

E quel futuro passava anche attraverso un'aula scolastica.

Per molti bambini la scuola elementare rappresentava il primo vero ingresso in una realtà più grande della famiglia e del paese.

Cinque anni di scuola.

Lettura.

Scrittura.

Aritmetica.

Storia.

Geografia.

Nozioni di scienze.

E soprattutto disciplina.

I vecchi banchi di legno avevano ancora il foro destinato al calamaio e il piccolo solco nel quale appoggiare la penna. L'inchiostro poteva finire sulle dita, sui quaderni e persino sui vestiti.

Il grembiule contribuiva a rendere tutti apparentemente uguali.

Sotto quel tessuto, però, l'Italia rimaneva quella che era: c'erano bambini vestiti con abiti nuovi e bambini con pantaloni rattoppati, figli di professionisti e figli di operai, bambini che arrivavano a scuola con una casa riscaldata e altri che conoscevano ancora la fatica quotidiana della povertà.

La scuola cercava di mettere tutti davanti allo stesso banco.

Non sempre ci riusciva.

Ma l'idea era rivoluzionaria.

L'insegnante era una figura molto diversa da quella che conosciamo oggi.

Il maestro non era soltanto colui che spiegava una lezione.

Era un'autorità.

Quando entrava in classe ci si alzava.

Durante l'appello si rispondeva a voce alta.

Si parlava quando era consentito.

Si chiedeva il permesso per uscire.

E le punizioni potevano essere severe.

La scuola degli anni Sessanta conservava infatti metodi disciplinari che oggi considereremmo inaccettabili, compresi episodi di punizioni corporali che appartenevano a una cultura educativa destinata progressivamente a cambiare.

Ma mentre sopravvivevano queste rigidità, stavano entrando anche nuove idee pedagogiche.

Maria Montessori e le correnti dell'attivismo educativo avevano già messo in discussione il modello puramente autoritario e mnemonico.

La scuola italiana era dunque sospesa tra due epoche.

Da una parte il maestro con la bacchetta e il registro.

Dall'altra una concezione dell'educazione nella quale il bambino avrebbe dovuto diventare progressivamente protagonista del proprio apprendimento.

Anche la religione occupava un posto importante.

Il crocifisso nelle aule ricordava il carattere ancora profondamente cattolico della società italiana e l'insegnamento religioso faceva parte della vita scolastica.

E poi arrivava la ricreazione.

Quello era il momento nel quale la scuola smetteva per qualche minuto di essere scuola.

Pane e mortadella.

Un frutto.

Qualche volta una merendina.

La carta oleata.

E poi tutti fuori.

Si giocava a campana, con le biglie, a palla.

Non esistevano smartphone.

Non esistevano videogiochi portatili.

Non esistevano social network.

Il cortile era il nostro social network.

Il compagno di banco era il nostro gruppo di chat.

E per sapere cosa era successo a un amico bisognava incontrarlo.

Anche i libri di testo erano diversi.

C'erano abecedari pieni di immagini, racconti morali e bambini raffigurati come piccoli cittadini modello.

Si imparavano poesie a memoria.

Si studiavano le tabelline.

Si scrivevano i compiti sul quaderno.

E quando arrivava un voto rosso, il problema non era soltanto scolastico.

Bisognava tornare a casa e farlo vedere ai genitori.

Quella firma sul quaderno poteva essere più temuta dell'interrogazione.

Ma la scuola italiana aveva davanti un problema molto più grande della disciplina.

Doveva diventare realmente accessibile a tutti.

Nel 1962 arrivò una delle svolte fondamentali.

La legge n. 1859 del 31 dicembre 1962 istituì la scuola media unica, obbligatoria e gratuita, destinata ai ragazzi dagli undici ai quattordici anni.

La riforma entrò concretamente in vigore con l'avvio del nuovo ordinamento nel 1963.

Prima di allora il passaggio dopo le elementari era fortemente condizionato dal percorso scolastico e dall'origine sociale.

C'erano ragazzi destinati al liceo.

Altri indirizzati verso l'avviamento professionale.

La scelta avveniva molto presto.

E quella scelta poteva condizionare l'intera vita.

La scuola media unica cercò di spezzare proprio questo meccanismo.

Figlio di un medico o figlio di un muratore: tutti nella stessa scuola.

Figlio di un industriale o figlio di un contadino: stessa aula.

Non significava che le differenze sociali fossero improvvisamente scomparse.

Significava però che lo Stato stava cercando di impedire che quelle differenze determinassero automaticamente il destino scolastico di un ragazzo a undici anni.

Fu una delle grandi operazioni di democratizzazione dell'Italia repubblicana.

E nelle nuove classi sedevano insieme ragazzi e ragazze.

Italiano.

Storia.

Geografia.

Matematica.

Scienze.

Educazione tecnica.

Musica.

Educazione fisica.

Religione.

La scuola cercava di preparare non soltanto lavoratori, ma cittadini.

E per un Paese che stava diventando industriale, questa era una necessità enorme.

La nuova scuola, però, non era certamente quella che conosciamo oggi.

Le interrogazioni potevano essere un piccolo incubo.

Il professore passeggiava tra i banchi.

Lo studente cercava di ricordare tutto.

E quando arrivava la domanda sbagliata nel momento sbagliato, improvvisamente anche la pagina studiata venti volte sembrava essere scomparsa dalla memoria.

Declina rosa.”

E per qualche adolescente italiano sembrava quasi l'inizio della fine.

Nel frattempo aumentava il numero dei ragazzi che proseguivano gli studi.

Il liceo classico conservava il suo prestigio, con latino, greco e filosofia.

Crescevano il liceo scientifico e gli istituti tecnici.

Gli istituti magistrali preparavano soprattutto le future insegnanti.

L'istruzione tecnica assumeva un'importanza particolare in un Paese che aveva bisogno di operai specializzati, periti, tecnici e lavoratori qualificati.

Era la scuola di un Paese industriale.

Poi arrivò un'altra svolta.

Il 1969.

La liberalizzazione degli accessi universitari aprì le porte degli atenei anche a diplomati provenienti da percorsi diversi dal liceo classico.

Era un cambiamento enorme.

L'università cessava progressivamente di essere un territorio riservato a una minoranza proveniente dai percorsi scolastici più tradizionali.

Le università si riempirono.

Le aule diventarono affollate.

Il numero degli studenti aumentò.

E insieme agli studenti arrivarono anche le proteste.

Perché la stessa generazione che aveva avuto più accesso all'istruzione cominciava a chiedere una scuola diversa.

Il 1968 entrò nelle università, nelle scuole e nelle piazze.

Gli studenti contestavano i metodi autoritari, la selezione scolastica, i programmi, il potere dei professori e una società che consideravano ancora profondamente diseguale.

Non era soltanto una rivolta contro la scuola.

Era una rivolta contro un'intera struttura sociale.

In Italia quella contestazione trovò anche riferimenti specifici, come la critica alla selezione scolastica contenuta nell'esperienza di Don Lorenzo Milani e in Lettera a una professoressa.

La scuola non doveva più essere soltanto il luogo nel quale i migliori emergevano e gli altri venivano lasciati indietro.

Doveva diventare uno strumento di emancipazione.

Era un'idea destinata a cambiare profondamente la scuola italiana.

E naturalmente anche il rapporto tra uomini e donne stava cambiando.

Negli anni Sessanta esistevano ancora percorsi scolastici fortemente influenzati dagli stereotipi di genere.

Alle ragazze venivano spesso attribuite attività legate alla casa e alla famiglia.

Ai ragazzi quelle tecniche e professionali.

Le ragazze erano indirizzate frequentemente verso percorsi magistrali o amministrativi.

I ragazzi verso industria, meccanica e settori tecnici.

Ma quella separazione cominciava lentamente a sgretolarsi.

La scuola diventava uno dei luoghi nei quali la trasformazione sociale poteva essere vista in anticipo.

E non tutto accadeva nelle grandi città.

In molte zone rurali l'istruzione aveva ancora caratteristiche completamente diverse.

Piccoli edifici.

Poche aule.

Classi numericamente ridotte.

A volte bambini di età differenti affidati allo stesso insegnante.

Il maestro poteva essere una delle persone più importanti del paese.

Non soltanto perché insegnava a leggere e scrivere.

Ma perché rappresentava il rapporto con uno Stato, una cultura e un mondo che spesso sembravano lontanissimi.

La scuola poteva significare anche chilometri a piedi.

Una cartella sulle spalle.

Le scarpe sporche di fango.

E la fatica quotidiana per arrivare in classe.

Ma significava soprattutto una possibilità.

La possibilità che un bambino potesse imparare qualcosa che i suoi genitori non avevano avuto l'opportunità di imparare.

La televisione avrebbe poi contribuito a questa battaglia.

Il volto di Alberto Manzi divenne quello di una delle più importanti esperienze di alfabetizzazione televisiva italiana.

Con Non è mai troppo tardi, trasmesso dalla Rai dal 1960 al 1968, Manzi insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani adulti attraverso uno strumento allora rivoluzionario: la televisione.

Non era soltanto un programma televisivo.

Era una scuola dentro le case.

E dimostrava una cosa fondamentale: l'istruzione non era un privilegio.

Era una delle condizioni necessarie per essere cittadini.

La scuola degli anni Sessanta aveva dunque mille difetti.

Era rigida.

Era selettiva.

Conservava forti differenze sociali e di genere.

In alcune realtà era arretrata.

In altre era ancora profondamente legata a metodi educativi autoritari.

Ma sarebbe un errore ricordarla soltanto attraverso questi limiti.

Perché quella scuola contribuì a trasformare l'Italia.

Quei bambini con il grembiule sarebbero diventati operai specializzati, tecnici, insegnanti, impiegati, professionisti, imprenditori.

Alcuni sarebbero diventati protagonisti delle contestazioni.

Altri avrebbero costruito le aziende del boom.

Altri ancora sarebbero emigrati, cambiando città o Paese.

La scuola era diventata uno dei grandi ascensori sociali della Repubblica.

Non funzionava sempre.

Non portava tutti allo stesso piano.

Ma permetteva a molti di salire.

Ed è forse questo il ricordo più importante della scuola degli anni Sessanta.

Non il calamaio.

Non il grembiule.

Non la bacchetta.

Non il professore severo.

Il cambiamento.

Perché mentre l'Italia costruiva autostrade, fabbriche, città e nuovi quartieri, nelle aule scolastiche stava costruendo qualcosa di meno visibile ma altrettanto importante: una generazione che avrebbe avuto più istruzione di quella precedente.

Un Paese che aveva conosciuto guerra, miseria e analfabetismo stava lentamente scoprendo che il futuro poteva cominciare da un bambino seduto dietro un banco.

E forse, quando oggi ritroviamo una vecchia fotografia scolastica, con quei volti seri, i grembiuli, i banchi di legno e il maestro al centro, dovremmo guardarla con occhi diversi.

Non vediamo semplicemente una classe di sessant'anni fa.

Vediamo l'Italia che stava imparando a diventare quella che conosciamo oggi.

E dietro quei bambini apparentemente immobili nella fotografia c'è un intero Paese in movimento.

Un Paese povero che diventava industriale.

Un Paese rurale che diventava urbano.

Un Paese analfabeta che imparava a leggere.

Un Paese diviso che cercava di portare bambini diversi nella stessa aula.

Un Paese antico che, con enorme fatica e molte contraddizioni, stava entrando nella modernità.

E tutto questo, a volte, cominciava con una cosa semplicissima.

Una penna.

Un quaderno.

Un banco.

E un maestro che diceva: Cominciamo.”


 

domenica 13 settembre 2026

Cemento alla merda.




Allora.. non sono incazzato ma oggi leggerete un post di merda nel vero senso della parola.

Altro che Superbonus.

Altro che cappotti termici, ponteggi, detrazioni fiscali e miliardi evaporati tra bonus e fatture.

Il futuro dell’edilizia, a quanto pare, potrebbe arrivare da una materia prima che l’umanità produce con impressionante regolarità (nel mio caso aumentata dalla crusca del mattino nel caffelatte) e che, fino a ieri, nessuno avrebbe pensato di mettere dentro un muro: la merda.

Ragazzi questo è un termine che sta nel vocabolario e quindi Italiano puro.

Il mio tutor dell'AI dice che a sviluppare il materiale è stato un gruppo di ricercatori della Manipal University Jaipur, in India, alle prese con un problema molto concreto: come trasformare una quantità enorme di rifiuti organici in una risorsa utile per l’edilizia. La risposta è stata abbastanza semplice da sembrare una barzelletta e abbastanza seria da essere oggetto di ricerca scientifica: utilizzare le feci umane (avevo scritto cagate) nella produzione di un materiale cementizio.

E qui bisogna mettere da parte per un momento le battute, perché la faccenda è più interessante di quanto suggerisca il titolo scatologico.

Il punto non è costruire grattacieli fatti di cacca, come se fossimo finiti dentro un film di fantascienza di serie B.

Il punto è recuperare una materia organica che normalmente deve essere trattata e smaltita e utilizzarla, dopo opportuni processi di trattamento, come componente di un materiale da costruzione.

Secondo i ricercatori, il risultato sarebbe sorprendente: il calcestruzzo ottenuto con questo approccio avrebbe mostrato una resistenza fino al 42% superiore rispetto a quello convenzionale nelle condizioni sperimentali considerate.

Occhio che quel “fino al” è fondamentale.

Non significa che da domani ogni cemento prodotto sulla Terra sarà automaticamente più resistente perché qualcuno ci ha aggiunto le feci.

Significa che in determinati test e con determinate formulazioni il materiale ha mostrato prestazioni superiori.

Ed è proprio qui che la storia diventa scientificamente interessante.

Le feci non vengono semplicemente raccolte, infilate in una betoniera e trasformate magicamente in cemento.

Il materiale organico deve essere trattato.

La composizione chimica delle feci è complessa e comprende acqua, materia organica, sali minerali e una grande quantità di microrganismi.

Utilizzarle direttamente nell'edilizia sarebbe naturalmente improponibile per ragioni igieniche, chimiche e strutturali.

La ricerca consiste quindi nel capire quali componenti possono essere recuperati e in quale forma possano essere incorporati nella matrice cementizia.

Il risultato apparentemente paradossale — un materiale di scarto che contribuisce alla resistenza — dipende proprio dalle trasformazioni che avvengono durante il trattamento e nella successiva fase di indurimento.

Alcuni componenti possono modificare la struttura della matrice, favorire determinati processi di idratazione e contribuire alla formazione di una struttura più compatta.

In altre parole, la cacca non diventa cemento: viene trasformata in una materia prima secondaria capace, in determinate condizioni, di influenzare positivamente il materiale finale.

E questa distinzione è fondamentale anche per capire dove finisce la scienza e dove comincia il titolo acchiappa-click.

A tal proposito se voi leggete utilizzando il form del web avrete letto il numeratore mensile che ha superato le 250.000 clickate.. e vabbe'.

Cemento alla merda” fa ridere.

Materiale cementizio ottenuto attraverso il recupero controllato di rifiuti umani trattati” molto meno.

Ma è quest’ultima la realtà scientifica che interessa.

Il vantaggio potenziale è enorme soprattutto in un Paese come l’India, dove la gestione dei rifiuti e delle acque reflue rappresenta una questione gigantesca.

Trasformare una parte di questi materiali in risorsa significa affrontare contemporaneamente due problemi: lo smaltimento dei rifiuti e la necessità di materiali da costruzione.

È la vecchia logica dell’economia circolare applicata nella maniera più brutale possibile: ciò che per qualcuno è uno scarto diventa materia prima per qualcun altro.

E non è nemmeno la prima volta che la ricerca prova a trasformare materiali che normalmente consideriamo disgustosi o inutilizzabili in elementi per l'edilizia.

Negli ultimi anni sono stati studiati mattoni e materiali compositi prodotti utilizzando fanghi di depurazione, residui agricoli, cenere, plastiche riciclate e altri materiali di scarto.

La vera rivoluzione non consiste quindi nell'aver scoperto che la cacca può entrare in laboratorio.

Consiste nell'aver capito che il confine tra “rifiuto” e “materia prima” è molto meno naturale di quanto pensiamo.

Naturalmente, prima di immaginare condomini costruiti con gli escrementi dei cittadini di Jaipur, ci sono parecchie domande da risolvere.

La prima è la sicurezza.

Un materiale destinato all'edilizia deve essere stabile, sicuro e conforme agli standard.

La seconda è la durabilità: una resistenza maggiore misurata in laboratorio non significa automaticamente che il materiale conserverà le proprie proprietà dopo decenni di esposizione a umidità, variazioni di temperatura, agenti chimici e sollecitazioni meccaniche.

La terza riguarda la produzione su larga scala.

Una cosa è ottenere un risultato interessante in laboratorio, un'altra è trasformarlo in una tecnologia industriale economicamente competitiva.

E poi c'è la questione ambientale.

Se per trattare le feci occorressero enormi quantità di energia, acqua o sostanze chimiche, il vantaggio ecologico potrebbe ridursi drasticamente.

L'analisi seria, dunque, non può fermarsi alla domanda “è più resistente?”.

Bisogna chiedersi quanta energia serve, quante emissioni si producono, quanto costa il trattamento, quale percentuale di materiale può essere sostituita e cosa accade alla fine della vita del prodotto.

Insomma, la merda potrebbe davvero diventare una risorsa.

Ma non perché qualcuno abbia avuto una trovata folle.

Perché la ricerca moderna sta cercando di smontare una delle nostre convinzioni più radicate: che un materiale, una volta diventato rifiuto, abbia necessariamente perso ogni valore.

E c'è persino una piccola ironia storica.

Per decenni abbiamo raccontato l'economia moderna attraverso l'ossessione per il petrolio, il cemento, l'acciaio, il silicio e le terre rare.

Abbiamo costruito sistemi industriali giganteschi per estrarre materia dalla terra, trasformarla, consumarla e poi pagare altri soldi per smaltire ciò che rimane.

Adesso arriva qualcuno e dice: forse abbiamo sbagliato prospettiva. Forse una parte delle materie prime del futuro è già sotto i nostri piedi.

O, in questo caso, dentro le nostre fogne.

Non significa che il Superbonus dovesse essere finanziato con la cacca.

Significa qualcosa di molto più serio: l'edilizia del futuro dovrà necessariamente imparare a consumare meno risorse vergini e a recuperare più materiali di scarto.

E se alla fine scopriremo che uno dei materiali più promettenti per costruire il futuro arriva proprio da quello che per millenni abbiamo considerato il simbolo assoluto dello spreco, ci sarà poco da ridere.

Perché la vera beffa sarebbe questa: dopo aver speso una montagna di soldi per trasformare l'edilizia italiana in un gigantesco laboratorio fiscale, qualcun altro potrebbe riuscire a rilanciarla usando una risorsa che produciamo tutti, ogni giorno, gratis.

La differenza è che quella risorsa non presenta fattura e dite la verità...vi è passata la fame vero?


sabato 12 settembre 2026

Appunti per il 2026.

 

Il periodo estivo 2026 sta terminando e non essendoci stata alcuna riunione tra noi cerco di riassumere in pochi punti la situazione condominiale nostra.

- Chiusura parte idrica e sistemazione scarico – Tutto ha funzionato e chi ha effettuato i lavori è stato pagato, certo è che il perdurare della perdita ha creato dei dissesti nel parcheggio e se lo osservate bene lo vedrete a gobba di cammello e soprattutto nei parcheggi 8-9-10 e 1 ci sono degli sprofondamenti di assestamento dovuti alla perdita riparata di acqua che sinora sembrano contenuti e vanno comunque monitorati sperando che sotto il peso delle auto non vadano oltre al limite consentito di sicurezza.



Scritta H2O- Ho interpellato un tecnico della SASI in merito alla scritta apparsa sulla strada che abbiamo asfaltato ed è emerso che hanno trovato una perdita di acqua nella tubazione di arrivo che già due volte è stata riparata, solo che quando non era asfaltata l'acqua usciva all'aperto ma ora con la copertura che abbiamo effettuato, l'acqua prosegue sotto l'asfaltatura per gravità sino alla strada principale lato mare passando principalmente sulla traccia delle tubazioni di scarico esistenti e sintantochè la pressione d'ingresso contatori è accettabile non faranno nulla e aspettano eventuale richiesta degli utilizzatori.. ho chiesto ai proprietari del fabbricato vicino alla ferrovia in quanto la tubazione serve a loro e per loro ad oggi va bene così.. quindi speriamo che nel tempo la perdita di acqua che continua ad uscire, non scavi molto e comunque ci sarà l'inconveniente di umidità ai piani bassi sia nostri che al ferro di cavallo. Pare che la scritta è dovuta alla perdita giornaliera riscontrata nel serbatoio principale SASI di una decina di metri cubi giornalieri (10.000 litri) da cui attingiamo acqua potabile, che comunque non sono solo le nostre in quanto ne hanno riscontrate diverse ed è per quello che anche durante l'inverno cerchino di limitarle con le chiusure notturne sistematiche programmate.



Il cavo telefonico
(ormai inutilizzato) che parte dal palo del condominio fronte nostro posteggio è pericoloso in quanto si sono rotti il tirante di sostegno e le curve di attacco sin dallo scorso anno e sono 70 metri pericolanti, quindi parecchi kg che cadendo da un'altezza di 4 metri potrebbero fare parecchio male e datosi che nessuno lo ha denunciato io ho telefonato un data 11 settembre 2026 all' 800 415 042 che è il N. verde TIM/Telecom dove segnalare situazioni di pericolosità ed ha risposto l'operatrice AE094 che ha aperto la segnalazione N.27995385 e se dovesse succedere l'imprevisto che possa coinvolgerci terremo conto di questa segnalazione. 

Da parte mia lo scorso anno quando è caduto l'angolare di sostegno ha bollato cofano e rigato il parabrezza dell'auto parcheggiata al mio solito posto che è proprio sotto sto palo.












Palo sostegno cavi luce presso la pizzeria Pizzamore è messo malissimo con cemento crollato sino ai tondini, tenuti assiema da fascette stringitubo e se detto palo crolla, trascinerebbe alimentazione elettrica tra cui la nostra. Ho fatto presente la situazione al gerente della pizzeria che mi ha detto “Speriamo capiti quando non ci siamo, noi per evitare che cada sui tavoli abbiamo legato la base con i vimini ”.. e vabbe' in caso di crollo del palo, staremo senza luce e l'importante è schivare i calcinacci che cadono di continuo.




Antenna TV – l'antennista Ciro Profeta 347 3320901 ha sostituito la centralina e purtroppo questo anno non tutti i canali erano visibili causa la scarsità del segnale in zona e doveva tarare ed amplificare la centralina ma per diversi motivi non abbiamo raggiunto l'optimum e comunque resta i fatto che a costo zero sistemerà la ricezione.. si tratta di coordinare l'incontro tra l'antennista e il Sig.Spagnoli che darà la possibiità di accesso al tetto ad oggi tutti i canali si vedono ma noi vogliamo la certezza di continuità anche per chi ha l'antenna individuale e potrà comunque utilizzare se non ha staccato i collegamenti alle prese dove inizialmente erano preposte.

Luci Condominiali – Sino al 18 Luglio 2027 il turno di collegamento è collegato al contatore del Sig.Spagnoli, dopodichè sarà il turno di uno dei Sigg. Romano/Germano/Guerriero che sono gli ultimi tre del turnover deciso a suo tempo.

Da oggi 13 Settembre spegneremo le luci esterne e l'antenna TV.

(IMPORTANTE - chi rimane per usufruirne ancora dovrà attivare l'interruttore in Cabina Elettrica segnato come A posizionato a sinistra nel primo selettore comando luci e cmq è pregato di staccarlo quando non gli servirà più per evitare che le luci rimangano accese inutilmente).


Nel gruppo dove ci parliamo è opportuno inserire il nuovo proprietario dell'appartamento alienato dei Sigg. Zinni /Donato e se predisporranno i dati del nuovo proprietario a cui diamo il benvenuto nel gruppo, ne saremo grati in quanto qui siamo tutti Amministratori e ci aggiorniamo anche tramite quello.

Ringrazio di avermi letto e arrivederci al prox anno.