
MILANO,
ALTRO CHE DISAGIO GIOVANILE: SE SFONDI UNA VETRINA E TI PORTI VIA LE
SCARPE, NON STAI FACENDO LA RIVOLUZIONE, STAI COMMETTENDO UN REATO. E
LA SOCIETÀ PUÒ INTERROGARSI SULLE CAUSE QUANTO VUOLE, MA NON PUÒ
TRASFORMARE OGNI DELINQUENZA IN UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA COLLETTIVA
C’è
qualcosa di profondamente sbagliato in una società che, davanti a
ragazzi di dodici, quindici o vent’anni che sfondano vetrine,
devastano negozi e portano via merce, sente immediatamente il bisogno
di convocare sociologi, psicologi, pedagogisti e commentatori per
spiegare che cosa si nasconda dietro quei comportamenti.
Interrogarsi
sulle cause è legittimo, persino necessario.
Ma
quando l’analisi delle cause diventa il modo per rinviare la
valutazione delle responsabilità, il ragionamento si capovolge: il
comportamento viene quasi oscurato dalla biografia di chi lo compie,
la vittima scompare dietro il presunto disagio dell’autore e il
reato finisce per essere raccontato come un sintomo, anziché come un
atto che produce conseguenze concrete.
Completo i precedenti post con questo di 1.800 parole e 12.000
circa caratteri e poi tornerò con quelli affini al parrucchino
pannolinato e per quanto sopra mi riferisco ai fatti accaduti a Milano, durante il
fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026 dove gruppi di giovanissimi (
il più giovane che è stato fermato dai poliziotti, era una mezza
sega da 130cm e 11 anni di vita) hanno danneggiato vetrine,
saccheggiato esercizi commerciali e aggredito il contesto urbano con
una violenza che ha costretto numerosi negozi a chiudere per timore
di nuove incursioni.
Le
prime stime hanno indicato danni superiori al milione di euro circa due miliardi vecchie lire per i nostalgici, senza
contare interamente gli incassi perduti e le ripercussioni sulle
attività commerciali.
Non
siamo davanti a una bravata scolastica, a una ragazzata finita male o
a una semplice manifestazione d'incazzagione.
Quando
si sfonda una vetrina per entrare in un negozio e castigare merce, il
confine tra protesta e criminalità non è ambiguo: è stato
oltrepassato cazzo.
La
domanda, allora, è elementare: è normale che ragazzi così giovani
partecipino a saccheggi organizzati, distruggano beni altrui e si
comportino come se prendere ciò che appartiene agli altri fosse un
gioco collettivo?
Oggi ho rilevato almeno 20 inserzioni da denuncia e non ci vuole una cima per cuccarli.. ma che razza di tecnici informatici abbiamo nell'escopost?
No,
non è normale nel senso di socialmente accettabile, e non deve
diventarlo per assuefazione.
Ma
occorre anche essere precisi: non tutti i giovani presenti in piazza
hanno partecipato ai saccheggi, non tutti i fermati tipo l'undicenne di cui sopra che nomineranno l'eroe di classe, sono
necessariamente responsabili degli stessi fatti e non ogni persona
coinvolta appartiene a una banda organizzata.
Le
responsabilità devono essere accertate individualmente e con la buona volontà li possiamo sgamare sti coglioni.
Proprio
perché i comportamenti sono gravi, non possiamo sostituire le prove
con le impressioni né trasformare una generazione intera in
un’imputata collettiva.
Il
rigore comincia dalla distinzione fra chi manifesta pacificamente,
chi assiste, chi filma e chi distrugge o ruba.
Ma
questa necessaria precisione non deve diventare un alibi per
minimizzare ciò che è accaduto.
C’è
poi un particolare che merita attenzione: il ruolo dei social
network.
Le
immagini degli scontri le ho viste online e, secondo le ricostruzioni
giornalistiche, alcuni giovanissimi avrebbero raggiunto il centro
anche dopo aver visto su TikTok i video dei disordini.
Questo non
significa che TikTok abbia sfondato materialmente le vetrine al posto
loro.
La
responsabilità dell’azione appartiene a chi la compie.
Sostenere che i social non abbiano alcuna rilevanza è altrettanto
semplicistico: una piattaforma può diffondere un appuntamento,
amplificare il richiamo della violenza, trasformare un saccheggio in
uno spettacolo e offrire visibilità a chi cerca riconoscimento
attraverso la distruzione ed è questa visibilità che i ragazzi cercano, se non ci fosse le azioni cascherebbero nel vuoto cosmico della loro coglionaggine.
La
tecnologia non cancella la responsabilità individuale; può però
modificare le condizioni in cui un comportamento si propaga.
È
una differenza fondamentale.
Il
martello non decide di rompere una vetrina, ma questo non significa
che sia inutile capire come venga utilizzato e perché un gruppo di
persone si ritrovi nello stesso luogo con lo stesso obiettivo.
La
questione della rivendita online della merce rubata richiede una
cautela ulteriore.
È
legittimo domandarsi se dietro alcuni saccheggi esistano finalità di
lucro e se i beni sottratti possano alimentare circuiti di rivendita.
Ma
non basta vedere un paio di scarpe sparire da un negozio per
affermare che ogni oggetto sia stato rubato con l’intenzione di
rivenderlo su Internet.
Servono
riscontri investigativi: annunci, transazioni, messaggi, contatti e
altri elementi che consentano di ricostruire eventuali canali di
ricettazione.
Questi circuiti esistono cazzo e vanno colpiti con la stessa determinazione
riservata agli autori materiali dei furti.
Chi
rompe la vetrina e chi acquista consapevolmente merce rubata
possono svolgere ruoli differenti nella stessa filiera criminale.
Ma
è proprio la serietà dell’accusa a imporre che venga
dimostrata, non semplicemente presunta.
Quanto
alla risposta dello Stato, non c’è bisogno di inventare ogni volta
una nuova emergenza legislativa per dimostrare che le istituzioni
sono in grado di agire.
Esistono
già norme contro il furto, il danneggiamento, la resistenza e,
quando ne ricorrono gli elementi, la devastazione e il saccheggio.
Le
contestazioni formulate dagli inquirenti a Milano devono essere
verificate nei singoli procedimenti, ma il quadro normativo non parte
da zero.
Polizia
e carabinieri devono poter intervenire efficacemente, identificare i
responsabili, raccogliere prove e impedire che le incursioni si
ripetano e qui siamo nel campo dei membri amari Italici, provate a fare le stesse cose nell'Islam.
La
magistratura deve applicare le norme pertinenti, valutare le condotte
individuali e motivare le decisioni e non in tempi biblici.
E
la certezza della risposta giudiziaria deve essere reale, non
soltanto evocata nei comunicati politici dopo che le vetrine sono già
state riparate.
Questo
non significa invocare una repressione indiscriminata.
Significa
chiedere interventi efficaci, proporzionati e fondati sulla legge.
Quando
gli autori sono minorenni, la risposta deve tenere conto dell’età,
della capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e
delle regole specifiche della giustizia minorile.
Un
dodicenne non può essere trattato automaticamente come un
ventunenne; allo stesso tempo, la giovane età non trasforma un atto
distruttivo in un comportamento privo di conseguenze.
La
responsabilità penale in Italia dipende anche dall’età: sotto i
quattordici anni non si è imputabili, mentre tra i quattordici e i
diciotto anni l’imputabilità richiede l’accertamento della
capacità di intendere e di volere e si applica il regime previsto
per i minorenni. Sono distinzioni giuridiche essenziali, non
concessioni morali.
E
proprio per questo servono prevenzione, interventi educativi e
responsabilità familiari, insieme a un sistema giudiziario che non
lasci intendere che tutto finirà necessariamente in nulla.
La
famiglia, naturalmente, non può essere chiamata in causa soltanto
quando occorre trovare un colpevole aggiuntivo.
Non
esiste un rapporto automatico fra il comportamento di un figlio e la
responsabilità dei genitori: anche questa va valutata sulla base
delle circostanze e delle norme applicabili.
Ma
l’educazione al rispetto delle regole non nasce il giorno in cui
arriva una pattuglia e questo un buon padre di famiglia lo dovrebbe sapere.
Si
costruisce prima, attraverso limiti chiari, esempi coerenti e la
capacità degli adulti di spiegare che la libertà non consiste
nel fare qualsiasi cosa senza pagare alcun prezzo.
Se
un ragazzo impara che la forza del gruppo lo protegge, che la
distruzione gli procura notorietà e che il danno ricade sempre su
qualcun altro, il problema non riguarda soltanto il codice penale.
Riguarda anche l’ambiente sociale nel quale quel comportamento
viene premiato, tollerato o trasformato in una posa da esibire.
Ed
è qui che le analisi sociologiche possono essere utili, purché non
vengano impiegate come un certificato di assoluzione preventiva.
Studiare la dinamica del gruppo, il bisogno di appartenenza,
l’influenza dei social, il rapporto con la scuola e la percezione
delle istituzioni può aiutare a prevenire altri episodi.
Ma
spiegare perché un comportamento si verifica non equivale a
giustificarlo.
Se
un adolescente partecipa a un saccheggio perché vuole sentirsi parte
del gruppo, questa spiegazione può orientare la prevenzione; non
restituisce automaticamente al commerciante la merce sottratta né
ripara la vetrina distrutta.
La
comprensione delle cause e l’accertamento delle responsabilità
sono due compiti diversi, che devono procedere insieme.
Chi
li mette in contrapposizione finisce per scegliere fra due metà
insufficienti del problema.
C’è
anche una questione di rispetto verso chi lavora.
Il
negoziante che trova la vetrina sfondata non è una figura astratta
del capitalismo, né un bersaglio simbolico sul quale scaricare ogni
frustrazione sociale.
È
una persona che deve fare i conti con la merce perduta, i danni, le
assicurazioni, le spese di riparazione e l’incertezza di poter
riaprire il giorno successivo.
Anche
quando un esercizio appartiene a una grande catena, il saccheggio non
diventa un gesto politicamente innocuo: coinvolge dipendenti,
fornitori, lavoratori della sicurezza e cittadini che frequentano il
quartiere.
La
proprietà privata non è un principio assoluto sottratto a ogni
critica, ma neppure un diritto che possa essere sospeso a piacimento
da chi decide di trasformare una strada in un’arena.
La
protesta sociale, quando è autentica, deve poter esprimere rabbia,
contestazione e dissenso senza essere confusa con la devastazione.
Se
una manifestazione denuncia il costo della vita o l’insufficienza
dei servizi pubblici, quei temi possono essere discussi e le
responsabilità politiche possono essere contestate.
Ma
chi rompe vetrine e saccheggia negozi non dimostra la fondatezza
delle rivendicazioni: le compromette, sposta l’attenzione dalle
questioni sollevate alla violenza commessa e consegna ai propri
avversari l’argomento più facile per screditare l’intera
protesta.
Non
esiste alcun automatismo per cui una causa sociale, anche legittima,
renda accettabili tutti i mezzi impiegati in suo nome.
La
priorità, adesso, è impedire che la città si abitui.
Occorrono
indagini accurate, identificazioni fondate su prove, interventi
mirati nei luoghi e nei momenti a rischio, collaborazione fra le
forze dell’ordine e gli esercenti e un monitoraggio delle eventuali
convocazioni online che resti entro i limiti della legge. Occorre
anche che le piattaforme collaborino, secondo le procedure previste,
quando i contenuti sono pertinenti alle indagini o vengono utilizzati
per organizzare condotte illegali.
E
serve un lavoro di prevenzione che non si esaurisca nel giorno
successivo agli scontri: scuola, famiglie, servizi territoriali e
istituzioni devono poter intervenire prima che la ricerca di
visibilità si trasformi in un assalto collettivo.
Non
bisogna scegliere fra legalità e comprensione sociale, perché una
politica seria ha bisogno di entrambe.
La legalità stabilisce i
confini e protegge le persone; la prevenzione cerca di evitare che
quei confini vengano superati.
La prima senza la seconda rischia di
arrivare sempre dopo il danno; la seconda senza la prima rischia di
diventare una sequenza infinita di spiegazioni senza conseguenze.
Milano ha bisogno di uno Stato capace di prevenire, intervenire e
accertare le responsabilità, non di una gara a chi pronuncia la
frase più dura né di un concorso a chi trova la spiegazione
sociologica più indulgente.
La
domanda iniziale, quindi, merita una risposta netta.
No,
non dobbiamo considerare normale che ragazzi giovanissimi sfascino
negozi e rubino merce.
Dobbiamo
considerare normale, invece, che una società adulta si interroghi
sulle cause, protegga le vittime, distingua i comportamenti, rispetti
le garanzie e applichi le leggi.
La
responsabilità individuale non è incompatibile con l’analisi del
contesto: è il punto da cui partire per non confondere la
comprensione con l’impunità.
Perché
una città civile non si misura soltanto dalla capacità di spiegare
chi distrugge, ma anche da quella di impedire che la distruzione
diventi uno spettacolo, un’abitudine o una forma di prestigio fra
coetanei.
E secondo voi che succederà Sabato 24 ottobre 2026? Spero che le forze dell'ordine abbiano letto quello che abbiamo letto noi in whatsapp che invita a presentarsi vestiti di nero a Como ed hanno anche la lista dei negozi più appetibili.. bah spero di non fare altri post
E adesso concludo con sti fatti perpetrati da ragazzini e certamente se esistono anarchici black block boomer come quello della foto che cazzo vogliamo pretendere?