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venerdì 24 aprile 2026

Mancanza di medicine.

 


Per chi si pillolizza causa colesterolo e pressione alta il buon parrucchino spreme sul portafoglio e ci da dentro con la sindrome del dazio.


La sindrome del dazio: come la mano di parrucchino spreme il portafoglio degli italiani (e nessuno lo chiama ricatto).

C’è una verità scomoda che i pazienti italiani, ingoiati vivi dalla coda lunga di una crisi che non hanno mai votato, faranno fatica a mandare giù insieme ad un anticoagulante rincarato o a un antibiotico che ora pesa di più sulla ricetta del medico di base.

La guerra dei dazi voluta da parrucchino non è un affare tra economisti, non è una scaramuccia diplomatica tra burocrati vestiti di scuro.

È un’emorragia silenziosa che ha già cominciato a macchiare i bilanci delle famiglie, partita non dai titoli dei giornali finanziari ma dalle corsie delle farmacie italiane, dove i prezzi di alcuni farmaci essenziali – quelli per l’ipertensione, per il colesterolo, gli antibiotici e gli anticoagulanti – stanno salendo senza che nessuno alzi la voce abbastanza forte da rompere l’incantesimo dell’indifferenza .

Mi spiego meglio, con la concretezza che merita chi ha visto troppe crisi annunciate e poi negate fino all’ultimo minuto.

Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, nei giorni scorsi ha rotto un certo codice di omertà industriale dominato da chi abbiamo eletto.

Ha detto a chiare lettere che il settore farmaceutico italiano è dal culo ed è arrivato a un “punto critico per la sostenibilità della produzione”.

E ha collegato il punto: l’aumento dei costi energetici post-conflitto mediorientale, combinato con il balzo dei principi attivi provenienti da Cina e India (rincarati del 50%) e dell’alluminio per i blister (impennata del 120%), ha spinto le aziende sull’orlo di una decisione inevitabile .

I farmaci da banco stanno già salendo, ma quelli etici, quelli prescritti dal medico, i cui prezzi sono amministrati dall’Aifa, restano bloccati solo sulla carta.

Nella realtà, le imprese li assorbono a proprie spese, ma “dopo il terzo shock energetico in pochi anni sono a un punto di rottura”. 

E quando un sistema produttivo si rompe, non si rompono le azioni in Borsa: si rompe il culo del cittadino che deve scegliere se curarsi o mangiare.

Ed è qui che entra in scena parrucchino, la nemesi giusta al momento sbagliato.

Perché la narrazione comune vorrebbe che le politiche aggressive di Washington sulla salute fossero un problema esclusivamente americano.

Niente di più falso.

Quello che Washington sta facendo è premere un grilletto che fa esplodere una bomba nei mercati di mezzo mondo.

Da un lato, parrucchino minaccia dazi astronomici – si è parlato del 30%, poi del 150, persino del 250% – sui farmaci importati dall’Europa .

L’obiettivo dichiarato è costringere le multinazionali a delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.

E già questo, da solo, prosciugherebbe gli investimenti dal Vecchio Continente.

Ma c’è un secondo movimento, più subdolo: l’amministrazione americana sta forzando le case farmaceutiche ad allineare i prezzi negli USA a quelli europei, molto più bassi.

E questa, apparentemente, sarebbe una buona notizia per gli americani, ma per noi europei è un disastro annunciato.

Per decenni, le aziende hanno venduto i medicinali a prezzi strapagati negli Stati Uniti, compensando i margini ridotti che la sanità pubblica europea imponeva.

Ora che parrucchino taglia quella gallina dalle uova d’oro, le aziende devono recuperare i profitti altrove.

E dove, se non alzando i prezzi proprio in quei paesi che per anni hanno pagato meno?

L’Europa, e l’Italia in testa, scopre di essere stata un “free rider” del sistema farmaceutico globale, e ora arriva il conto.

La questione è squisitamente politica, e non lo dico per retorica. 

Cattani ha avuto il merito di definirla una “svolta da cui non si torna indietro” .

Sticazzi .. Ma voglio aggiungere un aggettivo: è una svolta ipocrita.

Perché mentre Parrucchino alza i muri commerciali, l’Europa e l’Italia restano immerdate in un pantano autoreferenziale fatto di “payback” – quel meccanismo perverso che obbliga le aziende farmaceutiche a restituire miliardi allo Stato ogni anno a causa del superamento dei tetti di spesa – e di una burocrazia paralizzante che impiega in media quattordici mesi per autorizzare un nuovo farmaco .

Chiediamoci, con il cinismo che la realtà ci impone: come si può chiedere alle imprese di resistere agli urti della guerra commerciale quando il loro stesso mercato domestico le punisce per aver venduto troppo?

È come legare le mani a un pugile e poi pretendere che vinca l’incontro.

E mentre i diplomatici europei, con la loro proverbiale lentezza, cercano di ottenere uno “0-0” da Washington – come se negoziare con parrucchino fosse una partita a scacchi e non un'aggressione a colpi di mazza da baseball – il danno è già in atto.

La prossima estate potremmo trovarci di fronte a uno scenario da repubblica di Weimar sanitaria: carenze di farmaci strategici, un mercato parallelo di medicinali a prezzi impazziti e la ricerca farmaceutica che emigra definitivamente in Cina, dove il Partito Comunista – è bene ricordarlo – ha pianificato una leadership mondiale nel settore biotecnologico senza se e senza ma .

L’impressione, da osservatore stanco di queste dinamiche, è che l’Italia stia subendo un triplice atto di forza: quello del mercato, quello della politica estera americana e quello della propria miopia regolatoria.

I dazi di parrucchino sono solo la miccia.

La polvere da sparo è nei nostri magazzini vuoti e nelle nostre leggi del cazzo.

Il presidente di Farmindustria lancia l’allarme, ma la sua voce è quella di Cassandra in un palazzo vuoto.

Se non cambieremo paradigma – e subito, non con l’ennesima commissione parlamentare – quello che chiamiamo “Servizio Sanitario Nazionale” diventerà un coupon a punti per ricchi, mentre i poveri faranno i conti con la pressione alta senza i farmaci giusti.

Parrucchino, nel suo stile volgare e brutale, ha vinto la sua partita. 

Noi cagasotto stiamo ancora cercando il campo da gioco e festeggiamo sta liberazione da occupati.




 

Lei non c'è..

 


Azz..Sono qui e Lei non c’e’.
Mi guardo intorno.

Ma e’ tutto inutile.

Ormai e’ finita.
Sento il tempo scrosciare come fosse acqua.
Non posso farcela senza di Lei.

Non in questo momento.
Perche’ non ci sei?

Come ho fatto a sbagliare?

Mi sento un po’ bambino.
Ucciso dalla propria ingenuita’, son proprio un pirla.
Pero’…Non e’ stata colpa mia.

Come puo’ un uomo resistere?
La Natura e’ un qualcosa di superiore che l’uomo avra’ solo l’illusione di poter controllare.
L’illusione… Ah, che bella cosa.

La cosa piu’ dolce che puo’ possedere l’uomo e’ l’illusione.
Almeno in questa so’ che ci sei te, profumata tenera e avvolgente.
Si’ nelle mie illusioni ci sei.

E Dio solo sa quanto sarei felice in questo momento se ci fossi anche nella realta’.
Ma e’ questo il brutto di un illusione…che non e’ reale.

Non ti vedo..
Al massimo, si e’ consapevoli che quella cosa esiste solo nella nostra testa, nel magnifico universo di idee che alberga in ognuno di noi.
Oh, quanto mi piacerebbe vivere nelle mie idee, nel mio universo.
Costretto, invece, a vivere in un mondo che non mi appartiene ma che qualcun altro ha creato, schiacciato da regole non mie.
Un mondo dove tu adesso non ci sei.

Ma ormai e’ inutile parlare.

E’ fatta..
Cosa cazzo faccio adesso?

Oh, no... Ti prego no… Oh, no… Lui e’ uscito.

La Cosa ormai e’ fatta, lo sento persino nell’aria.. doloreee.
No, ti prego non puo’ finire cosi’.

Non ci credo.

Eppure pensavo…Che Lei c’era o ci fosse stata, il verbo non conta piu’ ormai e vengo al sodo..


 

 

 

 

Pensavo fosse rimasto almeno un rotolo di carta igienica! 

Lellaaaaaaaaaaaa la cartaaaaa...

E adesso faccio una riflessione in quanto la carta igienica è un bene di primaria necessità nella vita di tutti noi, ma è fondamentale porre attenzione al suo utilizzo.

Ogni giorno, utilizziamo questo prodotto senza pensarci troppo, ma l’impatto che ha sull’ambiente e sulla nostra salute è un argomento che richiede una riflessione approfondita.

La produzione di carta igienica richiede una quantità enorme di alberi e acqua.

Questo processo di deforestazione ha conseguenze negative sull’habitat naturale e sulla biodiversità.

Gli alberi sono fondamentali per la pulizia dell’aria e per la riduzione del livello di anidride carbonica nell’atmosfera, e la loro distruzione può portare a gravi conseguenze ambientali.

Inoltre, la produzione di carta igienica richiede notevoli quantità d’acqua, un bene prezioso che in molte parti del mondo è già scarsa.

Il consumo eccessivo di acqua per produrre la carta igienica contribuisce al problema della carenza idrica, un fenomeno che sta diventando sempre più preoccupante.

Dobbiamo considerare il fatto che ci sono alternative più sostenibili che possono ridurre il nostro impatto ambientale.

Ma non è solo l’ambiente a risentire dell’utilizzo eccessivo di carta igienica.

Spesso, la carta viene trattata con sostanze chimiche per migliorarne la morbidezza e l’assorbenza.

Queste sostanze possono essere irritanti per la pelle sensibile e possono causare reazioni allergiche.

Inoltre, la produzione e il trasporto della carta igienica tradizionale contribuiscono all’emissione di gas a effetto serra, come la CO2, aggravando il problema del cambiamento climatico.

Pertanto, limitare l’uso della carta igienica tradizionale è un passo importante verso uno stile di vita più sostenibile.

Esistono alternative più ecologiche e rispettose dell’ambiente, come ad esempio l’utilizzo di bidet o l’adozione di carta igienica riciclata. Inoltre, dovremmo essere consapevoli del nostro consumo e cercare di ridurre lo spreco, utilizzando solo la quantità necessaria.

La carta igienica è diventata una consuetudine nella nostra società, ma è importante considerare il suo impatto sull’ambiente e sulla nostra salute.

Scegliere alternative sostenibili e ridurre il consumo e lo spreco possono fare la differenza nel perseguire uno stile di vita più ecologico.

È responsabilità di ciascuno di noi fare scelte consapevoli che promuovano la sostenibilità e il benessere del nostro pianeta.

Dai.. basta riflettere e inizio la mia giornata e ben mi sta e devo sempre controllare prima dell'operazione...

giovedì 23 aprile 2026

Guerra all'Italia.

 

 

Avrete sentito la storia del russo che ha letteralmente dichiarato guerra all'Italia colpendo la Meloncina con frasi da osteria infimo livello e ho cercato di capire di più su quello che i TG propinano parlando con Giordano Palerna e questi mi ha passato un articolo del Cesio Endrizzi che vi passo paro paro e val la pena di leggerlo

La villa, la storia e il complotto: il megafono del Cremlino dichiara guerra all’Italia

ROMA – C’è una frase, nella lunga requisitoria che Vladimir Solovyev ha riversato ieri sera nei suoi canali Telegram e nelle dirette del suo programma “Polnyj Kontakt”, che funziona come una chiave di volta per decifrare l’intero, delirante meccanismo. 

“Signora Meloni, le parla un uomo, un ebreo, che le autorità italiane hanno nuovamente sottoposto a persecuzioni” . 

Non è un lapsus, non è un improvviso accesso di coscienza storica, non è nemmeno la più goffa delle strumentalizzazioni. 

È un manifesto: il conduttore che ha trasformato l’insulto in genere letterario e la propaganda in arte performativa, l’uomo che Putin ha insignito personalmente con l’Ordine di Alexander Nevsky e con la medaglia “per meriti per la madrepatria” per la sua campagna di odio contro l’Ucraina, ha scelto di vestire i panni della vittima. Della vittima perseguitata, per giunta, da un paese – l’Italia – che secondo la sua ricostruzione sarebbe ancora oggi, a ottant’anni dalla caduta del fascismo, una sorta di colonia ideologica del ventennio, governata da “seguaci del fascista Mussolini” che si rendono “complici di tutti i crimini dell’Italia fascista” sostenendo “lo Stato nazista ucraino” .

Il groviglio logico è talmente contorto da sembrare volutamente inestricabile, e forse lo è. 

Perché Solovyev non cerca la coerenza, cerca l’effetto. 

E l’effetto, in questo caso, è duplice: da una parte, rivendicare a sé la patente di “antifascista” e di “ebreo perseguitato” per delegittimare qualsiasi critica ai suoi metodi – chi oserebbe attaccare un uomo che si dichiara erede delle vittime della Shoah? 

– e dall’altra, rovesciare sul governo italiano la responsabilità per il sequestro delle sue due ville sul lago di Como, quelle che la Guardia di Finanza gli ha congelato nel 2022 in applicazione delle sanzioni europee contro gli oligarchi russi . 

Otto milioni di euro di proprietà, tra Loveno di Menaggio e Pianello del Lario, che il presentatore non ha mai perdonato all’Italia, e che sono state anche vandalizzate con un incendio doloso e scritte di vernice rossa . 

Per Solovyev, quelle ville non sono il frutto di un’amicizia col Cremlino che gli ha permesso di accumulare ricchezze mentre in Ucraina morivano civili. Sono il simbolo di una “persecuzione” che lo accomunerebbe, nella sua delirante ricostruzione, alle persecuzioni antisemite della storia italiana. 

È un azzardo talmente blasfemo che lascia senza parole, eppure è perfettamente funzionale alla macchina della propaganda russa: trasformare l’aggressore in vittima, il sanzionato in perseguitato, il propagandista della guerra in paladino della memoria.

L’attacco, come è noto, non si ferma alla premier. 

Solovyev allarga il tiro a tutto il paese, e lo fa con un lessico che mescola accuse storiche e ossessioni contemporanee in un frullato tossico. 

“Voi, condividendo le idee di Mussolini, vi rendete complici di tutti i crimini dell’Italia fascista e, per logica, dovete assumervene la responsabilità” . 

Poi l’aggancio al presente: “Lei dimostra simpatia per questi crimini, sostenendo lo Stato nazista ucraino, che compie atti terroristici sul territorio della Russia e non ha nascosto la preparazione di numerosi omicidi: tra gli obiettivi dichiarati dalle autorità ucraine ci sono anch’io” . 

L’accusa, formulata con la precisione di un capo d’imputazione, è che l’Italia sarebbe complice di un presunto complotto ucraino per ucciderlo. 

E la prova? Nessuna, naturalmente, se non la sua stessa parola. 

Ma nel mondo di Solovyev, la prova non serve: serve la ripetizione, l’eco, la viralità. 

E su questo terreno, il conduttore russo è un maestro. 

Il suo programma su Rossiya 1 raggiunge milioni di spettatori, i suoi canali Telegram sono tra i più seguiti nella Federazione, e le sue uscite – specie quando sono in italiano, come quella di ieri in cui definiva Meloni “idiota patentata” e “cattiva donnuccia” – sono studiate per rimbalzare oltre i confini russi, per costringere i media occidentali a parlarne, per alimentare quella guerra ibrida che è la specialità del Cremlino .

La reazione italiana, in queste ore, è stata compatta ma anche un po’ stanca, come se l’abitudine all’insulto avesse smussato la capacità di indignarsi. 

La Farnesina ha convocato l’ambasciatore russo Alexey Paramonov, che ha preso le distanze dal conduttore definendolo “un giornalista indipendente” e sostenendo che “nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso giudizi offensivi nei confronti di Meloni o dell’Italia” . 

Una dichiarazione che suona come una presa in giro, perché tutti sanno che Solovyev non è un giornalista indipendente: è il megafono del Cremlino, l’uomo che Putin ha premiato di persona, il volto televisivo della guerra . 

E la sua campagna d’odio contro l’Italia – che non è cominciata ieri, ma che si è intensificata dopo il sequestro delle ville – è una componente organica della strategia russa per delegittimare i paesi europei che sostengono l’Ucraina. 

La premier Meloni, da parte sua, ha risposto con la sobrietà che la situazione richiede: “Per sua natura, un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà. 

Noi, diversamente da altri, non abbiamo padroni. 

La nostra bussola resta una sola: l’interesse dell’Italia” . 

Poche parole, misurate, senza replicare agli insulti personali. 

È la scelta giusta, perché ogni replica darebbe a Solovyev esattamente ciò che vuole: attenzione, legittimazione, uno spazio nel dibattito italiano.

E mentre la polemica infiamma i talk show e i social network, c’è una domanda che resta sospesa, come il fumo di un incendio mai del tutto spento: perché l’Italia? 

Perché Solovyev, che potrebbe bersagliare qualsiasi altro leader europeo, ha scelto di concentrare la sua rabbia proprio su Giorgia Meloni e sul nostro paese? 

La risposta, probabilmente, è la combinazione di due fattori. 

Il primo è personale: le ville sequestrate. 

Solovyev era innamorato dell’Italia, ci aveva investito milioni, ci aveva persino ottenuto un certificato di residenza . 

La revoca di quel sogno – la confisca delle dimore sul lago, l’impossibilità di tornare nel paese che amava – gli brucia come una ferita aperta, e ogni attacco a Meloni è anche un atto di rivalsa contro chi gli ha tolto il suo angolo di paradiso. 

Il secondo fattore è politico: l’Italia, sotto la guida di Meloni, è diventata uno dei sostenitori più convinti dell’Ucraina in Europa, e il suo governo, per quanto criticato su altri fronti, non ha mai vacillato sul sostegno a Kiev. Colpire Meloni significa colpire il consenso italiano all’alleanza atlantica, significa seminare dubbi, significa provare a indebolire una delle voci più autorevoli del fronte europeo. 

Che poi gli argomenti usati siano storicamente ridicoli – paragonare il governo Meloni al fascismo, definire l’Ucraina “Stato nazista” – non importa. La propaganda non ha bisogno di essere vera, ha bisogno di essere ripetuta. 

E Solovyev, da questo punto di vista, è una macchina da ripetizione perfetta.

E così, mentre l’ambasciatore russo viene convocato e richiamato, e i diplomatici italiani spiegano che “non si accettano lezioni da un regime che reprime ogni dissenso”, e il presidente ucraino Zelensky offre solidarietà a Meloni definendo i propagandisti russi “miserabili” , la vicenda si avvia verso la sua inevitabile dissolvenza. 

Tra qualche giorno, qualcun altro dirà qualcos’altro, e i riflettori si sposteranno. 

Ma il danno, per quanto gestibile sul piano diplomatico, resta: Solovyev ha dimostrato ancora una volta che la guerra non si combatte solo con i missili, ma anche con le parole, e che le parole, quando sono pronunciate da un megafono del Cremlino, possono ferire, offendere, delegittimare. L’Italia, dal canto suo, ha risposto con dignità, ma forse dovrebbe anche chiedersi se non sia il caso di alzare la voce, di raccontare con più forza le ragioni del proprio sostegno a Kiev, di non lasciare che il monopolio della narrazione sia nelle mani di chi trasforma la storia in un’arma e la memoria in un insulto. 

Perché alla fine, la partita non è tra Meloni e Solovyev, non è tra l’Italia e la Russia, non è nemmeno tra il bene e il male. 

È tra la verità e la menzogna, tra la complessità e la semplificazione, tra la democrazia e l’autocrazia. 

E in questa partita, l’Italia non può permettersi di restare in panchina. 

Deve giocare. E giocare fino in fondo.


mercoledì 22 aprile 2026

Reattori nucleari.

 

Ora ditemi per quale motivo abbiamo rinunciato al nucleare.

Se guardiamo dall'alto come sono disposti i reattori nucleari vicini all'Italia, possiamo davvero definirci dei gran coglioni..

Questo jpg del 2011 indica la posizione dei reattori di Francia, Svizzera, 

Germania, Spagna,Slovenia, Inghilterra...

Siamo solo noi gli sfigati e teste di minchia che non abbiamo centrali nucleari.

E poi il bello è che da veri ipocriti compriamo l’energia elettrica nucleare dalla Francia perché quella che ci produciamo in casa non basta e noi siamo diventati il più grande importatore di energia elettrica al mondo.

Bah.. lo so che c'e' stato un referendum e bastava avere un minimo di nozione di ingegneria energetica (senza per forza essere ingegneri) per poter valutare la situazione al momento del voto.

Noi votanti avremmo dovuto considerare il fabbisogno enorme, continuo e non negoziabile delle grandi infrastrutture pubbliche — ospedali, trasporti, industrie, data center oltre quello delle abitazioni private che sono due mondi con esigenze completamente diverse.

Le infrastrutture hanno bisogno di energia che ci sia sempre, ogni secondo, indipendentemente dal meteo o dall’orario.

Non possiamo permetterci che un ospedale o una rete ferroviaria funzionino “a intermittenza”.

Ed è qui che entra in gioco il nucleare che non abbiamo voluto: non perché sia “di moda” o ideologico, ma perché tecnicamente è una delle pochissime fonti in grado di garantire produzione continua, stabile e programmabile. 

Un reattore nucleare lavora praticamente sempre, con fattori di utilizzo che arrivano anche al 90%, mentre fotovoltaico ed eolico, per loro natura, producono molto meno e in modo discontinuo e considerato le mani mafiose è ovvio che abbiamo scelto la via del fotovoltaico e dei pannelli solari.

E a quel punto qualcuno dice: “vabbè, mettiamo tante rinnovabili e accumuliamo”.

Sì, sulla carta.

Ma nella realtà significa dover costruire sistemi di accumulo giganteschi, con costi enormi e limiti tecnologici ancora evidenti.

Ed è proprio lì che il conto smette di tornare.

Poi c’è un altro equivoco enorme sui costi.

Si guarda solo al costo iniziale delle centrali nucleari, che è alto, e ci si ferma lì.

Ma un impianto nucleare dura decenni, anche 60–80 anni, e nel frattempo produce quantità enormi di energia con costi operativi relativamente bassi e soprattutto stabili.

Se guardi il costo reale nel lungo periodo — quello per kilowattora prodotto — il nucleare è assolutamente competitivo, spesso più di tante alternative, soprattutto se nelle rinnovabili includi tutto quello che serve davvero per farle funzionare su larga scala, cioè accumuli e sistemi di backup.

E sul tema ambientale, anche qui si parla spesso per slogan.

In realtà il nucleare è tra le fonti con le emissioni più basse in assoluto, paragonabili a eolico e idroelettrico e infinitamente inferiori a gas e carbone.

Non è “pulito” in senso romantico, ma è estremamente efficiente e con un impatto climatico bassissimo.

Questo non significa che le rinnovabili non servano, anzi. 

Semplicemente vanno usate dove hanno senso.

Nelle case private, ad esempio, sono perfette: pannelli sul tetto, magari una batteria domestica, autoconsumo.

Lì funzionano benissimo, riducono i costi e alleggeriscono la rete. 

Ma pensare di reggere intere città o sistemi industriali complessi solo con produzione intermittente è, tecnicamente, fuori di melone.

La realtà è che un sistema energetico serio non è fatto di slogan, ma di equilibrio: una base solida, continua e affidabile — e oggi il nucleare è uno dei pochi strumenti per averla — affiancata da rinnovabili distribuite che migliorano l’efficienza complessiva.

Tutto il resto è semplificazione, e pure piuttosto grossolana.

Però abbiamo votato NO al nucleare ma lo andiamo a comprare dai cugini oltralpe che godono come falchi e ci danno dei coglioni.

Viva l'itaglia.

- e adesso mentre parrucchino e gli ebrei bloccano lo stretto noi godiamo come falchi nel far benzina e controllare gli investimenti del c/c che vanno in picchiata, però abbiamo castigato il nano russo evitando di prendere le sue risorse energetiche.. così impara..

Avete in programma un viaggio in USA?

 


Non sono Putinista ma ho cambiato idea sull'America e pensare che sino a qualche tempo fa consideravo il nuovo continente un punto di arrivo ma le recenti azioni hanno confermato che davvero mi conviene rimanere nella terra dei "cagasotto" (come ci classifica parrucchino) e oggi parlo di sanità .

Noi e tutti i sinistrorsi, diciamo che la nostra sanità fa schifo e sinceramente vi e ci do/diamo ragione ma siamo ancora messi bene rispetto altri paesi e vi elenco rigorosamente in maiuscolo a cosa andreste incontro nel caso durante la visita nel nuovo mondo incorriate in qualche bua.

ECCO QUANTO COSTA IN MEDIA ANDARE DAL MEDICO IN USA.

(attenzione che questi dati sono ricavati prima della guerra che parrucchino ha scatenato i 28 di marzo 2026. Se avete fatto assicurazione state attenti che non tutti la riconoscono ed inoltre vi sono delle franchige scritta nella 15 pagina del contratto che avrete stipulato)



CHIAMARE UN'AMBULANZA:

DAI 400$ AI 1.200$. (IN BASE DELLA GRAVITA').



VISITA AL PRONTO SOCCORSO:

DAI 150$ AI 3.000$ IN BASE ALLA GRAVITA'

SE TI SLOGHI UN POLSO SI PARTE DAI 500$.

SE TI ROMPI UN BRACCIO SI PARTE DA 2.500$.

INTERVENTO CHIRURGICO AL POLSO FRATTURATO 8.000$.

SEMPLICE VISITA DAL DENTISTA 250$.

SE VIENI RICOVERATO IN OSPEDALE PAGHI 2.000$ AL GIORNO.

I GRINGOS HANNO 4 OPZIONI PER TUTELARE LA PROPRIA SALUTE:

1 ASSICURAZIONE BRONZE TI COSTA 200$ AL MESE.

COPRE IL 60% DELLE SPESE MEDICHE.

L'ALTRO 40% LO PAGHI TU.

2 ASSICURAZIONE SILVER TI COSTA FINO A 741$ AL MESE.

COPRE IL 70% DELLE SPESE MEDICHE.

L'ALTRO 30% LO PAGHI TU.

3 ASSICURAZIONE GOLD TI COSTA FINO A 873$.

COPRE L'80% DELLE SPESE MEDICHE.

L'ALTRO 20% LO PAGHI TU.

4 ASSICURAZIONE PLATINUM COSTA FINO A 1089$ AL MESE.

COPRE IL 90% DELLE SPESE MEDICHE.

L'ALTRO 10% LO PAGHI TU.

5 SE SEI POVERO.

PROGRAMMA "MEDICAID" PAGHI IN BASE AL REDDITO.

PROGRAMMA "MEDICARE" CURE GRATIS PER OVER 65 E DISABILI.

ESSENDO CURE A BASSO COSTO, IN CASO DI PROBLEMI GRAVI PUOI SOLO PREGARE E FARTI UNA INEZIONE DI RICINO.

QUESTA E' LA SANITA' AMERICANA:

SENZA DENARI DEVI SOLO SPERARE IN UN MIRACOLO DELLA SANTUZZA DI TURNO DIVINO PER GUARIRE.

ECCO PERCHE' LI REPUTO UN POPOLO DI BASTARDI E SMETTETE DI LAMENTARVI DELLA SANITA' IN ITALIA.

Alla luce di questi numeri e' evidente che partire per gli Stati Uniti senza assicurazione sanitaria è una follia: anche un semplice malore può trasformarsi in una spesa da migliaia di dollari, e se succede qualcosa di serio i costi possono rovinarti la vita. 

Non basta averne una qualunque: serve una polizza con un massimale alto (almeno 1 milione di euro) ed emessa da una compagnia affidabile.
Per aiutarti a scegliere bene ho scritto una guida dettagliata con consigli pratici e confronti utili: 

 guida alla scelta dell’assicurazione giusta per viaggiare negli USA

 


 


lunedì 20 aprile 2026

Parrucchino all'attacco.


 

Parrucchino, quello che voleva il nobel per la pace ora sta dimostrando la vera faccia e gioca a fare la guerra e l'ultimo episodio e l'attacco che ha condotto di recente.




Vedi il video.



Washington intercetta e prende il controllo di un mercantile iraniano nel Mar Arabico.

Teheran accusa “pirateria armata” e lancia attacchi con droni contro le unità navali statunitensi.

Non si è fatta attendere la risposta militare iraniana: nelle prime ore di oggi 20 aprile, le forze della Repubblica Islamica hanno lanciato diverse ondate di droni contro le navi della Marina statunitense nel Golfo dell’Oman e nella parte settentrionale del Mar Arabico. Un’azione che, come riportano fonti iraniane, rappresenta la ritorsione diretta contro il sequestro di un mercantile battente bandiera iraniana avvenuto il giorno precedente.

A rivendicare la linea dura è stato Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Comando di Khatamolanbia: “L’Iran risponderà presto e reagirà alla pirateria navale armata dell’esercito statunitense”.

Il portavoce ha poi accusato Washington di aver compiuto un attacco ingiustificato: “Gli Stati Uniti, aggressori, hanno violato il cessate il fuoco e hanno compiuto atti di pirateria navale, aprendo il fuoco contro una nave mercantile iraniana nel Mar d’Oman.

Hanno attaccato la nave disattivandone il sistema di navigazione e sbarcando sul ponte alcuni dei loro uomini armati, terroristi”.

Le autorità iraniane, citate dai media statali e dalle agenzie Pars e Tasnim, sostengono che la nave – la M/V Touska – fosse in navigazione dalla Cina verso l’Iran quando è stata intercettata. Subito dopo l’episodio, il comando congiunto Khatam al-Anbiya aveva denunciato una violazione del cessate il fuoco, promettendo una reazione.

Avvertiamo che le forze armate della Repubblica Islamica dell’Iran risponderanno presto e si vendicheranno di questo atto di pirateria armata da parte dell’esercito statunitense”, ha dichiarato un portavoce.

Dalla parte americana, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha fornito una ricostruzione differente, diffondendo anche un video dell’operazione.

Secondo Washington, “Il cacciatorpediniere lanciamissili Uss Spruance ha intercettato la Touska mentre navigava nel Mar Arabico settentrionale a 17 nodi, diretta a Bandar Abbas, in Iran”.

Le forze statunitensi sostengono di aver emesso ripetuti avvertimenti alla nave, accusata di violare un blocco navale.

Il Centcom riferisce che, dopo sei ore senza risposta da parte dell’equipaggio, “lo Spruance ha ordinato alla nave di evacuare la sala macchine”.

L’intervento è quindi proseguito con un’azione mirata: il cacciatorpediniere avrebbe “disabilitato la propulsione della nave mercantile iraniana sparando diversi colpi con il suo cannone MK 45 da 5 pollici nella sala macchine della Touska”.

Successivamente, i Marines statunitensi della 31ª Unità di Spedizione hanno abbordato il mercantile, che si trova ora sotto controllo americano.

Il comando militare ha precisato che le proprie forze “hanno agito in modo ponderato, professionale e proporzionato per garantire la conformità”.

Gli attacchi con droni lanciati dall’Iran, risposta immediata all’operazione statunitense, alimentano la spirale di tensione in un’area già altamente instabile.

Al momento non sono stati diffusi dettagli ufficiali su eventuali danni o vittime legati agli attacchi.

L’episodio riporta al centro dell’attenzione internazionale la sicurezza nel Golfo dell’Oman e nel Mar Arabico, snodi cruciali per il traffico energetico e commerciale globale, dove ogni incidente rischia di trasformarsi rapidamente in un confronto su scala più ampia.

sabato 18 aprile 2026

L'Empire State Building ha un piano segreto.

Siete mai stati a New York

Siete saliti sull'Empire State Building?

Bueno.. sarete arrivati al 102° piano ma... ma lo sapete che esiste ancora un piano dove potreste vedere questo panorama?

Questo è il 103° piano ed è un piano sopra il 102° "ultimo piano" ufficiale accessibile al pubblico.

Ha un balcone aperto all'aria e protetto da una breve sporgenza e da una ringhiera alta fino al ginocchio con nessuna protezione anticaduta e con 381 metri se cadi hai forse il tempo per imparare a volare.

Il 103° piano non è un luogo adatto ai deboli di cuore.

I piedi e le mani formicolano e sudano quando si sposta lo sguardo dal cornicione.

Quando il vento soffia, sembra che ti porti con sé, e probabilmente potrebbe farlo se fosse abbastanza forte.

Sembra davvero il posto più speciale di New York".

Il minuscolo balcone si raggiunge prendendo una serie di ascensori che passano davanti all'interno dell'edificio, mentre l'ultimo approccio alla cima avviene tramite una stretta scala d'acciaio.

Secondo il progetto, questo piano avrebbe dovuto essere utilizzato come albero di ormeggio per i dirigibili attaccati alla guglia.

Un tempo i dirigibili erano considerati il futuro del moderno trasporto aereo.

Purtroppo, questo piano è  chiuso al pubblico.