Lasciate ogni speranza, o voi che entrate

armatevi di coraggio e sfogliate il blog

computer-immagine-animata-0026

QR Code di questo blog

Generatore di codici QR

Instagram

Instagram

Il mio profilo in Linkedin Carlo Bonzi

Spread in tempo reale..ammazzate se e' schifa

cercami in Linkedin

https://www.linkedin.com/in/carlo-bonzi-6992081a/?originalSubdomain=it

Veni, Vidi, WC.

In classifica

Riconoscimento

Riconoscimento

Sto rilevando il tuo IP e non dirlo a nessuno.

Il post e' scritto in Togolese ma tu prova a cambiare lingua.

Questo e' il mio motore di ricerca, scrivi una parola e clicca sul cerca

martedì 1 settembre 2026

Vuoi fare il Programmatore?

 

 


Vuoi diventare programmatore? Bah vediamo se all'epoca dell'AI val ancora la pena fare questo percorso o quantomeno l'AI potrebbe essere un valido tutor ed ora faccio una considerazione sul mio percorso fatto..

Ho imparato cosa sia la programmazione con il basic del C64.

Ho passato veramente moltissimo tempo a copiare listati di programmi, cercare di capire come funzionavano sul Sinclaire dove ogni tasto aveva diverse funzioni e quindi col mio primo PC(386) e i primi approcci con il C.

Una fortuna dell'epoca fu anche che linux era già nato e nel '96 sotituii MS-DOS 6.22 e Windows 3.11 con Slackware Linux 3.6.

E iniziai ad addentrarmi nella rete (all'epoca entrai in contatto con tanta gente tramite le BBS).

Quando poi mi feci il primo abbonamento per Internet (tin.it, accesso tramite modem PSTN) e vidi la prima pagina web - non ci misi molto ad abbozzare le prime pagine.

La mia mente da programmatore è stata subito attratta dal backend e cercai in tutti i modi di fare il mio primo "sito interattivo".

Il problema era l'assenza di servizi gratuiti che offrissero GCI (si cercano sempre cose gratuite), ma alla fine ne trovai uno (leeento), che funzionava in Perl.

Così feci il mio primo backend in Perl (si trattava di un guestbook - c'era un semplice form d'inserimento, chi passava per il sito poteva scrivere qualcosa e i dati venivano salvati in un file di testo.

Dall'altra parte una pagina aveva uno script che faceva il parsing di tutti i dati e li visualizzava).

All'epoca quindi conoscevo questi linguaggi di programmazione: C, Pascal, Perl ... E basic (ma ok, diciamo che in quegli anni già lo snobbavo).

Con un gruppo di amici mi sono inserito al poli di TO ma durai pochissimo, in quanto al primo esame (C) presi solo 25 per aver usato un array invece di variabili nella soluzione di un programma per l'esame.

La prof. all'epoca disse che "non ho spiegato così a lezione e certe americanate vanne evitate".

E ok, sono fatto cosi' - mi è sembrato inutile proseguire col vecchiume di insegnamento dove andavano ancora con la clava e Pascal era il dio in terra.

Poi il caso volle di entrai in contatto con un'agenzia di servizi informatici e vidi cose che all'epoca mi affascinarono tanto: mainframe VMS e unità esterne a nastro grandi come lavatrici.

Ma vidi anche come in un'azienda grande (in questo caso pubblica), la competenza generale era veramente bassa.

Considera solo che un giorno fra i miei colleghi si sparse il panico perchè su uno dei server (Win NT) era sparito un programma che faceva delle elaborazioni su degli spool che gli venivano passati da una trentina di client (in sostanza faceva un riepilogo).

Io chiesi in cosa consistesse la cosa e -basandomi sugli output precedente - feci un programma in QuickBasic che generava il medesimo output con pochi movimenti.

Uno dei miei big (quello con le palle di acciaio inox) mi fece un cazziatone stratosferico, ma quel programma poi ha proseguito a girare per altri 5 anni alla faccia dei coglioni saponi.. ho proseguito programmando in VB6, facendo interfacce CRUD non usando ADO come altri facevano.

E pensare che l'ho fatto perchè, non avendo mai usato VB6 (visto che su Linux non c’era), non sapevo semplicemente che esistesse. Ma l'inventiva viene spesso premiata, basta dimostrarsi in grado di risolvere i problemi (e le cose si possono sempre imparare successivamente).

Purtroppo, come spesso accade... Facevo il tipico lavoro da "one man band".

Alla fine non solo programmavo "qualsiasi cosa", ma poi mi occupavo anche dell'ammministrazione della rete, di controllare i PC - e qualsiasi altro task possa venire in mente.

Quindi feci un'esperienza effettivamente enorme, ma contemporaneamente raggiunsi anche una saturazione e uno stress tali da non vedere altre vie d'uscita che smettere la programmazione ma insegnare corsi di base a ragazzi handycappati in quel di Borgaro city (parliamo di VBA, ma ok, era un'epoca bizzarra).

E da li ricominciai ad riamare il computer.

All'epoca iniziarono i primi servizi di hosting che offrivano php e mysql, per cui iniziai a studiare quello.

Ho creato una mia interfaccia per blogging, ho iniziato a giochicchiare con i primi CMS, studiato l'SQL...

Poi capitò che un mio allievo mi propose di fargli un programma gestionale.

In un epoca in cui una richiesta del genere avrebbe portato a fare un software per windows, io mi trovai a pensare che - tutto sommato - avrei potuto installare apache, php e mysql sulla macchina windows dell'allievo e fare un gestionale web.

Un po' perchè - non possedendo macchine windows - avrei avuto oggettiva difficoltà.

E un pò perchè mi gustano le idee un po' "folli" (ok, poi di gestionali web ne furono fatti un sacco - ma vi parlo di anni in cui pochi avrebbero scelto questa strada).

Parliamo di un'epoca in cui esistevano PHP3 e MySQL aveva ancora problemi con le FK (ebbene si, "emulai" tutte le FK tramite il backend in php).

Non c'erano framework da usare e quindi - finii per scriverne uno mio e più tardi lo chiamai FP: Function, Page (per gli amici Faccia da Pirla).

Aprii un mio percorso e feci molti gestionali custom con questo framework (innovandolo di volta in volta) come togo29 inizialmente e proseguito con togotuentinain (scritto all'italiana).

Provate fare una richiesta in google inserendo “ togotuentinain ” e vi si apriranno 13.000 pagine e una decina di Blog o forse meno visto le chiusure che mi hanno affibbiato).

Una nota di quei tempi si inserì in rete un ragazzino che si prestava a fare siti su misura e come corrispettivo si faceva solamente ricaricare la scheda telefonica (all'epoca si pagava il viaggio) e qui nacque Salvatore Aranzulla che forse voi conoscerete... e di strada ne ha fatta parecchia.

Ora non mi occupo più tanto di programmazione, ma principalmente di Business Analysis e Project Management. Anche se ovviamente sono programmatore nell'animo e continuo a studiare pur avendo l'età dei datteri.

Il lavoro di programmatore non è come me l’aspettavo, per rispondere alla domanda.

Ma perchè nella vita non esistono cosa che vanno secondo i piani e le aspettative. Ho trovato molto di più!

Le sfide "tecnologiche" alla fine si rivelano le più semplici, la grossa esperienza te la fai soprattuto nell'interazione con gli esseri umani (sia clienti che collaboratori).

E sicuramente una cosa che da "giovane" ti immagini è quella di stare tanto tempo a battere sui tasti della tastiera.

Invece no, passi più tempo a fare schemini con carta e penna ( o su lavagna quando hai fortuna)...


I misteri di Torino.

 




Qui a Casalcoso è iniziato settembre con un rumore di silenzio impressionante, i parcheggi sono vuoti dal balcone vedo la spiaggia priva di ombrelloni e allora dimentico parrucchino pannolato dimentico pure gli amarcord e per chi ha del tempo da dedicare alle letture passatempistiche, chiedo di lasciar perdere gli scritti di Sveva Casati Modigliani e di continuare col post che vi racconta un mistero che sconvolse torino nel 1900 in una bottiglieria di Torino dove cominciarono ad accadere cose che sembravano impossibili, bottiglie che sparivano, oggetti che cadevano dagli scaffali, caraffe che si rovesciavano, casseruole che si staccavano dalle pareti e mobili che sembravano spostarsi senza che nessuno li toccasse.

La vicenda attirò curiosi, giornalisti, autorità e perfino Cesare Lombroso, uno degli uomini più celebri della scienza italiana dell'epoca.

Ma il dettaglio più inquietante era un altro: tutto sembrava essere collegato alla presenza di un giovane ragazzo.

Quando il ragazzo venne allontanato, i fenomeni cessarono.

La storia cominciò al numero 6 di via Bava, non lontano da Piazza Vittorio.

Il locale apparteneva a Bartolomeo Fumero (accento sulla e) e alla sua famiglia ed era, almeno fino a quel momento, una normalissima bottiglieria torinese dove i “bugianein” passavano le serate in compagnie ddelle vulvivendole di turno.

Tavoli per i clienti, scaffali pieni di bottiglie, una cucina sul retro e una cantina dove venivano conservate le scorte.

Nulla che potesse far pensare a uno dei casi più curiosi della Torino di inizio Novecento.

Poi arrivarono le prime sparizioni.

Alcune bottiglie, sistemate la sera precedente in un armadio della cucina, risultarono mancanti il mattino seguente.

La spiegazione più semplice era anche la più logica: qualcuno le aveva rubate.

La famiglia controllò il locale, cercò di capire se qualcuno potesse essersi introdotto durante la notte e rimise tutto in ordine rifornendo le bottiglie mancanti.

Ma il giorno successivo mancavano altre bottiglie.

E poi cominciarono i fenomeni.

Gli oggetti non si limitavano più a scomparire.

Secondo le testimonianze raccolte all'epoca, alcune caraffe si inclinavano e rovesciavano il contenuto, bottiglie cadevano dagli scaffali e diversi oggetti della cucina finivano improvvisamente a terra mentre i lampadari facevano l'altalena.

Casseruole appese alle pareti si staccavano senza una causa apparentemente visibile.

Sedie venivano trovate spostate e bicchieri cadevano spargendo il Brachetto su tappeti orientali.

La situazione divenne rapidamente ingestibile.

Il 10 novembre 1900 la stampa torinese cominciò a occuparsi della vicenda, contribuendo a trasformare quella piccola bottiglieria in una sorta di teatro del mistero.

Ripeto che questa non è una mia invenzione, ma fatto di cronaca realmente accaduto.

Il nome con cui la storia sarebbe passata alla memoria era inquietante: gli spiriti devastatori di via Bava.

La notizia si diffuse rapidamente.

Curiosi e appassionati di spiritismo cominciarono a raggiungere il locale nella speranza di assistere personalmente a qualche fenomeno.

La bottiglieria, che fino a pochi giorni prima era semplicemente un esercizio commerciale, divenne improvvisamente un'attrazione.

Ma il luogo più interessante non era la sala.

Era la cantina.

Lì sotto erano conservate file di bottiglie, alcune piene e altre vuote. Ed è proprio nella cantina che vennero segnalati alcuni degli episodi più difficili da spiegare.

Si sentivano rumori, poi il rumore del vetro che si rompeva.

Quando qualcuno scendeva a controllare, trovava bottiglie a terra. Alcune sembravano essere precipitate dagli scaffali senza che questi risultassero manomessi.

A quel punto la domanda non era più semplicemente chi stesse rubando le bottiglie.

La domanda era: chi le stava lanciando?

E soprattutto: come?

La spiegazione dello scherzo rimaneva naturalmente la prima da prendere in considerazione.

Fili sottilissimi, complici nascosti, meccanismi rudimentali o semplicemente qualcuno che approfittava della confusione per spostare gli oggetti.

Se però si trattava di una frode, bisognava trovare il responsabile.

Fu allora che la vicenda attirò l'attenzione di Cesare Lombroso.

Lombroso non era un curioso qualsiasi.

Era medico, antropologo, professore e una delle personalità intellettuali più conosciute dell'Italia dell'epoca.

Ma aveva anche un rapporto particolare con i fenomeni spiritici e medianici.

Negli anni precedenti si era interessato alla medium Eusapia Palladino e aveva partecipato a esperimenti che lo avevano progressivamente portato a prendere in considerazione fenomeni che inizialmente aveva guardato con scetticismo.

Quando arrivò in via Bava, dunque, non si limitò ad ascoltare i racconti dei proprietari.

Voleva vedere il luogo.

E soprattutto voleva controllare la cantina.

Se qualcuno utilizzava fili, corde o altri sistemi nascosti, quello avrebbe dovuto essere il posto ideale per scoprirli.

Lombroso osservò l'ambiente e cercò una spiegazione concreta.

Ma secondo i resoconti successivi avrebbe assistito personalmente ad alcuni movimenti di oggetti che non riuscì a ricondurre immediatamente a un meccanismo evidente.

È un particolare fondamentale, ma deve essere interpretato con cautela.

Dire che Lombroso dichiarò di avere osservato un fenomeno che non seppe spiegare è una cosa.

Dire che Lombroso dimostrò l'esistenza di un fenomeno paranormale è completamente un'altra.

E proprio mentre Lombroso cercava una spiegazione, l'attenzione cominciò a concentrarsi su una persona apparentemente secondaria nella vicenda: un giovane garzone che viveva e lavorava nella bottiglieria.

Le fonti successive non sono perfettamente concordi sulla sua identità e sul suo rapporto con la famiglia Fumero.

In alcune ricostruzioni viene indicato semplicemente come un giovane garzone, in altre come un ragazzo molto giovane, addirittura il figlio quattordicenne dei proprietari.

Ma una cosa rimane centrale: era presente nel luogo durante il periodo in cui si verificavano i fenomeni.

Lombroso prese in considerazione l'idea che fosse necessario allontanare alcune delle persone che vivevano o lavoravano nella bottiglieria.

La logica era semplice.

Se i fenomeni erano provocati volontariamente da qualcuno, togliendo dalle palle quella persona dalla scena, avrebbero dovuto cessare.

La proprietaria venne allontanata temporaneamente.

Anche il ragazzo fu separato dal locale.

E qui la storia assume una svolta ancora più interessante.

Perché il fenomeno, dopo alcune ulteriori segnalazioni, finì.

Dopo alcune settimane di confusione, rumori, bottiglie cadute e oggetti spostati, la bottiglieria tornò alla normalità.

Il ragazzo non era più lì.

E le bottiglie smisero di muoversi.

Questa coincidenza può essere interpretata in due modi completamente differenti.

La prima è razionale: il ragazzo era responsabile degli scherzi.

Forse aveva trovato un modo ingegnoso per provocare i fenomeni, approfittando della confusione e della presenza dei curiosi.

Quando venne allontanato, semplicemente non poté più farlo.

È probabilmente la spiegazione più semplice.

Ma manca un elemento decisivo: la prova.

Non abbiamo una confessione del ragazzo.

Non abbiamo un meccanismo scoperto dietro uno scaffale.

Non abbiamo un testimone che lo abbia sorpreso mentre tirava un filo.

Non abbiamo una ricostruzione completa del metodo che avrebbe utilizzato.

Esiste quindi un forte indizio, ma non una dimostrazione.

Lombroso prese invece in considerazione un'interpretazione completamente diversa.

All'epoca alcuni studiosi interessati allo spiritismo ritenevano possibile che determinate persone, soprattutto giovani, potessero essere involontariamente associate a fenomeni fisici apparentemente inspiegabili.

Il ragazzo non avrebbe quindi dovuto necessariamente spostare personalmente gli oggetti.

Avrebbe potuto essere, secondo questa teoria, il centro inconsapevole del fenomeno.

Oggi questa spiegazione non dispone di prove scientifiche accettate.

Ma è importante comprenderla nel suo contesto storico.

All'inizio del Novecento le discussioni sulla medianità, sull'ipnotismo e sui fenomeni psichici erano molto più diffuse di quanto immaginiamo oggi.

E Lombroso era personalmente coinvolto in quel dibattito.

Questo rende la sua testimonianza interessante dal punto di vista storico, ma non la trasforma automaticamente in una prova dell'esistenza del paranormale.

C'è poi un altro elemento che nel corso degli anni ha reso la storia ancora più spettacolare: lo scheletro nella cantina.

Secondo alcune versioni successive, nella cantina della bottiglieria sarebbe stato scoperto uno scheletro umano appartenente a una persona assassinata molti anni prima.

La storia è perfetta per una leggenda: un cadavere nascosto, una cantina, bottiglie che volano e spiriti che tornano per vendicare un antico delitto.

Il problema è che questa versione è molto più difficile da collegare alle fonti vicine agli avvenimenti del 1900.

Le ricostruzioni successive presentano infatti versioni differenti su dove sarebbe stato trovato il corpo e sulle circostanze della presunta scoperta.

E soprattutto manca quella conferma contemporanea e inequivocabile che ci aspetteremmo da un ritrovamento tanto clamoroso, avvenuto proprio mentre la stampa seguiva la vicenda.

Per questo lo scheletro dovrebbe essere trattato con prudenza.

Non possiamo necessariamente affermare che non sia mai esistito, ma non possiamo utilizzarlo come fatto certo per spiegare gli eventi della bottiglieria.

Ed è curioso perché, eliminando proprio gli elementi più spettacolari aggiunti dalla tradizione, il caso diventa forse ancora più affascinante.

Rimangono una famiglia realmente esistita, una bottiglieria realmente esistita, cronache dell'epoca, numerosi testimoni, un'indagine che coinvolse Lombroso e un giovane la cui presenza sembra coincidere con gran parte degli episodi.

E soprattutto rimane il silenzio.

Perché alla fine non ci fu una grande rivelazione.

Non venne scoperto un fantasma.

Non venne smascherato pubblicamente un illusionista.

Non arrivò una confessione capace di chiudere definitivamente il caso.

Semplicemente, a un certo punto, tutto finì.

Via Bava tornò a essere una normale strada torinese.

Gli scaffali tornarono a essere semplici scaffali.

Le bottiglie rimasero al loro posto.

La folla scomparve.

E il ragazzo uscì dalla storia.

Forse era un abilissimo burlone che riuscì a ingannare una quantità impressionante di persone.

Forse alcuni episodi furono provocati da lui e altri vennero amplificati dalla suggestione collettiva, dalla stampa e dalla presenza dei curiosi.

Forse i testimoni interpretarono movimenti perfettamente normali come qualcosa di straordinario.

Oppure Lombroso vide realmente qualcosa che non riuscì a spiegare.

Ma c'è una distinzione che vale la pena mantenere: non riuscire a spiegare un fenomeno non significa aver dimostrato che sia soprannaturale.

Ed è probabilmente questa la lezione più interessante della vicenda di via Bava.

Dopo oltre un secolo possiamo eliminare molte delle aggiunte leggendarie, possiamo mettere da parte lo scheletro finché non emerge una fonte contemporanea sufficientemente solida e possiamo evitare di trasformare automaticamente ogni bottiglia caduta in una manifestazione spiritica.

Ma, anche dopo avere tolto tutto questo, rimane una storia straordinaria.

Per alcune settimane del 1900, in una bottiglieria torinese, oggetti e bottiglie furono descritti come protagonisti di fenomeni inspiegabili. La stampa ne parlò.

Una folla accorse.

La polizia cercò una spiegazione.

E Cesare Lombroso entrò personalmente nella cantina per capire cosa stesse succedendo.

Poi tutto terminò.

Forse il mistero era un ragazzo.

Forse era la suggestione.

Forse era una combinazione di scherzi, coincidenze, errori di osservazione e racconti progressivamente ingigantiti.

E ufficialmente ad oggi non si sa con certezza il perchè di questi misteri ma utilizzando l'AI sembra che lo scheletro era di un uomo facoltoso di nome Antonio Barbero sposato con Lorenza Mainero.. i due abitarono in quello stabile nel 1842.

L'uomo si innamorò di una donna di facili costumi e la moglie temendo di essere esclusa dal suo testamento lo avvelenò e gli trafisse il petto con uno stiletto e ne nascose il cadavere nello scantinato denunciandone la scomparsa e poi sparì espatriando in Francia. Solo dopo il ritrovamento dello scheletro del Barbero ne uscì tutta la storia e finalmente tutti i fatti misteriosi di via Bava 6 cessarono.

PS. ripeto di fare attenzione al mio scritto in quanto il finale l'ho ricavato interpellando l'AI che è riuscita a trovare dei manoscritti di un giovane avvocato dell'Albese ma storia nella storia detto avvocato ha avuto un incidente e si è scontrato con un proiettile della P38 e quindi non ha potuto dimostrare quello che asseriva.. (e poi dicono che la mafia non esiste)...

Punto due - nel discorso il giovane che sembrava il colpevole era il figlio quattordicenne dell'oste che è stato il tramite dei fatti causati dallo scheletro che lo ha utilizzato (fenomeno di poltergeist) per poter far scoprire tutta la storia e togliendolo di mezzo il Barbero non poteva più far succedere tutti questi fatti strani e ad ogni modo dove è sepolto il Barbero è zona di messe nere.

Punto 3 - quando il Cesare Lombroso è andato sul posto con il marescillo dei carabinieri aveva un gatto soriano grande che improvvisamente ha puntato una grossa damigiana come se ci fosse qualcuno..la damigiana si è spostata senza rompersi ma dallo scaffale sono cadute delle bottiglie e gli occhi del gatto si sono accesi di rosso... 

 Lunga è la storia, stretta è la via, dite la vostra che io ho detto la mia.

lunedì 31 agosto 2026

Amarcord parte quinta.

 

Per molti l'estate è gia finita ma c'erano estati in cui per sentirsi in vacanza non serviva andare lontano.

Bastava prendere un treno, salire su un autobus, infilarsi in macchina con tutta la famiglia e seguire la strada verso il mare.

Per noi longobardi era la riviera ligure.

Oggi guardare le immagini di quelle estati fa uno strano effetto.

Le spiagge sono affollate, i costumi sembrano appartenere a un'altra epoca, le automobili sono quelle che ormai vediamo soltanto nelle fotografie e le persone si muovono con una naturalezza che appartiene a un mondo scomparso.

Ma soprattutto colpisce una cosa: quanto poco servisse per essere felici al mare.

Si partiva presto.

La giornata cominciava già durante il viaggio.

Sui treni e sugli autobus c'erano famiglie con borse enormi, bambini assonnati, ragazzi che pensavano soltanto al bagno e genitori che controllavano continuamente di non aver dimenticato qualcosa.

Poi finalmente appariva il mare e quello era già l'inizio della vacanza.

Non importava che la spiaggia fosse affollata.


Anzi, in qualche modo quella confusione faceva parte del rito.

Verso le dieci del mattino il litorale era già pieno.

Ombrelloni, asciugamani, sedie pieghevoli, borse frigo, palloni e bambini che correvano sulla sabbia.

Il mare diventava una gigantesca piazza all'aperto.

Si prendeva il sole, si faceva il bagno, si giocava a pallone, si mangiava un panino, si chiacchierava con i vicini di ombrellone.

E naturalmente si litigava.

Perché bastava poco.

Un pallone che finiva addosso a qualcuno, un bambino che correva sulla sabbia, un asciugamano sistemato troppo vicino, qualcuno che occupava più spazio del consentito.

Poi magari, mezz'ora dopo, ci si ritrovava a parlare come se nulla fosse.

Era questa la vita della spiaggia.

Rumorosa, caotica, popolare.

Ma era anche una delle poche occasioni in cui persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate finivano per condividere lo stesso spazio.

Il mare era davvero di tutti.

O almeno così lo si viveva.

Già allora, però, il problema degli spazi liberi era evidente.

Gli stabilimenti occupavano gran parte del litorale e le spiagge libere erano insufficienti per una città che durante l'estate riversava sul mare una quantità enorme di persone.

Eppure nessuno sembrava disposto a rinunciare a quella giornata.

Non servivano alberghi.

Non servivano settimane di ferie.

Non servivano grandi disponibilità economiche.

Una giornata poteva bastare.

Si arrivava la mattina e si rimaneva fino a sera.

Dieci ore davanti al mare.

Dieci ore in cui si poteva fare praticamente tutto: abbronzarsi, nuotare, giocare, mangiare, dormire, innamorarsi, fare nuove amicizie, annoiarsi e persino litigare.

E quando arrivava la sera, tutti tornavano a casa stanchi.

Con la pelle che bruciava per il sole, i capelli pieni di salsedine, la sabbia dentro le scarpe e quella stanchezza particolare che soltanto una giornata al mare riesce a lasciare.

Ma c'era anche qualcosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: la noia.

Al mare ci si annoiava.

E non era necessariamente una cosa negativa.

Non c'erano smartphone.

Non c'erano social network.

Non c'erano notifiche da controllare ogni cinque minuti.

Se non avevi voglia di fare il bagno, potevi semplicemente stare sdraiato sull'asciugamano.

Guardavi il mare.

Guardavi le persone.

Parlavi.

Oppure non facevi niente.

Ed era perfettamente normale.

I bambini, invece, trovavano sempre qualcosa da fare.

Un pallone diventava un campo da calcio.

Una racchetta diventava una partita interminabile.

Un secchiello e una paletta bastavano per costruire castelli destinati a essere distrutti dall'onda successiva.

E che dire di quelle piste con cui si facevano gare utilizzando grande biglie di plastica, con sopraelevate che si facevano trascinando il bimbo che si abbracciava alle sue gambe e col culo veniva una pista che nemmeno il kimi potrebbe fare.

Il mare non aveva bisogno di animazione.

L'animazione erano le persone.

Anche i personaggi famosi appartenevano a quell'estate.

Il cinema, la televisione e lo spettacolo portavano sulla spiaggia volti conosciuti, mentre la gente comune continuava a vivere la propria giornata accanto a loro quasi con naturalezza.

Non esisteva ancora quella distanza enorme tra personaggio pubblico e pubblico che oggi sembra normale.

La spiaggia era un luogo dove tutti potevano incontrarsi.

E poi c'erano gli odori.

Questo è forse uno degli aspetti che le vecchie immagini non riescono a restituire.

L'odore della crema solare.

Quello della sabbia calda.

Il profumo del cibo portato da casa.

Il vento salmastro.

Il doposole.

E soprattutto l'odore del mare che rimaneva addosso anche durante il viaggio di ritorno.

Erano odori semplici, ma oggi bastano a riportare indietro intere estati.

Perché la memoria funziona così.

Non conserva soltanto le grandi cose.

Conserva soprattutto i dettagli.

La bottiglia d'acqua diventata calda sotto il sole.

Il ghiacciolo che si scioglieva troppo velocemente.

Il costume ancora bagnato indossato per tornare a casa.

La madre che urlava perché era ora di andare.

Il padre che cercava le chiavi della macchina.

Il bambino che diceva: «Ancora cinque minuti».

E naturalmente quei cinque minuti diventavano almeno mezz'ora.

La giornata al mare finiva sempre nello stesso modo.

Si raccoglieva tutto.

Si scuotevano gli asciugamani.

Si cercavano le ciabatte.

Si controllava che i bambini fossero tutti presenti.

Poi si cominciava il viaggio verso casa.

La spiaggia rimaneva alle spalle.

Domani si sarebbe tornati al lavoro, alla scuola, alla vita di tutti i giorni.

Ma per qualche ora si era vissuto un piccolo anticipo di libertà.

Forse è proprio questo che raccontano quelle immagini.

Non una grande vacanza.

Non un lusso.

Non un viaggio indimenticabile.

Una semplice giornata al mare.

Ed è proprio per questo che oggi quelle immagini ci emozionano.

Perché appartengono a un'Italia nella quale il tempo libero non doveva necessariamente essere costoso, organizzato e fotografato.

Bastavano un treno, un asciugamano, qualche panino e il desiderio di vedere il mare.








Il disinganno.


Come hanno fatto a scolpire questa rete… nel marmo?!

Quella rete che vedi avvolgere l'uomo, con le sue maglie, i nodi e gli intrecci, non è fatta di corda: è scolpita nel marmo.

La scultura si chiama Il Disinganno e fu realizzata da Francesco Queirolo tra il 1753 e il 1754 per la straordinaria Cappella Sansevero di Napoli.

La rete è una delle più incredibili dimostrazioni di virtuosismo dell'opera: Queirolo riuscì a trasformare il marmo in qualcosa che, a prima vista, sembra morbido e intrecciato come una vera rete.

Si tramanda persino che gli artigiani specializzati nella finitura si rifiutarono di lavorare sulla delicatissima rete per paura di romperla. 

Queirolo avrebbe quindi completato personalmente la finitura con la pomice.

Ma scoprire che la rete è di marmo non è il vero “disinganno” raccontato dalla scultura.

L'opera rappresenta un uomo che si libera dal peccato, simboleggiato proprio dalla rete che lo imprigiona. L'uomo rappresenta Antonio di Sangro, padre di Raimondo di Sangro, il principe che gli dedicò l'opera.

Accanto a lui compare un genietto alato che lo aiuta a liberarsi. Sulla fronte porta una piccola fiamma, simbolo dell'intelletto umano.

Ai piedi dell'uomo si trova un globo terrestre, simbolo delle passioni mondane, mentre, appoggiato al globo, compare un libro aperto: è la Bibbia, che all'interno della complessa simbologia dell'opera assume anche un significato legato alla tradizione massonica.

Il contrasto tra luce e tenebre, insieme ai passi biblici incisi nel libro e al bassorilievo raffigurante Gesù che restituisce la vista al cieco, rafforza il tema del passaggio dall'errore alla consapevolezza.

Ed è forse questo a rendere Il Disinganno ancora più affascinante: una rete che sembra impossibile da scolpire diventa il simbolo stesso di ciò da cui l'uomo cerca di liberarsi.

C'è però un piccolo motivo di frustrazione per chi visita la Cappella Sansevero: all'interno del museo è vietato scattare fotografie e registrare video.

E davanti a quella rete rimane inevitabilmente la domanda che ho messo all'inizio:

Come ha fatto Queirolo a far sembrare il marmo una rete vera?

Amarcord parte quarta.

 


La fine di agosto mi fa vivere di ricordi e ve ne risveglio uno: il mangianastri, quando una voce poteva essere conservata per sempre.

C'è stato un tempo in cui per ascoltare una canzone non bastava premere un'icona sul telefono.

Bisognava avere una cassetta, trovare un mangianastri, inserire il piccolo contenitore di plastica, premere un tasto e aspettare.

Clack.

Era il rumore del Play.

Un rumore semplice, quasi insignificante. Eppure chi ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta probabilmente lo riconoscerebbe ancora oggi dopo mezzo secolo.

Perché il mangianastri non era soltanto un apparecchio per ascoltare musica.

Era un oggetto personale.

Era presente nelle camerette, in cucina, in automobile, nelle case di vacanza. Passava da una stanza all'altra, da una persona all'altra. Qualcuno lo comprava nuovo, qualcuno lo riceveva per Natale, qualcun altro si accontentava di quello usato dal fratello maggiore.

E poi c'erano le cassette.

Piccole, fragili, trasparenti.

Dentro quella scatolina di plastica c'erano due minuscole bobine e un nastro magnetico che, in qualche modo, riusciva a trasformarsi in musica, parole, risate e ricordi.

Oggi sembra quasi incredibile.

Non c'erano Spotify, YouTube, playlist infinite o archivi musicali grandi quanto il mondo.

C'erano magari dieci, venti cassette.

E quelle cassette avevano un valore enorme.

Ognuna aveva una storia.

C'era la cassetta comprata in negozio.

Quella registrata dall'amico.

Quella copiata da un'altra cassetta.

Quella sulla quale avevamo scritto con una penna il nome dell'album.

E poi c'erano le cassette registrate dalla radio.

Quella era una vera operazione.

Si aspettava il programma musicale.

Si preparava il mangianastri.

Si inseriva la cassetta.

Si teneva il dito vicino al tasto REC.

E poi si aspettava.

Perché il problema era sempre lo stesso.

Il disc jockey parlava.

E noi aspettavamo che finalmente smettesse.

Partiva la canzone.

REC.

E cominciava la registrazione.

Ma quasi sempre c'era qualcosa che andava storto.

Il DJ parlava sopra l'introduzione.

Qualcuno entrava nella stanza.

Il telefono squillava.

La mamma chiamava per andare a tavola.

Il cane abbaiava.

Il vicino faceva rumore.

E quella registrazione, irrimediabilmente, rimaneva così.

Con la voce del conduttore che diceva il titolo della canzone proprio nei primi secondi.

O magari con qualcuno che, in sottofondo, gridava:

"È pronta la cena!"

Oggi sarebbe considerato un errore.

Allora diventava parte del ricordo.

Perché quelle cassette non erano perfette.

Erano nostre.

E c'era un'altra cosa che apparteneva indissolubilmente a quel mondo: il nastro che si inceppava.

A un certo punto il mangianastri smetteva di funzionare.

La musica rallentava.

Il meccanismo faceva uno strano rumore.

Aprivamo lo sportellino.

E davanti a noi compariva il disastro.

Il nastro era uscito dalla cassetta.

Bisognava recuperarlo con attenzione, cercando di non rovinarlo.

E allora arrivava la soluzione universale.

La matita.

Si infilava la matita nel foro della bobina e si cominciava a girare.

Un giro.

Un altro.

Un altro ancora.

La matita diventava un piccolo strumento di riparazione.

Non serviva un tecnico.

Non serviva un tutorial su Internet.

Serviva soltanto un po' di pazienza.

E spesso funzionava.

Ma il mangianastri aveva anche un'altra funzione, forse ancora più importante.

Poteva registrare le voci.

Ed è qui che quell'oggetto apparentemente banale diventa qualcosa di molto più grande.

Perché una cassetta poteva conservare la voce di una persona.

Un padre.

Una madre.

Un nonno.

Un fratello.

Un amico.

Un bambino.

Potevamo prendere il mangianastri, premere REC e parlare davanti al piccolo microfono incorporato.

"Prova."

"Mi senti?"

"Uno, due, tre..."

E poi una risata.

Magari qualcuno raccontava una barzelletta.

Qualcuno cantava.

Qualcuno faceva il verso a un personaggio televisivo.

I bambini registravano la propria voce senza sapere che, molti anni dopo, quella registrazione avrebbe potuto assumere un valore completamente diverso.

Perché una fotografia conserva un volto.

Una registrazione conserva una presenza.

Conserva il modo in cui una persona pronunciava una parola.

Il tono della voce.

Una risata.

Una pausa.

Un accento.

Quella particolare inflessione che apparteneva soltanto a lei.

Ed è proprio per questo che un vecchio registratore vocale degli anni Settanta può diventare una vera macchina del tempo.

Basta premere Play.

E improvvisamente una stanza scomparsa da decenni torna a vivere.

Una voce che non sentivamo più da anni riappare dal piccolo altoparlante.

Non è soltanto un suono.

È una presenza.

Ed è forse questa la cosa che abbiamo perso maggiormente passando dalla tecnologia analogica a quella digitale.

Oggi possiamo registrare migliaia di fotografie e ore di video senza pensarci.

Allora ogni registrazione aveva un peso.

Una cassetta aveva una durata limitata.

Bisognava scegliere cosa registrare.

Bisognava decidere cosa conservare.

E proprio perché lo spazio era limitato, i ricordi acquistavano valore.

C'erano cassette che venivano ascoltate così tante volte da consumarsi.

Il nastro cominciava a perdere qualità.

La musica diventava più sporca.

Il suono si faceva più debole.

Ma nessuno voleva buttarle.

Perché dentro quella cassetta non c'era soltanto musica.

C'era un pezzo della propria vita.

C'era magari l'estate del 1978.

Il viaggio al mare.

La cameretta.

Gli amici.

La prima fidanzata.

La voce del nonno.

Una festa.

Una domenica pomeriggio.

Un'automobile piena di persone dirette verso il mare.

E magari una canzone ascoltata cento volte.

Il mangianastri accompagnava tutto questo senza chiedere niente.

Era lì.

Silenzioso.

Fino al momento in cui qualcuno inseriva una cassetta.

Clack.

Play.

E la stanza si riempiva di musica.

Per molti ragazzi era anche il primo contatto con una forma rudimentale di autonomia musicale.

Si costruivano compilation personali molto prima che esistesse la parola playlist.

Si decideva l'ordine delle canzoni.

Si sceglieva cosa mettere sul lato A e cosa sul lato B.

Si scriveva il titolo con una calligrafia spesso illeggibile.

E quando la cassetta era finita, la si riavvolgeva.

Oppure si prendeva la matita.

Ancora una volta.

Era una tecnologia imperfetta, lenta, meccanica.

Ma forse proprio per questo aveva qualcosa che oggi ci manca.

Ci costringeva ad aspettare.

Aspettare che la canzone iniziasse.

Aspettare che finisse.

Aspettare che il nastro tornasse indietro.

Aspettare il momento giusto per registrare.

Aspettare che la radio trasmettesse finalmente quella canzone.

Non avevamo tutto immediatamente.

E quindi imparavamo a dare valore a ciò che stavamo aspettando.

Il mangianastri appartiene a un'Italia che non esiste più.

Un'Italia nella quale la tecnologia era ancora qualcosa che si poteva toccare, aprire, riparare.

Un'Italia fatta di tasti fisici, molle, ingranaggi, nastri magnetici e piccoli altoparlanti.

Un'Italia nella quale un oggetto poteva accompagnarti per anni.

E forse è proprio questo il motivo per cui ancora oggi, quando vediamo un vecchio mangianastri, qualcosa dentro di noi si muove.

Non stiamo guardando soltanto un apparecchio elettronico.

Stiamo guardando una porta.

Una porta verso una cameretta.

Verso una cucina.

Verso una macchina diretta al mare.

Verso una festa.

Verso una radio accesa.

Verso qualcuno che oggi potrebbe non esserci più.

E dentro quella vecchia cassetta, apparentemente inutile, potrebbe esserci ancora qualcosa che nessun moderno servizio di streaming può restituirci: una voce.

La voce di qualcuno che magari avevamo dimenticato.

La voce di qualcuno che ci manca.

La nostra stessa voce quando eravamo giovani.

Per questo il vecchio mangianastri non è soltanto un oggetto del passato.

È una piccola macchina del tempo.

Basta una cassetta.

Basta un clack.

Basta premere Play.

E per qualche minuto, l'Italia di ieri torna a vivere e se siete arrivati sin qui, anche voi l'avete vissuto e buon Settembre.