
ARRANGIATEVI
– GIORGETTI CHIUDE IL RUBINETTO: I SOLDI PER IL CARO ENERGIA SONO
FINITI, LE ACCISE REGGONO SOLO FINO A DOMANI, E LA BENZINA A TRE EURO
NON È PIÙ UN’IPOTESI.
LA GUERRA DI TRUMP AFFONDA I CONTI E IL
DEFICIT TORNA SOPRA LA SOGLIA DEL 3%, FACENDO SALTARE LA FUGA
DALL’INFRAZIONE UE
La
musica è cambiata, e non in meglio.
A Palazzo Chigi hanno spento il
riscaldamento, metaforicamente e presto anche letteralmente.
Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia con la faccia da
funerale e la concretezza di un ragioniere che sa quando il conto è
in rosso, ha messo nero su bianco quello che i cittadini italiani
avevano già cominciato a temere: i soldi per i bonus contro il caro
energia sono finiti.
Oggi, 3 aprile, il Consiglio dei ministri
dovrebbe varare un decreto che stanzia gli ultimi 500 milioni di euro
per prorogare il taglio delle accise sui carburanti fino al 1°
maggio . Dopodiché, il rubinetto si chiude.
E il paese – famiglie,
imprese, pendolari, autotrasportatori – si troverà a brancolare
nel buio, senza la rete di protezione che fino a ieri attutiva il
colpo di una guerra di cui nessuno vede la fine.
Lo
scenario che Giorgetti ha tratteggiato ai colleghi di governo ha i
contorni dell’horror.
“Se la guerra va avanti ancora un po’,
rischiamo la benzina a tre euro”, avrebbe detto il ministro,
secondo fonti interne.
Non è un’esagerazione, non è una tattica
per spaventare l’opinione pubblica.
È un calcolo spietato.
Il
conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha fatto impennare
i prezzi del greggio e del gas come non si vedeva dalla primavera del
2022, quando la guerra in Ucraina aveva già messo in ginocchio le
economie europee.
Ma allora c’erano i fondi del Next Generation EU,
c’era la flessibilità del Patto di Stabilità sospeso, c’era una
risposta coordinata a livello continentale.
Oggi, invece, l’Europa
è divisa, i conti pubblici sono già stati spremuti, e l’Italia –
il paese più esposto della UE all’instabilità energetica – si
ritrova con le polveri bagnate.
Le
parole di Giorgetti sono un pugno nello stomaco per una ragione
precisa: tradiscono la narrazione che il governo aveva costruito fino
a ieri.
La manovra espansiva, la crescita trainata dagli
investimenti, l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione
per il debito eccessivo.
Tutto questo progetto, messo a punto con
pazienza nel corso del 2025 e presentato come il fiore all’occhiello
della legislatura, si sta sgretolando sotto i colpi di una crisi che
Giorgia Meloni non ha saputo né prevedere né gestire.
Il paradosso
– amaro, cinico, tipico della storia italiana – è che il nemico
non è solo Teheran o i mercati speculativi.
È anche l’amico
Trump. L’alleato a cui la premier ha giurato fedeltà, che ha
difeso in ogni consesso europeo, che ha scelto come interlocutore
privilegiato nonostante le tariffe, le umiliazioni e le sue politiche
isolazioniste, è oggi la causa principale del tracollo dei conti
pubblici italiani .
Perché
l’attacco a Iran – voluto e guidato dall’amministrazione
repubblicana – ha innescato una reazione a catena che sta
strangolando l’economia italiana. Il gas è aumentato del 70 per
cento da fine febbraio.
Il petrolio segue la stessa traiettoria.
E
l’Italia, che importa quasi tutto il suo fabbisogno energetico, è
una vittima designata.
Il governo è stato costretto a mettere sul
piatto mezzo miliardo per tenere a bada i prezzi alla pompa ancora
per un mese, ma è una toppa provvisoria, un cerotto su una ferita
che continua a sanguinare.
Dopo il 1° maggio, avverte Giorgetti, le
decisioni dipenderanno esclusivamente da fattori esterni,
“chiaramente al di fuori del nostro controllo”.
Traduzione: se
il conflitto continua, i rincari saranno inevitabili e le casse dello
Stato non potranno più tamponarli.
Il
secondo colpo, forse ancora più devastante per le ambizioni di
Meloni, riguarda la procedura d’infrazione UE per il debito.
Fino a
pochi mesi fa, il governo era convinto di poter riportare il deficit
sotto la soglia del 3 per cento del PIL già nel 2026, uscendo così
anticipatamente dal “braccio” di Bruxelles e riconquistando
margini di manovra in politica di bilancio.
L’obiettivo era
ambizioso, ma non impossibile: dopo anni di scostamenti e deroghe,
l’Italia sembrava finalmente in grado di rientrare nei parametri.
Poi è arrivata la guerra in Medio Oriente, e tutto è saltato.
Le
nuove stime del Tesoro – ancora provvisorie, ma sufficientemente
allarmanti – indicano che il deficit 2026 tornerà a superare il 3
per cento, forse con un margine significativo . L’obiettivo del 2,8
per cento su cui il governo aveva scommesso è ormai “archeologico”,
scrive Il Sole 24 Ore. Non esiste più .
La
conseguenza è spietata.
L’Italia resterà impigliata nella
procedura d’infrazione ancora per chissà quanto tempo, con tutti i
vincoli che ne derivano: tagli alla spesa, limitazioni alle politiche
espansive, controllo stringente di Bruxelles su ogni decisione di
bilancio.
E la colpa – almeno in parte – è della stessa guerra
che Meloni ha legittimato con la sua fedeltà atlantica.
I giornali
stranieri raccontano di una premier che cerca disperatamente di fare
da ponte tra l’America di Trump e un’Europa sempre più ostile,
ma i risultati sono magri.
L’Italia subisce le tariffe, subisce le
umiliazioni diplomatiche, subisce le conseguenze economiche di una
politica estera che non controlla.
E ora subisce anche il fallimento
dei suoi piani di risanamento.
La
reazione di Giorgetti, di fronte a questo quadro, è la reazione di
chi sa che non può fare miracoli.
Il ministro ha già cominciato a
sondare il terreno a Bruxelles, chiedendo che la UE attivi la
“clausola di salvaguardia” per situazioni eccezionali,
sospendendo i vincoli del Patto di Stabilità come era stato fatto
durante la pandemia.
Ma l’Europa di oggi non è quella del 2020.
La Germania ha già un deficit programmato al 4,8 per cento, la
Francia al 5 per cento. L’Italia, invece, è l’unica grande
economia europea ancora sotto procedura d’infrazione, e dovrà
faticare il doppio per convincere i partner a concedere un’altra
deroga.
“Le circostanze eccezionali” di cui parla il Trattato
esistono, ma la pazienza di Bruxelles no .E
i cittadini?
I cittadini, come sempre, sono l’ultimo anello della
catena.
I dati ISTAT diffusi ieri raccontano di un paese che già
arranca: 3,3 milioni di persone in grave deprivazione materiale, una
persona su quattro a rischio povertà.
Con la benzina a tre euro, con
le bollette del gas che secondo le stime potrebbero aumentare tra il
35 e il 50 per cento, quella fascia si allargherà a dismisura.
E
non ci saranno più bonus, né sconti, né proroghe.
Perché la cassa
è vuota, e il governo non ha altra scelta che dire agli italiani:
arrangiatevi. È una parola che nessun esecutivo dovrebbe mai
pronunciare, ma che questa maggioranza, stretta tra l’ideologia del
rigore e la realtà della guerra, si trova costretta a sussurrare.
Il
quadro è fosco, e non ci sono eroi all’orizzonte.
Giorgetti fa il
suo mestiere: avverte, mette in guardia, cerca di guadagnare tempo.
Meloni gioca la sua partita su un altro tavolo, cercando di tenere
insieme l’alleanza con Trump e la sopravvivenza economica del
paese.
Ma la verità – spiacevole, brutale – è che l’Italia
non può permettersi una guerra lunga, né un alleato così
imprevedibile.
I conti non tornano.
E quando i conti non tornano,
alla fine pagano sempre i soliti noti.
Quelli che fanno il pieno una
volta alla settimana, quelli che accendono il termosifone con il
timer, quelli che guardano il listino prezzi al supermercato e
sperano che l’olio d’oliva non sia aumentato anche oggi.
Per
loro, la promessa del “governo del fare” si è già trasformata
in una condanna.
La benzina a tre euro non è uno scenario: è
un’ipotesi realistica.
E il conto alla rovescia è già cominciato.