Le ferie volgono al termine, molte persone sono partite e le nuove si presentano con la tintarella di luna e sembrano uscite da un convalescenziario e detto post prosegue con l'amarcord parte seconda, quando il fruscio della carta lo sentivamo nelle edicole e quindi mmaginate di essere un ragazzino negli anni Sessanta con le ginocchia sbucciate dalle partite di calcio in cortile e un soldo in tasca che brucia come un segreto.
Le strade d'Italia, da Torino a Napoli, pullulavano di un suono ritmico: il fruscio delle pagine, il tintinnio delle monetine, il richiamo del venditore di giornali.
L'edicola non era solo un chiosco di legno e metallo, spesso dipinto di un verde sbiadito o di un rosso acceso: era un microcosmo del mondo.
Lì si mescolavano operai con il cappello calato sugli occhi, signore con la borsa della spesa gonfia di provviste e intellettuali con l'aria di chi ha già letto il futuro nei fondi di caffè.
Era il 1963, l'anno in cui l'Italia si leccava le ferite del boom economico con le Vespe che rombavano e i jukebox che cantavano "Volare" in ogni bar.
Ma dietro quella facciata di progresso, l'edicola custodiva tesori effimeri, oggetti che oggi sembrano reliquie di un museo polveroso. Quindici cose, per l'esattezza, che trovavi lì, tra pile instabili di carta e un odore di inchiostro che ti si appiccicava alle dita.
Non erano solo merci: erano finestre su sogni, scandali e piccole ribellioni quotidiane.
I fotoromanzi erano il cuore pulsante di ogni edicola degna di questo nome.
Nati negli anni Trenta come un compromesso tra cinema e letteratura, esplosero negli anni Sessanta come popcorn in una fabbrica.
Non parole stampate, ma fotografie in bianco e nero con attori sconosciuti che recitavano melodrammi nei salotti borghesi o tra i vicoli di Napoli.
L'amore non apprezzato, il tradimento, la gelosia: titoli che promettevano emozioni forti per cinquanta lire.
Si vendevano a fascicoli, spesso legati da una copertina lucida con una donna dagli occhi languidi e un uomo dalla mascella squadrata. L'edicola ne aveva pile ordinate accanto ai quotidiani, e il venditore, un tipo burbero con baffi alla Humphrey Bogart, te li porgeva con un ghigno: "Questo ti farà piangere, ragazzo".
Erano per tutti, ma soprattutto per le donne confinate tra fornelli e figli, che li divoravano durante la pausa caffè.
Oggi scomparsi, sostituiti da serie Netflix infinite, ma negli anni Sessanta un fotoromanzo era terapia gratuita: ti faceva sentire parte di un dramma epico, anche se la tua vita era solo una coda all'edicola.
La Domenica del Corriere, quel rotocalco domenicale che era come un album di famiglia nazionale.
Dal 1899, ma negli anni Sessanta al picco della gloria, usciva con il Corriere della Sera e si vendeva come panini caldi all'edicola. Copertina a colori – sì, a colori, in un'epoca in cui la televisione era ancora in bianco e nero – con illustrazioni di Walter Molino che immortalavano eroine tragiche o eroi muscolosi.
Dentro, articoli su scandali reali, come il caso Montesi o i primi twist del costume, mescolati a racconti seriali e foto di divi.
L'edicola la esponeva in alto come un trofeo, e i clienti la sfogliavano con reverenza, commentando: "Hai visto che roba?". Era il social network dell'epoca: condividevi notizie senza like, solo con un "ah" o un "eh".
Scomparsa nel 1974, sostituita da supplementi più snelli, ma negli anni Sessanta era un rito.
I supplementi fumettistici, come il Corriere dei Piccoli, trasformavano l'edicola in un portale per l'infanzia avventurosa.
Dal 1908, ma negli anni Sessanta un must per ogni ragazzo con trenta lire in tasca.
Usciva con il Corriere dell'Informazione, pieno di strisce di Tex, Geppo o Bilbo, eroi che combattevano banditi o mostri con un ghigno e una battuta.
L'edicola ne aveva mazzette ordinate, e i bambini si accalcavano litigando per l'ultimo numero.
"È mio!", urlava il più piccolo, mentre il venditore mediava con un: "Prendetevi, a testate, tanto leggete lo stesso".
Erano educativi, in un modo goffo: insegnavano morale tra un pugno e l'altro, con dialoghi che oggi farebbero arrossire i politicamente corretti.
Scomparsi come supplemento autonomo negli anni Ottanta, fagocitati da fumetterie specializzate.
Le sigarette sfuse erano il vizio quotidiano che rendeva l'edicola un confessionale laico.
Negli anni Sessanta fumare era chic, non peccato.
Marlboro, Nazionali, MS vendute a una alla volta per dieci lire.
Il venditore, con le dita gialle di nicotina, te le porgeva da un pacchetto aperto, avvolte in una carta che sapeva di libertà.
"Una randa?", chiedeva, e tu annuivi sentendoti adulto.
L'edicola era piena di posacenere improvvisati, cenere che volava come neve grigia.
Donne fumavano di nascosto, uomini in catena durante la pausa pranzo.
Scomparsa questa pratica negli anni Novanta per norme antitabacco, ma allora era rito sociale: condividere una sigaretta era come stringere un patto.
Gli album di figurine Panini trasformavano l'edicola in un bazar di baratti.
Nel 1961 nasce la serie "Calciatori" e fu un boom.
Ogni bambino aveva un album con pagine vuote, incollate con colla puzzolente.
Si compravano bustine da cinque lire con figurine di Rivera o Sivori, e l'edicola era assediata da frotte di scalmanati.
"Me la cambi con la tua Altafini?", urlava uno, mentre il venditore sospirava contando monetine appiccicose.
“ce l'ho.. non ce l'ho” parole che risuonavano negli scambi.
Scomparsa la frenesia pura degli anni Sessanta, oggi è app o collezionismo da adulti.
Quegli album ci insegnavano la passione, il commercio, l'amicizia: valori che nessuna app potrà mai replicare.
Le cartoline illustrate erano ponti di carta verso il mondo.
Negli anni Sessanta, con il turismo nascente, l'edicola ne aveva rastrelliere piene: vedute di Capri, il Colosseo al tramonto o pin-up audaci per i maschi.
Si compravano per venti lire, si scriveva un messaggio frettoloso – "Qui tutto bene, sole e spaghetti" – e si spediva con francobollo attaccato lì per lì.
Il venditore le timbrava con un colpo secco e via verso zii emigrati in Germania.
Scomparsa l'usanza con l'email, ma allora era l'Instagram low-tech: una foto statica, un pensiero scritto a penna.
I calendari con pin-up, il guilty pleasure maschile appeso al muro.
Dal 1950 circa, ma negli anni Sessanta al top, con modelle come Moira Orfei o anonime bellezze in bikini.
Venduti a cento lire, grandi formati con dodici mesi di ispirazione. L'edicola li nascondeva sotto il banco per decenza, ma gli uomini li compravano con un colpo di tosse complice.
"Per la cucina", dicevano, arrossendo e poi giùdi mano.
Scomparsi per il calendario digitale e le leggi sul sessismo, ma allora decoravano officine e bar, contando giorni tra un sorriso e l'altro.
Le riviste di enigmistica, come La Settimana Enigmistica ma in edizioni speciali sessantini.
Non solo cruciverba, ma rebus, sudoku ante-litteram e indovinelli che sfidavano l'intelletto medio.
Vendute a quaranta lire con copertine di gente che strizzava l'occhio.
L'edicola le aveva per gli anziani, che le risolvevano a penna borbottando.
Scomparsa la versione pura, oggi ibrida con app, ma allora era allenamento mentale quotidiano.
Mentre il mondo accelerava, un cruciverba ti fermava, facendoti riflettere sul sinonimo di "boom": miracolo.
I libri tascabili economici, i Pocket Mondadori o Salani, portavano letteratura in mano per centocinquanta lire.
Tolstoj, Dumas o gialli di Simenon, rilegati in carta sottile.
L'edicola ne aveva una mensola dedicata, per chi voleva cultura senza impegno.
"Un romanzo per il treno", diceva il cliente, e il venditore annuiva, sapendo che finiva in borsa con le sigarette.
Scomparsi i formati, ora ebook, ma allora democratizzavano la lettura: un operaio che invece di bere leggeva "Guerra e pace" in pausa, fingendo di capire la Russia.
I giornali pomeridiani, come La Stampa o Il Mattino di Napoli, edizioni del pomeriggio con notizie fresche.
Negli anni Sessanta, con due turni di stampa, uscivano alle sedici, caldi di edizione extra.
L'edicola si riempiva di curiosi per l'ultima ora sul Vietnam o sullo scandalo Andreotti.
Venduti a quindici lire con titoli a caratteri cubitali.
Scomparsi con la televisione 24 ore su 24, ma allora erano il breaking news umano: aspettavi il pomeriggio per sapere cosa era successo la mattina, una lezione di pazienza oggi impensabile.
Le riviste di cinema, come Hollywood o Cinelandia, piene di foto di Sophia Loren e Marcello Mastroianni.
Negli anni Sessanta il grande schermo era Dio, e queste mensili a sessanta lire elencavano trame, pettegolezzi e concorsi per foto autografate.
L'edicola le esponeva con poster, attirando adolescenti sognatori. Scomparsa con il web, ma allora alimentavano fanatismi innocui.
Ci facevano credere che la vita fosse un set, e l'edicola il botteghino dei sogni.
I supplementi scientifici popolari, come Sapere o estratti da Selezione, spiegavano atomi e spazio per il laico.
Negli anni Sessanta, con la Luna in vista, vendevano meraviglia a trenta lire.
L'edicola li aveva per curiosi, con illustrazioni naïf di razzi.
Scomparsi in forma cartacea pura, ora Wikipedia, ma allora democratizzavano la scienza: un contadino leggeva di quark mentre arava.
Le riviste di gossip proto, come Gente o Oggi, ma nelle edizioni anni Sessanta con reali e star italiane a cinquanta lire.
Scandali reali mescolati a ricette. L'edicola brulicava di chiacchiere: "Hai visto la Callas con un asiatico?.
Scomparsa l'ingenuità, ora tabloid digitali, ma allora era intrattenimento innocuo, pettegolezzi stampati senza fake news, o almeno credevamo.
I piccoli gadget, come temperini con la pubblicità del giornale o portapenne, omaggi che riempivano il cassetto.
Negli anni Sessanta l'edicola regalava con l'acquisto oggetti kitsch, antenati del marketing online.
Un temperino Corriere che non temperava, ma ricordava il rituale.
I biglietti della lotteria nazionale, venduti lì con la promessa di ricchezza facile.
Negli anni Sessanta a cento lire il blocchetto, con numeri da scegliere sotto lo sguardo scettico del venditore.
L'edicola era tempio della speranza, con vincitori rari ma epici. Sogni di villa in Costa Smeralda, finiti in un caffè.
E così quelle quindici cose svaniscono nel vapore del progresso, lasciando l'edicola un ricordo sbiadito.
Ma in quel fruscio di carta c'era l'Italia che inventava se stessa: curiosa, ironica, un po' ingenua.
Oggi scrolleremo schermi, ma chissà, forse un giorno torneremo a sfogliare per sentire di nuovo quel brivido.








