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martedì 3 marzo 2026

l'Apocalisse.

 


Come scrissi nel post precedente, ho fatto una ricerca inerente alla frase “ se Dio esistesse “ e parto dall'apocalisse che prevede la discesa del Salvatore dopo di che verrà fame carestia e guerre con più di un miliardo di persone che moriranno e leggo anche che...

Prima di lasciare questa terra, Gesù ha detto che sarebbe tornato.

Durante il sermone profetico, il Signore disse ai Suoi discepoli che un giorno tutti avrebbero visto "il Figlio dell'uomo venire sulle nuvole del cielo con potenza e grande gloria (Matteo 24:30).

Di certo non si riferiva a parrucchino giallo e per chi vuol farsi male consiglio di continuare la lettura.

La notte del Suo arresto, Gesù promise.. "Ritornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi" (Giovanni 14:3).

Non son minchiate e potete anche controllare con l'AI.

Poi mentre era sotto processo davanti al sommo sacerdote, Gesù disse: "E voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza e venire con le nuvole del cielo" (Marco 14:62).

Abbiamo le promesse, ma stiamo ancora aspettando.

Gesù non è ancora tornato.

Anche gli angeli ci assicurano che Gesù tornerà un giorno.

Dopo che Gesù è asceso al cielo, mentre i Suoi discepoli stavano ancora guardando il cielo, due angeli confortarono i discepoli con queste parole: "Questo Gesù, che è stato portato in cielo di mezzo a voi, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo" (Atti 1:11).

In seguito, Giovanni ha una visione di Gesù Cristo che gli dice: "Ecco, io vengo presto" (Apocalisse 22:7).

Ripeto che ho fatto ulteriori ricerche ma Gesù non è ancora tornato.

Dov'è e perché ci mette così tanto.

Come base per la risposta, dobbiamo ricordare che Dio non ha rivelato i tempi del ritorno di Suo Figlio a nessun uomo, né a nessun angelo (Matteo 24:36).

Gesù sta arrivando e noi dobbiamo essere pronti (Matteo 24:42, 44), ma lasciamo a Dio la scelta dei tempi del Suo ritorno.

Allora, dobbiamo tenere presente quanto segue:

Dio è paziente con i peccatori e questo mi assicura..

Pietro esorta coloro che dubitavano del ritorno del Signore con queste parole: "Non dimenticate quest'unica cosa: che per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno.

Cazzo..ho cercato di capire questa frase ma i miei neuroni sono duri di comprendonio e sarà la grappa o il liquore di Atessa del Piretti con la sua Villaspra...

Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento" (2 Pietro 3:8-9).

Il prossimo evento nel piano profetico di Dio è il rapimento della Chiesa.


Vediamo il rapimento come un evento distinto dalla seconda venuta di Cristo.

Paolo mi viene in aiuto e rivela alcuni dettagli sul rapimento: "Il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo e con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre col Signore" (1 Tessalonicesi 4:16-17).

Il rapimento è imminente: nessun evento profetizzato si frappone tra oggi e il rapimento (vedere 1 Pietro 1:20; 1 Corinzi 10:11; Ebrei 1:2).

Al contrario, la seconda venuta avverrà solo dopo che "tutti" gli eventi di Matteo 24 si saranno verificati (Matteo 24:33).

Le affermazioni di Gesù secondo cui sarebbe venuto "presto" devono essere comprese correttamente.

La parola greca tachu, che viene tradotta "presto" o "rapidamente" in Apocalisse 22:20, può anche significare "senza inutili ritardi" o "improvvisamente".

Non deve necessariamente significare "immediatamente".

Il significato di Gesù sembra essere che, una volta che gli eventi della fine del mondo saranno stati messi in moto, le cose si muoveranno rapidamente, senza inutili ritardi.

Le piaghe dell'Apocalisse si susseguiranno una dopo l'altra e alla fine Gesù verrà "all'improvviso".

Dobbiamo vivere nell'aspettativa che il rapimento possa avvenire in qualsiasi momento.

Il Signore vuole che ogni generazione abbia la consapevolezza che Egli può apparire all'improvviso.

Per il credente, il ritorno del Signore è la "beata speranza" (Tito 2:13).

Gesù ha promesso che tornerà per noi e questa promessa è sufficiente e mi mette il cuore in pace.

Confidiamo in Lui e confidiamo nei tempi perfetti di Dio e nel frattempo smetto di fare ricerche e faccio scorta di benzina consìderato che 180 petroliere sono bloccate nello stretto di Hormuz e ad oggi il costo al barile del petrolio è raddoppiato.

 


Dio esiste?

 




Faccio una domanda chiedendomi se un Dio esiste.. ci vuole tutti morti?

Che Dio esista o non esista non mi sembra giusto chiamarlo in causa per qualcosa causato dall'egoismo e dalla crudeltà umana.

Stiamo assistendo a quotidiane notizie della guerra in Palestina e in altre parti del mondo, e dello sterminio di persone innocenti tra le quali tantissimi bambini.

E là dove non c'è guerra ci sono comunque delitti di varia natura, o morti causate da incidenti o incuria nell'applicare sistemi di sicurezza sul lavoro…

Cosa cazzo c'entra Dio in tutto questo?

Sono gli umani (termine di cui ho qualche dubbio sul parrucchino giallo) che dichiarano le guerre e mandano i propri simili a combattere i propri simili e ucciderli.

Sono gli umani che uccidono gli umani, sempre, e lo fanno per egoismo, crudeltà, gelosia, invidia, fanatismo, sadismo o solo per semplice incuria e stupidità.

Sono gli umani, sempre loro, che sembra ce la mettano tutta nel causare sofferenza e morte dichiarando di volere la pace e il benessere.

Cosa c'entra Dio in tutto questo, se non per il fatto di essere spesso chiamato in causa dagli umani per giustificare, in suo nome, quello di un essere che crediamo che sia supremamente buono, giusto e misericordioso, le violenze e gli stupri perpetrati su vittime inermi e innocenti con sadica crudeltà?

E se Dio esistesse cosa dovrebbe fare per fermare queste stragi?

A mio parere (ma non sono Lui), e considerando ciò che è stata la storia umana diciamo negli ultimi diecimila anni, l'unico modo sarebbe quello di sterminare la razza umana.

Ma per quello Lui non serve... ci riusciamo benissimo da soli.

Secondo quello che afferma la religione cattolica, circa duemila anni fa Dio ha mandato suo figlio a salvare l'umanità, presumo da sè stessa.

Bene, sappiamo tutti la fine che ha fatto questo figlio.. è stato appeso ad una croce da quell'umanità che avrebbe dovuto salvare.

Credo che questo la dica lunga e in un prox post farò una ricerca legata al ritorno del Salvatore e per adesso sto a guardare cosa succederà e vado a fare il pieno di benzina considerato che lo stretto di Hormuz è ancora chiuso.


 

lunedì 2 marzo 2026

Totò.

 


Perchè Totò all'anagrafe risulta come..

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio?.

Curioso come possa avere tutti questi cognomi vero?

In realtà Totò nacque con il nome registrato di "Antonio Clemente", cognome che viene dalla madre "Anna Clemente Nubile".

Quel Nubile sta ad indicare che, come dice la parola stessa, la madre non era sposata.

Totò probabilmente non ha mai accettato l'idea di non avere un cognome, sopratutto un cognome di un certo livello.

Secondo la versione che Totò racconterà in tarda età, la madre in giovane età aveva avuto rapporti con il nobile Giuseppe De Curtis dal quale appunto nacque lui.

Tuttavia sembrerebbe che nella realtà dei fatti non si sappia chi sia realmente il padre di Totò.

Sopratutto non si spiegherebbe perché Giuseppe De Curtis abbia riconosciuto Totò come figlio e di conseguenza Anna Clemente nubile come compagna dopo oltre venti anni dalla nascita di Totò.

E poi perchè quella sfilza di cognomi? Perchè a quel punto non chiamarsi semplicemente Antonio De Curtis?

A quanto pare Totò ne ha risentito per tutta la vita di quell'assenza di un cognome reale cercando di compensarlo con cognomi nobili.

Qual era la strategia di Totò?

Quando ha raggiunto una certa popolarità (e di conseguenza aveva qualche soldo in tasca) prometteva contributi monetari ai vari nobili della città napoletana.

Ma non nobili qualsiasi, nobili che erano caduti in miseria a cui prometteva denaro in cambio di adozione.
Come a dire "Tu dammi il cognome e io te lo pago".

Con questo metodo ha collezionato nel tempo una serie di cognomi nobili.

Questo può essere uno dei motivi per cui una persona ha più cognomi, attraverso le adozioni.

Purtroppo Antonio è morto troppo presto per sapere che oggi il nome "Totò" vale molto più di tutti i cognomi di nobili che ha collezionato negli anni.

Citando lo stesso Totò:

 

giovedì 26 febbraio 2026

Taglio pizza.

 


Che ci fanno ste forbici con le posate nel lavandino?

Semplice.. la Lella mi ha tagliato la pizza.. lei è brava e mi vuol togliere il fastidio e lo smoccolamento durante il taglio a tavola con intercessioni di santi e animali..

Voi chiederete del perchè usare le forbici?

Azz.. usare le forbici per la pizza è l'ammissione che gli strumenti tradizionali come la rotella o il coltello sono fallimentari e progettati da incompetenti che non hanno mai mangiato veramente.

Quando usi un coltello su una pizza calda, trascini via tutto il condimento, spostando la mozzarella e il pomodoro in un ammasso informe che lascia la pasta nuda e triste.

La rotella è ancora più schifa perché spesso non taglia la crosta e ti costringe a passare più volte sullo stesso punto, maciullando tutto. 

Le forbici, invece, operano un taglio netto e verticale che rispetta la struttura fisica del cibo.

Sollevi il bordo, inserisci la lama inferiore e chiudi.

Il condimento rimane esattamente dove deve stare, sopra la fetta e non spalmato sul piatto o sulla teglia.

È una questione di fisica elementare che la maggior parte della gente ignora per seguire un galateo di minchia.

Ma vi dirò di più perchè le forbici, si possono utilizzare anche sulla pastasfoglia dove il discorso è ancora più tecnico e riguarda la preservazione della struttura a strati che hai faticosamente cercato di ottenere o che hai pagato al supermercato di turno.

 

Se premi con un coltello su una sfoglia cruda o cotta, schiacci i bordi e sigilli gli strati tra loro, impedendo alla pasta di gonfiarsi correttamente in forno o distruggendo la sua friabilità se è già cotta.

Quindi date retta a un pirla e ricordate che:

Le forbici aggirano questo problema perché applicano una forza di taglio da due direzioni opposte che recide senza comprimere verso il basso.

Inoltre, usare le forbici ti permette di tagliare direttamente dentro la teglia senza rigare il rivestimento antiaderente, un errore costoso che si fa regolarmente rovinando padelle da cinquanta euro per pigrizia mentale.

L'unico motivo per cui la gente ti guarda male se tiri fuori le forbici a tavola è che sono prigionieri di convenzioni sociali ipocrite che privilegiano l'estetica sulla funzionalità pratica.

In molte pizzerie al taglio serie in Italia usano le forbici da decenni proprio perché è il metodo superiore per gestire impasti idratati e condimenti pesanti.

Non c'è nulla di vergognoso nel voler mangiare una fetta integra invece di dover ricostruire il condimento con la forchetta.

Fregatene del giudizio degli altri commensali che stanno combattendo con i loro coltelli seghettati che non tagliano un cazzo e goditi la tua pizza porzionata perfettamente.

La Lella dice.. fai come me.. la pieghi e la mangi con le mani (cosa che non farò mai causa disgusto a toccare cibaria varia)..

La cucina è sostanza e risultato, non una sfilata di moda per posate d'argento.

martedì 24 febbraio 2026

E io pagaa..

 



L’Europa paga e Kiev incassa.

Questa vignetta sta diventando virale sui social in quanto sintetizza con cinismo la cruda realtà sul conflitto ucraino che da 4 anni governi e media europei censurano.

Non ho parole, solo un profondo disgusto per il signore che si crogiola nella vasca e per i governi europei che lo continuano a proteggere.

Ma del popolo ucraino e di tutti i giovani che sono morti e continuano a morire in guerra non frega una minchia a nessuno.

Migliaia di vite sprecate e buttate via per favorire corruzione e abuso di potere.

Ma quando ci renderemo conto che l'Europa è solo una inutile costosissima cazzata?!

Politicamente è una nullità in mano a un esercito di profittatori che, purtroppo, noi italiani abbiamo ampiamente alimentato… non occorre fare nomi… li conosciamo tutti.

Senza contare i politici e i sindacalisti "mandati in pensione" (in Europa) quando finalmente hanno finito di rovinare Parlamento e Sindacato… per carità devono essere premiati!…ci mancherebbe!

L’Europa ha sostituito Washington come principale finanziatore della guerra in Ucraina già irrimediabilmente persa... gli aiuti di parrucchino giallo si sono quasi azzerati nel 2025, mentre quelli europei: militari, finanziari e umanitari sono esplosi, diventando la vera oca dalle uova d'oro di Kiev.

In questo nuovo equilibrio, l’Unione Europea paga il conto economico e politico, mentre l’élite ucraina incassa flussi di denaro che ridisegnano il potere a Kiev e mettono in secondo piano ogni discussione sulla fine del conflitto.

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Ukraine Support Tracker, nel 2025 l’assistenza militare europea è aumentata del 67% rispetto alla media 2022-2024, mentre quella finanziaria e umanitaria è salita del 59%.

Nello stesso periodo, il contributo USA è crollato di circa il 99%, lasciando a Bruxelles e alle capitali europee il compito di tenere in piedi lo sforzo bellico ucraino quasi da sole.

La vignetta della vasca d’oro rende evidente questa dinamica.. sullo sfondo si vede la macchina industrial militare europea pompare carri armati, proiettili e banconote verso Kiev, mentre dal lato opposto un rubinetto arrugginito indica “Aiuti USA: quasi zero”.

È una caricatura, ma riflette un dato concreto.. oggi la guerra in Ucraina è, per la gran parte, finanziata dai contribuenti europei. L’UE è diventata il bancomat di Kiev.

Dall’inizio dell’invasione russa, l’UE e i suoi Stati membri hanno messo sul tavolo oltre 190 miliardi di euro in aiuti complessivi, fra sostegno macro finanziario, armi, accoglienza dei profughi e ricostruzione.

Solo nel 2025, le istituzioni europee hanno convogliato circa 35 miliardi di euro di aiuti finanziari e umanitari, arrivando a coprire quasi il 90% di questo tipo di supporto all’Ucraina.

La logica ufficiale è quella della “solidarietà strategica”: l’Europa pagherebbe oggi per evitare un costo geopolitico ancora più alto domani.

Ma il conto immediato è pesante.. tra fondi di bilancio, garanzie, prestiti agevolati e spese per i rifugiati, una quota crescente delle risorse pubbliche viene vincolata per anni alla “questione ucraina”, comprimendo lo spazio per sanità, infrastrutture, politiche sociali interne.

Nella vignetta, questo squilibrio è visualizzato dal water d’oro.. il denaro europeo finisce nello scarico, trasformato in un flusso permanente, quasi irreversibile.

La centralità dei trasferimenti occidentali ha trasformato l’Ucraina in un’economia di guerra dipendente dagli aiuti esterni, dove il potere politico è inseparabile dalla capacità di intercettare fondi e armamenti.

Il governo di Kiev non solo finanzia il bilancio ordinario con le erogazioni europee, ma utilizza questi flussi come leva per mantenere consenso interno e per alimentare le reti di influenza che ruotano attorno all’apparato militare industriale.

La vignetta lo sintetizza con un’immagine brutale.. Zelensky seduto in una vasca dorata piena di banconote, rilassato mentre intorno la guerra continua.

Non è solo una critica personale.. è la rappresentazione di un sistema in cui chi controlla il rubinetto degli aiuti esercita una rendita politica, mentre la popolazione ucraina paga in vite umane e distruzione.

L’asimmetria è evidente.. chi combatte al fronte non si bagna certo in una vasca d’oro.

Il paradosso è che, pur pagando, l’Europa non guida davvero la strategia del conflitto.

Le decisioni cruciali.. tempi del negoziato, linee rosse, architettura di sicurezza futura, restano condizionate da Washington e dalle dinamiche interne della politica statunitense, che ha dimostrato quanto improvviso possa essere il cambio di rotta.

L’aumento degli aiuti europei ha solo “quasi” compensato il ritiro americano, senza garantire a Kiev né un vantaggio decisivo sul campo né una road map credibile verso la pace.

In altre parole, l’Europa paga per prolungare uno status quo logorante, mentre la sua stessa industria viene riconvertita alla produzione bellica, con profitti concentrati in pochi grandi gruppi e costi socializzati sull’intera popolazione.

Paga chi non decide: “L’Europa paga. Kiev incassa” non è solo un titolo provocatorio, ma la fotografia di un equilibrio distorto.. un continente che si assume l’onere finanziario di una guerra senza avere né autonomia strategica né un vero piano politico per uscirne.

Con gli USA ormai quasi fuori dai giochi in termini di nuovi aiuti, Bruxelles ha scelto di trasformarsi nel principale sponsor di una guerra che non controlla, vincolando per anni il proprio bilancio e la propria sovranità a un conflitto che consuma risorse, consenso e coesione interna.

Finché questa dinamica non verrà messa in discussione – non solo nei numeri, ma nella narrativa – l’immagine della vasca d’oro continuerà a descrivere perfettamente la realtà..

i cittadini europei stringono la cinghia, mentre a Kiev c’è chi, letteralmente, si fa il bagno nei loro soldi.


lunedì 23 febbraio 2026

Prmavera in arrivo..

 

La primavera è in arrivo e si avvicina il periodo che mi farà trascorrere il trasferimento nella casa marina e purtroppo vari eventi non me la fanno desiderare come gli scorsi anni..

tipo aggiunta strada ciclabile che ha irrimediabilmente modificato la passeggiata rivo maris e tolto lo spazio di sosta alla Camilla

tipo chiusura acqua con periodi sempre più lunghi ed è una pena veder sorgere autoclavi nelle zone a vista più impensate..

tipo aggiunta di barriere in mare per evitare l'erosione della spiaggia che stanno riducendo il bagnasciuga in piscina con sfondo melmoso e battigia priva di conchigliame in quanto fauna ittica, cozze e patelle scomparse.

ma il fatto più doloroso e vedere scomparire i nidi delle rondini che facevano rivivere tempi della mia infanzia e che nella casa marina si potevano ancora vedere ma ovviamente sotto il nido occorre fare pulizia per ovvi motivi, quindi egoisticamente l'unica soluzione è quella di toglierli..

ma cerchiamo di entrare nella testa di questi volatili che hanno superato il deserto del Sahara…sorvolato il Mediterraneo…hanno lottato contro tutte le perturbazioni, venti e tempeste….

Sono straordinariamente forti e motivate!…

E questo solo per venire a nidificare e riprodursi proprio in quell' angolino della nostra casa…sotto la grondaia!…

Ma non è una fortuna o un caso, se hanno scelto proprio quel posto per fare il loro nido…

Ma semplicemente perché è più sano e vivibile …perché lì sono sicure di poter nutrire i loro piccoli senza avvelenarli..e quell' ambiente 'sentono'



che è privo di elementi chimici e nocivi…

Perché sono già di loro un insetticida naturale, ecologico e molto efficace contro: mosche, zanzare e insetti vari…

E vabbè la chiudo qui.

Benvenute rondini!

E buona permanenza se riuscirete ancora nidificare a Casalcoso...


sabato 21 febbraio 2026

STUDIO SUL FERNET.

Non me ne voglia il Piretti che non mi ha convinto sul suo liquore che ha chiamato Vallaspra..


da buon Milanese di periferia, gli consiglio di leggere e poi di provare paragonando il suo ricavato da erbe con il classico Fernet.

Fernet: L'Amaro che gli Italiani Hanno Insegnato al Mondo (e che il Mondo ha Imparato Meglio di Noi)

Ovvero: come un digestivo milanese è diventato droga nazionale in Argentina, religione in Franciacorta e mistero in Scozia

C'è un liquido nero come la pece, amaro come un tradimento, erbaceo come un prato alpino dopo la pioggia, che divide l'umanità in due categorie: chi lo odia alla follia e chi ne fa una ragione di vita.

Si chiama Fernet. (te capì Piretti)?

Se non sai cos'è, probabilmente sei una persona normale, con una vita sociale equilibrata e un fegato in buona salute.

Se lo conosci, sai già che non esiste un "punto di vista intermedio" sul Fernet.

O lo ami con la stessa intensità con cui i milanesi amano il Duomo, o lo detesti con la stessa violenza con cui i romanisti detestano la Juve.

E se sei argentino, probabilmente in questo momento stai già mescolando un Fernet con Coca-Cola senza nemmeno rendertene conto, perché per voi americanlatinisti odiati dal parrucchino, è come respirare.

Benvenuto Piretti nel mondo del liquore più controverso, più amato, più odiato e più frainteso d'Italia e mo' ti dico..

Siamo a Milano, 1845. Bernardino Branca è un tipo cazzuto: farmacista, imprenditore, con quella mentalità lombarda fatta di "io produco roba buona e chi non capisce sono cazzi suoi".

Apre una fabbrica di liquori in Via Tre Monasteri (oggi Via Broggi quella dove alla sera operano le vulvivendole) e comincia a sperimentare .

La sua idea è semplice: creare un amaro che non sia solo buono, ma anche salutare.

Un digestivo che aiuti dopo i pasti, che risolva i problemi di stomaco, che rimetta in sesto chi ha mangiato troppo.

Prende una montagna di erbe officinali (oltre 40 varietà), le mette a macerare nell'alcol, e ne tira fuori un liquido scuro, potentissimo, dal sapore che ancora oggi, 181 anni dopo, è rimasto identico .

Nasce così il Fernet Branca, destinato a diventare il più famoso amaro italiano nel mondo.

Peccato che nessuno, all'epoca, potesse immaginare quanto lontano sarebbe arrivato.

Qual è la ricetta del Fernet?

Bella domanda.

Prova a chiederlo alla Branca.

Ti rideranno in faccia.

Perché il segreto è custodito come i codici nucleari: lo sanno in quattro gatti, e quei quattro gatti non parlano.

Quello che si sa è che le erbe sono oltre 40 (le stesse che dichiari tu Piretti, ovviamente solo come numero), provenienti da tutto il mondo: mirra, zafferano, camomilla, rabarbaro, genziana, menta, cardamomo, aloe, china calissaia (da cui deriva il chinino).

Roba che se le metti tutte insieme in una pentola, viene fuori un intruglio che potrebbe curare la peste o stendere un elefante.

La lavorazione è lunga e complessa.

Le erbe vengono fatte macerare nell'alcol per settimane, poi distillate, poi invecchiate in botti di rovere per almeno un anno.

Il risultato è un liquore che non assomiglia a nient'altro: denso, scuro, amaro ma con mille sfumature, capace di passare in un sorso dalla liquirizia alla menta, dal cacao alla genziana.

C'è una cosa che tutti notano quando versano un Fernet: sul fondo della bottiglia, dopo un po', si forma un deposito scuro, quasi fangoso.

In gergo si chiama "passino" o "feccia".

I profani lo guardano con sospetto.

"Ehi, questo è andato a male! C'è roba sul fondo!".

No, coglione, è lì apposta.

È il segno che il Fernet è stato fatto con ingredienti veri, con erbe vere, e che quelle erbe, col tempo, depositano i loro residui.

Più passino c'è, più il Fernet è "vivo" .

La Branca, per la versione esportazione (quella che finisce in America e in Argentina), toglie il passino con un procedimento di filtrazione più spinta.

Ma gli intenditori sanno che il vero Fernet è quello col deposito. Perché il deposito è garanzia di artigianalità, di roba vera, di tradizione che non si piega alle esigenze del mercato.

Sai che goduria provo bevendo l'ultimo bicchiere carico di sghinga?

Comunque Piretti smetti pure di leggere e io continuo con la tesi in quanto la storia del Fernet in Argentina comincia nel 1940, con un nome: Enrico Marone prozio della Emma, la ex del De Martino.

Un imprenditore piemontese buja nein che decide di portare il liquore milanese dall'altra parte dell'oceano.

L'Argentina, all'epoca, è un paese in piena espansione, pieno di immigrati italiani che ricordano i sapori di casa.

Il Fernet, con la sua potenza e il suo sapore inconfondibile, poteva essere un successo.

E lo fu.

Ma la vera svolta arriva negli anni '90.

Quando gli argentini scoprono una cosa che gli italiani non avevano mai considerato: mescolare il Fernet con la Coca-Cola.

Per un italiano tradizionalista, mettere il Fernet nella Coca-Cola è un sacrilegio.

È come mettere il ketchup sulla pasta.

È come bere il Barolo con la gassosa in un bicchiere di plastica.

Ma gli argentini non hanno questi complessi.

Prendono un bicchiere alto, lo riempiono di ghiaccio (tanto ghiaccio, siamo a Buenos Aires, fa caldo), ci versano il Fernet fino a riempire un terzo del bicchiere, e poi aggiungono la Coca-Cola.

Freddissima.

Possibilmente in bottiglia di vetro .

Il risultato è una bomba: l'amaro del Fernet si sposa con la dolcezza caramellata della Coca, le bollicine puliscono il palato, il ghiaccio lo rende bevibile anche a 40 gradi all'ombra.

È dissetante, è forte, è perfetto per l'aperitivo.

Oggi, in Argentina, il Fernet con Coca è la bevanda nazionale.

Si stima che il 70% del Fernet prodotto nel mondo venga consumato in Argentina .

Ogni anno, gli argentini bevono 70 milioni di litri di Fernet, 50 milioni di bottiglie, 5 litri a testa.

Quanto sopra ricavato con la collaborazione dell'AI.. roba da far sembrare gli italiani degli astemi bevitori di H2O.

Ed ecco il paradosso.

Il Fernet nasce a Milano.

È italiano.

È prodotto dalla Branca, che è italiana.

Eppure, in Italia, il Fernet lo bevono solo:

  • I milanesi veraci, quelli che ancora vanno all'osteria e lo prendono dopo il caffè

  • I barman che lo usano nei cocktail

  • Quattro vecchi pirla con la barba bianca che ricordano vecchi tempi quando andavano a trovare la zia Teresa.

Il grosso della produzione?

Finisce in Argentina.

Gli argentini hanno fatto del Fernet la loro bandiera, il loro simbolo, la loro ragione di vita. Noi italiani l'abbiamo inventato. Loro lo hanno reso immortale.

C'è una lezione di marketing, in tutto questo, ma non è il caso di approfondire.

Nel 2022, la Branca ha vinto una battaglia legale importante: l'ufficio dell'Unione Europea per la proprietà intellettuale ha riconosciuto al marchio il diritto di usare in esclusiva il termine "Milano" sulle etichette dei propri prodotti .

La motivazione?

"L'abbinamento di Milano all'idea di Fernet deriva proprio dalle capacità di Bernardino Branca".

Tradotto: se dici Fernet, pensi a Milano.

Se dici Milano, pensi al Fernet.

Quindi nessun altro può usare quel nome.

È una vittoria che sembra scontata, ma non lo è.

Perché negli anni sono nati decine di imitatori tipo il Piretti di Atessa, di "Fernet alternativi", di "amari alla milanese".

La Branca ha dovuto lottare per difendere il suo primato.

E alla fine ha vinto.

Il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio (patrono di Milano), si celebra il Fernet-Branca Day.

Non è una festa nazionale, ma a Milano lo è.

I locali offrono Fernet a prezzi stracciati, i milanesi veri lo ordinano dopo ogni pasto, e per un giorno la città si tinge di nero.

È un rito laico, ma con qualcosa di religioso.

Perché il Fernet, a Milano, è più di un amaro.

È un'identità.

È il sapore della città, della sua storia, della sua capacità di resistere al tempo e alle mode.

Se passate da Sesto San Giovanni, a due passi da Milano, potete visitare il Ristorante Fernet Branca

. Non è un ristorante qualsiasi: è un locale storico, legato alla fabbrica, dove si mangia la vera cucina milanese e si beve, ovviamente, Fernet in tutte le salse.

E poi c'è il Parco della Distilleria, un'area verde nata intorno allo stabilimento, dove ancora oggi si producono i liquori.

È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe officinali e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra uscito da un'altra epoca.

Qual è il modo giusto di bere il Fernet? E mo te lo dico:

  • Liscio, dopo caffè: il rito dei veri. Un bicchierino, rigorosamente piccolo, rigorosamente freddo (ma non ghiacciato), rigorosamente dopo il caffè. Si beve in un sorso, come una medicina, e ti pulisce lo stomaco meglio di qualsiasi digestivo industriale.

  • Con ghiaccio e scorza d'arancia: per chi vuole allungare il momento, per chi lo tratta come un whisky, per chi ha tempo e voglia di assaporare le sfumature.

  • Fernet con Coca: versione argentina, da provare almeno una volta nella vita, magari in un'estate calda, magari dopo un pasto pesante.

  • Nel cocktail: il Fernet è un ingrediente potentissimo, usato dai barman per dare profondità e amarezza a drink complessi. Il Fernet and Coke (quello vero, con la Coca, non con la soda) è un classico dei bar di tutto il mondo.

C'è una curiosità che pochi conoscono.

Nella gamma Branca esiste anche un "Misto", un amaro più leggero, meno aggressivo, pensato per chi vuole avvicinarsi al mondo del Fernet senza farsi male .

Ha una gradazione alcolica più bassa (intorno ai 20 gradi invece dei 40 del classico) e un sapore più dolce, più rotondo.

Se il Fernet classico è una martellata in testa, il Misto è un colpo di tappeto. Fa male lo stesso, ma con più stile.

Il Fernet-Branca è il re, ma non è l'unico. Esiste un altro Fernet, prodotto dalla Stock, che in alcuni paesi (soprattutto in Argentina) è una valida alternativa.

Il Fernet Stock è nato a Trieste nel 1884, prodotto da Lionello Stock (un altro imprenditore italiano con la testa sulle spalle).

La differenza? Il Fernet Stock è leggermente più dolce, meno erbaceo, più "morbido" del Branca.

Gli argentini lo adorano quasi quanto l'originale, e in alcune regioni (come Córdoba) è addirittura preferito.

La guerra tra i due Fernet è una di quelle guerre sotterranee, che non si vedono ma si sentono.

Nei bar di Buenos Aires, ordinare Fernet Branca o Fernet Stock è una scelta politica, quasi esistenziale.

E guai a sbagliare.

Esiste anche un Fernet scozzese?

Quasi.

C'è un amaro prodotto in Scozia che si avvicina al concetto di Fernet, ma non è la stessa cosa.

I britannici hanno una tradizione diversa di amari, più legata ai bitter da cocktail (come l'Angostura) che ai digestivi da fine pasto.

Ma il Fernet, in Scozia, è conosciuto e apprezzato.

Soprattutto nei bar di Edimburgo e Glasgow, dove i barman lo usano per dare carattere ai loro drink.

Perché il Fernet è una di quelle cose che, una volta che le scopri, non puoi più farne a meno.

Mettiamo i puntini sulle i.

Che sapore ha il Fernet?

Se lo bevi veloce, senza pensarci, senti solo amaro.

Un amaro potente, quasi aggressivo, che ti prende la lingua e non la molla più.

Se lo assaggi con calma, cominci a distinguere le note:

  • Menta: fresca, pungente, quasi balsamica. È la prima cosa che senti, quella che ti pulisce il naso.

  • Rabarbaro: amaro, terroso, che sa di radici e di terra bagnata.

  • Liquirizia: dolce-amara, che arriva dopo, quando l'amaro iniziale si è attenuato.

  • Cacao: tostato, amaro, quasi cioccolatoso. È la nota più complessa, quella che rende il Fernet unico.

  • Erbe alpine: genziana, achillea, camomilla, che affiorano qua e là come ricordi lontani.

È un sorso che cambia, che si evolve, che non sta mai fermo.

Un po' come Milano: apparentemente grigia e dura, ma piena di sfumature per chi sa guardare.

Il Fernet classico ha una gradazione alcolica del 39%.

Non è poco.

Non è robetta da aperitivo.

È roba da dopocena, da fine pasto, da momento in cui vuoi qualcosa che ti "sistema" lo stomaco e ti ricorda che esisti.

I 39 gradi non sono casuali: sono il risultato di una distillazione che preserva le proprietà delle erbe senza renderle troppo aggressive. Ma per un palato non abituato, possono essere una bella botta.

Ecco perché gli argentini lo tagliano con la Coca.

Ecco perché i milanesi veri lo prendono in bicchierini piccoli, quasi da liquore.

Perché il Fernet non si scherza.

Il Fernet è roba seria.

Alla fine, cos'è il Fernet?

È un amaro milanese nato nell'Ottocento per curare lo stomaco e diventato, quasi due secoli dopo, un simbolo globale.

È un liquore che gli italiani hanno dimenticato e gli argentini hanno fatto proprio.
È un sapore che divide, che non lascia indifferenti, che o ami o odi.
È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe segrete e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra fermo nel tempo.
È un rito, un'identità, un modo di dire "io sono di Milano" senza doverlo spiegare.

Se non l'hai mai provato, fallo.

Ma fallo bene.

Non con la Coca, non col ghiaccio, non dopo una pizza qualsiasi. Fallo dopo un vero pranzo milanese, dopo una cotoletta e un risotto, dopo un caffè forte.

Prendi un bicchierino, versalo freddo, bevilo in un sorso.

E poi dimmi se hai capito.

Probabilmente no.

Ma va bene così.

Il Fernet non si capisce. Si vive.

Appendice Tecnica: Come Berlo (Le Regole Non Scritte)

Il Bicchiere

Quello da liquore, piccolo, panciuto. Non il tumbler, non il calice. Il bicchierino da nonna.

La Temperatura

Freddo, ma non ghiacciato. Dieci minuti in frigo sono l'ideale. Se lo metti in freezer, diventa troppo denso e perde le sfumature.

Il Momento

Dopo caffè. Sempre. Mai prima del pasto (a meno che tu non voglia rovinarti lo stomaco per il resto della serata).

La Quantità

Un dito. Non di più. Il Fernet non si beve a litri.

La Regola d'Oro

Se ordini un Fernet in un bar e il barvendulo ti guarda strano, cambia bar. Se ordini un Fernet in un bar di Milano e il bartender ti fa un inchino, sei nel posto giusto.

Gradazione alcolica: 39%

Difficoltà di approccio: Altissima

Probabilità di diventarne dipendenti: Bassa (perché dopo il primo, il secondo è una sfida)

Numero di erbe segrete: Oltre 40 (e non le saprai mai) e con questo spero di aver spiegato al Piretti come mai non ho gridato alleluja dopo aver assaggiato il declamato Vallaspra parente del SanPasquale.