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Si vis Pacem parabellum (If you wish for peace, prepare for war)e' parodiata da questo (si vis penem Paraculum)Fostivi tu mai? Se l'ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della mia subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze, allora io rappresenterei l'autofrasi della sintomatica contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca. Haccene piu' di millanta da togo tuentinain nick di carlo bonzi.
Caro parrucchino, quando non ci sarai più (non mi riferisco ai 50 milioni di dollari che i beduini hanno messo come taglia per farti secco) io tornerò a riempire il blog con l'informatica.. ma veniamo ad oggi, 19 maggio 2026.
La nuova offensiva che avrebbe dovuto riaprire le ostilità tra Stati Uniti e Iran è stata sospesa all'ultimo momento (o come dice ciuffo ribelle di esser arrivato ad un'ora prima dell'apocalisse).
Un copione già visto e rivisto graze all'idiota.
Sto fuori di melone ha dichiarato di aver rinviato l'attacco "molto grosso" che era stato preparato, accogliendo la richiesta dei leader di Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e la badante Nataline.
Secondo parrucchino, i paesi del Golfo si sono detti fiduciosi su un possibile progresso nei negoziati dei prossimi giorni, tanto che l'idiota ha commentato: "Se possiamo fare a meno di bombardarli all'inferno, ne sarei molto felice".
È l’ennesimo stop-and-go in questo conflitto, l’ennesima volta che i toni truci della diplomazia coercitiva lasciano il posto a improvvisi atteggiamenti concilianti.
Ma a motivare questo dietrofront non è solo la richiesta degli alleati regionali: il vero motivo è che l’America non può più permettersi questa guerra.
Il conto è salatissimo, e i magazzini delle munizioni strategiche sono arrivati al limite.
Il costo finanziario del conflitto ha raggiunto cifre astronomiche.
Secondo le testimonianze del Pentagono davanti al Congresso, la guerra contro l’Iran è già costata circa 29 miliardi di dollari, di cui ben 24 miliardi solo per sostituire e riparare le munizioni consumate.
Fijò son palanche queste..
Ma queste cifre ufficiali raccontano solo una parte della storia.
Nei primissimi giorni dell’operazione "Epic Fury", gli Stati Uniti e i loro alleati hanno letteralmente bruciato riserve di munizioni che richiederanno anni per essere ricostituite.
Nei primi quattro giorni di combattimenti, secondo stime di istituti di ricerca indipendenti, le forze americane hanno impiegato più missili intercettori Patriot di quanti ne fossero stati forniti all’Ucraina in quattro anni di guerra.
Il consumo è stato talmente intenso che, come raccontano i funzionari del Pentagono, si è dovuto razionare l’uso dei sistemi più preziosi, e la produzione annuale di un missile come il Tomahawk equivale oggi a quello che viene consumato in pochi giorni di combattimento.
Il problema, però, non è solo il costo in dollari, ma la rapidità con cui gli arsenali americani si stanno svuotando.
Gli esperti del Center for Strategic and International Studies hanno calcolato che in sette settimane di guerra l’esercito americano ha consumato almeno il 45% dei suoi nuovi missili PrSM (Precision Strike Missile), oltre la metà degli intercettori THAAD, quasi la metà dei Patriot PAC-3 e circa un terzo dei Tomahawk.
Sticazzi che spreco..belandi.
Il senatore Mark Kelly, ex astronauta e pilota della Marina, ha riassunto la situazione con parole drammatiche: "Abbiamo consumato un sacco di munizioni, e questo significa che il popolo americano è meno sicuro, sia che si tratti di un conflitto nel Pacifico occidentale con la Cina o altrove" .
Per rendersi conto della gravità della situazione, basti sapere che il Pentagono ha dovuto sospendere le consegne di alcuni tipi di munizioni ai paesi baltici perché semplicemente non ce n’erano più in magazzino neanche con l'intervento di San Giobatta assiema a Santa Intima di karinzia.
Questa crisi delle scorte aiuta a spiegare la facilità con cui l’amministrazione dell'idiota parrucchinato, passa dalle minacce più aggressive alla ricerca di una via d’uscita diplomatica.
Quando si pianifica una guerra, si pensa sempre che basti la superiorità tecnologica per piegare l’avversario in breve tempo.
Ma i beduini hanno resistito, e hanno trasformato il conflitto in quella che gli analisti chiamano una "guerra di logoramento".
A peggiorare le cose, c’è poi la dipendenza dalla Cina per molte delle materie prime critiche necessarie a produrre nuove munizioni: una situazione paradossale in cui, come è stato notato, per ricostituire gli arsenali svuotati contro i beduini, Washington avrebbe bisogno del consenso di Pechino.
Te capì..bistecca.
Ma l'è minga finida, il prezzo più alto che gli Stati Uniti stanno pagando non è solo economico o militare: è un prezzo in termini di immagine e credibilità.
Per decenni, l’America ha fatto affidamento sulla sua capacità di proiettare potenza in ogni angolo del mondo, e i suoi alleati hanno basato la loro sicurezza sulla promessa implicita di un intervento tempestivo.
Oggi, però, quella promessa suona sempre più vuota.
I paesi del Golfo, che per primi hanno chiesto all'idiota di fermare l’attacco, hanno visto con i propri occhi che la superpotenza non è in grado di proteggerli senza prosciugare i propri arsenali e mettere a rischio la propria posizione globale.
Il risultato è che l’ordine globale si sta rapidamente riorganizzando attorno a un mondo in cui la potenza americana non è più l’unico riferimento.
E se ci fosse una guerra in cui potremmo esser coinvolti, l'America sarà dalla nostra parte?
Boh..
Bella domenica, il buon Sinner si è cuccata una nuova vincita in quel di Roma ed ha completato la tennistata domenicale italica che ha visto vincere pure il doppio e quindi mi faccio portare a casa una buona pizza, apro il pc e sto per ordinarla quando vedo delle recensioni negative che mi lasciano perplesso.. vedi il sottostante scontrino e facciamoci un post sopra...
Vedo due pizze e una birra per 27 eurini, lo so che chi ha messo il feedback, al tempo delle Lire se la cavava con un cartamoneta da 10.000 mentre ora ne paga 54.000 e che il suo stipendio è pressochè lo stesso.. ma c’è un termometro, in Italia, che misura la febbre del costume nazionale in modo molto più fedele di qualsiasi sondaggio politico.
È lo scontrino pazzo, la ricevuta che il cliente fotografa e posta sul Web con un mix di indignazione e incredulità, e che nelle ventiquattr’ore successive diventa virale, commentata, condivisa, trasformata in un caso nazionale che per qualche giorno fa dimenticare il caro energia, la crisi di governo e persino i morti in mare in quel di Malè o l'incidente di Modena.
Il termometro continua a bollire sin dal tempo delle vecchie lire, e la colonnina di mercurio è schizzata attraverso la storia della pizzeria che ha avuto l’ardire – o la follia – di far pagare un euro in più per una foglia di basilico aggiunta su una pizza margherita.
Un euro...sticazzi.
Una moneta che oggi, con l’inflazione che galoppa, ti compra mezza bottiglia d’acqua al supermercato o un caffè al bancone se il barista è di buon umore.
Ma che, nella testa del cliente indignato e nei commenti dei suoi seguaci digitali, è diventata il simbolo di tutto ciò che non va nel paese: la furbizia, il rincaro occolto, la mancanza di rispetto per il consumatore, l’azzardo morale di chi prova a trasformare l’ingrediente più elementare della cucina italiana in un extra a pagamento.
“Ma il basilico fa già parte della margherita”, tuonano i commentatori. “
L’euro in più è totalmente fuori luogo, E il più radicale di tutti: “Da domani ce lo portiamo da casa e vaffanculo ai pizzifrici”.
Ora, un corrispondente che ha attraversato guerre e carestie potrebbe essere tentato di liquidare la vicenda come una bolla di sapone, una di quelle tempeste in un bicchiere d’acqua che popolano i pomeriggi Sinneriani della rete.
Ma sarebbe un errore, perché lo scontrino pazzo è un fenomeno sociale profondo, che tocca nervi scoperti del rapporto tra italiani e consumo, tra aspettativa e realtà, tra il diritto a non essere “presi per il culo ” e la necessità, per chi lavora, di far quadrare i conti in un’economia che non perdona.
La pizzeria che ha rilasciatolo scontrino, secondo quanto si legge sulla ricevuta pubblicata, ha applicato un supplemento di un euro per “aggiunta basilico” su una pizza margherita che di base il basilico ce l’ha già – come la pasta alla carbonara ha il pecorino e la pizza marinara l’aglio.
È come se un ristorante facesse pagare extra per il sale sulle patatine fritte, o per il limone nella spremuta.
La scelta è talmente grottesca che si fa fatica a credere che non sia un errore, un refuso del sistema di cassa, una provocazione artistica.
E invece no e sapete cosa ne pensa il titolare pizzardo: “Il basilico sulla margherita è incluso, ma se il cliente ne vuole di più, è un extra”.
Traduzione: una foglia è gratis, due foglie si pagano.
Una logica che, portata alle estreme conseguenze, trasformerebbe ogni piatto in una lista di voci a sé: pane, olio, sale, pepe, la forchetta, il tovagliolo, l’aria condizionata, la sedia.
Ma questo caso non è isolato.
È solo l’ultimo capitolo di una saga che si ripete con puntuale regolarità, da quando i social network hanno dato voce al consumatore incazzato.
Chi non ricorda l’euro per il ghiaccio nella bevanda fresca, o i 50 centesimi per il “servizio al tavolo” nelle sagre di paese, o il supplemento “coperto” che in alcune località turistiche ha raggiunto cifre da ristorante stellato? Ogni tanto, scatta la caccia allo scontrino incriminato, la gara a chi posta la ricevuta più clamorosa, il dibattito nazionale su ciò che è giusto e ciò che è abuso.
E puntualmente, a emergere, è una verità scomoda che nessuno vuole ammettere: l’Italia è un paese in cui il rapporto tra cliente ed esercente si è incrinato, forse irreversibilmente, e dove la diffidenza reciproca ha sostituito la fiducia.
Il cliente pensa che il pizzaiolo voglia fregarlo.
Il pizzaiolo pensa che il cliente voglia approfittare.
E in mezzo, una foglia di basilico diventa il casus belli di una guerra che non si combatte a colpi di missili, ma a colpi di post su Facebook e recensioni su TripAdvisor.
C’è poi un altro livello di lettura, più amaro e strutturale.
La foglia di basilico a un euro è ridicola, certo, ma è ridicola perché si inserisce in un contesto di rincari generalizzati che hanno reso il consumo fuori casa un lusso per molti italiani.
Se ci fate caso, negli ultimi tre anni, il costo di una pizza margherita è aumentato mediamente del 30 per cento, passando da 5 a 6,5 euro in molte città e addirittura sfiorando gli 8-9 euro nei centri storici turistici.
Il pane, l’acqua, il coperto, il servizio: tutto è lievitato più dell’inflazione, perché i ristoratori si sono trovati a dover assorbire aumenti record delle materie prime, vedi guerra Ukraina e dazi del parrucchino giallo, dell’energia, della manodopera.
E in questa pressione, alcuni – i meno avveduti, i più disperati – hanno cominciato a inventarsi voci di costo assurde, come il basilico extra, nella speranza di recuperare quei pochi centesimi che mancano per arrivare a fine mese.
Il risultato, però, è controproducente: il cliente non vede la crisi del ristoratore, vede solo il tentativo di essere inchippettato.
E la reazione, come sempre, è la fuga: da domani il basilico me lo porto da casa, e domani cambio pizzeria, e domani vado a mangiare altrove, e alla fine, dopo aver rovinato la reputazione dell’esercente con una cattiva recensione, mi ritrovo a pagare la stessa cifra per una pizza peggiore in un locale che magari ha avuto l’accortezza di nascondere l’extra nel prezzo finale.
E allora, cari ragazzi, la morale di questa storia non è dalla parte del cliente incavolato né dalla parte del pizzaiolo spremuto.
La morale è che l’Italia, paese del mangiar bene e del turismo di massa, ha perso la misura delle cose.
Un euro per una foglia di basilico è una follia, ma gridare allo scandalo come se fosse un crimine contro l’umanità è un’altra follia. Perché queste micro-tragedie quotidiane, di questi conflitti di vicinato che esplodono sul web e si spengono dopo tre giorni, quando arriva la prossima indignazione a prendere il posto della precedente.
Intanto, la pizzeria che ha emesso lo scontrino.. farà le sue scuse, o non le farà, e i clienti continueranno ad andarci o smetteranno.
E la foglia di basilico, quella povera foglia verde che non ha chiesto nulla a nessuno, continuerà a essere il simbolo di un paese che non sa più distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è solo fastidioso.
Se avessi un consiglio da dare al pizzaiolo, sarebbe questo:
togli l’addebito del basilico, alza il prezzo della margherita di un euro, e spiega ai clienti che l’aumento è dovuto al costo dell’energia e della farina.
Qualcuno si lamenterà lo stesso, ma almeno non lo farà per una foglia.
Oggi non punto la penna su parrucchino ribelle ma vedendo cosa sta capitando sulle navi di crociera mi torna alla mente la storia dei vaccini e posto la vicenda con relativa MIELITE che è capitata nelle mie vicinanze in merito alle inoculazioni imposteci.
C’è una verità, nel diritto farmaceutico, che i comunicati stampa e le conferenze dei governanti hanno sempre cercato di seppellire sotto valanghe di rassicurazioni: i vaccini, come tutti i farmaci, possono fare male.
Non sempre, non spesso, non alla maggioranza.
Ma a volte, in corpi predisposti o semplicemente sfortunati, innescano reazioni che nessun trial clinico, per quanto vasto, può predire ed evitare.
La Corte d’Appello di Torino, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha appena ricordato questa verità banale e insieme rivoluzionaria, confermando il nesso causale tra il vaccino anti-Covid di Pfizer-BioNTech e la mielite trasversa che ha colpito una commerciante di 57 anni di Alba .
Non solo ha respinto il ricorso del Ministero della Salute, ma ha ribadito un principio che la divulgazione di massa ha troppo spesso oscurato: i vaccini, come tutti i farmaci, possono comportare reazioni avverse anche gravi .
La storia è, nelle sue linee essenziali, la fotografia di un dolore amministrato con lentezza burocratica.
La donna, titolare della tabaccheria che era di mia figlia Patrizia, ricevette due dosi del siero Comirnaty il 7 e il 28 aprile 2021 .
Poco dopo, il corpo le si è rivoltato contro.
Una mielite trasversa – infiammazione del midollo spinale – le ha tolto la possibilità di camminare, trasformando la vita in una lotta quotidiana contro la paralisi .
I medici dell’ospedale di Orbassano, i primi a visitarla, non esclusero il "ruolo scatenante vaccinico" .
Ma dal sospetto clinico alla certezza giudiziaria il passo è lungo, costellato di consulenze tecniche, perizie e lo stillicidio di un contenzioso che ha visto il Ministero della Salute opporsi con la tesi, apparentemente solida, di una patologia autoimmune preesistente .
Il Tribunale di Asti, in primo grado, e ora la Corte d’Appello di Torino, hanno smontato questa difesa con la precisione del chirurgo.
Il giudice di appello ha scritto nero su bianco che l’assetto autoimmune della donna "non poteva configurare una causa alternativa, ma solo un eventuale terreno favorente l’evento immunomediato post-vaccinale" .
In altre parole: se hai una predisposizione, non è colpa tua se il vaccino – che doveva salvarti – ti ha fatto ammalare.
La consulenza tecnica d’ufficio, giudicata "completa" e condotta "secondo il parametro della preponderanza dell’evidenza", ha attestato senza ombra di dubbio la sussistenza del nesso causale .
Il Ministero della Salute ha perso, e dovrà pagare l’indennizzo previsto dalla legge 210 del 1992, quella che tutela i danneggiati da vaccinazioni obbligatorie e raccomandate .
Tanto so come andrà a finire.. io aspetto ancora dopo 25 anni il risarcimento per ReteMia che per lo Stato Italiano nella persona del ministro Gasparri esiste una ingiunzione data da due Giudici nazionali ed internazionali.
E qui si innesta la parte più amara, quella che trasforma una vittoria individuale in una sconfitta collettiva.
L’avvocato Stefano Bertone, che assiste la donna insieme ai colleghi Renato Ambrosio e Chiara Ghibaudo, ha rilasciato una dichiarazione che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore la salute pubblica: "Moltissime italiane e moltissimi italiani ignorano che il loro danno grave alla salute possa essere conseguenza del vaccino" .
La frase è agghiacciante non perché riveli una verità nascosta, ma perché fotografa un fallimento comunicazionale ed etico.
Durante la pandemia, la narrazione dominante – giustamente preoccupata di contrastare il movimento no-vax – ha finito per veicolare "il messaggio di posizioni infondate, con il rischio di influire anche sulla percezione dei consulenti nei processi" .
In sintesi: per paura di alimentare i complottisti, si è negata la realtà statistica degli eventi avversi.
E chi oggi si ritrova con una paralisi o una neuropatia non sa nemmeno di poter chiedere giustizia.
I numeri dicono che non si tratta di casi isolati.
Lo studio Ambrosio & Commodo, dopo la sentenza di primo grado, ha ricevuto almeno tre nuove segnalazioni alla settimana .
A livello mondiale, al 2024 sarebbero state accolte almeno 36mila domande di indennizzo, con percentuali di accoglimento che nei Paesi europei variano dall’11 al 30% dei casi analizzati .
Non sono numeri da pandemia, ma sono numeri da carneficina silenziosa.
Perché ogni domanda accolta è una vita spezzata, un corpo che non torna indietro.
La sentenza della Corte d’Appello di Torino, dunque, non è solo un atto di giustizia per una commerciante di Alba.
È un atto di verità che costringe il sistema – il Ministero, l’Aifa, la comunità scientifica – a fare i conti con le proprie omissioni.
I vaccini a mRna hanno salvato milioni di vite, e nessuno metterebbe mai in dubbio il loro rapporto beneficio-rischio.
Ma la scienza, quando è onesta, non tace gli effetti collaterali.
Li studia, li quantifica, li gestisce.
La divulgazione, quando è responsabile, non li nasconde per paura di fornire armi ai negazionisti. Li spiega, li contestualizza, e indica le vie di risarcimento per chi ne è stato colpito.
In Italia, questa strada è stata solo abbozzata. La legge 210/1992, che copre i danni da vaccinazione, è stata estesa ai vaccini anti-Covid solo nel 2022 .
Ma l’estensione normativa non basta se manca la consapevolezza dei cittadini.
E la consapevolezza, oggi, è una vittima collaterale della guerra culturale che ha diviso il paese tra pro-vax e no-vax, come se la scienza potesse essere una bandiera e non un metodo.
La Corte d’Appello di Torino, con il suo verdetto, ha ricordato che la verità sta nel mezzo: i vaccini sono sicuri ed efficaci, ma non sono innocui.
E l’innocenza, in medicina, non esiste.
Esistono solo rischi calcolati e danni da risarcire.
Nel mio caso, essendo stato obbligato a fare la vaccinazione, quando sono andato al Centro di Caselle TO mi son letto la carta che avrei dovuto firmare e alla voce di “manleva” verso chi mi aveva obbligato e cuccarmi il vaccino non ho firmato e quindi non mi hanno fatto la vaccinazione AstraZenega.
Poi alla fine per poter continuare a vivere son capitolato sul Pfizer e tutte le varie patologie che mi son cascate addosso tipo battiti cardiaci che nella mia vita erano stati sempre bassissimi hanno cominciato ad aumentare di frequenza, non avevo mai sudato ed ho incominciato a sudare, mi son apparsi dei puntini sulla pelle ed hanno dato la colpa all'esposizione solare (io che ci son sempre stato 24 su 24).. tutto questo dopo esami medici (io che non conoscevo manco il medico di famiglia).. insomma se tutto va bene..siamo rovinati e motiviamo tutto questo all'avanzare degli anni e vadano a fc ma se torniamo ai vaccini e alla mascherina, farò la fine del dr.Delicati mio ex medico di famiglia NoVax a cui hanno tolto l'abilitazione e rovinata la vita ma non la dignità.
Allora mi sento accumunato al Kimi Antonelli in quanto per Lella non posso andare in autostrada per recarmi al mare...
Sono 800 km che io mi faccio come quando facevo rally e quindi ci do' dentro ma se per me è normale, per Lella no e vive male quelle 8 ore di corsa e dopo gli ultimi due incidenti che ci sono capitati non se la sente di fare questo percorso in auto e quindi ecco il perchè ho dovuto cambiare il mezzo per raggiungere la casa marina.
Cari ragazzi son messo davvero male, anzi malissimo e cazzo può capitare aver incidenti di percorso no?
Il primo incidente è stato in galleria.. ma mi chiedo se è colpa mia il fatto che non c'erano luci accese e son passato dalla luce forte del giorno al buio tetro del tunnel e non ho visto la via d'uscita.. ma anziché dirmi bravo che son riuscito a tornare sulla strada dopo aver sbattuto contro la parete e poi bravo ancora a fare gli ultimi 90 km con ruote piegate ma siamo riusciti ad arrivare alla casa marina mi son sentito classificare incoscente...e che dire del secondo incidente successo mentre sorpassavo camion il bastardo mi ha stretto contro la parete divisoria facendomi entrare nella buca di scolo acqua e son volato davanti all'autocarro schivando le vetture delle altre corsie e atterrando in corsia d'emergenza.. e siamo comunque arrivati a casa... quindi bravo no?
E per finire è colpa mia se la frizione e' saltata a 600km da casa e invece di dirmi bravo che son arrivato sino casa senza frizione mi cazzia dicendo che sono irresponsabile..
Sono davvero incompreso (la Lella dice incompiuto) e mi accomuno al Kimi in quanto pur essendo leader Formula 1 hanno sospeso la patente dopo l'incidente avvenuto per eccesso di velocità a SanMarino nel mese di febbraio.. quindi lui puo' correre in pista ma fuori deve essere accompagnato da un familiare.. e io invece sarò accompagnato da Trenitalia col Frecciarossa.
Quindi in conclusione, mi vedrete arrivare in treno e per me è un epilogo che non avrei mai voluto avere...
Fortunatamente ho dei cari amici marini che mi metteranno a disposizione una delle loro vetture per il periodo marino ma ciò non toglie che un pezzo del mio cuore se ne sta andando assieme alla mia fedele auto, compagna di viaggi utilizzata solo per il trasferimento nella casa marina che tanto non mi servirà più.
Mi presento e sono la Lella di cui sopra e grazie al fatto che Carlo non chiude mai il computer e sfortunatamente per lui vedo i suoi lavori, ho letto questo suo scritto e vorrei aggiungere una mia pezza giustificativa che dimostri il perchè sono contro al viaggio fatto in auto per recarci a Casalbordino Lido.
Prima cosa prima di partire mi viene un ansia che non potrete mai capire e vado con tranquillanti e vi spiego il perchè:
Carlo prende questo viaggio come faceva da giovane e per lui è una gara contro tutti che farebbe senza mai fermarsi sintanto che il serbatoio non lampeggia rosso e il che vuol dire che se devo andare in bagno devo seguire i suoi ritmi ovvero ore e ore con la vescica che scoppia e per strada non vuole avere gente davanti e se non si sposta lui sta attaccato sino a quando non si spostano e se per caso trova qualche persona del suo tipo allora è una gara e io sempre col fiato in sospeso ed se per caso lui è in attesa che si sposti l'auto di fronte e qualcuno dietro lampeggia è finita, la fa sorpassare e poi si ficca dietro al sedere e non molla e questo non è per pochi metri ma per diversi km e io sempre in ansia e quando dico di andare piano mi risponde che deve scaricare i carburatori.
Gli incidenti che ha descritto sopra sono capitati negli ultimi due anni e io ho deciso di non andare al mare utilizzando l'auto, abbiamo tutto nella seconda casa e anche l'auto che la nostra amica Monica ci mette a disposizione. Ci tenevo a farvi capire perchè non voglio andare al mare utilizzando l'auto ed è anche per il bene che voglio a lui evitandogli di avere ulteriori incidenti e ringrazio Dio che ci siamo salvati ma non vorrei insistere nella fortuna e benvenga il viaggio con treno.

Perdonatemi, oggi avevo deciso di dimenticare parrucchino e di mettere post inerenti all'informatica e così ho fatto.. ma poi mi è arrivato un whatsapp di un amico che è a Roma per il Sinneraggio che mi ha allegato la foto di cui sopra a cui ho risposto con queste altre due foto.
Ma il problema di raccontare la stupidità umana in tempo reale è che si rischia di rimanere senza aggettivi ma giocoforza torno a parlare del parrucchino (a qualcuno devo dare la colpa no?).
Ogni volta che si crede di aver toccato il fondo, qualcuno – un politico, un elettore, un miliardario con la tintura arancione – prende una trivella e scava un po' più in profondità.
Eccoci dunque a parlare di crisi alimentare, di rincari del mais delle ciliege e del cacao, di conti che non tornano e di famiglie che stringeranno la cintura di un'altra tacca, mentre il signor Donald Trump, novello Caligola in pantaloni cargo, continua il suo personale progetto di smantellamento degli equilibri planetari con la grazia di un elefante in un negozio di porcellane.
Ma non commettiamo l'errore di attribuirgli da solo tutto il merito del disastro: i suoi elettori, quelli che lo hanno rimesso alla Casa Bianca con l'entusiasmo di chi firma per un'ora di reality show senza fine, sono compartecipi necessari.
E a loro, ai mortacci di tutti loro (detto da un longobardo non sembrerebbe una brutta parola.. ma letto al centrosud cambia tutto vero?), va dedicato questo pezzo.
Partiamo dalla sostanza, perché il lamento populista è sterile senza dati.
La guerra in Medio Oriente, che Trump (come avrete notato, evito di chiamarlo parrucchino per non offendere quest'ultimo) ha contribuito a riesumare dal sepolcro con la leggerezza di chi sposta una pedina senza curarsi del terremoto, si sta già mangia i raccolti del mondo. Non direttamente, si capisce: non ci sono ancora bombe sulle piantagioni di caffè del Brasile o sui campi di grano e sulle piante di ciliege della pianura Padana.
Ma il rasoio di Occam applicato all'economia globale ci dice che quando si blocca uno stretto – Hormuz, in questo caso, quel sottile ombelico del Golfo Persico – si blocca anche il respiro dei mercati. Le rotte delle navi si allungano, i costi di trasporto esplodono, le assicurazioni raddoppiano le tariffe, e alla fine il rincaro lo paga l'ultimo anello della catena: tu, che leggi, e il caffè che berrai domani mattina pagandolo il venti per cento in più rispetto a ieri. Cristina Scocchia, amministratore delegato di Illycaffè, ha usato l'espressione “tempesta perfetta”.
Non è una trovata pubblicitaria.
È una diagnosi cazzo.
E la diagnosi si compone di almeno tre fattori, che sarebbe ingenuo separare perché nella realtà si avvitano l'uno nell'altro.
Il primo è geopolitico: la decisione americana di sostenere Israele senza la minima mediazione, unita all'idea che l'Iran si possa sconfiggere con le sanzioni e i droni, ha portato a una reazione a catena.
Le milizie Houthi nello Yemen, per quanto discutibili, hanno imparato che colpire le petroliere nel Mar Rosso è un ottimo modo per farsi ascoltare.
Gli stretti si chiudono, le navi girano intorno all'Africa, e ogni giorno di navigazione in più brucia tonnellate di carburante che qualcuno deve pur pagare.
Il secondo fattore è climatico: il “super El Niño” di cui parlano i meteorologi non è una scusa da ambientalisti.
È un fenomeno atmosferico che altera i monsoni in Asia, prosciuga le riserve idriche in Sudamerica, trasforma i raccolti in polvere e fa cadere grandine grossa come noci a Casalcoso.
Mais, soia, grano: le basi della nutrizione umana e animale.
E infine il terzo fattore, il più invisibile e forse il più perverso: la speculazione finanziaria sulle materie prime.
Quando i mercati annusano l'instabilità, i fondi d'investimento si buttano sui futures agricoli come sciacalli.
Il prezzo sale non perché manchi il prodotto, ma perché si anticipa la mancanza eccezion fatta per ciliege.
E quella profezia si autoavvera.
Ora, l'italiano medio forse storce il naso: ma che c'entra Trump con il mio caffè?
C'entra minchia, eccome.
C'entra perché l'amministrazione Trump ha smantellato pezzo per pezzo la diplomazia multilaterale che teneva in piedi il fragile castello degli accordi commerciali.
Ha abbandonato il patto sul clima di Parigi, ha bucato il consiglio per i diritti umani dell'Onu, ha trasformato i dazi in un'arma di distrazione di massa.
E oggi, mentre il gas e il grano volano, i leader europei sono costretti a correre ai ripari da soli, come scolaretti rimasti senza bidello.
L'Europa, che già fatica a gestire l'inflazione post-pandemia, si trova ora a dover decidere se comprare i cereali dall'Ucraina (in guerra, ma amica) o dalla Russia (non amica, ma fornitrice affidabile). L'Italia, in particolare, importa grandi quantità di grano duro dal Canada e dagli Stati Uniti: se il dollaro resta forte e i raccolti americani diminuiscono per il clima impazzito, la pasta diventerà un lusso.
E la pasta, per questo paese, non è un alimento: è un'identità.
La Scocchia di Illycaffè parla di tempesta perfetta anche per un altro motivo: il cacao. Il cacao, materia prima di cui l'Europa è il maggiore consumatore mondiale, viene principalmente dall'Africa occidentale (Costa d'Avorio, Ghana).
Le rotte via Gibuti sono già intasate.
I prezzi del cacao hanno raggiunto massimi storici, e le grandi multinazionali del cioccolato iniziano a parlare di “ridimensionamento dei formati” (eufemismo per: paghi uguale, ma la tavoletta pesa meno e non parlo solo del Bennet di Caselle To).
Aggiungete il caffè, il cui mercato è in fibrillazione per i raccolti brasiliani compromessi dalla siccità, e avete il quadro completo: le piccole gioie quotidiane – la tazzina al bar, la merenda dei bambini, il piatto di pasta a pranzo – diventeranno sempre più piccole e sempre più costose.
Non è una previsione apocalittica: è matematica.
Ma c'è un livello più profondo di analisi, quello per la ricerca della verità scomoda.
La crisi alimentare imminente non è un incidente.
È il risultato di decenni di politiche agricole suicidarie, di specializzazione estrema delle colture, di dipendenza da poche rotte commerciali.
Abbiamo messo tutte le uova in pochi cesti – Ucraina per il grano, Brasile per la soia, Vietnam per il caffè, Indonesia per l'olio di palma – e ora che quei cesti vacillano per guerre o per clima, il mondo intero barcolla.
L'Europa, che pure ha una delle agricolture più avanzate al mondo, non è autosufficiente per molte materie prime.
L'Italia in particolare dipende pesantemente dalle importazioni.
E quando Trump minaccia di chiudere i mercati o di imporre dazi punitivi all'Europa (cosa che ha già fatto con l'acciaio e che potrebbe ripetere con l'agroalimentare), noi abbiamo poco da contrattare.
Siamo esposti, nudi, come un contadino senza granaio.
Il cetriolone tra le chiappe dei consumatori, per usare l'espressione colorita che campeggia nelle cronache, è destinato a diventare un cetriolone sempre più grosso.
E il bello – l'agghiacciante – è che la responsabilità è collettiva, ma le conseguenze sono individuali.
Chi ha votato Trump applaude ai dazi, applaude alla guerra commerciale, applaude al “l'America prima di tutto” senza capire che in un mondo globalizzato “prima di tutto” significa “prima di tutti gli altri, e poi gli altri si vendicano”.
E la vendetta, in economia, si chiama inflazione importata.
I grani americani diventano più cari per gli italiani.
I prodotti europei diventano più cari per gli americani.
I consumatori di entrambe le sponde dell'Atlantico pagano il conto di una politica fatta di slogan e di ego smisurati.
Gli agricoltori guardano il cielo: quest'anno l'inverno è stato troppo caldo, le piogge troppo scarse, le gelate primaverili troppo improvvise e per questo che mettono 30 euri al kg per ste ciliege.
Il cambiamento climatico – che Trump e i suoi seguaci chiamano ancora “bufala” – sta già facendo calare le rese dei nostri campi. Sommate la siccità nostrana alla chiusura degli stretti mediorentali, ai dazi americani, alla speculazione finanziaria, e avrete un cocktail esplosivo.
Il prezzo del pane, già aumentato del trenta per cento negli ultimi due anni, potrebbe fare un altro balzo.
E allora sì che vedremo scene di panico: non solo code ai distributori di benzina, ma code anche ai supermercati, con le famiglie italiane a fare incetta di farina e latte in polvere come ai tempi della guerra.
Solo che questa guerra non è contro un nemico identificabile.
È contro la stupidità organizzata, quella che si vota, che si applaude, che si difende con i meme sui social.
Gli elettori di Trump, quelli a cui vanno i mortacci di questo pezzo, spesso non hanno idea di cosa significhi la parola “multilateralismo” né di come funzioni un future sul grano.
Non gliene faccio una colpa: l'ignoranza non è un peccato, è una condizione.
Ma l'ignoranza che si trasforma in voto per un arancia meccanica della demagogia, quella sì, è una scelta.
E come tutte le scelte, ha conseguenze.
Oggi le conseguenze si chiamano crisi alimentare, e colpiranno prima i più poveri, quelli che già ora faticano ad arrivare a fine mese.
Ma colpiranno anche i ceti medi, quelli che votano con la pancia e che tra qualche mese si troveranno la pancia vuota.
La storia è ironica, quando non è crudele.
Non resta che aspettare.
Aspettare che il grano salga, che il cacao salga, che il caffè salga, e che qualcuno – forse un politico europeo meno coglione degli altri – provi a ricostruire quel che è stato distrutto.
Ma la ricostruzione richiede tempo, e il tempo è l'unica risorsa che non abbiamo perché l'orologio del clima e quello dei conflitti corrono veloci, mentre i politici corrono lenti.
Il caligola di Mar-a-Lago intanto posta, twitta, insulta.
Lui il caffè lo beve comunque, quello pagato con i soldi dei suoi resort.
Per il resto, come diceva un vecchio proverbio romano che i consiglieri comunali citano quando non sanno che pesci pigliare: “A fame è cattiva signora”.
E sta arrivando e la chiudo qui da incazzato come una iena e che ste ciliege possano marcire nel cesto.
10 maggio 2026
Chi ha detto che alla parata sulla Piazza Rossa non c'erano mezzi militari?
Bando alle ciance eccovi foto e videi.
La potenza militare russa c'era tutta alla parata sulla Piazza Rossa.
Aerei, carri armati, drone, missili, proprio tutto.
Eccoli qua in sfilata e non rompete i coglioni:
Aerei ultima generazione.
E c'erano anche i reparti meccanizzati:
Video originale (insistete e lo vedrete).
Smettiamola, quindi, di credere alla bieca propaganda occidentale.
Se avrete avuto difficoltà alla visione vi consiglio di pulire il vostro cell e vi spiego come..
aprite GOOGLE scrivete nella ricerca il numero 67 date l'invio e vedrete lo scrollo del video che farà sparire elementi esterni di programmazione e per confermare spegnete e riaccendete.. non ringraziatemi neh..
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