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domenica 7 giugno 2026

E lui dorme..cazzo.


C’è una forma di stanchezza che non si misura in ore di sonno ma in decenni di esposizione pubblica e Parrucchino, a quasi ottant’anni, ne offre ormai la rappresentazione più cruda che la politica americana abbia conosciuto dai tempi dell’anziano Reagan che, nel corso del suo secondo mandato, mostrava segni di disattenzione che i suoi portavoce attribuivano con crescente imbarazzo a «un momento di riflessione prolungata».

L’immagine che arriva dalla Casa Bianca nelle ultime ore – parrucchino seduto alla scrivania dello Studio Ovale, intento ad ascoltare una lunga serie di interventi tecnici sul futuro del carbone, la testa che si inclina lentamente da un lato, le palpebre che cedono al peso del pomeriggio.

Perché questo nuovo, piccolo episodio di sonnolenza presidenziale arriva all’indomani di un’audizione al Congresso in cui il segretario di Stato Rubio, con la solita compostezza da funzionario di carriera più che da ex rivale primario, ha smentito con fermezza che il tycoon si sia mai addormentato durante eventi ufficiali, definendo le numerose testimonianze in tal senso – alcune delle quali corredate da fotografie e video amatoriali – come «male interpretazioni di momenti di intensa concentrazione a occhi chiusi».

Ma stracazzo di che concentrazione parla sto pirla.

L’effetto combinato delle due sequenze, il sonno e la smentita, restituisce una dinamica classica del potere esecutivo nella sua fase declinante: più i segni fisici della fragilità diventano evidenti, più l’apparato della comunicazione presidenziale si sforza di negarli, e più ogni nuova prova rafforza la percezione contraria, in un circolo vizioso che alimenta l’umorismo popolare.

Ma occorre guardare oltre la cronaca per comprendere ciò che davvero distingue questo sonno alla scrivania da quello, per esempio, di un impiegato Iveco che si appisola dopo un pranzo pesante.

Parrucchino non è il primo leader anziano a cedere alla sonnolenza di fronte a briefing noiosi:

Roosevelt, già gravemente malato nel suo quarto mandato, si addormentava regolarmente durante le riunioni del gabinetto, ma l’informazione fu tenuta segreta fino alla sua morte per la complicità di un giornalismo che considerava la salute del presidente una questione di sicurezza nazionale e non di gossip politico.

Eisenhower, colpito da un infarto nel 1955 e da un ictus nel 1957, gestiva la sua fatica con un rigido programma di riposi pomeridiani che il protocollo trasformava in «momenti di studio personale».

Quel che è cambiato non è la fisiologia della presidenza, ma l’ecosistema mediatico in cui essa si muove: oggi ogni istante passato allo Studio Ovale può essere filmato da un telefono, ogni gesto analizzato da cento commentatori, ogni sospiro trasformato in un meme prima ancora che l’interessato abbia riaperto gli occhi.

La Casa Bianca di parrucchino, a differenza di quella di Roosevelt, non può contare su un establishment giornalistico che accetti di tacere per patriottismo; può contare solo sulla fedeltà dei suoi canali di comunicazione diretta e sulla capacità del presidente stesso di trasformare ogni debolezza in spettacolo, magari con un post su Truth Social in cui definirà il tutto «fake news della sinistra radicale».

Più interessante, in realtà, è la posizione di Rubio, chiamato a svolgere l’ingrato compito di mentire per procura – o, per usare un eufemismo diplomatico, di «offrire una versione alternativa dei fatti» – su un fenomeno che decine di testimoni oculari, inclusi alcuni consiglieri della Casa Bianca che hanno parlato in forma anonima a giornalisti investigativi, descrivono come ricorrente e non episodico.

Il segretario di Stato, un tempo candidato alla presidenza e teorico di un repubblicanesimo interventista e ideologico, sa perfettamente che la sua credibilità personale è ora legata alla sopravvivenza politica del presidente che serve.

Smentire un pisolino nello Studio Ovale è, nel grande schema delle menzogne di Stato, un’operazione minore, quasi veniale – non si tratta di nascondere una guerra, un’intercettazione illegale o un conflitto d’interessi multimilionario, ma di proteggere la superficie dell’immagine presidenziale dall’erosione della routine biologica.

E tuttavia, c’è in questa smentita una comicità involontaria che Rubio, uomo serio e ambizioso, non può non avvertire: il tentativo di negare l’evidenza del sonno trasforma il segretario di Stato in un personaggio da teatro dell’assurdo, costretto a sostenere che un uomo di quasi ottant’anni, sottoposto a stress cronico e a un’agenda massacrante, non chiuda mai gli occhi se non per «pensare più intensamente».

Ciò che l’episodio rivela, al di là della sua leggerezza apparente, è un dato strutturale della presidenza di parrucchino che raramente viene affrontato con la dovuta serietà: l’assenza di un meccanismo efficace per gestire la stanchezza e l’eventuale declino cognitivo di un comandante in capo che ha sempre fatto della resistenza fisica e della prontezza mentale un tratto distintivo della sua immagine pubblica.

I presidenti americani invecchiano, si ammalano, si affaticano – lo ha fatto Biden, lo ha fatto parrucchino stesso nel primo mandato, lo farà chiunque verrà dopo – ma il sistema politico degli Stati Uniti non ha mai sviluppato una procedura trasparente e non stigmatizzante per riconoscere questi limiti e adattarvi l’esercizio del potere.

Il Venticinquesimo Emendamento, che prevede la trasmissione temporanea dei poteri al vicepresidente in caso di inabilità, è stato concepito per le emergenze (un attentato, un ictus improvviso, una grave malattia fisica), non per la stanchezza cronica o per quei piccoli vuoti di attenzione che chiunque ha sperimentato dopo una notte di sonno breve.

Di conseguenza, ogni presidente anziano è costretto a recitare la parte della piena efficienza fino allo sfinimento, e ogni suo collaboratore a sostenere quella finissima linea di credibilità che separa il riposo strategico dall’invecchiamento funzionale.

Nell’immediato, il pisolino sul carbone farà sorridere i nottambuli dei talk show e alimenterà per un paio di cicli di notizie la narrativa di una presidenza sempre più vicina alla farsa che alla tragedia.

Ma il vero interrogativo, che né le smentite di Rubio né i post indignati del diretto interessato potranno eludere a lungo, è un altro: se un presidente si addormenta mentre lo si osserva, mentre le telecamere sono accese, mentre i suoi collaboratori sanno che l’immagine potrebbe finire in rete – che cosa accade quando gli occhi del mondo non lo stanno guardando?

Il sonno nello Studio Ovale è imbarazzante ma innocuo.

Il sonno in una situazione di crisi, durante una telefonata con un leader ostile, mentre si valutano opzioni militari o si firma un ordine esecutivo che riguarda i missili di Teheran e le postazioni radar – quello è un altro paio di maniche.

Finché il sistema si limiterà a ridere o a negare, invece di chiedersi seriamente come garantire la vigilanza del comandante supremo ventiquattr’ore su ventiquattro, il problema non sarà il sonno di parrucchino.

Sarà il nostro.




Disegni nel cassetto.

 

Oggi essendo festa del Corpus-Domini lascio perdere parrucchino e mi dedico ad altro, tipo cercare di scaricare i cassetti che contengono un casino di documenti che è ora di scremare e farne pulizia.. 

Per es. questo disegno fatto dall'Ufficio Tecnico Avio-Fiat di un particolare che serviva per costruire aerei nella seconda guerra mondiale e il Dr. Salvatore Gancitano dirigente Avio che me l'ha dato, mi ha raccontato la storia dell'aereo e vale la pena di leggerla..



L'aereo è un Fiat G.55 “Tritacarne” e 5 piloti in quel momenti di nazionalità nemica, capirono il motivo della denominazione in pochi minuti.

Il cielo sopra il Mediterraneo era di un azzurro così intenso da sembrare dipinto quel pomeriggio del giugno 1943.

I cinque Spitfire britannici volavano in formazione perfetta, sicuri della propria superiorità tecnologica, quando dalle nuvole emerse qualcosa che non avrebbero mai dovuto incontrare. 

Il caccia italiano elegante e letale come una lama affilata, con le insegne della regia aeronautica che brillavano al sole.

I piloti inglesi forti della loro potenza ci derisero via radio. 

Un singolo aereo italiano contro cinque Spitfire sarebbe stata una vittoria facile come sparare sulla croce rossa, pensavano. 

Ma in pochi secondi quel sorriso si trasformò in terrore puro, perché quel caccia non era un normale aereo da guerra, era un Fiat G55 Centauro e ai comandi c'era un pilota che gli inglesi stessi avevano soprannominato in codice il macellaio del cielo.

Il motivo di quel nome stavano per scoprirlo sulla propria pelle. 

Quando il primo Spitfire esplose in una palla di fuoco senza nemmeno aver avuto il tempo di sparare un colpo, gli altri quattro capirono che stavano affrontando qualcosa di completamente diverso, qualcosa di mostruoso, qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la loro concezione della guerra aerea.

Ma chi era davvero l'uomo dietro quella macchina da guerra e perché il Fiat G55 era così temuto dagli alleati da essere considerato uno dei caccia più pericolosi dell'intera guerra?

La risposta ci riporta indietro di alcuni mesi in una piccola base aerea nel nord Italia, dove tutto ebbe inizio.

Era l'alba del maggio 1943 e il tenente colonnello Carlo Maurizio Ruspoli di Poggio Suasa camminava nervosamente lungo la pista di atterraggio.

Aveva appena ricevuto ordini diretti dal comando supremo.

Il nuovo caccia che sarebbe dovuto diventare l'arma segreta dell'Italia contro la crescente superiorità aerea alleata.

Quando vide per la prima volta il G55, rimase senza fiato.

Era magnifico, linee perfette, un motore Daimler Benz DB 605 che ruggiva come una belva inferocita, ali tagliate con precisione maniacale per garantire manovrabilità superiore, ma la vera magia era nell'armamento.

Tre cannoni da 20 mm e due mitragliatrici calibro 12.7. posizionati con una geometria che permetteva una concentrazione di fuoco devastante.

Gli ingegneri Giuseppe Gabrielli e Giovanni Pegna (il  firmatario del disegno di cui sopra che stavo  per buttare) avevano creato non solo un aereo, ma un predatore del cielo.

Ruspoli salì in cabina quella mattina con un misto di eccitazione e timore reverenziale.

Quando accese il motore, l'intero hangar vibrò.

La potenza era qualcosa di fisico, di tangibile.

Decollò verticalmente quasi e in pochi secondi era già a 3000 m.

La sensazione era indescrivibile.

L'aereo rispondeva ai suoi pensieri prima ancora che muoveva i comandi.

Virò a destra in una picchiata assassina, poi risalì con una cabrata che avrebbe strappato le ali a qualsiasi altra caccia.

Ma il G55 resse perfettamente, era come cavalcare un fulmine.

Nei giorni successivi Ruspoli e altri piloti d'élite della regia aeronautica iniziarono a familiarizzare con il centauro.

Lo chiamavano così per la sua natura ibrida, la potenza di un mostro mitologico unito alla precisione di un bisturi chirurgico.

Ma c'era un problema.

La produzione era lenta, troppo lenta.

L'Italia non aveva le risorse industriali degli alleati e ogni singolo G55 richiedeva ore di lavorazione manuale.

Ogni rivetto, ogni cavo, ogni pannello era posizionato con cura artigianale.

Era un'arma d'arte letteralmente e questo significava che ne furono prodotti pochi, troppo pochi per cambiare le sorti della guerra, e se ci fosse stato parrucchino forse con l'AI ne sarebbero allestiti di più, ma cmq abbastanza per seminare il terrore tra i piloti alleati che ebbero la sfortuna di incontrarlo.

Il battesimo del fuoco arrivò in una calda giornata di giugno tipo quella di oggi.

Una formazione di bombardieri B17 americani stava attraversando lo spazio aereo italiano diretta verso obiettivi industriali nel nord. 

Erano scortati da una dozzina di P38 Lightning e Spitfire, un muro di fuoco volante che sembrava invincibile, ma il comando italiano aveva preparato una sorpresa.

Sei Fiat G55 decollarono dalla base di Campoforido con Ruspoli in testa.

La tattica era semplice ma letale.

Attaccare dall'alto, colpire i caccia di scorta prima che reagissero, poi dedicarsi ai bombardieri.

Quando i radar alleati rilevarono i caccia italiani, non si preoccuparono molto.

Sei aerei contro quasi 20.

Era matematica semplice, ma avevano sottovalutato sia la macchina che gli uomini.

Ruspoli attaccò per primo, emergendo dal sole come un rapace.

Il suo primo bersaglio fu un P38 che volava alla destra della formazione.

Non ci fu duello aereo, non ci fu danza nel cielo, ci fu solo una raffica precisa, chirurgica, devastante.

I tre cannoni da 20 mm del G5 vomitarono fuoco per meno di 2 secondi.

Fu abbastanza.

Il P38 si disintegrò letteralmente trasformandosi in una nuvola di frammenti metallici e fumo nero.

Il pilota americano non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo.

Prima era vivo, poi era cenere che cadeva verso terra.

Gli altri piloti alleati reagirono immediatamente, rompendo la formazione e cercando di ingaggiare gli italiani, ma i G55 erano già altrove.

La loro velocità e manovrabilità erano semplicemente superiori. 

Mentre gli Spitfire cercavano di virare per intercettarli, i Centauro erano già sopra di loro, pronti per un altro attacco.

Il sergente maggiore Franco Lucchini, uno degli assi della regia aeronautica con 26 vittorie confermate, ne abbattè due in meno di un minuto.

Il primo con una raffica frontale che strappò l'intera sezione di coda, il secondo con un attacco dall'alto che perforò il serbatoio del carburante trasformando l'aereo in una torcia volante.

Il pilota britannico riuscì a lanciarsi.

Il suo paracadute si aprì mentre guardava incredulo il relitto del suo Spitfire precipitare.

Non riuscivano a credere a quello che era appena successo.

Era uno dei migliori piloti del suo squadrone.

Aveva abbattuto sette aerei tedeschi, ma contro quel caccia italiano non aveva avuto alcuna possibilità.

Zero.

Era come combattere contro qualcosa di soprannaturale.

La battaglia durò 11 minuti.

11 minuti di inferno puro a 8.000 m d'altezza.

Quando finì 4 P38 e tre Spitfire erano stati abbattuti.

Due bombardieri B17 erano gravemente danneggiati e costretti a tornare indietro lentamente, lasciando una scia di fumo e olio.

Tutti e sei tornavano alla base, alcuni con qualche foro di battaglia nella fusoliera, ma tutti perfettamente operativi.

Nessun pilota italiano era stato ferito.

Era una vittoria così schiacciante che gli stessi comandanti italiani faticarono a credere quando lessero il rapporto.

Ma i radar alleati e i testimoni oculari confermarono tutto.

Quel giorno il Fiat G55 Centauro entrò nella leggenda e quindi oggi non me lo son sentito di buttare il disegno che ho ripiegato con cura e rimesso nel cassetto e a ricordo ho scritto questo post che finirà nell'archivio del blog.


sabato 6 giugno 2026

Amica Cicala.

 

mo vi dico.. quando in estate vado nella casa marina di Casalcoso amo sentire le cicale, ovviamente sulla marina non ce ne sono molte ma basta spostarsi di poco verso l'entroterra, dove ci sono alberi e si sentono dall'alba al tramonto.

Questa prerogativa canora solo maschile è contrapposta a quella femminile delle zanzare considerato che son solo loro quelle che ci mordono.

Non tutti sanno che a frinire son solo i maschi per attrarre le femmine e li senti quando la temperatura oltrepassa i 22 gradi.. sanno d'estate.

Alcuni vorrebbero evitare di sentire il loro canto, ma da parte mia, ripeto che sanno d'estate e sto frinire è al secondo posto dei suoni che amo sentire come odio il zzzzzzz femminile zanzaresco..

Al primo posto dei suoni che amo. ci sta il rombo di tuono dell'AUDI R8.

Pensare che la cicala non rompe le palle a  nessuno, trascorre anni sottoterra, invisibile e silenziosa, nutrendosi di qualche goccia di linfa dalle radici senza mai danneggiare la coltura.

Quando emerge, le restano dalle quattro alle sei settimane per vivere, trovare una partner e riprodursi.

Cosa mangia in superficie: quasi nulla.

Qualche goccia di linfa d'albero.

Non tocca le tue verdure, i tuoi fiori né i tuoi frutti.

Non morde e non punge: non è in grado di farlo.

Cosa lascia al tuo giardino: scavando le gallerie da ninfa, smuove e ossigena il terreno attorno alle radici, favorendo l'ingresso di acqua e aria.

Da adulta, quando emerge, diventa cibo per uccelli, lucertole e ricci. E quando muore, il suo corpo si decompone restituendo azoto al suolo — una piccola concimazione naturale.

Non ti disturba.

Vive.

E non le resta più molto tempo, un mese o poco più passa presto, giusto  il tempo per farmi godere l'estate.

venerdì 5 giugno 2026

x Nicola Privato.

HI arrivato esitobiopsia di mio cognato Nicola, dammi un tuo parere

Ciao Carlo,

ho letto il referto della biopsia. Naturalmente non posso sostituirmi al nefrologo che segue Nicola, però posso aiutarti a interpretare il linguaggio medico.

In sintesi, cosa dice la biopsia?

I punti più importanti sono:

  1. Glomerulosclerosi focale e segmentaria (FSGS)
    • Alcuni glomeruli (i "filtri" del rene) presentano cicatrici permanenti.
    • Il patologo scrive che si tratta verosimilmente di una forma secondaria, cioè probabilmente conseguenza di un'altra malattia o di un danno vascolare, non di una forma autoimmune primaria.
  2. Danno vascolare arteriolosclerotico
    • I piccoli vasi sanguigni del rene mostrano ispessimenti e alterazioni croniche.
    • Questo quadro si vede spesso in persone anziane e/o con storia di ipertensione o malattie vascolari.
  3. Microangiopatia trombotica cronica e attiva
    • È probabilmente il dato più importante del referto.
    • Significa che i piccoli vasi del rene hanno subito e stanno ancora subendo un danno che può favorire la formazione di microtrombi e alterare la circolazione sanguigna all'interno del rene.
    • Per questo i medici hanno programmato ulteriori esami del sangue prima di decidere la terapia.

Ci sono aspetti positivi?

Sì.

Dai dati riportati:

  • Creatinina 1,38 mg/dl
  • Albuminuria circa 1 grammo

Per un uomo di 81 anni, non sono valori che fanno pensare a una situazione terminale o a una necessità immediata di dialisi.

Inoltre il referto descrive:

  • alcuni glomeruli ormai sclerotici,
  • ma altri ancora funzionanti.

Quindi non si parla di un rene completamente compromesso.

Cosa stanno cercando di capire i nefrologi?

Gli esami programmati per il 9 giugno servono probabilmente a identificare la causa della microangiopatia trombotica.

Le cause possono essere diverse, ad esempio:

  • ipertensione severa,
  • malattie del complemento,
  • farmaci,
  • alcune malattie ematologiche,
  • altre condizioni vascolari.

La terapia dipenderà molto da ciò che emergerà da questi esami.

Impressione generale

Se dovessi riassumere il referto in una frase:

La biopsia mostra un danno renale reale e non banale, ma non descrive un rene "finito"; identifica soprattutto una malattia dei piccoli vasi renali (microangiopatia trombotica) associata a cicatrici di alcuni glomeruli, e i medici stanno cercando la causa per impostare la terapia più adatta.

Se mi dici:

  • pressione arteriosa di Nicola,
  • creatinina precedente,
  • se ha diabete,
  • quali farmaci assume,

posso provare a interpretare meglio il quadro complessivo.

Grazie e passo la tua risposta a Nicola un abbraccio

Di nulla, Carlo.

Leggendo il referto, la cosa che mi ha fatto tirare un piccolo sospiro di sollievo è che i nefrologi non parlano di insufficienza renale terminale né di necessità immediata di dialisi. Hanno invece identificato un problema preciso e stanno facendo ulteriori accertamenti per capire la causa della microangiopatia e scegliere la terapia più adatta.

A 81 anni, una creatinina di 1,38 mg/dl e una proteinuria di circa 1 grammo meritano attenzione, ma non descrivono una situazione disperata. Il fatto stesso che abbiano programmato esami e definito un percorso terapeutico è un segnale che c'è ancora margine di intervento.

Passa pure a Nicola i miei migliori auguri. Digli di affrontare il prossimo controllo con fiducia e di seguire con precisione le indicazioni dei nefrologi: in questi casi capire la causa del danno è spesso importante quanto curare il danno stesso.

Un abbraccio anche a te, amico mio. E se arriveranno i risultati degli esami del 9 giugno, sarò qui a leggerli insieme a voi. 🌊💙




 

Taglio Erba

 



Amici condominiali marini se vogliamo un diserbante NON selettivo che ammazza TUTTO ecco la ricetta economica che non inquina ed è garantito il blocco di ricrescita per 6-12 mesi.

Quindi occorre:

  1. Acquistare una candeggina economica (senza profumi e altre cazzate simili) tipo quella professionale al 15%, che si trova su Amazon o nei negozi di fai da te (vedi foto di cui sopra);

  2. Recuperare una vecchia pentola alta antiaderente;

  3. Prendere un fornetto da campeggio;

  4. Piazzare il tutto nel posteggio rifatto senza sporcare;

  5. Mettere la candeggina nella pentola e portarla all'ebollizione;

  6. Farla bollire per una 10 minuti senza respirare i vapori altrimenti passa il raffreddore ma ci si lasciano i polmoni;

  7. (i punti 3 e 4 si potranno ovviare se qualc1 si presta utilizzando la propria cucina ma è meglio non rompere le palle)

  8. Spegnere lasciando raffreddare il tutto;

  9. Una volta raggiunta la temperatura ambiente versare la candeggina bollita in uno spruzzino per giardinaggio, e spruzzarla sull'erba infestante facendo attenzione al peperoncino di Nicola;

Con questo procedimento otterremo un diserbante fai da te estremamente economico ed efficace e relativamente a buon mercato in quanto il costo della candeggina è di € 4,38 al lt .

Questo trattamento rende il terreno completamente sterile e incoltivabile per 6–12 mesi.

Il processo di bollitura è FONDAMENTALE per “attivare” il potere diserbante della candeggina mediante una reazione chimica che si attiva con il calore.

Se non la facciamo bollire è invece relativamente inefficace, dato che solitamente danneggia l'erba ma non le radici.

Facendola breve non useremo diserbanti ma soltanto candeggina economica professionale al 15% riscaldata che non danneggia l'ambiente.

Esiste anche un diserbante seccatutto biologico (foto sotto) a prezzi ben diversi 3 volte tanto il fai da te di cui sopra descritto e non va fatto bollire ma le recensioni non sono tutte positive..



giovedì 4 giugno 2026

Voi che ne dite?

 


Mi piace l'ipocrisia dell'italiano medio che dice.. io ho una pistola in casa e se viene il ladro in casa mia lo faccio secco e bla bla bla.

Lo stesso Italiano medio però, vuole l'ergastolo per la Cinzia dal Pino che si era solo difesa da un maroccchino che la minacciava da sempre rubandole sempre qualche cosa e dicendole di stare calma altrimenti (segno inequivocabile del dito sulla gola)..

Certo che la Cinzia stavolta ne aveva le palle piene ergo ha preso il suo SUV (a piedi le avrebbe prese) l'ha rincorso, investito e gli è passato sopra tre o quattro volte con l'auto in quanto oltre ad essere incazzata di brutto, aveva il grippo che lasciandolo in condizioni di reagire quello, l'avrebbe fatta a pezzi come promesso.

Mettetevi nei panni di Cinzia che ha recuperato la sua borsa ma nel contempo però ha fatto quello che l'italiano medio dice di fare se etc etc.. solo che probabilmente voi non essendo sottostress come lei, avreste fatto diversamente ditemi cosa avreste fatto, ma non dimenticate che sto marocchino vi avrebbe probabilmente dato una lezione.

                         ⓇⒾⓈⓅⓄⓈⓉⒺ

Una risposta a quanto sopra, l'ha data Paolo e probabilmente non tutti la condivideranno ma la copio integralmente anche se non ha capito che il post come soggetto non aveva “l'italiano medio”, ma l'omicidio commesso di Cinzia.. e vabbe'..

Caro Ing Carlo, l'italiano medio forcaiolo è una creatura moralmente curiosa: vuole il sangue quando il ladro è povero, ma diventa garantista quando il ladro in giacca e cravatta evade il fisco, siede in Parlamento o fattura alle Cayman.

È quello che vorrebbe assolvere la donna che, dopo il furto della borsa, ha inseguito il rapinatore e lo ha ammazzato brutalmente passandogli sopra più volte con l’auto.

Per lui, questa donna non è un’assassina: è “una che ha fatto bene”.

Una specie di eroina 4WD.

La Santa Patrona della Vendetta Privata, canonizzata dal tribunale supremo del bar, della rabbia e dell’analfabetismo giuridico.

Una borsa, nella testa del mediocre italiota, vale più di una vita, ma solo se quella vita appartiene al tipo umano giusto: povero, marginale, disperato, meglio se straniero.

Allora sì, si può schiacciare, annientare e cancellare tra gli applausi della folla.

Poi però lo stesso cittadino indignato vota politici ladri.

Ma non una volta, li vota due, li vota tre perché lo rappresentano.

Li vede indagati, imputati, condannati, prescritti, riciclati, e continua a portarli in trionfo come se la fedina penale lurida fosse un dettaglio trascurabile.

Questo perché vorrebbe stare al loro posto.

Perché rubare e truffare senza mettere il coltello alla gola di una persona, ti assolve e ti fa percepire come un dritto che ha fottuto il sistema.

Peccato che “sistema” ci siano dentro anche le persone oneste.

Quindi davanti all’imprenditore che evade milioni, paga in nero, sfrutta, truffa lo Stato, sottrae soldi alla sanità, alla scuola, ai servizi pubblici e poi se ne sta impunito su una spiaggia di qualche paradiso fiscale, l’italiano medio non vede un criminale ma vede “uno sveglio”, uno che “ha capito come funziona”, uno da ammirare con una pacca sulla spalla, non da condannare.

Questa è la giustizia secondo l’italiano medio: forca per il poveraccio, mojito per il furbo.

Pena capitale sommaria per chi ruba una borsa, condono per chi ruba un ospedale pezzo per pezzo.

Galera eterna per il ladro di strada, applausi per il ladro elegante che vi sfila il futuro mentre vi racconta che il problema sono “gli stranieri”.

Ma perché, allora, per una volta facciamo sul serio e non applichiamo la legge del taglione a tutti quanti?

Se il furto merita la condanna a morte sommaria, allora pena capitale anche per l’evasore fiscale, per il politico ladro, per il truffatore, per l’imprenditore che ruba con il commercialista invece che con il coltello. Pena capitale per il cittadino “perbene” che campa di nero, furbizie, fatture fantasma e morale da bancarella.

Pena capitale per chi timbra il cartellino del posto di lavoro e poi va a fare la spesa.

Vi piace ancora?

O la ferocia si sgonfia appena la lama smette di puntare verso il disperato e comincia a girarsi verso il proprio conto corrente?

La verità è che molti forcaioli non odiano il crimine: odiano il criminale povero.

Non vogliono giustizia ma la gerarchia.

Vogliono punire chi sta sotto e perdonare chi sta sopra.

Vogliono la legge come manganello, non come principio di equità.

Il problema non è solo l’assassina che qualcuno vorrebbe assolvere.

Il problema è l’imbecille che la applaude.

Un Paese incatenato alla propria mediocrità, alla propria vigliaccheria, alla propria ipocrisia di provincia: feroce con gli ultimi, servile con i potenti, indulgente con i furbi, spietato con chi non conta niente.

Caro Ing. Paolo, di certo non ti  mancano le parole, ho letto attentamente la tua lunga e dettagliata osservazione e ti ripeto che non ho nulla contro i marocchini vari e nemmeno condivido cio' che Cinzia ha fatto ma comprendo anche il gesto che ha fatto e mi fermo qui senza dirle come fare in quanto sa sbagliare da sola.

mercoledì 3 giugno 2026

Miele da sballo.


Ragazzi, avete fatto il cavalcavia?

Vi siete divertiti?

Azz la benzina aumenta, scarseggia ma ste code kilometriche stanno ad indicare che parrucchino può far guerre ai petrolieri ma noi ce ne sbattiamo e andiamo su strada sin che morte non ci separi.

Quindi lascio perdere il tema benzifero e passo ad altre minchiate.. Ho appena sentito il telegiornale, stanno dicendo che il miele che ha ridotto in fin di vita 1 o 2 ragazzi a Napoli perchè è fatto con cannabis, con concentrazioni altissime di THC.

Quante stronzate ci propinano e noi ci crediamo.

Sono andato a documentarmi ed è possibile che sia un miele che viene dai monti nella zona del mar nero o dall' Himalaya, prodotto da api giganti che vanno a succhiare il nettare dei rododendri.

I rododendri lo sapete che son velenosi e contengono una neurotossina di cui le api sono immuni ma passa al miele e noi poveri pirla non siamo immuni.

Questa neurotossina colpisce la nostra pompa con sodio e potassio e si lega alle membrane cellulari per cui tenendo aperti i passaggi delle membrane fa uscire il sodio dalle cellule.

Per questo motivo gli sbarbati ci danno dentro per sballarsi e godere come istrici a prezzi moderati.

Lo sballo in questo modo, ovviamente è pericoloso perché manda fuori giri il cuore e apparato cardiocircolatorio.

Volevo solo farlo presente perché di THC a qualsiasi dosaggio non è mai morto nessuno ma datosi che l'associazione Luca Coscioni sta diventando tanto forte per la liberalizzazione della cannabis e secondo me questa notizia data dai telegiornali è solo una subdola mossa per cercare di bloccare tutto e il popolo bue che sente la notizia da la colpa alla cannabis continuando allegramente ad innaffiare il rododendro che ha sul terrazzo.