10 OSSERVAZIONI AMARCORD NORMALISSIME CHE OGGI
SEMBREREBBERO IMPENSABILI.
Immaginate
una domenica di qualche lustro fa.
Un
bambino viaggia in piedi sul sedile posteriore, magari appoggiato
allo schienale tra una valigia e una coperta.
Il
padre guida, fuma una sigaretta e nessuno ha allacciato la cintura.
Non
sta succedendo nulla di eccezionale.
Non
è una famiglia particolarmente irresponsabile.
È
semplicemente una scena che, all’epoca, poteva essere perfettamente
normale.
Naturalmente
l’Italia degli anni Settanta non era uguale dappertutto.
C’erano
enormi differenze tra Nord e Sud, città e campagna, famiglie operaie
e famiglie benestanti.
Ma
esistevano abitudini quotidiane che oggi, viste con gli occhi del
2026, sembrano appartenere a un altro pianeta.
La
prima riguardava l’automobile.
I
bambini potevano viaggiare sul sedile anteriore, stare in piedi
dietro, sdraiarsi sul sedile posteriore o addormentarsi durante un
viaggio.
I
sistemi di ritenuta per bambini erano praticamente sconosciuti e le
cinture di sicurezza non facevano ancora parte della cultura
quotidiana come oggi.
Durante
le vacanze estive l’automobile poteva trasformarsi in un piccolo
magazzino: valigie, borse, coperte, giocattoli, panini e bottiglie
occupavano ogni spazio disponibile.
E,
soprattutto, spesso si fumava dentro l’abitacolo con i bambini
presenti.
Oggi
una scena del genere ci farebbe immediatamente pensare alla sicurezza
stradale.
Allora
il concetto stesso di rischio era diverso.
Molte
delle protezioni che oggi consideriamo elementari sarebbero arrivate,
si sarebbero diffuse o sarebbero diventate obbligatorie soltanto
successivamente.
La
seconda normalità era il fumo.
Si
fumava praticamente ovunque: nei bar, nei ristoranti, negli uffici,
nei treni, nelle sale d'attesa e nelle automobili.
E
qui metto la battuta di nonno che diceva “All'inverno fumano anche
gli stronzi”.
Cmq.Il
posacenere non era un oggetto occasionale: faceva parte
dell'arredamento.
Lo
trovavi sui tavoli, sulle scrivanie, nei mobili del soggiorno e
praticamente in ogni automobile.
Qui
sotto ne vedete un paio che all'Iveco fabbrica di autocarri venivano
fatte con i pistoni dei motori e gli impiegati lo tenevano sulla
scrivania.
Il
mio era in onice nero ricavato da pietra unica a cui all'intagliatore
avevano mozzano le dita.
Offrire
una sigaretta poteva essere un gesto di cortesia.
Si
fumava durante una conversazione, dopo il caffè, durante una partita
a carte e persino durante alcune riunioni di lavoro.
L'odore
di tabacco entrava nei vestiti, nelle tende e nei mobili e diventava
semplicemente parte dell'ambiente.
La
mia 24ore che era sempre pronta affiancata alla mia scrivania di 12
cassetti (più cassetti aveva e più alto era il grado in ufficio),
quando l'aprivo a casa usciva l'odore del fumo.
Oggi
sembra incredibile pensare che chiedere a qualcuno di non fumare
potesse risultare più insolito che accendere una sigaretta.
La
terza normalità riguardava l'infanzia.
Molti
bambini uscivano di casa la mattina e tornavano nel pomeriggio o
quando cominciava a fare buio.
Non
avevano un telefono cellulare.
Non
potevano mandare un messaggio per dire dove fossero.
I
genitori conoscevano generalmente il punto di partenza, ma non
necessariamente ogni tappa del percorso.
Un
bambino poteva passare dal cortile al campetto, dal campetto alla
casa di un amico e poi magari spostarsi dall'altra parte del paese.
A
sorvegliarlo esisteva una rete informale composta da nonni, vicini,
parenti, negozianti e altri adulti che conoscevano la famiglia.
Se
combinava qualcosa, c'era una buona possibilità che la notizia
arrivasse a casa prima di lui.
Quella
libertà produceva autonomia, ma non era priva di rischi.
Il
punto non è stabilire che allora fosse tutto migliore.
Il
punto è riconoscere che il confine tra libertà, controllo e
pericolo era semplicemente tracciato in un luogo diverso.
La
quarta normalità viaggiava su due ruote.
Vespe,
Lambrette, motorini e ciclomotori rappresentavano per moltissimi
ragazzi il primo assaggio di indipendenza.
Si
andava a scuola, al lavoro, al bar o al paese vicino senza che
l'equipaggiamento protettivo di oggi facesse parte della scena.
Il
casco non era ancora entrato nella vita quotidiana come sarebbe
accaduto in seguito e l'abbigliamento era spesso quello che si aveva
addosso: jeans, camicia, gonna, giacca o perfino abiti da lavoro.
E
quando il motorino si fermava? Si provava a ripararlo.
Un
amico, qualche attrezzo, un pezzo di filo metallico e una conoscenza
rudimentale della meccanica potevano essere sufficienti per tentare
di rimetterlo in strada.
Il
motorino non era soltanto un mezzo di trasporto: era una piccola
macchina da imparare a conoscere.
La
quinta normalità cominciava con una frase che oggi, in molti
contesti, suonerebbe sorprendente: “Vai al negozio e compra il
pane”.
Anche
bambini relativamente piccoli potevano ricevere commissioni. Latte,
pane, giornale e altri prodotti della spesa quotidiana venivano
acquistati dal bambino per conto della famiglia.
In
alcune famiglie poteva capitare persino che gli venisse chiesto di
comprare le sigarette per il padre e il trinciato forte per il nonno.
Il
negoziante conosceva la famiglia.
Sapeva
chi era quel bambino, chi erano i suoi genitori e, spesso, dove
abitava.
In
certi negozi di quartiere esisteva anche una forma di credito
informale: la spesa veniva annotata e pagata quando arrivava lo
stipendio.
Non
era necessariamente un sistema più sicuro.
Era
un sistema fondato sulla conoscenza personale.
La
sesta normalità era l'autostop.
Oggi
fermare un'automobile guidata da uno sconosciuto e salire a bordo
potrebbe essere considerato un comportamento estremamente rischioso.
Negli
anni passati, invece, l'autostop faceva parte del paesaggio.
Studenti, giovani lavoratori, militari e viaggiatori lo utilizzavano
per risparmiare denaro o semplicemente per spostarsi.
Naturalmente
i pericoli esistevano anche allora.
Non
c'era un'epoca magica in cui gli sconosciuti fossero automaticamente
affidabili.
Ma
mancava una parte dell'apparato tecnologico che oggi accompagna ogni
spostamento: niente geolocalizzazione, niente smartphone, niente
profili digitali, niente recensioni del conducente e nessuna
possibilità di comunicare istantaneamente a qualcuno dove ci si
trovava.
La
settima normalità era il lavoro.
Fabbriche,
officine, cantieri e campagne erano ambienti nei quali molte attività
venivano svolte con dispositivi di protezione che oggi giudicheremmo
insufficienti.
Polvere,
rumore, solventi, vernici, macchinari e sostanze pericolose potevano
accompagnare una giornata lavorativa senza che esistesse la stessa
consapevolezza dei rischi che abbiamo sviluppato nel corso dei
decenni successivi.
Molti
mestieri si imparavano osservando un collega più esperto.
Il
sapere passava da una persona all'altra attraverso la pratica, il
gesto e l'imitazione.
Questo
sistema aveva un enorme valore formativo, ma aveva anche un lato
oscuro: molti rischi professionali venivano sottovalutati e alcune
conseguenze sulla salute sarebbero diventate evidenti soltanto anni
dopo.
L'ottava
normalità era vivere quasi esclusivamente con il contante.
La
carta di credito non faceva parte della vita quotidiana della
maggioranza degli italiani.
Si
pagava con banconote e monete e molti rapporti economici erano basati
sulla fiducia personale.
Nel
negozio di quartiere poteva esistere un piccolo quaderno del credito.
Il
commerciante annotava il nome del cliente e l'importo dovuto.
Il
conto sarebbe stato saldato successivamente, magari alla fine della
settimana o quando arrivava lo stipendio.
Oggi
un sistema del genere potrebbe sembrare incredibilmente fragile.
Ma
in una società in cui le persone si conoscevano personalmente, la
reputazione aveva un peso economico enorme.
La
nona normalità si trovava nel soggiorno di casa: la televisione.
Per
gran parte degli anni Settanta l'offerta televisiva era incomparabile
con quella odierna.
Non
esistevano streaming, piattaforme on demand, migliaia di canali o la
possibilità di guardare una stagione intera in una notte.
C'era
un programma, c'era un orario e c'era la televisione.
Se
perdevi una trasmissione, potevi semplicemente averla persa. Non
potevi metterla in pausa, recuperarla immediatamente o guardarla
quando ne avevi voglia.
E
proprio questa limitazione produceva un fenomeno oggi quasi
scomparso: milioni di persone guardavano contemporaneamente le stesse
cose.
Il
giorno dopo un programma televisivo poteva diventare l'argomento di
conversazione di un'intera scuola, di un ufficio o di un paese.
La
decima normalità arrivava la domenica.
Molti
negozi chiudevano, le strade potevano diventare più tranquille e la
giornata seguiva ritmi differenti da quelli degli altri giorni.
Per
alcune famiglie c'erano la messa, il pranzo con i parenti, il calcio
alla radio, la passeggiata, il cinema o semplicemente ore trascorse
in casa.
Non
si poteva comprare qualsiasi cosa a qualsiasi ora.
Se
mancava qualcosa per il pranzo, non esisteva necessariamente un
negozio aperto dall'altra parte della città, un supermercato
disponibile fino a tarda sera o un servizio di consegna capace di
portarti il prodotto a casa in mezz'ora.
Bisognava
arrangiarsi.
E
questa parola forse riassume meglio di qualsiasi altra cosa una parte
dell'Italia di quegli anni: arrangiarsi.
Ma
bisogna stare attenti alla nostalgia.
Ricordare
queste abitudini non significa sostenere che gli anni Settanta
fossero migliori.
C'erano
più libertà in alcuni ambiti, ma anche meno sicurezza, meno
informazioni, meno protezioni sul lavoro e una quantità enorme di
problemi che oggi tendiamo a dimenticare.
Il
vero cambiamento è un altro.
È
cambiato ciò che consideriamo normale.
Un
bambino che viaggia senza cintura, una persona che fuma in un
ufficio, un ragazzino che attraversa il paese da solo, un lavoratore
senza adeguate protezioni, un adolescente che sale sull'auto di uno
sconosciuto: comportamenti che un tempo potevano essere ordinari oggi
appartengono a un'altra idea di società.
E
questo è forse l'aspetto più interessante della memoria.
La
storia non vive soltanto nelle guerre, nei governi, nelle crisi
economiche o nelle grandi invenzioni.
Vive
anche negli oggetti che abbiamo smesso di usare, nei gesti che
abbiamo smesso di fare e soprattutto nelle cose che un tempo nessuno
considerava strane.
Perché
ogni generazione pensa di sapere che cosa sia la normalità.
Fino
a quando arriva quella successiva e le dimostra che la normalità, in
fondo, è soltanto una fotografia scattata in un determinato momento.
E
la chiudo qui.