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sabato 21 febbraio 2026

STUDIO SUL FERNET.

Non me ne voglia il Piretti che non mi ha convinto sul suo liquore che ha chiamato Vallaspra..


da buon Milanese di periferia, gli consiglio di leggere e poi di provare paragonando il suo ricavato da erbe con il classico Fernet.

Fernet: L'Amaro che gli Italiani Hanno Insegnato al Mondo (e che il Mondo ha Imparato Meglio di Noi)

Ovvero: come un digestivo milanese è diventato droga nazionale in Argentina, religione in Franciacorta e mistero in Scozia

C'è un liquido nero come la pece, amaro come un tradimento, erbaceo come un prato alpino dopo la pioggia, che divide l'umanità in due categorie: chi lo odia alla follia e chi ne fa una ragione di vita.

Si chiama Fernet. (te capì Piretti)?

Se non sai cos'è, probabilmente sei una persona normale, con una vita sociale equilibrata e un fegato in buona salute.

Se lo conosci, sai già che non esiste un "punto di vista intermedio" sul Fernet.

O lo ami con la stessa intensità con cui i milanesi amano il Duomo, o lo detesti con la stessa violenza con cui i romanisti detestano la Juve.

E se sei argentino, probabilmente in questo momento stai già mescolando un Fernet con Coca-Cola senza nemmeno rendertene conto, perché per voi americanlatinisti odiati dal parrucchino, è come respirare.

Benvenuto Piretti nel mondo del liquore più controverso, più amato, più odiato e più frainteso d'Italia e mo' ti dico..

Siamo a Milano, 1845. Bernardino Branca è un tipo cazzuto: farmacista, imprenditore, con quella mentalità lombarda fatta di "io produco roba buona e chi non capisce sono cazzi suoi".

Apre una fabbrica di liquori in Via Tre Monasteri (oggi Via Broggi quella dove alla sera operano le vulvivendole) e comincia a sperimentare .

La sua idea è semplice: creare un amaro che non sia solo buono, ma anche salutare.

Un digestivo che aiuti dopo i pasti, che risolva i problemi di stomaco, che rimetta in sesto chi ha mangiato troppo.

Prende una montagna di erbe officinali (oltre 40 varietà), le mette a macerare nell'alcol, e ne tira fuori un liquido scuro, potentissimo, dal sapore che ancora oggi, 181 anni dopo, è rimasto identico .

Nasce così il Fernet Branca, destinato a diventare il più famoso amaro italiano nel mondo.

Peccato che nessuno, all'epoca, potesse immaginare quanto lontano sarebbe arrivato.

Qual è la ricetta del Fernet?

Bella domanda.

Prova a chiederlo alla Branca.

Ti rideranno in faccia.

Perché il segreto è custodito come i codici nucleari: lo sanno in quattro gatti, e quei quattro gatti non parlano.

Quello che si sa è che le erbe sono oltre 40 (le stesse che dichiari tu Piretti, ovviamente solo come numero), provenienti da tutto il mondo: mirra, zafferano, camomilla, rabarbaro, genziana, menta, cardamomo, aloe, china calissaia (da cui deriva il chinino).

Roba che se le metti tutte insieme in una pentola, viene fuori un intruglio che potrebbe curare la peste o stendere un elefante.

La lavorazione è lunga e complessa.

Le erbe vengono fatte macerare nell'alcol per settimane, poi distillate, poi invecchiate in botti di rovere per almeno un anno.

Il risultato è un liquore che non assomiglia a nient'altro: denso, scuro, amaro ma con mille sfumature, capace di passare in un sorso dalla liquirizia alla menta, dal cacao alla genziana.

C'è una cosa che tutti notano quando versano un Fernet: sul fondo della bottiglia, dopo un po', si forma un deposito scuro, quasi fangoso.

In gergo si chiama "passino" o "feccia".

I profani lo guardano con sospetto.

"Ehi, questo è andato a male! C'è roba sul fondo!".

No, coglione, è lì apposta.

È il segno che il Fernet è stato fatto con ingredienti veri, con erbe vere, e che quelle erbe, col tempo, depositano i loro residui.

Più passino c'è, più il Fernet è "vivo" .

La Branca, per la versione esportazione (quella che finisce in America e in Argentina), toglie il passino con un procedimento di filtrazione più spinta.

Ma gli intenditori sanno che il vero Fernet è quello col deposito. Perché il deposito è garanzia di artigianalità, di roba vera, di tradizione che non si piega alle esigenze del mercato.

Sai che goduria provo bevendo l'ultimo bicchiere carico di sghinga?

Comunque Piretti smetti pure di leggere e io continuo con la tesi in quanto la storia del Fernet in Argentina comincia nel 1940, con un nome: Enrico Marone prozio della Emma, la ex del De Martino.

Un imprenditore piemontese buja nein che decide di portare il liquore milanese dall'altra parte dell'oceano.

L'Argentina, all'epoca, è un paese in piena espansione, pieno di immigrati italiani che ricordano i sapori di casa.

Il Fernet, con la sua potenza e il suo sapore inconfondibile, poteva essere un successo.

E lo fu.

Ma la vera svolta arriva negli anni '90.

Quando gli argentini scoprono una cosa che gli italiani non avevano mai considerato: mescolare il Fernet con la Coca-Cola.

Per un italiano tradizionalista, mettere il Fernet nella Coca-Cola è un sacrilegio.

È come mettere il ketchup sulla pasta.

È come bere il Barolo con la gassosa in un bicchiere di plastica.

Ma gli argentini non hanno questi complessi.

Prendono un bicchiere alto, lo riempiono di ghiaccio (tanto ghiaccio, siamo a Buenos Aires, fa caldo), ci versano il Fernet fino a riempire un terzo del bicchiere, e poi aggiungono la Coca-Cola.

Freddissima.

Possibilmente in bottiglia di vetro .

Il risultato è una bomba: l'amaro del Fernet si sposa con la dolcezza caramellata della Coca, le bollicine puliscono il palato, il ghiaccio lo rende bevibile anche a 40 gradi all'ombra.

È dissetante, è forte, è perfetto per l'aperitivo.

Oggi, in Argentina, il Fernet con Coca è la bevanda nazionale.

Si stima che il 70% del Fernet prodotto nel mondo venga consumato in Argentina .

Ogni anno, gli argentini bevono 70 milioni di litri di Fernet, 50 milioni di bottiglie, 5 litri a testa.

Quanto sopra ricavato con la collaborazione dell'AI.. roba da far sembrare gli italiani degli astemi bevitori di H2O.

Ed ecco il paradosso.

Il Fernet nasce a Milano.

È italiano.

È prodotto dalla Branca, che è italiana.

Eppure, in Italia, il Fernet lo bevono solo:

  • I milanesi veraci, quelli che ancora vanno all'osteria e lo prendono dopo il caffè

  • I barman che lo usano nei cocktail

  • Quattro vecchi pirla con la barba bianca che ricordano vecchi tempi quando andavano a trovare la zia Teresa.

Il grosso della produzione?

Finisce in Argentina.

Gli argentini hanno fatto del Fernet la loro bandiera, il loro simbolo, la loro ragione di vita. Noi italiani l'abbiamo inventato. Loro lo hanno reso immortale.

C'è una lezione di marketing, in tutto questo, ma non è il caso di approfondire.

Nel 2022, la Branca ha vinto una battaglia legale importante: l'ufficio dell'Unione Europea per la proprietà intellettuale ha riconosciuto al marchio il diritto di usare in esclusiva il termine "Milano" sulle etichette dei propri prodotti .

La motivazione?

"L'abbinamento di Milano all'idea di Fernet deriva proprio dalle capacità di Bernardino Branca".

Tradotto: se dici Fernet, pensi a Milano.

Se dici Milano, pensi al Fernet.

Quindi nessun altro può usare quel nome.

È una vittoria che sembra scontata, ma non lo è.

Perché negli anni sono nati decine di imitatori tipo il Piretti di Atessa, di "Fernet alternativi", di "amari alla milanese".

La Branca ha dovuto lottare per difendere il suo primato.

E alla fine ha vinto.

Il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio (patrono di Milano), si celebra il Fernet-Branca Day.

Non è una festa nazionale, ma a Milano lo è.

I locali offrono Fernet a prezzi stracciati, i milanesi veri lo ordinano dopo ogni pasto, e per un giorno la città si tinge di nero.

È un rito laico, ma con qualcosa di religioso.

Perché il Fernet, a Milano, è più di un amaro.

È un'identità.

È il sapore della città, della sua storia, della sua capacità di resistere al tempo e alle mode.

Se passate da Sesto San Giovanni, a due passi da Milano, potete visitare il Ristorante Fernet Branca

. Non è un ristorante qualsiasi: è un locale storico, legato alla fabbrica, dove si mangia la vera cucina milanese e si beve, ovviamente, Fernet in tutte le salse.

E poi c'è il Parco della Distilleria, un'area verde nata intorno allo stabilimento, dove ancora oggi si producono i liquori.

È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe officinali e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra uscito da un'altra epoca.

Qual è il modo giusto di bere il Fernet? E mo te lo dico:

  • Liscio, dopo caffè: il rito dei veri. Un bicchierino, rigorosamente piccolo, rigorosamente freddo (ma non ghiacciato), rigorosamente dopo il caffè. Si beve in un sorso, come una medicina, e ti pulisce lo stomaco meglio di qualsiasi digestivo industriale.

  • Con ghiaccio e scorza d'arancia: per chi vuole allungare il momento, per chi lo tratta come un whisky, per chi ha tempo e voglia di assaporare le sfumature.

  • Fernet con Coca: versione argentina, da provare almeno una volta nella vita, magari in un'estate calda, magari dopo un pasto pesante.

  • Nel cocktail: il Fernet è un ingrediente potentissimo, usato dai barman per dare profondità e amarezza a drink complessi. Il Fernet and Coke (quello vero, con la Coca, non con la soda) è un classico dei bar di tutto il mondo.

C'è una curiosità che pochi conoscono.

Nella gamma Branca esiste anche un "Misto", un amaro più leggero, meno aggressivo, pensato per chi vuole avvicinarsi al mondo del Fernet senza farsi male .

Ha una gradazione alcolica più bassa (intorno ai 20 gradi invece dei 40 del classico) e un sapore più dolce, più rotondo.

Se il Fernet classico è una martellata in testa, il Misto è un colpo di tappeto. Fa male lo stesso, ma con più stile.

Il Fernet-Branca è il re, ma non è l'unico. Esiste un altro Fernet, prodotto dalla Stock, che in alcuni paesi (soprattutto in Argentina) è una valida alternativa.

Il Fernet Stock è nato a Trieste nel 1884, prodotto da Lionello Stock (un altro imprenditore italiano con la testa sulle spalle).

La differenza? Il Fernet Stock è leggermente più dolce, meno erbaceo, più "morbido" del Branca.

Gli argentini lo adorano quasi quanto l'originale, e in alcune regioni (come Córdoba) è addirittura preferito.

La guerra tra i due Fernet è una di quelle guerre sotterranee, che non si vedono ma si sentono.

Nei bar di Buenos Aires, ordinare Fernet Branca o Fernet Stock è una scelta politica, quasi esistenziale.

E guai a sbagliare.

Esiste anche un Fernet scozzese?

Quasi.

C'è un amaro prodotto in Scozia che si avvicina al concetto di Fernet, ma non è la stessa cosa.

I britannici hanno una tradizione diversa di amari, più legata ai bitter da cocktail (come l'Angostura) che ai digestivi da fine pasto.

Ma il Fernet, in Scozia, è conosciuto e apprezzato.

Soprattutto nei bar di Edimburgo e Glasgow, dove i barman lo usano per dare carattere ai loro drink.

Perché il Fernet è una di quelle cose che, una volta che le scopri, non puoi più farne a meno.

Mettiamo i puntini sulle i.

Che sapore ha il Fernet?

Se lo bevi veloce, senza pensarci, senti solo amaro.

Un amaro potente, quasi aggressivo, che ti prende la lingua e non la molla più.

Se lo assaggi con calma, cominci a distinguere le note:

  • Menta: fresca, pungente, quasi balsamica. È la prima cosa che senti, quella che ti pulisce il naso.

  • Rabarbaro: amaro, terroso, che sa di radici e di terra bagnata.

  • Liquirizia: dolce-amara, che arriva dopo, quando l'amaro iniziale si è attenuato.

  • Cacao: tostato, amaro, quasi cioccolatoso. È la nota più complessa, quella che rende il Fernet unico.

  • Erbe alpine: genziana, achillea, camomilla, che affiorano qua e là come ricordi lontani.

È un sorso che cambia, che si evolve, che non sta mai fermo.

Un po' come Milano: apparentemente grigia e dura, ma piena di sfumature per chi sa guardare.

Il Fernet classico ha una gradazione alcolica del 39%.

Non è poco.

Non è robetta da aperitivo.

È roba da dopocena, da fine pasto, da momento in cui vuoi qualcosa che ti "sistema" lo stomaco e ti ricorda che esisti.

I 39 gradi non sono casuali: sono il risultato di una distillazione che preserva le proprietà delle erbe senza renderle troppo aggressive. Ma per un palato non abituato, possono essere una bella botta.

Ecco perché gli argentini lo tagliano con la Coca.

Ecco perché i milanesi veri lo prendono in bicchierini piccoli, quasi da liquore.

Perché il Fernet non si scherza.

Il Fernet è roba seria.

Alla fine, cos'è il Fernet?

È un amaro milanese nato nell'Ottocento per curare lo stomaco e diventato, quasi due secoli dopo, un simbolo globale.

È un liquore che gli italiani hanno dimenticato e gli argentini hanno fatto proprio.
È un sapore che divide, che non lascia indifferenti, che o ami o odi.
È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe segrete e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra fermo nel tempo.
È un rito, un'identità, un modo di dire "io sono di Milano" senza doverlo spiegare.

Se non l'hai mai provato, fallo.

Ma fallo bene.

Non con la Coca, non col ghiaccio, non dopo una pizza qualsiasi. Fallo dopo un vero pranzo milanese, dopo una cotoletta e un risotto, dopo un caffè forte.

Prendi un bicchierino, versalo freddo, bevilo in un sorso.

E poi dimmi se hai capito.

Probabilmente no.

Ma va bene così.

Il Fernet non si capisce. Si vive.

Appendice Tecnica: Come Berlo (Le Regole Non Scritte)

Il Bicchiere

Quello da liquore, piccolo, panciuto. Non il tumbler, non il calice. Il bicchierino da nonna.

La Temperatura

Freddo, ma non ghiacciato. Dieci minuti in frigo sono l'ideale. Se lo metti in freezer, diventa troppo denso e perde le sfumature.

Il Momento

Dopo caffè. Sempre. Mai prima del pasto (a meno che tu non voglia rovinarti lo stomaco per il resto della serata).

La Quantità

Un dito. Non di più. Il Fernet non si beve a litri.

La Regola d'Oro

Se ordini un Fernet in un bar e il barvendulo ti guarda strano, cambia bar. Se ordini un Fernet in un bar di Milano e il bartender ti fa un inchino, sei nel posto giusto.

Gradazione alcolica: 39%

Difficoltà di approccio: Altissima

Probabilità di diventarne dipendenti: Bassa (perché dopo il primo, il secondo è una sfida)

Numero di erbe segrete: Oltre 40 (e non le saprai mai) e con questo spero di aver spiegato al Piretti come mai non ho gridato alleluja dopo aver assaggiato il declamato Vallaspra parente del SanPasquale.


mercoledì 11 febbraio 2026

La vera storia dell'unità d'Italia.

 


Girando per l'Italia vedrete casupole dove ha dimorato Garibaldi e vedrete monumenti e vie dedicate a lui.. ma sto Garibaldi è come ce l'hanno descritto?

Parto con lo sputtanamento evitando la storia dell'Anita che per il popolo bue morì causa malaria e per altri fu strangolata dallo stesso Peppe o Bidone e invito i Garibaldiniani a interrompere la lettura del post per evitare il crollo del loro mito ma li invito a rivedere la storia soprattutto in Argentina dove esiste ancora oggi la canzone "Celebramos porque ha muerto Garibaldi,pumche dice tutto ).

L’Unità d’Italia, è un capolavoro di ipocrisia, avidità e tradimento venduto come un'epopea gloriosa nelle scuole, dove ti fanno cantarel’inno e ti riempiono la testa con balle su Garibaldi, Mazzini e Cavour, come se fossero eroi senza macchia.

La realtà? Un'operazione di conquista spietata, organizzata da una cricca di massoni, finanzieri inglesi e nobili torinesi, con lo scopo di spolpare il Regno delle Due Sicilie e trasformare il Sud in una colonia di sfruttamento, condannandolo alla miseria che ancora oggi lo attanaglia.

Il Regno delle Due Sicilie, prima dell’invasione piemontese, non era il letamaio arretrato che vogliono farti credere.

Era uno stato sovrano, con la più grande riserva aurea della penisola, un’industria fiorente (i cantieri navali di Castellammare, le ferriere di Mongiana, le seterie di San Leucio), un apparato burocratico solido e un esercito che, sulla carta, avrebbe dovuto schiacciare i mille straccioni di Garibaldi come insetti.

Ma qui entrano in gioco gli inglesi, che avevano un problema.

Il Sud era troppo autonomo e le sue risorse facevano gola.

La flotta britannica dominava i mari, ma i Borbone erano poco inclini a vendersi a Londra, diversamente dai piemontesi, che erano pronti a leccare il culo agli inglesi pur di diventare re dell'intera Italia.

Quindi, si organizzò una perfetta operazione di guerra sporca:

Corruzione sistematicaI vertici militari borbonici furono comprati come puttane d’alto bordo.

Generali come Francesco Landi si vendettero a Cavour, ritirandosi senza combattere e lasciando Garibaldi avanzare indisturbato.

Sostegno finanziario ingleseGaribaldi non era un genio militare, era un mercenario, un avventuriero che senza i soldi della massoneria britannica avrebbe fatto la fame.

La sua spedizione dei Mille era armata e finanziata con sterline inglesi, sbarcò indisturbata in Sicilia perché la Royal Navy garantì copertura navale, impedendo ai Borbone di organizzare una difesa seria.

Propaganda e disinformazioneI giornali dell’epoca, finanziati da Londra e da Torino, dipinsero l’invasione come una liberazione, mentre in realtà si trattava di una carneficina.

Le rivolte popolari contro i piemontesi furono represse nel sangue, ma la storia ufficiale ancora oggi le chiama “brigantaggio”, come se fossero solo bande di criminali e non popolazioni che difendevano la propria terra da invasori.

Una volta conquistato il Sud, il vero saccheggio ebbe inizio. 

Il tesoro del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia fu trasferito a Torino, azzerando la liquidità del Regno delle Due Sicilie.

Le industrie meridionali furono smantellate, le ferrovie del Sud abbandonate, mentre si investiva solo al Nord per sviluppare il triangolo industriale Torino-Milano-Genova.

L’economia meridionale venne deliberatamente distrutta per impedire che il Sud potesse competere con il Nord.

Un gruppo di garibaldini (1860)

E chi non si piegava? La repressione fu brutale.

Villaggi rasi al suoloPontelandolfo e Casalduni, solo due esempi di paesi dati alle fiamme dai soldati piemontesi.

Donne stuprate, vecchi sgozzati, uomini fucilati in massa.

Le deportazioni e i lager sabaudiMigliaia di meridionali furono deportati nei campi di concentramento dell’epoca, come Fenestrelle, dove venivano lasciati morire di stenti, costretti a vivere tra i loro escrementi, trattati come bestie.

Le esecuzioni sommarieChiunque osasse opporsi al nuovo regime veniva giustiziato.

Fucilazioni pubbliche per dare il buon esempio, bambini inclusi.

Lager di Fenestrelle (Torino)

Il Sud, che prima dell’Unità aveva un’economia florida, fu condannato a un sottosviluppo cronico.

Milioni di meridionali furono costretti a emigrare per non morire di fame, mentre i governi italiani, dominati dal Nord, continuavano a trattarli come cittadini di serie B.

Ancora oggi, l’Italia è un paese spaccato, dove il Nord si arricchisce alle spalle del Sud, e la propaganda risorgimentale continua a nascondere la verità sotto una coltre di menzogne.

L’Unità d’Italia? Una truffa colossale, una guerra di conquista mascherata da liberazione.

E il Sud ne paga ancora il prezzo.

 

lunedì 9 febbraio 2026

Yes or Not?

 


Forse avrete sentito che dovremo alzare il culo al 22-23 marzo prox ed andare a votare per il Referendum sulla riforma dellaMagistratura..so che non ve ne frega un cazzo, ma voterò NO. e per le motivazioni vi rimando a questo mio vecchio post.

Ad onor del falso per sto referendum non so nemmeno di cosa si tratta.

Sì, all'inizio ho seguito, qualcosa sapevo già da prima, ma lo dico chiaro: non me ne sono occupato e non me ne sono preoccupato.

ALLA FINE dopo tutte le giravolte NON SO NEPPURE DI COSA SI TRATTI in dettaglio.

SONO PER IL NO A PRESCINDERE

1 - perchè è comunque una RIFORMA voluta dal governo e le riforme fatta dagli governi italiani degli ultimi 25 anni, di qualunque colore siano stati, sono state tutte un disastro.

2 - perchè fanno le riforme per cercare di rimediare alla loro incapacità (gestionale, politica, amministrativa) o per nasconderla, o per favorire qualcuno, qualcosa o se stessi.

3 - perchè ogni riforma finora fatta, alla fine, a causa dei compromessi, delle mediazioni, delle forzature e degli errori, ha creato situazioni peggiori o comunque impreviste e non ha risolto nessuno dei problemi o ottenuto nessuno dei vantaggi tanto strombazzati in fase di presentazione.

Guardatevi indietro.

Basta guardare a quella del Codice della Strada, alla "Riforma del diritto condominiale", alla legge sugli appalti, sulla "sicurezza del lavoro", alla riforma del trasporto pubblico, della Sanità Regionale, alle privatizzazioni.

Basta guardare la RIFORMA DEL PROCESSO CIVILE!!!!

4 - perchè votare SI è alla fine anche un modo per legittimare la pessima abitudine di cambiare le regole a metà partita per ottenere un risultato che altrimenti con le regole iniziali non si riesce ad ottenere.

Magistrati? Hanno creato il mostro e ora che ci facciano i conti anche loro, non solo noi.

E' ora di finirla. Le regole sono quelle e con quelle devono giocare.

Se non ci riescono che se ne vadano fuori dai coglioni.



 

domenica 8 febbraio 2026

Ha detto NO.




Sergio Mattarella ha appena sventato una delle operazioni più indecenti degli ultimi anni.
Il piano era semplice: togliere alla Corte dei Conti il potere di controllare gli atti del Cipess che servono a sbloccare i lavori del Ponte sullo Stretto.
Tradotto: fare i cazzi che vogliono con i soldi pubblici senza che nessuno possa metterci il naso.

E non era tutto.

Volevano nominare Pietro Ciucci, l'amministratore delegato della società Stretto di Messina, quella che il Ponte deve costruirlo, commissario straordinario dell'opera.
Cioè: il CONTROLLATO che diventa CONTROLLORE.

In altre parole la volpe a guardia del pollaio.

Era tutto pronto, era tutto nel Decreto Infrastrutture in dirittura d'arrivo.
E invece martedì mattina Salvini è stato gentilmente convocato al Quirinale.

Ed è sceso incazzato e con le mani vuote.
Mattarella ha detto no.

No ai limiti alla Corte dei Conti.

No alla nomina di Ciucci.
E il governo, non ha potuto far altro che piegare la capa e modificare la versione del testo facendo sparire le norme.

Quindi il buon Mattarella è l'unico che li ha fermati dimostrando di essere l'ultimo argine alla prepotenza di chi ci governa ed ha fatto solo il suo lavoro nel dire di NO quando va detto NO.


sabato 7 febbraio 2026

Richiesta soldi.

 

Il buon bassetto Russo da Gennaio 2026 chiede soldi ai cittadini e val la pena di postare un documento trovato in Linkedin di un medico sanitario di San Pietroburgo che si è trovato nella busta paga “l'invito” come offerta volontaria al Victory Fund, a devolvere una parte del suo stipendio per dare al fondo la possibilità alla vittoria della guerra.. e questo è l'invito

per chi non mastica il Russo questa è la traduzione: 

Ora mia domanda è questa "se dovesse capitare pure a voi che la fareste questa beneficenza volontaria"?. 

Occhio che potreste cadere dal sesto piano o annegare nella vasca da bagno.

Annegato in vasca da bagno.

 


La Russia è Guinness World Record di incidenti domestici.

Ma che minchia di case fanno?

Mi vien da pensare che questo oppositore abitando in un piano basso non ha avuto modo di suicidarsi come gli altri opposititori che si son buttati dalla finestra e quindi l’ex vice ministro della Giustizia russo, Sergej Tropin, è stato trovato morto nel suo appartamento nel centro di Mosca causa annegamento in vasca da bagno.. ma che altezza hanno le vasche a Mosca?

Naturalmente, le autorità hanno affermato di non aver riscontrato alcun elemento criminale, come da copione ormai collaudato.

In un Paese in cui oppositori politici cadono dalle finestre, oligarchi si “suicidano” in serie e funzionari muoiono improvvisamente in circostanze improbabili, anche questa volta la narrativa ufficiale invita a credere alla fatalità.

La Federazione Russa continua così a distinguersi per la straordinaria concentrazione di incidenti domestici tra membri dell’élite statale, un fenomeno che sembra colpire selettivamente chiunque abbia ricoperto ruoli sensibili nel sistema del potere e soprattutto sia contro il regime Putinesco.

Tropin aveva operato in un ministero centrale per l’architettura repressiva del regime, proprio mentre Mosca conduce una guerra di aggressione che ha causato migliaia di vittime civili e una repressione interna senza precedenti.

La sua morte, liquidata con poche righe burocratiche, riflette il grado di come opera uno Stato che chiede ai suoi cittadini e al mondo, di fidarsi delle sue versioni ufficiali mentre bombarda città e nega l’evidenza.

Nel sistema russo, la verità è un optional, mentre le versioni ufficiali servono più a chiudere dossier che a chiarire i fatti.

 

venerdì 6 febbraio 2026

Pagate con POS?

 

 




Certo che i nostri TG ci prendono come quelli che sono scesi con la piena.. Ieri ad es su TG1 hanno messo in onda un servizio in cui si vedeva il castigatore su un mezzo pubblico, che passava il suo cell vicino al classico ometto col portafoglio nella saccoccia posteriore e gli carpiva i dati della sua carta credito, usando il cellulare dotato dell'apposita App RilevaPos e castigandolo poi di conseguenza, in quanto le operazioni sino a 50 Euro non necessitano di doppia sicurezza.

Ora faccio un ragionamento terra terra coaudiuvato dall'AI:

Nel mondo iperconnesso dei pagamenti digitali, poche paure si diffondono con la velocità del sospetto tecnologico.

Tra queste, una delle più radicate riguarda il cosiddetto “furto con il POS”: la possibilità che un criminale possa sottrarre denaro semplicemente avvicinando un lettore contactless alla tasca o al portafoglio di una persona ignara e abbastanza stronza da lasciare in evidenza protuberanze dovute a portafogli.

È uno scenario che alimenta sti servizi sensazionalistici, dibattiti sui social e timori diffusi tra consumatori e commercianti.

Ma quanto c’è di reale dietro questa narrazione?

E soprattutto: i pagamenti contactless rappresentano davvero un rischio concreto per la sicurezza finanziaria?

La risposta, come spesso accade quando si parla di tecnologia e sicurezza digitale, è complessa e richiede una distinzione netta tra possibilità teorica e probabilità reale.

I pagamenti contactless si basano su tecnologie RFID e soprattutto NFC (Near Field Communication), progettate per funzionare solo a distanze estremamente ridotte.

Nella pratica, la comunicazione tra carta e POS avviene quasi a contatto, generalmente entro circa 4 centimetri.

Questo dettaglio tecnico è fondamentale: significa che un ipotetico ladro dovrebbe trovarsi a distanza ravvicinata estrema dalla carta della vittima, senza ostacoli fisici significativi tra lettore e chip.

Portafogli spessi, borse, giacche e tasche multiple possono ridurre ulteriormente la probabilità di comunicazione efficace.

Inoltre, la tecnologia contactless è stata progettata per facilitare micropagamenti rapidi — caffè, trasporti, piccoli acquisti — riducendo i tempi di cassa ma mantenendo barriere di sicurezza integrate.

In Italia ripeto che la soglia per pagamenti senza PIN è generalmente fissata intorno ai 50 euro.

Questo significa che chi trova o ruba una carta potrebbe teoricamente effettuare piccoli acquisti senza autenticazione.

È qui che nasce il timore del “borseggio digitale”: se un POS portatile venisse avvicinato alla carta, il pagamento potrebbe avvenire senza che il castigato se ne accorga immediatamente.

Ma la realtà operativa è molto più complessa.

Dal punto di vista teorico, una truffa contactless è possibile.

Ma nella pratica incontra ostacoli significativi.

Primo: i dati trasmessi sono criptati e non includono informazioni sensibili come il CVV, rendendo molto difficile replicare la carta o usarne i dati per transazioni online.

Secondo: ogni POS è registrato con identità verificata, documenti e procedure di riconoscimento. Ogni transazione lascia tracce digitali, rendendo il responsabile rintracciabile dalle forze dell’ordine.

Terzo: test tecnici hanno dimostrato che anche in condizioni controllate, il pagamento si attiva solo occasionalmente — in alcuni casi circa una volta su tre tentativi.

Quarto: in alcuni paesi, associazioni bancarie hanno dichiarato di non avere mai registrato casi confermati di denaro sottratto via contactless mentre la carta era ancora in possesso del titolare.

Se il furto diretto tramite POS è raro, il vero problema rimane la combinazione tra tecnologia e comportamento umano.

L’aumento del 23% (detto dal TG1) dei pagamenti contactless ha portato inevitabilmente anche a un incremento delle frodi associate, spesso però legate a smarrimento carte, phishing o clonazioni più tradizionali.

Il rischio reale non è il criminale che “ti sfiora in metropolitana”, ma:

  • carte perse o rubate

  • notifiche disattivate

  • mancato controllo degli estratti conto

  • uso di POS manomessi (skimmer)

I pagamenti via smartphone risultano generalmente più sicuri perché richiedono autenticazione biometrica o password e utilizzano token digitali temporanei al posto dei dati reali della carta.

In altre parole: rubare dati da uno smartphone è molto più difficile che tentare un attacco su carta fisica — e comunque resta complesso.

I saponi (quelli che sanno molto) indicano alcune misure semplici ma efficaci:

  • attivare notifiche in tempo reale

  • controllare periodicamente movimenti bancari

  • usare portafogli schermati RFID se si vuole un livello extra

  • disattivare il contactless se non si usa

  • usare wallet digitali quando possibile

La vera battaglia oggi non è solo tecnologica ma psicologica.

La percezione del rischio spesso supera il rischio reale.

I pagamenti contactless restano tra i sistemi più monitorati e protetti del panorama finanziario moderno.

Eppure la paura persiste — alimentata da video virali, casi isolati e narrazioni mediatiche.

La vera questione non è se la tecnologia sia sicura — ma quanto siamo pronti a fidarci di sistemi invisibili che gestiscono il nostro denaro.

Viviamo in un’epoca in cui la sicurezza assoluta non esiste, ma l’equilibrio tra rischio e beneficio è diventato il vero metro di giudizio.

Il contactless ha reso i pagamenti più rapidi, più diffusi e più accessibili.

Ma come ogni innovazione, richiede consapevolezza.

Ringrazio l'AI per l'apporto a questo post ma la domanda che resta è semplice ma sostanziale: preferiamo rinunciare alla comodità per eliminare un rischio minimo — o imparare a convivere con la tecnologia in modo intelligente?

Ad ogni modo, fossi in voi proteggerei la carta con la stagnola per alimenti.