Allora.. chi legge i miei post avrà notato che alla fine esistono vari link tra cui il “visualizza la versione web” e se lo aprite, vedrete alla sinistra il numero delle visualizzazioni mensili e quindi è per questo che rendo difficoltoso far mettere commenti in quanto non riuscirei dare risposte a tutti.. ma ogni tanto li apro e stavolta rispondo a chi mi ha cazziato per aver dato del pirla al padre delle due ragazzine impegnate nel challenge.. ripeto che il padre è proprio un pirla e non riesce a gestire sei figli che smanettano sui cellulari e a questo pro invito tutti i genitori a controllare sti figli onde evitare che nascano situazioni come quella accaduta di recente a Modena, dove una cinquantina di ragazzini esce da scuola, entra in un supermercato, si divide tra chi arraffa la merce e chi filma con il cellulare, si copre il volto, prende bevande, patatine, tramezzini e altri prodotti e poi scappa.
Dieci minuti. (per le ragazzine del post precedente.. 21 ore).
Dieci minuti per trasformare un supermercato di Modena in una specie di set cinematografico del saccheggio.
Solo che qui nessuno stava girando un film.
Il raid è avvenuto martedì 22 settembre, intorno alle 14, all'MD di via Rainusso. (dati verificati col permesso di Antonella la Legnanese).
Secondo le ricostruzioni, il gruppo era composto da circa cinquanta giovani, perlopiù studenti delle scuole della zona.
Alcuni avevano il volto coperto da cappucci o sciarpe.
Altri tenevano il telefono acceso mentre i compagni svuotavano gli scaffali.
I video sono poi finiti sui social, in particolare TikTok.
I Carabinieri stanno cercando di identificare i responsabili anche attraverso le immagini delle telecamere.
La cosa più interessante, però, non è nemmeno il furto.
È il fatto che abbiano deciso di filmarsi mentre rubavano.
Ed è qui che cambia completamente la natura della storia.
Il ladro tradizionale cerca di non essere visto.
Quello contemporaneo vuole essere visto, ma alle proprie condizioni.
Non gli basta portarsi via la merce.
Deve produrre il video.
Deve documentare l'impresa.
Deve trasformare il gesto in una storia da mostrare agli altri.
Il furto diventa contenuto.
La vergogna diventa spettacolo.
Il branco diventa pubblico.
E il pubblico diventa, a sua volta, una specie di premio.
È questa la parte più inquietante.
Perché se rubi per fame, almeno esiste una logica materiale, per quanto illecita.
Se rubi per guadagno, esiste un movente economico.
Ma quando una cinquantina di minorenni entra in un supermercato in massa, arraffa prodotti e contemporaneamente documenta la propria bravata per diffonderla sui social, il valore della merce rischia di diventare quasi secondario.
La vera ricompensa è la scena.
Il bottino è anche il video.
E soprattutto il riconoscimento del gruppo.
È la logica del branco portata nell'epoca dello smartphone: da solo forse non lo fai; in cinquanta diventa una sfida.
La stampa locale ha riferito che i dipendenti avevano già segnalato episodi precedenti dall'inizio dell'anno scolastico.
E il giorno successivo al grande raid, mercoledì 23 settembre, un altro gruppo, questa volta di circa trenta ragazzi, sarebbe tornato nello stesso punto vendita tentando di ripetere l'operazione.
I responsabili del supermercato, però, erano preparati e li hanno seguiti tra le corsie; il gruppo ha desistito senza portare via merce.
E questo dettaglio vale più di cento analisi sociologiche.
Perché dimostra che non si è trattato necessariamente di un'esplosione casuale e irripetibile.
Se davvero si torna il giorno dopo per fare il bis, significa che qualcuno ha percepito il primo episodio come un'esperienza da ripetere.
Ed è esattamente questo che rende il meccanismo socialmente pericoloso.
Un comportamento viene filmato.
Il video circola.
Il comportamento produce attenzione.
L'attenzione produce imitazione.
L'imitazione produce una seconda prova.
E così la stupidità, se abbastanza spettacolare, diventa una competizione.
Naturalmente bisogna evitare di trasformare cinquanta ragazzini in una diagnosi antropologica dell'intera generazione.
Sarebbe altrettanto stupido sostenere che “i giovani di oggi sono tutti così”.
Non lo sono.
La stragrande maggioranza dei ragazzi italiani va a scuola, torna a casa, studia, lavora, gioca, litiga con i genitori e conduce una vita perfettamente normale.
Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di chiamare questo episodio con il suo nome.
Non è una ragazzata innocente.
Non è “goliardia”.
Non è una bravata perché qualcuno ha rubato due patatine.
È un'azione collettiva organizzata, con una cinquantina di persone che hanno invaso un esercizio commerciale, sottratto prodotti e creato una situazione di forte agitazione per lavoratori e clienti.
Le immagini mostrano inoltre comportamenti finalizzati a non essere riconosciuti.
E qui arriviamo agli adulti pirla come quello delle due ragazze.
Perché la domanda non può essere soltanto: “Che cosa rischiano questi ragazzi?”
Bisogna chiedersi anche: “Che cosa succede dopo?”
Perché se l'unica conseguenza è qualche ora in Questura, quattro ramanzine, i genitori convocati spero non le considerino “marachelle” come disse il pirla padre delle due ragazze e poi tutti a casa con il telefono in tasca, il messaggio rischia di essere abbastanza chiaro: puoi fare il coglione, purché non ti prendano.
E questa è una scuola di impunità.
Il sindaco di Modena ha parlato di una “logica del branco” e di un senso di impunità, indicando tre parole come possibili direttrici dell'intervento: responsabilità, riparazione e rieducazione.
Sono parole molto meno spettacolari di “mandateli in miniera dopo averli presi a calci in culo”.
Ma sono anche più interessanti.
Perché un minorenne che commette un illecito non ha bisogno di essere umiliato pubblicamente per il gusto di vendicare la società. Ha bisogno di capire che esiste una conseguenza concreta.
Hai rubato?
Devi rispondere del furto.
Hai danneggiato?
Devi contribuire a riparare.
Hai terrorizzato lavoratori e clienti?
Devi capire che quelle persone non erano comparse della tua sceneggiata.
Hai usato il telefono per trasformare tutto in uno spettacolo?
Devi capire che lo smartphone non cancella la responsabilità di ciò che filma.
Questo dovrebbe essere il punto.
Perché la tecnologia ha prodotto una cosa curiosa: ha moltiplicato enormemente la capacità di documentare le proprie azioni, ma non necessariamente la capacità di comprenderne le conseguenze.
Il telefono registra tutto.
Il cervello dovrebbe fare il montaggio.
Invece qui sembra che il montaggio sia arrivato prima della riflessione.
E non è un problema esclusivamente adolescenziale.
Gli adulti hanno costruito un'intera economia sull'idea che l'attenzione sia una forma di valore.
Più visualizzazioni, più successo.
Più scandalo, più attenzione.
Più trasgressione, più pubblico.
Poi ci stupiamo se un sedicenne scopre che anche il furto può diventare una forma di intrattenimento.
Gli abbiamo insegnato per anni che ciò che conta è essere visti.
Lui ha semplicemente applicato la lezione al supermercato.
La differenza è che il suo contenuto, questa volta, aveva come sfondo persone che stavano lavorando.
Cassiere.
Commessi.
Clienti.
Gente che non aveva firmato per partecipare alla sua gara di adrenalina.
E questa è la cosa che il branco tende sempre a dimenticare: quando sei in cinquanta, l'azione sembra facile perché la responsabilità individuale si dissolve nel numero.
“Lo facevano tutti.”
È probabilmente la frase più vecchia della storia dell'umanità.
Ed è anche una delle più pericolose.
Perché il branco può moltiplicare il coraggio e contemporaneamente distruggere il senso della responsabilità.
Da soli sti stronzi non avrebbero avuto il coraggio di affrontare una cassiera.
In cinquanta possono farlo ridendo.
Da soli forse non avrebbero rubato.
In cinquanta diventa una sfida.
Da soli non avrebbero pubblicato il video.
In cinquanta trovano qualcuno che filma.
È precisamente per questo che la risposta deve essere individuale.
Le indagini dei Carabinieri dovranno identificare le singole responsabilità.
Non basta sapere che “erano cinquanta”.
Bisogna capire chi ha fatto cosa, quali condotte sono documentate e quali responsabilità possono essere contestate.
Perché il branco non può diventare una zona franca.
E nemmeno TikTok.
Se il video dimostra chi c'era, chi rubava, chi filmava e chi partecipava, quel video non è soltanto la vetrina della bravata.
Può diventare anche la sua prova.
Ed è forse la lezione più semplice che questi ragazzi devono imparare.
Il telefono che usi per vantarti può essere lo stesso telefono che ti identifica.
La telecamera che ignori può ricostruire ciò che hai fatto.
Il video che pensavi ti avrebbe fatto diventare famoso può diventare il documento che racconta la tua responsabilità.
La tecnologia, questa volta, non è il problema.
È il testimone.
E il vero salto di civiltà sarebbe spiegare a quei cinquanta coglioni una cosa che evidentemente nessuno ha ancora spiegato abbastanza bene: il branco può coprirti per dieci minuti.
Le conseguenze, molto più a lungo.
QUINDI CARO FRANCESCO SPERO DI AVERTI SPIEGATO PERCHE' HO DATO DEL PIRLA AL PADRE DELLE DUE RAGAZZINE.










