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mercoledì 21 ottobre 2026

Scala priorità.

 

Il post d'ieri va di pari passo a quello odierno in quanto c’è un’Italia che ruba nei negozi, si filma mentre trasforma una protesta in un palcoscenico e scambia la ribellione per una comparsata sui social. 

E ce n’è un’altra che guarda il prezzo del gasolio, fa i conti con le bollette e si domanda come cazzo arrivare alla fine del mese senza dover chiedere un prestito per continuare a lavorare.

La prima produce immagini.

La seconda produce ricchezza.

Indovinate quale delle due riesce a occupare più spazio nel circo mediatico.

Il contrasto è brutale.

Da una parte, i maranzelli che scambiano il negozio altrui per un bancomat senza codice,


mentre il telefonino immortala ogni bravata nella speranza di raccogliere qualche briciola di notorietà.

Dall’altra, agricoltori, camionisti e pescatori che si ritrovano schiacciati da costi crescenti, margini sempre più risicati e un mercato nel quale il prezzo di ciò che vendono non dipende dalla fatica che hanno sostenuto per produrlo.

Per i primi, la trasgressione diventa contenuto.

Per i secondi, il lavoro rischia di diventare una condanna economica.

E poi puttana eva (chiedo scusa alla puttana) ci sta la pseudocantante che si riprende in mezzo agli scontri per promuovere la propria canzoncina.


Ma cazzarola il conflitto, anziché essere una questione da comprendere, diventa uno sfondo scenografico; la tensione altrui, una comparsa gratuita nel videoclip personale.

Non serve nemmeno domandarsi se la trovata sia geniale o patetica: basta osservare il meccanismo.

Nell'economia dell'attenzione, anche il disordine può diventare pubblicità.

Purché la telecamera sia accesa e qualcuno, da qualche parte, clicchi.

Il punto non è invocare un passato immaginario nel quale tutti erano educati, laboriosi e rispettosi delle istituzioni.

Quel passato non è mai esistito.

Il punto è capire quale gerarchia di importanza stiamo costruendo quando la bravata di un adolescente diventa un caso nazionale, mentre la difficoltà di un'intera categoria produttiva rischia di restare confinata in qualche servizio frettoloso o in una manciata di notizie locali.

Il furto è un furto.

La devastazione è devastazione.

Una protesta, invece, va giudicata per le sue ragioni, le sue rivendicazioni e i suoi metodi.

Confondere deliberatamente queste categorie significa fare un favore tanto ai vandali quanto a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di ordine pubblico.

Ma c'è una differenza sostanziale: chi ruba per esibire la propria impunità non sta necessariamente contestando un sistema; chi protesta perché non riesce più a sostenere i costi della propria attività può avere una ragione economica concreta, verificabile, perfino drammatica.

Naturalmente, la disperazione non assolve automaticamente nessuno.

Un trattore non diventa uno strumento di verità soltanto perché appartiene a un agricoltore in difficoltà, così come una telecamera non trasforma un vandalo in un rivoluzionario.

Le ragioni vanno esaminate, le responsabilità accertate.

È proprio questa distinzione, però, che una parte del dibattito pubblico sembra incapace di sostenere: preferisce le immagini facili, i personaggi caricaturali e le polemiche che si consumano in ventiquattr'ore.

La protesta degli agricoltori, quando emerge, racconta qualcosa che non si risolve con una battuta.


Un'impresa agricola deve affrontare carburante, energia, macchinari, fertilizzanti, manutenzione e manodopera.

Deve poi vendere i propri prodotti in un mercato nel quale il prezzo riconosciuto al produttore può lasciare una quota minima del valore finale.

Tra chi coltiva la terra e chi vende il prodotto sugli scaffali si apre una distanza che non è soltanto commerciale: è una distanza di potere contrattuale.

Il contadino può lavorare dodici ore e trovarsi comunque in perdita. Non può decidere da solo il prezzo del gasolio, non controlla le oscillazioni dei mercati internazionali e non stabilisce le condizioni imposte dai grandi acquirenti.

Se il raccolto va male, il rischio è suo; se i costi aumentano, il rischio è suo; se il prezzo riconosciuto non copre le spese, il rischio è ancora suo.

Il sistema gli lascia la responsabilità dell'impresa e gli sottrae una parte crescente del controllo economico.

Poi gli si chiede di essere competitivo.

Con quale margine?

Con quali strumenti?

E soprattutto: competitivo con chi, se deve confrontarsi con prodotti provenienti da filiere che possono avere costi di produzione e vincoli differenti?

Non basta evocare genericamente la concorrenza per dimostrare che il mercato funzioni bene.

Un mercato nel quale il produttore non riesce a coprire i costi non è necessariamente un mercato efficiente; può essere semplicemente un mercato che trasferisce il rischio verso chi ha meno potere per difendersi.

Lo stesso vale, con differenze importanti, per gli autotrasportatori e i pescatori, anche quelli di Casalcoso che in questo anno li ho visti uscire solo 3 volte nei tre mesi che ho fatto di vacanza.

I primi dipendono dal carburante, dai pedaggi, dai tempi di consegna e dalla forza contrattuale dei committenti.

I secondi devono sostenere i costi delle uscite in mare, rispettare vincoli normativi e affrontare l'incertezza delle catture e dei prezzi. Non sono categorie identiche, né ogni loro rivendicazione è automaticamente fondata.

Ma quando gruppi diversi denunciano simultaneamente l'insostenibilità dei costi, la domanda politica non può limitarsi a stabilire chi disturbi maggiormente la circolazione o chi produca il filmato più virale.

La domanda è se il sistema economico consenta ancora a chi lavora di vivere del proprio lavoro.

Ed eccoci al ceto medio.

Quello che non possiede abbastanza patrimonio per assorbire qualsiasi emergenza, ma guadagna troppo per essere considerato indigente quando si distribuiscono gli aiuti.

Quello che paga le imposte, mantiene la famiglia, sostiene le spese dell'abitazione e scopre che ogni aumento, preso singolarmente, sembra sopportabile, mentre la somma di tutti gli aumenti diventa una seconda imposta senza nome.

Quando anche una spesa imprevista costringe a rinviare un pagamento o a ricorrere al credito, non siamo più soltanto nel territorio delle rinunce ai consumi superflui.

Siamo nel territorio della fragilità finanziaria.

E la differenza è enorme: rinunciare a una vacanza è una scelta; indebitarsi per sostenere spese ordinarie è un segnale d'allarme.

La notizia di circolari rivolte ai docenti con indicazioni su come chiedere prestiti merita, perciò, una verifica precisa: chi le ha inviate, a quali insegnanti, in quale contesto e con quale finalità? Un'iniziativa di educazione finanziaria non equivale necessariamente a un invito a indebitarsi.

Ma se il ricorso al credito viene presentato come una risposta ordinaria alle difficoltà economiche dei lavoratori, la questione politica diventa inevitabile.

Perché un insegnante dovrebbe aver bisogno di istruzioni per indebitarsi, quando dovrebbe poter contare su uno stipendio che gli consenta di vivere con dignità?

Il prestito non crea ricchezza.

Anticipa denaro e trasferisce una parte del reddito futuro a chi lo concede.

Può essere uno strumento utile in circostanze determinate; diventa una trappola quando serve a coprire sistematicamente la distanza fra entrate insufficienti e spese necessarie.

La finanza personale può insegnare a gestire meglio le risorse, ma nessun corso di gestione del bilancio domestico può trasformare uno stipendio insufficiente in uno stipendio adeguato.

Qui la politica dovrebbe smettere di recitare.

Non bastano le fotografie nei campi, le visite ai mercati, le dichiarazioni di solidarietà e i comunicati nei quali ogni problema viene riconosciuto con grande solennità e affrontato con una promessa al futuro.

Servono misure verificabili, tempi definiti e risultati misurabili: condizioni che permettano alle imprese di sopravvivere, salari capaci di reggere il costo della vita, controlli sulla concorrenza e interventi che non si limitino a distribuire denaro senza correggere le distorsioni che alimentano la crisi.

E servono giornalisti disposti a distinguere fra la notizia che fa rumore e quella che conta.

Il numero di visualizzazioni non misura la gravità di un problema.

La quantità di indignazione prodotta da un filmato non determina la rilevanza sociale di un fenomeno.

Un ragazzo che si riprende mentre commette una cazzata può diventare il volto della giornata; un agricoltore che non riesce a pagare il carburante può rappresentare una questione strutturale. Non c'è contraddizione nel raccontare entrambi.

La contraddizione nasce quando il primo divora sistematicamente il secondo.

Sui social, molti cittadini sembrano capaci di distinguere le due cose: condannano i vandalismi e manifestano solidarietà verso chi lavora e protesta.

È un segnale interessante, non la prova che l'intero Paese abbia maturato una coscienza comune.

I commenti non sono un'indagine demoscopica e la visibilità di una protesta non coincide con il suo sostegno effettivo.

Ma quella reazione suggerisce che una parte del pubblico non si accontenta della gerarchia delle notizie stabilita dall'indignazione del momento.

Il vero scandalo, dunque, non è che un adolescente cerchi notorietà né che qualcuno tenti di sfruttare una protesta per farsi pubblicità. 

È che una società possa arrivare a considerare normale il contrasto fra l'esibizione di chi non produce nulla e l'affanno di chi produce beni essenziali.

È che la povertà di tempo, di denaro e di prospettive di chi lavora venga trattata come una questione amministrativa, mentre ogni gesto plateale diventa un'occasione per alimentare il frastuono.

Un Paese non si giudica soltanto da ciò che mostra, ma da ciò che riesce ad ignorare.

E quando chi coltiva la terra non sa se potrà permettersi il gasolio per lavorarla, mentre chi vive di provocazioni trova sempre una telecamera pronta a riprenderlo, il problema non è soltanto la maleducazione dei singoli.

È la scala delle priorità collettive. 

E se sto sciopero dei camionisti sembra solo una rottura di coglioni su chi si sta spostando in strada allego alcune foto di supermercati del Sud ricordando che siamo solo al 21 del mese e sino al 27 ci saranno blocchi. 

Quindi anche noi nordisti avremo difficoltàa reperire il mangime.. e mi fermo qui altrimenti ha ragione la Lella a dire che i post son troppo lunghi.../1.600 parole e 10.598 caratteri azz..



Lidl

Conad




Siamo dei falliti.



«Se c'è la situa io vado e spacco. Alla fine è roba gratis».

Ecco il manifesto politico più sincero di certe devastazioni milanesi: nessuna rivendicazione, nessuna idea, nessuna battaglia sociale.

La possibilità di rompere, arraffare e andarsene con la merce sotto il braccio.

Il tutto, ovviamente, in compagnia, perché la vigliaccheria individuale acquista coraggio quando può nascondersi dentro una folla.

A volte bastano poche parole per mandare in frantumi un'intera impalcatura retorica.

«Oggi faccio gli anni, non ho mai avuto un compleanno così bello».. avrebbe esultato uno dei ragazzi mentre veniva assaltato un supermercato Carrefour.

Sta frase detta ad un cronista evince che non siamo davanti a una sottile elaborazione del conflitto sociale.

Siamo davanti a qualche pirla che associa la propria festa alla possibilità di saccheggiare un negozio.

Il compleanno, evidentemente, comprendeva anche il diritto di presentare il conto a chi lavora, paga le tasse e tiene aperta un'attività.

Il problema non è soltanto ciò che è stato rubato.

È la naturalezza con cui il furto viene raccontato come un'occasione da non perdere.

La merce diventa gratuita perché qualcun altro ne sosterrà il costo; la distruzione diventa divertente perché qualcun altro dovrà ripulire; la paura diventa irrilevante perché a provarla saranno commercianti, dipendenti e passanti.

In questa contabilità morale da quattro soldi, l'unico valore riconosciuto è il vantaggio immediato di chi ruba.

Secondo la cronaca citata, nei due giorni di disordini sarebbero state fermate 270 persone, circa l'80 per cento delle quali minorenni.

Il dato richiede precisione: essere fermati non significa essere condannati, e la percentuale dei minori non dimostra che tutti abbiano partecipato ai saccheggi.

Ma se la ricostruzione trova conferma, la presenza di ragazzi giovanissimi pone una questione che non può essere liquidata con la solita formula sull'emergenza educativa, pronunciata da adulti che poi tornano comodamente a farsi i cazzi loro.

A dodici anni si può non essere penalmente imputabili secondo la legge italiana.

Questo, però, non significa che un atto distruttivo diventi inesistente, che il danno scompaia o che la società debba limitarsi a constatare l'accaduto con l'espressione contrita di chi ha perso le chiavi di casa.

L'assenza di responsabilità penale non equivale all'assenza di ogni responsabilità: entrano in gioco la tutela del minore, gli interventi educativi e, secondo le circostanze, le eventuali responsabilità civili previste dall'ordinamento.

La distinzione conta perché la risposta non può consistere né nell'impunità automatica né nella vendetta contro ragazzi di cui non siano state accertate le condotte.

Una società seria protegge i diritti, individua i responsabili e applica le conseguenze previste dalla legge quindi se penalmente non puoi perseguire sui dodicenni...fallo coi genitori cazzo,  saranno poi i genitori a prendere a cinghiate sti figli bastardi.

Non confonde la giustizia con la rabbia, ma nemmeno scambia la minore età per un lasciapassare universale.

C'è poi un'altra favola da mettere alla prova: quella secondo cui ogni devastazione compiuta da giovani debba essere necessariamente interpretata come protesta, ma se non sanno nemmeno per che minchia protestano..protestare significa contestare qualcosa, rivolgersi a un potere, avanzare una richiesta, cercare di modificare una decisione. Saccheggiare un supermercato per portarsi via vestiti, cibo e alcol è un'altra attività che chiamo con un nome diverso.

Può accadere durante una manifestazione, può sfruttarne il caos, può perfino essere giustificato a posteriori con un lessico politico. 

Ma il contesto non trasforma automaticamente il furto in dissenso.

Se qualcuno grida contro le disuguaglianze e poi devasta il negozio di una persona che non ha alcun potere sulle decisioni contestate, bisogna almeno domandarsi quale sia il rapporto fra il bersaglio scelto e la rivendicazione proclamata.

Se non esiste, la parola «protesta» rischia di funzionare da copertura linguistica per una condotta che ha tutt'altro obiettivo.

Naturalmente, non ogni ragazzo coinvolto in disordini è mosso dalle stesse ragioni.

Possono esserci rabbia, emulazione, desiderio di appartenenza, opportunismo, ricerca di visibilità o semplice eccitazione collettiva. 

Le motivazioni individuali non si deducono da una fotografia della folla.

Ma quando un partecipante dichiara di essere lì perché la merce è gratis, quella dichiarazione merita di essere presa sul serio, senza trasformarla nella spiegazione universale di tutti gli altri.

La folla, del resto, esercita una forza antica: riduce la percezione del rischio, distribuisce la responsabilità e rende più facile fare ciò che da soli molti non oserebbero fare.

Il singolo si sente protetto dall'anonimato, imita chi gli sta accanto e scambia l'impunità momentanea per una specie di diritto.

Il negozio diventa un bersaglio, il commesso un ostacolo, la vetrina un invito, la tua macchina è un insulto perchè quella di suo padre è più piccola. 

Il confine fra spettatore e partecipante può assottigliarsi rapidamente quando il gruppo premia il gesto più aggressivo e deride chi si tira indietro.

È proprio per questo che la risposta delle istituzioni deve essere tempestiva, proporzionata e credibile.

La prevenzione non si improvvisa quando i primi scaffali sono già vuoti.

Servono identificazione dei responsabili, raccolta delle prove, protezione delle persone e dei beni, coordinamento fra forze dell'ordine e autorità giudiziaria. 

E, quando sono coinvolti minori, servono interventi capaci di distinguere fra chi ha commesso un illecito, chi ha assistito e chi è stato trascinato dagli eventi senza parteciparvi.

La repressione da sola non risolve ogni problema educativo.

Ma neppure l'educazione può essere invocata per rinviare indefinitamente ogni conseguenza.

Le due cose non si escludono: la prevenzione riduce il rischio, la responsabilità impedisce che il danno venga trattato come un gioco senza costi.

E i costi esistono.

Li paga chi trova la vetrina distrutta, chi perde una giornata di lavoro, chi deve ripristinare un locale, chi vede il proprio quartiere trasformato in un luogo da evitare.

Li pagano i cittadini che rispettano le regole e scoprono che, durante il caos, la loro macchina viene distrutta, la loro casa viene coperta di scritte.

C'è infine una domanda per gli adulti.

Non per assolvere i ragazzi, ma per smettere di fingere che siano comparsi dal nulla.

Quali modelli di successo, prestigio e potere vengono offerti a una generazione che può scambiare la visibilità per valore e la sopraffazione per coraggio?

Quale credibilità conserva un'autorità che annuncia conseguenze solenni e poi non riesce a renderle prevedibili?

E quale idea di libertà sopravvive quando il desiderio individuale viene considerato sufficiente a giustificare il danno altrui?

Non si tratta di rimpiangere un passato immaginario in cui tutti obbedivano e nessuno sbagliava.

Si tratta di stabilire una regola elementare: la libertà di ciascuno non comprende il diritto di trasformare la vita degli altri in un saccheggio.

Se un ragazzo festeggia il compleanno mentre porta via merce da un supermercato assaltato, il problema non è che abbia celebrato male.

È che ha confuso il privilegio momentaneo di prendere con il diritto di prendere, l'eccitazione con il coraggio e l'assenza di conseguenze immediate con l'assenza di responsabilità.

Se la merce rubata è gratis soltanto perché qualcun altro ne paga il prezzo, non siamo davanti a una protesta sociale. 

Siamo davanti a una società che deve decidere se chiamare le cose con il loro nome e considerare che siamo dei falliti se non riusciamo a stoppare questi fatti.

Botticelli a Prima vera.



Prendo una pausa informatica e datosi che qui il tempo e' diversamente bello (non come a Casalcoso dove il dr. Natalino si crogiola al sole), cerco di dare fondo alla mia Cul tura anche in arte disegnatoria descrivendovi uno dei dipinti piu' in vista del buon Sandrino Botticelli che dipinse una decina d'anni prima che Colombo Cristo Foro ebbe a scoprire le terre del parrucchino pannolinato.
A tuttoggi detto dipinto lo potrete lumare a Florence negli uffici della galleria e come ben vedete nella jpg di cui sopra, sto parlando della Primavera in netta simbiosi con la giornata diversamente serena odierna.

Donc.. l'opera è ambientata in un boschetto tipo quello vicino alla Cantina di Atessa e raffigura un' allegra brigata di ubriaconi in gita di Pasquetta.

Sull'estrema destra troviamo raffigurato un simpatico siparietto tra
Zefiro e la ninfa Cloris.. il primo, in preda ai fumi dell'alcool e allupato come un mandrillo afghano, sale su un albero e si lancia letteralmente verso la seconda (che nel frattempo masticava foglie di marijuana, si vede che le escono dalla bocca) nel tentativo di sodomizzarla.

Sull'estrema sinistra troviamo invece
Mercurio che, dimenticatosi la frutta a casa, sta scegliendo quali arance rubare dal frutteto del contadino... tale gesto viene notato dal guardiano, Cupido, (il non meglio identificato essere volante in alto al centro) che sta mirando il ladro per gambizzarlo.

Al centro campeggia
Venere, la quale indossa la tovaglia rossa usata durante il picnic.. questo perche' mentre la dea si era addormentata (notate la faccia assonnata tipo le mea quando mi alzo all'alba delle 10 e per fortuna domenica cambiamo orario e dormo un'ora in più), i tre loschi personaggi alla sua destra, le tre Grazie (Grazia, Graziella e Grazie al belino) le hanno venduto i vestiti e ora si stanno spartendo i guadagni (notate infatti che confabulano tra loro).
Venere non ha ancora capito bene che minchia e' successo, anche perche' la donna incinta alla sua destra, Flora, la sta assillando in quanto assalita da un'irrefrenabile voglia di ananas e mango, introvabili in un semplice aranceto.
Si mormora che Venere abbia in seguito imbracciato il fucile e ucciso tutti indistintamente, ma questa e' un'altra storia ed è tutta da verificare (tipo l'acquisto di mezza Sardegna effettuata grazie ai finanziamenti per acquisto armi che noi europei stiamo elargendo).

L'attenzione dell'artista e' focalizzata sulle specie vegetali accuratamente studiate... si mormora, ad esempio, che il pittore abbia provato a fumare tutte le specie vegetali presenti nel luogo dov'e' ambientata la scena e che in seguito a questo gli sia apparso Alberto Angela che l'ha guidato nel fantastico modo dei vegetali. 

Anche la scelta del colore e' tutt'altro che casuale.. il verde e' stato ottenuto spalmando diversi tipi di verdure andate a male sulla tela, cosi da ottenere il tipico colore marcio.

Un breve accenno, infine, alle centinaia di ipotesi riguardo il presunto significato della tela.. il Vittorio Umberto Antonio Maria dice che è la rappresentazione della ciclicita' universale della natura di neoplatonismo ecc...
Naaa ...perdonatemi la licenza di dire che è nulla di tutto questo, il fatto e' che il Botticelli aveva trovato il sistema per passare quattro anni nel Castello Mediceo e tingere mezzo metro di tela all'anno alto due spanne (precisamente sta tavola del 1482 è cm 207x319) non e' che ti fanno tirare la milza..
Stretta e' la foglia, larga e' la via, finisco sta cazzata e vado via e mi raccomando... un'ora indietro per domenica e se vi va di culo commenterò La nascita di Venere e magari anche La Primavera.
Non me ne voglia il Maestro Sgarbi a cui auguro una pronta guarigione se ho usurpato il suo posto come illustratore e per i personaggi mi sono avvalso dell'AI.
P.S per capire bene il mio scritto dovreste avere il quadro davanti a meno che siate dotati di buona memoria, altrimente dovrete andare su e giù nel post. 

sabato 17 ottobre 2026

Anniversario 52.

Allora.. bella la canzoncina del Diversi ma Uguali e ti dico brava per aver smanettato nel web e più che dir bella alla canzoncina e da considerare il tempo che hai dedicato e il pensiero di questi 52 anni che sono un capitolo forgiato con più di 18.000 giorni passati assieme.. il 52 è un numero che potremmo giocare al lotto e sono anche le settimane che esistono in un anno.. e il nome delle nozze non è come quelle d'oro, argento di diamante ma NOZZE DI TORMALINA.



Vabbè non saranno di diamante ma è sono sempre di pietra preziosa e sempre meglio di quelle prossime che saranno Nozze di Ciliegia (vebbè che costano care).

Ed ora mi tornerebbe facile riscrivere una canzoncina ma ti metto solo una foto.. guardala.

Metti una mano davanti e copri una metà dell foto e poi l'altra e vedrai Carlo a Sinistra e Lella a Destra, ora togli la mano e ci vedrai assieme.

Questa foto rappresenta quello che un certo Platone nel suo Simposio parlava di come nasceva il bisogno di amare attraverso il mito degli Androgini raccontato da Aristofane.

So che non ti piacciono gli scritti lunghi e quindi taglio dicendo che..

Si narra che in origine gli esseri umani non fossero come li conosciamo oggi.

Erano creature "doppie", rotonde e perfette, con quattro braccia, quattro gambe e due volti.

Erano così forti, e soprattutto così sintonizzati su sé stessi, da risultare invincibili, al punto da tentare di sfidare gli dèi.

Per ridurne la potenza senza però distruggerli, Zeus trovò una soluzione sottile: li tagliò esattamente a metà.

Come tu hai fatto con la mano...

È da quella ferita antica che nasce il nostro bisogno di amare.

Da quel momento, ogni metà ha iniziato a vagare nel mondo portando dentro di sé un senso di nostalgia sottile e incolmabile, con il desiderio disperato di ritrovare l'altra parte per sentirsi di nuovo intera.

(un poco la storia dell'altra metà della mela).

Il bisogno di amare, infatti, non nasce da una mancanza qualunque o dal semplice terrore di restare soli.

L'amore è piuttosto un riconoscimento di frequenza.

È la spinta irrefrenabile a trovare qualcuno capace di decifrare la nostra lingua madre — quella fatta di silenzi, spigoli e sfumature che al resto del mondo appaiono incomprensibili ma noi li capiamo.

Come scrive Platone, la nostra antica natura era questa ed eravamo interi: il desiderio e la ricerca dell'intero prende il nome di amore.

È la spinta a trovare un'anima di fronte alla quale poter finalmente togliere l'armatura e dire: eccomi, qui sono a casa e aspetto quelle di ciliegio, arancio, kiwi...

mercoledì 14 ottobre 2026

Bicicletta.

 



Allora cominciamo con la definizione matematica.. che cos’e’ una bicicletta.

Un triangolo e due circonferenze e definirla sessualmente ad una donna e’ semplice due circonferenze ed un triangolo e secondo voi perche’ si dice montare in bici?.
Pensateci bene, e’ uno dei mezzi piu’ economici che possiede l’uomo per percorrere lo spazio ad una velocita’ superiore a quella che otterrebbe correndo con le sue sole gambe.

Pero’ anche la bici ha bisogno di gambe, ma per far girare i pedali, per moltiplicare meccanicamente lo sforzo.

La meraviglia della bicicletta e’ che trasforma noi, esseri a tre dimensioni, in bipedi a due dimensioni.

La bicicletta, almeno dal punto di vista fisico, e’ una struttura
bidimensionale…non ha quasi spessore.

La terza dimensione e’ solo quella dei pedali e del manubrio, che e’ il vero punto in cui ci manifestiamo nello spazio (la sella invece, e’ qualcosa di ambiguo, come ha capito benissimo Picasso che l’ha trasformata, col manubrio in una testa di toro).

Ebbene, la cosa meravigliosa delle due ruote, e’ il fatto che noi a cavalcioni della bicicletta scivoliamo sulla pelle del mondo muovendoci tra cielo e terra.. l’aria e’ lo strumento che noi attraversiamo, mentre siamo tangenti alla terra mediante un sottile tubolare rigonfio, quasi una linea.

Negli ultimi anni, la bicicletta si e’ evoluta, tanto e’ vero che come per l’automobile, non esiste piu’ un solo modello..dall’avvento della mountain bike, vera novita’ che invase le nostre citta’ una ventina di
anni fa’..era l’equivalente della Jeep.

La bicicletta quindi ha cambiato forma e dimensione delle gomme della sella e dei componenti ma ha cambiato un modo di vita, siamo tornati su lei con criteri diversi.. prima era considerata un mezzo
di chi non poteva permettersi altro che lei, ora e’ un mezzo che serve per farci andare piu’ veloci, piu’ liberi e con desiderio di muovere questo corpo che ormai non e’ piu’ avvezzo a sforzi e per darci dentro ora anche i meno dotati o piu' pigri si avventurano in posti recondi con la pedalata assistita.

E vai bicicletta, siamo tornati uniti al tuo triangolo e alle tue due circonferenze (per i non competenti due quadrati).

 

Castigatori all'attacco.

 

Sono certo che vi sarete chiesti come mai i giudici italiani rimettono subito in libertà i castigatori arrestati permettendo loro di tornare a rubare indisturbati.

Mio suocero apparteneva alla Benemerita e diceva che lui evitava tante scartoffie e la giustizia la faceva sul posto con una paternale fatta in modo da far ricordare di rigare diritti.

Lui si che era un sapone (uno che sapeva molto insomma).

Il codice penale italiano è un testo giuridico strutturato appositamente per tutelare i criminali di basso livello a discapito dei cittadini onesti.

I magistrati non rimettono in libertà i borseggiatori perché provano simpatia per loro o perché sono impazziti.

Lo fanno perché applicano alla lettera le leggi approvate dal Parlamento.

Il furto con destrezza prevede pene talmente basse che la custodia cautelare in carcere prima del processo definitivo è praticamente impossibile da applicare.

Per rinchiudere una persona in cella in attesa di giudizio servono requisiti precisi, come il pericolo di fuga o il rischio di reiterazione di reati gravi e violenti.

Rubare un portafoglio in metropolitana non rientra in queste categorie.

Il giudice convalida l'arresto fatto dalle forze dell'ordine e poi è obbligato a firmare il foglio di via, rimettendo il ladro esattamente sulla stessa banchina da cui è stato prelevato poche ore prima.

A questo meccanismo si aggiunge una norma specifica che garantisce l'impunità totale a una categoria ben precisa di ladri.

Gli articoli 146 del codice penale e 275 del codice di procedura penale vietano categoricamente il carcere per le donne incinte o per le madri di bambini con meno di un anno di età.

Ste borseggiatrici conoscono questo articolo a memoria e lo sfruttano con una precisione calcolata.

E state attenti a non fare come faceva mio suocero o per voi sarà finita e oltre a finir in gabbia dovrete pure risarcire la proff.castigatrice.

Queste professioniste del castigo, vivono in uno stato di gravidanza perenne o si portano dietro neonati proprio per avere una garanzia legale assoluta contro l'arresto.

Quando un poliziotto ferma una di queste donne con le mani nella borsa di un turista, sa già che il suo lavoro è inutile.

La porta in caserma, compila i verbali, la fotografa gli offre il cappuccino col biscotto di Atessa e poi la guarda uscire dalla porta principale.

Non c'è alcun margine di interpretazione.

La legge impone di tutelare il nascituro o il neonato, e il risultato pratico è che la madre ottiene un permesso illimitato per delinquere senza subire alcuna conseguenza penale immediata.

Il sistema carcerario italiano è al collasso e non ha spazio per chi ruba telefoni o contanti.

Le prigioni sono sovraffollate e lo Stato deve calcolare i costi e i benefici di ogni singolo detenuto.

Mantenere un borseggiatore in cella costa palanche pubbliche, e il sistema giudiziario considera il furto di 100 euro una perdita economica tollerabile per la società.

Non importa a nessuno se tu perdi i documenti o lo stipendio.

La giustizia italiana si muove solo quando c'è violenza fisica grave o quando vengono toccati i grandi capitali.

Fino a quando il Parlamento non deciderà di cambiare le leggi, inasprendo le pene per i reati predatori e cancellando le eccezioni legali, i giudici continueranno a firmare moduli di scarcerazione.

I castigatori continueranno a ignorare le guardie giurate e tu continuerai a dover tenere la borsa stretta sul petto ogni volta che sali su un vagone affollato o passi per Via Italia a Porcaro.

Te capì testina.

Fatto? gia fatto?

 


Vi capita mai di incontrare qualc1 e di chiedervi dove avete gia visto sta persona?.

Bene.. ho incrociato in garage un tipo con la figlia sui 6 anni, biondina con le treccine che mi ha ricordato una pubblicità di qualche lustro fa e che diventa il post odierno legato alla parola “Pubblicità”.

Certe pubblicità durano pochi secondi, ma riescono a restare nella testa per decenni.

Basta una frase, una voce, una situazione familiare.

E all'improvviso uno spot non è più soltanto un messaggio commerciale: diventa un frammento della vita quotidiana.

Quella bimba che ho incontrato e che è nell'immagine di partenza è uguale allo spot di Pic Indolor, accompagnato dalla formula «Fatto! Già fatto?».

Poche parole, apparentemente banali, eppure costruite secondo una delle regole fondamentali della comunicazione pubblicitaria: trasformare un prodotto in un'esperienza immediatamente riconoscibile.

Per capire il fascino di quelle campagne bisogna tornare a un'Italia molto diversa da quella di oggi.

La televisione di allora occupava un posto centrale nella vita domestica.

Non c'erano smartphone, piattaforme di streaming, pubblicità personalizzate o decine di contenuti capaci di contendersi l'attenzione nello stesso momento.

Ci si ritrovava davanti allo schermo in famiglia, e gli spot diventavano parte di un rituale condiviso.

La pubblicità non interrompeva un flusso infinito di video: si inseriva dentro programmi che milioni di persone guardavano contemporaneamente.

Era questo uno dei suoi grandi vantaggi.

Un messaggio efficace poteva raggiungere bambini, genitori e nonni, attraversando generazioni e abitudini diverse.

Pic Indolor apparteneva al mondo dei prodotti sanitari destinati a situazioni concrete, familiari, quotidiane.

Il nome stesso richiamava immediatamente il problema che prometteva di affrontare: il dolore.

La comunicazione doveva quindi fare qualcosa di molto preciso, ossia rendere riconoscibile il prodotto e fissarlo nella memoria senza bisogno di spiegazioni elaborate.

Quella bambina che ho incontrato per me diventa «Fatto! Già fatto?» e quando risalgo in caso dirò alla Lella che ho incontrato "fatto..già fatto"..

Lei penserà alla stravaganza dovuta all'età ma per me uno dei due neuroni che ho nella capa funzionano proprio attraverso la semplicità della battuta e il ritmo della conversazione, se mi capiscono..bene..altrimenti..sorvolo.

La frase che ho pronunciato è quella del mio linguaggio domestico, ovvero l' espressione scambiata senza pensarci troppo che mette in evidenza come la pubblicità cambia il modo di vivere a chi è ed era martellato dai media.

È una tecnica che la pubblicità conosce da sempre.

Una frase breve, se associata ripetutamente a un marchio e a una situazione riconoscibile, può sopravvivere al prodotto stesso.

Anni dopo, magari, non ricordiamo più tutti i dettagli dello spot, ma basta sentirne citare una battuta perché riaffiori un'immagine, una voce o l'atmosfera di un periodo della nostra vita che alcuni di voi ricorderanno.

Naturalmente, la memoria non conserva tutto nello stesso modo. 

Per qualcuno uno spot è legato all'infanzia; per altri, alle prime esperienze davanti alla televisione a colori, alle serate trascorse in famiglia o alle pubblicità che separavano un programma dall'altro.

Il ricordo individuale si intreccia così con quello collettivo, trasformando un messaggio commerciale in una piccola testimonianza di costume.

Certo che oggi la pubblicità dispone di strumenti tecnologici enormemente più sofisticati e l'AI detta legge.

Può selezionare il pubblico, misurare le reazioni, modificare le campagne in tempo reale e inseguire lo spettatore attraverso dispositivi diversi.

Ma questa abbondanza presenta anche un problema: l'attenzione è frammentata, i messaggi si moltiplicano e la memoria viene continuamente sollecitata da stimoli concorrenti.

Associare quella bimba che ho incontrato in garage, alla Pic Indolor e il suo «Fatto! Già fatto?» significa quindi recuperare qualcosa di più di una vecchia pubblicità.

Significa tornare a un modo di comunicare in cui poche parole potevano diventare un appuntamento riconoscibile, una battuta da ripetere e, con il passare del tempo, un segnale capace di riportare alla luce un'intero periodo della vita italiana.

La nostalgia, però, non dovrebbe trasformarsi nell'idea che tutto ciò che appartiene al passato fosse automaticamente migliore.

Anche allora la pubblicità mirava a vendere, persuadere e conquistare spazio nella mente del consumatore.

La differenza è che alcuni messaggi riuscivano a farlo lasciando una traccia culturale che superava la loro funzione originaria.

È questo il destino curioso di certi spot: nascono per promuovere un prodotto, ma finiscono per raccontare un'epoca e per descrivere un fatto appena accaduto.

E qualche volta basta davvero poco.

«Fatto! Già fatto?».

Due brevi espressioni, un ricordo che nella memoria di chi l'ha vissuta.. continua ancora a parlare.