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martedì 11 agosto 2026

La Cavalla Storna.




Ho un paio d'ore da far passare e oggi evito di commentare parrucchino pannolinato con relative stronzate e cerco di far capire quello che odiavamo a scuola ovvero le poesie a memoria.. Attualmente so che non esiste più questo problema ma se ci pensate bene, queste poesie potevano essere recepite come fatto anacronistico e forse avrebbero potuto essere meno odiate e il mio ricordo va a Giovanni Pascoli e alla sua “Cavallina storna”.. io da buon lombardo, inizialmente pensavo citasse un animale sordo in quanto la parola “storna” in dialetto locale significa appunto “sorda”.. ma poi leggendo questa poesia non come compito assegnato ma come fatto capitato, l'odio avversivo è andato scemando e quindi vorrei far capire come ho poi interpretato questo scritto...

P.S. La cavalla era detta storna grazie al suo mantello grigioscuro con piccole e numerose macchie che la rendevano simule al piumaggio dello storno.

Questo era indicato sui giornali dell'epoca

Il 10 Agosto 1867 veniva brutalmente ucciso il padre del poeta Giovanni Pascoli.

Questo tragico evento egli lo descrivera' appunto come "La cavalla storna" che voleva essere solo la manifestazione del suo immenso dolore invece , nel tempo , è diventata quell' immortale ode che tutti dovremmo conoscere per apprezzarla.

In essa il poeta ci presenta la madre che va a trovare la cavalla "storna" che aveva riportato a casa il corpo del marito senza vita.

E le chiede, come se potesse capirla, di parlare, di darle il nome dell 'infame assassino e lo sussurra lei quel nome...

Nel silenzio, la cavalla fa risuonare un alto nitrito, confermando i sospetti e mostrandosi quasi umanamente partecipe del dolore della sua padrona.

Oggi la casa del triste avvenimento, che si trova a San Mauro Pascoli, è monumento nazionale ed è visitabile.

Danneggiata durante la guerra, la casa del poeta è stata restaurata, mantenendo però l'originaria struttura.

Una stanza , però, è rimasta intatta : la cucina.

Questo locale conserva, infatti, ancora le annerite travi, il grande focolare, l'acquaio in pietra e vi sono ancora piccoli utensili, mobili d'epoca e vari oggetti, appartenuti alle donne della famiglia.

E tutta l'atmosfera è così intrisa di veridicità che quasi si aspetta l' improvviso apparire della padrona di casa con le figlie Maria e Ida, sorelle del poeta che, da brave "azdore" ( massaie) romagnole, potrebbero incominciare a preparare piadine, sfoglie e passatelli...

Atmosfera antica, magica, che ricorda un tristissimo evento, ma capace di trasportare chiunque in un tempo lontano, coinvolgente

ed emozionante da rivivere e ve la trascrivo sicuro che forse la apprezzerete.

LA CAVALLA STORNA

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla„

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...„

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue parole„

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.

O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una sola cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come„

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote;
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

P.S.. a chi interessa la storia e vorrebbe sapere chi fu l'esecutore dell'omicidio e del mandante puo leggere qui e farsi la sua opinione.


 

Birra a zero alcool.

 

Azz... 4 eurini alias vecchie ottomila lire per una birra azero alcool.. ma chi vogliono prendere per il culo ste aziende e il mercato delle bevande analcoliche è una gigantesca truffa legalizzata progettata per svuotare i portafogli dei consumatori di noi pirla che siamo scesi con la piena.

Se pensi che le multinazionali si preoccupino del tuo fegato vivi nel mondo delle favole.

Il vero motore di questa operazione commerciale è il margine di profitto.

Partiamo dal principio che le bevande alcoliche tradizionali sono gravate da pesanti accise statali.

Quando un'azienda produce una birra o un vino con zero alcol elimina totalmente questa tassa dal costo di produzione.

Il prezzo sullo scaffale del supermercato a volte rimane identico a quello della versione alcolica, ma nella foto è molto superiore.

Stai letteralmente pagando a peso d'oro un prodotto che all'azienda costa un cazzo.

Le multinazionali incassano la differenza e tu finanzi i loro profitti record credendo di fare una scelta salutare.

L'industria degli alcolici ha analizzato i dati di vendita e ha scoperto che le nuove generazioni consumano quantità di alcol molto inferiori rispetto al passato e per evitare un crollo dei ricavi hanno dovuto inventare una nuova categoria merceologica per catturare chi prima non comprava i loro prodotti.

Il loro bersaglio sono le donne in gravidanza, le persone sotto terapia farmacologica, i guidatori del sabato sera e i gruppi religiosi che vietano il consumo di alcol.

È una spietata espansione del bacino d'utenza.

Non c'è alcuna nobile missione per il benessere pubblico.

Vogliono solo assicurarsi che, anche nei momenti in cui non puoi assumere alcol, tu continui a versare i tuoi soldi nei loro conti correnti anziché bere della banale acqua del rubinetto.

Perdonate la foto della donna leggermente incinta che non ha coperto il cognome del produttore e comunque sia lui che altri sono uguali.. ma analizziamo il presunto beneficio per la salute.

Per produrre una birra o un vino senza alcol le aziende devono prima creare la bevanda originale e poi estrarre l'alcol attraverso processi industriali invasivi tipo l'osmosi inversa o la distillazione sottovuoto.

Questa procedura distrugge completamente il sapore originale del prodotto.

Per rendere questo liquido nuovamente bevibile i produttori sono costretti ad aggiungere quantità industriali di zuccheri, sciroppi, aromi artificiali e conservanti chimici.

Non stai ingerendo una bevanda naturale.

Stai bevendo un intruglio ultraprocessato che provoca picchi glicemici immediati nel tuo sangue.

Eviti i danni dell'alcol ma introduci nel tuo organismo una massa di calorie vuote e additivi industriali.

È un surrogato sintetico venduto a persone che non hanno la forza di volontà di ordinare un semplice bicchiere d'acqua.

E adesso voglio vedere se berrete ste cose a zero alcool con la stessa serenità di prima.

lunedì 10 agosto 2026

Rimpiangeremo questa estate.

 


Bah.. voi scherzate ma ricordate queste parole "Rimpiangeremo questa estate" e l’incubo sono le previsioni di un futuro a cinquanta gradi.

Come sarebbe a dire? Rimpiangere questa fornace? Peggio di così? Ancora più caldo?

È un po' come andare dal medico con quaranta di febbre e sentirsi dire: «Si prepari psicologicamente, perché questo è il periodo in cui sta meglio».

Purtroppo è la sintesi delle analisi dei climatologi più accreditati, i famosi saponi (quelli che sanno tanto).

Quello che stiamo vivendo potrebbe essere soltanto un assaggio di ciò che ci aspetta nei prossimi decenni.

Insomma, tra qualche anno potremmo guardarci indietro con nostalgia e dire: «Ti ricordi il 2026? Che estate meravigliosa... c'erano appena quaranta gradi.»

È una frase che fa sorridere.

Poi, però, smette di far ridere.

Il bollettino di questi giorni racconta una realtà ormai familiare: città in bollino rosso praticamente ovunque, ondate africane che si rincorrono da maggio, notti tropicali, termometri che sembrano aver dimenticato come si scende sotto i trenta gradi.

E il famoso "refrigerio", parola che ormai andrebbe pronunciata con lo stesso rispetto con cui si parla dello Yeti o del mostro di Loch Ness, continua a essere rinviato di settimana in settimana.

Ma il cambiamento più grande non riguarda il termometro.

Riguarda noi poveri pirla.

Noi che abbiamo superato una dozzina e passa di lustri e ricordiamo perfettamente come funzionavano le stagioni.

Marzo aveva ancora il sapore dell'inverno.

Aprile portava i primi tepori.

Maggio spalancava le finestre.

Giugno profumava di vacanze.

Luglio e agosto erano il culmine dell'estate mediterranea.

Calda.

Talvolta anche molto calda.

Ma mediterranea.

Oggi i mesi del calendario continuano a chiamarsi allo stesso modo, ma le stagioni sembrano aver cambiato mestiere.

La primavera appare per qualche giorno, quasi fosse una comparsa pagata a gettone, poi lascia il posto ad un'estate che assomiglia sempre più ad un lungo soggiorno nel Sahara.

Il risultato è che abbiamo completamente cambiato il nostro rapporto con il tempo.

Da ragazzi aspettavamo con impazienza l'estate.

Oggi aspettiamo settembre, se non ottobre.

Una volta contavamo i giorni che mancavano alle vacanze.

Adesso contiamo quelli che ci separano dalla prima perturbazione atlantica.

È una rivoluzione silenziosa, ma enorme.

Anche il simbolo del benessere è cambiato.

Per i nostri genitori era l'automobile.

Per i nostri figli e nipoti è stato lo smartphone.

Per noi “diversamente giovani” è diventato un condizionatore che continua ostinatamente a funzionare.

L'incubo dell'estate non è più la coda in autostrada.

È sentire un rumore strano provenire dall'unità esterna del climatizzatore.

In quel preciso istante tutta la famiglia smette di respirare.

Perché una cosa è vivere con quaranta gradi; un'altra è viverli senza aria condizionata.

La casa si trasforma in un forno, il divano in una piastra, il letto in una sauna finlandese.

Dormire diventa un'attività estrema.

Ci si gira nel letto come polli allo spiedo sperando che, prima o poi, arrivi una folata d'aria.

Naturalmente, in questo panorama non possono mancare gli irriducibili del "è sempre stato così".

Sono una categoria di coglioni stratosferica.

Riescono a negare perfino il termometro.

Secondo loro non è cambiato nulla.

Le estati sono identiche a quelle di cinquant'anni fa.

Evidentemente Giulio Cesare conquistò la Gallia con quarantadue gradi all'ombra, Garibaldi sbarcò a Marsala durante una bolla africana ed i dinosauri si estinsero perché avevano dimenticato di fare la manutenzione al climatizzatore.

Con loro discutere è inutile.

È più facile convincere un cubetto di ghiaccio a non sciogliersi.

Poi basta sedersi su una panchina accanto a qualche anziano ed ascoltare.

Provate a trovare una sola persona che abbia superato i sessant'anni e vi dica sinceramente che il clima è rimasto quello della sua giovinezza.

Una sola.

Non la troverete.

La verità è che stiamo vivendo un cambiamento che non consiste soltanto nell'aumento delle temperature.

Sta cambiando il nostro modo di abitare le case, di uscire, di dormire, di passeggiare, perfino di desiderare le stagioni.

Un tempo l'estate era la stagione della libertà.

Oggi rischia di diventare quella della reclusione domestica, con le finestre chiuse, il climatizzatore acceso, e lo sguardo rivolto fuori come si guarda un temporale che non finisce mai.

La cosa più inquietante, però, non è immaginare un futuro con cinquanta gradi.

È pensare che ci arriveremo lentamente.

Un grado alla volta.

Così lentamente da abituarci.

Esattamente come ci siamo già abituati a considerare quasi normale un'estate che, quando eravamo ragazzi, sarebbe finita sui giornali come un evento eccezionale.

Forse è proprio questo il significato nascosto di quel titolo.

Non rimpiangeremo questa estate perché è stata bella.

La rimpiangeremo perché, se gli scienziati hanno ragione, sarà stata una delle ultime che ci sembreranno ancora sopportabili.

Ed è difficile immaginare una frase più ironica.

O più spaventosa.

Buon Fresco a tutti.

Amarcord..


Si pagava in lire..

La tecnologia..

A scuola niente lim..

Beh… la musica era lì

ed ecco quello che piace a mio cognato Renzo.

Vi ricordate il nome?

E vabbuo' vel dig me...  

Teomondo Scrofalo 
 

domenica 9 agosto 2026

Il sovrapprezzo ideologico..

 



Oggi tralascio nuovamente il parrucchino pannolinato e vi posto cosa è successo a Milano e se non vorrete rompervi più di tanto chiudiamola qui casocontrario leggete poi l'ultima riga.. 

ora continuate la lettura e occhio che potrebbe capitare anche a voi... partiamo dal titolo..

IL SOVRAPPREZZO COME IDEOLOGIA

Una bottiglietta d'acqua da venticinque centilitri.

Prezzo indicato sul menù: due euro e cinquanta.

Prezzo richiesto al momento del conto: sei euro.

Sticazzi e sapete il motivo?

«La sera costa di più.»

Potrebbe sembrare una barzelletta.

Non lo è.

È successo a Milano, nel cuore di Brera, in uno storico locale.

E dentro quei sei euro c'è molto più di una bottiglia d'acqua.

C'è un'idea.

L'idea che il prezzo esposto sia una cosa e quello realmente richiesto un'altra.

L'idea che l'orario possa trasformare magicamente un prodotto.

L'idea che il cliente, una volta seduto al tavolo, sia abbastanza stanco, distratto o imbarazzato da pagare senza fare domande.

Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.

Perché diciamolo chiaramente.

Un esercente può far pagare un'acqua quanto cazzo gli pare e sempre nei limiti delle regole applicabili.

Due euro.

Sei euro.

Dieci euro.

Centomila, se trova qualche pirla disposto a comprarla.

Il mercato, per fortuna, funziona anche così.

Ma c'è una differenza enorme tra stabilire un prezzo e cambiarlo dopo che il cliente ha ordinato.

Il primo si chiama commercio.

Il secondo rischia di diventare qualcosa di molto più complicato.

Perché se sul menù leggo 2,50 euro, ordino quella bottiglia e poi me ne vengono chiesti sei con la spiegazione che “la sera costa di più”, la domanda non è più:

«Quanto costa l'acqua?»

La domanda diventa:

«Allora perché sul menù c'è scritto 2,50?»

E qui la magia finisce.

Perché il menù non è una decorazione.

Non è un elemento dell'arredamento.

Non è un suggerimento poetico.

È lo strumento attraverso il quale il cliente viene informato dei prezzi.

Se esistono prezzi diversi in determinati orari, fasce della giornata o condizioni di servizio, devono essere comunicati in modo trasparente.

Non possono materializzarsi sul conto come un coglione opps coniglio uscito dal cilindro.

«Di giorno costa 2,50. Di sera sei.»

Benissimo.

Scrivilo testina di vitello.

Il cliente lo legge.

Decide.

Ordina oppure se ne va fuori dalle palle.

Questa si chiama libertà di scelta.

La cosa cambia completamente quando il prezzo compare soltanto dopo che la scelta è stata fatta.

Ed è questo il punto che mi interessa.

Non l'acqua.

L'acqua è irrilevante.

Potrebbe essere una birra.

Un caffè.

Un panino.

Un piatto di pasta.

Qualunque cosa.

Il problema è il principio.

Perché se il cliente deve scoprire il prezzo reale soltanto quando arriva il conto, non abbiamo più un rapporto trasparente tra venditore e acquirente.

Abbiamo una scommessa.

E il cliente scopre di aver perso quando ormai la partita è finita.

Naturalmente esiste una risposta molto semplice.

«Non ti piace? Non tornarci.»

È vero.

Il consumatore ha una delle armi più potenti che esistano: può andarsene e scriverlo come faccio io adesso, oppure dirlo alla Lina che è abituata a prendersi il vfc.

Ma perché funzioni, deve prima essere messo nella condizione di sapere cosa sta comprando e quanto gli costerà.

Altrimenti non è una scelta.

È una sorpresa.

E le sorprese sono bellissime quando arrivano dentro un pacchetto regalo.

Molto meno quando arrivano dentro un conto da pagare.

Poi c'è la questione della location.

Brera.

Milano.

Il centro storico.

La terrazza.

La vista.

Il locale prestigioso.

Tutto può avere un prezzo.

Ed è perfettamente legittimo, ad es se chiedete sta bottiglietta a Vasto mentre la luna piena illumina la sirenetta.. il gioco vale la candela

Un ristorante non vende soltanto pasta.

Vende anche servizio, ambiente, posizione, esperienza.

Non c'è nulla di scandaloso nel pagare dieci euro per qualcosa che altrove ne costa due, se so prima che ne costa dieci e scelgo comunque di comprarlo.

Il problema nasce quando si usa la location come una sorta di licenza per sorprendere il cliente.

«Qui siamo a Brera pirletti non a Casalcoso.»

E quindi?

Brera non modifica la matematica.

Il Duomo non modifica la matematica.

Una vista spettacolare non modifica la matematica.

E nemmeno la notte.

Perché se arriviamo al punto in cui “la sera costa di più” diventa una spiegazione sufficiente per giustificare qualsiasi differenza tra il prezzo comunicato e quello richiesto, allora abbiamo creato una nuova filosofia commerciale.

La chiamerei, appunto: il sovrapprezzo come ideologia.

Non più il prezzo come conseguenza dei costi, del servizio e del valore percepito.

Ma il prezzo come conseguenza della vulnerabilità del cliente.

Se sei turista, paghi.

Se sei stanco, paghi.

Se hai già ordinato, paghi.

Se hai paura di fare una scenata davanti agli amici, paghi.

Se sei in un posto dove non conosci nessuno, paghi.

E se protesti?

Beh cazzi tua.

Ti verrà probabilmente spiegato che “qui funziona così..barbone”.

Naaaaa.

Non dovrebbe funzionare così.

Il commercio non è una guerra tra furbi e ingenui.

Dovrebbe essere un accordo.

Io ti offro qualcosa.

Tu decidi se comprarlo.

Io ti comunico quanto costa.

Tu accetti.

Paghi.

Fine.

È una delle forme più elementari di fiducia che abbiamo costruito nella società.

Ed è proprio quella fiducia che viene distrutta quando il prezzo diventa una variabile nascosta.

Poi c'è l'italia (i minuscola).

E qui bisogna stare attenti.

Non siamo un Paese di truffatori.

Sarebbe una sciocchezza sostenerlo.

Ci sono migliaia di ristoratori, commercianti, albergatori e operatori turistici che lavorano con serietà e che ogni giorno cercano di offrire un servizio degno del prezzo richiesto.

Ma proprio per questo episodi del genere sono ancora più irritanti.

Perché danneggiano anche chi lavora bene.

Il turista che riceve un conto assurdo non pensa necessariamente:

Quel locale si è comportato male.”

Può pensare: In italia funziona così.”

Ed è una differenza enorme.

La reputazione di una destinazione turistica non si costruisce soltanto con i monumenti.

Si costruisce anche con i piccoli gesti.

Con un conto chiaro.

Con un prezzo leggibile.

Con un cameriere che ti spiega cosa stai pagando.

Con un esercente che preferisce guadagnare un cliente per dieci anni invece di spremere quello che ha davanti per dieci minuti.

Perché il turista di oggi non vive più soltanto nel mondo della cartolina.

Fotografa.

Recensisce.

Confronta.

Racconta.

Pubblica (azz ma hai letto sin qui?).

Un conto sbagliato può finire davanti a migliaia di persone nel giro di poche ore.

E allora quei sei euro non sono più soltanto sei euro.

Diventano pubblicità.

Solo che è una pubblicità che nessun esercente vorrebbe comprare.

E arrivo alla domanda finale.

Quanto dovrebbe costare una bottiglia d'acqua?

Non lo so.

E, francamente, me ne sbatto le palle.

Due euro e cinquanta?

Sei?

Dieci?

Se so prima di ordinare, posso decidere.

È questa la parte fondamentale.

Il prezzo alto non è necessariamente un abuso.

Il prezzo nascosto può diventarlo.

Ed è una distinzione che dovremmo ricordare.

Perché il mercato non ha bisogno di prezzi bassi.

Ha bisogno di prezzi chiari.

E il cliente non ha bisogno di essere trattato come un poveraccio da proteggere.

Ha bisogno di essere trattato come un adulto capace di scegliere.

Anche quando decide di spendere sei euro per venticinque centilitri d'acqua.

Purché qualcuno glielo abbia detto prima.

Ma stai ancora leggendo.. allora sei masochista...

Perché alla fine il problema non sono i sei euro.

È scoprire che quei sei euro non erano quelli che avevi accettato di pagare.

E adesso chiudo altrimenti facciamo notte e complimenti per la costanza neh...


venerdì 7 agosto 2026

Tornano a casa.

 E' da mo' che non parlo del parrucchino giallo pannoloninato, ma sta guerra contro l’Iran è solo l’ennesima dimostrazione che nessun governo può bombardare, minacciare e controllare il mondo indefinitamente senza prima o poi subirne le conseguenze.

Non esiste un piano coerente per porre fine a sto conflitto e tutte le balle che il biondino ci propina con minacce di bombardamenti e attacchi poi smentiti, richieste di resa e affermazioni secondo cui la pace è imminente, non fanno più muovere le borse come nei primi tempi.

Il conto, tuttavia, si sta accumulando, e si sta pagando in vite soldi e libertà.

Ecco cosa succede quando un governo si autoproclama giudice, giuria, boia e agente di polizia del mondo.

E qui nasce la legge del contraccolpo.

Quando gli Stati Uniti bombardano un altro Paese, minacciano il suo governo, uccidono la sua popolazione, occupano il suo territorio o tentano di dettarne il futuro, le conseguenze non rimangono confinate in sicurezza a migliaia di chilometri di distanza e Tornano a casa.

Tornano a casa in bare avvolte nella bandiera e con famiglie di militari distrutte.

Tornano a casa con attacchi di rappresaglia contro basi e ambasciate americane e di chi le appoggia.

Tornano a casa attraverso complotti terroristici, sabotaggi informatici, interruzioni delle rotte marittime prezzi dell'energia alle stelle, scorta di armi esaurite, trilione di moneta di debito.

Tornano a casa attraverso sistemi idrici compromessi.

Questa è una reazione a catena.

Il contraccolpo non riguarda solo la guerra.

Riguarda le conseguenze delle decisioni avventate, sconsiderate e spietate prese ogni giorno dagli attori dello stato di polizia americano, e il fatto che saremo “noi, il popolo” a pagare il prezzo di queste terribili decisioni per gli anni a venire.

Ogni presidente che ha avuto l'america promette che il prossimo intervento militare sarà limitato, mirato, necessario e decisivo.

Ogni presidente promette che una forza schiacciante ristabilirà l’ordine.

Ogni presidente assicura che gli esperti sanno quello che fanno.

E come diceva nonno.. lo sapeva anche quello che si era cagato nei pantaloni pensando fosse solo una scorreggia.

Eppure le guerre continuano, i nemici si moltiplicano, i costi aumentano e tutti quanti ne subiamo le conseguenze, vedi dazi, tasse d'importazione etc.

Persino il lido al mare di Casalcoso ha aumentato i prezzi in maniera sproporzionata, giustificandone la richiesta con le motivazioni più assurde sempre legate alla situazione in cui viviamo.

Le ripercussioni delle guerre di parrucchino potrebbero non essere simili a quelle delle guerre del passato.

La rappresaglia potrebbe non arrivare sotto forma di missile, ma tramite un terminale informatico collegato magari ad un impianto idrico di una piccola città.

I sistemi di controllo remoto sono stati violati.

Alcune comunità hanno temporaneamente interrotto le normali attività.

Ovviamente queste sono ritorsioni alla guerra in corso e ovviamente si risale all'Iran che è sospettato di pianificare attacchi a queste strutture come rappresaglia.

Nell’era delle infrastrutture di rete, il campo di battaglia è ovunque.

È l’impianto di depurazione delle acque.

La rete elettrica.

L’ospedale.

La banca.

L’aeroporto.

La rete di telecomunicazioni.

L’auto di famiglia.

Il telefono in tasca.

Ogni paese che il biondino colpisce, ogni popolazione civile terrorizzata e ogni comunità ridotta in macerie creano nuovi rancori, nuovi nemici e nuove ragioni di rappresaglia.

La rappresaglia non proviene sempre da un altro esercito.

Si diffonde appunto attraverso cellule terroristiche.

Si diffonde attraverso individui isolati radicalizzati dalle immagini di bambini morti e città distrutte.

Si diffonde attraverso hacker che inchiodano sti sistemi idrici, reti elettriche, ospedali, banche, reti di trasporto e sistemi di comunicazione.

Si manifesta attraverso attacchi contro truppe, ambasciate, navi e aziende americane e da chi le sostiene.

Ciò si manifesta attraverso shock petroliferi, interruzioni delle rotte commerciali, esaurimento delle scorte militari, stanziamenti di emergenza e un ulteriore aumento del debito pubblico.

Le conseguenze negative hanno un costo altissimo, e non sono coloro che hanno tratto profitto dalla guerra a doverlo pagare, bensì tutti quanti noi poveri pirla.

Questo è il volto economico del contraccolpo:

il governo di chi lo ha eletto, spende trilioni di dollari per inimicarsi l’estero, poi si lamenta di non avere risorse quando gli viene chiesto di proteggere il popolo americano dalle conseguenze.

Parliamo di irresponsabilità fiscale: il governo degli Stati Uniti sta spendendo soldi che non ha per un impero militare che non può permettersi, lasciando il paese che dovrebbe difendere pericolosamente esposto.

Le conseguenze non sono solo di natura finanziaria.

Questi bombardamenti, occupazione, uccisioni con droni, cambi di regime e sostegno a governi brutali hanno alimentato la rabbia contro gli Stati Uniti e la mia con questo scritto fatto da un cagasotto Italiano che condivide in pieno chi non appoggia parrucchino e il suo capo Benjamin "il coglione senza casa".

Amen




lunedì 3 agosto 2026

Olio EVO.

 


Nella mia zona marina ci sono piante d'ulivo e vigne che stanno scomparendo e lo vedo anno per anno.

Mi soffermo sull'olio.. interrogando i produttori cerco di capire il perchè di questa scomparsa e metto nel post i pro e contro..

Ecco le motivazioni dal punto di vista di un produttore oleologo:

"Ve lo dico io quanta fatica e quanto costa produrre 1 litro di olio EVO biologico..

In una buona stagione, senza mosche che rovinano tutto, e raccogliendo le olive nel momento giusto, si inizia dalla potatura (almeno 10 euro a pianta), poi il taglio dell’erba e la gestione del suolo (almeno due volte, altri 5 euro), la raccolta (20 euro/ora), e il frantoio (circa 24 euro/quintale).

Ci vogliono 10 kg di olive per ottenere 1 litro di olio.

Eppure, siamo pronti a spendere 3,5 euro per una manciata di castagne alla festa di San Panfilo di Pollutri o 1,20 euro per un caffè al bar, ma pensiamo che un litro di olio “buono” debba costare meno di 12 euro.

L’olio EVO di qualità è il risultato di duro lavoro, tempo e passione e rottura di coglioni.

Se apprezzi la qualità, devi essere disposto a pagarla, proprio come fai per ogni altro piacere della vita, t'è capì testina milanes".

Sticazzi.. quindi sto produttore del menga ha tutte le ragioni per lasciar perdere la produzione dell'olio.. ma però esiste sempre il criticone sapone che invece dice:


  1. la potatura degli alberi non si fa tutti gli anni, e quando si fa solitamente il legno tagliato si rivende o si paga con quello la potatura,

  2. la pulizia si fa 2 volte all'anno e spesso pagano in nero,

  3. per quanto riguarda la raccolta se uno possiede poche piante (piccolo proprietario) solitamente provvede lui e famiglia a raccogliere (spese tendenti a zero), altrimenti se le piante sono tante si chiama una scuotitrice che in pochi giorni finisce il lavoro (sicuramente si risparmia sulla manodopera anche se in nero),

  4. sui prezzi applicati dai frantoi per ogni macinata (parliamo di quintale-quintale e mezzo dipende dal frantoio, quindi 2€ a litro e forse anche meno) i prezzi variano molto.

  5. forse la parte più importante il prezzo per litro, quando un produttore pretende di vendere il suo olio a 16, 17, 20 euro a litro senza pagare tasse, senza un'analisi del suo olio o una certificazione che mi sta vendendo olio EVO preferisco comprarlo direttamente al frantoio se confezionano l'olio secondo le regole, con tanto di scontrino, come quello venduto al supermercato, o nei vari supermercati che spesso fanno offerte speciali e al Conad di Casalcoso ad es. l'olio De Cecco Classico nello scaffale era a 5,90 euro lt, almeno sono sicuro che sti marchi che vendono olio extravergine di oliva italiano o con olive comunitarie sono controllati, l'olio è analizzato e sopratutto pagano le tasse.


Allora sentito il produttore e anche il consumatore criticone che fa i conti nella tasca degli altri, fatevi il vostro ragionamento e da parte mia provo un senso di restringimento cuorale nel vedere questi alberi d'olivo lasciati andare alla malora ed aggiungo anche che sentendo Donato il mio produttore preferito...la potatura si fa' tutti gli anni, moderata, oltre la pulizia, sia all' interno che alla base della pianta. La potatura pesante che permette di vendere la legna, provoca un fermo della pianta di almeno tre anni! Poi che il piccolo proprietario fa' il lavoro a costo zero, come se il suo lavoro non contasse un cazzo. Inoltre occorre anche mettere in conto i trattamenti e le concimazioni che grazie al parrucchino giallo pannolinato hanno avuto incrementi da non ridere.

Le variabili in senso negativo, sono molte e la vita continua con o senza olio EVO.

PS. per chi non lo sapesse olio EVO significa Olio Extravergine d'Oliva e non marito della EVA (quella della mela).