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mercoledì 23 settembre 2026

Luxboutique

alla Sig.a Giulia Ritmo 

Buongiorno, in merito alla vostra spedizione e per inviare le varie foto ho utilizzato il blog di mio marito e in sintesi questa è la borsa che ho richiesto




e questa è quella pervenuta





questa era la mia ordinazione #2616


e questo è il collo di consegna pervenuta da Borse Store



Resto in attesa di ricevere la borsa che ho acquistato e pagato alla consegna.

Ringrazio

Anna Minenna  

338 1491946 

inviato a:

lussostoreinfo@gmail.com

mailer@shopify.com

c_bonzi@yahoo.com 

Sandro Mazzola.


Quelli che vedete nella foto che girano le spalle sono i classici tifosi coglioni a cui non auguro niente ma il calcio deve ricordare di essere ancora sport e far pagare 10.000 euro di sanzione per quel minuto di rispetto mancato è irrilevante e la cosa migliore avrebbe dovuto essere applicata in maniera diversa.. e vabbè e come diceva nonno..ogni giorno s'alza un bischero.

Comunque 10.000 euro è la cifra con cui la giustizia sportiva ha chiuso, almeno per il momento, la vicenda del minuto di raccoglimento per Sandro Mazzola all’Allianz Stadium.

Prima di Juventus-Atalanta, domenica 20 settembre, una parte dei tifosi presenti nella Curva Sud ha scelto di voltare le spalle al campo e alcuni hanno intonato cori dedicati a Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli.

Il resto dello stadio, invece, ha accompagnato il ricordo di Mazzola con gli applausi.

Il Giudice Sportivo ha inflitto alla Juventus un’ammenda di 10.000 euro.

Nel provvedimento si parla di un «numero esiguo» di sostenitori che non ha rispettato platealmente il minuto di raccoglimento.

La sanzione è stata inoltre attenuata per la tempestiva presa di posizione della società, che aveva pubblicamente condannato il comportamento.

E qui comincia la discussione interessante.

Perché il problema non sono i diecimila euro.

Il problema è che, ancora una volta, una parte del tifo organizzato sembra incapace di distinguere una rivalità calcistica da un momento che dovrebbe stare fuori dalla rivalità.

Sandro Mazzola era un simbolo dell’Inter.

Lo è stato per tutta la sua carriera.

Ma prima ancora era stato un grande calciatore italiano, campione d’Europa con la Nazionale nel 1968 e protagonista della storia del calcio italiano.

Ed era anche il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino.

È morto a 83 anni.

Non era necessario essere interisti per rispettarlo.

Anzi, proprio qui dovrebbe cominciare lo sport.

La rivalità è parte del calcio.

L’ironia è parte del calcio.

Gli sfottò sono parte del calcio.

Persino l’antagonismo feroce, entro i limiti della civiltà, fa parte della sua storia.

Ma c’è un momento nel quale la partita deve fermarsi.

E quel momento è il lutto.

Voltare le spalle durante un minuto di raccoglimento non è una manifestazione di fedeltà alla propria squadra.

È semplicemente il rifiuto di partecipare a un gesto collettivo di rispetto.

Qualcuno potrebbe obiettare: e allora perché multare la Juventus se a compiere il gesto sono stati alcuni tifosi?

Perché la giustizia sportiva disciplina anche la responsabilità delle società per determinati comportamenti del pubblico.

E infatti il provvedimento non ha punito individualmente i tifosi identificati: ha sanzionato il club.

Ma la stessa decisione ha riconosciuto che si trattava di un gruppo numericamente esiguo e che la Juventus aveva preso immediatamente le distanze.

È importante anche questo dettaglio, perché cambia parecchio il significato della storia.

Non è corretto raccontarla come se l’intero stadio juventino avesse deciso di insultare Mazzola.

Non è andata così.

Le cronache riferiscono che gran parte del pubblico ha applaudito durante il ricordo e che il comportamento contestato è partito da una parte della Curva Sud.

La Juventus, inoltre, ha preso pubblicamente le distanze dal comportamento, affermando che nessuna rivalità può giustificare la mancanza di rispetto durante un momento commemorativo.

Proprio questa presa di posizione ha contribuito all’attenuazione della sanzione.

Quindi no: non siamo davanti a una società che ha ordinato ai propri tifosi di voltarsi contro Mazzola.

Siamo davanti a una frangia del pubblico che ha trasformato anche la morte di una leggenda avversaria in un capitolo della propria guerra tribale.

Ed è questo il fenomeno sul quale varrebbe la pena riflettere.

Perché il calcio moderno ha progressivamente trasformato il tifoso da spettatore a combattente simbolico.

Non basta più sostenere la propria squadra: bisogna dimostrare continuamente di essere contro l’altra.

Non basta ricordare i propri morti: bisogna contrapporli ai morti degli altri.

Non basta celebrare Scirea, Fortunato o Agnelli: bisogna farlo proprio mentre viene ricordato un grande interista.

È una logica infantile.

E soprattutto è una logica che non ha nulla a che vedere con il rispetto dei propri campioni.

Scirea non diventa più grande perché qualcuno manca di rispetto a Mazzola.

Agnelli non diventa più importante perché qualcuno gira le spalle durante un minuto dedicato a un uomo dell’Inter.

Fortunato non viene onorato meglio perché si interrompe il ricordo di un avversario.

Anzi, è esattamente il contrario.

La grandezza dei propri simboli non ha bisogno della meschinità verso quelli degli altri.

È una regola elementare che dovrebbe valere nello sport come nella vita.

E allora possiamo anche discutere se 10.000 euro siano tanti o pochi.

Possiamo discutere se la responsabilità oggettiva delle società sia ancora uno strumento adeguato.

Possiamo discutere se, di fronte a comportamenti individuali, una società debba essere penalizzata economicamente.

Ma definire la decisione una “barzelletta” soltanto perché la cifra non appare abbastanza elevata significa spostare il problema.

La vera domanda non è quanto costa un gesto del genere.

La vera domanda è perché debba essere necessario un regolamento per ricordare a qualcuno che durante la morte di un avversario si può semplicemente stare in silenzio.

Il calcio non ha bisogno di tifosi tutti uguali.

Ha bisogno di tifosi capaci di essere rivali senza diventare nemici.

E soprattutto ha bisogno di capire che esistono momenti nei quali la maglia che si indossa diventa irrilevante.

Quando muore Sandro Mazzola, per sessanta secondi non c’è Inter contro Juventus.

C’è un uomo di 83 anni che non c’è più.

E davanti alla morte, per una volta, si può anche smettere di fare il tifo.

martedì 22 settembre 2026

domanda all'AI su ASTAXANTHIN 12mg

 


HI la Lella sta prendendo una pillola al giorno di Astantina.. tu che ne pensi?

Certo. Dalla foto si tratta di astaxantina da 12 mg, una capsula al giorno, derivata da microalghe.

In generale, l'astaxantina è un carotenoide con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. 12 mg al giorno è una dose che è stata utilizzata in diversi studi sull'uomo, anche per alcune settimane o mesi, senza particolari problemi di tollerabilità.

Però farei una distinzione importante:

  • Non è una cura e le prove sui benefici pubblicizzati per pelle, vista, memoria e articolazioni sono ancora piuttosto limitate/eterogenee.

  • 12 mg non è una dose che prenderei alla leggera per un uso indefinito: in Europa l'EFSA ha avuto una storia regolatoria piuttosto prudente sull'esposizione all'astaxantina e ha rivalutato la sicurezza dell'uso negli integratori.

  • Gli effetti indesiderati riportati negli studi sono generalmente lievi, ma sono stati descritti, tra gli altri, disturbi gastrointestinali, mal di testa o capogiri.

  • Se Lella prende farmaci, oppure ha problemi di fegato, pressione, glicemia o altre condizioni, preferirei verificare prima con medico/farmacista perché gli integratori possono interagire con alcuni medicinali.

Quindi: una capsula da 12 mg al giorno non mi sembra automaticamente preoccupante, ma vorrei sapere perché la sta prendendo e per quanto tempo.

Se mi dici quanti anni ha Lella, perché ha iniziato l'astaxantina e quali farmaci/integratori prende, posso dirti in modo molto più concreto se quella dose ha senso e cosa controllerei.

Lella ha 80 anni e la prende per evitare una demenza senile a questa età e per adesso vedo pillole per 4 mesi e poi..

Ah, allora cambia un po' il discorso. Se Lella ha 80 anni e la prende con l'obiettivo di prevenire la demenza, io sarei più prudente: non considererei l'astaxantina una vera prevenzione della demenza.

Gli studi sull'astaxantina e la memoria sono interessanti, ma ancora piccoli. Per esempio, uno studio randomizzato ha utilizzato proprio 12 mg al giorno per 12 settimane in persone anziane e ha osservato alcuni miglioramenti nei test cognitivi, ma il campione era piccolo e non è stato possibile dimostrare un effetto significativo rispetto al placebo.

Una revisione del 2024 conclude sostanzialmente che le evidenze disponibili sono ancora insufficienti per stabilire che l'astaxantina prevenga o curi la demenza.

Nel caso di Lella

Quattro mesi di assunzione non mi fanno pensare automaticamente a qualcosa di pericoloso, ma non continuerei semplicemente "a tempo indeterminato" con l'idea che protegga il cervello.

C'è anche un dettaglio che mi fa fermare sulla confezione che hai fotografato: 12 mg al giorno. EFSA ha riportato per gli integratori nell'UE un livello autorizzato di astaxantina di 8 mg/die per determinate preparazioni; quindi 12 mg merita una verifica particolare, soprattutto in una persona di 80 anni.

Per la prevenzione del declino cognitivo, a 80 anni ci sono invece interventi con una base scientifica molto più ampia: controllo della pressione e dei fattori cardiovascolari, attività fisica, alimentazione equilibrata, buon sonno, attività sociali e cognitive e correzione di eventuali problemi di udito/ vista.

Se vuoi, facciamo una cosa più utile: dimmi quali medicine prende Lella quotidianamente (anche solo i nomi, oppure puoi fotografarmi le confezioni) e se ha pressione alta, diabete o colesterolo. Così posso controllare se l'astaxantina da 12 mg è compatibile con quello che prende e se ha senso continuare dopo questi quattro mesi.

Quotidianamente prende Blopress- Torvast -Cardirene- e Atenololo e lei fisicamente non sembra ottantenne .

Sì, il fatto che Lella a 80 anni sia fisicamente molto in forma è sicuramente positivo. E proprio perché prende già diversi farmaci cardiovascolari, però, io farei una piccola verifica prima di farle continuare l'astaxantina per mesi e mesi.

I farmaci che mi hai indicato sono, in sostanza:

  • Blopress (candesartan) → pressione arteriosa

  • Torvast (atorvastatina) → colesterolo

  • Cardirene (lisina acetilsalicilato) → antiaggregante, cioè riduce la capacità delle piastrine di formare coaguli

  • Atenololo → pressione/frequenza cardiaca

Il punto che mi interessa maggiormente è Cardirene. L'astaxantina non ha una interazione ben documentata con il Cardirene come quella che conosciamo per alcuni farmaci, quindi non posso dirti che l'associazione sia pericolosa. Però esistono segnalazioni di possibili effetti sulla coagulazione con l'astaxantina; per esempio è stato pubblicato un caso di sanguinamento in una persona che assumeva warfarin e astaxantina, anche se questo riguarda un anticoagulante diverso dal Cardirene e non dimostra che la stessa cosa accada con l'aspirina.

C'è poi un'altra cosa importante: la capsula che hai fotografato contiene 12 mg, mentre la documentazione EFSA relativa all'astaxantina negli integratori ha indicato un livello autorizzato di 8 mg/die per determinati ingredienti a base di Haematococcus pluvialis. Questo non significa che 12 mg siano necessariamente tossici — esistono studi umani con 12 mg/die — ma a 80 anni e con quattro farmaci quotidiani non vedo un motivo forte per scegliere autonomamente una dose così alta, soprattutto se l'obiettivo è prevenire la demenza.

E soprattutto, per la memoria

Se Lella sta prendendo questa capsula esclusivamente per prevenire la demenza, io non la considererei una strategia dimostrata. Gli studi sull'astaxantina sono interessanti, ma non abbiamo prove sufficienti che prendere 12 mg al giorno per anni impedisca l'Alzheimer o altre demenze.

Quindi, personalmente, farei così: non toccherei assolutamente i suoi quattro farmaci, che immagino siano stati prescritti per una precisa ragione, e chiederei al medico di famiglia o al farmacista: "A 80 anni, con Cardirene, candesartan, atenololo e atorvastatina, è opportuno continuare 12 mg di astaxantina al giorno?".

E se mi dici perché prende Cardirene (per esempio se ha avuto un infarto, un'ischemia, uno stent, un ictus/TIA, oppure semplicemente come prevenzione), posso spiegarti meglio quanto è importante essere prudenti con qualsiasi integratore che possa interferire con la coagulazione.

Nessun infarto e poi credo che prenderà le pillole a giorni alterni (quindi i mesi diventerebbero otto) .

Ah, allora una cosa la chiarirei: se intendi che Lella vuole prendere l'astaxantina a giorni alterni, la dose media diventerebbe circa 6 mg al giorno invece di 12 mg/die. È una scelta che comunque farei concordare con medico o farmacista, soprattutto a 80 anni e con Cardirene.

E il fatto che non abbia mai avuto infarto è utile da sapere, ma da solo non ci dice perché le sia stato prescritto il Cardirene: potrebbe esserci un'altra indicazione cardiovascolare. Non modificherei né sospenderei il Cardirene, l'Atenololo, il Blopress o il Torvast autonomamente.

Una correzione importante rispetto a quello che ti avevo detto prima: l'EFSA ha indicato 8 mg/die come livello massimo autorizzato per alcuni ingredienti di astaxantina da Haematococcus pluvialis negli integratori nell'UE; quindi la confezione da 12 mg che hai fotografato merita effettivamente una verifica, non tanto perché "12 mg siano sicuramente pericolosi", ma perché è una dose superiore a quel livello regolatorio.

Per l'obiettivo prevenzione della demenza, poi, non abbiamo prove sufficienti che l'astaxantina impedisca lo sviluppo della demenza. E a 80 anni, se Lella sta bene cognitivamente, ci sono interventi di prevenzione molto più consolidati da discutere con il medico.

Se vuoi, posso fare una cosa ancora più utile: ti posso spiegare uno per uno i quattro farmaci di Lella (Blopress, Torvast, Cardirene e Atenololo), perché probabilmente li prende e soprattutto se c'è qualcosa che vale la pena controllare negli esami del sangue a 80 anni.

Per ora basta cosi' e rileggo attentamente quanto mi hai detto e ti ringrazio.

Per ora lasciamo tutto così. La cosa più importante è non modificare i farmaci prescritti a Lella senza prima parlarne con il medico; per l'astaxantina, invece, avete tutto il tempo per valutare serenamente se abbia davvero senso continuare.

Un caro saluto a te e a Lella ❤️

 

lunedì 21 settembre 2026

Garibaldi lo scafista.



Orbene.. mollai Casalcoso utilizzando il Frecciarossa e ti dirò che parlando di treni noi italici siam messi proprio male in fatti di puntualità e mi vien da dire che forse una volta ci stava uno che li faceva arrivare in orario, ma non voglio entrare in politica e a proposito di rosso.. dico a te camicia rossa, lo sai che il tuo heroe de ambos mundos oltre aver venduto anzi svenduto il Sud Italia ai Savoia, oltre ad accordarsi coi mafiosi e camorristi durante le imprese dei mille in Sicilia e poi a Napoli, oltre che aver provato (lui massone) ad offrire i propri servigi alla Chiesa di Roma.. l'eroe dei due mondi faceva pure il negriero?
Sti catz ...Se fosse vissuto oggi sarebbe un giorno si' e l’altro pure, ospite fisso in Sicilia tra Augusta, Pozzallo e Porto Empedocle e pure Settimo Torinese .
Ti hanno mai raccontato i libri di storia che il nostro "eroe", oltre che avventuriero, corsaro e predone, quando era esule in America fu scafista ante litteram e anche negriero?
Altro che heroe de ambos mundos...
Garibaldi fu l’effimera rivoluzione dei generali gattopardo.
La sua spedizione fu una grande mistificazione storica con conseguenze deleterie che poi si ripercossero sui siciliani.
Una volta si diceva che era impossibile e quasi un reato parlare male di Garibaldi quindi muti e rassegnati.. ma non tutti neh.
Oggi i tempi sono cambiati, anche se da parte di alcuni... che per fortuna sono sempre molti di meno .. stoicamente, si tenta ancora di stendere un pietoso velo di complice omerta' su verita che riguardano questo equivoco personaggio, a cui hanno dedicato monumenti vie e case dove avrebbe soggiornato.. verita' sconosciute ai piu' e anche ai meno.
Ma torniamo al buco nero e infamante dell’attivita' di negriero del predicatore della “fratellanza universale”...
Siamo nel 1850. Garibaldi, dopo la caduta della Repubblica Romana e la morte di Anita (qui faro' un post a parte in quanto si vocifera sia stata strangolata e non si sa da chi ed era di peso al fuggitivo.. essa era incinta al sesto mese e pure malata), quindi il buoin Giuseppe e' di nuovo in fuga e costretto a un secondo esilio.
Va in Africa, prima a Tunisi poi a Tangeri e infine si imbarca sul veliero americano Waterloo alla volta di New York ove giunge la mattina del 30 luglio.
Al suo arrivo, anziche' scendere dalle scalette come tutti gli altri passeggeri e' calato dalla nave, (poiche' immobilizzato dall’artrite), con un paranco assieme ai bauli dei passeggeri.
Per qualche tempo lavorera' nella fabbrica di candele di Antonio Meucci; poi, stanco di un lavoro a lui per niente congeniale, nell’ottobre del 1851, raggiunge il Peru'.
A Lima ottiene da un suo connazionale, l’armatore Pietro Denegri, il comando di una nave, la Carmen, con un equipaggio di quindici uomini. 
Scopo dell’ingaggio era il trasporto di un carico di guano (sterco di uccelli e ottimo fertilizzante) in Cina.
Il 10 gennaio 1852, la Carmen, battente bandiera peruviana, al comando di Garibaldi, carica di guano, parte da Lima per raggiungere Canton tre mesi dopo, il 10 aprile. 
Dalla Cina, dopo aver venduto il fertilizzante, ripartira' per il Sudamerica con un carico di differenti generi: seta e “cineserie” (ma non quelle di TEMU o ALIEXPRESS).
Pronto il carico, lasciammo Canton per Lima”, riporta Garibaldi nelle sue memorie.
Ma di quale carico si trattasse non viene precisato dal nostro "eroe", al contrario di altri casi dove nei suoi ricordi e' pieno di dovizie di particolari.
Chi, invece, e' nella fattispecie prodigo di notizie e di lodi nei confronti del nizzardo e' il suo armatore, Giuseppe Denegri, il quale mai si stancava di ripetere che “Garibaldi mi ha sempre portato cinesi (coolies) grassi e in buona salute”.
L’armatore era contento perche', normalmente, avveniva che l’indice di mortalita' fosse altissimo: tra il 15 e il 20% degli schiavi trasportati.
Quindi, Garibaldi nel suo lavoretto da negriero era, in buona sostanza, a detta di Denegri, abbastanza umanitario, perche' durante il viaggio, trattava i "coolies" piu' come uomini che come bestie.
Praticamente, con queste affermazioni l’armatore intendeva ringraziare Garibaldi, schiavista buono, che non gli aveva deteriorato il “carico”, consentendogli così piu' lauti guadagni.
Ovviamente, il Denegri ometteva di dire quale fine facessero poi i coolies trasportati in genere dalle navi negriere, secondo gli usi e gli abusi di quei tempi e di quelle terre.
I cinesi sbarcati a Cuba erano venduti in un apposito mercato e trattati come cani e maiali..
In Peru' la situazione di quei poveretti era altrettanto tragica, in particolare per quelli impiegati nelle cave di guano (le guaneras) dove venivano sfruttati e giorno e notte sorvegliati da guardie armate per evitare che si suicidassero.
Gli estimatori e gli agiografi di Garibaldi, su questa infamante parentesi della sua vita, si prodigarono nel dire che non c’era niente di vero e che era tutta una montatura tipo quella del parrucchino pannolinato attuale.
Ma al di sopra di tutto vi e' la disinteressata e anche, per quanto detto, per certi versi interessata, testimonianza del Denegri che, suo malgrado, getta un’ombra di infamante sospetto su questo “apostolo” della liberta' delle razze e della fratellanza universale e mai come in questo caso il sospetto fu l’anticamera della verita'.
Come se son bastasse, in una intervista del 20 gennaio 1982 nel centenario della morte del plurieroe, anche Giorgio Candeloro, storico del cosiddetto risorgimento, alla giornalista Laura Lilli che gli chiedeva una “valutazione su un Garibaldi vero, fuori retorica”, lo storico confidava:
Comunque Garibaldi, un po’ avventuriero, un po’ uomo d’azione, non era tipo da lavorare troppo a lungo in una fabbrica di candele.
Va in Peru'; e, come capitano di mare, prende un "comando" per dei viaggi in Cina.
All’andata trasportava guano (depositi di escrementi di uccelli che si trovano nelle isole al largo del Peru'), al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la schiavitu' in Perú era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo piu' nessuno.
Insomma – afferma Candeloro – un lavoretto un po’ da negriero.
E così lo storico conclude l’intervista a proposito di Garibaldi:
Era un avventuriero, un uomo contraddittorio, fantasioso, un personaggio da romanzo“.
In sostanza il risorgimentalista Candeloro da' per scontato che la Carmen avesse trasportato "coolies".
Quei cinesi, come gia' detto, venivano venduti come bestiame, per l’esattezza “come cani e maiali”, sui mercati di carne umana di Cuba, Stati Uniti e Peru', e in quest’ultimo Paese, guarda un po’, venivano dirottati nelle cave di guano dove il manico del mestolo lo manovrava anche quel Don Pedro Denegri armatore della Carmen la nave di Garibaldi che gli trasportava i "coolies".
L’Italia è il Paese dove, qualche tempo fa, qualcuno ha definito lo stalliere di Arcore un eroe ed a questo punto non c’e' tanto da meravigliarsi se, per 160 anni a questa parte, un negriero, un avventuriero, un corsaro e un predone e' stato, a sua volta, dalla storiografia ufficiale e di regime, definito parimenti un eroe.
Sic transit gloria mundi..

Era tutto normale.

 


10 OSSERVAZIONI AMARCORD NORMALISSIME CHE OGGI SEMBREREBBERO IMPENSABILI.

Immaginate una domenica di qualche lustro fa.

Un bambino viaggia in piedi sul sedile posteriore, magari appoggiato allo schienale tra una valigia e una coperta.

Il padre guida, fuma una sigaretta e nessuno ha allacciato la cintura.

Non sta succedendo nulla di eccezionale.

Non è una famiglia particolarmente irresponsabile.

È semplicemente una scena che, all’epoca, poteva essere perfettamente normale.

Naturalmente l’Italia degli anni Settanta non era uguale dappertutto.

C’erano enormi differenze tra Nord e Sud, città e campagna, famiglie operaie e famiglie benestanti.

Ma esistevano abitudini quotidiane che oggi, viste con gli occhi del 2026, sembrano appartenere a un altro pianeta.

La prima riguardava l’automobile.

I bambini potevano viaggiare sul sedile anteriore, stare in piedi dietro, sdraiarsi sul sedile posteriore o addormentarsi durante un viaggio.

I sistemi di ritenuta per bambini erano praticamente sconosciuti e le cinture di sicurezza non facevano ancora parte della cultura quotidiana come oggi.

Durante le vacanze estive l’automobile poteva trasformarsi in un piccolo magazzino: valigie, borse, coperte, giocattoli, panini e bottiglie occupavano ogni spazio disponibile.

E, soprattutto, spesso si fumava dentro l’abitacolo con i bambini presenti.

Oggi una scena del genere ci farebbe immediatamente pensare alla sicurezza stradale.

Allora il concetto stesso di rischio era diverso.

Molte delle protezioni che oggi consideriamo elementari sarebbero arrivate, si sarebbero diffuse o sarebbero diventate obbligatorie soltanto successivamente.

La seconda normalità era il fumo.

Si fumava praticamente ovunque: nei bar, nei ristoranti, negli uffici, nei treni, nelle sale d'attesa e nelle automobili.

E qui metto la battuta di nonno che diceva “All'inverno fumano anche gli stronzi”.

Cmq.Il posacenere non era un oggetto occasionale: faceva parte dell'arredamento.

Lo trovavi sui tavoli, sulle scrivanie, nei mobili del soggiorno e praticamente in ogni automobile.

Qui sotto ne vedete un paio che all'Iveco fabbrica di autocarri venivano fatte con i pistoni dei motori e gli impiegati lo tenevano sulla scrivania.


Il mio era in onice nero ricavato da pietra unica a cui all'intagliatore avevano mozzano le dita.


Offrire una sigaretta poteva essere un gesto di cortesia.

Si fumava durante una conversazione, dopo il caffè, durante una partita a carte e persino durante alcune riunioni di lavoro.

L'odore di tabacco entrava nei vestiti, nelle tende e nei mobili e diventava semplicemente parte dell'ambiente.

La mia 24ore che era sempre pronta affiancata alla mia scrivania di 12 cassetti (più cassetti aveva e più alto era il grado in ufficio), quando l'aprivo a casa usciva l'odore del fumo.

Oggi sembra incredibile pensare che chiedere a qualcuno di non fumare potesse risultare più insolito che accendere una sigaretta.

La terza normalità riguardava l'infanzia.

Molti bambini uscivano di casa la mattina e tornavano nel pomeriggio o quando cominciava a fare buio.

Non avevano un telefono cellulare.

Non potevano mandare un messaggio per dire dove fossero.

I genitori conoscevano generalmente il punto di partenza, ma non necessariamente ogni tappa del percorso.

Un bambino poteva passare dal cortile al campetto, dal campetto alla casa di un amico e poi magari spostarsi dall'altra parte del paese.

A sorvegliarlo esisteva una rete informale composta da nonni, vicini, parenti, negozianti e altri adulti che conoscevano la famiglia.

Se combinava qualcosa, c'era una buona possibilità che la notizia arrivasse a casa prima di lui.

Quella libertà produceva autonomia, ma non era priva di rischi.

Il punto non è stabilire che allora fosse tutto migliore.

Il punto è riconoscere che il confine tra libertà, controllo e pericolo era semplicemente tracciato in un luogo diverso.

La quarta normalità viaggiava su due ruote.

Vespe, Lambrette, motorini e ciclomotori rappresentavano per moltissimi ragazzi il primo assaggio di indipendenza.

Si andava a scuola, al lavoro, al bar o al paese vicino senza che l'equipaggiamento protettivo di oggi facesse parte della scena.

Il casco non era ancora entrato nella vita quotidiana come sarebbe accaduto in seguito e l'abbigliamento era spesso quello che si aveva addosso: jeans, camicia, gonna, giacca o perfino abiti da lavoro.

E quando il motorino si fermava? Si provava a ripararlo.

Un amico, qualche attrezzo, un pezzo di filo metallico e una conoscenza rudimentale della meccanica potevano essere sufficienti per tentare di rimetterlo in strada.

Il motorino non era soltanto un mezzo di trasporto: era una piccola macchina da imparare a conoscere.

La quinta normalità cominciava con una frase che oggi, in molti contesti, suonerebbe sorprendente: “Vai al negozio e compra il pane”.

Anche bambini relativamente piccoli potevano ricevere commissioni. Latte, pane, giornale e altri prodotti della spesa quotidiana venivano acquistati dal bambino per conto della famiglia.

In alcune famiglie poteva capitare persino che gli venisse chiesto di comprare le sigarette per il padre e il trinciato forte per il nonno.

Il negoziante conosceva la famiglia.

Sapeva chi era quel bambino, chi erano i suoi genitori e, spesso, dove abitava.

In certi negozi di quartiere esisteva anche una forma di credito informale: la spesa veniva annotata e pagata quando arrivava lo stipendio.

Non era necessariamente un sistema più sicuro.

Era un sistema fondato sulla conoscenza personale.

La sesta normalità era l'autostop.

Oggi fermare un'automobile guidata da uno sconosciuto e salire a bordo potrebbe essere considerato un comportamento estremamente rischioso.

Negli anni passati, invece, l'autostop faceva parte del paesaggio. 

Studenti, giovani lavoratori, militari e viaggiatori lo utilizzavano per risparmiare denaro o semplicemente per spostarsi.

Naturalmente i pericoli esistevano anche allora.

Non c'era un'epoca magica in cui gli sconosciuti fossero automaticamente affidabili.

Ma mancava una parte dell'apparato tecnologico che oggi accompagna ogni spostamento: niente geolocalizzazione, niente smartphone, niente profili digitali, niente recensioni del conducente e nessuna possibilità di comunicare istantaneamente a qualcuno dove ci si trovava.

La settima normalità era il lavoro.

Fabbriche, officine, cantieri e campagne erano ambienti nei quali molte attività venivano svolte con dispositivi di protezione che oggi giudicheremmo insufficienti.

Polvere, rumore, solventi, vernici, macchinari e sostanze pericolose potevano accompagnare una giornata lavorativa senza che esistesse la stessa consapevolezza dei rischi che abbiamo sviluppato nel corso dei decenni successivi.

Molti mestieri si imparavano osservando un collega più esperto.

Il sapere passava da una persona all'altra attraverso la pratica, il gesto e l'imitazione.

Questo sistema aveva un enorme valore formativo, ma aveva anche un lato oscuro: molti rischi professionali venivano sottovalutati e alcune conseguenze sulla salute sarebbero diventate evidenti soltanto anni dopo.

L'ottava normalità era vivere quasi esclusivamente con il contante.

La carta di credito non faceva parte della vita quotidiana della maggioranza degli italiani.

Si pagava con banconote e monete e molti rapporti economici erano basati sulla fiducia personale.

Nel negozio di quartiere poteva esistere un piccolo quaderno del credito.

Il commerciante annotava il nome del cliente e l'importo dovuto.

Il conto sarebbe stato saldato successivamente, magari alla fine della settimana o quando arrivava lo stipendio.

Oggi un sistema del genere potrebbe sembrare incredibilmente fragile.

Ma in una società in cui le persone si conoscevano personalmente, la reputazione aveva un peso economico enorme.

La nona normalità si trovava nel soggiorno di casa: la televisione.

Per gran parte degli anni Settanta l'offerta televisiva era incomparabile con quella odierna.

Non esistevano streaming, piattaforme on demand, migliaia di canali o la possibilità di guardare una stagione intera in una notte.

C'era un programma, c'era un orario e c'era la televisione.

Se perdevi una trasmissione, potevi semplicemente averla persa. Non potevi metterla in pausa, recuperarla immediatamente o guardarla quando ne avevi voglia.

E proprio questa limitazione produceva un fenomeno oggi quasi scomparso: milioni di persone guardavano contemporaneamente le stesse cose.

Il giorno dopo un programma televisivo poteva diventare l'argomento di conversazione di un'intera scuola, di un ufficio o di un paese.

La decima normalità arrivava la domenica.

Molti negozi chiudevano, le strade potevano diventare più tranquille e la giornata seguiva ritmi differenti da quelli degli altri giorni.

Per alcune famiglie c'erano la messa, il pranzo con i parenti, il calcio alla radio, la passeggiata, il cinema o semplicemente ore trascorse in casa.

Non si poteva comprare qualsiasi cosa a qualsiasi ora.

Se mancava qualcosa per il pranzo, non esisteva necessariamente un negozio aperto dall'altra parte della città, un supermercato disponibile fino a tarda sera o un servizio di consegna capace di portarti il prodotto a casa in mezz'ora.

Bisognava arrangiarsi.

E questa parola forse riassume meglio di qualsiasi altra cosa una parte dell'Italia di quegli anni: arrangiarsi.

Ma bisogna stare attenti alla nostalgia.

Ricordare queste abitudini non significa sostenere che gli anni Settanta fossero migliori.

C'erano più libertà in alcuni ambiti, ma anche meno sicurezza, meno informazioni, meno protezioni sul lavoro e una quantità enorme di problemi che oggi tendiamo a dimenticare.

Il vero cambiamento è un altro.

È cambiato ciò che consideriamo normale.

Un bambino che viaggia senza cintura, una persona che fuma in un ufficio, un ragazzino che attraversa il paese da solo, un lavoratore senza adeguate protezioni, un adolescente che sale sull'auto di uno sconosciuto: comportamenti che un tempo potevano essere ordinari oggi appartengono a un'altra idea di società.

E questo è forse l'aspetto più interessante della memoria.

La storia non vive soltanto nelle guerre, nei governi, nelle crisi economiche o nelle grandi invenzioni.

Vive anche negli oggetti che abbiamo smesso di usare, nei gesti che abbiamo smesso di fare e soprattutto nelle cose che un tempo nessuno considerava strane.

Perché ogni generazione pensa di sapere che cosa sia la normalità.

Fino a quando arriva quella successiva e le dimostra che la normalità, in fondo, è soltanto una fotografia scattata in un determinato momento.

E la chiudo qui.

domenica 20 settembre 2026

Dedicato a Nicla e Ugo.

 

Eccomi tornato nel loculo autunninvernale e nei tanti ricordi ci sta pure quello dei nomi strani con cui erano chiamati in quel della plaja Casalcosese cani e bimbi.. ad es la nipote dell'Antonio era Nicla (onomastico al 6 Dicembre) e su mia richiesta su come mai avessero optato per questo nome, la risposta è stata che uno dei parenti era Nicola l'altro Claudio e per accontentarli tutte due hanno messo assieme le iniziali ed è uscito il nome Ni-Cla e fortunatamente non hanno messo la H di mezzo.

Ormai e normale sentire i vari Luna, Braiyan, Renesmee, Noah, Chanel, Lapo, Dafne, Adelaide, Thiago, Lionel, Mascia o nomi con H messe ad cazzum e con vocali con la dieresi qua e là che sono sempre piu' invasivi nel nominare i nostri eredi.

E vabbè.

 

E che dire invece degli animali.. ad es, il cane dell'avvocato podista si chiama Ugo.. azz il nome di mio padre e pensare che una volta i cani avevano nomi da cani tipo

Fido. Fuffi. Pallino. Rex. Bobi.

Brevi, dignitosi, funzionali. «FIDO!» e Fido arrivava.

Non serviva specificare il codice fiscale, il luogo di nascita e gli estremi del documento.

Soprattutto, se al parco gridavi «PALLINO!», nessun essere umano si voltava chiedendosi se stessi parlando con lui.

Adesso i cani si chiamano Ugo, Gustavo, Ivano, Ernesto, Umberto, Cesare, Arturo.

Vai al parco e senti:

«GUSTAVO, LASCIA QUELLA MERDA!»

E per un attimo pensi a una separazione difficile.

«IVANO, SMETTILA DI MONTARE UMBERTO!»

E lì non sai più se intervenire o rispettare la privacy.

«ERNESTO, NON LECCARE LA SIGNORA!»

Ernesto è un bulldog francese di sette chili vestito con un impermeabile giallo.

La signora, comprensibilmente, non aveva dato il consenso.

Poi senti:

«BRUNO, HAI FATTO LA CACCA?»

E ti volti.

Perché Bruno potrebbe essere un meticcio.

Ma potrebbe tranquillamente essere tuo zio.

Ormai portare il cane al parco sembra partecipare alla cena aziendale di una ditta di serramenti del 1987.

Ci sono Sergio, Franco, Guido, Armando, Renato, Aldo.

Manca soltanto il ragionier Pautasso dell’ufficio acquisti.

E sono tutti cani.

C’è qualcosa di meraviglioso nel vedere una signora correre disperata dietro a un bassotto urlando:

«CORRADO! CORRADO! TORNA SUBITO QUI!»

Corrado.

Ventisette centimetri al garrese, cappottino scozzese, terrore dei piccioni.

Poi ci sono i nomi aristocratici.

Tancredi. Ludovico. Achille. Ettore. Goffredo.

Goffredo.

Goffredo è un carlino che passa metà della giornata a russare e l’altra metà a tentare di mangiare una ciabatta.

Ma si chiama Goffredo.

Uno sente Goffredo e immagina un uomo alto, severo, proprietario di quattrocento ettari nel Chianti, che riceve gli ospiti nella biblioteca di famiglia sotto il ritratto equestre del bisnonno.

Invece Goffredo sta cercando di ingoiare un fazzoletto usato.

«Goffredo, mamma ti ha detto di non bere dalle pozzanghere.»

Signora, Goffredo cinque minuti fa ha annusato il culo a Orlando.

Ridimensioniamo le aspettative.

Perché naturalmente c’è anche Orlando.

Orlando è un chihuahua.

Pesa meno di una faraona ma porta il nome di un paladino di Carlo Magno.

Poi c’è Achille, che ha paura dell’aspirapolvere.

Ettore, che abbaia alle buste di plastica.

Cesare, che non ha conquistato la Gallia ma è riuscito a conquistare una fetta di mortadella caduta sotto una panchina.

Tancredi, invece, ha appena vomitato l’erba.

Ormai al parco sembra di essere finiti in un romanzo dell’Ottocento scritto da uno sotto acido.

«Arturo, vieni dalla mamma.»

«Cesare, lascia stare Ettore.»

«Ludovico, non entrare nella fontana.»

«Achille, non mangiare la cacca di Gustavo.»

Manca solo una contessa tisica affacciata alla finestra e abbiamo fatto I Buddenbrook.

Però la vera frontiera sono i nomi composti.

Perché prima o poi arriveremo anche lì.

Pierluigi. Gianfranco. Gianmaria. Gianluca. Marcantonio.

«PIERLUIGI, SEDUTO!»

E Pierluigi si siede.

Ma insieme a lui si siede anche un signore di sessantotto anni che aspettava l’autobus.

E io aspetto con ansia il primo cane chiamato Giancarlo.

Perché «Giancarlo ha fatto la pipì sul divano» possiede una profondità narrativa che «Fido ha fatto la pipì sul divano» non avrà mai.

Giancarlo ha problemi.

Giancarlo ha un passato.

Giancarlo probabilmente deve ancora restituirti 700 euro.

E il problema vero arriverà tra qualche anno, quando al parco qualcuno urlerà:

«IVANO! È ORA DI TORNARE A CASA!»

E si presenteranno un labrador, tre pensionati, il tecnico della caldaia e uno che passava di lì perché, effettivamente, si chiama Ivano.

E la chiudo qui.

Ciao Nicla e ciao Ugo.



Tariffe Nazionali.

 

Allora.. la Giorgia Nazionale Esportazione ha tolto per l'anno 2027 la tassa sulle macchine e moto sino 80Kwh ma leggendo poi scopri che dal 21 settembre 2026 entreranno in vigore le nuove tariffe nazionali per le prestazioni erogate dalle strutture accreditate del Servizio sanitario nazionale.

Il decreto approvato in Conferenza Stato-Regioni a fine luglio sostituisce infatti quello del novembre 2024, annullato dal Tar del Lazio dopo i ricorsi delle strutture private che giudicavano le tariffe troppo basse per coprire i costi reali.

Il nuovo tariffario riguarda 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale e 222 codici della protesica, dagli ausili per la disabilità alle prime visite specialistiche.

Una revisione che, in media, vale un aumento del 5,8%.

Voi manco ve ne accorgerete in quanto otto prestazioni su dieci non cambiano prezzo, e per molte delle altre l’impatto allo sportello è nell’ordine di un euro.

La revisione incide soprattutto sulle prime visite e su alcune procedure diagnostiche, quelle che nel 2024 erano state al centro delle contestazioni dei privati.

Riassunto del mettinculo:

Aumenti che riguardano 2/10 delle prestazioni.

Aumenti nell’ordine di 1 euro che passeranno inosservati ma io purtroppo non ho più moto e macchina sino 80 Kwh e quindi teoricamente mi cucco l'aumento delle prestazioni sanitarie che ma però avrò una scusa in più con la nuova medica per non fare quanto lei mi vorrebbe prescrivere.

E per oggi basta.