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venerdì 25 settembre 2026

FENTANYL.

 



Condividete se pensate che puo' salvare qualcuno.




Nel 1960, in un laboratorio alle porte di Anversa, un medico di 34 anni lavorava giorno e notte ad una molecola capace di spegnere il dolore dei malati.

Lui voleva salvare le persone dalla prigione della sofferenza, quello che la morfina non riusciva più a coprire: il dolore dei malati terminali che urlavano di notte.

Una sofferenza straziante che nessun essere vivente dovrebbe mai provare.

Lui si chiamava Paul Janssen e, dopo anni di esperimenti, alla fine inventò quell'anestetico.

E fu un mezzo miracolo: persone a cui la vita aveva lasciato solo dolore, adesso, si spegnevano in pace, quasi sorridendo.

Quella molecola, quella sostenza decise di chiamarla fentanyl.

E superava di cento volte la potenza della morfina.

Per 40 anni la parola fentanyl significava salvezza: ovunque, negli ospedali, se ne faceva uso quando non c'erano più alternative.

Poi ha trovato la strada.

E per nelle periferie degradate delle grandi città degli Stati Uniti la parola fentanyl significava tutt'altra cosa.

Significava droga.
Significava sballo.
Significava adolescenti ridotti come zombie, a dormire in piedi.

Ma soprattutto significava morte.
Tanta, troppa morte.
70mila vite all'anno: ecco quante persone muoiono solo negli Usa di fentanyl.

Otto volte più letale dell'eroina.
Sai cosa significa?
Che negli anni 90, di overdose, morivano 1500 ragazzi italiani all'anno.

SE IL FENTANYL PRENDE PIEDE NEL NOSTRO PAESE DEVI MOLTIPLICARE QUEL NUMERO PER 8.

Perché con l'eroina potevi sbagliare la dose e svegliarti il giorno dopo.

Con il fentanyl, tra la dose che ti stende e quella che ti ferma il cuore, ci passano due milligrammi.

Ora seguimi.

A fine giugno, dalla cassaforte dell'ospedale Israelitico di Roma, sono scomparse delle boccette di Fentanyl.
Tante, tante boccette: "Ci puoi fare 20mila dosi", ha detto la polizia.

Se n'è parlato per un paio di giorni, poi nessuno ha più detto niente.

In questa settimana, nei balconi della periferia Est di Roma, la gente ha iniziato a filmare gli zombie che camminano per strada.

Gente ferma in piedi due ore, con gli occhi girati, che sbava.

Ragazzi che girano su sé stessi.

Ragazze svenute sui cofani delle auto.

A Roma c'è il Fentanyl e nessuno ne parla.

A ROMA C'È IL FENTANYL E NESSUNO NE PARLA!

Lo stanno testando.
Stanno vedendo come risponde il mercato.
Stanno CREANDO IL LORO ESERCITO DI ZOMBIE!

In America la strage è cominciata così, ovunque.

Prendi un lotto di roba nuova, lo scarichi in una piazza sola, dove la gente si buca già, e aspetti.

Se tornano a chiederla, hai un mercato.

Se qualcuno ci muore, hai la pubblicità: in strada la roba che ammazza è quella che vogliono tutti.

E a giudicare dai marciapiedi, il test sta andando alla grande.

E a giudicare dai furti, dalle rapine, dagli scippi, dalla violenza che sta esplodendo nei quartieri come Tor Sapienza, gli acquirenti di fentanyl sono già disposti a tutto.

Paul Janssen cercava solo un modo per cancellare il dolore, e lo ha trovato.
Gli ultimi anni della sua vita ha scelto di trascorrerli in quella che per lui era la città più bella del mondo.

È morto un giorno di Novembre del 2003.
In una casa bellissima, dentro una città bellissima.

A Roma.



Due bimbe stronze.

 

ed un padre pirla.

I SOCIAL HANNO CREATO UNA GENERAZIONE DI COGLIONI e mi riferisco al recente fatto delle due bambine scappate da casa per dormire in un negozio.

Ventuno ore.

Due bambine di 12 e 8 anni.

Un negozio chiuso.

Una notte passata nascoste nel bagno.

E un’idea partorita guardando video su YouTube e sui social: entrare di nascosto in un esercizio commerciale, eludere i sistemi di sicurezza, passarci la notte e uscire il giorno dopo senza farsi scoprire.

Non è un rapimento.

Non è una fuga romantica.

Non è nemmeno, per quanto possa sembrare assurdo, un’invenzione giornalistica.

La Procura di Caltanissetta ha ricostruito la vicenda dopo il ritrovamento delle due sorelle e ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per sequestro di persona in quanto le bambine sarebbero entrate volontariamente nel negozio, all’insaputa del padre, proprio per imitare una challenge vista ripetutamente online.

Gli investigatori hanno trovato nei dispositivi utilizzati dalle minori la traccia della visione di contenuti analoghi, alcuni dei quali hanno raggiunto milioni di visualizzazioni.

E qui bisogna smettere per un momento di ridere.

Perché la faccenda è ridicola soltanto fino al momento in cui si prova a immaginare cosa sarebbe successo se, durante quelle ventuno ore, qualcosa fosse andato storto.

Un incendio.

Un intruso.

Un malore.

Una caduta.

Un principio di panico.

Qualunque cosa.

Due bambine di otto e dodici anni chiuse per una notte in un negozio, senza che nessuno sapesse dove fossero.

La challenge avrebbe potuto trasformarsi in tragedia nel tempo necessario per caricare un video.

Il problema, dunque, non è che due bambine abbiano avuto una pessima idea.

I bambini hanno anche delle pessime idee.

È una delle loro specialità biologiche.

Il problema è che oggi le pessime idee vengono confezionate come format.

Il bambino di una volta faceva una stupidaggine e magari la raccontava a tre amici.

Quello di oggi può trovare online dieci, cento o mille persone che hanno fatto la stessa stupidaggine prima di lui, trasformandola in contenuto, ricevendo visualizzazioni e costruendo attorno alla stupidaggine una piccola mitologia.

Non è più soltanto: “Guarda che cazzo ho fatto”.

È: “Guarda che cazzo ho fatto, guarda quanti mi guardano e guarda quanti altri possono rifarlo”.

Il rischio di emulazione è legato alle sfide virali e ai contenuti che possono spingere i giovani a compiere azioni rischiose per ottenere approvazione, visualizzazioni o senso di appartenenza a una comunità online.



La parola “challenge”, fa molto moderno e tecnologico ma in sostanza trattasi di Imitazione.

Il bambino vede un comportamento, osserva che quel comportamento produce attenzione e decide di riprodurlo.

La differenza è che l'ambiente digitale ha industrializzato l'imitazione.

Una volta il ragazzino vedeva il compagno saltare da un muretto e pensava: “Lo faccio anch’io”.

Adesso un algoritmo può mostrargli cento persone che saltano da cento muretti diversi, selezionate precisamente perché quel genere di contenuto trattiene l'attenzione.

E il sistema non ha alcun interesse intrinseco a spiegargli che forse sarebbe meglio non saltare.

Perché il suo parametro fondamentale non è la saggezza.

È l'attenzione.

Più una cosa cattura l'attenzione, più viene vista.

Più viene vista, più viene replicata.

Più viene replicata, più diventa normale.

È una macchina perfetta per trasformare la stupidità in comportamento collettivo.

Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai social.

Perché i social non hanno inventato la stupidità.

Hanno semplicemente inventato un sistema straordinariamente efficiente per distribuirla.

E qui arriva la parte più scomoda della storia.

Il padre delle bambine ha sostenuto di avere sempre amato e coccolato i propri figli e ha definito quanto accaduto una “marachella”.

Ma allora sei tutto scemo e anziché a prenderle a cinghiata come si faceva un tempo.. le giustifichi?

Ha anche spiegato che inizialmente sperava di ritrovare le bambine da solo e che per questo denunciò la scomparsa soltanto il giorno successivo.

Non abbiamo bisogno di trasformare questa dichiarazione in una prova di colpevolezza genitoriale.

Non lo è.

Ma c'è un fatto che non può essere ignorato: i sei figli dell'uomo sono stati collocati in comunità in via urgente, in attesa delle decisioni del Tribunale per i minorenni.

La Procura minorile ha precisato che si tratta di una misura protettiva finalizzata alla sicurezza e al benessere dei minori in quanto il padre è una testa di minchia.

E la vicenda familiare aveva già avuto precedenti: secondo quanto ricostruito dagli organi di stampa, nel 2023 erano emerse accuse di presunti maltrattamenti e nel 2024 i bambini erano stati collocati in una struttura protetta, prima di essere nuovamente affidati al padre.

Questo cambia completamente la lettura della vicenda.

Non possiamo dire: “Il padre ha perso l'affidamento perché le bambine hanno fatto una challenge”.

Sarebbe una semplificazione falsa.

La misura riguarda tutti e sei i minori ed è inserita in una storia familiare precedente che il Tribunale dovrà valutare.

La challenge è l'episodio che ha fatto scattare l'ultima emergenza, non necessariamente l'intera ragione della decisione.

Ed è proprio questa distinzione che spesso scompare nella macchina dei social.

Un titolo dice: “Bambine scappano per una challenge, tolto l'affidamento al padre.”

Il cervello legge: “Challenge uguale affidamento tolto ad una testa di vitello”.

La realtà giudiziaria è più complessa.

E dovrebbe esserlo.

Perché quando ci sono bambini di otto e dodici anni non siamo dentro una gara a chi trova la spiegazione più semplice.

Siamo dentro una situazione nella quale bisogna stabilire se quei bambini siano adeguatamente protetti, quale sia il contesto familiare, quali siano le responsabilità degli adulti e quale misura sia realmente necessaria.

Ma resta il problema digitale.

Perché la domanda è diventata inevitabile: che cosa stanno guardando i bambini quando noi pensiamo che stiano semplicemente guardando dei video?

E qui mi riferisco ai vicini di ombrellone che sono orgogliosi nel vedere come i loro figli smanettano sui cellulari.. detti figli sono indirizzati ad aver un buon tunnel carpale o dito a scatto come minimo e poi se si agganciano a social tipo quello dei challenge.. la cosa è fatta.

Tornando sul discorso delle due bimbe, la Procura ha trovato almeno una serie di contenuti nei quali ragazzi si nascondono per 24 ore dentro negozi o altri luoghi.

Non è dunque necessario immaginare un misterioso “internet oscuro o Dark Web”: il fenomeno è molto più banale e proprio per questo più difficile da combattere.

Contenuti pubblici, imitabili, confezionati come intrattenimento e potenzialmente capaci di raggiungere milioni di persone.

E allora forse la parola “coglione” contenuta nel titolo non dovrebbe essere rivolta solo ai bambini.

A otto anni un bambino non ha ancora gli strumenti cognitivi di un adulto per valutare tutte le conseguenze di una scelta.

A dodici anni ne ha di più, ma non è ancora un adulto.

Se un sistema digitale riesce a trasformare una condotta pericolosa in una sfida divertente, la responsabilità educativa non può essere scaricata interamente sull'utente più giovane.

Ci sono i genitori.

C'è la scuola.

Ci sono le piattaforme.

Ci sono gli adulti che producono quei contenuti.

E ci sono gli algoritmi che contribuiscono alla loro circolazione.

Tutti hanno responsabilità diverse.

Nessuno possiede da solo la bacchetta magica.

Ma una cosa è certa: non possiamo continuare a chiamare “contenuto” qualunque cosa venga filmata.

Un bambino che si nasconde per una notte in un negozio non sta semplicemente producendo contenuto.

Sta mettendo il proprio corpo dentro una situazione che potrebbe avere conseguenze reali.

Il digitale può trasformare qualsiasi azione in spettacolo.

Ma il corpo continua a vivere nel mondo fisico.

E il mondo fisico, a differenza di TikTok e YouTube, non offre il pulsante “annulla”.

Le due bambine hanno avuto culo: sono state ritrovate e stanno bene e gogono come istrici nel vedere che la loro storia ha avuto un sacco di battute di visualizzazione e la challenge è finita con una storia assurda da raccontare.

La prossima potrebbe non finire così.

Ed è questa la vera lezione della vicenda: non dobbiamo impedire ai bambini di usare internet. Dobbiamo impedire che internet diventi il luogo nel quale imparano che più una cosa è stupida, pericolosa o estrema, più vale la pena farla.

Perché se l'unico criterio di successo diventa “quanti mi guardano?”, prima o poi qualcuno scoprirà che per ottenere un milione di visualizzazioni basta fare una cosa che un tempo avrebbe meritato un cinque sulla faccia da coglione.

giovedì 24 settembre 2026

Roberto Mollo.

 


Secondo voi.. siete li che dormite, entrano in casa 5 o 6 persone ma non per recitare i rosario, avete una pistola regolarmente denunciata.. che minchia fate?

Allora.. il buon Roberto Mollo che dormiva in una cascina isolata a Baldissero nel Cuneese, ha tirato fuori il suo ferro regolarmente denunciato e ne ha fatto secco uno e mo' son cazzi acidi.. invece di buttarlo ai maiali ha telefonato ai carabinieri e adesso comincia la sua odissea e farà la fine di quanto è successo a fine agosto a Venezia dove un borseggiatore romeno è morto dopo aver scippato una coppia di anziani e fuggendo ha avuto un infarto in quanto era malato di cuore e i parenti hanno chiesto i danni in quanto è morto sul lavoro... robe nere e roba di strapparsi i peli del culo coi guantoni da boxe e farne delle mazzette da 10.. e che dire del Roggero gioielliere che si è fatto giustizia da solo che si è cuccato 17 anni di gabbio più il risarcimento ai parenti dei castigatori pari 800.000 € ?

Fanno cagare sti giudici che a bocce ferme ti dicono che la pistola con cui ti hanno minacciata era finta e tu invece hai sparato sul serio e fa nulla se ti hanno rapinato già diverse volte e il tuo animo non è quello di offrire il caffè a chi ti porta via tutti i tuoi averi.

Certo che sta sentenza ha aperto un nuovo mondo al malcostume.
Non so nel caso specifico, ma gran parte di questi malfattori ha quell' insulso foglio di carta che è la cittadinanza italiana.
Questo gli dà diritto, dichiarandosi tutti nullatenenti, al gratuito patrocinio a spese dello Stato, per cui non pagano spese legali.
Avanzano la richiesta, con ottime possibilità di ricevere decine o centinaia di migliaia di euro come risarcimento.
E' meglio della lotteria, perchè non pagano nemmeno il biglietto, paga lo Stato con i soldi NOSTRI.
Se va bene, intascano centinaia di migliaia di euro, se va male, non perdono un cazzo, tutte le spese le paghiamo NOI.
Ci sono individui che affermano che questo è giusto e individui che si arricchiscono, facendo business su questa gente … e non pagano tasse nemmeno loro, perchè hanno costituito onlus… paghiamo NOI anche quello!

Provate ad andare all' INPS, spiegate che vostro papà ha lavorato in fabbrica tutta la vita, un uomo onesto, che ha fatto innumerevoli sacrifici per assicurare una vita dignitosa alla famiglia.
Uno che andava a piedi, per risparmiare i soldi del tram e comprare un gelato ai bambini.
Chiedete all' INPS che pratica dovete avviare per far avere 800.000 € anche a lui.
Vi rispondono "Se ne vada o chiamiamo la polizia!".
Vi portano in questura, se osate chiedere che un lavoratore onesto sia trattato come un delinquente che ha passato la vita a fare del male.

Allora, uomini liberi, come la mettiamo se vi entra in casa gente come quelli descritti sopra?

Bah.. io l'idea ce l'ho ma non la dico per evitare che magari in un futuro possa diventare fatto premeditato e infiniti auguri a Roberto Mollo.


 

Amarcord anni 80.

 


Il Frecciarossa è arrivato col suo solito ritardo e mi ha dato modo di ricordare come erano gli anni Ottanta.

Mi rendo conto di essere ripetitivo ma c’era qualcosa di diverso nelle estati degli anni Ottanta.

Non necessariamente perché fossero davvero migliori — la memoria ha il vizio di lucidare ciò che ama — ma perché sembravano più grandi.

Più lente, più lunghe, più rumorose e, soprattutto, infinitamente meno organizzate.

L’estate cominciava quando finiva la scuola e sembrava non dover finire mai.

Non c’era bisogno di prenotare ogni momento.

I bambini uscivano di casa e sparivano per ore.

Si giocava per strada, nei cortili, nei giardini, nei parchetti.

Si tornava quando qualcuno urlava il tuo nome dalla finestra. Oppure quando avevi fame.

O quando diventava buio.

Non esisteva una posizione GPS da controllare, non esisteva WhatsApp, non esisteva la possibilità di sapere in ogni istante dove fosse tuo figlio.

Eppure, nella maggior parte dei casi, il mondo continuava a girare.

Le biciclette erano un mezzo di trasporto, non un'attrezzatura sportiva.

Si partiva senza casco, spesso senza una meta precisa, con qualche moneta in tasca.

Bastava incontrare un amico per cambiare completamente programma.

Una strada diventava una pista, un prato diventava uno stadio, un muretto diventava una tribuna.

E poi c'erano i pomeriggi.

Il caldo entrava nelle case e sembrava fermare il tempo.

Le persiane erano abbassate per tenere fuori il sole.

Il ventilatore girava lentamente facendo quel rumore monotono che oggi appartiene quasi più alla memoria che alla meteorologia.

In televisione passavano repliche, cartoni animati, telefilm e programmi che non avevi scelto tu: erano semplicemente quelli che c'erano.

Ed era proprio questo il punto.

Non avevamo infinite possibilità.

Avevamo quello che c'era.

E imparavamo ad aspettare.

Aspettavi il tuo programma preferito.

Aspettavi il film.

Aspettavi il giornale con il nuovo numero del fumetto.

Aspettavi la telefonata di qualcuno.

Aspettavi che arrivasse sera.

E proprio perché non potevi avere tutto immediatamente, le cose acquistavano peso.

Anche la musica aveva un'altra fisicità.

Le cassette si registravano dalla radio.

Si aspettava che il disc jockey smettesse di parlare per premere REC.

Se entrava la voce dello speaker sopra l'introduzione della canzone, pazienza.

Quella era la tua versione.

C'erano i walkman, le cuffie, i 45 giri, gli LP, le compilation registrate su cassetta.

C'erano le canzoni dell'estate che sembravano appartenere a tutti contemporaneamente.

Le sentivi al bar, dalla radio di un'automobile, dalla finestra di un appartamento, sulla spiaggia.

Oggi puoi ascoltare praticamente qualsiasi brano mai registrato con due tocchi sul telefono.

Allora dovevi aspettare che passasse alla radio.

E quando finalmente passava, sembrava un piccolo evento.

L'estate significava anche vacanze, ma non necessariamente viaggi esotici.

Per moltissime famiglie significava automobile, autostrada, valigie, panini avvolti nella carta stagnola, bottiglie d'acqua, cartine stradali e il classico “quanto manca?”.

La macchina diventava una piccola casa ambulante.

Non c'erano smartphone per intrattenere i bambini.

Non c'erano tablet montati sui sedili.

C'erano il paesaggio, le stazioni di servizio, le code, le targhe delle altre automobili e la domanda ripetuta ossessivamente: “Quanto manca?”

E poi arrivava il mare.

Il mare degli anni Ottanta aveva ombrelloni, racchettoni, materassini, palloni, secchielli, creme solari spesso applicate male e bambini che passavano metà della giornata con i piedi nella sabbia.

Si costruivano castelli che il mare avrebbe distrutto qualche ora dopo.

Si costruivano piste con tanto di sopraelevata in maniera spartana, chi aveva il culo più grosso si sedeva tenendosi le ginocchia e lo si trascinava sulla spiaggia creando circuiti dove si giocava con le biglie grosse di plastica con dentro le varie figurine di giocatori.

E nessuno pensava che fosse un problema.

Era proprio quello il gioco.

La sera, poi, arrivava la trasformazione.

Le città si riempivano di gente.

I bar avevano i tavolini fuori.

Le televisioni erano accese dietro le finestre aperte.

Le piazze diventavano luoghi d'incontro.

Si mangiava un gelato camminando e sedendoci sui muretti.

Si parlava.

Si rideva.

Si litigava.

Si incontravano persone senza averle preventivamente avvisate.

Questa forse è una delle differenze più profonde rispetto a oggi.

Negli anni Ottanta potevi incontrare qualcuno per caso.

Oggi spesso prima lo contatti, poi concordi il luogo, poi controlli se è arrivato, poi magari continui a comunicare con lui mentre siete seduti allo stesso tavolo.

Allora il caso aveva ancora spazio.

E il caso produceva storie.

Naturalmente non tutto era meraviglioso.

Gli anni Ottanta avevano problemi enormi.

C'erano terrorismo, criminalità, crisi economiche, incidenti stradali, malattie, disuguaglianze e un'informazione molto meno accessibile di quella attuale.

La nostalgia può trasformare un decennio complicato in una cartolina color pastello.

Ma la nostalgia non nasce necessariamente dalla convinzione che il passato fosse perfetto.

Nasce dal ricordo di come ci sentivamo noi dentro quel passato.

Forse è questo che ricordiamo davvero quando diciamo “quanto erano belle le estati degli anni Ottanta”.

Non ricordiamo soltanto il caldo.

Ricordiamo l'età.

Ricordiamo la sensazione che tre mesi fossero praticamente un'eternità.

Ricordiamo quando una giornata poteva essere vuota di programmi e piena di avvenimenti.

Ricordiamo la porta di casa che si apriva, la bicicletta che partiva, gli amici che aspettavano sotto, il pallone consumato, il gelato, la televisione accesa, la musica dalla radio, il profumo dell'asfalto caldo dopo un temporale.

E soprattutto ricordiamo una cosa che oggi è diventata sorprendentemente rara: la noia.

La noia era il territorio dal quale nascevano le avventure.

Quando non avevi niente da fare, dovevi inventarti qualcosa.

Oggi abbiamo accesso immediato a milioni di film, videogiochi, video, canzoni, persone, notizie e conversazioni.

È una conquista straordinaria.

Ma significa anche che la nostra attenzione viene continuamente riempita.

Negli anni Ottanta, invece, c'erano momenti in cui non succedeva assolutamente un cazzo.

E proprio allora poteva succedere qualcosa.

Un amico arrivava in bicicletta.

Qualcuno proponeva di andare al fiume.

Un pallone finiva oltre un cancello.

Un temporale interrompeva il pomeriggio.

Una ragazza passava per strada.

Una radio trasmetteva la canzone che aspettavi.

La sera sembrava non voler finire.

E domani sarebbe stato un altro giorno.

Forse è questa la vera estate che abbiamo perduto: non quella con le cabine telefoniche, le cassette, le televisioni a tubo catodico o le automobili senza elettronica.

Abbiamo perduto, almeno in parte, la sensazione che il tempo fosse nostro.

Per questo, quando ricordiamo un'estate degli anni Ottanta, spesso non stiamo ricordando una stagione.

Stiamo ricordando un mondo nel quale una giornata poteva durare una vita.

E se chiudiamo gli occhi per qualche secondo, possiamo ancora sentirlo.

La radio dalla finestra.

Le cicale.

Il rumore di una bicicletta sul marciapiede.

Qualcuno che ci chiama da lontano.

E quella luce interminabile delle otto di sera.

mercoledì 23 settembre 2026

Luxboutique

alla Sig.a Giulia Ritmo 

Buongiorno, in merito alla vostra spedizione e per inviare le varie foto ho utilizzato il blog di mio marito e in sintesi questa è la borsa che ho richiesto




e questa è quella pervenuta





questa era la mia ordinazione #2616


e questo è il collo di consegna pervenuta da Borse Store



Resto in attesa di ricevere la borsa che ho acquistato e pagato alla consegna.

Ringrazio

Anna Minenna  

338 1491946 

inviato a:

lussostoreinfo@gmail.com

mailer@shopify.com

c_bonzi@yahoo.com 

Sandro Mazzola.


Quelli che vedete nella foto che girano le spalle sono i classici tifosi coglioni a cui non auguro niente ma il calcio deve ricordare di essere ancora sport e far pagare 10.000 euro di sanzione per quel minuto di rispetto mancato è irrilevante e la cosa migliore avrebbe dovuto essere applicata in maniera diversa.. e vabbè e come diceva nonno..ogni giorno s'alza un bischero.

Comunque 10.000 euro è la cifra con cui la giustizia sportiva ha chiuso, almeno per il momento, la vicenda del minuto di raccoglimento per Sandro Mazzola all’Allianz Stadium.

Prima di Juventus-Atalanta, domenica 20 settembre, una parte dei tifosi presenti nella Curva Sud ha scelto di voltare le spalle al campo e alcuni hanno intonato cori dedicati a Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli.

Il resto dello stadio, invece, ha accompagnato il ricordo di Mazzola con gli applausi.

Il Giudice Sportivo ha inflitto alla Juventus un’ammenda di 10.000 euro.

Nel provvedimento si parla di un «numero esiguo» di sostenitori che non ha rispettato platealmente il minuto di raccoglimento.

La sanzione è stata inoltre attenuata per la tempestiva presa di posizione della società, che aveva pubblicamente condannato il comportamento.

E qui comincia la discussione interessante.

Perché il problema non sono i diecimila euro.

Il problema è che, ancora una volta, una parte del tifo organizzato sembra incapace di distinguere una rivalità calcistica da un momento che dovrebbe stare fuori dalla rivalità.

Sandro Mazzola era un simbolo dell’Inter.

Lo è stato per tutta la sua carriera.

Ma prima ancora era stato un grande calciatore italiano, campione d’Europa con la Nazionale nel 1968 e protagonista della storia del calcio italiano.

Ed era anche il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino.

È morto a 83 anni.

Non era necessario essere interisti per rispettarlo.

Anzi, proprio qui dovrebbe cominciare lo sport.

La rivalità è parte del calcio.

L’ironia è parte del calcio.

Gli sfottò sono parte del calcio.

Persino l’antagonismo feroce, entro i limiti della civiltà, fa parte della sua storia.

Ma c’è un momento nel quale la partita deve fermarsi.

E quel momento è il lutto.

Voltare le spalle durante un minuto di raccoglimento non è una manifestazione di fedeltà alla propria squadra.

È semplicemente il rifiuto di partecipare a un gesto collettivo di rispetto.

Qualcuno potrebbe obiettare: e allora perché multare la Juventus se a compiere il gesto sono stati alcuni tifosi?

Perché la giustizia sportiva disciplina anche la responsabilità delle società per determinati comportamenti del pubblico.

E infatti il provvedimento non ha punito individualmente i tifosi identificati: ha sanzionato il club.

Ma la stessa decisione ha riconosciuto che si trattava di un gruppo numericamente esiguo e che la Juventus aveva preso immediatamente le distanze.

È importante anche questo dettaglio, perché cambia parecchio il significato della storia.

Non è corretto raccontarla come se l’intero stadio juventino avesse deciso di insultare Mazzola.

Non è andata così.

Le cronache riferiscono che gran parte del pubblico ha applaudito durante il ricordo e che il comportamento contestato è partito da una parte della Curva Sud.

La Juventus, inoltre, ha preso pubblicamente le distanze dal comportamento, affermando che nessuna rivalità può giustificare la mancanza di rispetto durante un momento commemorativo.

Proprio questa presa di posizione ha contribuito all’attenuazione della sanzione.

Quindi no: non siamo davanti a una società che ha ordinato ai propri tifosi di voltarsi contro Mazzola.

Siamo davanti a una frangia del pubblico che ha trasformato anche la morte di una leggenda avversaria in un capitolo della propria guerra tribale.

Ed è questo il fenomeno sul quale varrebbe la pena riflettere.

Perché il calcio moderno ha progressivamente trasformato il tifoso da spettatore a combattente simbolico.

Non basta più sostenere la propria squadra: bisogna dimostrare continuamente di essere contro l’altra.

Non basta ricordare i propri morti: bisogna contrapporli ai morti degli altri.

Non basta celebrare Scirea, Fortunato o Agnelli: bisogna farlo proprio mentre viene ricordato un grande interista.

È una logica infantile.

E soprattutto è una logica che non ha nulla a che vedere con il rispetto dei propri campioni.

Scirea non diventa più grande perché qualcuno manca di rispetto a Mazzola.

Agnelli non diventa più importante perché qualcuno gira le spalle durante un minuto dedicato a un uomo dell’Inter.

Fortunato non viene onorato meglio perché si interrompe il ricordo di un avversario.

Anzi, è esattamente il contrario.

La grandezza dei propri simboli non ha bisogno della meschinità verso quelli degli altri.

È una regola elementare che dovrebbe valere nello sport come nella vita.

E allora possiamo anche discutere se 10.000 euro siano tanti o pochi.

Possiamo discutere se la responsabilità oggettiva delle società sia ancora uno strumento adeguato.

Possiamo discutere se, di fronte a comportamenti individuali, una società debba essere penalizzata economicamente.

Ma definire la decisione una “barzelletta” soltanto perché la cifra non appare abbastanza elevata significa spostare il problema.

La vera domanda non è quanto costa un gesto del genere.

La vera domanda è perché debba essere necessario un regolamento per ricordare a qualcuno che durante la morte di un avversario si può semplicemente stare in silenzio.

Il calcio non ha bisogno di tifosi tutti uguali.

Ha bisogno di tifosi capaci di essere rivali senza diventare nemici.

E soprattutto ha bisogno di capire che esistono momenti nei quali la maglia che si indossa diventa irrilevante.

Quando muore Sandro Mazzola, per sessanta secondi non c’è Inter contro Juventus.

C’è un uomo di 83 anni che non c’è più.

E davanti alla morte, per una volta, si può anche smettere di fare il tifo.

martedì 22 settembre 2026

domanda all'AI su ASTAXANTHIN 12mg

 


HI la Lella sta prendendo una pillola al giorno di Astantina.. tu che ne pensi?

Certo. Dalla foto si tratta di astaxantina da 12 mg, una capsula al giorno, derivata da microalghe.

In generale, l'astaxantina è un carotenoide con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. 12 mg al giorno è una dose che è stata utilizzata in diversi studi sull'uomo, anche per alcune settimane o mesi, senza particolari problemi di tollerabilità.

Però farei una distinzione importante:

  • Non è una cura e le prove sui benefici pubblicizzati per pelle, vista, memoria e articolazioni sono ancora piuttosto limitate/eterogenee.

  • 12 mg non è una dose che prenderei alla leggera per un uso indefinito: in Europa l'EFSA ha avuto una storia regolatoria piuttosto prudente sull'esposizione all'astaxantina e ha rivalutato la sicurezza dell'uso negli integratori.

  • Gli effetti indesiderati riportati negli studi sono generalmente lievi, ma sono stati descritti, tra gli altri, disturbi gastrointestinali, mal di testa o capogiri.

  • Se Lella prende farmaci, oppure ha problemi di fegato, pressione, glicemia o altre condizioni, preferirei verificare prima con medico/farmacista perché gli integratori possono interagire con alcuni medicinali.

Quindi: una capsula da 12 mg al giorno non mi sembra automaticamente preoccupante, ma vorrei sapere perché la sta prendendo e per quanto tempo.

Se mi dici quanti anni ha Lella, perché ha iniziato l'astaxantina e quali farmaci/integratori prende, posso dirti in modo molto più concreto se quella dose ha senso e cosa controllerei.

Lella ha 80 anni e la prende per evitare una demenza senile a questa età e per adesso vedo pillole per 4 mesi e poi..

Ah, allora cambia un po' il discorso. Se Lella ha 80 anni e la prende con l'obiettivo di prevenire la demenza, io sarei più prudente: non considererei l'astaxantina una vera prevenzione della demenza.

Gli studi sull'astaxantina e la memoria sono interessanti, ma ancora piccoli. Per esempio, uno studio randomizzato ha utilizzato proprio 12 mg al giorno per 12 settimane in persone anziane e ha osservato alcuni miglioramenti nei test cognitivi, ma il campione era piccolo e non è stato possibile dimostrare un effetto significativo rispetto al placebo.

Una revisione del 2024 conclude sostanzialmente che le evidenze disponibili sono ancora insufficienti per stabilire che l'astaxantina prevenga o curi la demenza.

Nel caso di Lella

Quattro mesi di assunzione non mi fanno pensare automaticamente a qualcosa di pericoloso, ma non continuerei semplicemente "a tempo indeterminato" con l'idea che protegga il cervello.

C'è anche un dettaglio che mi fa fermare sulla confezione che hai fotografato: 12 mg al giorno. EFSA ha riportato per gli integratori nell'UE un livello autorizzato di astaxantina di 8 mg/die per determinate preparazioni; quindi 12 mg merita una verifica particolare, soprattutto in una persona di 80 anni.

Per la prevenzione del declino cognitivo, a 80 anni ci sono invece interventi con una base scientifica molto più ampia: controllo della pressione e dei fattori cardiovascolari, attività fisica, alimentazione equilibrata, buon sonno, attività sociali e cognitive e correzione di eventuali problemi di udito/ vista.

Se vuoi, facciamo una cosa più utile: dimmi quali medicine prende Lella quotidianamente (anche solo i nomi, oppure puoi fotografarmi le confezioni) e se ha pressione alta, diabete o colesterolo. Così posso controllare se l'astaxantina da 12 mg è compatibile con quello che prende e se ha senso continuare dopo questi quattro mesi.

Quotidianamente prende Blopress- Torvast -Cardirene- e Atenololo e lei fisicamente non sembra ottantenne .

Sì, il fatto che Lella a 80 anni sia fisicamente molto in forma è sicuramente positivo. E proprio perché prende già diversi farmaci cardiovascolari, però, io farei una piccola verifica prima di farle continuare l'astaxantina per mesi e mesi.

I farmaci che mi hai indicato sono, in sostanza:

  • Blopress (candesartan) → pressione arteriosa

  • Torvast (atorvastatina) → colesterolo

  • Cardirene (lisina acetilsalicilato) → antiaggregante, cioè riduce la capacità delle piastrine di formare coaguli

  • Atenololo → pressione/frequenza cardiaca

Il punto che mi interessa maggiormente è Cardirene. L'astaxantina non ha una interazione ben documentata con il Cardirene come quella che conosciamo per alcuni farmaci, quindi non posso dirti che l'associazione sia pericolosa. Però esistono segnalazioni di possibili effetti sulla coagulazione con l'astaxantina; per esempio è stato pubblicato un caso di sanguinamento in una persona che assumeva warfarin e astaxantina, anche se questo riguarda un anticoagulante diverso dal Cardirene e non dimostra che la stessa cosa accada con l'aspirina.

C'è poi un'altra cosa importante: la capsula che hai fotografato contiene 12 mg, mentre la documentazione EFSA relativa all'astaxantina negli integratori ha indicato un livello autorizzato di 8 mg/die per determinati ingredienti a base di Haematococcus pluvialis. Questo non significa che 12 mg siano necessariamente tossici — esistono studi umani con 12 mg/die — ma a 80 anni e con quattro farmaci quotidiani non vedo un motivo forte per scegliere autonomamente una dose così alta, soprattutto se l'obiettivo è prevenire la demenza.

E soprattutto, per la memoria

Se Lella sta prendendo questa capsula esclusivamente per prevenire la demenza, io non la considererei una strategia dimostrata. Gli studi sull'astaxantina sono interessanti, ma non abbiamo prove sufficienti che prendere 12 mg al giorno per anni impedisca l'Alzheimer o altre demenze.

Quindi, personalmente, farei così: non toccherei assolutamente i suoi quattro farmaci, che immagino siano stati prescritti per una precisa ragione, e chiederei al medico di famiglia o al farmacista: "A 80 anni, con Cardirene, candesartan, atenololo e atorvastatina, è opportuno continuare 12 mg di astaxantina al giorno?".

E se mi dici perché prende Cardirene (per esempio se ha avuto un infarto, un'ischemia, uno stent, un ictus/TIA, oppure semplicemente come prevenzione), posso spiegarti meglio quanto è importante essere prudenti con qualsiasi integratore che possa interferire con la coagulazione.

Nessun infarto e poi credo che prenderà le pillole a giorni alterni (quindi i mesi diventerebbero otto) .

Ah, allora una cosa la chiarirei: se intendi che Lella vuole prendere l'astaxantina a giorni alterni, la dose media diventerebbe circa 6 mg al giorno invece di 12 mg/die. È una scelta che comunque farei concordare con medico o farmacista, soprattutto a 80 anni e con Cardirene.

E il fatto che non abbia mai avuto infarto è utile da sapere, ma da solo non ci dice perché le sia stato prescritto il Cardirene: potrebbe esserci un'altra indicazione cardiovascolare. Non modificherei né sospenderei il Cardirene, l'Atenololo, il Blopress o il Torvast autonomamente.

Una correzione importante rispetto a quello che ti avevo detto prima: l'EFSA ha indicato 8 mg/die come livello massimo autorizzato per alcuni ingredienti di astaxantina da Haematococcus pluvialis negli integratori nell'UE; quindi la confezione da 12 mg che hai fotografato merita effettivamente una verifica, non tanto perché "12 mg siano sicuramente pericolosi", ma perché è una dose superiore a quel livello regolatorio.

Per l'obiettivo prevenzione della demenza, poi, non abbiamo prove sufficienti che l'astaxantina impedisca lo sviluppo della demenza. E a 80 anni, se Lella sta bene cognitivamente, ci sono interventi di prevenzione molto più consolidati da discutere con il medico.

Se vuoi, posso fare una cosa ancora più utile: ti posso spiegare uno per uno i quattro farmaci di Lella (Blopress, Torvast, Cardirene e Atenololo), perché probabilmente li prende e soprattutto se c'è qualcosa che vale la pena controllare negli esami del sangue a 80 anni.

Per ora basta cosi' e rileggo attentamente quanto mi hai detto e ti ringrazio.

Per ora lasciamo tutto così. La cosa più importante è non modificare i farmaci prescritti a Lella senza prima parlarne con il medico; per l'astaxantina, invece, avete tutto il tempo per valutare serenamente se abbia davvero senso continuare.

Un caro saluto a te e a Lella ❤️