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domenica 12 aprile 2026

Trattati dal culo.

 


Contento della vittoria di Sinner ma a farmi rovinare la gioia ci sta sempre parrucchino con la sua demenza senile che a fronte dei negoziati andati mali anche con la mediazione Pakistana stanotte dal circo della casabianca ne inventerà qualcuna che non sarà di certo novità positiva.

Non oso pensare a cosa succederà domani mattina all'apertura dei mercati alla quotazione del greggio e a quella del gas.

Cosa faranno gli americani?

Come già anticipato in precedente post la scelta è sempre quella.

Opzione 1. Si bombarda un altro po' giusto per dire che la guerra è vinta e poi si va a casa.

Opzione 2. Si continua la guerra fino a nuovo ordine con tutto quello che ne consegue.

In tutti e due i casi lo stretto di Hormuz resta chiuso.

Se gli USA avessero avuto la possibilità di aprirlo lo avrebbero già fatto ovviamente.

Questa possibilità -ahiloro e ahinoi- non ce l'hanno.

La scemenza poi pubblicata dai giornali (post precedente) che gli iraniani non si ricorderebbero più dove hanno posizionati le mine antinave ha del ridicolo.

Alcune navi autorizzate dagli iraniani sono uscite dallo stretto, lo sanno benissimo dove sono sono le mine e quali rotte indicare alle navi se vogliono.

La notizia, falsa e stupida, serviva solo a far pensare che a Teheran vorrebbero aprire lo stretto ma non possono perché sono così scemi da non ricordarsi in quali posti hanno disseminato le mine antinave e magari dovremmo andare noi europei a sminare.

Insomma, qualsiasi cosa decidano di fare gli americani la faccenda era e rimane un disastro.

Si sta causando una crisi energetica mondiale per niente. Assolutamente niente.

Sarà un casino se va tutto bene, sarà una catastrofe se andrà tutto male.

 

Hormuz minato.

 


Ragazzi.. udite udite.. Dal NYT-The Guardian (non è il 1° Aprile) leggo:

L’Iran non trova le mine che ha piazzato a Hormuz: ecco perché non è in grado di riaprire lo Stretto.

Sembra incredibile, ma è proprio così: l’Iran ha messo delle mine nello Stretto di Hormuz per aumentare la pressione geopolitica… e ora non riesce a rimuoverle.

Il paradosso è chiaro: le stesse armi che volevano essere uno strumento di potere si sono trasformate in un ostacolo per la loro stessa marina.

Secondo i funzionari statunitensi citati dal New York Times, l’Iran non riesce a localizzare le mine che ha posizionato nello Stretto di Hormuz e non ha la capacità di rimuovere gli esplosivi, impedendo così di consentire un maggior traffico navale attraverso il passaggio.

Questo è uno dei motivi principali per cui Teheran non ha potuto garantire subito la libera navigazione richiesta dalla comunità internazionale.

L’apertura dello Stretto di Hormuz, un punto strategico attraverso il quale transita un quinto della produzione mondiale di petrolio ,è una delle principali richieste degli Stati Uniti per porre fine alla guerra in Iran.

La chiusura quasi totale dello stretto ha fatto schizzare i prezzi del carburante, creando la più grande crisi energetica mondiale degli ultimi decenni e aumentando la pressione sul presidente statunitense Donald Trump nel suo Paese.

L’Iran ha posizionato le mine nello Stretto di Hormuz il mese scorso, (Marzo 2026) dopo che Stati Uniti e Israele hanno dichiarato guerra al paese, distribuendo esplosivi lungo lo stretto tramite piccole imbarcazioni.

Gli Stati Uniti hanno avuto grosse difficoltà a monitorare queste piccole imbarcazioni, rimanendo incerti sulla posizione e sul numero delle mine nell’acqua.

Il traffico marittimo attraverso lo stretto si è praticamente fermato a causa delle mine, oltre che per la minaccia di attacchi da droni e missili iraniani contro le navi.

Un alto ufficiale della Guardia Rivoluzionaria ha dichiarato il 2 marzo che il paese avrebbe dato fuoco alle navi che avessero tentato di attraversare lo stretto.

Un numero limitato di navi ha continuato a transitare dopo aver ricevuto l’autorizzazione dall’Iran, che ha permesso il passaggio solo a quelle di paesi amici che pagavano una sorta di pedaggio.

I funzionari statunitensi hanno affermato che l’Iran ha piazzato le mine in modo disordinato e che potrebbe non aver segnato tutti i punti in cui le ha collocate.

Alcune mine si sono anche spostate o hanno deviato dalla loro posizione originale.

Né l’Iran né gli Stati Uniti hanno la capacità di bonificare rapidamente lo stretto, soprattutto dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto gran parte della marina iraniana.

Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, aveva dichiarato in precedenza che lo stretto sarebbe stato riapertotenendo dovuta considerazione delle limitazioni tecniche”, una frase che i funzionari statunitensi hanno interpretato come un riferimento alle difficoltà nella rimozione delle mine.

L’aumento dei prezzi del petrolio a causa della chiusura dello stretto e della distruzione delle infrastrutture energetiche in Medio Oriente ha aggravato l’inflazione, i cui effetti, avvertono gli economisti, non si sono ancora pienamente manifestati.

Si prevede un aumento della povertà globale a causa del rincaro dei beni di prima necessità.


 

sabato 11 aprile 2026

Addio al dollaro.

 

Stiamo vivendo un clima di guerra che non avremmo mai dovuto vivere, ma ci siamo e quindi per capire se siamo dalla parte del torto/ragione occorre vedere la situazione cercando di non essere di parte ed è quello che un gruppo di persone sta facendo e lo potrete constatare visionando il sito denominato “Digital Gazette” dove un gruppo di esperti affiancano Cesio Endrizzi al fine di esaminare le varie situazioni che stanno accadendo e oggi mi focalizzo sullo stretto di Hormuz che ci sta creando grandi problemi..

Il pedaggio che cambia il mondo – e il lungo addio al dollaro nello Stretto delle tenebre

Undici milioni di barili al giorno. 

Fermi. 

Immobili come una colonna di automobilisti in un ingorgo senza fine, solo che qui l’ingorgo è lungo quaranta giorni, il pedaggio non si paga in euro o in dollari, e la fila si snoda attraverso uno dei punti più strategici e maledetti del pianeta: lo Stretto di Hormuz . 

La guerra tra Stati Uniti e Iran, iniziata a fine febbraio con l’operazione “Epic Fury” voluta da Trump, ha chiuso il rubinetto del Golfo Persico, e ora che un fragile cessate il fuoco di due settimane ha riaperto le porte – o meglio, le ha socchiuse – Teheran ha deciso di trasformare la propria posizione di forza in una leva geopolitica che potrebbe segnare l’inizio della fine per il sistema del dollaro come valuta globale di riserva. 

La mossa, annunciata da Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli Esportatori di Petrolio, Gas e Prodotti Petrochimici iraniana, è tanto semplice quanto dirompente: chi vuole passare paga. 

Un dollaro al barile, fino a due milioni di dollari per una superpetroliera piena, e il pagamento deve avvenire in bitcoin o in yuan, la valuta cinese . Non in dollari. 

Non attraverso i canali bancari occidentali. 

Il regime degli Ayatollah, che ha passato decenni a imparare l’arte della sopravvivenza economica sotto sanzioni, ha scoperto che le criptovalute sono il perfetto cavallo di Troia per scardinare un sistema che l’ha tenuto in scacco per quarant’anni.

Il meccanismo, per chi ha la pazienza di seguirlo nei dettagli, è un capolavoro di ingegneria finanziaria e intimidazione. Le petroliere devono inviare un’email alle autorità iraniane con i dettagli del carico; una volta valutata la richiesta, i militari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica forniscono un codice di transito segreto e una rotta obbligata lungo la costa settentrionale dello Stretto, sotto la protezione di motovedette armate . 

La finestra per il pagamento in bitcoin è di pochi secondi – “abbastanza per evitare che la transazione venga tracciata o confiscata a causa delle sanzioni”, ha spiegato Hosseini . 

Le navi vuote passano gratis, quelle cariche pagano. 

E se qualcuno prova a passare senza permesso, l’avvertimento è stato chiaro: una petroliera kuwaitiana che ha tentato di forzare il blocco è stata attaccata e danneggiata . 

Non una dichiarazione di guerra, ma un promemoria: qui comandiamo noi. E la comunità internazionale, per ora, può solo guardare e calcolare il costo del biglietto.

Il colpo al sistema del petrodollaro, in questo scenario, è duplice. 

Da un lato, l’Iran impone di fatto una tassa sul transito che viene incassata in valute alternative al biglietto verde – lo yuan, spinto dalla Cina che di Teheran è il primo cliente petrolifero, e le criptovalute, che per loro natura sfuggono al controllo della Federal Reserve e del sistema SWIFT . 

Dall’altro lato, la mossa iraniana crea un precedente pericoloso: se Hormuz diventa un casello a pagamento in bitcoin, allora anche altri stretti – Bab el-Mandeb, Malacca, il Canale di Panama – potrebbero seguire l’esempio, e il dollaro perderebbe il suo ruolo di “moneta di scambio universale” per le materie prime. 

Simon Dixon, investitore e fondatore di BnkToTheFuture, ha paragonato la situazione a un “momento Canale di Suez” per il dollaro: il 1956, quando Nasser nazionalizzò il canale e Gran Bretagna e Francia tentarono una riconquista armata che si risolse in un disastro diplomatico, segnò la fine del colonialismo europeo in Medio Oriente. 

Oggi, Hormuz potrebbe segnare la fine del monopolio valutario americano .

Non si tratta solo di ideologia anti-americana, però. 

La Cina, che in queste settimane ha lavorato dietro le quinte come regista silenziosa della tregua, ha un interesse vitale a che il prezzo del greggio non salga troppo in fretta . 

L’economia cinese, già in affanno con una crescita che scricchiola e un settore immobiliare che sanguina, non può permettersi un’impennata dei costi energetici come quella che seguì l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. 

Il Brent è volato a 107 dollari al barile durante il picco del conflitto, e solo l’annuncio del cessate il fuoco lo ha riportato sotto i 95 . 

Ma la fragilità della tregua – due settimane negoziate con la mediazione pakistana, ma con Israele che continua a colpire in Libano e l’Iran che chiede garanzie che nessuno è disposto a concedere – tiene il mercato in uno stato di fibrillazione permanente. 

Pechino ha bisogno che il transito riprenda, ma ha bisogno anche che il pedaggio non diventi una leva per l’inflazione. 

E così gioca su due tavoli: da un lato spinge Teheran alla moderazione (il veto cinese a una risoluzione ONU che avrebbe potuto autorizzare l’uso della forza per riaprire lo Stretto è stato decisivo), dall’altro si tiene pronta a incassare i benefici di un commercio petrolifero sempre più denominato in yuan, la sua moneta .

Il paradosso, per chi osserva da fuori, è che l’America di Trump ha contribuito a creare esattamente ciò che diceva di volere evitare. 

La dottrina “America First”, il disimpegno dai conflitti mediorientali, la guerra commerciale con la Cina, le sanzioni a tappeto contro l’Iran: tutte mosse che, prese singolarmente, avevano una logica di realismo nazionale, ma che messe insieme hanno prodotto un vuoto di potere che Pechino e Teheran hanno riempito con una velocità sorprendente. 

Il dollaro è ancora la valuta di riserva mondiale, ma la sua egemonia non è più indiscussa. 

Il petrodollaro – l’accordo siglato negli anni Settanta per cui l’Arabia Saudita vendeva petrolio solo in dollari in cambio di protezione militare americana – è un ricordo sbiadito. 

Oggi i sauditi guardano a Est, i russi vendono gas in rubli, gli iraniani accettano bitcoin. 

E gli Stati Uniti, impantanati in un debito pubblico che ha superato i 34 trilioni di dollari e con un deficit che nel solo mese di febbraio ha superato le entrate fiscali del 30 per cento, non hanno più la forza – né la credibilità – per imporre un ritorno all’ordine precedente .

L’ingorgo di Hormuz, intanto, non si smaltirà in due settimane. 

Wood Mackenzie, la società di analisi energetica, ha stimato che anche se la tregua reggesse, i colli di bottiglia logistici richiederebbero mesi per essere risolti: gli impianti di liquefazione del gas in Qatar hanno bisogno di tempo per ripartire, le petroliere che hanno lasciato la zona a zavorra non torneranno senza garanzie di sicurezza, e gli stoccaggi a terra in Arabia Saudita ed Emirati offrono un margine di un mese al massimo . 

Nel frattempo, il costo del denaro si alza, le borse tremano, e l’inflazione – quella che il mondo aveva creduto di aver domato dopo la pandemia – torna a mordere le carni vive delle classi medie. 

E in questo quadro, il bitcoin, che molti avevano liquidato come una bolla speculativa, si scopre essere un’ancora di salvezza: non perché sia meno volatile, ma perché è l’unico asset che non dipende dalla fiducia in nessun governo, in nessuna banca centrale, in nessun trattato internazionale. 

Da quando la guerra è iniziata, il bitcoin ha guadagnato circa l’8 per cento, mentre l’oro è sceso e le borse hanno perso terreno . 

Non è ancora una valuta di riserva, ma è diventato – come lo definiscono gli analisti di Blockzeit – un “portello di fuga” dal sistema del dollaro .

Così restiamo qui, con un casello nel Golfo che accetta yuan e criptovalute, con un presidente americano che twitta minacce mentre il suo segretario al Tesoro cerca di calmare i mercati, con una Cina che sorride dietro il sipario e un Iran che ha imparato che il controllo di uno stretto vale più di qualsiasi alleanza. 

La fine del dollaro non sarà decretata da un trattato, né da una dichiarazione di guerra. 

Sarà decretata da migliaia di transazioni in bitcoin, da petroliere che pagano il pedaggio in yuan, da governi che accumulano oro invece di titoli di Stato americani. 

Sarà una morte per mille tagli, lenta, inesorabile, quasi invisibile. 

E quando, tra qualche anno, gli storici si chiederanno dove sia cominciata la fine dell’egemonia americana, non indicheranno una battaglia, né un discorso, né un trattato di pace. 

Indicheranno uno Stretto, un’email, e una manciata di secondi per pagare in bitcoin. 

Il tempo, come sempre, basterà.

giovedì 9 aprile 2026

Tempo passato nel cesso.

 

Mi dici quanto tempo passi in bagno durante la tua attivitè lavorativa?

Spero Tu sappia che il tempo passato in bagno è considerato dall'azienda un furto di produttivita e quindi gli uffici sono progettati con bagni scomodi per limitare questo “tempo perso”.


Tu non sei pagato per esistere.

Sei pagato per produrre.

Ogni minuto che il tuo corpo ti costringe a dedicare a funzioni non produttive è un minuto in cui l'azienda ti sta pagando per non fare un cazzo.

È un costo vivo, un buco nel foglio di calcolo.

Non stai solo occupando una postazione di lavoro.

Stai consumando risorse, acqua, elettricità, carta igienica, mentre il tuo cervello, l'unico organo che all'azienda interessa, è impegnato in un'attività che non genera profitto.

L'azienda non ti vede come un essere umano con un sistema digestivo.

Ti vede come un'unità di produzione con un difetto di progettazione, un bug biologico che causa tempi di inattività non programmati.

Per quanto sopra, la progettazione dei moderni bagni da ufficio non è casuale.

È una forma di ingegneria sociale ostile, una guerra psicologica a bassa intensità per costringerti a tornare alla tua scrivania.

Le luci al neon, fredde e spietate, non sono scelte per risparmiare. Sono scelte per creare un ambiente sterile e sgradevole, simile a una sala operatoria, dove è impossibile rilassarsi.

Le pareti sottili, che non offrono alcuna privacy acustica, generano un'ansia sociale che ti spinge a fare in fretta.

La mancanza di prese elettriche, di mensole o di ganci per la giacca sono micro-aggressività progettate per rendere la sosta scomoda. Esistono persino brevetti per water con una seduta inclinata di 13 gradi verso il basso, un'invenzione diabolica che dopo pochi minuti rende la posizione insostenibile, affaticando i muscoli delle gambe e costringendoti ad alzarti.

Non è un caso. È un progetto.

Un angolo di seduta di 13 gradi provoca affaticamento alle gambe dopo cinque minuti.

Questa mentalità non si fermerà al design.

Il passo successivo, già in atto in alcune aziende, è la sorveglianza. Sensori sulle porte che registrano la durata di ogni visita, software che segnalano ai manager i dipendenti con "pause bagno eccessive", badge che tracciano ogni tuo spostamento.

Il bagno è l'ultima frontiera della privacy, l'ultimo buco nero di produttività che il capitalismo aziendale non è ancora riuscito a colonizzare completamente.

La battaglia non è per il tuo comfort.

È per il controllo totale del tuo tempo.

L'obiettivo finale è trasformarti in un algoritmo di carne, un'appendice della tua postazione di lavoro che, idealmente, non dovrebbe avere né fame, né sete, né tantomeno un intestino.

41 un numero.

 


Ragazzi, oggi posto uno dei tanti reportage di Sergio Endrizzi legato a quel coglione ucraino che alla guida del jet pagato da noi e dal parrucchino, ha fatto fuoco sulla centrale elettrica del Donbass.

Donbass, la terra ingoia i vivi e restituisce i numeri

È successo ancora, nell’indifferenza distratta di chi a migliaia di chilometri di distanza legge i dispacci di guerra come fossero risultati sportivi. 

Nelle profondità del Donbass, dove la terra non è mai stata generosa, un attacco aereo ucraino ha reciso i cavi della vita. 

Il nero è sceso nella miniera, e con il nero il silenzio dei ventilatori, delle pompe, delle luci di emergenza. 

Quarantuno uomini sono rimasti intrappolati, chiusi in quel ventre di carbone che li nutre e li tradisce, condannati a un’attesa senza coordinate. Non è un’inversione del destino: è la logica ferrea di una guerra che ha smesso da tempo di combattersi in superficie, tra trincee e droni, per annidarsi nelle infrastrutture civili come un termite invisibile. 

Colpire una sottostazione elettrica non è un incidente di percorso, è una scelta di metodo. 

E il metodo, in questo conflitto slavato di ragioni e atrocità, è quello di rendere la vita impossibile anche dove la vita si è già ridotta a sopravvivenza.

Si dirà che i soccorritori hanno fatto il loro dovere, e in effetti lo hanno fatto: sono scesi nel buio umido, hanno ripristinato a mano una linea provvisoria, hanno issato uno a uno quei corpi stanchi verso la luce piatta dell’alba. 

Quarantuno, nessun morto, un miracolo piccolo e mediocre che i titoli dei giornali consumeranno in ventiquattr’ore. 

Ma l’errore, qui, sarebbe fermarsi alla cronaca. 

Perché ciò che conta non è il numero dei salvi, ma la ripetibilità del meccanismo: il raid notturno, l’interruzione di corrente, l’intrappolamento, il salvataggio eroico. 

È un copione che il Donbass conosce a memoria, e che si replica con variazioni minime in tutte le guerre asimmetriche del nostro tempo. 

Colpisci ciò che tiene in piedi la società civile – l’acqua, l’energia, i trasporti – e osserva lo Stato nemico consumare risorse per tamponare buchi che tu puoi riaprire la notte successiva, magari dieci chilometri più a est. 

È la grammatica della logoramento, e funziona perché nessuno ha il coraggio di chiamarla con il suo nome: terrorismo infrastrutturale.

Osservo la cartina del fronte e penso a ciò che un tempo si chiamava “rischio morale”. 

I minatori del Donbass non sono soldati, non indossano divise, non impugnano armi. 

Sono operai specializzati in un’economia che il resto d’Europa ha dimenticato, uomini di carbone e silicio che scendono ogni giorno a ottocento metri per strappare alla roccia l’energia che scalda le case di chi li bombarda. 

E questa è la contraddizione più nauseante del conflitto: Kiev colpisce le miniere perché alimentano l’industria bellica russa, Mosca le difende perché senza carbone non c’è acciaio, e nel mezzo ci sono quarantuno corpi che respirano polvere e attendono. 

Nessuno dei due schieramenti ammetterà mai che il vero obiettivo è svuotare il territorio di abitanti, trasformare il Donbass in una terra di nessuno punteggiata da ciminiere spente e pozzi allagati. 

La guerra, si sa, è la continuazione della politica con altri mezzi. 

Ma quando la politica rinuncia a un progetto di pace, la guerra diventa la continuazione dell’odio con mezzi logistici.

Eppure, assistiamo a questa pantomima con un senso di déjà-vu che rasenta la patologia. 

Ricordo i rapporti sulle guerre jugoslave, quando si prendevano di mira le fabbriche di tabacco a Mostar e i ponti sull’Una a Bihać. 

L’effetto era sempre lo stesso: paralizzare l’economia, indurre la fuga, normalizzare la distruzione. 

Oggi i droni hanno sostituito l’artiglieria pesante, i social media amplificano i salvataggi in diretta, ma la sostanza non cambia. 

Si colpisce un trasformatore, si attende che i soccorritori si mobilitino, si guarda il nemico dissanguare le sue già magre casse per trarre fuori dalla terra uomini che, in una guerra tradizionale, sarebbero prigionieri o profughi. 

Qui invece sono ostaggi inconsapevoli di un’architettura perversa: più civili restano in zona, più il loro salvataggio diventa spettacolo, più si legittima la presenza militare di chi dice di proteggerli. 

È il circolo vizioso che trasforma i minatori del Donbass in pedine su una scacchiera dove l’unica mossa vincente è non giocare.

Ma non giochiamo, e questo è il punto. 

L’Europa e gli Stati Uniti mandano fondi, la Russia mobilita uomini. 

E nel frattempo quarantuno uomini hanno rivisto la luce, hanno abbracciato mogli e figli, berranno un tè amaro in una casa con i vetri rotti. 

La loro salvezza è una statistica, non una redenzione. 

Perché domani, o dopodomani, un altro attacco colpirà un’altra sottostazione, e altri uomini resteranno in fondo a un pozzo, e altri soccorritori scenderanno nel fango. 

E noi, da buoni intellettuali occidentali, scriveremo editoriali come questo, virtuosi e inutili, celebrando l’eroismo dei singoli mentre ignoriamo la sistematica eliminazione delle condizioni materiali della vita civile. 

È questo il vero scandalo del Donbass: non la crudeltà degli eserciti, ma la nostra capacità di commuoverci per i salvataggi e di restare indifferenti di fronte alla logica che li rende necessari.

Ci sono guerre che si vincono con le battaglie, e guerre che si vincono con l’usura. 

Questa seconda specie è la più infame, perché non offre eroi né nemici chiari, solo una lenta asfissia. 

I minatori salvati ieri lo sanno: torneranno giù, perché il carbone non aspetta e il silenzio del pozzo è il loro unico stipendio. 

I loro soccorritori lo sanno: la prossima volta potrebbe non esserci un cavo di riserva, o un turno di riposo, o la fortuna di un allarme anticipato. 

E noi, seduti nelle redazioni calde di Parigi, Berlino o Roma, lo sappiamo meglio di tutti: tra una settimana nessuno ricorderà il numero 41. 

Si parlerà di altro, di elezioni, di gasdotti, di nuove sanzioni. 

E nel Donbass, nell’oscurità di una miniera ancora parzialmente in funzione, un uomo accenderà la lampada frontale e farà il segno della croce prima di premere l’interruttore della ruspa. 

Perché la guerra, alla fine, non è mai la sospensione della routine. 

È la routine che diventa una forma di coraggio muto, quotidiano, anonimo. E noi che raccontiamo non possiamo che inchinarci a questa bassezza sublime, e poi cambiare paragrafo.

 

mercoledì 8 aprile 2026

Lato opposto della luna.

Ma sbaglio o ci stanno pigliando per il culo e mi riferisco al come mai ci dicono che finalmente conosciamo il lato opposto lunare... 

Ma stracazzo non siamo scesi con la piena e le prime foto della faccia nascosta della luna risalgono al 7 ottobre1959 con la missione Sovietica Luna3, e al 3 gennaio 2019 i Cinesi hanno mandato il modulo di esplorazione Chang'e 4  che è attexxxx … allunato sulla sua superfice all'ora Italiana 3.26.

Boh.



martedì 7 aprile 2026

L'ultimatum scade alle 20.

 Che parrucchino è fuori di melone, qualcuno ha il  coraggio di dirlo, oppure no?

Ehi Parrucchino.. alle 20 del 7 aprile 2026 scade l'ultimatum che hai lanciato...sarà la volta buona che tutte le tue minacce si avvereranno?..mi raccomando cerca di fare terra bruciata e falli tornare all'età della pietra.. ma falli fuori tutti sti beduini e se solo ne lasci uno in piedi..quello farà fuori te e tutta l'america e fallo gran coglione .. sti ultimatum che hai sparato si sprecano in quanto siamo al quarto.Hai annunciato sfracelli che poi normalmente hai ingoiato e reingoierai col tuo linguaggio da ragazzino delle elementari.

traduco paro paro quello che hai detto: 

"Aprite quel cazzo di stretto, fottuti bastardi, o assaggerete l'inferno in terra, Ve lo faccio vedere io. Raccomandatevi ad Allah!"

E questo secondo te è il linguaggio dell'uomo più potente del pianeta?

Il decadimento mentale è palese, emerito stronzo, hai anche difficoltà a parlare coerentemente.

Ormai siamo ad un testa-a-testa a chi appare meno adatto all’incarico fra te e il vecchio “Biden il sonnolento”, che ci stai facendo rimpiangere.

E vabbè.. se questo è ciò che gli Stati Uniti, superpotenza mondiale, hanno scelto per essere il loro comandante in capo, quello che gestisce la politica mondiale, che comanda un esercito armato fino ai denti e l’arsenale nucleare,

i casi sono solo due:

o gli Stati Uniti si liberano di Trump,

o il mondo si deve liberare degli Stati Uniti.

Spiacente, ma non ci sono alternative tanto so cosa accadrà o non accadrà allo scadere dell'ultimatum che ripeto sarà alle ore 20 del 7 aprile 2026 ora italiana.

Sono le 21passate e come volevasi dimostrare il parrucchino non doveva dire il numero delle ore che mancavano al diluvio universale... altrimenti i pirla come me fanno i conti col fuso orario e qui di fuso ci sta solamente parrucchino...

Tanto per far capire chi c'è seduto in questo momento nella Stanza Ovale, mentre parrucchino lanciava il proclama genocida — "Un'intera civiltà morirà stanotte" — in America circolava la notizia che ci si apprestava a fare uso di armi nucleari su territorio iraniano.

La Casa Bianca ha appena smentito molto chiaramente questa voce emettendo il seg. comunicato.

-aggiornamento delle 10.30 giorno 8 aprile 2026 - mi sono alzato allo stesso orario delle altre volte e ho subito controllato con Google se la ex Persia fosse sparita..nada. Parrucchino ha rimandato a due settimane la cancellagione e nel frattempo (bilateralmente) smetterà di bombardare e vabbè staremo a vedere e vfc