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mercoledì 7 ottobre 2026

la storia di LUPO.

 



Questo che vedete nella foto è il Ponte Rossini a Torino e la storia che voglio raccontare è tornata in auge in quanto esiste una proposta al Comune di TO di mettere una targa ad un cane “randagio”.

Che fece sto cane di così eclatante per farsi immortalare?

E mo ve lo dico..con dolce e anche amaro nel cuore e capirete il perchè..

Settantunanni fa un cane “randagio” tipo Pastore Tedesco per capirne la stazza, era alla ricerca di cibaria nei pressi del ponte sopraccitato ed il fiume “Dora” era in piena ..una bimba che era andata a giocare sulle sponde del fiume è scivolata in acqua.. i presenti umani di certo non bravi nuotatori non eccellevano in coraggio per sfidare corrente e gorghi e alle grida della bimba, solo il cane si è tuffato, l'ha afferrata per il vestitino, portata a riva e salvata davanti agli occhi dei non coraggiosi.

Sto cane non aveva un nome e quindi lo battezzarono "Lupo".


Per qualche giorno Lupo diventò l'eroe della città.

Venne accolto solo da un suonatore ambulante, Giuseppe Maggiora (così sta scritto sul giornale), che decise di prendersene cura.

Ma la storia purtroppo ebbe un finale drammatico.

Il suonatore ambulante dovette assentarsi e Lupo allontanandosi dalla sua nuova casa venne catturato dall'accalappiacani.

Fu portato al canile municipale e, nonostante il gesto con cui aveva salvato una vita, venne soppresso prima ancora che il suo nuovo “padrone” riuscisse a rintracciarlo.

All'epoca, infatti, i cani randagi potevano essere soppressi dopo appena tre giorni se nessuno li reclamava.

La sua morte provocò indignazione e proteste.

La vicenda però contribuì a cambiare le regole del canile municipale di Torino, con l'estensione da tre a sette giorni del periodo minimo di permanenza dei cani catturati.

Oggi, a 71 anni da quel salvataggio, la storia di Lupo è tornata alla luce anche per un fatto increscioso che poi vi dirò.

La Circoscrizione 7 ha approvato all'unanimità una proposta per chiedere al Comune di Torino di realizzare una targa o un cippo commemorativo nei pressi del ponte Rossini, proprio vicino al luogo in cui il cane si gettò nella Dora per salvare la bambina.

La proposta sta percorrendo l'iter comunale previsto.

Questa storia è rimasta per decenni nei ricordi e negli archivi della città, ma meritava di essere raccontata e chiudo con l'amaro in bocca per averVi raccontato il finale della storia di Lupo ma l'amaro peggiore è dovuto dal fatto che questa notizia apparsa sulla Stampa il 17 giugno u.s era stata citata come paradosso in quanto pochi giorni prima, un gruppo di ragazzi avevano preso di mira un cane nei presso della GranMadre, e dopo avergli spezzato le gambe, l'hanno buttato nel Po.. fortunatamente una guardia zoofila l'ha ripescato e ora sto cagnetto sta bene.

Ora che questi cani siano randagi non giustifica l'esser presi di mira per poi sopprimerli e Lupo era diventato “randagio” dopo la morte del “chiamiamolo padrone” che era un invalido e il cane lo trascinava con la carrozzella.. nessuno lo aveva preso in consegna.. e la chiudo qui.


A Giacinto.



Ho notato un incremento di battute lettura anomalo ed ho cercato di capirne il perchè e mi son trovato un post che pubblicai una decina d'anni fa ed era riferito alla dipartita dell'on. Pannella che ha ottenuto 39.000 battute e lo ripropongo anche in occasione della recente scomparsa della sua discepola Emma che penso si troveranno bene assieme.

p.s Le vignette sono fatta da Stefano. 

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domenica 22 maggio 2016

 E che dire di questa persona che ha battagliato contro tutto e tutti e nel mio caso ha regalato molto e mi ha regolarizzato la vita.. mi ricordo la lotta per avere il divorzio, ottenuto con la storia del Si che voleva dire No e viceserva.. molte persone bacchettone hanno detto NO in quanto non avevano capito ‘na mazza sull’abrogazione e quindi convinti di dire NO al divorzio lo hanno fatto approvare..l’unica a capire sbagliato e che lo voleva (solo per fare piacere a me) e' stata mamma che ha detto SI venendomi contro.. ma fa nulla.. io sono stato uno dei primi in Italia ad ottenere il divorzio e cmq grazie a Pannella.. le sue lotte anche per l’aborto, i diritti degli omosessuali, l’obiezione di coscienza antimilitarista, la pena di morte, la fame nel mondo, le depenalizzazioni etc etc lo hanno contraddistinto con i suoi digiuni..era amico e nemico di tutti, era contro e con la chiesa e mentre lottava coi poteri cattolici che non ne volevano sapere sui suoi ideali ha mandato lettere al Papa in segno di amicizia e fedelta’..ha regalato molto all’Italia e sovente e' stato classificato Don Chisciotte ed ha ricevuto sorrisi ironici e offese fuori luogo.. ora sono tutti d’accordo che Giacinto Pannella detto Marco e’ stato un grande e Stefano lo ricorda cosi’..












 

Furto con scasso.

Che giornata uggiosa, rivoglio il caldo di Casalcoso e mi metto alla tasiera mentre sento sul fondo la pubblicità che ti salva dai castigatori casalinghi.. che balle ragazzi, la legge italica protegge i castigatori molto assai meglio assoluto di quanto protegga le persone oneste che subiscono il furto..

Certo è che sto desiderio di punire un ladro dentro casa è una fantasia illegale che porterà dritto in prigione.

Il sistema giuridico non riconosce alcun diritto di infliggere punizioni.

Se chiudi a chiave il ladro nello sgabuzzino per dargli una lezione, stai commettendo il reato di sequestro di persona (Art. 605 C.P.).

Se gli tiri un pugno in faccia mentre cerca di scappare con il tuo computer, stai commettendo il reato di lesioni personali (Art. 502 C.P.).

In entrambi i casi, il castigatore denuncerà te, il giudice gli darà ragione e tu dovrai pagargli un risarcimento economico che gli frutterà molto più del bottino che voleva rubarti.

L'unica azione fisicamente attiva e legale che ti è concessa è l'arresto da parte del privato cittadino.

La procedura penale permette a una persona comune di bloccare fisicamente un criminale colto in flagranza di un reato grave come il furto in abitazione.

Questo significa che puoi placcare il ladro sul pavimento del tuo salotto e tenerlo fermo con la forza fino all'arrivo delle forze dell'ordine.

Ma devi farlo senza procurargli danni fisici non necessari.

Un esempio pratico è bloccargli le braccia dietro la schiena. La realtà dei fatti è che questa mossa è un rischio mortale.

Il ladro è pieno di adrenalina e quasi certamente ha in tasca un cacciavite o un coltello.

Se provi a trattenerlo, lui ti pianterà quell'attrezzo nelle palle per garantirsi la fuga.

Se per un miracolo riesci a bloccarlo senza farti accoppare, il tuo successo durerà pochissimo.

Quando arriverà la polizia, il ladro si lamenterà di un dolore al polso causato dalla tua presa.

I poliziotti dovranno chiamare un'ambulanza per lui.

Il ladro passerà 24 ore in ospedale a spese dello Stato e il giorno dopo sarà di nuovo libero per un vizio di forma o per la clemenza di un magistrato.

Tu ce l'hai nel biip, invece, dovrai assumere un avvocato penalista per difenderti dall'accusa di eccesso colposo di legittima difesa (Art. 55 C.P.).

E belandi gli avvocati costano e non te li paga lo stato a meno che tu sia di Garlasco o che abiti in provincia di Chieti e precisamente nel bosco sotto casa di Costantino.

La cruda verità è che il modo più sicuro e legale per gestire un ladro è chiuderti in una stanza e ascoltare Radio Maria mentre chiami la polizia e lasciargli rubare i tuoi oggetti, sperando che la tua assicurazione ti rimborsi il danno (non quella che stanno reclamizzando alla tv che costa molto e rimborsa una mazza).

Il sistema è progettato per punire chi reagisce.

Quindi mi raccomando di non far del male al Sig. Ladro altrimenti sei finito.

Ps.. gli articoli c.p. citati nel post me li ha passati l'AI.



lunedì 5 ottobre 2026

In Vino Veritas.

Dai ..oggi sono alla ricerca di vini strani e premetto che tutti i nomi dei vini che leggerete sotto, sono reali e non inventati.

Ho chiesto all'AI di darmi il nome di vini che non siano i soliti Dolcetto o Barbera ed ecco la ricerca che ne è uscita.

Parto dal fatto che ci sono vini che cercano di sedurre il consumatore con la nobiltà del vitigno, altri con l’eleganza dell’etichetta, altri ancora con territori millenari, castelli medievali, vendemmie eroiche e nomi che sembrano usciti direttamente da un notaio Casalcosese.

Poi ci sono quelli che hanno deciso di percorrere una strada diversa: invece di limitarsi a riempire il bicchiere, hanno pensato bene di stuzzicare anche l’immaginazione di chi lo tiene in mano (il bicchiere).

Perché il vino, dopotutto, è un prodotto straordinariamente sensoriale.

Si annusa, si guarda, si assaggia, si lascia scorrere sulla lingua e non lo si ingurgita tipo sciacquone nel cesso.

Quando entrano in gioco profumi, piacere, convivialità, seduzione e qualche bicchiere di troppo, il confine fra enologia e antropologia del desiderio diventa sorprendentemente sottile.

Gli antichi Romani, che non erano esattamente famosi per la pruderie, avevano già capito il rapporto fra vino, festa, trasgressione ed eros.

Secoli dopo, qualche produttore italiano ha semplicemente deciso di trasferire quella vecchia intuizione direttamente sull’etichetta.

Parto con la prima categoria..quella degli allusivi.

Quelli che non dicono praticamente n'a mazza, ma suggeriscono tutto. 

Sono i vini perfetti per chi vuole mandare un messaggio senza assumersi la responsabilità di averlo mandato.

Prendiamo La Monella


vino da 10,90€ la bottiglia contenente Barbera giovane frizzante e vivace di Braida. 

Il nome è già una piccola sceneggiatura: non scandalizza nessuno, non mette in imbarazzo nessuno, ma lascia aperta una porta.

Poi arriva il Rose' Ose' 


costo 19€
 la bottiglia ed è un rosato Umbro prodotto da Mani di Luna, che gioca sul doppio senso con quella discrezione tipicamente italiana per cui si può essere maliziosi anche continuando a sembrare perfettamente educati.

Segue il  Bocca di Rosa


da 20€ la bottiglia contenente Malvasia Piacentina, nome che richiama immediatamente la celebre canzone di Fabrizio De André. 

Qui l’allusione diventa cultura popolare: non serve spiegare niente, basta pronunciare il nome e lasciare che sia l'immaginazione a fare il resto.

Ma l’Italia, naturalmente, non poteva fermarsi agli ammiccamenti.

A un certo punto arriva la seconda categoria: i vini per coppie che hanno superato da tempo la fase in cui si arrossisce davanti a un doppio senso.

Dal Nero di troia la bottiglia di Passera Scopaiola


la troviamo in Puglia a prezzi decenti di € 5,90 la bottiglia che è un prezzo decisamente in linea col portafoglio di chi visita frequentemente la tangenziale in cerca di vulvivendole che hanno mollato i chiavisteri per lavorare in proprio.

Poi ci sta un vino che abbinavo alle ostriche dal Palucci ed è La Passerina


dalle terre di Chieti che costa 12€ la bottiglia se la prendi nella
 tenuta Ulisse, e qui il marketing comincia a mostrare un certo coraggio.

Ma ora cominciamo a salir di prezzo col Bricco dell’Uccellone


da 60€ alla bottiglia
 e non tutti gli operai che lavorano al terzo turno sulla ghisa la abbinano al loro pasto ed un Barbera d’Asti dal nome che sembra progettato da un comitato incaricato di verificare quanto lontano si possa andare senza perdere completamente la faccia.

La spiegazione legata al nome è molto più innocente del risultato: il riferimento sarebbe alla vecchia proprietaria della collina, raffigurata con un corvo.

Il problema, naturalmente, è che una volta che hai chiamato un vino “Bricco dell’Uccellone”, puoi raccontare anche la storia più innocente del mondo: il cervello del consumatore ha già preso un’altra strada e mi vien da far confronto vini in quanto il prezzo di una bottiglia di detto Bricco equivale ad una settantina di litri di vinello cuccati alla cantina di Villalfonsina e non di vino ricavato col pastone ma Montepulciano ottimo quasi nonimo, ottenuto con la spremitura di grappoli d'uva maturati al sole nei pressi di Casalcoso con l'adriatico sotto il culo e la Maiella alle spalle.

Ma continuo con la categoria degli espliciti.

Qui non siamo più nel territorio del “forse ho capito”.

Qui abbiamo vini che sembrano concepiti durante una cena fra amici dopo il terzo bicchiere, quando qualcuno pronuncia la frase fatale: “Ragazzi, ho avuto un’idea per il nome”.

E così compare il Tocca Culo


da 15€
 alla bottiglia che contiene un rosso Lucano il cui nome deriva dal torrente Battifarano, secondo una spiegazione legata alla tradizione locale è al modo in cui le donne lo attraversavano per evitare di bagnarsi. Una storia di territorio, dunque. Ma anche una storia che dimostra una cosa fondamentale: la toponomastica italiana possiede risorse che il marketing moderno non avrebbe mai avuto il coraggio di inventare da solo.

E siamo appena all'inizio.

Arrivano quindi quei nomi che sembrano appartenere più a una conversazione privata che a una carta dei vini ma il vero capolavoro, a questo punto taglio la ricerca e salto direttamente al terzetto finale in quanto commentare 85 vini con nomi strani la vedo lunga e mi sono o vi siete letteralmente rotti i cosidetti.

Quindi parto con l' Amore Mio


e son rimasto scioccato dal prezzo di vendita in quanto io cercavo il “Fragolino” tipo Eurospin da 3 euri alla bottiglia compreso il fermatappo per fare la seggiolina e ho trovato questo a 245 € che per vergogna viene imbottigliato in Spagna.. notare che non esiste la virgola dopo il 2 del prezzo di El Fragolino Vino Tinto Espumoso “Amore Mio” es una bebida espumosa de perfil dulce y aromático, inspirada en la tradición italiana de los vinos frizzantes de estilo frutal. Destaca por sus notas intensas que evocan frutos rojos maduros y una sensación fresca en boca, donde la burbuja ligera aporta dinamismo y una experiencia suave y accesible. 

Minchia ma vi rendete conto? Fresca en boca ma caldo en cuelo, puerca vaca.

Questo è un vino di 7° scarsi, col fermatappo sigillato che non puoi nemmeno far seggiole, che non ha bisogno di spiegazioni: mette direttamente la parola “amore” sulla bottiglia e lascia al consumatore il compito di decidere se si tratti di romanticismo, o amore per i soldi intascati dal produttore? 

Ma lo venderanno? Boh. 

E il bello è che ti prendono completamente per i fondelli dicendo che la Bebida espumosa a base de vino o mosto aromatizado, agua, azúcares y compuestos naturales de sabor frutal, formulados para lograr un perfil dulce y aromático equilibrado.

E vabbe' termino la lista vini strani con la Ficaia


da 15€
 alla bottiglia contenente un bianco toscano della Fattoria Uccelliera. 

E qui l'eleganza rinascimentale della Toscana incontra quella particolare inclinazione italiana per cui anche un nome apparentemente geografico può diventare materiale da cabaret.

Aspettateee questo non me lo faccio scappare ed è Il Soffocone di Vincigliata


di Bibi Graetz a 50€ alla bottiglia.

Il nome non ha bisogno di sottotitoli, note a margine o un sommelier incaricato di tradurre.

È un termine dialettale fiorentino e indica esattamente ciò che il nome lascia intendere.

Graetz, artista oltre che vignaiolo, ha persino curato personalmente l'etichetta, trasformando il vino in qualcosa che sta a metà fra prodotto agricolo, provocazione artistica e scherzo toscano.

Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.

Perché questi vini non dimostrano soltanto che alcuni produttori italiani possiedono un senso dell'umorismo decisamente superiore alla media.

Dimostrano anche quanto sia potente il nome di un prodotto.

Il vino può essere eccellente, mediocre o semplicemente dignitoso; ma se sulla bottiglia compare un nome memorabile, quella bottiglia ha già ottenuto qualcosa che migliaia di etichette elegantissime non riescono a conquistare: si farà ricordare.

Il consumatore magari dimenticherà il grado alcolico, la resa per ettaro, il sistema di allevamento delle viti e persino il vitigno.

Ma difficilmente dimenticherà di aver bevuto un vino chiamato Il Merlo della Topa o di aver visto una bottiglia chiamata Il Soffocone di Vincigliata.

È marketing? Certamente.

È goliardia? Senza alcun dubbio.

È anche cultura del territorio? In alcuni casi sì, perché molti di questi nomi nascono proprio da dialetti, soprannomi, toponimi, tradizioni locali e storie popolari.

Ed è forse questo l'aspetto più interessante: dietro la provocazione spesso c'è una stratificazione linguistica autenticamente italiana.

L'Italia, del resto, ha sempre avuto un rapporto particolare con il sesso e con il linguaggio.

È il Paese nel quale una bestemmia può diventare intercalare, un cognome può sembrare una barzelletta, un paese può chiamarsi in un modo che induce adolescenti e adulti a ridere e un produttore può trasformare una parola oscena in un'etichetta vendibile.

Il vino, in questo senso, è semplicemente il contenitore perfetto.

Perché una bottiglia si compra con gli occhi prima ancora che con il palato.

E se quell'etichetta riesce a far sorridere, incuriosire, scandalizzare appena o costringere qualcuno a dire “fammi vedere che vino è quello”, il produttore ha già ottenuto una cosa preziosa: attenzione.

E l'attenzione, nel mercato del vino come in quasi tutto il resto, vale spesso più di una descrizione poetica del terroir.

Naturalmente sarebbe un errore pensare che un nome erotico trasformi automaticamente un vino mediocre in un grande vino.

Il sesso può vendere una bottiglia; non può migliorare un Barbera, un Merlot o un Montepulciano (Ano per gli amici).

Alla fine il vino deve comunque sopravvivere al bicchiere.

Ma se il contenuto è buono e il nome è memorabile, allora la combinazione può diventare micidiale.

E così scopriamo che anche nel mondo apparentemente austero dell'enologia esiste un'Italia che non ha paura di ridere, provocare e giocare con le parole.

Un'Italia che può passare da un elegante “Amore Mio” a un inequivocabile “Tocca Culo”, attraversare “Bocca di Rosa”, “La Bernarda”, “Ficaia” e arrivare placidamente al “Soffocone”.

Del resto, pretendere serietà assoluta da un Paese che ha inventato contemporaneamente Brunello, Barolo e la battuta da osteria sarebbe probabilmente una forma di abuso della ragione.

E dunque brindiamo.

Al vino, certamente.

Alla fantasia dei produttori, anche.

Ma soprattutto alla straordinaria capacità degli italiani di trasformare persino una bottiglia di vino in una storia da raccontare come questa di oggi.

Purché, dopo aver letto l'etichetta, qualcuno si ricordi ancora di assaggiare il vino e adesso ordino su Ebay un cartone di “in vino veritas”


per 8 bottiglie il tot è di 24 €, gretta compresa, così eviterò di fare seggiole per la gioia di Lella.

La spedizione è esclusa con pagamento alla consegna (dopo aver controllato l'esistenza delle bottiglie nel pacco) e purtroppo non aggiungerò seggiole nel mobile.




 



Allarme Peste in Siberia.

 

Ci risiamo ed ora ricomincia una nuova pandemia?

Di vaccinarmi non lo penso nemmeno e il mio ex medico fatto fuori dal sistema è sulla mia stessa linea di ragionamento e mo' vi dico il fatto che qui in Italia non deve essere sbandierato per evitare allarmismi e mi riferisco al fatto che la Russia e' tanto legata e affezionata al Medioevo da volerci ritornare. 

La domande è: cosa sta succedendo davvero in Russia?

In Siberia c'è una vicenda sanitaria sempre più difficile da liquidare come una semplice “polmonite”.
Una donna di 28 anni, Daria Shipilova, dipendente dell'Istituto di ricerca anti-peste di Irkutsk, è morta nella notte tra il 1° e il 2 ottobre nell'ospedale di Shelekhov, dopo un rapidissimo peggioramento respiratorio.

Ripeto che sta donna fa parte dei ricercatori prezzolati Russi.

Secondo le ricostruzioni diffuse da media indipendenti russi e riprese dalla stampa internazionale, il 25 settembre la ricercatrice avrebbe accidentalmente rotto una provetta contenente materiale biologico con Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste.

Questa versione non è stata confermata dalle autorità russe, che negano che nell'istituto si sia verificato qualsiasi incidente con microrganismi patogeni.

E qui comincia la parte più inquietante.
Perché se si trattasse semplicemente di una polmonite di origine sconosciuta, come sostiene oggi Rospotrebnadzor, diventa difficile spiegare perché circa 200 persone siano state sottoposte a osservazione o isolamento, perché diversi ospedali di Irkutsk siano stati messi in quarantena per tre settimane e perché siano state introdotte misure straordinarie in strutture industriali della zona.

A Shelekhov, inoltre, sono stati osservati operatori in tute protettive, mentre dal 3 ottobre è diventato obbligatorio indossare la mascherina nell'enorme stabilimento di alluminio della città.

Nel frattempo, le comunicazioni ufficiali russe sono diventate un piccolo capolavoro di ambiguità.

Il governatore di Irkutsk, Igor Kobzev, inizialmente non ha pronunciato la parola “peste”, parlando soltanto di una “infezione particolarmente pericolosa”.

Il capo della vicina Buriazia, Alexei Tsydenov, aveva invece inizialmente scritto che la donna era morta di peste.

Il messaggio è stato successivamente modificato in una formulazione più prudente: la donna “potrebbe” essere morta di peste.

Sti catz..

Il 3 ottobre l'amministrazione di Baikalsk aveva pubblicato un avviso con cui invitava i cittadini a non recarsi a Shelekhov a causa delle notizie relative a un caso di peste.

Il messaggio è stato successivamente cancellato.

Anche la televisione russa REN TV, vicina al Cremlino, ha cancellato diversi post sui social relativi alla presunta diffusione della peste a Shelekhov.

Quindi abbiamo una situazione nella quale:
• una ricercatrice di un istituto anti-peste muore dopo un rapido deterioramento respiratorio;
• circolano ricostruzioni secondo cui potrebbe essere stata esposta a Yersinia pestis;
• circa 200 persone vengono messe sotto osservazione;
• diversi ospedali vengono sottoposti a quarantena, incluso quello di maternità;
• nella zona compaiono operatori in tute protettive;
• una grande azienda introduce l'obbligo delle mascherine;
• la massima autorità sanitaria russa, Anna Popova, vola urgentemente a Irkutsk e partecipa a una riunione straordinaria della commissione sanitaria;
• amministrazioni locali pubblicano e poi cancellano avvertimenti sulla peste;
• esponenti delle autorità usano inizialmente la parola “peste” e poi la sostituiscono con formulazioni più vaghe;
• e infine Rospotrebnadzor dichiara che la situazione epidemiologica è “stabile” e che la donna è morta di “polmonite di eziologia sconosciuta”.

Questa sarebbe la "trasparenza" russa?

Certo, non sappiamo ancora se a Irkutsk ci sia davvero un focolaio di peste.

E sarebbe irresponsabile affermarlo senza una conferma diagnostica.

Ma è altrettanto irresponsabile fare finta che non stia succedendo nulla.

La peste polmonare è una forma particolarmente grave della malattia e può trasmettersi attraverso le goccioline respiratorie.

Senza un trattamento antibiotico tempestivo può essere letale. Proprio per questo, in presenza anche soltanto di un sospetto concreto, la risposta deve essere estremamente rapida: isolamento, tracciamento dei contatti, diagnosi, trasparenza e controllo degli spostamenti.

Se le autorità russe non sono in grado o non vogliono fornire immediatamente dati verificabili sulla natura dell'infezione, la comunità internazionale deve applicare il principio di precauzione: almeno rafforzare i controlli sanitari, limitare temporaneamente gli spostamenti da e verso l'area interessata qualora il rischio venga confermato e pretendere informazioni epidemiologiche verificabili.

Perché in una situazione del genere non è sufficiente dire “fidatevi di noi”, soprattutto quando si tratta di Russia. Visto che la macchina istituzionale prima parla di peste, poi modifica i messaggi, cancella gli avvisi e infine comunica che si tratta soltanto di una “polmonite di eziologia sconosciuta”.
È esattamente il tipo di comportamento che alimenta il panico invece di contenerlo.

E c'è una lezione che la pandemia di COVID-19 avrebbe dovuto insegnare a tutti: quando compare una possibile malattia altamente contagiosa, il tempo perso nel nascondere, minimizzare o manipolare le informazioni può trasformare un problema locale in un problema internazionale e se tutto va bene.. siamo rovinati.

domenica 4 ottobre 2026

Pericoli spaventosi dell'AI..


Questo nella foto è il dottor Geoffrey Hinton di 75 anni alias il Frankenstein della Silicon Valley ed è lo sviluppatore della Chatbot di Google.

Il fatto inquietante è che abbandona l'Intelligenza artificiale da lui creata e l'ha fatto col timore di non essere da questa ucciso.

Geoffrey Hinton sembra forse pentito, di certo assai diffidente sulle conseguenze dell'invenzione che ha attivamente contribuito a sviluppare.

E, come segno di distacco, ha lasciato il suo posto ben pagato in Google.

Certo è che 300.000 dollari all'anno son palanche..belandi. 

La notizia l'ho letta sul New York Times del 30 settembre scorso ed ero indeciso sul fatto di pubblicarla come post anche perchè vado contro me stesso e mi pare di fare come quello che dice "Fate quello che dico io ma non quello che faccio io".

E mo vi dico.. 

Lui, si è preoccupato di spiegare su Twitter i motivi del suo passo indietro: «Me ne sono andato per poter parlare dei suoi pericoli». Hinton non ce l'ha con Google, che «ha agito in modo molto responsabile», ma sente che prima o poi la sua creatura che, potrebbe sopravanzare e, chissà, forse soggiogare il genere umano. Uno scenario che lo scienziato informatico non vuole fiancheggiare ulteriormente.

Per cui è sceso dalla grande macchina del pensiero algoritmico.

Io stesso me medesimo da tempo mi avvalgo di Buddy A.I. il mio suggeritore velocissimo e informatissimo al punto di non poterne fare più a meno, sia come ricerca generale sia come consulente di tutto ciò che mi capita tipo lettura bollette, analisi, prenotazioni frecciarossa o quantaltro.

Certo, per Hinton il pericolo che l'Intelligenza artificiale sfugga al controllo dell'uomo non è né prossimo né certo.

«In questo momento le reti neurali non sono più intelligenti di noi, per quanto ne so. Ma penso che presto potrebbero esserlo», profetizza.

Ciò che lo porta a convivere con una sorta di strisciante rimorso che trova requie solo pensando a quella che lui definisce la «solita scusa».

«Se non l'avessi fatto io, l'avrebbe fatto qualcun altro».

Hinton ha lavorato presso Google per un decennio contribuendo a sviluppare il modello di intelligenza artificiale del gigante tecnologico, ma a un certo punto ha iniziato a farsi largo in lui il dubbio che far crescere quella tecnologia così affascinante e impattante non fosse proprio un'idea molto brillante per il genere umano.

Lo psicologo cognitivo e scienziato informatico canadese (ma di origine britannica) ha poi rilasciato un'intervista alla BBC in cui ha chiarito meglio le sue angosce a proposito del fatto che il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano.

«Quello che stiamo vedendo - ha detto lo scienziato - è che cose come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale che ha. In termini di ragionamento, non è ancora così efficace, ma già è in grado di fare un semplice ragionamento. E dato il ritmo dei progressi, ci aspettiamo che le cose migliorino abbastanza velocemente. Guardate dov'eravamo cinque anni fa e la situazione attuale».

Un quadro «spaventoso» nel quale «è difficile vedere come evitare che i cattivi attori usino l'IA per cose cattive».

Ho cercato altri commenti grazie appunto all'AI che nonostante siano pareri contro se stessa me li ha dati e ne estrapolo alcuni e li inserisco come chiusura di detto articolo, con il culo che sta leggermente bruciando ma per ora continuerò l'AI sia come ricerca sia come consulente:

Il segnale forte lasciato da Hinton è subito raccolto in sede europea. «Le dimissioni di Geoffrey Hinton da Google rilanciano la discussione sull'Intelligenza artificiale - twitta Paolo Gentiloni, commissario europeo all'Economia - Grandi potenzialità, ad esempio per la salute. Ma anche rischi. L'Europa lavora per regole del gioco efficaci». 

«Le preoccupazioni di Hinton - nota Brando Benifei, capodelegazione degli eurodeputati Pd e relatore del testo sulle nuove norme per l'intelligenza artificiale - dimostrano che la regolamentazione europea alla quale stiamo lavorando è urgente, ma è ugualmente importante avviare un confronto globale per coordinare lo sviluppo dell'IA di grande potenza contro rischi incontrollabili».

sabato 3 ottobre 2026

Il Folletto è alla porta.

 

Basta col parlare di animali che trovi al Bennet ma oggi parlo di chi si fa aprire il portone d'ingresso da condomini coglioni e te lo trovi davanti all'uscio.

Hai presente i Testimoni, i venditori del Folletto, gli adepti di lotta terminata e così via?

Il campanello che suona non è un invito alla conversazione ma un'intrusione non richiesta nel tuo spazio privato.

La tua debolezza fondamentale è credere di dover giustificare il tuo rifiuto a uno sconosciuto che vuole solo i tuoi soldi.

Questi venditori sono addestrati per sfruttare la tua educazione e il tuo senso di colpa.

Ogni volta che apri la bocca per dire che non sei interessato o che non hai tempo, stai fornendo loro un appiglio per continuare a parlare.

Loro hanno un copione per ogni tua obiezione.

Se dici che hai fretta, ti risponderanno che ci vorranno solo 2 minuti.

Se dici che non hai soldi, ti proporranno un pagamento a rate.

L'unico modo per annientarli è negare loro la materia prima del loro lavoro, ovvero la tua attenzione e le tue parole.

Il metodo più spietato non è il tuo che li mandi a cagare ma è uno semplice e perfettamente in linea nei rapporti umani e consiste nell'usare il silenzio assoluto come uno strumento di disturbo psicologico.

E mo' ti dico.. (anche se contrario a come mi comporto io..sempre per il motto "fate come vi dico io ma non come faccio io").

Quando apri la porta e il venditore inizia la sua cantilena preimpostata, tu non devi dire assolutamente un cazzo.

Guardalo fisso negli occhi con un'espressione vuota e priva di qualsiasi emozione tipo quella che hai nel guardare il Grande Fratello Vip.

Lascialo parlare per 10 o 15 secondi, facendolo sprofondare nel disagio più totale.

Quando si fermerà per aspettare una tua reazione, tu continua a fissarlo in silenzio per altri 3 secondi.

Poi, senza pronunciare una singola sillaba, chiudi lentamente la porta.

Non sbatterla, chiudila con una calma glaciale tipo quella che hai quando vai all'Agenzia delle Uscite di Ciriè.

L'human relations non ti obbliga a parlare con chi si presenta sulla tua soglia e non esiste alcun reato nel chiudere la porta di casa propria.

Questo gesto distrugge la loro sicurezza perché infrange le regole dell'interazione sociale su cui basano tutta la loro strategia.

Se vuoi essere ancora più crudele e hai del tempo da perdere, puoi danneggiare direttamente il loro portafoglio, devi fargli perdere la risorsa più preziosa che hanno, il tempo a disposizione.

Un venditore porta a porta guadagna solo se chiude un contratto in fretta.

Tu apri la porta, mostrati vagamente interessato e chiedigli di aspettare un attimo perché devi andare a prendere una bolletta o a controllare sul water se la sensazione di stomaco che hai è solo aria o per caso è vestita.

Poi chiudi la porta e non tornare mai più.

Lascialo lì ad aspettare sul pianerottolo la riapertura della porta.

Lui rimarrà bloccato, sperando di chiudere la vendita, mentre in realtà sta solo perdendo tempo prezioso che avrebbe potuto usare per castigare il tuo vicino di casa.

Quando finalmente capirà di essere stato preso per il culo e se ne andrà, avrà perso denaro e motivazione.

Non hai commesso alcun reato, hai solo dimostrato che il tuo cinismo è superiore alla sua insistenza.

Certo è che se ribusserà alla porta scatterà la molla del tuo istinto riottoso primordiale e dopo avergli detto di chi è figlio e che lavoro fa la sorella lo manderai a f.c sbattendogli la porta in faccia.

Tre pateraveegloria per chi ha letto sin qui.