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lunedì 26 ottobre 2026

ho comprato Vespa.

 


Quello che mi fa girare le palle è il pagamento forzato nella bolletta elettrica della quota da elargire alla TV italica che si fa soldi pure con la pubblicità per proporti delle minchiate tipo quelle di un uomo di 82 anni a cui hanno tolto i nei, che invita nella sua trasmissione una giovane leader universitaria di 24 anni per farle raccontare quello che sta vivendo sulla sua pelle in termine di diritto allo studio negato, di borse di studio che mancano, dei soldi del Pnrr sottratti agli studenti, dei 14 miliardi di euro in spesa militare.

E il brutto è che non appena lei lo fa, per altro con grande forza, alla prima parola fuori posto, al primo dato che secondo al vecchio 82nne non torna, la blocca e con la bava alla bocca le rovescia addosso una pseudo-lezione intrisa di un insopportabile paternalismo, in cui si rivolge a lei con un “voi giovani” come se si rivolgesse a milioni di giovani, le dice che “deve studiare”, “prepararsi” e cazzate simili.

E ci fosse stata una volta - UNA SOLTANTO - in cui questo vecchio di nome Vespa Bruno, abbia utilizzato un decimo di questa intransigenza nei confronti di politici di 40, 50, 60 anni lì nelle vesti di Presidenti del Consiglio, ministri e chi più ne ha più ne metta - casualmente tutti di destra e con incarichi infinitamente più rilevanti per le sorti di questo Paese della leader dell’Unione universitari.

Che è stata non grande, ma GRANDISSIMA sta ragazza, a tenere testa con dignità, capacità ed eleganza a un simile agguato, preparato dal minuto zero, dall’istante esatto in cui si è seduta su quella sedia.

Perché a quello serviva quell’invito.

A smentire e a ridicolizzarla e con lei un intero movimento che poi troveremo in piazza.

Bè, sappia Vespa e sappiano i vertici di Telemeloni che gli è andata male, che non ce l’hanno fatta.

E vorrei far sapere alla ragazza, che le sono vicino e solidale in ogni modo in cui si possa esserlo con una ragazza di 24 anni che fa politica con questa passione e voglia di cambiare le cose per sé e per i suoi coetanei.

Questa trasmissione inchiesta, non è giornalismo.

Il fatto che siamo obbligati a pagare sta quota nella bolletta elettrica e ci facciano sorbire anche pubblicità e trasmissioni tipo quella che ho raccontato è abuso di potere è bullismo e di sicuro NON è servizio pubblico.





Pensiero del giorno

 


Pensiero del lunedì:

Ma se il problema è Hormuz chiuso dal parrucchino pannolinato alias Briscola (trump è il gioco americano simile alla nostra briscola) e dagli israeliani, perchè sti maranza del menga non vanno a protestare davanti alle ambasciate?

Devastare la propria città per un prezzo deciso a 4.000 km di distanza non è protesta, è coglionaggine.

E' che qualcuno e non faccio nomi in quanto lo ignoro, dice ogni giorno agli italiani che il governo (e non gli ayatollah, Trump, Putin, Israele) è responsabile dell’aumento del costo della benzina.

Spesso i responsabili delle azioni vandaliche hanno le stesse idee di quelli che hanno votato nel referendum contro il nucleare, non capendo che bocciando il nucleare avevano anche deciso di aumentarsi la bolletta energetica e di aumentare quella di figli e nipoti e amanti.

Ci sono poi sti black box venuti dall’estero e le seconde generazioni che vivono male il conflitto tra la cultura trasmessa dai genitori e predicata nelle moschee (o da certi testadicazzo di rapper) e la società italiana: in questo caso la responsabilità è di chi ha permesso i ricongiungimenti familiari di chi è arrivato col gommone, creando una generazione di persone che non sono né italiani né nordafricani ma solo violenti insoddisfatti e scassacazzi.

Ma va bene, tutti per strada con bandiere, cori e striscioni.

Tutto inutile, ma lecito e provate a farlo nel paese dei beduini e diverrete i protagonisti del sabato in piazza.

Che poi centinaia di teppistelli imbecilli devastino beni pubblici e privati per milioni di Euro, che importanza ha?

Esprimono il disagio, colpa del clima oppressivo.

E del governo, ça va sans dire.

I più o meno ragazzetti hanno dalla loro l’ignoranza, la mancanza di educazione, le colpe educative delle famiglie, il testosterone in crescita, la consapevolezza di essere “nessuno” senza violenza.

Questi coglioncelli incappucciati, che evidentemente non hanno altre gratificazioni migliori, quanto spontaneamente si dedicano alle devastazioni urbane e/o quanto vengono manovrati da altri, data la loro evidente scarsa capacità di comprendonio?

Comunque sì, devastare le proprie città per fatti sui quali l’Italia non può intervenire è totalmente folle, oltre che criminale e come sempre, sarebbe invece interessante capire chi veramente pensa di trarre vantaggio da quello che sta accadendo.

Bho..buon inizio la settimana.

 

domenica 25 ottobre 2026

Nuova tassa da 2 euro.

 


E vai con la nuova tassa dal primo Novembre p.v. da due euro o handling fee , sti malcagati oltre che a giocare col candy crash ce la mettono tutta per romperci i coglioni.

Certo che due euro possono far ridere e quindi per risaltarla, la dico alla vecchia maniera..quattromila ed lire.. son palanche belandi.. e il problema non è il valore assoluto di sto balzello ma è il principio che l'accompagna insieme alla sua applicazione concreta in quanto una tassa non diventa intelligente soltanto perché è piccola, così come una misura discutibile non diventa accettabile soltanto perché il contribuente può permettersi di pagarla.

La questione riguarda gli acquisti di beni provenienti da fuori dell'Unione europea, un mercato nel quale le piattaforme internazionali hanno abituato milioni di consumatori a trovare prezzi bassi, assortimenti sterminati e consegne relativamente rapide.

Il successo di questi acquisti non è spiegabile soltanto con la passione nazionale per il risparmio.

È anche il prodotto di una trasformazione commerciale che ha reso accessibili merci prima difficili da reperire, permettendo di confrontare prezzi e acquistare direttamente da venditori lontani che permettono il forte guadagno agli intermediari con residenza nei paesi esentasse.

So benissimo che esistono problemi di sicurezza dei prodotti, controlli doganali, concorrenza fra imprese sottoposte a regole differenti e costi ambientali legati alla logistica.

Non tutto ciò che costa poco è un affare, e non ogni lamentela dei commercianti europei è un tentativo di proteggere rendite di posizione.

Ma proprio perché le questioni sono serie, meriterebbero interventi progettati con precisione, non provvedimenti che sembrano nascere dalla necessità di trovare una nuova voce d'entrata o di correggere in corsa una scelta politica.

Il punto centrale è questo: chi cazzo finirà per pagare davvero i due euro?

Formalmente, un contributo applicato ai pacchi può essere riscosso attraverso gli operatori responsabili della gestione delle spedizioni. Ma il costo economico non rimane necessariamente a carico di chi lo versa all'amministrazione.

Può essere trasferito al consumatore, incorporato nel prezzo del prodotto, assorbito in parte dal venditore oppure distribuito fra diversi soggetti della catena commerciale.

Dipende dalle condizioni di mercato, dagli accordi contrattuali e dalla capacità delle imprese di scaricare i costi sui clienti.

Il risultato pratico, dunque, non è automaticamente un aumento di due euro per ogni singolo pezzo in ogni circostanza.

Ma il rischio di un rincaro esiste, soprattutto per gli ordini di importo modesto, nei quali una somma fissa pesa proporzionalmente molto di più.

Su un acquisto da cento euro, due euro rappresentano il due per cento.

Su uno da dieci euro, diventano il venti per cento.

Su un oggetto da cinque euro, il quaranta per cento.

La matematica non ha bisogno di essere populista: basta lasciarla parlare.

Il costo non cresce in proporzione al prezzo della merce, e finisce per incidere maggiormente sugli acquisti più economici.

Non significa che ogni consumatore con un reddito basso acquisti necessariamente su piattaforme extraeuropee, né che ogni ordine di piccolo valore sia indispensabile.

Significa, però, che l'effetto distributivo di una misura del genere deve essere valutato, non liquidato con la formula secondo cui due euro non cambiano la vita a nessuno.. a te che ne guadagni trecentomila all'anno non la cambia di certo ma al pensionato che ne cucca 15/20.000 la cosa cambia in quanto la somma di tanti piccoli rincari può diventare un problema.

E soprattutto, quando una politica pubblica introduce costi aggiuntivi, dovrebbe spiegare che minchia di beneficio concreto intenda ottenere in cambio.

Se l'obiettivo è contrastare la concorrenza sleale, bisogna dimostrare in che modo il contributo possa migliorare le condizioni delle imprese europee.

Se si vuole finanziare i controlli sui prodotti, occorre chiarire come le risorse saranno impiegate.

Se si intende ridurre il volume di spedizioni di bassissimo valore, bisogna valutare gli effetti sui consumatori, sulla logistica e sugli operatori commerciali.

Se, invece, si cerca semplicemente un'entrata supplementare, sarebbe più onesto dirlo senza travestire la misura da grande riforma del mercato.

Ogni cambiamento improvviso genera incertezza, e l'incertezza ha un prezzo anche quando non compare in una voce di bilancio.

Sto governo del menga, può sostenere che tutto questo è per coordinare la misura con gli aiuti economici ai camionisti che stanno fermando l'Italia e per dare arretrati da 100.000 euro anno ai giudici e non perchè qualcuno si prende le mazzette dai produttori che stanno avendo un notevole calo di fatturato sulle cagatuzzole in quanto gli Italiani hanno capito che il pezzo che pagavano 100 euro col sistema paghi uno ma te ne do due, ora lo stanno comprando con cifre molto inferiori pur sostenendo il sacrificio del tempo d'attesa dell'arrivo del prodotto acquistato all'estero, ma il gioco vale la candela.

Sto povero consumatore non può diventare automaticamente il bancomat attraverso il quale correggere ogni squilibrio del mercato.

Se un prodotto importato viola le regole, bisogna intervenire contro la violazione.

Se un venditore evade gli obblighi previsti, bisogna perseguire l'evasione.

Se un articolo è pericoloso, bisogna impedirne la commercializzazione.

Una tassa generalizzata può eventualmente far parte di una strategia più ampia, ma non sostituisce i controlli, l'applicazione delle norme e la capacità di individuare chi non le rispetta.

Il rischio è confondere lo strumento con l'obiettivo.

Si introduce un costo facilmente identificabile, si annuncia una misura contro le distorsioni commerciali e si lascia che il dibattito si concentri sui due euro.

La politica ama le misure che possono essere spiegate in una frase. Il mercato, purtroppo, non funziona in una frase.

Dovrebbe essere l'occasione per chiarire la finalità della misura, stimarne gli effetti e spiegare chi ne sosterrà il costo.

Se il contributo serve a correggere un problema reale, il governo dovrebbe dimostrare perché la soluzione scelta sia adeguata.

Se produce effetti collaterali sproporzionati, dovrebbe modificarla. Se non esiste una giustificazione sufficientemente solida, dovrebbe avere il coraggio di ripensarla.

Il cittadino non pretende che ogni acquisto sia esente da imposte. 

Pretende qualcosa di molto più elementare: che le tasse abbiano una ragione comprensibile, che le regole siano stabili e che il governo sappia spiegare perché una nuova spesa sia necessaria.

Due euro non faranno crollare un bilancio familiare da soli.

Il problema non è il pacco che arriva dalla Cina.

È il pacco di incertezza che la politica continua a consegnare ai cittadini.

E io pagaaaa...

sabato 24 ottobre 2026

Guerra a MI.

 


Ragazzi ma siamo fuori come gerani?

Sono arrivati 500 soldati a Milano e sapete chi sono?

Quelli della FOLGORE.

Ma sto Salvini ci è o ci fa?

Sto pirla ha scambiato la protesta sociale per una missione in Afghanistan.

La Folgore non si merita questo... cazzo..

La Folgore è un corpo d'élite leggendario, gente addestrata a saltare giù dagli aerei a quattromila metri con lo zaino da trenta chili, atterrare dietro le linee nemiche, mimetizzarsi nel fango e conquistar avamposti strategici sotto il fuoco incrociato.

Salvini, tutto fiero lo ha comunicato che avranno in dotazione i carri Lince, i droni oltre che casco e scudo.

Bah

Non vorrei essere al posto di quei militari. Che cazzo dovrebbero fare in caso di tumulti ?

I lince a che minchia servirebbero?

Ad asfaltare Yousef il ragazzino di 11 anni?

Bon la termino qui.

parole 120 caratteri 700 (ok così)?

non aprite il link di Yousef .. è troppo lungo.

Buon sabato. 

 

venerdì 23 ottobre 2026

Yousef la belva umana.

 



Come promesso, non posto più dissertazioni lunghe e quindi lo metto solo nel blog senza pubblicarlo e mi riferisco a :

YOUSEF, UNDICI ANNI E' GIÀ NELLA TERRA DI NESSUNO: QUANDO UN BAMBINO DIVENTA IL SINTOMO DI UNA SOCIETÀ CHE HA SMESSO DI FARE GLI ADULTI

Questa mezzasega ha undici anni.

L’età in cui si dovrebbe discutere per un pallone, consumare ginocchia sui marciapiedi, tornare a casa con i compiti da fare e schiacciare i brufoli dell'adolescenza.

L’età in cui il mondo dovrebbe essere ancora abbastanza grande da contenere l’infanzia.

E invece, a Milano, c’è Yousef, un bambino coinvolto negli scontri di strada, descritto da chi lo conosce come provocatore, aggressivo, incline al furto e capace di intimidire gli altri, sti catz..

Attorno a lui si accumulano testimonianze inquietanti, racconti di comportamenti violenti e sospetti su ciò che farebbe nelle ore serali. 

Sono dichiarazioni da verificare ovviamente, non sentenze definitive.

Ma il quadro, se anche soltanto una parte di quanto riferito corrispondesse al vero, imporrebbe una domanda che nessuna società civile dovrebbe permettersi di rinviare: dove cazzo sono gli adulti?

La tentazione è immediata.

Prendere un bambino difficile, appiccicargli addosso l’etichetta di piccolo criminale e chiudere la faccenda con una formula sprezzante: una scheggia impazzita, un caso perso, un delinquente in miniatura, una piccola testadicazzo.

È la soluzione più comoda, perché consente di scaricare tutto sul singolo e di risparmiare la fatica di guardare ciò che gli sta intorno. 

Ma è anche una scorciatoia intellettuale.

Un undicenne mezzasega da 130cm e voce adatta per il coro delle voci bianche, può compiere atti gravi, può terrorizzare i coetanei, può sottrarre oggetti, aggredire e provocare.

Non è necessario addolcire la realtà per riconoscere che a quell’età la responsabilità educativa degli adulti resta enorme.

La prima distinzione da fare è proprio questa: comprendere non significa giustificare.

Se Yousef ha partecipato a episodi violenti, se ha rubato o ha fatto del male a qualcuno, quei comportamenti non diventano accettabili perché è un bambino.

Le vittime non hanno meno diritto alla protezione quando l’autore è minorenne.

Chi viene aggredito non deve essere invitato a sopportare tutto in nome di una comprensione astratta del disagio sociale di un immigrato figlio di genitori arrivati col barcone.

La sicurezza degli altri minori, dei commercianti e dei cittadini conta quanto la necessità di recuperare chi si sta perdendo.

Ma c’è una differenza sostanziale fra riconoscere la gravità di un comportamento e decretare che un bambino sia ormai irrecuperabile.

La prima posizione è una responsabilità; la seconda è una resa.

Le cronache raccontano di un pirletta cresciuto alla Barona, nella periferia milanese, in un contesto familiare descritto come difficile. 

Circolano affermazioni sulle condizioni dei genitori e sulla presunta attività del padre, così come sulla situazione della madre con una denuncia per furto sulle spalle, che parlano poco o nulla italiano. Sono elementi ricavati dal reportage delle "Iene" di ieri 22 ottobre 2026.

L’origine marocchina della famiglia, poi, non spiega la violenza più di quanto l’origine italiana spieghi la virtù.

Tirare in ballo la provenienza come chiave automatica di lettura sarebbe soltanto un modo per sostituire l’analisi con il pregiudizio ad es io a Casalcoso ho fiducia massima di una figlia di marocchini che fa la pulizia in casa nostra i cui fratelli si sono inseriti nella società e si sono laureati a pieni voti.

Il punto non è da dove venga sto Yousef.

È che cosa stia accadendo nella sua vita e chi abbia il compito, e la possibilità concreta, di intervenire.

Se un bambino di undici anni trascorre le serate fuori casa senza che nessuno sappia dove minchia si trovi, come riferisce una delle testimonianze, il problema supera la condotta individuale.

Se frequenta ambienti nei quali il furto viene considerato un’attività normale, occorre capire chi lo abbia introdotto a quelle dinamiche e se qualcuno stia approfittando della sua età e del fatto che è un povero deficiente.

Se manifesta una propensione all’aggressività, bisogna stabilire da quanto tempo, in quali contesti e con quali conseguenze.

E se esiste il sospetto che venga sfruttato da persone più grandi, non basta indignarsi: occorre verificare e intervenire.

Il bambino che commette atti violenti può essere, nello stesso tempo, una minaccia per gli altri e una persona esposta a forme di trascuratezza, manipolazione o sfruttamento.

Le due condizioni non si escludono.

Anzi, proprio quando si presentano insieme, l’intervento deve essere più tempestivo e più rigoroso, quindi giù di cinghia e bastone dimenticando la carota.

Il problema è che l’Italia sembra spesso oscillare fra due caricature. 

Da una parte il moralismo punitivo, che vorrebbe trattare ogni minore problematico come un adulto in miniatura, ignorando la differenza fra una responsabilità penale e una responsabilità educativa.

Dall’altra il sentimentalismo impotente, secondo cui qualsiasi comportamento dovrebbe essere assorbito dalla parola «disagio», come se spiegare una condotta equivalesse a cancellarne le conseguenze.

Entrambe le posizioni sono insufficienti.

La prima rinuncia a capire; la seconda rinuncia a proteggere.

E nel mezzo rimangono le vittime, le famiglie che chiedono aiuto, i residenti che vedono crescere la tensione e i bambini che imparano presto che le regole esistono soltanto finché qualcuno è disposto a farle rispettare.

Una comunità non si misura dalla severità delle sue invettive, ma dalla capacità di impedire che un problema diventi irreversibile.

Per farlo servono responsabilità familiari, scuola, servizi sociali, educatori, forze dell’ordine e, quando necessario, autorità giudiziarie minorili.

Non per costruire una catena di scaricabarile nella quale ciascuno segnala il caso al successivo e tutti possono dichiararsi estranei al risultato.

Servono valutazioni tempestive, obiettivi verificabili e un soggetto capace di coordinare l’intervento.

La scuola può accorgersi dei cambiamenti nel comportamento, ma non può sostituire una famiglia.

I servizi sociali possono valutare il contesto e predisporre sostegni, ma non possono lavorare efficacemente se vengono coinvolti soltanto quando la situazione è già precipitata.

Le forze dell’ordine devono intervenire davanti a condotte illecite, ma una pattuglia non può diventare l’unico presidio educativo di un quartiere.

E i genitori, quando sono in grado di esercitare il proprio ruolo, non possono considerare l’educazione una faccenda delegabile per intero alle istituzioni.

Se invece il contesto familiare è compromesso, occorre verificarlo senza pregiudizi e valutare quali protezioni siano necessarie.

Non serve demonizzare una madre perché parla poco italiano, né presumere la colpevolezza di un padre sulla base delle voci di quartiere.

Serve capire se il minore sia seguito, se abbia limiti chiari, se frequenti regolarmente la scuola e se esistano adulti affidabili in grado di assumersi responsabilità concrete.

La questione diventa ancora più delicata quando si parla di un bambino che avrebbe già accumulato una reputazione di violenza. 

Le etichette, una volta sedimentate, possono trasformarsi in una profezia sociale.

Tutti si aspettano che sia cattivo, ogni suo gesto viene interpretato attraverso quella reputazione e il ragazzo può finire per trovare nella fama di duro l’unica identità che gli garantisca attenzione.

Non significa che il suo comportamento debba essere tollerato. 

Significa che la risposta deve interrompere il circuito, non consolidarlo.

A undici anni, il compito delle istituzioni non è scegliere fra abbandono e indulgenza.

È costruire un percorso che renda impossibile continuare come prima, tuteli chi rischia di subire violenza e offra al minore una possibilità reale di cambiare.

Dove necessario, questo percorso deve comprendere controlli, limiti, conseguenze proporzionate e protezione.

La compassione senza regole è inefficace; le regole senza un progetto educativo rischiano di arrivare tardi e di non risolvere nulla.

C’è poi una responsabilità collettiva che riguarda il modo in cui raccontiamo questi casi.

Un bambino non è un personaggio da cronaca nera sul quale riversare la rabbia degli adulti.

La sua vicenda può essere raccontata, i comportamenti possono essere descritti e le istituzioni possono essere chiamate a rispondere.

Ma trasformare la sua identità in uno spettacolo, ripetere indiscrezioni non verificate sulla famiglia e fissarlo pubblicamente nel ruolo del piccolo mostro non aiuta né la verità né la sicurezza.

Il sensazionalismo produce indignazione rapida e memoria corta. 

Oggi si discute di Yousef; domani arriverà un altro nome, un altro quartiere, un’altra fotografia.

Nel frattempo, se nessuno interviene con efficacia, il meccanismo continua a riprodursi.

E il dibattito si riaccende soltanto quando il disagio diventa abbastanza visibile da disturbare la tranquillità degli adulti.

Non sappiamo, sulla base delle testimonianze riportate, quale sia l’intera storia di questo beduino, quali episodi siano stati accertati (filmati ce ne sono parecchi) e quali interventi siano già stati attivati.

Non possiamo pronunciare diagnosi, attribuire reati non verificati o stabilire da lontano chi abbia fallito.

Possiamo però dire che, se le segnalazioni sono fondate, il caso richiede un’attenzione concreta e urgente, non un’altra gara di insulti sui social.

La domanda non è se Yousef debba essere giustificato.

Non deve esserlo se ha fatto del male.

La domanda è se gli adulti siano ancora capaci di distinguere fra punire un comportamento, proteggere le sue possibili vittime e impedire che un bambino venga lasciato crescere dentro una spirale di violenza.

Sono tre compiti diversi, e vanno affrontati insieme.

Perché un undicenne che incute paura ai coetanei non è una curiosità da prima pagina.

È un allarme.

E quando un bambino diventa il protagonista di episodi che dovrebbero appartenere a un mondo adulto, la domanda più inquietante non riguarda soltanto lui.

Riguarda tutti quelli che avrebbero dovuto spezzargli le ossa intanto che erano in tempo.

well

 

Well.. per l'ultimo post sono arrivati dei consigli e quello di Antonio rappresenta tutti Voi e lo trascrivo:


Carlo carissimo,

nel leggerti, ho ammirato la tua pacatezza ed il tuo far prevalere il ragionamento all'impulso che prevale in questi giorni.

Condivido tutto.

Un consiglio, però..

Sii più coinciso.

Sono convinto che molti, sia pure a torto, non ti leggano perchè..dissuasi dalla lunghezza dei tuoi scritti.

Con amicizia👍👍👍


HO RISPOSTO


Me lo disse anche la Lella, ma il fatto è che io non rileggo cio che scrivo e data l'età dei datteri se mi interrompono di continuo, non ricordo sino a che punto mi sono fermato nel leggere i miei due neuroni rimasti... prendo atto e ti ringrazio del consiglio..


Quindi tutti quanti avete ragione, ho provato a rileggermi e sono arrivato a poche righe (anche perchè le altre le ricordo quando messo il post).

Ergo è meglio che io continui col C++ per correggere la programmazione come “Insider” ed eventualmente piazzare vignette che fanno fine e non impegnano la lettura.

Per chi è di Como, puo' seguire in diretta cosa stanno architettando i castigatori, entrando in WH gruppo "24.10 COMO" creato il 18 u.s. io ne ho contati solo 180 come spostamenti strani ma puo' essere che vadano alla partita Como-Sassuolo. passo e chiudo 

 

Sabato 24 Rivolta?

 


Ehila.. vedo dai contatori che solo un decimo di chi legge abitalmente i post è interessato alla questione ragazzi incazzati e ladri e di questi solo una parte ha letto sino in fondo e quindi ne deduco che da buoni italici, ce ne sbattiamo le palle di quello che succede in quanto non siamo direttamente interessati ma cerchiamo di non dimenticare che potrebbe accadere anche a noi e ieri vedendo le “iene”, la conferma di quanto avevo scritto ha evidenziato il problema che

CHI ROMPE PAGA, MA LA GIUSTIZIA NON SI MISURA DAL PORTAFOGLIO DEI GENITORI

che guarda caso se non hanno un euro, come cazzo fanno a pagare i danni dato che sono poveri e nullatenenti, il conto quindi lo dovranno saldare i cittadini che non hanno distrutto na mazza?.

Ergo si evidenzia il fatto che per garantire il risarcimento autorizza a trattare ogni ragazzo coinvolto in una protesta come un delinquente già condannato.

Fra l'indulgenza preventiva e la punizione indiscriminata esiste una cosa chiamata responsabilità individuale.

Una vetrina sfondata non è un'astrazione sociologica.

È un bene danneggiato, un costo da sostenere, talvolta il risultato di mesi di risparmi investiti da un commerciante nella propria attività. 

Dietro quella vetrina possono esserci una famiglia, dipendenti, un mutuo, un'attività che già fatica a sopravvivere.

Chi la rompe non danneggia genericamente il capitalismo, il governo o un simbolo del sistema: danneggia qualcuno che non ha una sega di responsabilità nella protesta e nessuna possibilità di influenzarne le ragioni, puttana eva (chiedo sempre scusa alla puttana).

Eppure, nel dibattito pubblico, la prospettiva cambia rapidamente quando il responsabile è giovane, proviene da un ambiente difficile o partecipa a una manifestazione con motivazioni politiche.

Si comincia a discutere delle sue condizioni familiari, del contesto sociale, delle opportunità mancate o altre cagate del genere.

Minchia.. questi sono elementi che possono essere importanti per comprendere una condotta e valutare una pena.

Ma comprendere non significa cancellare la responsabilità. 

Spiegare perché una persona commette un illecito non equivale a sostenere che l'illecito debba restare senza conseguenze.

Occhio che il ragionamento però vale anche al contrario.

Un ragazzo non diventa automaticamente colpevole perché si trovava in mezzo a una manifestazione degenerata.

La responsabilità deve essere accertata, le prove devono essere individualizzate e la sanzione deve essere proporzionata alla condotta.

Chi ha partecipato pacificamente non può essere confuso con chi ha aggredito qualcuno o distrutto beni.

La sicurezza pubblica non richiede di rinunciare a queste distinzioni: richiede di applicarle con serietà.

Io penso che a questo punto posso capire chi ha glissato i precedenti post nel senso di non leggerli e quindi la maggioranza di voi risolverebbe la questione “non andando a manifestazioni e vaffanculo”..

Cazzo.. fate bene ma ricordiamoci sempre che potremmo esser coinvolti nei casini di chi aspetta queste manifestazioni per fare quello che non avrebbe mai fatto da solo e la questione riguarda sempre il risarcimento se si è coinvolti.

Chi è arrivato a legger sin qui merita un applauso e continuo nel chiedermi che se il responsabile è minorenne e la sua famiglia è indigente, chi minchia paga?

La risposta giuridica non può essere ridotta alla battuta televisiva. 

Occorre distinguere fra responsabilità penale, responsabilità civile e concreta possibilità di recuperare il denaro.

La disciplina applicabile dipende dalle circostanze, dall'età del responsabile, dagli obblighi di vigilanza eventualmente rilevanti e dalle decisioni dell'autorità giudiziaria.

Non esiste una regola universale secondo cui ogni danno provocato da un minorenne debba essere automaticamente pagato dai genitori in qualsiasi situazione.

Ma da questo non discende che il danno debba essere semplicemente dimenticato.

Se chi ha subito la perdita non riesce a ottenere un risarcimento perché il responsabile è privo di mezzi, il problema resta.

Il commerciante non recupera la vetrina con una spiegazione sociologica, e il suo bilancio non migliora perché il responsabile proviene da una famiglia in difficoltà.

La povertà può rendere impossibile riscuotere una somma, ma non trasforma retroattivamente il danno in qualcosa che non è mai accaduto.

È qui che il post odierno dovrebbe diventare più concreto.

Si può prevedere che il responsabile risarcisca il danno secondo le proprie possibilità, quando la legge e la decisione giudiziaria lo consentono.

Si possono valutare percorsi riparativi, attività socialmente utili e strumenti che aiutino a comprendere le conseguenze delle proprie azioni.

Nei casi più gravi devono restare possibili sanzioni adeguate.

E, quando il risarcimento non è materialmente ottenibile, occorre discutere apertamente se e in quali circostanze debbano intervenire strumenti pubblici di sostegno alle vittime.

Non perché i cittadini debbano essere considerati responsabili delle condotte altrui, ma perché una società civile deve anche decidere come evitare che una vittima resti completamente sola.

Io saprei come fare ma per evitare la legge del Far West non lo scrivo ma stracazzo che lo farei...

Cmq. Invocare il rigore, tuttavia, non basta.

Un decreto non diventa efficace soltanto perché annuncia pene più severe o nuove possibilità di chiedere risarcimenti.

Bisogna vedere come le norme vengono applicate, se le indagini riescono a identificare i responsabili, se i processi arrivano a conclusione in tempi ragionevoli e se le sanzioni possono essere effettivamente eseguite.

La certezza della risposta giudiziaria conta almeno quanto la severità scritta sulla carta.

Anche la domanda su quanti processi verranno celebrati merita di essere affrontata senza trasformarla in una previsione arbitraria.

Il numero dipende dalle persone identificate, dagli elementi raccolti, dalle condotte contestate e dagli sviluppi delle indagini.

Non si può dedurre dal numero dei presenti a una manifestazione quanti saranno imputati o condannati.

E non si può considerare un fallimento della giustizia ogni procedimento che non si concluda con una condanna: un sistema giudiziario serio deve anche saper distinguere chi è responsabile da chi non lo è ed ho dei forti dubbi.. ma veramente forti e ripeto che (siete arrivati sin qui nella lettura)? auguro a tutti di non esserne coinvolti.

Resta però un punto che non dovrebbe essere controverso: la protesta non conferisce un'immunità speciale.

Si può contestare il governo, criticare una legge, manifestare per una causa internazionale o denunciare ingiustizie sociali.

La libertà di manifestazione è una componente fondamentale della democrazia.

Ma non autorizza a distruggere beni, intimidire persone o aggredire chi non condivide le proprie idee.

Quando la protesta diventa violenza, la responsabilità riguarda chi compie quegli atti, non automaticamente l'intero movimento e neppure tutti i partecipanti.

La stessa prudenza deve valere quando si parla di rieducazione.

Se significa aiutare chi ha commesso un reato a riconoscere il danno, ripararlo quando possibile e non ripeterlo, è un obiettivo che può convivere con la sanzione.

Se diventa invece una parola usata per evitare qualsiasi conseguenza, perde significato.

Ma anche la punizione fine a se stessa rischia di fallire: può soddisfare la rabbia del momento senza ridurre la possibilità che il comportamento si ripeta.

Le invocazioni alla violenza, anche quando vengono presentate come battute o sfoghi, non migliorano il ragionamento e quindi non dico di fare come nella società islamica con esecuzioni in piazza ma un qualcosa di simile sarebbe auspicabile.

Una società non diventa più sicura perché sostituisce la giustizia con la vendetta.

Diventa più sicura quando le regole sono comprensibili, i responsabili vengono identificati, le vittime sono tutelate e le sanzioni vengono applicate senza favoritismi.

Il rigore non ha bisogno della brutalità per dimostrare di esistere.

Alla fine, la domanda corretta non è se una famiglia povera possa pagare una vetrina.

Azz ma allora qualcuno che legge di voi esiste e continuo nel dire che è come debbano convivere tre esigenze:

la responsabilità di chi ha commesso il danno,

la tutela di chi lo ha subito,

la necessità di evitare che l'indigenza renda impossibile qualsiasi riparazione.

Nessuna di queste esigenze cancella le altre.

Ergo, la difficoltà economica dei genitori non può essere usata né per assolvere automaticamente il figlio né per scaricare automaticamente su di loro ogni responsabilità.

E il diritto al risarcimento non dovrebbe dipendere soltanto dalla ricchezza di chi ha provocato il danno.

Una vetrina rotta deve trovare una risposta stracazzo.

Non necessariamente una vendetta, non necessariamente un assegno che una famiglia non può permettersi, ma una risposta concreta, legale e proporzionata.

Perché la giustizia non consiste nel far pagare sempre e comunque il più debole.

Consiste nell'impedire che il più debole, quando è la vittima, venga dimenticato.

Basta..finisco e controllo in quanti siete arrivati a leggere sin qui e domani sabato 24 ottobre 2026 voglio vedere come e cosa succederà a Milano e soprattutto a Como (nessuno ne parla) ma ci sono 45k letture all'invito di “riunione” vestiti di nero e con passamontagna in tasca e come arrivano la parola d'ordine è Ciao e in questo momento vedo 180 prenotazioni treno e il gruppo con cui si comunica in WH è "24.10 COMO" creato il 18 ottobre scorso.

 se siete arrivati sino alla fine vi siete cuccati 1.400 parole e 9.500 caratteri e mo' controllo a quanti interessa sta storia tipo 68...