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martedì 9 giugno 2026

Meditate gente..meditate.


Quali sono i modi per non prendere la vita troppo sul serio?

Ci hai mai pensato?

Tra cento anni, nell'anno 2126, non ci sarà più nessuno tra noi, nemmeno i nostri parenti e amici e forse nemmeno io.

Le nostre case, quelle che abbiamo acquistato con tanta fatica, 3 kg di cambiali senz'osso e 5 trasfusioni di sangue, saranno state abbattute o nel caso di ristrutturazione ci vivranno degli estranei.

Si prenderanno tutto ciò che possediamo o lo getteranno nella spazzatura.

Persino le auto per cui abbiamo speso così tanti soldi finiranno in discarica e nel caso delle elettriche si saranno autoestinte.(ogni riferimento alla "Luce" della Ferrari è puramente casuale).

I nostri discendenti non avranno memoria di noi e in pochi sapranno chi siamo.

Chi di noi conosce i propri bisnonni?

Dopo la morte, saremo ricordati ancora per qualche anno, e poi saremo solo un ritratto sulla libreria di qualcuno (se ce n'è una). Qualche anno dopo, le nostre foto e le nostre azioni saranno dimenticate.

Non vivremo più nei ricordi di nessuno.

Se un giorno ti fermassi a riflettere, potresti comprendere l'inutilità di andare sempre più avanti e di combattere per ottenere quello che desideri.

Se pensiamo e comprendiamo di essere solo un punto nella storia dell'umanità, per non parlare della Terra o dell'universo, certamente vedremo le nostre vite e quelle degli altri in modo diverso.

Siamo sempre alla ricerca di sempre di più e non abbiamo tempo per ciò che conta davvero... i momenti e le relazioni.

Se pensassimo e dedicassimo più tempo al QUI E ORA, ci godremmo la vita molto di più.

Avremmo voluto goderci le passeggiate che non abbiamo mai avuto il tempo di fare.

Avremmo voluto un abbraccio.

Avremmo voluto un bacio dai nostri figli.

Erano momenti che significavano tanto, ma il tempo ci è volato via. Sarebbero stati i momenti più belli e preziosi da custodire e imprimere profondamente nei nostri cuori.

È così che riempivamo le nostre vite di gioia.

E ora le riempiamo di avidità, intolleranza, indifferenza e odio.

E vabbè e per quanto sopra la vista era con bicchiere metà pieno.

(Pensate se fosse stato al contrario).

Meditate gente..meditate.

lunedì 8 giugno 2026

Paesi ricchi ex poveri.

 

Tanto per cambiare oggi parlo del Parrucchino che nel suo blog cita l'America come paese ricco dove si vive bene... non come nella ***********

evito di mettere il nome che ha detto parrucchino in quanto lo dovrete indovinare voi.

P.S. Ma avete provato ad ammalarvi in America?

A parte la sanità, chi guida questo paese, la sta sprofondando in abissi sempre più profondi, provate a fare un paragone col paese citato dal parrucchino che è oggi uno dei più ricchi ed un tempo era uno dei più poveri e vi do' delle indicazioni:

  • Il paese da indovinare è oppresso da leader stranieri.

  • E' stato devastato dalla guerra, e la guerra lo ha quasi distrutto.

  • Ha subito due colpi di stato negli ultimi 60 anni ed è una democrazia solo da 30 anni.

  • Ha recentemente ospitato i Giochi Olimpici per la seconda volta.



Qui le persone sono abituate a salutarsi con la frase "Hai mangiato oggi?"

Vabbuo' se non ci siete arrivati ve lo dico io.

E' la Corea del Sud.

L'immagine qui sopra raffigura le condizioni in Corea dopo la fine della guerra di Corea. (fine è eufemismo in quanto ufficialmente è ancora in rotta con la Corea del Nord).

L'aspettativa di vita era di poco superiore ai cinquant'anni, le principali città erano in rovina e la gente faticava a mantenere le proprie famiglie.

Nei decenni successivi alla guerra, l'economia della Corea del Sud ha conosciuto una crescita vertiginosa, durante un'epoca comunemente definita il "Miracolo sul fiume Han".

Oggi la Corea del Sud è uno dei paesi più ricchi al mondo, classificandosi all'undicesimo posto in termini di PIL nominale.

Seul è la città più grande e prospera del mondo.

Seoul è una metropoli con la quarta economia più grande al mondo, dopo Tokyo, New York e Los Angeles.

La Corea del Sud è oggi uno dei paesi tecnologicamente più avanzati al mondo.

Samsung, LG, Hyundai e Kia sono tra le aziende coreane di maggior successo.

La Corea vanta inoltre alcuni dei sistemi ferroviari e di trasporto rapido più veloci ed efficienti al mondo.

Il KTX, il sistema ferroviario coreano, raggiunge velocità di 305 km/h.

La Corea del Sud si posiziona quindi al di sopra degli Stati Uniti per aspettativa di vita, istruzione e costi sanitari significativamente inferiori.

Vanta inoltre la connessione internet più veloce al mondo e il suo sistema di trasporto rapido è tra i più efficienti.

Fa sembrare il sistema di trasporto pubblico di Washington una barzelletta.

La rapida crescita economica della Corea ha contribuito a trasformare il Paese da uno dei più poveri a una delle economie più forti al mondo.

Te capì parrucchino ingiallito, prendi esempio da questi asiatici e vatti a cambiare il pannolone.

Salviniamoci.

 


Certo che di squilibrati ce n'è per tutti i gusti in tutto il mondo e appartengono all'Ordine degli Illuminati tipo Biden, Von der Leyen, Ghebreyesus, Fauci, Netanyahu, Zelens'kyj, Putin, Macron e non ultimo ci metterei pure il Salvini Matteo pontaiolo.

Sto pirla seguendo l'esempio del Parrucchino, ha proposto l'uscita dell'Italia dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Salvini ha criticato l'OMS per la gestione della pandemia e ha suggerito che i fondi destinati all'organizzazione potrebbero essere meglio utilizzati per rafforzare il sistema sanitario nazionale.

È quasi naturale che, questa proposta possa suscitare reazioni contrastanti, sia all'interno del governo che tra i medici sostenitori del potere della sanità sugli organi politici di ogni Stato membro, e soprattutto dalla non limpida onestà intellettuale e deontologica dei nostri cosiddetti "Virustar".
L'OMS ha sicuramente acquisito un ruolo significativo nella gestione delle emergenze sanitarie globali, specialmente durante la pandemia di COVID-19 però è importante ricordare che l'OMS è un'organizzazione intergovernativa, il che significa che le sue decisioni e raccomandazioni sono, e devono essere, il risultato di consultazioni e accordi di politica sanitaria tra i suoi Stati membri.

Penso che sia doveroso che l'Italia, così come tutti gli Stati, debbano investire di più autonomamente sul servizio sanitario nazionale, sulla ricerca e la produzione di cure e medicinali propri.

Il compito dell'OMS si dovrebbe limitare a raccogliere i dati, frutto anche di collaborazione fra sistemi sanitari dei vari Stati, e consigliare, non imporre, in base agli esiti delle ricerche, l'iter migliore da proporre per garantire le migliori soluzioni comuni, dal punto di vista scientifico e di azione al campo medico sanitario, ma soprattutto di divulgare le informazioni di prevenzione a tutela della popolazione globale.

La grave anomalia emersa durante la pandemia da COVID-19, rivelatasi un vero e proprio test che ha evidenziato forti carenze scientifiche ed organizzative di ogni singolo governo, è difatti stata una vera e propria concessione di lasciare ad un mix di case farmaceutiche private di affidare loro, tutta la massima fiducia nel gestire gli studi e la produzione di farmaci, coperti peraltro da protezione penale dai danni potenziali alla vita delle persone.

Scandali del tipo "Non abbiamo mai detto che questi vaccini potevano evitare il contagio, perché nessuno ce lo ha chiesto", tipo quelle che fatto il mio medico di base Dr.Delicati a cui hanno tolto la possibilità di esercitare professione medica, eludendo sfacciatamente, con sorrisino sarcastico di circostanza della rappresentante della Pfizer, la loro diretta responsabilità sull'inefficacia delle pluri-inoculazioni a proteggere gli stessi inoculati di ammalarsi o riammalarsi di una delle altrettante pluri-varianti fisiologiche di un qualsiasi Covid.

Ragazzi non dovete rifiutarvi di far parte del gregge o farete la fine di Christine Cotton la ricercatrice che aveva denunciato la sperimentazione Pfizer e alla fine.. si è suicidata (ma ha lasciato una lunga lettera che se non sarà tolta la potrete leggere in rete).


Ebbene, non sto qui a polemizzare, quasi ad apparire come il classico complottista ignorante, dico solo che a riportare altre anomalie scientifiche ed organizzative come di censure alla libertà di pensiero, parola e contraddittorio fra gli stessi addetti ai lavori di pari professionalità ma diversa valutazione dei modi e metodi, ci si potrebbe scrivere un'opera in più volumi con aggiornamento periodico e a leggerli tutti, mi brucia davvero il culo nel vero senso della parola.

A parte l'ironico sarcasmo, credo che la mossa del Parrucchino e la proposta di Salvini, ma pare che vi sia in atto un seguito internazionale, punterebbe a limitare il potere decisionale e distributivo, soprattutto economico, dell'OMS, finanziata esageratamente dagli Stati membri e da facoltosi filantropi, tra cui il più esperto di virus ed antivirus informatici.

Soldi che potrebbero garantire maggior supporto sanitario e alla ricerca di ogni singolo Stato, giusto come asseriscono Parrucchino e Salvini.

Purtroppo, quando pochi privati e le organizzazioni acquisiscono troppo potere, al mirabile scopo prende il sopravvento, spesso se non sempre, la speculazione.

Insomma.. se tutto va bene.. siamo rovinati.


 

domenica 7 giugno 2026

Controsensi del giorno..

 


Pronti per le ferie? Guerre in corso, parrucchino selvaggio che condiziona le nostre vite, ma noi ce ne sbattiamo le palle e quindi vi propongo un gioco enigmistico, quello in cui bisogna unire i puntini per vedere cosa compare..

Se proviamo a farlo con la realtà di oggi, non esce un disegno, esce il casino della realtà quotidiana.. quella del TG che trasuda drammi: la sinistra ci spiega, con grafici alla mano, che siamo alla povertà assoluta.

Gli italiani non arrivano a fine mese, le tasche sono vuote, la disperazione è tangibile.

Vi alzate dal divano quasi con il senso di colpa per aver cenato.

Poi, magicamente, scatta il venerdì pomeriggio.

Ed ecco il primo puntino: le tasche saranno anche vuote, ma i serbatoi sono pieni e le autostrade sono paralizzate.

Tutti in coda, uniti nella sacra missione della "vacanzina fuori porta".

Certo, riposarsi è un diritto, ci mancherebbe altro.

Ma il grande, fantomatico mistero resta: se i soldi non ci sono, da dove spuntano sti soldini per il weekend?

Semplice: dal miracolo della civiltà dei consumi.

Pur di non sfigurare davanti all'occhio clinico del vicino bastardo o al tribunale dei social, si chiede il finanziamento pure per il lettino in spiaggia al Solaris dove ti dicono che causa chiusura dello stretto di Hormuz, sono stati costretti ad aumentare l'abbonamento e quindi considerato che sei cliente da diversi anni, hai la possibilità di rifiutare che tanto non se la prenderanno perchè via te ce ne sono altri in attesa di un posto spiaggia.

E vabbè, considerato che la vacanza oggi non è un piacere ma un obbligo sociale, ti cucchi l'aumento e via andare.

Guai a restare a casa: se non pubblichi la foto al mare, per la società non esisti.

Secondo puntino: la sanità. Il coro TV urla: "Ospedali al collasso, la gente non ha i soldi per curarsi e rinuncia alle visite!".

Scenario apocalittico. Poi però, se per caso entrate nella sala d'attesa di un medico di base o in un pronto soccorso, vi trovate davanti alle code delle grandi occasioni.

Ore di attesa per codici bianchi che potrebbero essere curati con una camomilla a casa.

Diventa quasi un'abitudine, un rito sociale per sconfiggere la solitudine.

E qui scatta la domanda impertinente: se invece di intasare le strutture pubbliche per ogni starnuto e spendere cifre astronomiche per l'ultimo smartphone o per il weekend a tutti i costi, si risparmiasse qualcosina per pagarsi una visita specialistica privata solo quando serve davvero?

Forse libereremmo i medici e vivremmo tutti più sereni.

Ma l'abitudine, si sa, è dura a morire.

Terzo e ultimo puntino: l'accoglienza. Secondo Leone decimoquarto "Gli immigrati sono fratelli, vanno accolti senza se e senza ma".

Parole nobili, da applauso nei salotti buoni.

Poi spegni la televisione, esci a fare due passi sotto casa e la poesia si scontra con il Far West.

Trovi gli stessi immigrati dell'appello televisivo davanti all'ipermercato che chiedono soldi per mangiare pur essendo grassi come vacche cisalpine o a bivaccare sui marciapiedi, tra birre volanti, siringhe e regolamenti di conti all'angolo della strada.

E il cittadino tranquillo, quello che ha pagato le tasse anche per loro, si trova a dover fare lo slalom tra le risse, accelerando il passo con il cuore in gola implorando Santa Intima di Karinzia di non esser preso in mezzo.

Accoglienza sacrosanta, certo, ma forse andrebbe spiegato che il diritto a essere accolti dovrebbe camminare insieme al dovere di non trasformare i nostri quartieri in una succursale di un film di frontiera.

Insomma, a guardare questi opposti che ballano insieme, scatta il classico urlo 


Una sottile, ironica e stridente verità: viviamo nel paese dove si piange miseria in settimana e si fa la fila al casello nel weekend; dove non ci sono soldi per i farmaci ma non si rinuncia all'aperitivo; dove si predica l'umanità in TV e si tollera il degrado sotto casa.

Forse serve una terza chiave di lettura.

Una che posi i megafoni della propaganda e cominci a guardare la realtà per quella che è: un grande, assurdo, godibilissimo teatro delle ipocrisie.

Dicono che il teatro imiti la vita, ma qui siamo oltre: la sceneggiatura ha decisamente superato la realtà.

Che minchia dire? Sipario, applausi e una bella risatina... prima che arrivi il conto da pagare.

Sorridete, non siete su scherzi a parte ma vi stanno guardando... neh

E lui dorme..cazzo.


C’è una forma di stanchezza che non si misura in ore di sonno ma in decenni di esposizione pubblica e Parrucchino, a quasi ottant’anni, ne offre ormai la rappresentazione più cruda che la politica americana abbia conosciuto dai tempi dell’anziano Reagan che, nel corso del suo secondo mandato, mostrava segni di disattenzione che i suoi portavoce attribuivano con crescente imbarazzo a «un momento di riflessione prolungata».

L’immagine che arriva dalla Casa Bianca nelle ultime ore – parrucchino seduto alla scrivania dello Studio Ovale, intento ad ascoltare una lunga serie di interventi tecnici sul futuro del carbone, la testa che si inclina lentamente da un lato, le palpebre che calano e cedono al peso del pomeriggio.

Perché questo nuovo, piccolo episodio di pennicanza presidenziale arriva all’indomani di un’audizione al Congresso in cui il segretario di Stato Rubio, con la solita compostezza da funzionario di carriera più che da ex rivale primario, ha smentito con fermezza che il tycoon si sia mai addormentato durante eventi ufficiali, definendo le numerose testimonianze in tal senso – alcune delle quali corredate da fotografie e video amatoriali – come «male interpretazioni di momenti di intensa concentrazione a occhi chiusi».

Ma stracazzo di che concentrazione parla sto pirla.

L’effetto combinato delle due sequenze, il sonno e la smentita, restituisce una dinamica classica del potere esecutivo nella sua fase declinante: più i segni fisici della fragilità diventano evidenti, più l’apparato della comunicazione presidenziale si sforza di negarli, e più ogni nuova prova rafforza la percezione contraria, in un circolo vizioso che alimenta l’umorismo popolare.

Ma occorre guardare oltre la cronaca per comprendere ciò che davvero distingue questo sonno alla scrivania da quello, per esempio, di un impiegato Iveco tipo Lino che si appisola dopo un pranzo pesante.

Parrucchino non è il primo leader anziano a cedere alla sonnolenza di fronte a briefing noiosi di scassamento testicolare:

Roosevelt, già gravemente malato nel suo quarto mandato, si addormentava regolarmente durante le riunioni del gabinetto (nel senso stanza), ma l’informazione fu tenuta segreta fino alla sua morte per la complicità di un giornalismo che considerava la salute del presidente una questione di sicurezza nazionale e non di gossip politico.

Eisenhower, colpito da un infarto nel 1955 e da un ictus nel 1957, gestiva la sua fatica con un rigido programma di riposi pomeridiani che il protocollo trasformava in «momenti di studio personale».

Quel che è cambiato non è la fisiologia della presidenza, ma l’ecosistema mediatico in cui essa si muove: oggi ogni istante passato allo Studio Ovale può essere filmato da un telefono, ogni gesto analizzato da cento commentatori, ogni sospiro trasformato in un meme prima ancora che l’interessato abbia riaperto gli occhi.

La Casa Bianca di parrucchino, a differenza di quella di Roosevelt, non può contare su un establishment giornalistico che accetti di tacere per patriottismo; può contare solo sulla fedeltà dei suoi canali di comunicazione diretta e sulla capacità del presidente stesso di trasformare ogni debolezza in spettacolo, magari con un post su Truth Social in cui definirà il tutto «fake news della sinistra radicale».

Più interessante, in realtà, è la posizione di Rubio, chiamato a svolgere l’ingrato compito di mentire per procura – o, per usare un eufemismo diplomatico, di «offrire una versione alternativa dei fatti» – su un fenomeno che decine di testimoni oculari, inclusi alcuni consiglieri della Casa Bianca che hanno parlato in forma anonima a giornalisti investigativi, descrivono come ricorrente e non episodico.

Il segretario di Stato, un tempo candidato alla presidenza e teorico di un repubblicanesimo interventista e ideologico, sa perfettamente che la sua credibilità personale è ora legata alla sopravvivenza politica del presidente che serve.

Smentire un pisolino nello Studio Ovale è, nel grande schema delle menzogne di Stato, un’operazione minore, quasi veniale – non si tratta di nascondere una guerra, un’intercettazione illegale o un conflitto d’interessi multimilionario, ma di proteggere la superficie dell’immagine presidenziale dall’erosione della routine biologica.

E tuttavia, c’è in questa smentita una comicità involontaria che Rubio, uomo serio e ambizioso, non può non avvertire: il tentativo di negare l’evidenza del sonno trasforma il segretario di Stato in un personaggio da teatro dell’assurdo, costretto a sostenere che un uomo di quasi ottant’anni, sottoposto a stress cronico e a un’agenda massacrante, non chiuda mai gli occhi se non per «pensare più intensamente».

Ciò che l’episodio rivela, al di là della sua leggerezza apparente, è un dato strutturale della presidenza di parrucchino che raramente viene affrontato con la dovuta serietà: l’assenza di un meccanismo efficace per gestire la stanchezza e l’eventuale declino cognitivo di un comandante in capo che ha sempre fatto della resistenza fisica e della prontezza mentale un tratto distintivo della sua immagine pubblica.

I presidenti americani invecchiano, si ammalano, si affaticano – lo ha fatto Biden, lo ha fatto parrucchino stesso nel primo mandato, lo farà chiunque verrà dopo – ma il sistema politico degli Stati Uniti non ha mai sviluppato una procedura trasparente e non stigmatizzante per riconoscere questi limiti e adattarvi l’esercizio del potere.

Il Venticinquesimo Emendamento, che prevede la trasmissione temporanea dei poteri al vicepresidente in caso di inabilità, è stato concepito per le emergenze (un attentato, un ictus improvviso, una grave malattia fisica), non per la stanchezza cronica o per quei piccoli vuoti di attenzione che chiunque ha sperimentato dopo una notte di sonno breve.

Di conseguenza, ogni presidente anziano è costretto a recitare la parte della piena efficienza fino allo sfinimento, e ogni suo collaboratore a sostenere quella finissima linea di credibilità che separa il riposo strategico dall’invecchiamento funzionale.

Nell’immediato, il pisolino sul carbone (nel senso tema della riunione) farà sorridere i nottambuli dei talk show e alimenterà per un paio di cicli di notizie la narrativa di una presidenza sempre più vicina alla farsa che alla tragedia.

Ma il vero interrogativo, che né le smentite di Rubio né i post indignati del diretto interessato potranno eludere a lungo, è un altro: se un presidente si addormenta mentre lo si osserva, mentre le telecamere sono accese, mentre i suoi collaboratori sanno che l’immagine potrebbe finire in rete – che cosa accade quando gli occhi del mondo non lo stanno guardando?

Il sonno nello Studio Ovale è imbarazzante ma innocuo.

Il sonno in una situazione di crisi, durante una telefonata con un leader ostile, mentre si valutano opzioni militari o si firma un ordine esecutivo che riguarda i missili di Teheran e le postazioni radar – quello è un altro paio di maniche.

Finché il sistema (tipo questo post) si limiterà a ridere, invece di chiedersi seriamente come garantire la vigilanza del comandante supremo ventiquattr’ore su ventiquattro, il problema non sarà il sonno di parrucchino.

Sarà il nostro.




Disegni nel cassetto.

 

Oggi essendo festa del Corpus-Domini lascio perdere parrucchino e mi dedico ad altro, tipo cercare di scaricare i cassetti che contengono un casino di documenti che è ora di scremare e farne pulizia.. 

Per es. questo disegno fatto dall'Ufficio Tecnico Avio-Fiat di un particolare che serviva per costruire aerei nella seconda guerra mondiale e il Dr. Salvatore Gancitano dirigente Avio che me l'ha dato, mi ha raccontato la storia dell'aereo e vale la pena di leggerla..



L'aereo è un Fiat G.55 “Tritacarne” e 5 piloti in quel momenti di nazionalità nemica, capirono il motivo della denominazione in pochi minuti.

Il cielo sopra il Mediterraneo era di un azzurro così intenso da sembrare dipinto quel pomeriggio del giugno 1943.

I cinque Spitfire britannici volavano in formazione perfetta, sicuri della propria superiorità tecnologica, quando dalle nuvole emerse qualcosa che non avrebbero mai dovuto incontrare. 

Il caccia italiano elegante e letale come una lama affilata, con le insegne della regia aeronautica che brillavano al sole.

I piloti inglesi forti della loro potenza ci derisero via radio. 

Un singolo aereo italiano contro cinque Spitfire sarebbe stata una vittoria facile come sparare sulla croce rossa, pensavano. 

Ma in pochi secondi quel sorriso si trasformò in terrore puro, perché quel caccia non era un normale aereo da guerra, era un Fiat G55 Centauro e ai comandi c'era un pilota che gli inglesi stessi avevano soprannominato in codice il macellaio del cielo.

Il motivo di quel nome stavano per scoprirlo sulla propria pelle. 

Quando il primo Spitfire esplose in una palla di fuoco senza nemmeno aver avuto il tempo di sparare un colpo, gli altri quattro capirono che stavano affrontando qualcosa di completamente diverso, qualcosa di mostruoso, qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la loro concezione della guerra aerea.

Ma chi era davvero l'uomo dietro quella macchina da guerra e perché il Fiat G55 era così temuto dagli alleati da essere considerato uno dei caccia più pericolosi dell'intera guerra?

La risposta ci riporta indietro di alcuni mesi in una piccola base aerea nel nord Italia, dove tutto ebbe inizio.

Era l'alba del maggio 1943 e il tenente colonnello Carlo Maurizio Ruspoli di Poggio Suasa camminava nervosamente lungo la pista di atterraggio.

Aveva appena ricevuto ordini diretti dal comando supremo.

Il nuovo caccia che sarebbe dovuto diventare l'arma segreta dell'Italia contro la crescente superiorità aerea alleata.

Quando vide per la prima volta il G55, rimase senza fiato.

Era magnifico, linee perfette, un motore Daimler Benz DB 605 che ruggiva come una belva inferocita, ali tagliate con precisione maniacale per garantire manovrabilità superiore, ma la vera magia era nell'armamento.

Tre cannoni da 20 mm e due mitragliatrici calibro 12.7. posizionati con una geometria che permetteva una concentrazione di fuoco devastante.

Gli ingegneri Giuseppe Gabrielli e Giovanni Pegna (il  firmatario del disegno di cui sopra che stavo  per buttare) avevano creato non solo un aereo, ma un predatore del cielo.

Ruspoli salì in cabina quella mattina con un misto di eccitazione e timore reverenziale.

Quando accese il motore, l'intero hangar vibrò.

La potenza era qualcosa di fisico, di tangibile.

Decollò verticalmente quasi e in pochi secondi era già a 3000 m.

La sensazione era indescrivibile.

L'aereo rispondeva ai suoi pensieri prima ancora che muoveva i comandi.

Virò a destra in una picchiata assassina, poi risalì con una cabrata che avrebbe strappato le ali a qualsiasi altra caccia.

Ma il G55 resse perfettamente, era come cavalcare un fulmine.

Nei giorni successivi Ruspoli e altri piloti d'élite della regia aeronautica iniziarono a familiarizzare con il centauro.

Lo chiamavano così per la sua natura ibrida, la potenza di un mostro mitologico unito alla precisione di un bisturi chirurgico.

Ma c'era un problema.

La produzione era lenta, troppo lenta.

L'Italia non aveva le risorse industriali degli alleati e ogni singolo G55 richiedeva ore di lavorazione manuale.

Ogni rivetto, ogni cavo, ogni pannello era posizionato con cura artigianale.

Era un'arma d'arte letteralmente e questo significava che ne furono prodotti pochi, troppo pochi per cambiare le sorti della guerra, e se ci fosse stato parrucchino forse con l'AI ne sarebbero allestiti di più, ma cmq abbastanza per seminare il terrore tra i piloti alleati che ebbero la sfortuna di incontrarlo.

Il battesimo del fuoco arrivò in una calda giornata di giugno tipo quella di oggi.

Una formazione di bombardieri B17 americani stava attraversando lo spazio aereo italiano diretta verso obiettivi industriali nel nord. 

Erano scortati da una dozzina di P38 Lightning e Spitfire, un muro di fuoco volante che sembrava invincibile, ma il comando italiano aveva preparato una sorpresa.

Sei Fiat G55 decollarono dalla base di Campoforido con Ruspoli in testa.

La tattica era semplice ma letale.

Attaccare dall'alto, colpire i caccia di scorta prima che reagissero, poi dedicarsi ai bombardieri.

Quando i radar alleati rilevarono i caccia italiani, non si preoccuparono molto.

Sei aerei contro quasi 20.

Era matematica semplice, ma avevano sottovalutato sia la macchina che gli uomini.

Ruspoli attaccò per primo, emergendo dal sole come un rapace.

Il suo primo bersaglio fu un P38 che volava alla destra della formazione.

Non ci fu duello aereo, non ci fu danza nel cielo, ci fu solo una raffica precisa, chirurgica, devastante.

I tre cannoni da 20 mm del G5 vomitarono fuoco per meno di 2 secondi.

Fu abbastanza.

Il P38 si disintegrò letteralmente trasformandosi in una nuvola di frammenti metallici e fumo nero.

Il pilota americano non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo.

Prima era vivo, poi era cenere che cadeva verso terra.

Gli altri piloti alleati reagirono immediatamente, rompendo la formazione e cercando di ingaggiare gli italiani, ma i G55 erano già altrove.

La loro velocità e manovrabilità erano semplicemente superiori. 

Mentre gli Spitfire cercavano di virare per intercettarli, i Centauro erano già sopra di loro, pronti per un altro attacco.

Il sergente maggiore Franco Lucchini, uno degli assi della regia aeronautica con 26 vittorie confermate, ne abbattè due in meno di un minuto.

Il primo con una raffica frontale che strappò l'intera sezione di coda, il secondo con un attacco dall'alto che perforò il serbatoio del carburante trasformando l'aereo in una torcia volante.

Il pilota britannico riuscì a lanciarsi.

Il suo paracadute si aprì mentre guardava incredulo il relitto del suo Spitfire precipitare.

Non riuscivano a credere a quello che era appena successo.

Era uno dei migliori piloti del suo squadrone.

Aveva abbattuto sette aerei tedeschi, ma contro quel caccia italiano non aveva avuto alcuna possibilità.

Zero.

Era come combattere contro qualcosa di soprannaturale.

La battaglia durò 11 minuti.

11 minuti di inferno puro a 8.000 m d'altezza.

Quando finì 4 P38 e tre Spitfire erano stati abbattuti.

Due bombardieri B17 erano gravemente danneggiati e costretti a tornare indietro lentamente, lasciando una scia di fumo e olio.

Tutti e sei tornavano alla base, alcuni con qualche foro di battaglia nella fusoliera, ma tutti perfettamente operativi.

Nessun pilota italiano era stato ferito.

Era una vittoria così schiacciante che gli stessi comandanti italiani faticarono a credere quando lessero il rapporto.

Ma i radar alleati e i testimoni oculari confermarono tutto.

Quel giorno il Fiat G55 Centauro entrò nella leggenda e quindi oggi non me lo son sentito di buttare il disegno che ho ripiegato con cura e rimesso nel cassetto e a ricordo ho scritto questo post che finirà nell'archivio del blog.


sabato 6 giugno 2026

Amica Cicala.

 

mo vi dico.. quando in estate vado nella casa marina di Casalcoso amo sentire le cicale, ovviamente sulla marina non ce ne sono molte ma basta spostarsi di poco verso l'entroterra, dove ci sono alberi e si sentono dall'alba al tramonto.

Questa prerogativa canora solo maschile è contrapposta a quella femminile delle zanzare considerato che son solo loro quelle che ci mordono.

Non tutti sanno che a frinire son solo i maschi per attrarre le femmine e li senti quando la temperatura oltrepassa i 22 gradi.. sanno d'estate.

Alcuni vorrebbero evitare di sentire il loro canto, ma da parte mia, ripeto che sanno d'estate e sto frinire è al secondo posto dei suoni che amo sentire come odio il zzzzzzz femminile zanzaresco..

Al primo posto dei suoni che amo. ci sta il rombo di tuono dell'AUDI R8.

Pensare che la cicala non rompe le palle a  nessuno, trascorre anni sottoterra, invisibile e silenziosa, nutrendosi di qualche goccia di linfa dalle radici senza mai danneggiare la coltura.

Quando emerge, le restano dalle quattro alle sei settimane per vivere, trovare una partner e riprodursi.

Cosa mangia in superficie: quasi nulla.

Qualche goccia di linfa d'albero.

Non tocca le tue verdure, i tuoi fiori né i tuoi frutti.

Non morde e non punge: non è in grado di farlo.

Cosa lascia al tuo giardino: scavando le gallerie da ninfa, smuove e ossigena il terreno attorno alle radici, favorendo l'ingresso di acqua e aria.

Da adulta, quando emerge, diventa cibo per uccelli, lucertole e ricci. E quando muore, il suo corpo si decompone restituendo azoto al suolo — una piccola concimazione naturale.

Non ti disturba.

Vive.

E non le resta più molto tempo, un mese o poco più passa presto, giusto  il tempo per farmi godere l'estate.