Lasciate ogni speranza, o voi che entrate

armatevi di coraggio e sfogliate il blog

computer-immagine-animata-0026

QR Code di questo blog

Generatore di codici QR

Instagram

Instagram

Il mio profilo in Linkedin Carlo Bonzi

Spread in tempo reale..ammazzate se e' schifa

cercami in Linkedin

https://www.linkedin.com/in/carlo-bonzi-6992081a/?originalSubdomain=it

Veni, Vidi, WC.

In classifica

Riconoscimento

Riconoscimento

Sto rilevando il tuo IP e non dirlo a nessuno.

Il post e' scritto in Togolese ma tu prova a cambiare lingua.

Questo e' il mio motore di ricerca, scrivi una parola e clicca sul cerca

mercoledì 26 agosto 2026

 

Questa è una storia per i lettori più piccoli che ho l'onore di poter annoverare in questo blog e l'ambiento nella Savana dominata da un Re crinierato dando un nome ai protagonisti:

Camilla rinoceronte femmina di una tonnellata e mezzo.

Martino figlio di Camilla, in crescita ma già addestrato alle cariche.

Giangilberto il Re della foresta e le sue femmine.



LA STORIA..

In Sudafrica, c’è un branco di leoni che riposa su un sentiero polveroso.

Il re della savana Giangilberto sorveglia le femmine e i cuccioli.

Poi arriva una coppia di rinoceronti:

Camilla la madre e Martino il piccolo in crescita.

Il maschio riproduttivo osserva i due imponenti intrusi; il vento accarezza la folta criniera. Il suo sguardo è fiero, altezzoso.

«Questo è il mio territorio. Il mio regno. E lo difenderò con gli artigli, con i canini, con i morsi letali.»

E urla alle leonesse..

«Fate roaaar! Difendete i piccoli, siete delle leonesse, datevi da fare..

io vado a marcare i confini del territorio con la mia pomposa urina». Ruggisce l'impavido e coraggioso monarca, mentre si inoltra nella fitta vegetazione – elegante, superbo e tutto pisciato.

Intimidire Martino?

Spaventare Martino?

Terrorizzare o sbranare Martino?

Voi, branco di felidi, tra poco assaggerete la potenza di un carro armato con quattro zampe, caricato da una violenta crisi castigatoria.

Martino è instabile come un drone iraniano;

Martino è cazzuto come guardia del corpo

Lui è il bodyguard di mamma rinoceronte – la sua guida,

la sua insegnante.

È stata lei a insegnare al piccolo Martino le strategie anti-predatorie, l'arte marziale del Corno e della Cheratina, gli scatti improvvisi per allontanare un carnivoro affamato.

Martino aizzato, scuote la testa e carica un attacco per allontanare un giovane leone.

Terrificante, inarrestabile, impetuoso come una tempesta marina.

Nel frattempo, le leonesse valutano le dimensioni della madre: una femmina di rinoceronte a corno rinforzato meridionale, un perissodattilo iper protettivo di una tonnellata e mezza.

Forse è meglio rinunciare.

Forse è meglio liberare il passaggio.

Forse è meglio non istigare la signora Camilla, sto modesto veicolo corazzato che possiede la rabbia, la forza e la maleducazione di un autotreno della Temu.

Camilla e suo figlio avanzano lungo il sentiero, fieri e incolumi, dopo aver affrontato le insidie e i perigli di una natura che non lascia scampo al Giangilberto che si era cagato addosso.

Vi presento il nuovo Re della savana: Martino.

INCHINATEVI.


Stretta è la foglia,

larga è la via,

dite la vostra

che io ho detto la mia.

 



Amarcord...

Da buon Boomer tocco un tasto che nel segno dell'amarcord in tanti l'hanno sottolineato, ma oggi vedendo le ultime partenze di chi torna all'ovile, un velo di tristezza mi fa rimembrare i vecchi tempi e poi sto tempo non è poi troppo lontano.

C'era un tempo in cui i bambini uscivano di casa dopo pranzo e non rientravano fino a sera, mia madre mi chiamava “cartellino” in quanto tornavo da scuola e i compiti li avevo gia' fatti mentre ero ancora in classe, prendevo un panfrancese al volo con dentro qualcosa e uscivo al volo.

In quel tempo la parola "noia" non esisteva nel vocabolario infantile, perché c'era sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui giocare, una sfida da affrontare.

Un tempo in cui l'unico schermo era quello delle finestre aperte sul cortile, e l'unico joystick erano le proprie gambe e la propria fantasia.

I giochi di strada dell'Italia del dopoguerra rappresentano un patrimonio culturale immateriale di valore inestimabile.

Non erano semplici passatempi: erano veri e propri strumenti di educazione sociale, palestre di vita dove si imparava a stare insieme, a rispettare le regole, a gestire la vittoria e la sconfitta.

Erano il collante che teneva insieme generazioni intere, il linguaggio comune che univa bambini di ogni estrazione sociale in un'unica, grande avventura collettiva.

Per comprendere appieno il fenomeno dei giochi di strada, è necessario collocarlo nel suo contesto storico.

L'Italia degli anni Cinquanta era un paese ferito dalla guerra, impegnato in una faticosa ricostruzione sia materiale che morale.

Le città erano piene di macerie ancora da rimuovere, le campagne vivevano in condizioni di arretratezza secolare, e la maggior parte delle famiglie lottava per arrivare a fine mese.

In questo scenario, i giocattoli acquistati erano un lusso riservato a poche occasioni: il Natale, il compleanno, la festa dell'Epifania.

La televisione era un apparecchio raro, che gracchiava immagini in bianco e nero nei pochi bar o nelle case dei più abbienti.

La radio, invece, era già diffusa e trasmetteva canzonette che sarebbero diventate le colonne sonore di quegli anni.

Ma proprio questa scarsità di risorse materiali diventò il motore di una creatività straordinaria.

I bambini imparavano a costruire i propri giocattoli con quello che trovavano: un pezzo di legno, uno spago, un barattolo di latta, un sasso levigato dal fiume.

La povertà diventava ingegno, e l'ingegno diventava gioco.

Le strade, ancora poco trafficate, erano il principale spazio di socialità.

I cortili dei condomini, le piazze dei paesi, i vicoli dei borghi antichi si trasformavano ogni pomeriggio in campi da gioco, teatri improvvisati, arene di sfide epiche.

Le mamme si affacciavano ai balconi per richiamare i figli a cena, e quel grido — "Carlucciooo a casa!" — segnava il termine di una giornata di avventure.

Con l'arrivo degli anni Sessanta, l'Italia cambiò volto. Il cosiddetto "miracolo economico" portò benessere diffuso, elettrodomestici nelle case, e i primi veri giocattoli industriali.

Le fabbriche fumavano, le Vespe e le Cinquecento invadevano le strade, e la televisione cominciava a entrare in molte case.

Paradossalmente, però, i giochi di strada non scomparvero.

Anzi, in qualche modo si rafforzarono, quasi per reazione all'omologazione che incombeva. L'elastico, le biglie, la campana continuarono a essere i protagonisti dei pomeriggi dei bambini, proprio mentre il mondo intorno cambiava rapidamente.

Questo decennio vide anche l'emergere di nuove varianti dei giochi tradizionali, influenzate dalla cultura popolare che arrivava dalla radio e dal cinema.

Le filastrocche si arricchirono di nuovi versi, le regole si adattarono a spazi urbani sempre più ristretti, e il gioco divenne un modo per i bambini di appropriarsi di una città che stava diventando sempre più frenetica e adulta.

Gli anni Settanta rappresentarono il canto del cigno per molti di questi rituali.

L'urbanizzazione accelerata, la diffusione della televisione a colori, l'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro — tutto contribuì a ridurre gli spazi e i tempi del gioco di strada.

Le famiglie si trasferivano in appartamenti anonimi nei nuovi quartieri dormitorio, dove i cortili erano spesso inesistenti o poco accoglienti.

I bambini cominciavano a essere accompagnati a scuola in auto, e il tempo libero veniva sempre più spesso trascorso davanti alla tv o, per i più fortunati, con i primi videogiochi.

Eppure, nei parchi e nei lotti vuoti delle periferie, quei giochi sopravvivevano.

Resistevano come un ultimo baluardo contro una modernità che rischiava di rendere l'infanzia troppo programmata, troppo protetta, troppo solitaria. Erano l'ultima eredità di un mondo che stava scomparendo, e chi li ha vissuti li ricorda con una nostalgia che non è solo rimpianto, ma consapevolezza di aver perso qualcosa di prezioso.

Ma cosa insegnavano, esattamente, quei giochi?

La risposta è complessa e affascinante, perché ogni gioco era una piccola scuola di vita.

Il Tucass (toccarci), ad esempio, non era solo una corsa sfrenata.

Insegnava la strategia, la capacità di valutare il momento giusto per scattare, la gestione della fatica e della respirazione. Insegnava anche a fidarsi degli altri, perché in una squadra ci si muove insieme, e a perdonare un contatto troppo brusco o una caduta accidentale.

Soprattutto, insegnava che la vittoria non è tutto: alla fine, tutti tornavano al punto di partenza, più stanchi ma più uniti, con la consapevolezza di aver condiviso un'esperienza che andava oltre il semplice risultato.

Il gioco dell'1-2-3 stella mi stava sulle balle ed era un gioco da femmine ma era una lezione di autocontrollo e disciplina.

Riuscire a restare immobili mentre il cacciatore si girava, trattenendo il respiro e controllando ogni minimo muscolo, richiedeva una concentrazione che oggi fatichiamo a immaginare in un bambino. Ma c'era anche un aspetto psicologico sottile: il cacciatore, a sua volta, doveva imparare a leggere i segnali, a cogliere il movimento impercettibile, a distinguere il respiro trattenuto da quello naturale. Era un gioco di sguardi, di tensione, di complicità silenziosa.

La campana, o settimana, era forse il gioco più solitario, ma proprio per questo insegnava la pazienza e la perseveranza.

Saltellare su un piede solo, evitare le linee, recuperare il sasso senza sbagliare: erano gesti che richiedevano ore di pratica, e ogni errore era una frustrazione che bisognava imparare a gestire.

Ma quando finalmente si raggiungeva l'ultimo quadrato, il "cielo", e si gridava vittoria, la soddisfazione era immensa, perché era stata conquistata con le proprie forze, senza l'aiuto di nessuno.

Le biglie, al contrario, erano un gioco profondamente sociale, quasi una metafora della vita adulta. Si investiva un piccolo capitale — una biglia di vetro colorato — e si scommetteva sulla propria abilità e io ne avevo le tasche piene.

C'era chi giocava d'istinto, chi studiava la traiettoria con cura maniacale, chi bluffava per intimorire l'avversario. Perdere la biglia preferita era una tragedia, ma insegnava a gestire la sconfitta e a rialzarsi, pronti per la rivincita.

E c'era sempre il campione del quartiere e qui mi ci pongo, quello che vinceva sempre, che diventava un mito da sfidare e, forse, da imitare.

La trottola, con il suo movimento ipnotico, era una lezione di perseveranza.

Quante cadute prima del successo! Quanti tentativi falliti prima di trovare il polso giusto, il ritmo perfetto! Ma quando la trottola cominciava a girare, e girava, e non si fermava, il senso di potenza era totale. Si era padroni del tempo e dello spazio, si aveva domato un oggetto che sembrava vivere di vita propria.

L'elastico, invece, era il regno della grazia e della coordinazione. Saltare dentro e fuori, recitando filastrocche ritmate, richiedeva un'armonia tra corpo e voce che oggi sembra quasi magica. Era un gioco prevalentemente femminile che mi stava sulle palle, ma non esclusivo: molti maschi sbirciavano curiosi, invidiando quella coreografia improvvisata che trasformava un semplice elastico in un'arena olimpica. E quando una delle giocatrici inciampava e cadeva, il gruppo non rideva di lei, ma con lei. La caduta diventava spettacolo collettivo, e l'errore veniva accolto con un'affettuosa complicità.

La lippa o rella come si diceva al mio paese era il gioco più pericoloso, e forse proprio per questo il più ambito. Un bastone, un pezzo di legno a forma di leva, e un campo aperto: il baseball dei poveri. Colpire la lippa nel punto giusto, farla schizzare via come un razzo, correre alle basi improvvisate con sassi: era adrenalina pura. Ma c'era anche una lezione di fisica pratica, di traiettoria, di forza, di angolo di impatto. E c'era il rischio, concreto eppure eccitante, di rompere una finestra e io ne so qualcosa e scatenare l'ira delpelato panciagrossa.

La paura e l'audacia si mescolavano in un cocktail che forgiava caratteri coraggiosi e intraprendenti. Il nascondino, infine, era il gioco dell'attesa e della suspense. Contare con le mani sugli occhi, sentire il cuore che batte mentre gli altri si disperdevano, e poi partire alla ricerca con la speranza di trovare qualcuno nascosto nell'angolo più improbabile. Ma c'era anche il brivido di essere scoperti, il silenzio teso mentre il cacciatore passava vicino senza vederti, la gioia di correre verso il "tocchetto" e salvarsi all'ultimo secondo. Insegnava a gestire l'ansia, a valutare i rischi, a scegliere il nascondiglio perfetto.

Oggi, quei giochi sono quasi scomparsi.

Le strade sono piene di auto, i genitori hanno paura a lasciare i figli fuori casa, e i bambini preferiscono gli schermi luminosi ai cortili polverosi.

I giocattoli si comprano, non si costruiscono.

Le regole si imparano dai manuali, non si inventano sul momento.

La noia, quella vera, quella che costringeva a inventarsi qualcosa, non esiste più: c'è sempre un video da guardare, un gioco da scaricare, un messaggio da inviare.

Ma forse, proprio per questo, quei giochi di una volta meritano di essere ricordati.

Non per un'ingenua nostalgia del passato, ma per quello che rappresentavano: un modo di stare insieme che abbiamo smarrito, una capacità di inventare che abbiamo dimenticato, una libertà che abbiamo sacrificato sull'altare della sicurezza e della tecnologia.

Non si tratta di tornare indietro, naturalmente.

La storia non si inverte, e sarebbe assurdo rinnegare i progressi che la tecnologia ha portato nelle nostre vite.

Ma si tratta di recuperare qualcosa di quel patrimonio, di trasmetterlo ai nostri figli, di insegnare loro che si può giocare anche senza batterie, che si può divertire anche senza uno schermo, che si può stare insieme anche senza un social network.

Un elastico, un gessetto, una biglia: sono oggetti semplici, quasi insignificanti.

Eppure, nelle mani giuste, possono diventare strumenti di felicità, palestre di vita, ponti tra generazioni.

Chissà che, riscoprendo quei giochi, non si riscopra anche un po' di quella gioia autentica che sembra essere andata perduta.

Chissà che, insegnando ai nostri figli a giocare come giocavamo noi, non si insegni loro anche a essere un po' più creativi, un po' più coraggiosi, un po' più umani.

Il rischio, altrimenti, è che quelle piazze un tempo piene di urla e risate rimangano per sempre deserte, e che i giochi di una volta diventino solo un ricordo sbiadito, una storia da raccontare ai nipoti con un sorriso malinconico.

E sarebbe un peccato, perché quei giochi non erano solo giochi: erano la vita stessa, nella sua forma più pura e più bella.




martedì 25 agosto 2026

Se tutto va bene..siamo rovinati.

 

E' da mo' che non parlo del parrucchino pannolinato ma stracazzo sto pirla ha rotto veramente i coglioni datosi che dopo il fallimento della campagna militare per annientare l’Iran, sta cercando di stringere l’Iran nell’assedio economico con l’impedire la vendita del suo petrolio e l’intercambio commerciale con qualsiasi altro paese. Di fatto ora tenta la carta dello strangolamento del paese minacciando chiunque violi le sanzioni imposte da Washington (con sanzioni secondarie).

Si rileva l’incapacità dell’amministrazione USA di capire che il mondo è cambiato e la grande maggioranza dei paesi ha rifiutato di porgere il culo ai voleri dell’imprevedibile parrucchino, nonostante le sue minacce.

Una ferma posizione di rifiuto è stata già espressa dalla Cina che da sola importa circa il 90% del petrolio iraniano ed ha confermato che continuerà ad anteporre il suo interesse nazionale rispetto alle pretese di questo rimbambito fuori di melone.

L'iran dal canto suo ha dichiarato che non ci sarà petrolio né altre merci in uscita dal Golfo Persico, attraverso lo Stretto di Hormuz, se questi regimi collaboreranno con gli Stati Uniti”.

I paesi che collaborano con gli USA, ospitando le basi americane e saranno parte attiva nel blocco delle merci, questi saranno considerati complici degli aggressori americani e di Israele.

Chiara la posizione di Teheran.

Hanno aggiunto che l’Iran prenderà di mira anche le rotte alternative qualora venissero utilizzate per eludere le restrizioni.

Siamo messi bene e l'Iran non è come parrucchino e fa molto sul serio L'Italia è a tutti gli effetti un Paese NATO e, in quanto tale, ospita diverse basi militari dell'Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti. 

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in piena ricostruzione post-bellica, il nostro Paese concesse agli USA l'utilizzo di porzioni del proprio territorio per la costruzione di infrastrutture militari a scopo difensivo, data anche la vicinanza geografica all'Unione Sovietica.
E mo' son membri amari, se non impediamo agli americani di sostare nel nostro territorio.. abbiamo contro quelli che ci bloccano il gas se invece diamo l'ok a parrucchino di utiilizzare il nostro territorio, dobbiamo uscire con l'ombrello para droni o aspettarci il classico missile iraniano che ci tira giu' il Duomo o il Colosseo... ma dico io se sto stronzo si è messo in testa di togliere l'arma atomica all'iran e si fa prendere per il culo con chi cerca un posto al sole e ha pure l'arma nucleare, che di fatto lo tiene al guinzaglio come il cagnolino della  Gina.

Bah armiamoci e partite cari fratelli italici.

E dico questo perchè mentre Washington combatte la sua battaglia geopolitica e Teheran cerca di sopravvivere, il consumatore italiano non combatte nessuna guerra.

Vuole semplicemente accendere la luce.

Fare il pieno.

Pagare la bolletta.

Tenere aperta la propria azienda.

E arrivare alla fine del mese.

Ed è proprio questa la beffa della geopolitica: le decisioni vengono prese nei palazzi del potere, ma il conto arriva sempre alla gente comune.



lunedì 24 agosto 2026

Eroina in farmacia.

 

Quando l'eroina era ancora disponibile dal farmacista...

Felix Hoffman, inventore dell'eroina.

La parola eroina provoca un senso di tragressione per chi non ne conosce l'utilizzo farmaceutico e pensare che la stessa è stata sintetizzata per la prima volta 125 anni fa: la Bayer ha portato la sostanza sul mercato come rimedio per la tosse e altri disturbi.

È stata pure raccomandata per il trattamento, senza esitazione, dei dipendenti da morfina e non sono cazzi.

«Dottore, la polvere che mi ha dato è molto buona» dice il paziente. Il medico scrive che il preparato non sembra avere effetti collaterali. E «non sembra esserci assuefazione».

Stiamo parlando proprio dell'eroina e ripeto che è stata prodotta sinteticamente per la prima volta 125 anni fa e da allora in poi è stata prodotta su scala industriale. 

Il chimico Felix Hoffmann ci è riuscito il 26 giugno 1896 e vado con lo studio approfondito e con l'aiuto di Buddy il mio AI.

Felix, nato a Ludwigsburg nel Baden-Württemberg, diventa farmacista, arriva in Svizzera studia farmacia e chimica e si laurea nel 1893 sotto il professor Eugen Bamberger del Politecnico di Zurigo. 

Dopo la laurea, Hoffmann viene assunto direttamente: il 1° aprile 1894 inizia a lavorare nel laboratorio di Farbenfabriken vorm. Friedr. Bayer & Co. - meglio conosciuta come BAYER.

La corporazione globale di oggi, con sede a Leverkusen, era allora ancora agli inizi a Wuppertal.

Sei anni prima che Hoffmann assumesse il suo incarico, la Bayer decise di espandere significativamente la sua divisione chimica.

Questo è lo Stabilimento Bayer a Leverkusen che ha elaborato Buddy.

Morfeo chiama

Oltre alle vernici, infatti, in quel periodo si stava sviluppando il mercato delle medicine, che la scienza scopriva - anche se le scoperte erano spesso basate su rimedi già conosciuti.

Un esempio è l'OPPIO: il succo lattiginoso ottenuto grattando i baccelli acerbi dei semi di papavero è stato adoperato come antidolorifico per migliaia di anni.

Nel XVI secolo, Paracelso ne estrasse il rimedio laudano, che consiste in oppio sciolto in alcool.

Una combinazione per nulla felice: l'alcool combinato con l'oppiaceo porta al pericolo che il corpo smetta di respirare quando è intossicato.

Ma il laudano aiutava a curare la tosse e provocava stitichezza: un effetto collaterale benefico in caso di diarrea, mortale all'epoca.

Ma il potenziale di dipendenza del prodotto del papavero da oppio non rimane nascosto. 

Solo all'inizio del XIX secolo i componenti attivi dell'oppio furono isolati con successo: il rimedio che è ancora più calmante e fa venire sonno prende il nome dal dio greco dei sogni: Morfeo.

Aspirina ed eroina da una sola fonte

La morfina fa inizialmente un ingresso trionfale nella medicina e nella società, diffondendosi in tutte le classi.

Sfortunatamente, oltre agli effetti sperati, anche i lati negativi hanno un impatto maggiore.

Il problema è esacerbato dopo che i tossicodipendenti si rendono conto che la loro droga è tre volte più potente quando la iniettano.

In questo ambiente, Bayer è a caccia di novità.

Sono tre i prodotti che danno una spinta all'azienda al volgere del secolo:

un antibiotico, un'aspirina e poi il farmaco per sostituire la morfina - apparentemente senza gli stessi effetti collaterali.

Almeno questo è quello che la squadra di Felix Hoffmann ha pensato all'inizio dell'eroina.

L'aspirina e l'eroina erano pubblicizzate insieme negli Stati Uniti nel 1924.

Il tedesco basò la sua ricerca sul lavoro preliminare del chimico britannico Charles Wirght nel 1873 e 23 anni dopo sintetizzò la diacetilmorfina dalla morfina, che Bayer brevettò come eroina nel 1898.

Un anno prima, Hoffmann incontra anche l'acido acetilsalicilico: l'aspirina e l'eroina sono state scoperte dallo stesso uomo.

«Effetti collaterali sfavorevoli»? Nessuno

L'eroina è testata su un gruppo sperimentale dopo la sua sintetizzazione, che non è supervisionata da nessuna autorità ma dal medico di fabbrica della Bayer.

Theobald Floret pubblica la documentazione nel 1898 nella Therapeutische Monatshefte della Springer-Verlag di Berlino, da dove arriva la citazione iniziale.

Cinque grammi di eroina della Bayer: la droga veniva venduta così negli Stati Uniti nei primi anni '20.

«Uno dei pazienti [con dolore al petto] disse che nessuna medicina gli aveva mai fatto così bene come la mia polvere», annota a proposito dell'«estere di acido diacetico della morfina».

E, «Gli effetti collaterali sfavorevoli non sembrano essere legati alla preparazione».

Il problema: prendendola per via orale, l'effetto intossicante non è così estremo come quando viene iniettata.

Ed è così che l'eroina viene commercializzata come una droga normale e persino esplicitamente propagandata per trattare la dipendenza da morfina.

Questa è un'altra ragione per cui ci vuole molto tempo perché si prenda coscienza che l'eroina dà ancora più dipendenza della morfina: ad ogni uso, i drogati devono raddoppiare la dose.

Divieto dopo la prima intossicazione

Un divieto di produzione viene discusso per la prima volta negli Stati Uniti alla Conferenza sull'oppio del 1912, e la pressione politica sulla Bayer aumenta negli anni successivi.

Dopo che sempre più Stati emanarono divieti nazionali sull'eroina, l'azienda cessò la produzione nel 1931.

La scena aperta della droga al Letten di Zurigo nel 1994.

KEYSTONE

Il mercato viene conquistato senza soluzione di continuità dal mondo criminale: negli anni '30, la French Connection spedisce le materie prime in Francia, dove vengono lavorate e poi inviate negli Stati Uniti per la vendita.

L'attività è ancora oggi nelle mani dei gangster: chiunque ricordi la scena più che vivace della droga al Platzspitz e al Letten di Zurigo negli anni '80 e '90 non potrà credere che l'eroina fosse una droga popolare nelle farmacie.

E il suo inventore Hoffmann?

Le sue scoperte non sembrano portargli fortuna.

Nel 1899 fu promosso a capo del dipartimento commerciale del ramo farmaceutico, ma il suo brevetto dell'aspirina fu contestato dal suo ex superiore Arthur Eichengrün.

Una battaglia legale che dura anni.

Hoffmann rimase alla Bayer fino al suo pensionamento nel 1929. Poi si ritirò in Svizzera , dove, si dice, morì a Losanna l'8 febbraio 1946, in solitudine e senza discendenti. E per oggi basta con lo studio sugli oppiacei morfinomani e mi bevo il ginger misto montepulciano e grappa con un poco di erbe che ho trovato nel parcheggio.

Fichi Pollutresi.



A Casalcoso ho un amico straordinario e sovente mi chiama sottocasa e mi porta il raccolto del suo orto Pollutrese e stavolta parlo di Fichi.. gli stessi che evitato l'ingurgimento causa i semini che si ficcavano nella gengiva facendomi godere come un selvaggio e oggi posto lo studio fatto con l'aiuto dell'AI (quella ormai non me la tolgo più).. alor

I fichi sono un tratto distintivo della flora della nostra penisola (e qui non ci piove).

Furono molto probabilmente le prime piante ad essere coltivate dall’uomo nel bacino del Mediterraneo ed hanno lasciato impronte importanti nell’arte, nella cultura, nella religione fin dalla notte dei tempi.
Per gli antichi egizi era simbolo della vittoria sulla morte, nell’antica Grecia ne attribuivano la nascita al dio Dioniso e i suoi frutti erano ritenuti “degni di nutrire oratori e filosofi”.

Platone ne era così ghiotto da vedersi attribuito il soprannome di “mangiatore di fichi” e consigliava ai suoi giovani allievi di mangiarne in quantità perché, diceva, “accrescono l’intelligenza” e fan tirare l'arnese riproduttivo.
Le loro virtù non mancarono di sedurre gli antichi Romani che con il tempo ne diffusero la coltivazione in tutta la penisola italiana e in tutto l’Impero.

Del resto, l’albero di fico era collegato anche alla fondazione di Roma.
La leggenda vuole che sotto un fico selvatico, si arenò la cesta che conteneva Romolo e Remo cugini di Donato e all’ombra delle sue fronde i due gemelli furono allattati dalla lupa.
Ma ai fichi è legata anche la morte della più famosa regina d'Egitto, amante prima di Giulio Cesare e poi di Marco Antonio.

Cleopatra li amava infatti a tal punto che tra le loro foglie volle che fosse nascosta l’aspide con cui si tolse la vita.
Tra le ricette antiche vi è lo speciale " miele di fichi", prezioso per dolcificare gli alimenti, ottenuti dalla loro bollitura.
Ma ai fichi è legata anche L’espansione dell' Impero Romano:

Tacito, negli Annales, spiega che i legionari venivano pagati con un pugno di sale (da cui il nome salario) e una manciata di fichi secchi, utilissimi nelle campagne militari per il contenuto calorico e la lunga conservazione.
L’imperatore Augusto li mangiava insieme al formaggio e ai pesci.

Gallieno li offriva nei suoi sfarzosi banchetti ma i fichi rientravano anche nei pasti concessi agli schiavi e costituirono per secoli l’alimento base dei contadini, tanto da essere chiamati pane dei poveri.

All’epoca dell’imperatore Diocleziano, il prodotto più economico sul mercato era proprio una pasta ottenuta pestando e impastando con erbe aromatiche i fichi messi a seccare al sole..
Infine Il nome dei primi abitanti storici della Sicilia, i Sicani, potrebbe proprio derivare da questo meraviglioso fiore, appunto Siconio(nome dell'infiorescenza del fico e della infruttescenza che ne deriva).

I fichi possono essere considerati dei fiori al contrario nel senso che invece di sbocciare verso l'esterno, i fiori del fico si sviluppano all'interno ed hanno bisogno di un processo speciale per l’impollinazione.
Infatti non possono affidarsi semplicemente al vento o alle api per diffondere il loro polline, come gli altri fiori, proprio perché sono " fiori speciali ", ma hanno bisogno di una creatura specifica:

la Vespa del fico.

Lo sapevate gia' vero? E se non lo sapevate mo vi dico che..
La vespa entra nel fico per deporre le uova.
Una volta dentro, non ha via d’uscita.

Spetta alle baby-vespe continuare il ciclo della vita, scavando un tunnel per uscire dal fico e continuando il viaggio verso il mondo esterno, portando il polline con sé.

Durante questo processo, i fichi producono un enzima speciale, chiamato ficaina (conosciuto anche come ficina) che, digerisce la vespa morta, consentendo al fico di assorbire i nutrienti per creare poi i frutti maturi e i semi.

Bon e adesso me li mangio dopo aver premuto la forchetta sui semini per renderli meno invasivi e grazie a Donato che me li porta neh.


venerdì 21 agosto 2026

Massimo il barista..

 


Wow sentiamo la controparte dei castigatori caffeisti ed ecco la risposta da parte di Massimo del MareBlu..

Ecchecazzo..dire che su un caffè da 1,20 euro io guadagno 1 euro è sbagliato, tu ragioni come quella che chiami AE (Agenzia Entrate).

Dire che guadagno pochi centesimi è altrettanto semplicistico se non si specifica come vengono calcolati i costi e solo voi nordici lo sapete fare.

Il risultato finale dipende dalla struttura dell'impresa, dalla posizione, dal canone di locazione, dal numero di dipendenti, dal volume delle vendite, dai prezzi praticati, dai costi delle forniture, dalla fiscalità, dalla pista ciclabile e dalle scelte del titolare che vede:

il fornitore del caffè,

la bolletta dell'elettricità,

il canone di locazione,

il costo del personale,

le tasse,

la manutenzione della macchina,

le rotture,

gli sprechi,

le ore di lavoro

i clienti che devono tornare domani cercando di non essere investiti dai ciclisti che passano a trecento all'ora nel loro percorso che ha tolto il muretto dove si sedevano quelli che acquistavano il gelato.

Insomma.. stai pagando un piccolo servizio all'interno di un'impresa che, per sopravvivere anche a Casalcoso, deve moltiplicare quella tazzina per centinaia di clienti, ogni giorno, mentre combatte contemporaneamente contro costi, concorrenza e un mercato nel quale basta perdere una parte della clientela per trasformare un'attività apparentemente redditizia in un problema economico, se osservi bene io ho licenziato le due inservienti che avevo.

Quindi se vendo un espresso a 1,20 euro, cerca di considerare che dentro ci sono innanzitutto le materie prime e i consumi direttamente collegati alla preparazione: caffè, zucchero eventualmente fornito, acqua, energia elettrica e materiali di servizio.

Poi, però, arriva tutto il resto e te lo ripeto.

La macchina del caffè è costata una cifra.

Anche il macinacaffè.

Il cucchiaino che si frega Giuseppe per fare lo scaldino.

La tazzina che si frega la villeggiante del Solaris.

Il locale costa una cifra.

Il frigorifero consuma energia.

Le tazzine si rompono.

La lavastoviglie deve essere acquistata e mantenuta.

Il registratore di cassa deve funzionare.

Il commercialista deve essere pagato.

I rifiuti devono essere smaltiti.

Il personale rimasto deve essere retribuito.

Poi ci sono contributi e imposte, IMU Tasi Tari etc.

E soprattutto il locale deve rimanere aperto anche quando davanti al bancone non c'è nessuno perchè vanno a Scerni alla festa delle Ruelle o a Fossaccesia sagra del cefalo bipede.

Il vero margine del bar non sta nel caffè.

Sta nella capacità di far funzionare tutto ciò che c'è intorno al caffè.

E mo' t'ho detto e vattelo a prendere in Galleria visin al Dom.


giovedì 20 agosto 2026

mi prepari un Te?

 

Ma siamo scesi proprio con la piena e mi riferisco al prodotto che il bar vende con più margine di profitto ovvero a quella tazza fumante che ordini per scaldarti lo stomaco (non in questo periodo) che è la truffa legalizzata più redditizia che un barista possa servirti con finto sorriso e grande presa per il culo.

Quando chiedi tè caldo o camomilla, stai pagando una cifra ingiustificata.

Il barista prende una bustina che all'ingrosso costa al massimo 10 centesimi.

Poi spilla acqua bollente direttamente dalla macchina del caffè, operazione che in termini di acqua e corrente elettrica incide per forse due centesimi.

Il costo totale della materia prima è di 12 centesimi.

Cazzo.. te lo scontrinano a 2 o 3 euro.

Stai pagando un ricarico che supera il 2000% per bere acqua del rubinetto riscaldata con dentro foglie secche.

È un calcolo matematico a tuo totale svantaggio e il proprietario del locale ottiene un profitto netto altissimo ogni volta che fai questa ordinazione.

Il secondo prodotto con un margine spropositato è la bottiglietta d'acqua in plastica da 500 millilitri o mezzo litro come dicono a Bolzano.

Il bar compra interi bancali di questa merce pagando ogni singola bottiglia circa 15 centesimi.

Il loro unico sforzo fisico consiste nel prendere questo contenitore e metterlo dentro un frigorifero.

Quando tu hai sete, te la vendono a 1 o 2 euro.

Stai subendo un ricarico del 1000% su un bene di prima necessità. Il barista non aggiunge alcuna lavorazione e non c'è alcuna abilità artigianale.

Fa semplicemente da intermediario tra te e la tua necessità biologica di idratarti, facendoti pagare molto caro un liquido che potresti avere quasi gratis dal rubinetto di casa tua.

Anche il sacro espresso italiano è un sistema di profitto spietato.

Un chilogrammo di caffè in grani di qualità media costa al bar circa 15 euro.

Da quel singolo chilogrammo, il barista estrae circa 140 tazzine. Questo significa che la polvere di caffè dentro la tua tazzina costa esattamente 10 centesimi.

Aggiungendo lo zucchero, l'usura della macchina e la corrente, il costo vivo arriva a malapena a 15 centesimi.

Tu lo paghi 1 euro e 20 centesimi o 1 euro e 50 centesimi.

L'intero modello di business dei bar si regge sulla nostra totale inconsapevolezza dei costi reali e sulla nostra pigrizia, che ci spinge a pagare cifre altissime per liquidi caldi o freddi che potremmo prepararci da soli con una spesa ridicola.

ps.. azz >238.000 battute mensili su questo blog a 6 cents al colpo cad.. quasi quasi ci ripenso e accetto il passaggio della striscia pubblicitaria ma son sicuro che arriverà prima l'AE dell'assegno e quindi continuo col mio morto di fame (per chi segue gli altri sei rimasti in quanto ho chiuso o hanno chiuso quello acquistato dalla famiglia berluska, chiedo venia per i doppioni ma purtroppo devo garantirmi un archivio per la vecchiaia).. neh