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giovedì 22 ottobre 2026

Considero e concludo.

 

MILANO, ALTRO CHE DISAGIO GIOVANILE: SE SFONDI UNA VETRINA E TI PORTI VIA LE SCARPE, NON STAI FACENDO LA RIVOLUZIONE, STAI COMMETTENDO UN REATO. E LA SOCIETÀ PUÒ INTERROGARSI SULLE CAUSE QUANTO VUOLE, MA NON PUÒ TRASFORMARE OGNI DELINQUENZA IN UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA COLLETTIVA

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in una società che, davanti a ragazzi di dodici, quindici o vent’anni che sfondano vetrine, devastano negozi e portano via merce, sente immediatamente il bisogno di convocare sociologi, psicologi, pedagogisti e commentatori per spiegare che cosa si nasconda dietro quei comportamenti.

Interrogarsi sulle cause è legittimo, persino necessario.

Ma quando l’analisi delle cause diventa il modo per rinviare la valutazione delle responsabilità, il ragionamento si capovolge: il comportamento viene quasi oscurato dalla biografia di chi lo compie, la vittima scompare dietro il presunto disagio dell’autore e il reato finisce per essere raccontato come un sintomo, anziché come un atto che produce conseguenze concrete.

Completo i precedenti post con questo di 1.800 parole e 12.000 circa caratteri e poi tornerò con quelli affini al parrucchino pannolinato e per quanto sopra mi riferisco ai fatti accaduti a Milano, durante il fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026 dove gruppi di giovanissimi ( il più giovane che è stato fermato dai poliziotti, era una mezza sega da 130cm e 11 anni di vita) hanno danneggiato vetrine, saccheggiato esercizi commerciali e aggredito il contesto urbano con una violenza che ha costretto numerosi negozi a chiudere per timore di nuove incursioni.

Le prime stime hanno indicato danni superiori al milione di euro circa due miliardi vecchie lire per i nostalgici, senza contare interamente gli incassi perduti e le ripercussioni sulle attività commerciali.

Non siamo davanti a una bravata scolastica, a una ragazzata finita male o a una semplice manifestazione d'incazzagione.

Quando si sfonda una vetrina per entrare in un negozio e castigare merce, il confine tra protesta e criminalità non è ambiguo: è stato oltrepassato cazzo.

La domanda, allora, è elementare: è normale che ragazzi così giovani partecipino a saccheggi organizzati, distruggano beni altrui e si comportino come se prendere ciò che appartiene agli altri fosse un gioco collettivo?

Oggi ho rilevato almeno 20 inserzioni da denuncia e non ci vuole una cima per cuccarli.. ma che razza di tecnici informatici abbiamo nell'escopost? 

No, non è normale nel senso di socialmente accettabile, e non deve diventarlo per assuefazione.

Ma occorre anche essere precisi: non tutti i giovani presenti in piazza hanno partecipato ai saccheggi, non tutti i fermati tipo l'undicenne di cui sopra che nomineranno l'eroe di classe, sono necessariamente responsabili degli stessi fatti e non ogni persona coinvolta appartiene a una banda organizzata.

Le responsabilità devono essere accertate individualmente e con la buona volontà li possiamo sgamare sti coglioni.

Proprio perché i comportamenti sono gravi, non possiamo sostituire le prove con le impressioni né trasformare una generazione intera in un’imputata collettiva.

Il rigore comincia dalla distinzione fra chi manifesta pacificamente, chi assiste, chi filma e chi distrugge o ruba.

Ma questa necessaria precisione non deve diventare un alibi per minimizzare ciò che è accaduto.

C’è poi un particolare che merita attenzione: il ruolo dei social network.

Le immagini degli scontri le ho viste online e, secondo le ricostruzioni giornalistiche, alcuni giovanissimi avrebbero raggiunto il centro anche dopo aver visto su TikTok i video dei disordini. 

Questo non significa che TikTok abbia sfondato materialmente le vetrine al posto loro.

La responsabilità dell’azione appartiene a chi la compie.

Sostenere che i social non abbiano alcuna rilevanza è altrettanto semplicistico: una piattaforma può diffondere un appuntamento, amplificare il richiamo della violenza, trasformare un saccheggio in uno spettacolo e offrire visibilità a chi cerca riconoscimento attraverso la distruzione ed è questa visibilità che i ragazzi cercano, se non ci fosse le azioni cascherebbero nel vuoto cosmico della loro coglionaggine.

La tecnologia non cancella la responsabilità individuale; può però modificare le condizioni in cui un comportamento si propaga.

È una differenza fondamentale.

Il martello non decide di rompere una vetrina, ma questo non significa che sia inutile capire come venga utilizzato e perché un gruppo di persone si ritrovi nello stesso luogo con lo stesso obiettivo.

La questione della rivendita online della merce rubata richiede una cautela ulteriore.

È legittimo domandarsi se dietro alcuni saccheggi esistano finalità di lucro e se i beni sottratti possano alimentare circuiti di rivendita.

Ma non basta vedere un paio di scarpe sparire da un negozio per affermare che ogni oggetto sia stato rubato con l’intenzione di rivenderlo su Internet.

Servono riscontri investigativi: annunci, transazioni, messaggi, contatti e altri elementi che consentano di ricostruire eventuali canali di ricettazione.

Questi circuiti esistono cazzo e vanno colpiti con la stessa determinazione riservata agli autori materiali dei furti.

Chi rompe la vetrina e chi acquista consapevolmente merce rubata possono svolgere ruoli differenti nella stessa filiera criminale.

Ma è proprio la serietà dell’accusa a imporre che venga dimostrata, non semplicemente presunta.

Quanto alla risposta dello Stato, non c’è bisogno di inventare ogni volta una nuova emergenza legislativa per dimostrare che le istituzioni sono in grado di agire.

Esistono già norme contro il furto, il danneggiamento, la resistenza e, quando ne ricorrono gli elementi, la devastazione e il saccheggio. 

Le contestazioni formulate dagli inquirenti a Milano devono essere verificate nei singoli procedimenti, ma il quadro normativo non parte da zero.

Polizia e carabinieri devono poter intervenire efficacemente, identificare i responsabili, raccogliere prove e impedire che le incursioni si ripetano e qui siamo nel campo dei membri amari Italici, provate a fare le stesse cose nell'Islam.

La magistratura deve applicare le norme pertinenti, valutare le condotte individuali e motivare le decisioni e non in tempi biblici.

E la certezza della risposta giudiziaria deve essere reale, non soltanto evocata nei comunicati politici dopo che le vetrine sono già state riparate.

Questo non significa invocare una repressione indiscriminata. 

Significa chiedere interventi efficaci, proporzionati e fondati sulla legge.

Quando gli autori sono minorenni, la risposta deve tenere conto dell’età, della capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e delle regole specifiche della giustizia minorile.

Un dodicenne non può essere trattato automaticamente come un ventunenne; allo stesso tempo, la giovane età non trasforma un atto distruttivo in un comportamento privo di conseguenze.

La responsabilità penale in Italia dipende anche dall’età: sotto i quattordici anni non si è imputabili, mentre tra i quattordici e i diciotto anni l’imputabilità richiede l’accertamento della capacità di intendere e di volere e si applica il regime previsto per i minorenni. Sono distinzioni giuridiche essenziali, non concessioni morali.

E proprio per questo servono prevenzione, interventi educativi e responsabilità familiari, insieme a un sistema giudiziario che non lasci intendere che tutto finirà necessariamente in nulla.

La famiglia, naturalmente, non può essere chiamata in causa soltanto quando occorre trovare un colpevole aggiuntivo.

Non esiste un rapporto automatico fra il comportamento di un figlio e la responsabilità dei genitori: anche questa va valutata sulla base delle circostanze e delle norme applicabili.

Ma l’educazione al rispetto delle regole non nasce il giorno in cui arriva una pattuglia e questo un buon padre di famiglia lo dovrebbe sapere.

Si costruisce prima, attraverso limiti chiari, esempi coerenti e la capacità degli adulti di spiegare che la libertà non consiste nel fare qualsiasi cosa senza pagare alcun prezzo.

Se un ragazzo impara che la forza del gruppo lo protegge, che la distruzione gli procura notorietà e che il danno ricade sempre su qualcun altro, il problema non riguarda soltanto il codice penale. 

Riguarda anche l’ambiente sociale nel quale quel comportamento viene premiato, tollerato o trasformato in una posa da esibire.

Ed è qui che le analisi sociologiche possono essere utili, purché non vengano impiegate come un certificato di assoluzione preventiva. 

Studiare la dinamica del gruppo, il bisogno di appartenenza, l’influenza dei social, il rapporto con la scuola e la percezione delle istituzioni può aiutare a prevenire altri episodi.

Ma spiegare perché un comportamento si verifica non equivale a giustificarlo.

Se un adolescente partecipa a un saccheggio perché vuole sentirsi parte del gruppo, questa spiegazione può orientare la prevenzione; non restituisce automaticamente al commerciante la merce sottratta né ripara la vetrina distrutta.

La comprensione delle cause e l’accertamento delle responsabilità sono due compiti diversi, che devono procedere insieme.

Chi li mette in contrapposizione finisce per scegliere fra due metà insufficienti del problema.

C’è anche una questione di rispetto verso chi lavora.

Il negoziante che trova la vetrina sfondata non è una figura astratta del capitalismo, né un bersaglio simbolico sul quale scaricare ogni frustrazione sociale.

È una persona che deve fare i conti con la merce perduta, i danni, le assicurazioni, le spese di riparazione e l’incertezza di poter riaprire il giorno successivo.

Anche quando un esercizio appartiene a una grande catena, il saccheggio non diventa un gesto politicamente innocuo: coinvolge dipendenti, fornitori, lavoratori della sicurezza e cittadini che frequentano il quartiere.

La proprietà privata non è un principio assoluto sottratto a ogni critica, ma neppure un diritto che possa essere sospeso a piacimento da chi decide di trasformare una strada in un’arena.

La protesta sociale, quando è autentica, deve poter esprimere rabbia, contestazione e dissenso senza essere confusa con la devastazione.

Se una manifestazione denuncia il costo della vita o l’insufficienza dei servizi pubblici, quei temi possono essere discussi e le responsabilità politiche possono essere contestate.

Ma chi rompe vetrine e saccheggia negozi non dimostra la fondatezza delle rivendicazioni: le compromette, sposta l’attenzione dalle questioni sollevate alla violenza commessa e consegna ai propri avversari l’argomento più facile per screditare l’intera protesta.

Non esiste alcun automatismo per cui una causa sociale, anche legittima, renda accettabili tutti i mezzi impiegati in suo nome.

La priorità, adesso, è impedire che la città si abitui.

Occorrono indagini accurate, identificazioni fondate su prove, interventi mirati nei luoghi e nei momenti a rischio, collaborazione fra le forze dell’ordine e gli esercenti e un monitoraggio delle eventuali convocazioni online che resti entro i limiti della legge. Occorre anche che le piattaforme collaborino, secondo le procedure previste, quando i contenuti sono pertinenti alle indagini o vengono utilizzati per organizzare condotte illegali.

E serve un lavoro di prevenzione che non si esaurisca nel giorno successivo agli scontri: scuola, famiglie, servizi territoriali e istituzioni devono poter intervenire prima che la ricerca di visibilità si trasformi in un assalto collettivo.

Non bisogna scegliere fra legalità e comprensione sociale, perché una politica seria ha bisogno di entrambe. 

La legalità stabilisce i confini e protegge le persone; la prevenzione cerca di evitare che quei confini vengano superati. 

La prima senza la seconda rischia di arrivare sempre dopo il danno; la seconda senza la prima rischia di diventare una sequenza infinita di spiegazioni senza conseguenze. 

Milano ha bisogno di uno Stato capace di prevenire, intervenire e accertare le responsabilità, non di una gara a chi pronuncia la frase più dura né di un concorso a chi trova la spiegazione sociologica più indulgente.

La domanda iniziale, quindi, merita una risposta netta.

No, non dobbiamo considerare normale che ragazzi giovanissimi sfascino negozi e rubino merce.

Dobbiamo considerare normale, invece, che una società adulta si interroghi sulle cause, protegga le vittime, distingua i comportamenti, rispetti le garanzie e applichi le leggi.

La responsabilità individuale non è incompatibile con l’analisi del contesto: è il punto da cui partire per non confondere la comprensione con l’impunità.

Perché una città civile non si misura soltanto dalla capacità di spiegare chi distrugge, ma anche da quella di impedire che la distruzione diventi uno spettacolo, un’abitudine o una forma di prestigio fra coetanei.

E adesso concludo con sti fatti perpetrati da ragazzini e certamente se esistono anarchici black block boomer come quello della foto che cazzo vogliamo pretendere?



Penicillina.


NOI CHE CI MEDICAVAMO LE GINOCCHIA CON LA PENICILLINA IN POLVERE E SOPRAVVIVEVAMO PER RACCONTARLO.

Noi che da bambini avevamo sempre un ginocchio sbucciato, un gomito spellato e almeno un livido di cui non ricordavamo più l'origine. 

Non perché fossimo particolarmente sfortunati, ma perché passavamo più tempo per terra che in piedi. Biciclette senza casco, corse disperate, partite di pallone su campi che oggi farebbero intervenire contemporaneamente l’ASL, i vigili del fuoco, un’équipe di traumatologia e gli inviati della "vita in diretta". 

E noi ci rialzavamo, ci davamo una spolverata ai pantaloni e ripartivamo. 

Il dolore era un inconveniente, mica una ragione per interrompere una partita!

Poi arrivava la mamma, guardava quel ginocchio sanguinante e pronunciava la sentenza: «Aspetta che ti medico!».

Apriti cielo.

Compariva il cotone, magari un po’ di disinfettante, e poi lei: la mitica penicillina in polvere. 

Quella che sembrava farina magica, ma che veniva trattata con la solennità riservata alle grandi scoperte della medicina. 

Una spolverata sulla ferita e via, pronti per tornare alla vita avventurosa di tutti i giorni.

Naturalmente, prima bisognava superare il controllo materno. 

Se provavi a dire che bruciava, ti guardavano come se avessi appena confessato di non essere abbastanza uomo per affrontare una semplice sbucciatura. 

«Ma dai, non rompere le palle, pirla!». 

E tu stringevi i denti, perché piangere davanti agli amici era già grave; piangere davanti alla mamma significava rischiare pure la predica e il divieto di fare certi giochi.

Le ginocchia, poi, erano un'opera d'arte contemporanea: croste nere, graffi rossi, cerotti storti e qualche cicatrice che sembrava la mappa di una spedizione in Amazzonia. 

Le nostre madri avrebbero potuto aprire un ambulatorio in cucina. 

Bastavano una scatola di garze, una bottiglietta di disinfettante e una fiducia incrollabile nelle proprie capacità infermieristiche e non parliamo dell'orrenda scatola di alluminio che conteneva una siringa per cavalli con l'ago storto in ottone..

Per le ferite.. guai a togliere la crosta! 

Era una regola fondamentale, anche se ogni tanto la si staccava di nascosto, soltanto per scoprire che la ferita ricominciava a sanguinare. 

A quel punto si ripartiva da capo: disinfettante, polvere, rimprovero e raccomandazione finale.

«E stavolta stai attento pistola!».

Certo, mamma. 

Da domani niente corse, niente biciclette, niente partite, niente alberi da scalare. Magari mi iscrivo direttamente a un corso di ricamo o vado a far parte del coro delle voci bianche (mi avevano già scartato per via della mia voce rauca).

Durava circa sette minuti l'operazione, il tempo per mangiare una michetta col salamino. 

Poi qualcuno dal basso gridava «Chi viene a giocare?» e noi eravamo già fuori, con la medicazione ancora fresca e la dignità di un reduce di guerra.

Naturalmente, oggi sappiamo che la penicillina è un antibiotico, non una polvere universale da versare su qualsiasi graffio. 

Gli antibiotici vanno usati soltanto quando indicati da un professionista sanitario: non sono cosmetici per ginocchia maltrattate e non tutte le ferite hanno bisogno di loro. 

Ma allora, nella nostra memoria, quella polverina aveva quasi il potere di un incantesimo.

Non era soltanto una medicina: era il biglietto di ritorno al gioco con relativa esibizione della ferita alla ragazzina del quarto piano, quella con le trecce bionde e un dente mancante.

E pensare che oggi basta una piccola sbucciatura per mobilitare una commissione familiare, tre cerotti colorati, una telefonata e una ricerca su Internet per interpellare l'AI. 

Noi, invece, avevamo la mamma, il ginocchio sbucciato e una fiducia assoluta nella capacità del corpo di rimettersi in piedi.

Non eravamo indistruttibili. 

Eravamo bambini, e i bambini di allora avevano un talento particolare: trasformare ogni caduta in una storia da raccontare e ogni ferita in una medaglia conquistata sul campo.

Le ginocchia guarivano, i pantaloni si rattoppavano e si ricominciava.

Perché noi non avevamo paura di sporcarci, ci sporcavamo e basta. 

Avevamo paura soltanto di sentirci dire che era ora di rientrare.

E la penicillina in polvere? Quella restava lì, nella scatola dei medicinali, pronta per la prossima battaglia.

Che, conoscendoci, non avrebbe tardato ad arrivare.


mercoledì 21 ottobre 2026

Scala priorità.

 

Il post d'ieri va di pari passo a quello odierno in quanto c’è un’Italia che ruba nei negozi, si filma mentre trasforma una protesta in un palcoscenico e scambia la ribellione per una comparsata sui social. 

E ce n’è un’altra che guarda il prezzo del gasolio, fa i conti con le bollette e si domanda come cazzo arrivare alla fine del mese senza dover chiedere un prestito per continuare a lavorare.

La prima produce immagini da mettere nei social.

La seconda produce ricchezza.

Indovinate quale delle due riesce a occupare più spazio nel circo mediatico.

Il contrasto è brutale.

Da una parte, i maranzelli che scambiano il negozio altrui per un bancomat senza codice..


mentre il telefonino immortala ogni bravata nella speranza di raccogliere qualche briciola di notorietà.

Dall’altra, agricoltori, camionisti e pescatori che si ritrovano schiacciati da costi crescenti, margini sempre più risicati e un mercato nel quale il prezzo di ciò che vendono non dipende dalla fatica che hanno sostenuto per produrlo.

Per i primi, la trasgressione diventa contenuto.

Per i secondi, il lavoro rischia di diventare una condanna economica.

E poi puttana eva (chiedo scusa alla puttana) ci sta la pseudocantante che si riprende in mezzo agli scontri per promuovere la propria canzoncina.


Ma cazzarola il conflitto, anziché essere una questione da comprendere, diventa uno sfondo scenografico; la tensione altrui, una comparsa gratuita nel videoclip personale, ma vfc.

Non serve nemmeno domandarsi se la trovata sia geniale o patetica: basta osservare il meccanismo.

Nell'economia dell'attenzione, anche il disordine può diventare pubblicità.

Purché la telecamera sia accesa e qualcuno, da qualche parte, clicchi.

Il punto non è invocare un passato immaginario nel quale tutti erano educati, laboriosi e rispettosi delle istituzioni.

Quel passato non è mai esistito.

Il punto è capire quale gerarchia di importanza stiamo costruendo quando la bravata di un adolescente diventa un caso nazionale, mentre la difficoltà di un'intera categoria produttiva rischia di restare confinata in qualche servizio frettoloso o in una manciata di notizie locali.

Il furto è un furto.

La devastazione è devastazione.

Una protesta, invece, va giudicata per le sue ragioni, le sue rivendicazioni e i suoi metodi.

Confondere deliberatamente queste categorie significa fare un favore tanto ai vandali quanto a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di ordine pubblico.

Ma c'è una differenza sostanziale: chi ruba per esibire la propria impunità non sta necessariamente contestando un sistema; chi protesta perché non riesce più a sostenere i costi della propria attività può avere una ragione economica concreta, verificabile, perfino drammatica.

Naturalmente, la disperazione non assolve automaticamente nessuno.

Un trattore non diventa uno strumento di verità soltanto perché appartiene a un agricoltore in difficoltà, così come una telecamera non trasforma un vandalo in un rivoluzionario.

Le ragioni vanno esaminate, le responsabilità accertate.

È proprio questa distinzione, però, che una parte del dibattito pubblico sembra incapace di sostenere: preferisce le immagini facili, i personaggi caricaturali e le polemiche che si consumano in ventiquattr'ore.

La protesta degli agricoltori, quando emerge, racconta qualcosa che non si risolve con una battuta.


Un'impresa agricola deve affrontare carburante, energia, macchinari, fertilizzanti, manutenzione e manodopera.

Deve poi vendere i propri prodotti in un mercato nel quale il prezzo riconosciuto al produttore può lasciare una quota minima del valore finale.

Tra chi coltiva la terra e chi vende il prodotto sugli scaffali si apre una distanza che non è soltanto commerciale: è una distanza di potere contrattuale.

Il contadino può lavorare dodici ore e trovarsi comunque in perdita. 

Non può decidere da solo il prezzo del gasolio, non controlla le oscillazioni dei mercati internazionali e non stabilisce le condizioni imposte dai grandi acquirenti.

Se il raccolto va male, il rischio è suo; 

se i costi aumentano, il rischio è suo; 

se il prezzo riconosciuto non copre le spese, il rischio è ancora suo.

Il sistema gli lascia la responsabilità dell'impresa e gli sottrae una parte crescente del controllo economico.

Poi gli si chiede di essere competitivo.

Con che cazzo di margine?

Con che minchia di strumenti?

E soprattutto: competitivo con chi, se deve confrontarsi con prodotti provenienti da filiere che possono avere costi di produzione e vincoli differenti?

Non basta evocare genericamente la concorrenza per dimostrare che il mercato funzioni bene.

Un mercato nel quale il produttore non riesce a coprire i costi non è necessariamente un mercato efficiente; può essere semplicemente un mercato che trasferisce il rischio verso chi ha meno potere per difendersi.

Lo stesso vale, con differenze importanti, per gli autotrasportatori e i pescatori, anche quelli di Casalcoso che in questo anno li ho visti uscire solo tre volte nei tre mesi che ho fatto di vacanza.

I primi dipendono dal carburante, dai pedaggi, dai tempi di consegna e dalla forza contrattuale dei committenti.

I secondi devono sostenere i costi delle uscite in mare, rispettare vincoli normativi e affrontare l'incertezza delle catture e dei prezzi. 

Non sono categorie identiche, né ogni loro rivendicazione è automaticamente fondata.

Ma quando gruppi diversi denunciano simultaneamente l'insostenibilità dei costi, la domanda politica non può limitarsi a stabilire chi disturbi maggiormente la circolazione o chi produca il filmato più virale.

La domanda è se il sistema economico consenta ancora a chi lavora di vivere del proprio lavoro.

Ed eccoci al ceto medio.

Quello che non possiede abbastanza patrimonio per assorbire qualsiasi emergenza, ma guadagna troppo per essere considerato indigente quando si distribuiscono gli aiuti.

Quello che paga le imposte, mantiene la famiglia, sostiene le spese dell'abitazione e scopre che ogni aumento, preso singolarmente, sembra sopportabile, mentre la somma di tutti gli aumenti diventa una seconda imposta senza nome.

Quando anche una spesa imprevista costringe a rinviare un pagamento o a ricorrere al credito, non siamo più soltanto nel territorio delle rinunce ai consumi superflui.

Siamo nel territorio della fragilità finanziaria.

E la differenza è enorme: rinunciare a una vacanza è una scelta; indebitarsi per sostenere spese ordinarie è un segnale d'allarme.

La notizia di circolari rivolte ai docenti con indicazioni su come chiedere prestiti merita, perciò, una verifica precisa: chi le ha inviate, a quali insegnanti, in quale contesto e con quale finalità? Un'iniziativa di educazione finanziaria non equivale necessariamente a un invito a indebitarsi.

Ma se il ricorso al credito viene presentato come una risposta ordinaria alle difficoltà economiche dei lavoratori, la questione politica diventa inevitabile.

Perché un insegnante dovrebbe aver bisogno di istruzioni per indebitarsi, quando dovrebbe poter contare su uno stipendio che gli consenta di vivere con dignità?

Il prestito non crea ricchezza.

Anticipa denaro e trasferisce una parte del reddito futuro a chi lo concede.

Può essere uno strumento utile in circostanze determinate; diventa una trappola quando serve a coprire sistematicamente la distanza fra entrate insufficienti e spese necessarie.

La finanza personale può insegnare a gestire meglio le risorse, ma nessun corso di gestione del bilancio domestico può trasformare uno stipendio insufficiente in uno stipendio adeguato.

Qui la politica dovrebbe smettere di recitare.

Non bastano le fotografie nei campi, le visite ai mercati, le dichiarazioni di solidarietà e i comunicati nei quali ogni problema viene riconosciuto con grande solennità e affrontato con una promessa al futuro.

Servono misure verificabili, tempi definiti e risultati misurabili: condizioni che permettano alle imprese di sopravvivere, salari capaci di reggere il costo della vita, controlli sulla concorrenza e interventi che non si limitino a distribuire denaro senza correggere le distorsioni che alimentano la crisi.

E servono giornalisti disposti a distinguere fra la notizia che fa rumore e quella che conta.

Il numero di visualizzazioni non misura la gravità di un problema.

La quantità di indignazione prodotta da un filmato non determina la rilevanza sociale di un fenomeno.

Un ragazzo che si riprende mentre commette una cazzata può diventare il volto della giornata; un agricoltore che non riesce a pagare il carburante può rappresentare una questione strutturale. 

Non c'è contraddizione nel raccontare entrambi.

La contraddizione nasce quando il primo divora sistematicamente il secondo.

Sui social, molti cittadini sembrano capaci di distinguere le due cose: condannano i vandalismi e manifestano solidarietà verso chi lavora e protesta.

È un segnale interessante, non la prova che l'intero Paese abbia maturato una coscienza comune.

I commenti non sono un'indagine demoscopica e la visibilità di una protesta non coincide con il suo sostegno effettivo.

Ma quella reazione suggerisce che una parte del pubblico non si accontenta della gerarchia delle notizie stabilita dall'indignazione del momento.

Il vero scandalo, dunque, non è che un adolescente cerchi notorietà né che qualcuno tenti di sfruttare una protesta per farsi pubblicità. 

È che una società possa arrivare a considerare normale il contrasto fra l'esibizione di chi non produce un cazzo e l'affanno di chi produce beni essenziali.

È che la povertà di tempo, di denaro e di prospettive di chi lavora venga trattata come una questione amministrativa, mentre ogni gesto plateale diventa un'occasione per alimentare il frastuono.

Un Paese non si giudica soltanto da ciò che mostra, ma da ciò che riesce ad ignorare.

E quando chi coltiva la terra non sa se potrà permettersi il gasolio per lavorarla, mentre chi vive di provocazioni trova sempre una telecamera pronta a riprenderlo, il problema non è soltanto la maleducazione dei singoli.

È la scala delle priorità collettive. 

E se sto sciopero dei camionisti sembra solo una rottura di coglioni su chi si sta spostando in strada allego alcune foto di supermercati del Sud ricordando che siamo solo al 21 del mese e sino al 27 ci saranno blocchi. 

Quindi anche noi nordisti avremo difficoltà a reperire il mangime.. e mi fermo qui altrimenti ha ragione la Lella a dire che i post son troppo lunghi.../1.600 parole e 10.598 caratteri azz.. e date uno sguardo a sti scaffali e perdonatemi la lunghezza del post ma devo scaricarmi in qualche modo no?



Lidl

Conad




Siamo dei falliti.



«Se c'è la situa io vado e spacco. Alla fine è roba gratis».

Ecco il manifesto politico più sincero di certe devastazioni milanesi: nessuna rivendicazione, nessuna idea, nessuna battaglia sociale.

La possibilità di rompere, arraffare e andarsene con la merce sotto il braccio.

Il tutto, ovviamente, in compagnia, perché la vigliaccheria individuale acquista coraggio quando può nascondersi dentro una folla.

A volte bastano poche parole per mandare in frantumi un'intera impalcatura retorica.

«Oggi faccio gli anni, non ho mai avuto un compleanno così bello».. avrebbe esultato uno dei ragazzi mentre veniva assaltato un supermercato Carrefour.

Sta frase detta ad un cronista evince che non siamo davanti a una sottile elaborazione del conflitto sociale.

Siamo davanti a qualche pirla che associa la propria festa alla possibilità di saccheggiare un negozio.

Il compleanno, evidentemente, comprendeva anche il diritto di presentare il conto a chi lavora, paga le tasse e tiene aperta un'attività.

Il problema non è soltanto ciò che è stato rubato.

È la naturalezza con cui il furto viene raccontato come un'occasione da non perdere.

La merce diventa gratuita perché qualcun altro ne sosterrà il costo; la distruzione diventa divertente perché qualcun altro dovrà ripulire; la paura diventa irrilevante perché a provarla saranno commercianti, dipendenti e passanti.

In questa contabilità morale da quattro soldi, l'unico valore riconosciuto è il vantaggio immediato di chi ruba.

Secondo la cronaca citata, nei due giorni di disordini sarebbero state fermate 270 persone, circa l'80 per cento delle quali minorenni.

Il dato richiede precisione: essere fermati non significa essere condannati, e la percentuale dei minori non dimostra che tutti abbiano partecipato ai saccheggi.

Ma se la ricostruzione trova conferma, la presenza di ragazzi giovanissimi pone una questione che non può essere liquidata con la solita formula sull'emergenza educativa, pronunciata da adulti che poi tornano comodamente a farsi i cazzi loro.

A dodici anni si può non essere penalmente imputabili secondo la legge italiana.

Questo, però, non significa che un atto distruttivo diventi inesistente, che il danno scompaia o che la società debba limitarsi a constatare l'accaduto con l'espressione contrita di chi ha perso le chiavi di casa.

L'assenza di responsabilità penale non equivale all'assenza di ogni responsabilità: entrano in gioco la tutela del minore, gli interventi educativi e, secondo le circostanze, le eventuali responsabilità civili previste dall'ordinamento.

La distinzione conta perché la risposta non può consistere né nell'impunità automatica né nella vendetta contro ragazzi di cui non siano state accertate le condotte.

Una società seria protegge i diritti, individua i responsabili e applica le conseguenze previste dalla legge quindi se penalmente non puoi perseguire sui dodicenni...fallo coi genitori cazzo,  saranno poi i genitori a prendere a cinghiate sti figli bastardi.

Non confonde la giustizia con la rabbia, ma nemmeno scambia la minore età per un lasciapassare universale.

C'è poi un'altra favola da mettere alla prova: quella secondo cui ogni devastazione compiuta da giovani debba essere necessariamente interpretata come protesta, ma se non sanno nemmeno per che minchia protestano..protestare significa contestare qualcosa, rivolgersi a un potere, avanzare una richiesta, cercare di modificare una decisione. Saccheggiare un supermercato per portarsi via vestiti, cibo e alcol è un'altra attività che chiamo con un nome diverso.

Può accadere durante una manifestazione, può sfruttarne il caos, può perfino essere giustificato a posteriori con un lessico politico. 

Ma il contesto non trasforma automaticamente il furto in dissenso.

Se qualcuno grida contro le disuguaglianze e poi devasta il negozio di una persona che non ha alcun potere sulle decisioni contestate, bisogna almeno domandarsi quale sia il rapporto fra il bersaglio scelto e la rivendicazione proclamata.

Se non esiste, la parola «protesta» rischia di funzionare da copertura linguistica per una condotta che ha tutt'altro obiettivo.

Naturalmente, non ogni ragazzo coinvolto in disordini è mosso dalle stesse ragioni.

Possono esserci rabbia, emulazione, desiderio di appartenenza, opportunismo, ricerca di visibilità o semplice eccitazione collettiva. 

Le motivazioni individuali non si deducono da una fotografia della folla.

Ma quando un partecipante dichiara di essere lì perché la merce è gratis, quella dichiarazione merita di essere presa sul serio, senza trasformarla nella spiegazione universale di tutti gli altri.

La folla, del resto, esercita una forza antica: riduce la percezione del rischio, distribuisce la responsabilità e rende più facile fare ciò che da soli molti non oserebbero fare.

Il singolo si sente protetto dall'anonimato, imita chi gli sta accanto e scambia l'impunità momentanea per una specie di diritto.

Il negozio diventa un bersaglio, il commesso un ostacolo, la vetrina un invito, la tua macchina è un insulto perchè quella di suo padre è più piccola. 

Il confine fra spettatore e partecipante può assottigliarsi rapidamente quando il gruppo premia il gesto più aggressivo e deride chi si tira indietro.

È proprio per questo che la risposta delle istituzioni deve essere tempestiva, proporzionata e credibile.

La prevenzione non si improvvisa quando i primi scaffali sono già vuoti.

Servono identificazione dei responsabili, raccolta delle prove, protezione delle persone e dei beni, coordinamento fra forze dell'ordine e autorità giudiziaria. 

E, quando sono coinvolti minori, servono interventi capaci di distinguere fra chi ha commesso un illecito, chi ha assistito e chi è stato trascinato dagli eventi senza parteciparvi.

La repressione da sola non risolve ogni problema educativo.

Ma neppure l'educazione può essere invocata per rinviare indefinitamente ogni conseguenza.

Le due cose non si escludono: la prevenzione riduce il rischio, la responsabilità impedisce che il danno venga trattato come un gioco senza costi.

E i costi esistono.

Li paga chi trova la vetrina distrutta, chi perde una giornata di lavoro, chi deve ripristinare un locale, chi vede il proprio quartiere trasformato in un luogo da evitare.

Li pagano i cittadini che rispettano le regole e scoprono che, durante il caos, la loro macchina viene distrutta, la loro casa viene coperta di scritte.

C'è infine una domanda per gli adulti.

Non per assolvere i ragazzi, ma per smettere di fingere che siano comparsi dal nulla.

Quali modelli di successo, prestigio e potere vengono offerti a una generazione che può scambiare la visibilità per valore e la sopraffazione per coraggio?

Quale credibilità conserva un'autorità che annuncia conseguenze solenni e poi non riesce a renderle prevedibili?

E quale idea di libertà sopravvive quando il desiderio individuale viene considerato sufficiente a giustificare il danno altrui?

Non si tratta di rimpiangere un passato immaginario in cui tutti obbedivano e nessuno sbagliava.

Si tratta di stabilire una regola elementare: la libertà di ciascuno non comprende il diritto di trasformare la vita degli altri in un saccheggio.

Se un ragazzo festeggia il compleanno mentre porta via merce da un supermercato assaltato, il problema non è che abbia celebrato male.

È che ha confuso il privilegio momentaneo di prendere con il diritto di prendere, l'eccitazione con il coraggio e l'assenza di conseguenze immediate con l'assenza di responsabilità.

Se la merce rubata è gratis soltanto perché qualcun altro ne paga il prezzo, non siamo davanti a una protesta sociale. 

Siamo davanti a una società che deve decidere se chiamare le cose con il loro nome e considerare che siamo dei falliti se non riusciamo a stoppare questi fatti.

Botticelli a Prima vera.



Prendo una pausa informatica e datosi che qui il tempo e' diversamente bello (non come a Casalcoso dove il dr. Natalino si crogiola al sole), cerco di dare fondo alla mia Cul tura anche in arte disegnatoria descrivendovi uno dei dipinti piu' in vista del buon Sandrino Botticelli che dipinse una decina d'anni prima che Colombo Cristo Foro ebbe a scoprire le terre del parrucchino pannolinato.
A tuttoggi detto dipinto lo potrete lumare a Florence negli uffici della galleria e come ben vedete nella jpg di cui sopra, sto parlando della Primavera in netta simbiosi con la giornata diversamente serena odierna.

Donc.. l'opera è ambientata in un boschetto tipo quello vicino alla Cantina di Atessa e raffigura un' allegra brigata di ubriaconi in gita di Pasquetta.

Sull'estrema destra troviamo raffigurato un simpatico siparietto tra
Zefiro e la ninfa Cloris.. il primo, in preda ai fumi dell'alcool e allupato come un mandrillo afghano, sale su un albero e si lancia letteralmente verso la seconda (che nel frattempo masticava foglie di marijuana, si vede che le escono dalla bocca) nel tentativo di sodomizzarla.

Sull'estrema sinistra troviamo invece
Mercurio che, dimenticatosi la frutta a casa, sta scegliendo quali arance rubare dal frutteto del contadino... tale gesto viene notato dal guardiano, Cupido, (il non meglio identificato essere volante in alto al centro) che sta mirando il ladro per gambizzarlo.

Al centro campeggia
Venere, la quale indossa la tovaglia rossa usata durante il picnic.. questo perche' mentre la dea si era addormentata (notate la faccia assonnata tipo le mea quando mi alzo all'alba delle 10 e per fortuna domenica cambiamo orario e dormo un'ora in più), i tre loschi personaggi alla sua destra, le tre Grazie (Grazia, Graziella e Grazie al belino) le hanno venduto i vestiti e ora si stanno spartendo i guadagni (notate infatti che confabulano tra loro).
Venere non ha ancora capito bene che minchia e' successo, anche perche' la donna incinta alla sua destra, Flora, la sta assillando in quanto assalita da un'irrefrenabile voglia di ananas e mango, introvabili in un semplice aranceto.
Si mormora che Venere abbia in seguito imbracciato il fucile e ucciso tutti indistintamente, ma questa e' un'altra storia ed è tutta da verificare (tipo l'acquisto di mezza Sardegna effettuata grazie ai finanziamenti per acquisto armi che noi europei stiamo elargendo).

L'attenzione dell'artista e' focalizzata sulle specie vegetali accuratamente studiate... si mormora, ad esempio, che il pittore abbia provato a fumare tutte le specie vegetali presenti nel luogo dov'e' ambientata la scena e che in seguito a questo gli sia apparso Alberto Angela che l'ha guidato nel fantastico modo dei vegetali. 

Anche la scelta del colore e' tutt'altro che casuale.. il verde e' stato ottenuto spalmando diversi tipi di verdure andate a male sulla tela, cosi da ottenere il tipico colore marcio.

Un breve accenno, infine, alle centinaia di ipotesi riguardo il presunto significato della tela.. il Vittorio Umberto Antonio Maria dice che è la rappresentazione della ciclicita' universale della natura di neoplatonismo ecc...
Naaa ...perdonatemi la licenza di dire che è nulla di tutto questo, il fatto e' che il Botticelli aveva trovato il sistema per passare quattro anni nel Castello Mediceo e tingere mezzo metro di tela all'anno alto due spanne (precisamente sta tavola del 1482 è cm 207x319) non e' che ti fanno tirare la milza..
Stretta e' la foglia, larga e' la via, finisco sta cazzata e vado via e mi raccomando... un'ora indietro per domenica e se vi va di culo commenterò La nascita di Venere e magari anche La Primavera.
Non me ne voglia il Maestro Sgarbi a cui auguro una pronta guarigione se ho usurpato il suo posto come illustratore e per i personaggi mi sono avvalso dell'AI.
P.S per capire bene il mio scritto dovreste avere il quadro davanti a meno che siate dotati di buona memoria, altrimente dovrete andare su e giù nel post. 

sabato 17 ottobre 2026

Anniversario 52.

Allora.. bella la canzoncina del Diversi ma Uguali e ti dico brava per aver smanettato nel web e più che dir bella alla canzoncina e da considerare il tempo che hai dedicato e il pensiero di questi 52 anni che sono un capitolo forgiato con più di 18.000 giorni passati assieme.. il 52 è un numero che potremmo giocare al lotto e sono anche le settimane che esistono in un anno.. e il nome delle nozze non è come quelle d'oro, argento di diamante ma NOZZE DI TORMALINA.



Vabbè non saranno di diamante ma è sono sempre di pietra preziosa e sempre meglio di quelle prossime che saranno Nozze di Ciliegia (vebbè che costano care).

Ed ora mi tornerebbe facile riscrivere una canzoncina ma ti metto solo una foto.. guardala.

Metti una mano davanti e copri una metà dell foto e poi l'altra e vedrai Carlo a Sinistra e Lella a Destra, ora togli la mano e ci vedrai assieme.

Questa foto rappresenta quello che un certo Platone nel suo Simposio parlava di come nasceva il bisogno di amare attraverso il mito degli Androgini raccontato da Aristofane.

So che non ti piacciono gli scritti lunghi e quindi taglio dicendo che..

Si narra che in origine gli esseri umani non fossero come li conosciamo oggi.

Erano creature "doppie", rotonde e perfette, con quattro braccia, quattro gambe e due volti.

Erano così forti, e soprattutto così sintonizzati su sé stessi, da risultare invincibili, al punto da tentare di sfidare gli dèi.

Per ridurne la potenza senza però distruggerli, Zeus trovò una soluzione sottile: li tagliò esattamente a metà.

Come tu hai fatto con la mano...

È da quella ferita antica che nasce il nostro bisogno di amare.

Da quel momento, ogni metà ha iniziato a vagare nel mondo portando dentro di sé un senso di nostalgia sottile e incolmabile, con il desiderio disperato di ritrovare l'altra parte per sentirsi di nuovo intera.

(un poco la storia dell'altra metà della mela).

Il bisogno di amare, infatti, non nasce da una mancanza qualunque o dal semplice terrore di restare soli.

L'amore è piuttosto un riconoscimento di frequenza.

È la spinta irrefrenabile a trovare qualcuno capace di decifrare la nostra lingua madre — quella fatta di silenzi, spigoli e sfumature che al resto del mondo appaiono incomprensibili ma noi li capiamo.

Come scrive Platone, la nostra antica natura era questa ed eravamo interi: il desiderio e la ricerca dell'intero prende il nome di amore.

È la spinta a trovare un'anima di fronte alla quale poter finalmente togliere l'armatura e dire: eccomi, qui sono a casa e aspetto quelle di ciliegio, arancio, kiwi...

mercoledì 14 ottobre 2026

Bicicletta.

 



Allora cominciamo con la definizione matematica.. che cos’e’ una bicicletta.

Un triangolo e due circonferenze e definirla sessualmente ad una donna e’ semplice due circonferenze ed un triangolo e secondo voi perche’ si dice montare in bici?.
Pensateci bene, e’ uno dei mezzi piu’ economici che possiede l’uomo per percorrere lo spazio ad una velocita’ superiore a quella che otterrebbe correndo con le sue sole gambe.

Pero’ anche la bici ha bisogno di gambe, ma per far girare i pedali, per moltiplicare meccanicamente lo sforzo.

La meraviglia della bicicletta e’ che trasforma noi, esseri a tre dimensioni, in bipedi a due dimensioni.

La bicicletta, almeno dal punto di vista fisico, e’ una struttura
bidimensionale…non ha quasi spessore.

La terza dimensione e’ solo quella dei pedali e del manubrio, che e’ il vero punto in cui ci manifestiamo nello spazio (la sella invece, e’ qualcosa di ambiguo, come ha capito benissimo Picasso che l’ha trasformata, col manubrio in una testa di toro).

Ebbene, la cosa meravigliosa delle due ruote, e’ il fatto che noi a cavalcioni della bicicletta scivoliamo sulla pelle del mondo muovendoci tra cielo e terra.. l’aria e’ lo strumento che noi attraversiamo, mentre siamo tangenti alla terra mediante un sottile tubolare rigonfio, quasi una linea.

Negli ultimi anni, la bicicletta si e’ evoluta, tanto e’ vero che come per l’automobile, non esiste piu’ un solo modello..dall’avvento della mountain bike, vera novita’ che invase le nostre citta’ una ventina di
anni fa’..era l’equivalente della Jeep.

La bicicletta quindi ha cambiato forma e dimensione delle gomme della sella e dei componenti ma ha cambiato un modo di vita, siamo tornati su lei con criteri diversi.. prima era considerata un mezzo
di chi non poteva permettersi altro che lei, ora e’ un mezzo che serve per farci andare piu’ veloci, piu’ liberi e con desiderio di muovere questo corpo che ormai non e’ piu’ avvezzo a sforzi e per darci dentro ora anche i meno dotati o piu' pigri si avventurano in posti recondi con la pedalata assistita.

E vai bicicletta, siamo tornati uniti al tuo triangolo e alle tue due circonferenze (per i non competenti due quadrati).