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giovedì 16 aprile 2026

Tre stupratori di minori giustiziati lo stesso giorno.

 


La Cina comincia a piacermi sia per quanto riguarda l'Intelligenza Artificiale Deep.seek che è meno invasiva di ChatGpt, sia per i prodotti comprati nel web tipo Temu o Aliexpress sia come sta mettendo in guardia parrucchino e ora anche la tolleranza zero nei confronti dei reati contro i minori applicando la pena di morte a tre persone condannate in casi separati di abusi sui minori e non fanno come da noi che troviamo in libertà chi ha massacrato la famiglia dopo qualche anno di reclusione fittizia o che ha fatto a pezzi la fidanzata.

Rendendo pubbliche queste esecuzioni, le autorità intendono dimostrare la severità delle conseguenze legali per tali atti e offrire un senso di giustizia alle vittime e alle loro famiglie.

Il sistema giudiziario del Paese sostiene che la pena capitale per questi reati serva sia come misura punitiva sia come importante fattore di deterrenza.

Gli esperti legali osservano che il carattere pubblico di questi annunci è volto a rafforzare le norme sociali e la sicurezza collettiva per quanto riguarda la protezione dei minori.

Questi casi comportano spesso processi rigorosi di indagine e molteplici livelli di revisione giudiziaria prima della pronuncia della sentenza definitiva.

L’accento resta posto sul garantire che i reati più gravi siano puniti con la massima pena consentita dall’attuale legislazione nazionale.

Questa misura ha attirato notevole attenzione sull’uso continuato della pena di morte per i reati violenti in questo Paese.

Sebbene il dibattito internazionale sulla pena capitale continui, i funzionari sottolineano che la loro priorità è l’applicazione rigorosa delle leggi pensate per proteggere i membri più vulnerabili della comunità.

Questa presa di posizione pubblica fa parte di uno sforzo più ampio per rafforzare i meccanismi di protezione dell’infanzia.

Evidenzia un impegno del sistema giudiziario verso azioni rapide e decisive nei casi che sconvolgono l’opinione pubblica, assicurando che il sistema legale agisca come uno scudo fermo per le generazioni future e come detto all'inizio, sta Cina la sto riconsiderando e pensare che nel 1945 era un paese del Terzo Mondo, agricola, rurale, non aveva quasi nessuna industria, ed era impoverita.

Dal 1945 la Cina è diventata una delle più grandi economie del mondo.

Credo che abbiano raggiunto lo status di superpotenza negli anni '50, grazie a una popolazione e un'industria massiccia.

La Cina è cresciuta dall'apertura negli anni '70 al capitale straniero, fino a diventare una delle più grandi economie e delle più grandi forze armate del mondo ed ha un'influenza in tutto il mondo con la sua rete commerciale.

Quindi occhio che la Cina è vicina.

Ecco come in solo 20 anni è cambiata Shanghai..


.

E parrucchino..MUTO.

 




Mentre Trump minaccia di affondare le navi iraniane, la Cina ha appena risposto con tre messaggi che cambiano completamente gli equilibri.

Il presidente Xi Jinping ha dichiarato oggi che “il mondo non può tornare alla legge della giungla”. Pechino ha definito il blocco “pericoloso e irresponsabile”.

E il ministro della Difesa Dong Jun è stato il più diretto di tutti.

Dong Jun non ha lasciato spazio a interpretazioni: “Le nostre navi entrano ed escono dallo Stretto di Hormuz. Abbiamo accordi commerciali ed energetici con l’Iran. Li rispetteremo e ci aspettiamo che gli altri non interferiscano nei nostri affari. L’Iran controlla lo Stretto di Hormuz, ed è aperto per noi”.

In altre parole: la Cina non chiede il permesso a Washington per commerciare.

E non si tratta solo di parole.

Due superpetroliere statali cinesi hanno già attraversato lo stretto senza che la marina statunitense le toccasse. I pedaggi iraniani vengono pagati in yuan, non in dollari.

La Cina acquista l’80% del petrolio iraniano. Stanno costruendo un sistema finanziario parallelo che non ha bisogno degli Stati Uniti.

Trump dice che intercetterà “qualsiasi nave che abbia pagato pedaggi all’Iran”.

Ma il suo blocco ha un limite che non osa superare: le navi cinesi. Perché fermare una petroliera della seconda economia del mondo, con 841 navi da guerra contro 465 statunitensi, non è la stessa cosa che minacciare sui social.

Xi lo aveva detto chiaramente nel 2021 e ora lo ripete con i fatti: “Chiunque tenti di intimidirci si schianterà contro un muro d’acciaio forgiato da 1,4 miliardi di persone”.

Oggi quel muro naviga a Hormuz e nessuno osa fermarlo.

mercoledì 15 aprile 2026

Ma che minchia di situazione..

 

Sono settimane che parrucchino sta facendo casino in quel delle terre promesse e mi chiedo se ci è o lo fa.

Ma siamo sicuro che l'idiota sia così scemo?

Bahh. pensata da chi è in astinenza grappatoria.

No. Non è uno scemo.

Alla fine la storia credo di essere riuscito a ricostruirla, perlomeno un'ipotesi credibile di storia.

Parrucchino vuole il controllo sul petrolio iraniano come lo ha già ottenuto su quello venezuelano.

E controllo vuol dire trattare il petrolio in dollari e non in yuan cinesi come hanno da qualche tempo iniziato a fare sia uno che l'altro Paese.

Le economie occidentali sono in crisi?

Cazzo noi siamo in crisi, ma le esportazioni americane di petrolio sono aumentate nell'ultimo mese del 30%.

Un'enormità.

Serve il petrolio venezuelano?

Certo.

Parrucchino ne ha riacquisito il controllo e adesso non si vende più in in yuan (il 90% del petrolio venezuelano andava alla Cina) ma in dollari.

Te capì..testina.

Il blocco di Hormuz?

E' una scommessa.

Bisognerà vedere cosa minchia faranno i cinesi.

Una petroliera cinese è già uscita dal Golfo Persico, con la benedizione iraniana.

Bueno e Parrucchino la petroliera cinese Rich Starry è si passata da Hormuz ma l'ha bloccata nel golfo di Oman.

La marina USA le ha imposto di tornare indietro.

Le navi americane sono attualmente a 350 miglia, nel Mare Arabico (praticamente in aperto oceano).

E minaccia è di colpirla con un attacco aereo che partirebbe dalle basi degli emirati).

In precedenza erano passate la Bulk Carrier Christiana (Liberia) e la petroliera Elpis (Comoro) nelle prime due ore del blocco.

3 cacciatorpediniere USA classe burke del Carrie Strike Group 3 si stanno inoltrando nel golfo persico e sono vicino a Socotra. 

Ufficialmente per procedere allo sminamento (ma non ne hanno le caratteristiche).

Fanno parte della scorta della USS Abraham Lincoln (CVN-72) che ora incrocia a 600 miglia (100km) dalla costa iraniana. 

Di fatto inoperativa (i suoi aerei non possono operare a quella distanza).

La situazione è complessa ma non illogica... ragazzi parrucchino non è scemo e si sta giocando una partita rischiosa ma non illogica. 

Sta forzando la mano, la finanza pubblica americana ha disperato bisogno di mantenere il potere del dollaro negli scambi commerciali energetici e ciuffo ribelle sta cercando di garantirglielo.

La spiegazione è tutta qui.

Il petrolio deve continuare ad essere quotato in dollari, gli scambi si devono fare in dollari, solo così gli USA possono sopravvivere come grande potenza.

Con i russi ho la sensazione che si siano messi d'accordo sotto banco, gli hanno tolto le sanzioni sul petrolio, il prezzo del greggio è andato alle stelle, come era facile immaginare, e Mosca sta incassando soldi a camionate.

Per contro i russi hanno lanciato l'idea di trattare in dollari la quota di idrocarburi non destinata a Paesi Brics.

Non vi suona nessun campanellino nella testa?

Ma siamo scesi tutti con la piena? 

La cosa disturbante, è che in tutto questo l'Europa è assolutamente assente.

Silenzio assoluto.

Avete per caso sentito la Von Der Leyen di recente sull'argomento? 

Un cazzo..

Qualche dichiarazione di circostanza e nulla più.

A Bruxelles sono impegnati a calcolare la giusta lunghezza di un cetriolo vendibile sul mercato europeo; a dire che dobbiamo ristrutturare le nostre case (con roba cinese chiaramente) anche se non abbiamo i soldi per farlo; sono impegnati a trovare il modo di finanziare gli ucraini e a rimettere la dimensione minima delle vongole che si pescano a Casalcoso...

Ma di come minchia tutelare gli europei dalla tempesta che si sta profilando una sega di niente.

Che strazio.

Che fine ingloriosa per la nostra vecchia Europa.

Siamo morti.

Zombie.

E non ce ne stiamo rendendo conto e continiamo a guardare Canzonissima e il Grande fratello.

Si sta giocando una partita a livello mondiale e noi non siamo neanche seduti al tavolo di gioco.

Portiamo le bibite.

E se non portiamo le bibite Trump si incazza pure e manda affanculo il Papa e anche la Meloni, ma cmq grazie alla sua magnanimità, senza ombra di dubbio la perdonerà portandola sulla retta via.




Guerra Usa-Israele.Iran.

 


Siamo a metà aprile 2026 e possiamo fare un punto alla situazione di questa guerra Usa-Israele-Iran ma l'opinione diffusa sin dal secolo scorso è che gli Americani per affrontare una crisi economica devono scatenare una guerra da qualche parte nel vecchio continente quindi se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove.

Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua ad essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.

La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna.

In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense.

Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti.

All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership.

Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi.

Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.

Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz.

Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico.

Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione.

La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale.

Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.

Altro risultato negativo della guerra contro l’Iran è la destabilizzazione dell’area del Golfo Persico e degli stati arabi che vi si affacciano e che sono alleati degli Usa.

L’Iran non si è limitato a reagire colpendo Israele, ma sta colpendo anche le infrastrutture di questi paesi e le basi americane che ospitano.

Teoricamente gli stati arabi dell’area si affidano per la loro sicurezza agli Usa: nel 1974 fecero un accordo con gli Usa, assicurando questi ultimi che avrebbero venduto il petrolio in dollari in cambio della protezione delle Forze Armate statunitensi.

Accade, però, non solo che gli Usa non sono in grado di proteggerli, ma che, con l’attacco all’Iran, sono gli Usa stessi ad averli messi in pericolo.

A questo si aggiunge il fatto che la guerra ha approfondito la spaccatura tra gli Usa e la Ue e la Gran Bretagna, già prodottasi con la politica dei dazi, la minaccia prima di lasciare la Nato, se gli europei non avessero aumentato le spese militari fino al 5% del Pil, e poi di annettersi la Groenlandia.

I più stretti alleati europei degli Usa hanno rifiutato di partecipare alla guerra contro l’Iran e hanno preso le distanze dagli Usa molto più di quanto accadde durante la prima e la seconda guerra del Golfo dei Bush padre e figlio.

Da qui la ripresa delle minacce di Trump di uscire dalla Nato.

Infine, con l’attacco all’Iran, Trump si è messo in un cul de sac. Dopo un mese di bombardamenti dal cielo non ha ottenuto nulla, se non aver avvicinato il mondo alla recessione e aver attirato la distruzione sui paesi arabi del Golfo.

Ora, l’alternativa è ritirarsi oppure insistere, passando a un attacco con truppe di terra.

Nel primo caso l’Iran di fatto avrebbe vinto la sua guerra, semplicemente resistendo e non piegandosi.

Nel secondo caso Trump contraddirebbe definitivamente le promesse fatte al suo elettorato di non coinvolgere gli Usa in una nuova guerra e si esporrebbe a un conflitto sanguinoso per le sue truppe e dagli esiti fallimentari come quelli ottenuti dai suoi predecessori nei conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan.

Quindi, da tutto questo risulterebbe l’irrazionalità della guerra statunitense contro l’Iran.

Per questa ragione, molti hanno affermato che in realtà la spiegazione della decisione di Trump di attaccare starebbe nella subordinazione degli Usa a Israele e alla lobby ebraica interna agli Usa stessi, che puntano alla eliminazione dell’Iran.

In particolare, si ipotizza che Trump sia ricattato da Israele, che avrebbe documenti compromettenti legati alla vicenda di Epstein. Sinceramente non sappiamo se tali documenti esistano, ma riteniamo alquanto improbabile che un paese grande e potente come gli Usa possa essere manovrato da un paese piccolo e così dipendente dal suo aiuto come Israele.

Soprattutto, riteniamo che ci siano delle ragioni economiche e politiche molto più importanti, legate alla natura stessa degli Usa, cioè al loro carattere imperialista.

Piuttosto che rispolverare teorie quali l’esistenza di un complotto internazionale giudaico, sarebbe il caso di utilizzare gli strumenti della scienza economica e sociale.

Devono esistere delle ragioni interne che spingono gli Usa alla guerra e all’uso della forza, per il quale – è l’unica differenza rispetto al passato -, non si preoccupano più di trovare una giustificazione morale o ideologica, come la lotta contro il comunismo o contro il terrorismo e per l’esportazione della democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Le ragioni della tendenza statunitense alla guerra, al di là di chi sia il presidente in un certo momento, sono certamente complesse e variegate.

Per facilitare la comprensione di tali ragioni faremo riferimento a uno specifico indicatore economico, la posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese, Net International Investment Position (NIIP).

Tale prospetto statistico misura la differenza tra le attività (investimenti) e le passività (debiti) di un paese rispetto al resto del mondo.

Se prevalgono le attività si dirà che il paese in questione è un creditore netto, al contrario se prevalgono i debiti si dirà che è un debitore netto.

Per calcolare il NIIP si prendono in considerazione gli investimenti diretti esteri (Ide), cioè l’investimento a lungo termine in attività produttive con diritto di gestione, gli investimenti di portafoglio, cioè gli investimenti in azioni senza il controllo e la gestione delle aziende, e i derivati. La NIIP misura lo stock di questi investimenti sia in entrata che in uscita.

Ora, il punto è che la posizione netta degli Usa verso l’estero è abbondantemente negativa, vedendo la prevalenza dei debiti o passività nei confronti dell’estero rispetto alle attività o prestiti verso l’estero.

Questa situazione si è verificata la prima volta nel 1972 e si è affermata stabilmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.

La prevalenza dell’importazione di capitale sulla esportazione di capitale distingue l’imperialismo statunitense da quello britannico nel suo apogeo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, come rileva lo storico Niall Fergusoni.

Del resto, la prevalenza dell’esportazione di capitale su quella di merci era una delle caratteristiche dell’imperialismo, come fu teorizzato all’inizio del Novecento, da Hobson e Lenin.

Questo, però, non impedisce che gli Usa siano anche il maggiore esportatore di capitale del mondo.

Tuttavia, lo stock degli Ide verso l’estero delle multinazionali statunitensi, pur essendo largamente superiore a quello di qualsiasi altro paese, è inferiore a quello degli Ide verso gli Usa delle multinazionali straniere.

Importante è anche notare la prevalenza degli investimenti di portafoglio sugli investimenti totali dall’estero.

Si tratta, in questo caso, di investimenti nei mercati finanziari statunitensi, cioè nelle azioni di aziende quotate in borsa, che rimangono di proprietà statunitense.

È in questo modo, che le big tech statunitensi, come Apple, Microsoft, Oracle, Meta, Google, Amazon, ecc. ricavano gli immensi capitali, che gli sono necessari, ad esempio, per sviluppare l’intelligenza artificiale e incrementare i loro profitti.

Non è un caso, infatti, che, sebbene si tratti di una tendenza sorta da tempo e diventata stabile da una trentina di anni, la posizione negativa degli Usa si sia accentuata negli ultimi anni.

Nel 2020 la posizione era negativa per circa 12mila miliardi di dollari, nel 2025 lo è diventata per 27,6mila miliardi, cifra che risulta dalla differenza tra le attività, pari a circa 43mila miliardi, e le passività, pari a 70,5mila miliardi.

Questa situazione di indebitamento finanziario è aggravata dalla crescita del deficit anche nello scambio di beni e servizi con l’estero, che è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del 2025.

Il deficit commerciale riflette un eccesso di consumi rispetto alla produzione nazionale, che deve essere finanziato attraverso l’indebitamento verso l’estero o la vendita di attività nazionali a investitori nazionali, peggiorando la NIIP.

Da quanto detto si ricava che gli Usa sono il maggiore debitore mondiale e che per sostenere il loro debito si trovano nella necessità di finanziarlo continuamente attraverso il drenaggio di capitali dal resto del modo.

Questo finanziamento avviene, però, soltanto se i titoli di stato (treasury) e le azioni statunitensi sono attrattivi.

La domanda mondiale di treasury e azioni è garantita dal ruolo del dollaro come moneta di riserva, il che costituisce l’”esorbitante privilegio” che permette agli Usa di finanziarsi a tassi di interesse più bassi di quanto dovrebbero pagare in base al loro debito.

Infatti, le banche centrali di tutto il mondo, dal momento che hanno bisogno di riserve in dollari, acquistano titoli di stato statunitensi. Questo, però, accade solo se il dollaro è valuta di riserva mondiale, ed è tale solo se è valuta di scambio internazionale, e se, quindi, tutte le banche mondiali richiedono dollari affinché i loro clienti possano acquistare merci quotate in dollari sui mercati mondiali.

Per questa ragione gli scambi delle merci più importanti, come le materie prime energetiche (petrolio e gas), devono avvenire in dollari.

Non è un caso che gli Usa abbiano stipulato un trattato con l’Arabia Saudita e poi con gli altri paesi del Golfo persico nel 1974, quando gli Usa passarono dall’essere creditori a debitori netti, stabilendo che il petrolio fosse venduto in dollari in cambio della sicurezza garantita dalle Forze Armate statunitensi.

In questo modo, dagli anni ’70 nasce il “sistema del petrodollaro”, che sostiene il dollaro come valuta di transazione commerciale e quindi di riserva mondiale.

Ora, il sistema che garantisce agli Usa di finanziare il loro gigantesco debito sta mostrando delle crepe notevoli.

In primo luogo, il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre pagato in dollari, oggi per un 15-20% dei volumi è acquistato in yuan cinesi, rubli russi, e rupie indiane.

Inoltre, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aderito con la Cina e altri paesi a mBridge, una infrastruttura di pagamento al di fuori dal sistema del dollaro e dallo Swift, il sistema di pagamenti controllato dagli Usaiv.

In secondo luogo, molte banche centrali stanno liberandosi di treasury statunitensi.

I treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo erano a fine marzo 2025 pari a 2.933 miliardi di dollari ma ora sono scesi a 2.712 miliardi con una perdita in un solo anno di 221 miliardi.

Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012.

A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardivi.

Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.

Questi fenomeni, legati a una tendenza di lungo periodo connessa al declino dell’egemonia statunitense e all’ascesa della Cina, sono stati accentuati dalle politiche scelte recentemente dagli Usa.

In primo luogo, dalla decisione di usare il dollaro e la piattaforma di transazioni finanziarie Swift come strumenti di sanzione contro i paesi avversari, a partire dalla Russia.

Proprio per aggirare le sanzioni la Russia e l’Iran hanno venduto e vendono petrolio e gas a India e Cina in valute diverse dal dollaro, in rubli, rupie o yuan renmimbi.

Anche il congelamento degli investimenti russi all’estero in dollari ha scosso la fiducia nel dollaro da parte di molti governi e banche centrali, soprattutto del Sud globale.

In secondo luogo, la fuga dai Treasury è stata accentuata a partire dall’aprile del 2025 con l’introduzione di alti dazi sulle importazioni da parte dell’amministrazione Trump.

I dazi hanno minato il meccanismo che regge da tempo i rapporti tra gli Usa e molti paesi, compresi quelli del Sud globale.

In pratica, i paesi grandi esportatori, come la Cina, che realizzavano un importante surplus commerciale verso gli Usa, si impegnavano a reinvestire il loro surplus in treasury.

In questo modo, gli Usa ottenevano due piccioni con una fava: semplicemente stampando dollaro finanziavano il loro deficit sia commerciale sia statale.

Quindi, l’aumento dei dazi, riducendo le importazioni e innescando rappresaglie, in particolare da parte della Cina, ha contribuito a far calare le riserve in treasury.

La guerra potrebbe aver accentuato ulteriormente questi processi. Infatti, da quando è scoppiata le banche centrali a livello mondiale hanno dismesso ben 82 miliardi di treasury.

Inoltre, la guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe ulteriormente minare il petrodollaro e rappresentare l’inizio del petroyuan.

In particolare, bisognerà vedere quello che faranno i paesi produttori di petrolio del Golfo persico, come l’Arabia saudita, grazie ai quali si sosteneva il petrodollaro e che al contempo investivano gli enormi surplus commerciali derivati dall’esportazione di petrolio, gas, alluminio e fertilizzanti nell’acquisto di treasury.

Questi paesi, che confidavano nella protezione statunitense, a seguito della guerra hanno avuto infrastrutture e pozzi danneggiati dai missili dell’Iran e hanno perso gli ingenti proventi dell’export per la chiusura dello stretto di Hormuz.

Del resto, lo yuan, anche se è ancora lontano dal poter essere considerato una valuta di riserva alternativa al dollaro, sta internazionalizzandosi sempre di più.

La Cina con una quarantina di banche centrali ha creato la più grande rete mondiale di accordi di swap valutario.

In questo modo, le banche centrali possono scambiare valute locali, facilitando il commercio, garantendo la liquidità senza passare sotto le forche caudine del dollaro e riducendo così la loro dipendenza dagli Usa.

Ritornando alla logica della guerra, possiamo dire che questa va rintracciata nella natura socioeconomica degli Stati Uniti.

Il settore dominate del capitale statunitense è quello finanziario. Tale capitale ha una natura fondamentalmente parassitaria nei confronti del resto del mondo.

Gli Usa non si limitano a estorcere un extra-profitto dai lavoratori dei paesi del Sud globale, attraverso le loro multinazionali e il meccanismo dello “scambio ineguale”, ma attirano capitali da tutto il mondo verso i loro mercati finanziari, che rimangono i più importanti a livello mondiale, e verso le loro multinazionali che sono quotate presso le borse Usa.

Gli Usa sono uno stato parassitario, perché sono il più grande debitore internazionale, e devono costringere il resto del mondo a finanziare questo debito.

Gli Usa sono come un tossicodipendente che ha bisogno di sempre maggiori quantità della sostanza da cui dipende.

Il debito statunitense, infatti, è sempre più grande e il suo stesso meccanismo di finanziamento lo accresce.

Il punto, quindi, è che il capitalismo nel suo stadio più avanzato, quello imperialista, si fonda inevitabilmente sul capitale finanziario e, quindi, diventa sempre più parassitario.

Gli Usa sono arrivati al punto più alto di questo stadio imperialista. La guerra e la forza militare sono lo strumento per continuare ad alimentare l’afflusso di ricchezza dal resto del mondo.

Il meccanismo di questo afflusso si basa in parte rilevante sul petrodollaro.

Come detto sopra, gli Usa, a differenza della Gran Bretagna di un secolo fa, sono importatori netti di capitali dall’estero.

La verità, però, è che la Gran Bretagna risultava esportatrice netta di capitale, in quanto poteva beneficiare del trasferimento di ricchezze, oro e capitali dalle sue colonie, in particolare dall’India. L’imperialismo statunitense attuale, però, non potendosi fondare sulle colonie, deve fare affidamento sul petrodollaro.

Per questa ragione, il peggioramento della posizione finanziaria negativa sull’estero, unita al processo di dedollarizzazione, cioè di erosione del ruolo mondiale del dollaro, ha spinto Trump a cercare di ristabilire il pieno controllo sull’area, quella mediorientale, dove ci sono le riserve di petrolio più vaste, di migliore qualità e più a buon mercato.

Per raggiungere questo obiettivo bisognava, però, distruggere l’Iran come stato sovrano e indipendente dall’imperialismo.

Il ruolo neocoloniale di Israele è funzionale e coerente con quello imperialista degli Usa.

Sono le due facce della stessa medaglia.

Ma non si può certo dire che gli Usa siano stati spinti in guerra da Israele più che dai loro meccanismi economici interni.

In una sorta di eterogenesi dei fini, le politiche di Trump, tese dichiaratamente a restaurare il pieno dominio mondiale statunitense, stanno producendo proprio l’effetto contrario, accentuando la contraddizione tra aumento dell’indebitamento e indebolimento dello strumento per finanziarlo.

La politica dei dazi avrebbe dovuto permettere la reinternalizzazione delle produzioni manifatturiere negli Usa e la riduzione del debito, secondo le affermazioni di Trump.

In realtà, una certa reinternalizzazione può probabilmente avvenire soltanto per quanto riguarda quelle produzioni che sono più strategiche o legate all’apparato militare-industriale.

Il vero obiettivo dei dazi era quello di drenare capitali esteri negli Usa, scambiando l’abbassamento dei dazi con investimenti miliardari in attività produttive e finanziarie, come i treasury a lunga scadenza.

Invece, come abbiamo visto, i dazi rischiano di inceppare il meccanismo stesso della domanda mondiale di treasury.

L’esercizio della forza militare, dall’altro lato, avrebbe dovuto puntellare il petrodollaro e il dominio mondiale degli Usa, e invece li sta indebolendo.


 

La verità è che il dominio della tecnologia, i bilanci militari miliardari, e la preponderanza dei mezzi di distruzione non sono sempre sufficienti a piegare l’avversario né risparmiano dal commettere errori marchiani.

Trump, nel calcolo della equazione con cui avrebbe dovuto trovare la soluzione alla crisi americana, non ha considerato l’indisponibilità del cittadino medio americano a farsi trascinare nell’ennesima e sanguinosa avventura all’estero e, sopra ogni altro fattore, la determinazione e la capacità di resistenza dell’Iran e del suo popolo.

Rimane il fatto che, per quanto cambino i loro presidenti, se gli Usa manterranno la loro natura imperialista, rimarrà sempre alto il pericolo dello scoppio di guerre tremendamente distruttive.


 

lunedì 13 aprile 2026

Il papato secondo parrucchino.


Dal suo quartier generale volante (l’Air Force One), di ritorno dalla Florida, Parrucchino ha pensato bene di trasformarsi in una sorta di “castigatore di pontefici” pubblicando su Truth, il suo Social, una fanculata impietosa di Papa Leone XIV evidenziando che è troppo tenero col crimine, incapace in politica estera… insomma colpevole di non essere come lui.

Sarebbe meglio qualcun altro.

Ma il meglio arriva subito dopo. In un guizzo di finezza diplomatica, parrucchino fa sapere che lui, il Papa, lo cambierebbe volentieri… col fratello.

Il motivo è semplice: almeno è “MAGA” (Make America Great Again).

A questo punto manca solo il conclave sponsorizzato e siamo a posto.

Naturalmente non poteva mancare il classico marchio di fabbrica: parrucchino sostiene: “senza di me non sarebbe Papa”.

E lascia intendere che l’elezione di Leone sia stata, in fondo, una conseguenza indiretta della sua presenza alla Casa Bianca.

Dice ancora.. Parla di pace e critica gli interventi militari

Chiaramente il riferimento di parrucchino è sulle recenti dichiarazioni del pontefice che ha condannato la guerra durante una speciale veglia di preghiera nella basilica vaticana di San Pietro proprio nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo colloqui di pace, poi falliti, in Pakistan.

In questa versione dei fatti, il ruolo ideale del pontefice dovrebbe essere quello di commentatore geopolitico perfettamente allineato alla linea trumpiana.

Il gran finale è un consiglio non richiesto: Leone dovrebbe “fare il Papa come si deve”.

Dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico”.

Poi parrucchino dice che “Questo comportamento” gli starebbe arrecando un danno gravissimo e starebbe anche “danneggiando la chiesa cattolica!”.

Insomma, è un po’ come entrare in Vaticano e spiegare al Papa come cazzo si fa il Papa.

Più che una crisi diplomatica, sembra una nuova disciplina: il pontificato secondo parrucchino, dove oltre al Vangelo serve anche un buon slogan elettorale.

Per la serie coglioni si nasce, qualsiasi considerazione sul Messia parrucchiniano a questo punto sarebbe veramente superflua…


 

domenica 12 aprile 2026

Trattati dal culo.

 


Contento della vittoria di Sinner ma a farmi rovinare la gioia ci sta sempre parrucchino con la sua demenza senile che a fronte dei negoziati andati mali anche con la mediazione Pakistana, stanotte dal circo della casabianca ne inventerà qualcuna che non sarà di certo novità positiva.

Non oso pensare a cosa succederà domani mattina all'apertura dei mercati alla quotazione del greggio e a quella del gas.

Che minchia faranno gli americani?

Come già anticipato in precedente post la scelta è sempre quella...

Opzione 1. Si bombarda un altro po' giusto per dire che la guerra è vinta e poi si va a casa.

Opzione 2. Si continua la guerra fino a nuovo ordine con tutto quello che ne consegue.

In tutti e due i casi lo stretto di Hormuz resta chiuso.

Se gli USA avessero avuto la possibilità di aprirlo lo avrebbero già fatto ovviamente.

Questa possibilità -ahiloro e ahinoi- non ce l'hanno.

La scemenza poi pubblicata dai giornali (post precedente mio) che gli iraniani non si ricorderebbero più dove hanno posizionati le mine antinave ha del ridicolo, ma chi cazzo crede a ste baggianate?

Alcune navi autorizzate dagli iraniani sono uscite dallo stretto, lo sanno benissimo dove sono sono le mine e quali rotte indicare alle navi se vogliono.

La notizia, falsa e stupida, serviva solo a far pensare che a Teheran vorrebbero aprire lo stretto ma non possono perché sono così rimbambiti da non ricordarsi in quali posti hanno disseminato le mine antinave e magari dovremmo andare noi europei a sminare.

Insomma, qualsiasi cosa decidano di fare sti ameriCani la faccenda era e rimane un disastro.

Si sta causando una crisi energetica mondiale per niente. 

Assolutamente niente.

Sarà un casino se va tutto bene, sarà una catastrofe se andrà tutto male.

 


Hormuz minato.

 


Ragazzi.. udite udite.. Dal NYT-The Guardian (non è il 1° Aprile) leggo:

L’Iran non trova le mine che ha piazzato a Hormuz: ecco perché non è in grado di riaprire lo Stretto.

Sembra incredibile, ma è proprio così: l’Iran ha messo delle mine nello Stretto di Hormuz per aumentare la pressione geopolitica… e ora non riesce a rimuoverle.

Il paradosso è chiaro: le stesse armi che volevano essere uno strumento di potere si sono trasformate in un ostacolo per la loro stessa marina.

Secondo i funzionari statunitensi citati dal New York Times, l’Iran non riesce a localizzare le mine che ha posizionato nello Stretto di Hormuz e non ha la capacità di rimuovere gli esplosivi, impedendo così di consentire un maggior traffico navale attraverso il passaggio.

Questo è uno dei motivi principali per cui Teheran non ha potuto garantire subito la libera navigazione richiesta dalla comunità internazionale.

L’apertura dello Stretto di Hormuz, un punto strategico attraverso il quale transita un quinto della produzione mondiale di petrolio ,è una delle principali richieste degli Stati Uniti per porre fine alla guerra in Iran.

La chiusura quasi totale dello stretto ha fatto schizzare i prezzi del carburante, creando la più grande crisi energetica mondiale degli ultimi decenni e aumentando la pressione sul presidente statunitense Donald Trump nel suo Paese.

L’Iran ha posizionato le mine nello Stretto di Hormuz il mese scorso, (Marzo 2026) dopo che Stati Uniti e Israele hanno dichiarato guerra al paese, distribuendo esplosivi lungo lo stretto tramite piccole imbarcazioni.

Gli Stati Uniti hanno avuto grosse difficoltà a monitorare queste piccole imbarcazioni, rimanendo incerti sulla posizione e sul numero delle mine nell’acqua.

Il traffico marittimo attraverso lo stretto si è praticamente fermato a causa delle mine, oltre che per la minaccia di attacchi da droni e missili iraniani contro le navi.

Un alto ufficiale della Guardia Rivoluzionaria ha dichiarato il 2 marzo che il paese avrebbe dato fuoco alle navi che avessero tentato di attraversare lo stretto.

Un numero limitato di navi ha continuato a transitare dopo aver ricevuto l’autorizzazione dall’Iran, che ha permesso il passaggio solo a quelle di paesi amici che pagavano una sorta di pedaggio.

I funzionari statunitensi hanno affermato che l’Iran ha piazzato le mine in modo disordinato e che potrebbe non aver segnato tutti i punti in cui le ha collocate.

Alcune mine si sono anche spostate o hanno deviato dalla loro posizione originale.

Né l’Iran né gli Stati Uniti hanno la capacità di bonificare rapidamente lo stretto, soprattutto dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto gran parte della marina iraniana.

Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, aveva dichiarato in precedenza che lo stretto sarebbe stato riapertotenendo dovuta considerazione delle limitazioni tecniche”, una frase che i funzionari statunitensi hanno interpretato come un riferimento alle difficoltà nella rimozione delle mine.

L’aumento dei prezzi del petrolio a causa della chiusura dello stretto e della distruzione delle infrastrutture energetiche in Medio Oriente ha aggravato l’inflazione, i cui effetti, avvertono gli economisti, non si sono ancora pienamente manifestati.

Si prevede un aumento della povertà globale a causa del rincaro dei beni di prima necessità.