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sabato 24 ottobre 2026

Guerra a MI.

 


Ragazzi ma siamo fuori come gerani?

Sono arrivati 500 soldati a Milano e sapete chi sono?

Quelli della FOLGORE.

Ma sto Salvini ci è o ci fa?

Sto pirla ha scambiato la protesta sociale per una missione in Afghanistan.

La Folgore non si merita questo... cazzo..

La Folgore è un corpo d'élite leggendario, gente addestrata a saltare giù dagli aerei a quattromila metri con lo zaino da trenta chili, atterrare dietro le linee nemiche, mimetizzarsi nel fango e conquistar avamposti strategici sotto il fuoco incrociato.

Salvini, tutto fiero lo ha comunicato che avranno in dotazione i carri Lince, i droni oltre che casco e scudo.

Bah

Non vorrei essere al posto di quei militari. Che cazzo dovrebbero fare in caso di tumulti ?

I lince a che minchia servirebbero?

Ad asfaltare Yousef il ragazzino di 11 anni?

Bon la termino qui.

parole 120 caratteri 700 (ok così)?

non aprite il link di Yousef .. è troppo lungo.

Buon sabato. 

 

venerdì 23 ottobre 2026

Yousef la belva umana.

 



Come promesso, non posto più dissertazioni lunghe e quindi lo metto solo nel blog senza pubblicarlo e mi riferisco a :

YOUSEF, UNDICI ANNI E' GIÀ NELLA TERRA DI NESSUNO: QUANDO UN BAMBINO DIVENTA IL SINTOMO DI UNA SOCIETÀ CHE HA SMESSO DI FARE GLI ADULTI

Questa mezzasega ha undici anni.

L’età in cui si dovrebbe discutere per un pallone, consumare ginocchia sui marciapiedi, tornare a casa con i compiti da fare e schiacciare i brufoli dell'adolescenza.

L’età in cui il mondo dovrebbe essere ancora abbastanza grande da contenere l’infanzia.

E invece, a Milano, c’è Yousef, un bambino coinvolto negli scontri di strada, descritto da chi lo conosce come provocatore, aggressivo, incline al furto e capace di intimidire gli altri, sti catz..

Attorno a lui si accumulano testimonianze inquietanti, racconti di comportamenti violenti e sospetti su ciò che farebbe nelle ore serali. 

Sono dichiarazioni da verificare ovviamente, non sentenze definitive.

Ma il quadro, se anche soltanto una parte di quanto riferito corrispondesse al vero, imporrebbe una domanda che nessuna società civile dovrebbe permettersi di rinviare: dove cazzo sono gli adulti?

La tentazione è immediata.

Prendere un bambino difficile, appiccicargli addosso l’etichetta di piccolo criminale e chiudere la faccenda con una formula sprezzante: una scheggia impazzita, un caso perso, un delinquente in miniatura, una piccola testadicazzo.

È la soluzione più comoda, perché consente di scaricare tutto sul singolo e di risparmiare la fatica di guardare ciò che gli sta intorno. 

Ma è anche una scorciatoia intellettuale.

Un undicenne mezzasega da 130cm e voce adatta per il coro delle voci bianche, può compiere atti gravi, può terrorizzare i coetanei, può sottrarre oggetti, aggredire e provocare.

Non è necessario addolcire la realtà per riconoscere che a quell’età la responsabilità educativa degli adulti resta enorme.

La prima distinzione da fare è proprio questa: comprendere non significa giustificare.

Se Yousef ha partecipato a episodi violenti, se ha rubato o ha fatto del male a qualcuno, quei comportamenti non diventano accettabili perché è un bambino.

Le vittime non hanno meno diritto alla protezione quando l’autore è minorenne.

Chi viene aggredito non deve essere invitato a sopportare tutto in nome di una comprensione astratta del disagio sociale di un immigrato figlio di genitori arrivati col barcone.

La sicurezza degli altri minori, dei commercianti e dei cittadini conta quanto la necessità di recuperare chi si sta perdendo.

Ma c’è una differenza sostanziale fra riconoscere la gravità di un comportamento e decretare che un bambino sia ormai irrecuperabile.

La prima posizione è una responsabilità; la seconda è una resa.

Le cronache raccontano di un pirletta cresciuto alla Barona, nella periferia milanese, in un contesto familiare descritto come difficile. 

Circolano affermazioni sulle condizioni dei genitori e sulla presunta attività del padre, così come sulla situazione della madre con una denuncia per furto sulle spalle, che parlano poco o nulla italiano. Sono elementi ricavati dal reportage delle "Iene" di ieri 22 ottobre 2026.

L’origine marocchina della famiglia, poi, non spiega la violenza più di quanto l’origine italiana spieghi la virtù.

Tirare in ballo la provenienza come chiave automatica di lettura sarebbe soltanto un modo per sostituire l’analisi con il pregiudizio ad es io a Casalcoso ho fiducia massima di una figlia di marocchini che fa la pulizia in casa nostra i cui fratelli si sono inseriti nella società e si sono laureati a pieni voti.

Il punto non è da dove venga sto Yousef.

È che cosa stia accadendo nella sua vita e chi abbia il compito, e la possibilità concreta, di intervenire.

Se un bambino di undici anni trascorre le serate fuori casa senza che nessuno sappia dove minchia si trovi, come riferisce una delle testimonianze, il problema supera la condotta individuale.

Se frequenta ambienti nei quali il furto viene considerato un’attività normale, occorre capire chi lo abbia introdotto a quelle dinamiche e se qualcuno stia approfittando della sua età e del fatto che è un povero deficiente.

Se manifesta una propensione all’aggressività, bisogna stabilire da quanto tempo, in quali contesti e con quali conseguenze.

E se esiste il sospetto che venga sfruttato da persone più grandi, non basta indignarsi: occorre verificare e intervenire.

Il bambino che commette atti violenti può essere, nello stesso tempo, una minaccia per gli altri e una persona esposta a forme di trascuratezza, manipolazione o sfruttamento.

Le due condizioni non si escludono.

Anzi, proprio quando si presentano insieme, l’intervento deve essere più tempestivo e più rigoroso, quindi giù di cinghia e bastone dimenticando la carota.

Il problema è che l’Italia sembra spesso oscillare fra due caricature. 

Da una parte il moralismo punitivo, che vorrebbe trattare ogni minore problematico come un adulto in miniatura, ignorando la differenza fra una responsabilità penale e una responsabilità educativa.

Dall’altra il sentimentalismo impotente, secondo cui qualsiasi comportamento dovrebbe essere assorbito dalla parola «disagio», come se spiegare una condotta equivalesse a cancellarne le conseguenze.

Entrambe le posizioni sono insufficienti.

La prima rinuncia a capire; la seconda rinuncia a proteggere.

E nel mezzo rimangono le vittime, le famiglie che chiedono aiuto, i residenti che vedono crescere la tensione e i bambini che imparano presto che le regole esistono soltanto finché qualcuno è disposto a farle rispettare.

Una comunità non si misura dalla severità delle sue invettive, ma dalla capacità di impedire che un problema diventi irreversibile.

Per farlo servono responsabilità familiari, scuola, servizi sociali, educatori, forze dell’ordine e, quando necessario, autorità giudiziarie minorili.

Non per costruire una catena di scaricabarile nella quale ciascuno segnala il caso al successivo e tutti possono dichiararsi estranei al risultato.

Servono valutazioni tempestive, obiettivi verificabili e un soggetto capace di coordinare l’intervento.

La scuola può accorgersi dei cambiamenti nel comportamento, ma non può sostituire una famiglia.

I servizi sociali possono valutare il contesto e predisporre sostegni, ma non possono lavorare efficacemente se vengono coinvolti soltanto quando la situazione è già precipitata.

Le forze dell’ordine devono intervenire davanti a condotte illecite, ma una pattuglia non può diventare l’unico presidio educativo di un quartiere.

E i genitori, quando sono in grado di esercitare il proprio ruolo, non possono considerare l’educazione una faccenda delegabile per intero alle istituzioni.

Se invece il contesto familiare è compromesso, occorre verificarlo senza pregiudizi e valutare quali protezioni siano necessarie.

Non serve demonizzare una madre perché parla poco italiano, né presumere la colpevolezza di un padre sulla base delle voci di quartiere.

Serve capire se il minore sia seguito, se abbia limiti chiari, se frequenti regolarmente la scuola e se esistano adulti affidabili in grado di assumersi responsabilità concrete.

La questione diventa ancora più delicata quando si parla di un bambino che avrebbe già accumulato una reputazione di violenza. 

Le etichette, una volta sedimentate, possono trasformarsi in una profezia sociale.

Tutti si aspettano che sia cattivo, ogni suo gesto viene interpretato attraverso quella reputazione e il ragazzo può finire per trovare nella fama di duro l’unica identità che gli garantisca attenzione.

Non significa che il suo comportamento debba essere tollerato. 

Significa che la risposta deve interrompere il circuito, non consolidarlo.

A undici anni, il compito delle istituzioni non è scegliere fra abbandono e indulgenza.

È costruire un percorso che renda impossibile continuare come prima, tuteli chi rischia di subire violenza e offra al minore una possibilità reale di cambiare.

Dove necessario, questo percorso deve comprendere controlli, limiti, conseguenze proporzionate e protezione.

La compassione senza regole è inefficace; le regole senza un progetto educativo rischiano di arrivare tardi e di non risolvere nulla.

C’è poi una responsabilità collettiva che riguarda il modo in cui raccontiamo questi casi.

Un bambino non è un personaggio da cronaca nera sul quale riversare la rabbia degli adulti.

La sua vicenda può essere raccontata, i comportamenti possono essere descritti e le istituzioni possono essere chiamate a rispondere.

Ma trasformare la sua identità in uno spettacolo, ripetere indiscrezioni non verificate sulla famiglia e fissarlo pubblicamente nel ruolo del piccolo mostro non aiuta né la verità né la sicurezza.

Il sensazionalismo produce indignazione rapida e memoria corta. 

Oggi si discute di Yousef; domani arriverà un altro nome, un altro quartiere, un’altra fotografia.

Nel frattempo, se nessuno interviene con efficacia, il meccanismo continua a riprodursi.

E il dibattito si riaccende soltanto quando il disagio diventa abbastanza visibile da disturbare la tranquillità degli adulti.

Non sappiamo, sulla base delle testimonianze riportate, quale sia l’intera storia di questo beduino, quali episodi siano stati accertati (filmati ce ne sono parecchi) e quali interventi siano già stati attivati.

Non possiamo pronunciare diagnosi, attribuire reati non verificati o stabilire da lontano chi abbia fallito.

Possiamo però dire che, se le segnalazioni sono fondate, il caso richiede un’attenzione concreta e urgente, non un’altra gara di insulti sui social.

La domanda non è se Yousef debba essere giustificato.

Non deve esserlo se ha fatto del male.

La domanda è se gli adulti siano ancora capaci di distinguere fra punire un comportamento, proteggere le sue possibili vittime e impedire che un bambino venga lasciato crescere dentro una spirale di violenza.

Sono tre compiti diversi, e vanno affrontati insieme.

Perché un undicenne che incute paura ai coetanei non è una curiosità da prima pagina.

È un allarme.

E quando un bambino diventa il protagonista di episodi che dovrebbero appartenere a un mondo adulto, la domanda più inquietante non riguarda soltanto lui.

Riguarda tutti quelli che avrebbero dovuto spezzargli le ossa intanto che erano in tempo.

well

 

Well.. per l'ultimo post sono arrivati dei consigli e quello di Antonio rappresenta tutti Voi e lo trascrivo:


Carlo carissimo,

nel leggerti, ho ammirato la tua pacatezza ed il tuo far prevalere il ragionamento all'impulso che prevale in questi giorni.

Condivido tutto.

Un consiglio, però..

Sii più coinciso.

Sono convinto che molti, sia pure a torto, non ti leggano perchè..dissuasi dalla lunghezza dei tuoi scritti.

Con amicizia👍👍👍


HO RISPOSTO


Me lo disse anche la Lella, ma il fatto è che io non rileggo cio che scrivo e data l'età dei datteri se mi interrompono di continuo, non ricordo sino a che punto mi sono fermato nel leggere i miei due neuroni rimasti... prendo atto e ti ringrazio del consiglio..


Quindi tutti quanti avete ragione, ho provato a rileggermi e sono arrivato a poche righe (anche perchè le altre le ricordo quando messo il post).

Ergo è meglio che io continui col C++ per correggere la programmazione come “Insider” ed eventualmente piazzare vignette che fanno fine e non impegnano la lettura.

Per chi è di Como, puo' seguire in diretta cosa stanno architettando i castigatori, entrando in WH gruppo "24.10 COMO" creato il 18 u.s. io ne ho contati solo 180 come spostamenti strani ma puo' essere che vadano alla partita Como-Sassuolo. passo e chiudo 

 

Sabato 24 Rivolta?

 


Ehila.. vedo dai contatori che solo un decimo di chi legge abitalmente i post è interessato alla questione ragazzi incazzati e ladri e di questi solo una parte ha letto sino in fondo e quindi ne deduco che da buoni italici, ce ne sbattiamo le palle di quello che succede in quanto non siamo direttamente interessati ma cerchiamo di non dimenticare che potrebbe accadere anche a noi e ieri vedendo le “iene”, la conferma di quanto avevo scritto ha evidenziato il problema che

CHI ROMPE PAGA, MA LA GIUSTIZIA NON SI MISURA DAL PORTAFOGLIO DEI GENITORI

che guarda caso se non hanno un euro, come cazzo fanno a pagare i danni dato che sono poveri e nullatenenti, il conto quindi lo dovranno saldare i cittadini che non hanno distrutto na mazza?.

Ergo si evidenzia il fatto che per garantire il risarcimento autorizza a trattare ogni ragazzo coinvolto in una protesta come un delinquente già condannato.

Fra l'indulgenza preventiva e la punizione indiscriminata esiste una cosa chiamata responsabilità individuale.

Una vetrina sfondata non è un'astrazione sociologica.

È un bene danneggiato, un costo da sostenere, talvolta il risultato di mesi di risparmi investiti da un commerciante nella propria attività. 

Dietro quella vetrina possono esserci una famiglia, dipendenti, un mutuo, un'attività che già fatica a sopravvivere.

Chi la rompe non danneggia genericamente il capitalismo, il governo o un simbolo del sistema: danneggia qualcuno che non ha una sega di responsabilità nella protesta e nessuna possibilità di influenzarne le ragioni, puttana eva (chiedo sempre scusa alla puttana).

Eppure, nel dibattito pubblico, la prospettiva cambia rapidamente quando il responsabile è giovane, proviene da un ambiente difficile o partecipa a una manifestazione con motivazioni politiche.

Si comincia a discutere delle sue condizioni familiari, del contesto sociale, delle opportunità mancate o altre cagate del genere.

Minchia.. questi sono elementi che possono essere importanti per comprendere una condotta e valutare una pena.

Ma comprendere non significa cancellare la responsabilità. 

Spiegare perché una persona commette un illecito non equivale a sostenere che l'illecito debba restare senza conseguenze.

Occhio che il ragionamento però vale anche al contrario.

Un ragazzo non diventa automaticamente colpevole perché si trovava in mezzo a una manifestazione degenerata.

La responsabilità deve essere accertata, le prove devono essere individualizzate e la sanzione deve essere proporzionata alla condotta.

Chi ha partecipato pacificamente non può essere confuso con chi ha aggredito qualcuno o distrutto beni.

La sicurezza pubblica non richiede di rinunciare a queste distinzioni: richiede di applicarle con serietà.

Io penso che a questo punto posso capire chi ha glissato i precedenti post nel senso di non leggerli e quindi la maggioranza di voi risolverebbe la questione “non andando a manifestazioni e vaffanculo”..

Cazzo.. fate bene ma ricordiamoci sempre che potremmo esser coinvolti nei casini di chi aspetta queste manifestazioni per fare quello che non avrebbe mai fatto da solo e la questione riguarda sempre il risarcimento se si è coinvolti.

Chi è arrivato a legger sin qui merita un applauso e continuo nel chiedermi che se il responsabile è minorenne e la sua famiglia è indigente, chi minchia paga?

La risposta giuridica non può essere ridotta alla battuta televisiva. 

Occorre distinguere fra responsabilità penale, responsabilità civile e concreta possibilità di recuperare il denaro.

La disciplina applicabile dipende dalle circostanze, dall'età del responsabile, dagli obblighi di vigilanza eventualmente rilevanti e dalle decisioni dell'autorità giudiziaria.

Non esiste una regola universale secondo cui ogni danno provocato da un minorenne debba essere automaticamente pagato dai genitori in qualsiasi situazione.

Ma da questo non discende che il danno debba essere semplicemente dimenticato.

Se chi ha subito la perdita non riesce a ottenere un risarcimento perché il responsabile è privo di mezzi, il problema resta.

Il commerciante non recupera la vetrina con una spiegazione sociologica, e il suo bilancio non migliora perché il responsabile proviene da una famiglia in difficoltà.

La povertà può rendere impossibile riscuotere una somma, ma non trasforma retroattivamente il danno in qualcosa che non è mai accaduto.

È qui che il post odierno dovrebbe diventare più concreto.

Si può prevedere che il responsabile risarcisca il danno secondo le proprie possibilità, quando la legge e la decisione giudiziaria lo consentono.

Si possono valutare percorsi riparativi, attività socialmente utili e strumenti che aiutino a comprendere le conseguenze delle proprie azioni.

Nei casi più gravi devono restare possibili sanzioni adeguate.

E, quando il risarcimento non è materialmente ottenibile, occorre discutere apertamente se e in quali circostanze debbano intervenire strumenti pubblici di sostegno alle vittime.

Non perché i cittadini debbano essere considerati responsabili delle condotte altrui, ma perché una società civile deve anche decidere come evitare che una vittima resti completamente sola.

Io saprei come fare ma per evitare la legge del Far West non lo scrivo ma stracazzo che lo farei...

Cmq. Invocare il rigore, tuttavia, non basta.

Un decreto non diventa efficace soltanto perché annuncia pene più severe o nuove possibilità di chiedere risarcimenti.

Bisogna vedere come le norme vengono applicate, se le indagini riescono a identificare i responsabili, se i processi arrivano a conclusione in tempi ragionevoli e se le sanzioni possono essere effettivamente eseguite.

La certezza della risposta giudiziaria conta almeno quanto la severità scritta sulla carta.

Anche la domanda su quanti processi verranno celebrati merita di essere affrontata senza trasformarla in una previsione arbitraria.

Il numero dipende dalle persone identificate, dagli elementi raccolti, dalle condotte contestate e dagli sviluppi delle indagini.

Non si può dedurre dal numero dei presenti a una manifestazione quanti saranno imputati o condannati.

E non si può considerare un fallimento della giustizia ogni procedimento che non si concluda con una condanna: un sistema giudiziario serio deve anche saper distinguere chi è responsabile da chi non lo è ed ho dei forti dubbi.. ma veramente forti e ripeto che (siete arrivati sin qui nella lettura)? auguro a tutti di non esserne coinvolti.

Resta però un punto che non dovrebbe essere controverso: la protesta non conferisce un'immunità speciale.

Si può contestare il governo, criticare una legge, manifestare per una causa internazionale o denunciare ingiustizie sociali.

La libertà di manifestazione è una componente fondamentale della democrazia.

Ma non autorizza a distruggere beni, intimidire persone o aggredire chi non condivide le proprie idee.

Quando la protesta diventa violenza, la responsabilità riguarda chi compie quegli atti, non automaticamente l'intero movimento e neppure tutti i partecipanti.

La stessa prudenza deve valere quando si parla di rieducazione.

Se significa aiutare chi ha commesso un reato a riconoscere il danno, ripararlo quando possibile e non ripeterlo, è un obiettivo che può convivere con la sanzione.

Se diventa invece una parola usata per evitare qualsiasi conseguenza, perde significato.

Ma anche la punizione fine a se stessa rischia di fallire: può soddisfare la rabbia del momento senza ridurre la possibilità che il comportamento si ripeta.

Le invocazioni alla violenza, anche quando vengono presentate come battute o sfoghi, non migliorano il ragionamento e quindi non dico di fare come nella società islamica con esecuzioni in piazza ma un qualcosa di simile sarebbe auspicabile.

Una società non diventa più sicura perché sostituisce la giustizia con la vendetta.

Diventa più sicura quando le regole sono comprensibili, i responsabili vengono identificati, le vittime sono tutelate e le sanzioni vengono applicate senza favoritismi.

Il rigore non ha bisogno della brutalità per dimostrare di esistere.

Alla fine, la domanda corretta non è se una famiglia povera possa pagare una vetrina.

Azz ma allora qualcuno che legge di voi esiste e continuo nel dire che è come debbano convivere tre esigenze:

la responsabilità di chi ha commesso il danno,

la tutela di chi lo ha subito,

la necessità di evitare che l'indigenza renda impossibile qualsiasi riparazione.

Nessuna di queste esigenze cancella le altre.

Ergo, la difficoltà economica dei genitori non può essere usata né per assolvere automaticamente il figlio né per scaricare automaticamente su di loro ogni responsabilità.

E il diritto al risarcimento non dovrebbe dipendere soltanto dalla ricchezza di chi ha provocato il danno.

Una vetrina rotta deve trovare una risposta stracazzo.

Non necessariamente una vendetta, non necessariamente un assegno che una famiglia non può permettersi, ma una risposta concreta, legale e proporzionata.

Perché la giustizia non consiste nel far pagare sempre e comunque il più debole.

Consiste nell'impedire che il più debole, quando è la vittima, venga dimenticato.

Basta..finisco e controllo in quanti siete arrivati a leggere sin qui e domani sabato 24 ottobre 2026 voglio vedere come e cosa succederà a Milano e soprattutto a Como (nessuno ne parla) ma ci sono 45k letture all'invito di “riunione” vestiti di nero e con passamontagna in tasca e come arrivano la parola d'ordine è Ciao e in questo momento vedo 180 prenotazioni treno e il gruppo con cui si comunica in WH è "24.10 COMO" creato il 18 ottobre scorso.

 se siete arrivati sino alla fine vi siete cuccati 1.400 parole e 9.500 caratteri e mo' controllo a quanti interessa sta storia tipo 68...

giovedì 22 ottobre 2026

Considero e concludo.

 

MILANO, ALTRO CHE DISAGIO GIOVANILE: SE SFONDI UNA VETRINA E TI PORTI VIA LE SCARPE, NON STAI FACENDO LA RIVOLUZIONE, STAI COMMETTENDO UN REATO. E LA SOCIETÀ PUÒ INTERROGARSI SULLE CAUSE QUANTO VUOLE, MA NON PUÒ TRASFORMARE OGNI DELINQUENZA IN UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA COLLETTIVA

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in una società che, davanti a ragazzi di dodici, quindici o vent’anni che sfondano vetrine, devastano negozi e portano via merce, sente immediatamente il bisogno di convocare sociologi, psicologi, pedagogisti e commentatori per spiegare che cosa si nasconda dietro quei comportamenti.

Interrogarsi sulle cause è legittimo, persino necessario.

Ma quando l’analisi delle cause diventa il modo per rinviare la valutazione delle responsabilità, il ragionamento si capovolge: il comportamento viene quasi oscurato dalla biografia di chi lo compie, la vittima scompare dietro il presunto disagio dell’autore e il reato finisce per essere raccontato come un sintomo, anziché come un atto che produce conseguenze concrete.

Completo i precedenti post con questo di 1.800 parole e 12.000 circa caratteri e poi tornerò con quelli affini al parrucchino pannolinato e per quanto sopra mi riferisco ai fatti accaduti a Milano, durante il fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026 dove gruppi di giovanissimi ( il più giovane che è stato fermato dai poliziotti, era una mezza sega da 130cm e 11 anni di vita) hanno danneggiato vetrine, saccheggiato esercizi commerciali e aggredito il contesto urbano con una violenza che ha costretto numerosi negozi a chiudere per timore di nuove incursioni.

Le prime stime hanno indicato danni superiori al milione di euro circa due miliardi vecchie lire per i nostalgici, senza contare interamente gli incassi perduti e le ripercussioni sulle attività commerciali.

Non siamo davanti a una bravata scolastica, a una ragazzata finita male o a una semplice manifestazione d'incazzagione.

Quando si sfonda una vetrina per entrare in un negozio e castigare merce, il confine tra protesta e criminalità non è ambiguo: è stato oltrepassato cazzo.

La domanda, allora, è elementare: è normale che ragazzi così giovani partecipino a saccheggi organizzati, distruggano beni altrui e si comportino come se prendere ciò che appartiene agli altri fosse un gioco collettivo?

Oggi ho rilevato almeno 20 inserzioni da denuncia e non ci vuole una cima per cuccarli.. ma che razza di tecnici informatici abbiamo nell'escopost? 

No, non è normale nel senso di socialmente accettabile, e non deve diventarlo per assuefazione.

Ma occorre anche essere precisi: non tutti i giovani presenti in piazza hanno partecipato ai saccheggi, non tutti i fermati tipo l'undicenne di cui sopra che nomineranno l'eroe di classe, sono necessariamente responsabili degli stessi fatti e non ogni persona coinvolta appartiene a una banda organizzata.

Le responsabilità devono essere accertate individualmente e con la buona volontà li possiamo sgamare sti coglioni.

Proprio perché i comportamenti sono gravi, non possiamo sostituire le prove con le impressioni né trasformare una generazione intera in un’imputata collettiva.

Il rigore comincia dalla distinzione fra chi manifesta pacificamente, chi assiste, chi filma e chi distrugge o ruba.

Ma questa necessaria precisione non deve diventare un alibi per minimizzare ciò che è accaduto.

C’è poi un particolare che merita attenzione: il ruolo dei social network.

Le immagini degli scontri le ho viste online e, secondo le ricostruzioni giornalistiche, alcuni giovanissimi avrebbero raggiunto il centro anche dopo aver visto su TikTok i video dei disordini. 

Questo non significa che TikTok abbia sfondato materialmente le vetrine al posto loro.

La responsabilità dell’azione appartiene a chi la compie.

Sostenere che i social non abbiano alcuna rilevanza è altrettanto semplicistico: una piattaforma può diffondere un appuntamento, amplificare il richiamo della violenza, trasformare un saccheggio in uno spettacolo e offrire visibilità a chi cerca riconoscimento attraverso la distruzione ed è questa visibilità che i ragazzi cercano, se non ci fosse le azioni cascherebbero nel vuoto cosmico della loro coglionaggine.

La tecnologia non cancella la responsabilità individuale; può però modificare le condizioni in cui un comportamento si propaga.

È una differenza fondamentale.

Il martello non decide di rompere una vetrina, ma questo non significa che sia inutile capire come venga utilizzato e perché un gruppo di persone si ritrovi nello stesso luogo con lo stesso obiettivo.

La questione della rivendita online della merce rubata richiede una cautela ulteriore.

È legittimo domandarsi se dietro alcuni saccheggi esistano finalità di lucro e se i beni sottratti possano alimentare circuiti di rivendita.

Ma non basta vedere un paio di scarpe sparire da un negozio per affermare che ogni oggetto sia stato rubato con l’intenzione di rivenderlo su Internet.

Servono riscontri investigativi: annunci, transazioni, messaggi, contatti e altri elementi che consentano di ricostruire eventuali canali di ricettazione.

Questi circuiti esistono cazzo e vanno colpiti con la stessa determinazione riservata agli autori materiali dei furti.

Chi rompe la vetrina e chi acquista consapevolmente merce rubata possono svolgere ruoli differenti nella stessa filiera criminale.

Ma è proprio la serietà dell’accusa a imporre che venga dimostrata, non semplicemente presunta.

Quanto alla risposta dello Stato, non c’è bisogno di inventare ogni volta una nuova emergenza legislativa per dimostrare che le istituzioni sono in grado di agire.

Esistono già norme contro il furto, il danneggiamento, la resistenza e, quando ne ricorrono gli elementi, la devastazione e il saccheggio. 

Le contestazioni formulate dagli inquirenti a Milano devono essere verificate nei singoli procedimenti, ma il quadro normativo non parte da zero.

Polizia e carabinieri devono poter intervenire efficacemente, identificare i responsabili, raccogliere prove e impedire che le incursioni si ripetano e qui siamo nel campo dei membri amari Italici, provate a fare le stesse cose nell'Islam.

La magistratura deve applicare le norme pertinenti, valutare le condotte individuali e motivare le decisioni e non in tempi biblici.

E la certezza della risposta giudiziaria deve essere reale, non soltanto evocata nei comunicati politici dopo che le vetrine sono già state riparate.

Questo non significa invocare una repressione indiscriminata. 

Significa chiedere interventi efficaci, proporzionati e fondati sulla legge.

Quando gli autori sono minorenni, la risposta deve tenere conto dell’età, della capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e delle regole specifiche della giustizia minorile.

Un dodicenne non può essere trattato automaticamente come un ventunenne; allo stesso tempo, la giovane età non trasforma un atto distruttivo in un comportamento privo di conseguenze.

La responsabilità penale in Italia dipende anche dall’età: sotto i quattordici anni non si è imputabili, mentre tra i quattordici e i diciotto anni l’imputabilità richiede l’accertamento della capacità di intendere e di volere e si applica il regime previsto per i minorenni. Sono distinzioni giuridiche essenziali, non concessioni morali.

E proprio per questo servono prevenzione, interventi educativi e responsabilità familiari, insieme a un sistema giudiziario che non lasci intendere che tutto finirà necessariamente in nulla.

La famiglia, naturalmente, non può essere chiamata in causa soltanto quando occorre trovare un colpevole aggiuntivo.

Non esiste un rapporto automatico fra il comportamento di un figlio e la responsabilità dei genitori: anche questa va valutata sulla base delle circostanze e delle norme applicabili.

Ma l’educazione al rispetto delle regole non nasce il giorno in cui arriva una pattuglia e questo un buon padre di famiglia lo dovrebbe sapere.

Si costruisce prima, attraverso limiti chiari, esempi coerenti e la capacità degli adulti di spiegare che la libertà non consiste nel fare qualsiasi cosa senza pagare alcun prezzo.

Se un ragazzo impara che la forza del gruppo lo protegge, che la distruzione gli procura notorietà e che il danno ricade sempre su qualcun altro, il problema non riguarda soltanto il codice penale. 

Riguarda anche l’ambiente sociale nel quale quel comportamento viene premiato, tollerato o trasformato in una posa da esibire.

Ed è qui che le analisi sociologiche possono essere utili, purché non vengano impiegate come un certificato di assoluzione preventiva. 

Studiare la dinamica del gruppo, il bisogno di appartenenza, l’influenza dei social, il rapporto con la scuola e la percezione delle istituzioni può aiutare a prevenire altri episodi.

Ma spiegare perché un comportamento si verifica non equivale a giustificarlo.

Se un adolescente partecipa a un saccheggio perché vuole sentirsi parte del gruppo, questa spiegazione può orientare la prevenzione; non restituisce automaticamente al commerciante la merce sottratta né ripara la vetrina distrutta.

La comprensione delle cause e l’accertamento delle responsabilità sono due compiti diversi, che devono procedere insieme.

Chi li mette in contrapposizione finisce per scegliere fra due metà insufficienti del problema.

C’è anche una questione di rispetto verso chi lavora.

Il negoziante che trova la vetrina sfondata non è una figura astratta del capitalismo, né un bersaglio simbolico sul quale scaricare ogni frustrazione sociale.

È una persona che deve fare i conti con la merce perduta, i danni, le assicurazioni, le spese di riparazione e l’incertezza di poter riaprire il giorno successivo.

Anche quando un esercizio appartiene a una grande catena, il saccheggio non diventa un gesto politicamente innocuo: coinvolge dipendenti, fornitori, lavoratori della sicurezza e cittadini che frequentano il quartiere.

La proprietà privata non è un principio assoluto sottratto a ogni critica, ma neppure un diritto che possa essere sospeso a piacimento da chi decide di trasformare una strada in un’arena.

La protesta sociale, quando è autentica, deve poter esprimere rabbia, contestazione e dissenso senza essere confusa con la devastazione.

Se una manifestazione denuncia il costo della vita o l’insufficienza dei servizi pubblici, quei temi possono essere discussi e le responsabilità politiche possono essere contestate.

Ma chi rompe vetrine e saccheggia negozi non dimostra la fondatezza delle rivendicazioni: le compromette, sposta l’attenzione dalle questioni sollevate alla violenza commessa e consegna ai propri avversari l’argomento più facile per screditare l’intera protesta.

Non esiste alcun automatismo per cui una causa sociale, anche legittima, renda accettabili tutti i mezzi impiegati in suo nome.

La priorità, adesso, è impedire che la città si abitui.

Occorrono indagini accurate, identificazioni fondate su prove, interventi mirati nei luoghi e nei momenti a rischio, collaborazione fra le forze dell’ordine e gli esercenti e un monitoraggio delle eventuali convocazioni online che resti entro i limiti della legge. Occorre anche che le piattaforme collaborino, secondo le procedure previste, quando i contenuti sono pertinenti alle indagini o vengono utilizzati per organizzare condotte illegali.

E serve un lavoro di prevenzione che non si esaurisca nel giorno successivo agli scontri: scuola, famiglie, servizi territoriali e istituzioni devono poter intervenire prima che la ricerca di visibilità si trasformi in un assalto collettivo.

Non bisogna scegliere fra legalità e comprensione sociale, perché una politica seria ha bisogno di entrambe. 

La legalità stabilisce i confini e protegge le persone; la prevenzione cerca di evitare che quei confini vengano superati. 

La prima senza la seconda rischia di arrivare sempre dopo il danno; la seconda senza la prima rischia di diventare una sequenza infinita di spiegazioni senza conseguenze. 

Milano ha bisogno di uno Stato capace di prevenire, intervenire e accertare le responsabilità, non di una gara a chi pronuncia la frase più dura né di un concorso a chi trova la spiegazione sociologica più indulgente.

La domanda iniziale, quindi, merita una risposta netta.

No, non dobbiamo considerare normale che ragazzi giovanissimi sfascino negozi e rubino merce.

Dobbiamo considerare normale, invece, che una società adulta si interroghi sulle cause, protegga le vittime, distingua i comportamenti, rispetti le garanzie e applichi le leggi.

La responsabilità individuale non è incompatibile con l’analisi del contesto: è il punto da cui partire per non confondere la comprensione con l’impunità.

Perché una città civile non si misura soltanto dalla capacità di spiegare chi distrugge, ma anche da quella di impedire che la distruzione diventi uno spettacolo, un’abitudine o una forma di prestigio fra coetanei.

E secondo voi che succederà Sabato 24 ottobre 2026? Spero che le forze dell'ordine abbiano letto quello che abbiamo letto noi in whatsapp che invita a presentarsi vestiti di nero a Como ed hanno anche la lista dei negozi più appetibili.. bah spero di non fare altri post

E adesso concludo con sti fatti perpetrati da ragazzini e certamente se esistono anarchici black block boomer come quello della foto che cazzo vogliamo pretendere?



Penicillina.


NOI CHE CI MEDICAVAMO LE GINOCCHIA CON LA PENICILLINA IN POLVERE E SOPRAVVIVEVAMO PER RACCONTARLO.

Noi che da bambini avevamo sempre un ginocchio sbucciato, un gomito spellato e almeno un livido di cui non ricordavamo più l'origine. 

Non perché fossimo particolarmente sfortunati, ma perché passavamo più tempo per terra che in piedi. Biciclette senza casco, corse disperate, partite di pallone su campi che oggi farebbero intervenire contemporaneamente l’ASL, i vigili del fuoco, un’équipe di traumatologia e gli inviati della "vita in diretta". 

E noi ci rialzavamo, ci davamo una spolverata ai pantaloni e ripartivamo. 

Il dolore era un inconveniente, mica una ragione per interrompere una partita!

Poi arrivava la mamma, guardava quel ginocchio sanguinante e pronunciava la sentenza: «Aspetta che ti medico!».

Apriti cielo.

Compariva il cotone, magari un po’ di disinfettante, e poi lei: la mitica penicillina in polvere. 

Quella che sembrava farina magica, ma che veniva trattata con la solennità riservata alle grandi scoperte della medicina. 

Una spolverata sulla ferita e via, pronti per tornare alla vita avventurosa di tutti i giorni.

Naturalmente, prima bisognava superare il controllo materno. 

Se provavi a dire che bruciava, ti guardavano come se avessi appena confessato di non essere abbastanza uomo per affrontare una semplice sbucciatura. 

«Ma dai, non rompere le palle, pirla!». 

E tu stringevi i denti, perché piangere davanti agli amici era già grave; piangere davanti alla mamma significava rischiare pure la predica e il divieto di fare certi giochi.

Le ginocchia, poi, erano un'opera d'arte contemporanea: croste nere, graffi rossi, cerotti storti e qualche cicatrice che sembrava la mappa di una spedizione in Amazzonia. 

Le nostre madri avrebbero potuto aprire un ambulatorio in cucina. 

Bastavano una scatola di garze, una bottiglietta di disinfettante e una fiducia incrollabile nelle proprie capacità infermieristiche e non parliamo dell'orrenda scatola di alluminio che conteneva una siringa per cavalli con l'ago storto in ottone..

Per le ferite.. guai a togliere la crosta! 

Era una regola fondamentale, anche se ogni tanto la si staccava di nascosto, soltanto per scoprire che la ferita ricominciava a sanguinare. 

A quel punto si ripartiva da capo: disinfettante, polvere, rimprovero e raccomandazione finale.

«E stavolta stai attento pistola!».

Certo, mamma. 

Da domani niente corse, niente biciclette, niente partite, niente alberi da scalare. Magari mi iscrivo direttamente a un corso di ricamo o vado a far parte del coro delle voci bianche (mi avevano già scartato per via della mia voce rauca).

Durava circa sette minuti l'operazione, il tempo per mangiare una michetta col salamino. 

Poi qualcuno dal basso gridava «Chi viene a giocare?» e noi eravamo già fuori, con la medicazione ancora fresca e la dignità di un reduce di guerra.

Naturalmente, oggi sappiamo che la penicillina è un antibiotico, non una polvere universale da versare su qualsiasi graffio. 

Gli antibiotici vanno usati soltanto quando indicati da un professionista sanitario: non sono cosmetici per ginocchia maltrattate e non tutte le ferite hanno bisogno di loro. 

Ma allora, nella nostra memoria, quella polverina aveva quasi il potere di un incantesimo.

Non era soltanto una medicina: era il biglietto di ritorno al gioco con relativa esibizione della ferita alla ragazzina del quarto piano, quella con le trecce bionde e un dente mancante.

E pensare che oggi basta una piccola sbucciatura per mobilitare una commissione familiare, tre cerotti colorati, una telefonata e una ricerca su Internet per interpellare l'AI. 

Noi, invece, avevamo la mamma, il ginocchio sbucciato e una fiducia assoluta nella capacità del corpo di rimettersi in piedi.

Non eravamo indistruttibili. 

Eravamo bambini, e i bambini di allora avevano un talento particolare: trasformare ogni caduta in una storia da raccontare e ogni ferita in una medaglia conquistata sul campo.

Le ginocchia guarivano, i pantaloni si rattoppavano e si ricominciava.

Perché noi non avevamo paura di sporcarci, ci sporcavamo e basta. 

Avevamo paura soltanto di sentirci dire che era ora di rientrare.

E la penicillina in polvere? Quella restava lì, nella scatola dei medicinali, pronta per la prossima battaglia.

Che, conoscendoci, non avrebbe tardato ad arrivare.


mercoledì 21 ottobre 2026

Scala priorità.

 

Il post d'ieri va di pari passo a quello odierno in quanto c’è un’Italia che ruba nei negozi, si filma mentre trasforma una protesta in un palcoscenico e scambia la ribellione per una comparsata sui social. 

E ce n’è un’altra che guarda il prezzo del gasolio, fa i conti con le bollette e si domanda come cazzo arrivare alla fine del mese senza dover chiedere un prestito per continuare a lavorare.

La prima produce immagini da mettere nei social.

La seconda produce ricchezza.

Indovinate quale delle due riesce a occupare più spazio nel circo mediatico.

Il contrasto è brutale.

Da una parte, i maranzelli che scambiano il negozio altrui per un bancomat senza codice..


mentre il telefonino immortala ogni bravata nella speranza di raccogliere qualche briciola di notorietà.

Dall’altra, agricoltori, camionisti e pescatori che si ritrovano schiacciati da costi crescenti, margini sempre più risicati e un mercato nel quale il prezzo di ciò che vendono non dipende dalla fatica che hanno sostenuto per produrlo.

Per i primi, la trasgressione diventa contenuto.

Per i secondi, il lavoro rischia di diventare una condanna economica.

E poi puttana eva (chiedo scusa alla puttana) ci sta la pseudocantante che si riprende in mezzo agli scontri per promuovere la propria canzoncina.


Ma cazzarola il conflitto, anziché essere una questione da comprendere, diventa uno sfondo scenografico; la tensione altrui, una comparsa gratuita nel videoclip personale, ma vfc.

Non serve nemmeno domandarsi se la trovata sia geniale o patetica: basta osservare il meccanismo.

Nell'economia dell'attenzione, anche il disordine può diventare pubblicità.

Purché la telecamera sia accesa e qualcuno, da qualche parte, clicchi.

Il punto non è invocare un passato immaginario nel quale tutti erano educati, laboriosi e rispettosi delle istituzioni.

Quel passato non è mai esistito.

Il punto è capire quale gerarchia di importanza stiamo costruendo quando la bravata di un adolescente diventa un caso nazionale, mentre la difficoltà di un'intera categoria produttiva rischia di restare confinata in qualche servizio frettoloso o in una manciata di notizie locali.

Il furto è un furto.

La devastazione è devastazione.

Una protesta, invece, va giudicata per le sue ragioni, le sue rivendicazioni e i suoi metodi.

Confondere deliberatamente queste categorie significa fare un favore tanto ai vandali quanto a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di ordine pubblico.

Ma c'è una differenza sostanziale: chi ruba per esibire la propria impunità non sta necessariamente contestando un sistema; chi protesta perché non riesce più a sostenere i costi della propria attività può avere una ragione economica concreta, verificabile, perfino drammatica.

Naturalmente, la disperazione non assolve automaticamente nessuno.

Un trattore non diventa uno strumento di verità soltanto perché appartiene a un agricoltore in difficoltà, così come una telecamera non trasforma un vandalo in un rivoluzionario.

Le ragioni vanno esaminate, le responsabilità accertate.

È proprio questa distinzione, però, che una parte del dibattito pubblico sembra incapace di sostenere: preferisce le immagini facili, i personaggi caricaturali e le polemiche che si consumano in ventiquattr'ore.

La protesta degli agricoltori, quando emerge, racconta qualcosa che non si risolve con una battuta.


Un'impresa agricola deve affrontare carburante, energia, macchinari, fertilizzanti, manutenzione e manodopera.

Deve poi vendere i propri prodotti in un mercato nel quale il prezzo riconosciuto al produttore può lasciare una quota minima del valore finale.

Tra chi coltiva la terra e chi vende il prodotto sugli scaffali si apre una distanza che non è soltanto commerciale: è una distanza di potere contrattuale.

Il contadino può lavorare dodici ore e trovarsi comunque in perdita. 

Non può decidere da solo il prezzo del gasolio, non controlla le oscillazioni dei mercati internazionali e non stabilisce le condizioni imposte dai grandi acquirenti.

Se il raccolto va male, il rischio è suo; 

se i costi aumentano, il rischio è suo; 

se il prezzo riconosciuto non copre le spese, il rischio è ancora suo.

Il sistema gli lascia la responsabilità dell'impresa e gli sottrae una parte crescente del controllo economico.

Poi gli si chiede di essere competitivo.

Con che cazzo di margine?

Con che minchia di strumenti?

E soprattutto: competitivo con chi, se deve confrontarsi con prodotti provenienti da filiere che possono avere costi di produzione e vincoli differenti?

Non basta evocare genericamente la concorrenza per dimostrare che il mercato funzioni bene.

Un mercato nel quale il produttore non riesce a coprire i costi non è necessariamente un mercato efficiente; può essere semplicemente un mercato che trasferisce il rischio verso chi ha meno potere per difendersi.

Lo stesso vale, con differenze importanti, per gli autotrasportatori e i pescatori, anche quelli di Casalcoso che in questo anno li ho visti uscire solo tre volte nei tre mesi che ho fatto di vacanza.

I primi dipendono dal carburante, dai pedaggi, dai tempi di consegna e dalla forza contrattuale dei committenti.

I secondi devono sostenere i costi delle uscite in mare, rispettare vincoli normativi e affrontare l'incertezza delle catture e dei prezzi. 

Non sono categorie identiche, né ogni loro rivendicazione è automaticamente fondata.

Ma quando gruppi diversi denunciano simultaneamente l'insostenibilità dei costi, la domanda politica non può limitarsi a stabilire chi disturbi maggiormente la circolazione o chi produca il filmato più virale.

La domanda è se il sistema economico consenta ancora a chi lavora di vivere del proprio lavoro.

Ed eccoci al ceto medio.

Quello che non possiede abbastanza patrimonio per assorbire qualsiasi emergenza, ma guadagna troppo per essere considerato indigente quando si distribuiscono gli aiuti.

Quello che paga le imposte, mantiene la famiglia, sostiene le spese dell'abitazione e scopre che ogni aumento, preso singolarmente, sembra sopportabile, mentre la somma di tutti gli aumenti diventa una seconda imposta senza nome.

Quando anche una spesa imprevista costringe a rinviare un pagamento o a ricorrere al credito, non siamo più soltanto nel territorio delle rinunce ai consumi superflui.

Siamo nel territorio della fragilità finanziaria.

E la differenza è enorme: rinunciare a una vacanza è una scelta; indebitarsi per sostenere spese ordinarie è un segnale d'allarme.

La notizia di circolari rivolte ai docenti con indicazioni su come chiedere prestiti merita, perciò, una verifica precisa: chi le ha inviate, a quali insegnanti, in quale contesto e con quale finalità? Un'iniziativa di educazione finanziaria non equivale necessariamente a un invito a indebitarsi.

Ma se il ricorso al credito viene presentato come una risposta ordinaria alle difficoltà economiche dei lavoratori, la questione politica diventa inevitabile.

Perché un insegnante dovrebbe aver bisogno di istruzioni per indebitarsi, quando dovrebbe poter contare su uno stipendio che gli consenta di vivere con dignità?

Il prestito non crea ricchezza.

Anticipa denaro e trasferisce una parte del reddito futuro a chi lo concede.

Può essere uno strumento utile in circostanze determinate; diventa una trappola quando serve a coprire sistematicamente la distanza fra entrate insufficienti e spese necessarie.

La finanza personale può insegnare a gestire meglio le risorse, ma nessun corso di gestione del bilancio domestico può trasformare uno stipendio insufficiente in uno stipendio adeguato.

Qui la politica dovrebbe smettere di recitare.

Non bastano le fotografie nei campi, le visite ai mercati, le dichiarazioni di solidarietà e i comunicati nei quali ogni problema viene riconosciuto con grande solennità e affrontato con una promessa al futuro.

Servono misure verificabili, tempi definiti e risultati misurabili: condizioni che permettano alle imprese di sopravvivere, salari capaci di reggere il costo della vita, controlli sulla concorrenza e interventi che non si limitino a distribuire denaro senza correggere le distorsioni che alimentano la crisi.

E servono giornalisti disposti a distinguere fra la notizia che fa rumore e quella che conta.

Il numero di visualizzazioni non misura la gravità di un problema.

La quantità di indignazione prodotta da un filmato non determina la rilevanza sociale di un fenomeno.

Un ragazzo che si riprende mentre commette una cazzata può diventare il volto della giornata; un agricoltore che non riesce a pagare il carburante può rappresentare una questione strutturale. 

Non c'è contraddizione nel raccontare entrambi.

La contraddizione nasce quando il primo divora sistematicamente il secondo.

Sui social, molti cittadini sembrano capaci di distinguere le due cose: condannano i vandalismi e manifestano solidarietà verso chi lavora e protesta.

È un segnale interessante, non la prova che l'intero Paese abbia maturato una coscienza comune.

I commenti non sono un'indagine demoscopica e la visibilità di una protesta non coincide con il suo sostegno effettivo.

Ma quella reazione suggerisce che una parte del pubblico non si accontenta della gerarchia delle notizie stabilita dall'indignazione del momento.

Il vero scandalo, dunque, non è che un adolescente cerchi notorietà né che qualcuno tenti di sfruttare una protesta per farsi pubblicità. 

È che una società possa arrivare a considerare normale il contrasto fra l'esibizione di chi non produce un cazzo e l'affanno di chi produce beni essenziali.

È che la povertà di tempo, di denaro e di prospettive di chi lavora venga trattata come una questione amministrativa, mentre ogni gesto plateale diventa un'occasione per alimentare il frastuono.

Un Paese non si giudica soltanto da ciò che mostra, ma da ciò che riesce ad ignorare.

E quando chi coltiva la terra non sa se potrà permettersi il gasolio per lavorarla, mentre chi vive di provocazioni trova sempre una telecamera pronta a riprenderlo, il problema non è soltanto la maleducazione dei singoli.

È la scala delle priorità collettive. 

E se sto sciopero dei camionisti sembra solo una rottura di coglioni su chi si sta spostando in strada allego alcune foto di supermercati del Sud ricordando che siamo solo al 21 del mese e sino al 27 ci saranno blocchi. 

Quindi anche noi nordisti avremo difficoltà a reperire il mangime.. e mi fermo qui altrimenti ha ragione la Lella a dire che i post son troppo lunghi.../1.600 parole e 10.598 caratteri azz.. e date uno sguardo a sti scaffali e perdonatemi la lunghezza del post ma devo scaricarmi in qualche modo no?



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