Siamo
a metà aprile 2026 e possiamo fare un punto alla situazione di
questa guerra Usa-Israele-Iran ma l'opinione diffusa sin dal secolo
scorso è che gli Americani per affrontare una crisi economica devono
scatenare una guerra da qualche parte nel vecchio continente quindi
se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre
l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo
muove.
Questo
è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente
dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua ad essere
frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.
La
guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo
grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna.
In
particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto
di vista statunitense.
Gli
obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti.
All’inizio,
sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il
regime change o almeno il cambio di leadership.
Ma
l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi
vertici con decisione e senza intimorirsi.
Al
contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da
quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran
questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura
dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio
internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i
fertilizzanti.
Il
carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte
del blocco di Hormuz.
Infatti,
il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno
colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si
approvvigionano di materie prime dal Golfo persico.
Se
la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard &
Poors, entrerà in recessione.
La
crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe
peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una
crisi dell’economia globale.
Dunque,
ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la
riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è
stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.
Altro
risultato negativo della guerra contro l’Iran è la
destabilizzazione dell’area del Golfo Persico e degli stati arabi
che vi si affacciano e che sono alleati degli Usa.
L’Iran
non si è limitato a reagire colpendo Israele, ma sta colpendo anche
le infrastrutture di questi paesi e le basi americane che ospitano.
Teoricamente
gli stati arabi dell’area si affidano per la loro sicurezza agli
Usa: nel 1974 fecero un accordo con gli Usa, assicurando questi
ultimi che avrebbero venduto il petrolio in dollari in cambio della
protezione delle Forze Armate statunitensi.
Accade,
però, non solo che gli Usa non sono in grado di proteggerli,
ma che, con l’attacco all’Iran, sono gli Usa stessi ad averli
messi in pericolo.
A
questo si aggiunge il fatto che la guerra ha approfondito la
spaccatura tra gli Usa e la Ue e la Gran Bretagna, già prodottasi
con la politica dei dazi, la minaccia prima di lasciare la Nato, se
gli europei non avessero aumentato le spese militari fino al 5% del
Pil, e poi di annettersi la Groenlandia.
I
più stretti alleati europei degli Usa hanno
rifiutato
di partecipare alla guerra contro l’Iran e hanno preso le distanze
dagli Usa molto più di quanto accadde durante la prima e la seconda
guerra del Golfo dei Bush padre e figlio.
Da
qui la ripresa delle minacce di Trump di uscire dalla Nato.
Infine,
con l’attacco all’Iran, Trump si è messo in un cul
de sac.
Dopo un mese di bombardamenti dal cielo non ha ottenuto nulla, se non
aver avvicinato il mondo alla recessione e aver attirato la
distruzione sui paesi arabi del Golfo.
Ora,
l’alternativa è ritirarsi oppure insistere, passando a un attacco
con truppe di terra.
Nel
primo caso l’Iran di fatto avrebbe vinto la sua guerra,
semplicemente resistendo e non piegandosi.
Nel
secondo caso Trump
contraddirebbe definitivamente le promesse
fatte al suo elettorato di non coinvolgere gli Usa in una nuova
guerra e si esporrebbe a un conflitto sanguinoso per le sue truppe e
dagli esiti fallimentari come quelli ottenuti dai suoi predecessori
nei conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan.
Quindi,
da tutto questo risulterebbe l’irrazionalità della guerra
statunitense contro l’Iran.
Per
questa ragione, molti hanno affermato che in realtà la spiegazione
della decisione di Trump di attaccare starebbe nella subordinazione
degli Usa a Israele e alla lobby ebraica interna agli Usa stessi, che
puntano alla eliminazione dell’Iran.
In
particolare, si ipotizza che Trump sia ricattato da Israele,
che avrebbe documenti compromettenti legati alla vicenda di Epstein.
Sinceramente non sappiamo se tali documenti esistano, ma riteniamo
alquanto improbabile che un paese grande e potente come gli Usa
possa essere manovrato da un paese piccolo e così dipendente dal suo
aiuto come Israele.
Soprattutto,
riteniamo che ci siano delle ragioni economiche e politiche molto più
importanti, legate alla natura stessa degli Usa, cioè al loro
carattere imperialista.
Piuttosto
che rispolverare teorie quali l’esistenza di un complotto
internazionale giudaico, sarebbe il caso di utilizzare gli strumenti
della scienza economica e sociale.
Devono
esistere delle ragioni interne che spingono gli Usa alla guerra e
all’uso della forza, per il quale – è l’unica differenza
rispetto al passato -, non si preoccupano più di trovare una
giustificazione morale o ideologica, come la lotta contro il
comunismo o contro il terrorismo e per l’esportazione della
democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Le
ragioni della tendenza statunitense alla guerra, al di là di chi sia
il presidente in un certo momento, sono certamente complesse e
variegate.
Per
facilitare la comprensione di tali ragioni faremo riferimento a uno
specifico indicatore economico, la posizione finanziaria netta verso
l’estero o, in inglese, Net
International Investment Position (NIIP).
Tale
prospetto statistico misura la differenza tra le attività
(investimenti) e le passività (debiti) di un paese rispetto al resto
del mondo.
Se
prevalgono le attività si dirà che il paese in questione è un
creditore netto, al contrario se prevalgono i debiti si dirà che è
un debitore netto.
Per
calcolare il NIIP si prendono in considerazione gli investimenti
diretti esteri (Ide), cioè l’investimento a lungo termine in
attività produttive con diritto di gestione, gli investimenti di
portafoglio, cioè gli investimenti in azioni senza il controllo e la
gestione delle aziende, e i derivati. La NIIP misura lo stock di
questi investimenti sia in entrata che in uscita.
Ora,
il punto è che la posizione netta degli Usa verso l’estero è
abbondantemente negativa, vedendo la prevalenza dei debiti o
passività nei confronti dell’estero rispetto alle attività o
prestiti verso l’estero.
Questa
situazione si è verificata la prima volta nel 1972 e si è affermata
stabilmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.
La
prevalenza dell’importazione di capitale sulla esportazione di
capitale distingue l’imperialismo statunitense da quello britannico
nel suo apogeo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, come
rileva lo storico Niall Fergusoni.
Del
resto, la prevalenza dell’esportazione di capitale su quella di
merci era una delle caratteristiche dell’imperialismo, come fu
teorizzato all’inizio del Novecento, da Hobson e Lenin.
Questo,
però, non impedisce che gli Usa siano anche il maggiore esportatore
di capitale del mondo.
Tuttavia,
lo stock degli Ide verso l’estero delle multinazionali
statunitensi, pur essendo largamente superiore a quello di qualsiasi
altro paese, è inferiore a quello degli Ide verso gli Usa delle
multinazionali straniere.
Importante
è anche notare la prevalenza degli investimenti di portafoglio sugli
investimenti totali dall’estero.
Si
tratta, in questo caso, di investimenti nei mercati finanziari
statunitensi, cioè nelle azioni di aziende quotate in borsa, che
rimangono di proprietà statunitense.
È
in questo modo, che le big tech statunitensi, come Apple, Microsoft,
Oracle, Meta, Google, Amazon, ecc. ricavano gli immensi capitali, che
gli sono necessari, ad esempio, per sviluppare l’intelligenza
artificiale e incrementare i loro profitti.
Non
è un caso, infatti, che, sebbene si tratti di una tendenza sorta da
tempo e diventata stabile da una trentina di anni, la posizione
negativa degli Usa si sia accentuata negli ultimi anni.
Nel
2020 la posizione era negativa per circa 12mila miliardi di dollari,
nel 2025 lo è diventata per 27,6mila miliardi, cifra che risulta
dalla differenza tra le attività, pari a circa 43mila miliardi, e le
passività, pari a 70,5mila miliardi.
Questa
situazione di indebitamento finanziario è aggravata dalla crescita
del deficit anche nello scambio di beni e servizi con l’estero, che
è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del
2025.
Il
deficit commerciale riflette un eccesso di consumi rispetto alla
produzione nazionale, che deve essere finanziato attraverso
l’indebitamento verso l’estero o la vendita di attività
nazionali a investitori nazionali, peggiorando la NIIP.
Da
quanto detto si ricava che gli Usa sono il maggiore debitore mondiale
e che per sostenere il loro debito si trovano nella necessità di
finanziarlo continuamente attraverso il drenaggio di capitali dal
resto del modo.
Questo
finanziamento avviene, però, soltanto se i titoli di stato
(treasury) e le azioni statunitensi sono attrattivi.
La
domanda mondiale di treasury e azioni è garantita dal ruolo del
dollaro come moneta di riserva, il che costituisce l’”esorbitante
privilegio” che permette agli Usa di finanziarsi a tassi di
interesse più bassi di quanto dovrebbero pagare in base al loro
debito.
Infatti,
le banche centrali di tutto il mondo, dal momento che hanno bisogno
di riserve in dollari, acquistano titoli di stato statunitensi.
Questo, però, accade solo se il dollaro è valuta di riserva
mondiale, ed è tale solo se è valuta di scambio internazionale, e
se, quindi, tutte le banche mondiali richiedono dollari affinché i
loro clienti possano acquistare merci quotate in dollari sui mercati
mondiali.
Per
questa ragione gli scambi delle merci più importanti, come le
materie prime energetiche (petrolio e gas), devono avvenire in
dollari.
Non
è un caso che gli Usa abbiano stipulato un trattato con l’Arabia
Saudita e poi con gli altri paesi del Golfo persico nel 1974, quando
gli Usa passarono dall’essere creditori a debitori netti,
stabilendo che il petrolio fosse venduto in dollari in cambio della
sicurezza garantita dalle Forze Armate statunitensi.
In
questo modo, dagli anni ’70 nasce il “sistema del
petrodollaro”, che sostiene il dollaro come valuta di
transazione commerciale e quindi di riserva mondiale.
Ora,
il sistema che garantisce agli Usa di finanziare il loro gigantesco
debito sta mostrando delle crepe notevoli.
In
primo luogo, il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre
pagato in dollari, oggi per un 15-20% dei volumi è acquistato in
yuan cinesi, rubli russi, e rupie indiane.
Inoltre,
Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aderito con la Cina e altri
paesi a mBridge, una infrastruttura di pagamento al di fuori dal
sistema del dollaro e dallo Swift, il sistema di pagamenti
controllato dagli Usaiv.
In
secondo luogo, molte
banche centrali stanno liberandosi di treasury statunitensi.
I
treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche
centrali di tutto il mondo erano a fine marzo 2025 pari a 2.933
miliardi di dollari ma ora sono scesi a 2.712 miliardi con una
perdita in un solo anno di 221 miliardi.
Il
livello attuale è il più basso dal giugno 2012.
A
liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui
valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati
soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un
picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardivi.
Secondo
il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il
mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal
70% del 2004 al 56,7% attuale.
Questi
fenomeni, legati a una tendenza di lungo periodo connessa al declino
dell’egemonia statunitense e all’ascesa della Cina, sono stati
accentuati dalle politiche scelte recentemente dagli Usa.
In
primo luogo, dalla decisione di usare il dollaro e la piattaforma di
transazioni finanziarie Swift come strumenti di sanzione contro i
paesi avversari, a partire dalla Russia.
Proprio
per aggirare le sanzioni la Russia e l’Iran hanno venduto e vendono
petrolio e gas a India e Cina in valute diverse dal dollaro,
in rubli, rupie o yuan renmimbi.
Anche
il congelamento degli investimenti russi all’estero in dollari ha
scosso la fiducia nel dollaro da parte di molti governi e banche
centrali, soprattutto del Sud globale.
In
secondo luogo, la fuga dai Treasury è stata accentuata a partire
dall’aprile del 2025 con l’introduzione di alti dazi sulle
importazioni da parte dell’amministrazione Trump.
I
dazi hanno minato il meccanismo che regge da tempo i rapporti tra
gli Usa e molti paesi, compresi quelli del Sud globale.
In
pratica, i paesi grandi esportatori, come la Cina, che realizzavano
un importante surplus commerciale verso gli Usa, si impegnavano a
reinvestire il loro surplus in treasury.
In
questo modo, gli Usa ottenevano due piccioni con una fava:
semplicemente stampando dollaro finanziavano il loro deficit sia
commerciale sia statale.
Quindi,
l’aumento dei dazi, riducendo le importazioni e innescando
rappresaglie, in particolare da parte della Cina, ha contribuito a
far calare le riserve in treasury.
La
guerra potrebbe aver accentuato ulteriormente questi processi.
Infatti, da quando è scoppiata le banche centrali a livello mondiale
hanno dismesso ben 82 miliardi di treasury.
Inoltre,
la guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe ulteriormente minare il
petrodollaro e rappresentare l’inizio del petroyuan.
In
particolare, bisognerà vedere quello che faranno i paesi produttori
di petrolio del Golfo persico, come l’Arabia saudita, grazie ai
quali si sosteneva il petrodollaro e che al contempo investivano gli
enormi surplus commerciali derivati dall’esportazione di petrolio,
gas, alluminio e fertilizzanti nell’acquisto di treasury.
Questi
paesi, che confidavano nella protezione statunitense, a seguito
della guerra hanno avuto infrastrutture e pozzi danneggiati dai
missili dell’Iran e hanno perso gli ingenti proventi dell’export
per la chiusura dello stretto di Hormuz.
Del
resto, lo yuan, anche se è ancora lontano dal poter essere
considerato una valuta di riserva alternativa al dollaro, sta
internazionalizzandosi sempre di più.
La
Cina con una quarantina di banche centrali ha creato la più grande
rete mondiale di accordi di swap valutario.
In
questo modo, le banche centrali possono scambiare valute locali,
facilitando il commercio, garantendo la liquidità senza passare
sotto le forche caudine del dollaro e riducendo così la loro
dipendenza dagli Usa.
Ritornando
alla logica della guerra, possiamo dire che questa va rintracciata
nella natura socioeconomica degli Stati Uniti.
Il
settore dominate del capitale statunitense è quello finanziario.
Tale capitale ha una natura fondamentalmente parassitaria nei
confronti del resto del mondo.
Gli
Usa non si limitano a estorcere un extra-profitto dai lavoratori dei
paesi del Sud globale, attraverso le loro multinazionali e il
meccanismo dello “scambio ineguale”, ma attirano capitali da
tutto il mondo verso i loro mercati finanziari, che rimangono i più
importanti a livello mondiale, e verso le loro multinazionali che
sono quotate presso le borse Usa.
Gli
Usa sono uno stato parassitario, perché sono il più grande
debitore internazionale, e devono costringere il resto del mondo a
finanziare questo debito.
Gli
Usa sono come un tossicodipendente che ha bisogno di sempre maggiori
quantità della sostanza da cui dipende.
Il
debito statunitense, infatti, è sempre più grande e il suo stesso
meccanismo di finanziamento lo accresce.
Il
punto, quindi, è che il capitalismo nel suo stadio più avanzato,
quello imperialista, si fonda inevitabilmente sul capitale
finanziario e, quindi, diventa sempre più parassitario.
Gli
Usa sono arrivati al punto più alto di questo stadio imperialista.
La guerra e la forza militare sono lo strumento per continuare ad
alimentare l’afflusso di ricchezza dal resto del mondo.
Il
meccanismo di questo afflusso si basa in parte rilevante sul
petrodollaro.
Come
detto sopra, gli Usa, a differenza della Gran Bretagna di un secolo
fa, sono importatori netti di capitali dall’estero.
La
verità, però, è che la Gran Bretagna risultava esportatrice netta
di capitale, in quanto poteva beneficiare del trasferimento di
ricchezze, oro e capitali dalle sue colonie, in particolare
dall’India. L’imperialismo statunitense attuale, però, non
potendosi fondare sulle colonie, deve fare affidamento sul
petrodollaro.
Per
questa ragione, il peggioramento della posizione finanziaria negativa
sull’estero, unita al processo di dedollarizzazione, cioè di
erosione del ruolo mondiale del dollaro, ha spinto Trump a cercare di
ristabilire il pieno controllo sull’area, quella mediorientale,
dove ci sono le riserve di petrolio più vaste, di migliore qualità
e più a buon mercato.
Per
raggiungere questo obiettivo bisognava, però, distruggere
l’Iran come stato sovrano e indipendente dall’imperialismo.
Il
ruolo neocoloniale di Israele è funzionale e coerente con quello
imperialista degli Usa.
Sono
le due facce della stessa medaglia.
Ma
non si può certo dire che gli Usa siano stati spinti in guerra da
Israele più che dai loro meccanismi economici interni.
In
una sorta di eterogenesi dei fini, le politiche di Trump, tese
dichiaratamente a restaurare il pieno dominio mondiale statunitense,
stanno producendo proprio l’effetto contrario, accentuando la
contraddizione tra aumento dell’indebitamento e indebolimento dello
strumento per finanziarlo.
La
politica dei dazi avrebbe dovuto permettere la reinternalizzazione
delle produzioni manifatturiere negli Usa e la riduzione del debito,
secondo le affermazioni di Trump.
In
realtà, una certa reinternalizzazione può probabilmente avvenire
soltanto per quanto riguarda quelle produzioni che sono più
strategiche o legate all’apparato militare-industriale.
Il
vero obiettivo dei dazi era quello di drenare capitali esteri negli
Usa, scambiando l’abbassamento dei dazi con investimenti miliardari
in attività produttive e finanziarie, come i treasury a lunga
scadenza.
Invece,
come abbiamo visto, i dazi rischiano di inceppare il meccanismo
stesso della domanda mondiale di treasury.
L’esercizio
della forza militare, dall’altro lato, avrebbe dovuto puntellare il
petrodollaro e il dominio mondiale degli Usa, e invece li sta
indebolendo.
La
verità è che il dominio della tecnologia, i bilanci militari
miliardari, e la preponderanza dei mezzi di distruzione non sono
sempre sufficienti a piegare l’avversario né risparmiano dal
commettere errori marchiani.
Trump,
nel calcolo della equazione con cui avrebbe dovuto trovare la
soluzione alla crisi americana, non ha considerato l’indisponibilità
del cittadino medio americano a farsi trascinare nell’ennesima e
sanguinosa avventura all’estero e, sopra ogni altro fattore, la
determinazione e la capacità di resistenza dell’Iran e del suo
popolo.
Rimane
il fatto che, per quanto cambino i loro presidenti, se gli Usa
manterranno la loro natura imperialista, rimarrà sempre alto il
pericolo dello scoppio di guerre tremendamente distruttive.