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domenica 26 aprile 2026

Preciso il mio 25 aprile.

 


Quel numero che vedete nel jpg sono le persone che in qualche modo hanno letto il precedente post e molti di questi mi hanno scritto nella posta personale e li ringrazio del loro punto di vista o svista e quindi come rischiestomi cerco di sviluppare il perchè ho scritto il precedente post.

Il 25 aprile viene presentato ogni anno come una data sacra, simbolo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, come se segnasse un momento di pura rinascita democratica e di libertà.

Ma questa è una versione della storia profondamente parziale, figlia della propaganda che, fin dal dopoguerra, ha monopolizzato il racconto della Resistenza e lo ha trasformato in una religione laica, intoccabile, alla quale tutti dovrebbero inchinarsi.

La verità, però, è molto più complessa (almeno dal mio punto di vista ma cercando di non esser di parte).

Non tutti i partigiani combattevano per la libertà.

Una buona parte di loro, in particolare quelli legati al Partito Comunista Italiano, avevano un progetto ben preciso: non la democrazia liberale, ma l’instaurazione di un regime comunista sul modello sovietico.

Non a caso molti guardavano a Stalin come modello, e in alcune zone, durante la guerra e soprattutto subito dopo, si sono comportati più da miliziani ideologici che da liberatori.

Dopo il 25 aprile 1945, infatti, l’Italia non conobbe subito la pace.

Si aprì una fase sanguinosa di vendette private, regolamenti di conti, giustizia sommaria.

Migliaia di italiani, spesso semplici funzionari, militari o anche solo sospettati di essere stati “collaborazionisti”, furono uccisi senza processo.

Donne accusate di aver avuto relazioni con tedeschi o fascisti vennero rasate, seviziate, umiliate in pubblico.

Mi ricordo ancora che da piccolo alla vista di una signora che chiamavano “La Pelata” quando aveva una folta chioma, non mi capacitavo l'epiteto che però ho capito qualche anno dopo.

Famiglie intere subirono rappresaglie.

Non fu giustizia: fu vendetta.

Molti italiani che avevano combattuto per la Repubblica Sociale Italiana lo avevano fatto per onore, per coerenza, per senso dello Stato, per fedeltà a un’idea o per qualche paura che non so.

Non erano criminali.

Erano soldati.

Giovani mandati a morire e qui vi rilancio ai post che ho dedicato a mio zio Ettore e a mio zio Mauro e tutto questo l'ho descritto anche nel post della famiglia Bonzi e spero che leggendo possiate capire meglio il mio punto di vista sul 25 aprile.

La narrazione ufficiale li ha cancellati, trattandoli come reietti della storia.

Nessuna pietà, nessun riconoscimento, una sega di niente.

Solo silenzio.

Il 25 aprile è diventato così la festa di una parte contro l’altra, non la festa di tutti.

Una data divisiva, imposta con la forza della cultura egemone, che per decenni ha occupato scuole, università, cinema, giornali, trasmettendo una visione unica, mitizzata, priva di autocritica.

Chi osa mettere in dubbio questa narrazione viene subito tacciato di revisionismo, di fascismo, di ignoranza.

Una democrazia così non è sana.. cazzo.

Un vero Paese libero dovrebbe essere capace di guardare in faccia la sua storia con tutte le sue sfumature, senza trasformare una parte in santi e l’altra in demoni.

Invece no: ogni anno si assiste allo stesso copione di pecore vestite da lupi.

Cortei con bandiere rosse, slogan antifascisti ripetuti come mantra, medaglie distribuite a pioggia a chiunque si sia dichiarato partigiano, anche postumo.

Nessuno che ricordi i crimini, gli abusi, le epurazioni ingiustificate. 

Nessuno che si fermi a pensare che anche dall’altra parte c’erano italiani.

Non mostri, non nemici:

ma solo italiani.

Ecco perché, per chi ha un’idea diversa dell’Italia, per chi crede nei valori dell’onore, della patria, dell’ordine, della sovranità nazionale, il 25 aprile non è una festa della liberazione ma dell'occupazione.

È una data da ricordare, certo, ma con dolore, con spirito critico, e soprattutto con rispetto per tutti i caduti, non solo per quelli “giusti” secondo la vulgata politica.

Perché la storia, se è vera, non fa il tifo.

Racconta tutto.

Anche quello che fa male, porca puttana.

L'Italia è stata sconfitta ed alla lunga possiamo dire che è stata l'unica ad avere i propri territori ridotti. 

La germania si è riunificata, all'Italia sono state tolte le coste dell'Istria e della Dalmazia, la liberazione non esiste, le nostre città sono state spesso massacrate e punite.

Speriamo che a forza di dirle queste cose i detrattori possano rinsavire e mettere definitivamente una pietra sopra queste tristi vicende storiche e continuo a ripetere che questa è la festa dell'occupazione anche da parte di chi oggi col parrucchino giallo ci da dei cagasotto.


la Lola.

 

In hillo tempore facevo la spola Torino Milano due volte alla settimana facendo l'autostrada monotona e dritta e un bel giorno intravidi un cane legato al pilone del ponte e ho rischiato di essere travolto da un TIR in quanto mi son fermato di brutto e facendo retromarcia mi sono avvicinato al cane legato che era spaventatissimo ed era una cagnetta.. l'ho slegata e caricata in macchina dandole da bere e lei mi parlava dicendo “loo..laa” e così l'ho battezzata Lola.

Era brutta e camminava storto come se fosse disassata ma divenne la mia cagnetta.. lei sentiva quando tornavo distinguendo il rumore della mia macchina.. io aprivo la portiera facendo attenzione a non investirla e lei saliva facendomi le feste, poi un bel giorno anzi brutto giorno non mi accolse e mia madre mi disse che era stata investita ed evidentemente ha sentito il rumore di una macchina come la mia e così è finita la sua vita.. povera Lola.

sabato 25 aprile 2026

25 aprile ricorrenza occupazione.

 


Occhio che quello che leggete (se ne avrete voglia) è solo un punto di vista e non altro.

Mi chiedo che cazzo c'è da festeggiare al 25 aprile, per me più che liberazione è stata un'ccupazione, qualcuno mi darà del fascista per quanto sto scrivendo.

Ma io fascista non lo sono nemmeno da lontano.

Mai stato.

Solo non ho fette di prosciutto sugli occhi.

Né come persona e né come storico.

Non mi vergogno di dire che il 25 aprile non è una festa inclusiva e nazionale, è la festa delle bandiere rosse che ancora oggi dopo 81 anni vorrebbero far credere che furono a partigiani rossi a vincere la guerra e che la "liberazione" e lo Stato Democratico lo dobbiamo a loro (vedi le varie manifestazioni che stanno facendo).

Che minchiata, niente di più falso.

Il 25 aprile dovrebbe ricordarci il periodo buio che esso inaugurò e gli eventi sanguinari che innescò, le pagine di storia sporche e sanguinarie di quel tempo dove c'era sì fra i partigiani chi combatteva per la libertà ma c'erano anche ed erano la maggioranza quelli che volevano instaurare un’altra dittatura.

L'antifascismo è stato un movimento legittimo e positivo e l'idea di democrazia che ne derivava fu un ideale limpido e libertario.

Ma l'antifascismo rosso non fu niente di tutto questo.

Ma in ogni caso l'antifascismo, una volta morto e sepolto il fascismo insieme al buon Benito, che senso ha di esistere?

E' una idea da inserire nella categorie della Storia non nelle discussioni politiche di oggi.

E non parliamo di fascismo odierno.

Chi lo fa mente sapendo di mentire oppure è un ignorante nel senso che ignora non dispregiativo e non vuol saperne una sega.

Liberazione?

Vero, ci liberammo dai tedeschi, ma non furono certo i partigiani a farlo ma gli alleati che in seguito ci dotarono di una libertà e sovranità limitata e soggetta agli USA che scontiamo ancora oggi con parrucchino che ci manovra e ci da dei cagasotto.

Il 25 aprile dovrebbe essere una data per ricordare che Benito andava processato e ucciso, non ci sarebbe stata nascita della nuova repubblica senza la sua morte.

Ma ricordare anche che Piazzale Loreto fu un atto bestiale d’inciviltà e un marchio d’infamia e di disonore impresso a sangue nell'anima della nascente repubblica.

Dovremmo ricordare anche, oltre a chi fra i partigiani perse la vita, anche quanti la persero per mano partigiana e senza alcuna vera colpa.

Si uccisero vilmente uomini di cultura non d'arme, una "carognata ingiusta e vigliacca" come Oriana Fallaci definì queste morti.

Ben 13mila persone furono uccisi brutalmente dai "partigiani" oltranzisti di sinistra a guerra già abbondantemente finita, il mattatoio, soprattutto in Emilia-Romagna e Toscana durò per quasi due anni fino alla fine 1946.

Chi li ricorda?

Fascisti certo, ma chi non lo era stato?

Il popolo italiano è stato fascista in grandissima parte per 20 anni, chi convintamente e chi meno.

E tanti nemmeno fascisti dichiarati, piccoli commercianti, piccoli proprietari, impiegati comunali, vulvivendole, preti, suore, sagrestani e chierichetti.

Chiunque si opponesse al credo comunista e all'avvento dell'ora "X" della rivoluzione rossa in Italia, ma anche vendette personali, appropriazioni indebite, crimini di ogni tipo.

E perché non ricordare anche i caduti dei vinti?

Moltissimi erano in buona fede.

Moltissimi obbedivano solamente ad ordini.

Erano italiani anche loro.

Fratelli.

Perché quest'odio ancora oggi dopo tanti anni?

E perché non sanare una volta per tutte la piaga che la guerra civile provocò?

Cosa ci sarebbe da festeggiare per tutto questo?

Una vittoria per caso?

Ma mi prendete per il culo?.

La guerra l'Italia l'ha persa e l'hanno vinta gli americani che da allora in poi hanno esercitato un controllo sia politico che militare sull'Italia.

Ecco perchè vi dico che il 25 aprile è la festa dell'occupazione.

I partigiani non hanno liberato proprio 'na minchia, l'ordine della insurrezione generale, dato appunto il 25 aprile 1945, si diede solo quando i tedeschi, caduta la linea gotica alcuni giorni prima, avevano già deciso di arrendersi e ritirarsi e stavano negoziando i termini della resa con gli alleati, non certo con i partigiani.

Non furono certo i partigiani a cacciarli.

L'unico caso italiano di resa dei tedeschi ai partigiani si ebbe a Genova dove il generale tedesco Meinhold, un uomo intelligente e ragionevole, trattò con i partigiani del Partito d'Azione e con il suo comandante in cambio della salvezza del porto di Genova che era stato minato ottenne l'immunità per le sue truppe che erano ben superiori a quelle partigiane, ma la guerra era ormai finita e il comandante tedesco si rifiutò di operare ulteriori distruzioni e spargimento di sangue.

Il generale tedesco si consegnò poi agli alleati e fu presente a Norimberga come testimone (non imputato) e poi liberato.

Il suo nome è stato onorato a Genova nel dopoguerra e fino alla sua morte per la sua ragionevolezza che salvò la città e il porto.

Ripeto che il 25 aprile da festeggiare c'è ben poco…

Viva l'itaglia.

ps.. vi ricordo che il 25 aprile 2001 se n'è andato Michele Arboreto/Ferrari durante una sessione di test in Germania.


 

venerdì 24 aprile 2026

Mancanza di medicine.

 


Per chi si pillolizza causa colesterolo e pressione alta il buon parrucchino spreme sul portafoglio e ci da dentro con la sindrome del dazio.


La sindrome del dazio: come la mano di parrucchino spreme il portafoglio degli italiani (e nessuno lo chiama ricatto).

C’è una verità scomoda che i pazienti italiani, ingoiati vivi dalla coda lunga di una crisi che non hanno mai votato, faranno fatica a mandare giù insieme ad un anticoagulante rincarato o a un antibiotico che ora pesa di più sulla ricetta del medico di base.

La guerra dei dazi voluta da parrucchino non è un affare tra economisti, non è una scaramuccia diplomatica tra burocrati vestiti di scuro.

È un’emorragia silenziosa che ha già cominciato a macchiare i bilanci delle famiglie, partita non dai titoli dei giornali finanziari ma dalle corsie delle farmacie italiane, dove i prezzi di alcuni farmaci essenziali – quelli per l’ipertensione, per il colesterolo, gli antibiotici e gli anticoagulanti – stanno salendo senza che nessuno alzi la voce abbastanza forte da rompere l’incantesimo dell’indifferenza .

Mi spiego meglio, con la concretezza che merita chi ha visto troppe crisi annunciate e poi negate fino all’ultimo minuto.

Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, nei giorni scorsi ha rotto un certo codice di omertà industriale dominato da chi abbiamo eletto.

Ha detto a chiare lettere che il settore farmaceutico italiano è dal culo ed è arrivato a un “punto critico per la sostenibilità della produzione”.

E ha collegato il punto: l’aumento dei costi energetici post-conflitto mediorientale, combinato con il balzo dei principi attivi provenienti da Cina e India (rincarati del 50%) e dell’alluminio per i blister (impennata del 120%), ha spinto le aziende sull’orlo di una decisione inevitabile .

I farmaci da banco stanno già salendo, ma quelli etici, quelli prescritti dal medico, i cui prezzi sono amministrati dall’Aifa, restano bloccati solo sulla carta.

Nella realtà, le imprese li assorbono a proprie spese, ma “dopo il terzo shock energetico in pochi anni sono a un punto di rottura”. 

E quando un sistema produttivo si rompe, non si rompono le azioni in Borsa: si rompe il culo del cittadino che deve scegliere se curarsi o mangiare.

Ed è qui che entra in scena parrucchino, la nemesi giusta al momento sbagliato.

Perché la narrazione comune vorrebbe che le politiche aggressive di Washington sulla salute fossero un problema esclusivamente americano.

Niente di più falso.

Quello che Washington sta facendo è premere un grilletto che fa esplodere una bomba nei mercati di mezzo mondo.

Da un lato, parrucchino minaccia dazi astronomici – si è parlato del 30%, poi del 150, persino del 250% – sui farmaci importati dall’Europa .

L’obiettivo dichiarato è costringere le multinazionali a delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.

E già questo, da solo, prosciugherebbe gli investimenti dal Vecchio Continente.

Ma c’è un secondo movimento, più subdolo: l’amministrazione americana sta forzando le case farmaceutiche ad allineare i prezzi negli USA a quelli europei, molto più bassi.

E questa, apparentemente, sarebbe una buona notizia per gli americani, ma per noi europei è un disastro annunciato.

Per decenni, le aziende hanno venduto i medicinali a prezzi strapagati negli Stati Uniti, compensando i margini ridotti che la sanità pubblica europea imponeva.

Ora che parrucchino taglia quella gallina dalle uova d’oro, le aziende devono recuperare i profitti altrove.

E dove, se non alzando i prezzi proprio in quei paesi che per anni hanno pagato meno?

L’Europa, e l’Italia in testa, scopre di essere stata un “free rider” del sistema farmaceutico globale, e ora arriva il conto.

La questione è squisitamente politica, e non lo dico per retorica. 

Cattani ha avuto il merito di definirla una “svolta da cui non si torna indietro” .

Sticazzi .. Ma voglio aggiungere un aggettivo: è una svolta ipocrita.

Perché mentre Parrucchino alza i muri commerciali, l’Europa e l’Italia restano immerdate in un pantano autoreferenziale fatto di “payback” – quel meccanismo perverso che obbliga le aziende farmaceutiche a restituire miliardi allo Stato ogni anno a causa del superamento dei tetti di spesa – e di una burocrazia paralizzante che impiega in media quattordici mesi per autorizzare un nuovo farmaco .

Chiediamoci, con il cinismo che la realtà ci impone: come si può chiedere alle imprese di resistere agli urti della guerra commerciale quando il loro stesso mercato domestico le punisce per aver venduto troppo?

È come legare le mani a un pugile e poi pretendere che vinca l’incontro.

E mentre i diplomatici europei, con la loro proverbiale lentezza, cercano di ottenere uno “0-0” da Washington – come se negoziare con parrucchino fosse una partita a scacchi e non un'aggressione a colpi di mazza da baseball – il danno è già in atto.

La prossima estate potremmo trovarci di fronte a uno scenario da repubblica di Weimar sanitaria: carenze di farmaci strategici, un mercato parallelo di medicinali a prezzi impazziti e la ricerca farmaceutica che emigra definitivamente in Cina, dove il Partito Comunista – è bene ricordarlo – ha pianificato una leadership mondiale nel settore biotecnologico senza se e senza ma .

L’impressione, da osservatore stanco di queste dinamiche, è che l’Italia stia subendo un triplice atto di forza: quello del mercato, quello della politica estera americana e quello della propria miopia regolatoria.

I dazi di parrucchino sono solo la miccia.

La polvere da sparo è nei nostri magazzini vuoti e nelle nostre leggi del cazzo.

Il presidente di Farmindustria lancia l’allarme, ma la sua voce è quella di Cassandra in un palazzo vuoto.

Se non cambieremo paradigma – e subito, non con l’ennesima commissione parlamentare – quello che chiamiamo “Servizio Sanitario Nazionale” diventerà un coupon a punti per ricchi, mentre i poveri faranno i conti con la pressione alta senza i farmaci giusti.

Parrucchino, nel suo stile volgare e brutale, ha vinto la sua partita. 

Noi cagasotto stiamo ancora cercando il campo da gioco e festeggiamo sta liberazione da occupati.




 

Lei non c'è..

 


Azz..Sono qui e Lei non c’e’.
Mi guardo intorno.

Ma e’ tutto inutile.

Ormai e’ finita.
Sento il tempo scrosciare come fosse acqua.
Non posso farcela senza di Lei.

Non in questo momento.
Perche’ non ci sei?

Come ho fatto a sbagliare?

Mi sento un po’ bambino.
Ucciso dalla propria ingenuita’, son proprio un pirla.
Pero’…Non e’ stata colpa mia.

Come puo’ un uomo resistere?
La Natura e’ un qualcosa di superiore che l’uomo avra’ solo l’illusione di poter controllare.
L’illusione… Ah, che bella cosa.

La cosa piu’ dolce che puo’ possedere l’uomo e’ l’illusione.
Almeno in questa so’ che ci sei te, profumata tenera e avvolgente.
Si’ nelle mie illusioni ci sei.

E Dio solo sa quanto sarei felice in questo momento se ci fossi anche nella realta’.
Ma e’ questo il brutto di un illusione…che non e’ reale.

Non ti vedo..
Al massimo, si e’ consapevoli che quella cosa esiste solo nella nostra testa, nel magnifico universo di idee che alberga in ognuno di noi.
Oh, quanto mi piacerebbe vivere nelle mie idee, nel mio universo.
Costretto, invece, a vivere in un mondo che non mi appartiene ma che qualcun altro ha creato, schiacciato da regole non mie.
Un mondo dove tu adesso non ci sei.

Ma ormai e’ inutile parlare.

E’ fatta..
Cosa cazzo faccio adesso?

Oh, no... Ti prego no… Oh, no… Lui e’ uscito.

La Cosa ormai e’ fatta, lo sento persino nell’aria.. doloreee.
No, ti prego non puo’ finire cosi’.

Non ci credo.

Eppure pensavo…Che Lei c’era o ci fosse stata, il verbo non conta piu’ ormai e vengo al sodo..


 

 

 

 

Pensavo fosse rimasto almeno un rotolo di carta igienica! 

Lellaaaaaaaaaaaa la cartaaaaa...

E adesso faccio una riflessione in quanto la carta igienica è un bene di primaria necessità nella vita di tutti noi, ma è fondamentale porre attenzione al suo utilizzo.

Ogni giorno, utilizziamo questo prodotto senza pensarci troppo, ma l’impatto che ha sull’ambiente e sulla nostra salute è un argomento che richiede una riflessione approfondita.

La produzione di carta igienica richiede una quantità enorme di alberi e acqua.

Questo processo di deforestazione ha conseguenze negative sull’habitat naturale e sulla biodiversità.

Gli alberi sono fondamentali per la pulizia dell’aria e per la riduzione del livello di anidride carbonica nell’atmosfera, e la loro distruzione può portare a gravi conseguenze ambientali.

Inoltre, la produzione di carta igienica richiede notevoli quantità d’acqua, un bene prezioso che in molte parti del mondo è già scarsa.

Il consumo eccessivo di acqua per produrre la carta igienica contribuisce al problema della carenza idrica, un fenomeno che sta diventando sempre più preoccupante.

Dobbiamo considerare il fatto che ci sono alternative più sostenibili che possono ridurre il nostro impatto ambientale.

Ma non è solo l’ambiente a risentire dell’utilizzo eccessivo di carta igienica.

Spesso, la carta viene trattata con sostanze chimiche per migliorarne la morbidezza e l’assorbenza.

Queste sostanze possono essere irritanti per la pelle sensibile e possono causare reazioni allergiche.

Inoltre, la produzione e il trasporto della carta igienica tradizionale contribuiscono all’emissione di gas a effetto serra, come la CO2, aggravando il problema del cambiamento climatico.

Pertanto, limitare l’uso della carta igienica tradizionale è un passo importante verso uno stile di vita più sostenibile.

Esistono alternative più ecologiche e rispettose dell’ambiente, come ad esempio l’utilizzo di bidet o l’adozione di carta igienica riciclata. Inoltre, dovremmo essere consapevoli del nostro consumo e cercare di ridurre lo spreco, utilizzando solo la quantità necessaria.

La carta igienica è diventata una consuetudine nella nostra società, ma è importante considerare il suo impatto sull’ambiente e sulla nostra salute.

Scegliere alternative sostenibili e ridurre il consumo e lo spreco possono fare la differenza nel perseguire uno stile di vita più ecologico.

È responsabilità di ciascuno di noi fare scelte consapevoli che promuovano la sostenibilità e il benessere del nostro pianeta.

Dai.. basta riflettere e inizio la mia giornata e ben mi sta e devo sempre controllare prima dell'operazione...

giovedì 23 aprile 2026

Guerra all'Italia.

 

 

Avrete sentito la storia del russo che ha letteralmente dichiarato guerra all'Italia colpendo la Meloncina con frasi da osteria infimo livello e ho cercato di capire di più su quello che i TG propinano parlando con Giordano Palerna e questi mi ha passato un articolo del Cesio Endrizzi che vi passo paro paro e val la pena di leggerlo

La villa, la storia e il complotto: il megafono del Cremlino dichiara guerra all’Italia

ROMA – C’è una frase, nella lunga requisitoria che Vladimir Solovyev ha riversato ieri sera nei suoi canali Telegram e nelle dirette del suo programma “Polnyj Kontakt”, che funziona come una chiave di volta per decifrare l’intero, delirante meccanismo. 

“Signora Meloni, le parla un uomo, un ebreo, che le autorità italiane hanno nuovamente sottoposto a persecuzioni” . 

Non è un lapsus, non è un improvviso accesso di coscienza storica, non è nemmeno la più goffa delle strumentalizzazioni. 

È un manifesto: il conduttore che ha trasformato l’insulto in genere letterario e la propaganda in arte performativa, l’uomo che Putin ha insignito personalmente con l’Ordine di Alexander Nevsky e con la medaglia “per meriti per la madrepatria” per la sua campagna di odio contro l’Ucraina, ha scelto di vestire i panni della vittima. Della vittima perseguitata, per giunta, da un paese – l’Italia – che secondo la sua ricostruzione sarebbe ancora oggi, a ottant’anni dalla caduta del fascismo, una sorta di colonia ideologica del ventennio, governata da “seguaci del fascista Mussolini” che si rendono “complici di tutti i crimini dell’Italia fascista” sostenendo “lo Stato nazista ucraino” .

Il groviglio logico è talmente contorto da sembrare volutamente inestricabile, e forse lo è. 

Perché Solovyev non cerca la coerenza, cerca l’effetto. 

E l’effetto, in questo caso, è duplice: da una parte, rivendicare a sé la patente di “antifascista” e di “ebreo perseguitato” per delegittimare qualsiasi critica ai suoi metodi – chi oserebbe attaccare un uomo che si dichiara erede delle vittime della Shoah? 

– e dall’altra, rovesciare sul governo italiano la responsabilità per il sequestro delle sue due ville sul lago di Como, quelle che la Guardia di Finanza gli ha congelato nel 2022 in applicazione delle sanzioni europee contro gli oligarchi russi . 

Otto milioni di euro di proprietà, tra Loveno di Menaggio e Pianello del Lario, che il presentatore non ha mai perdonato all’Italia, e che sono state anche vandalizzate con un incendio doloso e scritte di vernice rossa . 

Per Solovyev, quelle ville non sono il frutto di un’amicizia col Cremlino che gli ha permesso di accumulare ricchezze mentre in Ucraina morivano civili. Sono il simbolo di una “persecuzione” che lo accomunerebbe, nella sua delirante ricostruzione, alle persecuzioni antisemite della storia italiana. 

È un azzardo talmente blasfemo che lascia senza parole, eppure è perfettamente funzionale alla macchina della propaganda russa: trasformare l’aggressore in vittima, il sanzionato in perseguitato, il propagandista della guerra in paladino della memoria.

L’attacco, come è noto, non si ferma alla premier. 

Solovyev allarga il tiro a tutto il paese, e lo fa con un lessico che mescola accuse storiche e ossessioni contemporanee in un frullato tossico. 

“Voi, condividendo le idee di Mussolini, vi rendete complici di tutti i crimini dell’Italia fascista e, per logica, dovete assumervene la responsabilità” . 

Poi l’aggancio al presente: “Lei dimostra simpatia per questi crimini, sostenendo lo Stato nazista ucraino, che compie atti terroristici sul territorio della Russia e non ha nascosto la preparazione di numerosi omicidi: tra gli obiettivi dichiarati dalle autorità ucraine ci sono anch’io” . 

L’accusa, formulata con la precisione di un capo d’imputazione, è che l’Italia sarebbe complice di un presunto complotto ucraino per ucciderlo. 

E la prova? Nessuna, naturalmente, se non la sua stessa parola. 

Ma nel mondo di Solovyev, la prova non serve: serve la ripetizione, l’eco, la viralità. 

E su questo terreno, il conduttore russo è un maestro. 

Il suo programma su Rossiya 1 raggiunge milioni di spettatori, i suoi canali Telegram sono tra i più seguiti nella Federazione, e le sue uscite – specie quando sono in italiano, come quella di ieri in cui definiva Meloni “idiota patentata” e “cattiva donnuccia” – sono studiate per rimbalzare oltre i confini russi, per costringere i media occidentali a parlarne, per alimentare quella guerra ibrida che è la specialità del Cremlino .

La reazione italiana, in queste ore, è stata compatta ma anche un po’ stanca, come se l’abitudine all’insulto avesse smussato la capacità di indignarsi. 

La Farnesina ha convocato l’ambasciatore russo Alexey Paramonov, che ha preso le distanze dal conduttore definendolo “un giornalista indipendente” e sostenendo che “nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso giudizi offensivi nei confronti di Meloni o dell’Italia” . 

Una dichiarazione che suona come una presa in giro, perché tutti sanno che Solovyev non è un giornalista indipendente: è il megafono del Cremlino, l’uomo che Putin ha premiato di persona, il volto televisivo della guerra . 

E la sua campagna d’odio contro l’Italia – che non è cominciata ieri, ma che si è intensificata dopo il sequestro delle ville – è una componente organica della strategia russa per delegittimare i paesi europei che sostengono l’Ucraina. 

La premier Meloni, da parte sua, ha risposto con la sobrietà che la situazione richiede: “Per sua natura, un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà. 

Noi, diversamente da altri, non abbiamo padroni. 

La nostra bussola resta una sola: l’interesse dell’Italia” . 

Poche parole, misurate, senza replicare agli insulti personali. 

È la scelta giusta, perché ogni replica darebbe a Solovyev esattamente ciò che vuole: attenzione, legittimazione, uno spazio nel dibattito italiano.

E mentre la polemica infiamma i talk show e i social network, c’è una domanda che resta sospesa, come il fumo di un incendio mai del tutto spento: perché l’Italia? 

Perché Solovyev, che potrebbe bersagliare qualsiasi altro leader europeo, ha scelto di concentrare la sua rabbia proprio su Giorgia Meloni e sul nostro paese? 

La risposta, probabilmente, è la combinazione di due fattori. 

Il primo è personale: le ville sequestrate. 

Solovyev era innamorato dell’Italia, ci aveva investito milioni, ci aveva persino ottenuto un certificato di residenza . 

La revoca di quel sogno – la confisca delle dimore sul lago, l’impossibilità di tornare nel paese che amava – gli brucia come una ferita aperta, e ogni attacco a Meloni è anche un atto di rivalsa contro chi gli ha tolto il suo angolo di paradiso. 

Il secondo fattore è politico: l’Italia, sotto la guida di Meloni, è diventata uno dei sostenitori più convinti dell’Ucraina in Europa, e il suo governo, per quanto criticato su altri fronti, non ha mai vacillato sul sostegno a Kiev. Colpire Meloni significa colpire il consenso italiano all’alleanza atlantica, significa seminare dubbi, significa provare a indebolire una delle voci più autorevoli del fronte europeo. 

Che poi gli argomenti usati siano storicamente ridicoli – paragonare il governo Meloni al fascismo, definire l’Ucraina “Stato nazista” – non importa. La propaganda non ha bisogno di essere vera, ha bisogno di essere ripetuta. 

E Solovyev, da questo punto di vista, è una macchina da ripetizione perfetta.

E così, mentre l’ambasciatore russo viene convocato e richiamato, e i diplomatici italiani spiegano che “non si accettano lezioni da un regime che reprime ogni dissenso”, e il presidente ucraino Zelensky offre solidarietà a Meloni definendo i propagandisti russi “miserabili” , la vicenda si avvia verso la sua inevitabile dissolvenza. 

Tra qualche giorno, qualcun altro dirà qualcos’altro, e i riflettori si sposteranno. 

Ma il danno, per quanto gestibile sul piano diplomatico, resta: Solovyev ha dimostrato ancora una volta che la guerra non si combatte solo con i missili, ma anche con le parole, e che le parole, quando sono pronunciate da un megafono del Cremlino, possono ferire, offendere, delegittimare. L’Italia, dal canto suo, ha risposto con dignità, ma forse dovrebbe anche chiedersi se non sia il caso di alzare la voce, di raccontare con più forza le ragioni del proprio sostegno a Kiev, di non lasciare che il monopolio della narrazione sia nelle mani di chi trasforma la storia in un’arma e la memoria in un insulto. 

Perché alla fine, la partita non è tra Meloni e Solovyev, non è tra l’Italia e la Russia, non è nemmeno tra il bene e il male. 

È tra la verità e la menzogna, tra la complessità e la semplificazione, tra la democrazia e l’autocrazia. 

E in questa partita, l’Italia non può permettersi di restare in panchina. 

Deve giocare. E giocare fino in fondo.


mercoledì 22 aprile 2026

Reattori nucleari.

 

Ora ditemi per quale motivo abbiamo rinunciato al nucleare.

Se guardiamo dall'alto come sono disposti i reattori nucleari vicini all'Italia, possiamo davvero definirci dei gran coglioni..

Questo jpg del 2011 indica la posizione dei reattori di Francia, Svizzera, 

Germania, Spagna,Slovenia, Inghilterra...

Siamo solo noi gli sfigati e teste di minchia che non abbiamo centrali nucleari.

E poi il bello è che da veri ipocriti compriamo l’energia elettrica nucleare dalla Francia perché quella che ci produciamo in casa non basta e noi siamo diventati il più grande importatore di energia elettrica al mondo.

Bah.. lo so che c'e' stato un referendum e bastava avere un minimo di nozione di ingegneria energetica (senza per forza essere ingegneri) per poter valutare la situazione al momento del voto.

Noi votanti avremmo dovuto considerare il fabbisogno enorme, continuo e non negoziabile delle grandi infrastrutture pubbliche — ospedali, trasporti, industrie, data center oltre quello delle abitazioni private che sono due mondi con esigenze completamente diverse.

Le infrastrutture hanno bisogno di energia che ci sia sempre, ogni secondo, indipendentemente dal meteo o dall’orario.

Non possiamo permetterci che un ospedale o una rete ferroviaria funzionino “a intermittenza”.

Ed è qui che entra in gioco il nucleare che non abbiamo voluto: non perché sia “di moda” o ideologico, ma perché tecnicamente è una delle pochissime fonti in grado di garantire produzione continua, stabile e programmabile. 

Un reattore nucleare lavora praticamente sempre, con fattori di utilizzo che arrivano anche al 90%, mentre fotovoltaico ed eolico, per loro natura, producono molto meno e in modo discontinuo e considerato le mani mafiose è ovvio che abbiamo scelto la via del fotovoltaico e dei pannelli solari.

E a quel punto qualcuno dice: “vabbè, mettiamo tante rinnovabili e accumuliamo”.

Sì, sulla carta.

Ma nella realtà significa dover costruire sistemi di accumulo giganteschi, con costi enormi e limiti tecnologici ancora evidenti.

Ed è proprio lì che il conto smette di tornare.

Poi c’è un altro equivoco enorme sui costi.

Si guarda solo al costo iniziale delle centrali nucleari, che è alto, e ci si ferma lì.

Ma un impianto nucleare dura decenni, anche 60–80 anni, e nel frattempo produce quantità enormi di energia con costi operativi relativamente bassi e soprattutto stabili.

Se guardi il costo reale nel lungo periodo — quello per kilowattora prodotto — il nucleare è assolutamente competitivo, spesso più di tante alternative, soprattutto se nelle rinnovabili includi tutto quello che serve davvero per farle funzionare su larga scala, cioè accumuli e sistemi di backup.

E sul tema ambientale, anche qui si parla spesso per slogan.

In realtà il nucleare è tra le fonti con le emissioni più basse in assoluto, paragonabili a eolico e idroelettrico e infinitamente inferiori a gas e carbone.

Non è “pulito” in senso romantico, ma è estremamente efficiente e con un impatto climatico bassissimo.

Questo non significa che le rinnovabili non servano, anzi. 

Semplicemente vanno usate dove hanno senso.

Nelle case private, ad esempio, sono perfette: pannelli sul tetto, magari una batteria domestica, autoconsumo.

Lì funzionano benissimo, riducono i costi e alleggeriscono la rete. 

Ma pensare di reggere intere città o sistemi industriali complessi solo con produzione intermittente è, tecnicamente, fuori di melone.

La realtà è che un sistema energetico serio non è fatto di slogan, ma di equilibrio: una base solida, continua e affidabile — e oggi il nucleare è uno dei pochi strumenti per averla — affiancata da rinnovabili distribuite che migliorano l’efficienza complessiva.

Tutto il resto è semplificazione, e pure piuttosto grossolana.

Però abbiamo votato NO al nucleare ma lo andiamo a comprare dai cugini oltralpe che godono come falchi e ci danno dei coglioni.

Viva l'itaglia.

- e adesso mentre parrucchino e gli ebrei bloccano lo stretto noi godiamo come falchi nel far benzina e controllare gli investimenti del c/c che vanno in picchiata, però abbiamo castigato il nano russo evitando di prendere le sue risorse energetiche.. così impara..