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sabato 29 agosto 2026

Amarcord parte terza.

 

Proseguo la serie dell'Amarcord considerato che è stata letta sia da Greatest Generation, Boomer sino a Generation X,Y,Z Alpha e Beta.

Ed ecco 15 cose degli anni ’50 che oggi sembrerebbero impossibili..

C'è un'Italia che oggi sembra uscita da un altro pianeta.

È l'Italia degli anni Cinquanta, quella della ricostruzione, delle case ancora segnate dalla guerra, delle prime automobili, delle Vespe, dei bar pieni di fumo, delle osterie, dei bambini che giocavano per strada fino a sera e delle famiglie che spesso vivevano con molto meno di quello che oggi consideriamo indispensabile.

A guardarla con gli occhi di oggi, quella vita può sembrare incredibile.

Non perché fosse necessariamente migliore o peggiore, ma perché molte delle cose che allora erano normali oggi sarebbero impensabili, vietate oppure semplicemente considerate inaccettabili.

Partiamo dalla sigaretta.

Negli anni Cinquanta si fumava praticamente dappertutto e fumavano tutti e come diceva nonno “all'inverno fumano anche gli stronzi”.

Nei bar, nei ristoranti, sui treni, negli uffici e nei cinema il fumo faceva parte dell'ambiente quanto le poltrone, i tavolini e i manifesti pubblicitari.

La sigaretta era un oggetto quotidiano e socialmente accettato, non l'eccezione.

Oggi basta entrare per errore in un locale dove qualcuno fuma per chiedersi in quale secolo siamo finiti.

Solo a Casalcoso è eccezione, puoi fumare dappertutto e in spiaggia i bambini con le cicche fanno le cime dei castelli costruiti col grigliato alternativo alla sabbia.

Allora il fumo era invece talmente normalizzato che compariva nella pubblicità, nei film, nelle fotografie e nella vita quotidiana.

Non esisteva ancora la consapevolezza sanitaria che avrebbe trasformato radicalmente il rapporto con il tabacco nei decenni successivi.

E il cinema era uno dei luoghi dove questa differenza si vedeva meglio.

Immaginate una sala cinematografica degli anni Cinquanta durante la proiezione di Pane, amore e fantasia.

Sullo schermo Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; in platea decine di persone con la sigaretta accesa e dalla galleria si buttavano le cicche sotto in platea e a volte manco le spegnevano.

Oggi sarebbe impensabile.

Allora era semplicemente cinema.

Poi c'era la Vespa.

La Vespa era diventata uno dei simboli della nuova Italia. Presentata nel 1946, rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice mezzo di trasporto:significava movimento, indipendenza, modernità.

E sulle strade italiane degli anni Cinquanta il casco non era ancora l'oggetto obbligatorio che conosciamo oggi.

Un padre poteva portare il figlio sulla Vespa.

Una coppia poteva attraversare la città con un abbigliamento che oggi ci sembrerebbe completamente inadatto a viaggiare su uno scooter.

Il traffico era infinitamente diverso da quello contemporaneo e la sicurezza stradale non aveva ancora raggiunto gli standard attuali.

Poi arrivavano le automobili.

La Fiat 600, presentata nel 1955, divenne uno dei simboli della motorizzazione italiana.

Per molte famiglie rappresentava la conquista di una libertà fino a poco tempo prima impensabile.

Ma provate a immaginare una famiglia degli anni Cinquanta dentro una piccola utilitaria.

Bagagli, bambini, parenti e magari anche qualche valigia infilata dove capitava.

Le automobili di allora non avevano la dotazione di sicurezza delle vetture moderne.

Airbag, sistemi elettronici di assistenza, seggiolini moderni, cinture utilizzate sistematicamente: appartenevano a un futuro ancora lontano.

E nessuno parlava di crash test con la stessa familiarità con cui ne parliamo oggi.

Anche il rapporto con l'alcool era profondamente diverso.

Il vino faceva parte della cultura alimentare italiana.

Nelle campagne e nelle famiglie contadine era considerato anche un alimento e veniva spesso consumato durante i pasti.

Nelle osterie era normale vedere uomini bere un bicchiere di vino durante la giornata.

Ma sarebbe sbagliato trasformare questa consuetudine nel racconto secondo cui tutti guidavano ubriachi.

La legislazione sulla guida in stato di ebbrezza si sarebbe evoluta enormemente nei decenni successivi, mentre già allora esistevano norme e controlli.

Quello che è cambiato radicalmente è soprattutto la percezione sociale del rapporto tra alcol e guida.

Oggi bere e guidare è considerato un comportamento irresponsabile.

Allora il confine tra il bicchiere di vino quotidiano e la guida era culturalmente molto meno netto.

Anche i bambini vivevano un rapporto con il cibo e con la tavola completamente diverso.

In alcune famiglie rurali poteva capitare che ai bambini venissero offerte bevande diluite a base di vino, una consuetudine oggi praticamente impensabile e certamente non da romanticizzare.

Ma quella pratica apparteneva a un mondo nel quale acqua potabile, refrigerazione, conservazione degli alimenti e condizioni igieniche non erano uniformemente disponibili come oggi.

E poi c'era il lavoro.

Qui la distanza con il presente diventa enorme.

Negli anni Cinquanta era ancora possibile incontrare ragazzi molto giovani impegnati in lavori manuali, nell'agricoltura, nelle botteghe artigiane o come apprendisti o nelle scuole facenti parte della Ditta dove lavorava papà.

La povertà aveva un ruolo decisivo.

Per molte famiglie il lavoro precoce non veniva percepito come un'aberrazione, ma come una necessità economica o come un passaggio naturale verso l'età adulta.

Un ragazzo imparava il mestiere dal padre o dal padrone della bottega.

Una ragazza poteva entrare molto giovane in sartoria.

Nelle campagne i bambini partecipavano ai lavori agricoli.

Oggi, invece, l'idea di mandare un bambino a lavorare per ore in una fabbrica o nei campi susciterebbe immediatamente allarme.

E giustamente.

Ma per capire l'Italia di allora bisogna ricordare una cosa fondamentale: la società non disponeva delle stesse condizioni economiche e degli stessi strumenti di protezione sociale di oggi.

Anche la scuola era un altro pianeta.

L'autorità dell'insegnante era praticamente indiscutibile.

Il maestro rappresentava una figura di grande prestigio e disciplina. I metodi educativi potevano essere durissimi e le punizioni fisiche erano una realtà in molte scuole.

Il famoso righello sulle dita appartiene ormai all'immaginario di intere generazioni.

Oggi una simile scena sarebbe completamente inaccettabile.

Allora poteva essere considerata, da molti adulti, una normale forma di disciplina.

La stessa famiglia era molto più gerarchica.

Il padre rappresentava generalmente l'autorità domestica, mentre ai figli veniva richiesto un livello di obbedienza che oggi appare enorme.

E per una ragazza il controllo familiare poteva essere ancora più rigido.

Il corteggiamento, soprattutto nelle famiglie tradizionali, aveva regole precise.

Presentarsi a casa della ragazza significava entrare in un sistema nel quale il padre e la famiglia avevano un ruolo molto maggiore di quello odierno.

Il fidanzamento non era soltanto una questione privata tra due giovani.

Era spesso una questione familiare.

Anche il matrimonio era profondamente diverso.

Il divorzio in Italia sarebbe arrivato soltanto nel 1970.

Negli anni Cinquanta una coppia sposata che voleva separarsi si trovava quindi davanti a una situazione giuridica completamente diversa da quella attuale.

E l'adulterio era ancora disciplinato penalmente: la Corte costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni che discriminavano la donna nel 1968.

La morale pubblica era quindi molto più invasiva nella vita privata.

Poi c'erano i bar.

Il bar degli anni Cinquanta era contemporaneamente caffetteria, luogo d'incontro, punto di ritrovo, centro informazioni e piccolo teatro della vita quotidiana.

La televisione arrivò ufficialmente nelle case italiane nel 1954 e per molti era ancora un oggetto costoso.

Per vedere determinati programmi si andava quindi al bar.

E lì poteva radunarsi mezzo quartiere.

Quando nel 1955 arrivò Lascia o raddoppia?, con Mike Bongiorno, il programma divenne rapidamente un fenomeno nazionale.

Le persone si riunivano davanti alla televisione nei bar e nei luoghi pubblici.

Oggi ognuno guarda quello che vuole sul proprio televisore, computer o smartphone.

Allora poteva esserci un solo schermo per decine di persone.

E nessuno aveva il telecomando.

Anche il tempo libero era diverso.

I bambini giocavano per strada.

Non esistevano videogiochi, smartphone, social network o piattaforme di streaming.

Una palla, una bicicletta, qualche figurina o un gioco inventato sul momento potevano bastare per occupare un intero pomeriggio.

Il cortile era un parco giochi.

La strada era un luogo d'incontro.

Il vicino di casa era una presenza quotidiana.

E la privacy era molto più limitata di oggi.

Tutti sapevano tutto di tutti.

Chi si fidanzava.

Chi litigava.

Chi aveva trovato lavoro.

Chi era partito.

Chi aveva comprato la televisione.

Chi aveva finalmente una macchina.

E naturalmente chi aveva fatto qualcosa che non sarebbe dovuto diventare di dominio pubblico.

Anche l'igiene domestica raccontava un'altra epoca.

Non tutte le abitazioni disponevano degli stessi servizi e nelle zone più povere del Paese le condizioni igieniche potevano essere molto difficili.

L'acqua corrente non era ancora una realtà uniforme per tutte le famiglie italiane.

La carta igienica moderna era tutt'altro che scontata e nei cessi in comune sulle case terrazzate era fatta con pezzi di giornale infilati in ferri appuntiti.

E sui treni esistevano ancora i famosi gabinetti con scarico diretto sui binari, tanto che in stazione comparivano cartelli che invitavano a non utilizzarli.

Oggi sembra assurdo.

Allora era tecnologia ferroviaria perfettamente normale.

E poi c'era il cibo.

La cucina italiana degli anni Cinquanta era molto più legata alla stagionalità e alla disponibilità locale.

Non si entrava al supermercato trovando fragole a dicembre, zucchine tutto l'anno e centinaia di prodotti pronti.

Si mangiava quello che c'era.

Pane, pasta, legumi, patate, verdure, uova, formaggi, salumi e carne quando la disponibilità economica lo permetteva.

Gli sprechi erano molto più difficili da accettare.

Il pane avanzato diventava ingrediente.

Il brodo diventava una risorsa.

Gli avanzi venivano trasformati.

La cucina povera italiana aveva imparato una lezione fondamentale: buttare il cibo significava buttare denaro.

E infine c'era il rapporto con le armi.

In molte famiglie rurali era normale possedere un fucile da caccia, naturalmente nel rispetto delle norme allora vigenti.

La cultura venatoria era molto più diffusa e il rapporto con le armi da caccia era meno distante dalla vita quotidiana rispetto a quello di molti italiani di oggi.

Ma anche qui bisogna evitare la leggenda secondo cui negli anni Cinquanta «bastava avere una doppietta».

Le armi da fuoco erano regolamentate anche allora e il possesso e il porto erano soggetti alla normativa vigente.

Quello che è cambiato soprattutto è la presenza dell'arma nella vita quotidiana e nella cultura familiare.

Ed è questo, in fondo, che rende gli anni Cinquanta così affascinanti.

Non erano un paradiso.

Erano un Paese povero che stava uscendo dalla guerra.

C'erano disuguaglianze enormi, abitazioni difficili, lavoro duro, diritti sociali ancora incompleti, mortalità e condizioni sanitarie molto diverse dalle nostre.

Ma contemporaneamente stava nascendo qualcosa.

La Vespa.

La 600.

La televisione.

Il boom economico che sarebbe arrivato di lì a poco.

Le prime vacanze di massa.

Gli elettrodomestici.

Il frigorifero.

La lavatrice.

La motorizzazione.

Una nuova classe media.

Una nuova idea di futuro.

L'Italia degli anni Cinquanta non era dunque semplicemente «un'Italia senza regole».

Era un'Italia con regole, abitudini e valori profondamente diversi dai nostri.

Alcune di quelle abitudini sono scomparse perché erano pericolose.

Altre perché la società è cambiata.

Altre ancora perché la tecnologia ha trasformato completamente la vita quotidiana.

Ma c'è una fotografia che rimane.

Un uomo con la giacca sulla Vespa.

Una donna affacciata al balcone.

Un bambino che corre per strada.

Una televisione accesa nel bar.

Un gruppo di uomini davanti a un bicchiere di vino.

Una famiglia stretta dentro una piccola automobile.

E dietro tutto questo, un Paese che aveva ancora addosso le ferite della guerra ma che, per la prima volta dopo molto tempo, cominciava a guardare avanti.

Quella era l'Italia degli anni Cinquanta.

Un'Italia povera, rumorosa, fumosa, spesso dura.

Ma anche un'Italia che aveva una cosa che oggi sembra diventata rarissima: la sensazione che il futuro potesse essere migliore del presente.

Proseguo la serie dell'Amarcord considerato che è stata letta sia da Greatest Generation, Boomer sino a Generation X,Y,Z Alpha e Beta.

Ed ecco 15 cose degli anni ’50 che oggi sembrerebbero impossibili..

C'è un'Italia che oggi sembra uscita da un altro pianeta.

È l'Italia degli anni Cinquanta, quella della ricostruzione, delle case ancora segnate dalla guerra, delle prime automobili, delle Vespe, dei bar pieni di fumo, delle osterie, dei bambini che giocavano per strada fino a sera e delle famiglie che spesso vivevano con molto meno di quello che oggi consideriamo indispensabile.

A guardarla con gli occhi di oggi, quella vita può sembrare incredibile.

Non perché fosse necessariamente migliore o peggiore, ma perché molte delle cose che allora erano normali oggi sarebbero impensabili, vietate oppure semplicemente considerate inaccettabili.

Partiamo dalla sigaretta.

Negli anni Cinquanta si fumava praticamente dappertutto e fumavano tutti e come diceva nonno “all'inverno fumano anche gli stronzi”.

Nei bar, nei ristoranti, sui treni, negli uffici e nei cinema il fumo faceva parte dell'ambiente quanto le poltrone, i tavolini e i manifesti pubblicitari.

La sigaretta era un oggetto quotidiano e socialmente accettato, non l'eccezione.

Oggi basta entrare per errore in un locale dove qualcuno fuma per chiedersi in quale secolo siamo finiti.

Solo a Casalcoso è eccezione, puoi fumare dappertutto e in spiaggia i bambini con le cicche fanno le cime delle costruzioni.

Allora il fumo era invece talmente normalizzato che compariva nella pubblicità, nei film, nelle fotografie e nella vita quotidiana.

Non esisteva ancora la consapevolezza sanitaria che avrebbe trasformato radicalmente il rapporto con il tabacco nei decenni successivi.

E il cinema era uno dei luoghi dove questa differenza si vedeva meglio.

Immaginate una sala cinematografica degli anni Cinquanta durante la proiezione di Pane, amore e fantasia.

Sullo schermo Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; in platea decine di persone con la sigaretta accesa e dalla galleria si buttavano le cicche sotto in platea e a volte manco le spegnevano.

Oggi sarebbe impensabile.

Allora era semplicemente cinema.

Poi c'era la Vespa.

La Vespa era diventata uno dei simboli della nuova Italia. Presentata nel 1946, rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice mezzo di trasporto:

significava movimento, indipendenza, modernità.

E sulle strade italiane degli anni Cinquanta il casco non era ancora l'oggetto obbligatorio che conosciamo oggi.

Un padre poteva portare il figlio sulla Vespa.

Una coppia poteva attraversare la città con un abbigliamento che oggi ci sembrerebbe completamente inadatto a viaggiare su uno scooter.

Il traffico era infinitamente diverso da quello contemporaneo e la sicurezza stradale non aveva ancora raggiunto gli standard attuali.

Poi arrivavano le automobili.

La Fiat 600, presentata nel 1955, divenne uno dei simboli della motorizzazione italiana.

Per molte famiglie rappresentava la conquista di una libertà fino a poco tempo prima impensabile.

Ma provate a immaginare una famiglia degli anni Cinquanta dentro una piccola utilitaria.

Bagagli, bambini, parenti e magari anche qualche valigia infilata dove capitava.

Le automobili di allora non avevano la dotazione di sicurezza delle vetture moderne.

Airbag, sistemi elettronici di assistenza, seggiolini moderni, cinture utilizzate sistematicamente: appartenevano a un futuro ancora lontano.

E nessuno parlava di crash test con la stessa familiarità con cui ne parliamo oggi.

Anche il rapporto con l'alcool era profondamente diverso.

Il vino faceva parte della cultura alimentare italiana.

Nelle campagne e nelle famiglie contadine era considerato anche un alimento e veniva spesso consumato durante i pasti.

Nelle osterie era normale vedere uomini bere un bicchiere di vino durante la giornata.

Ma sarebbe sbagliato trasformare questa consuetudine nel racconto secondo cui tutti guidavano ubriachi.

La legislazione sulla guida in stato di ebbrezza si sarebbe evoluta enormemente nei decenni successivi, mentre già allora esistevano norme e controlli.

Quello che è cambiato radicalmente è soprattutto la percezione sociale del rapporto tra alcol e guida.

Oggi bere e guidare è considerato un comportamento irresponsabile.

Allora il confine tra il bicchiere di vino quotidiano e la guida era culturalmente molto meno netto.

Anche i bambini vivevano un rapporto con il cibo e con la tavola completamente diverso.

In alcune famiglie rurali poteva capitare che ai bambini venissero offerte bevande diluite a base di vino, una consuetudine oggi praticamente impensabile e certamente non da romanticizzare.

Ma quella pratica apparteneva a un mondo nel quale acqua potabile, refrigerazione, conservazione degli alimenti e condizioni igieniche non erano uniformemente disponibili come oggi.

E poi c'era il lavoro.

Qui la distanza con il presente diventa enorme.

Negli anni Cinquanta era ancora possibile incontrare ragazzi molto giovani impegnati in lavori manuali, nell'agricoltura, nelle botteghe artigiane o come apprendisti o nelle scuole facenti parte della Ditta dove lavorava papà.

La povertà aveva un ruolo decisivo.

Per molte famiglie il lavoro precoce non veniva percepito come un'aberrazione, ma come una necessità economica o come un passaggio naturale verso l'età adulta.

Un ragazzo imparava il mestiere dal padre o dal padrone della bottega.

Una ragazza poteva entrare molto giovane in sartoria.

Nelle campagne i bambini partecipavano ai lavori agricoli.

Oggi, invece, l'idea di mandare un bambino a lavorare per ore in una fabbrica o nei campi susciterebbe immediatamente allarme.

E giustamente.

Ma per capire l'Italia di allora bisogna ricordare una cosa fondamentale: la società non disponeva delle stesse condizioni economiche e degli stessi strumenti di protezione sociale di oggi.

Anche la scuola era un altro pianeta.

L'autorità dell'insegnante era praticamente indiscutibile.

Il maestro rappresentava una figura di grande prestigio e disciplina. I metodi educativi potevano essere durissimi e le punizioni fisiche erano una realtà in molte scuole.

Il famoso righello sulle dita appartiene ormai all'immaginario di intere generazioni.

Oggi una simile scena sarebbe completamente inaccettabile.

Allora poteva essere considerata, da molti adulti, una normale forma di disciplina.

La stessa famiglia era molto più gerarchica.

Il padre rappresentava generalmente l'autorità domestica, mentre ai figli veniva richiesto un livello di obbedienza che oggi appare enorme.

E per una ragazza il controllo familiare poteva essere ancora più rigido.

Il corteggiamento, soprattutto nelle famiglie tradizionali, aveva regole precise.

Presentarsi a casa della ragazza significava entrare in un sistema nel quale il padre e la famiglia avevano un ruolo molto maggiore di quello odierno.

Il fidanzamento non era soltanto una questione privata tra due giovani.

Era spesso una questione familiare.

Anche il matrimonio era profondamente diverso.

Il divorzio in Italia sarebbe arrivato soltanto nel 1970.

Negli anni Cinquanta una coppia sposata che voleva separarsi si trovava quindi davanti a una situazione giuridica completamente diversa da quella attuale.

E l'adulterio era ancora disciplinato penalmente: la Corte costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni che discriminavano la donna nel 1968.

La morale pubblica era quindi molto più invasiva nella vita privata.

Poi c'erano i bar.

Il bar degli anni Cinquanta era contemporaneamente caffetteria, luogo d'incontro, punto di ritrovo, centro informazioni e piccolo teatro della vita quotidiana.

La televisione arrivò ufficialmente nelle case italiane nel 1954 e per molti era ancora un oggetto costoso.

Per vedere determinati programmi si andava quindi al bar.

E lì poteva radunarsi mezzo quartiere.

Quando nel 1955 arrivò Lascia o raddoppia?, con Mike Bongiorno, il programma divenne rapidamente un fenomeno nazionale.

Le persone si riunivano davanti alla televisione nei bar e nei luoghi pubblici.

Oggi ognuno guarda quello che vuole sul proprio televisore, computer o smartphone.

Allora poteva esserci un solo schermo per decine di persone.

E nessuno aveva il telecomando.

Anche il tempo libero era diverso.

I bambini giocavano per strada.

Non esistevano videogiochi, smartphone, social network o piattaforme di streaming.

Una palla, una bicicletta, qualche figurina o un gioco inventato sul momento potevano bastare per occupare un intero pomeriggio.

Il cortile era un parco giochi.

La strada era un luogo d'incontro.

Il vicino di casa era una presenza quotidiana.

E la privacy era molto più limitata di oggi.

Tutti sapevano tutto di tutti.

Chi si fidanzava.

Chi litigava.

Chi aveva trovato lavoro.

Chi era partito.

Chi aveva comprato la televisione.

Chi aveva finalmente una macchina.

E naturalmente chi aveva fatto qualcosa che non sarebbe dovuto diventare di dominio pubblico.

Anche l'igiene domestica raccontava un'altra epoca.

Non tutte le abitazioni disponevano degli stessi servizi e nelle zone più povere del Paese le condizioni igieniche potevano essere molto difficili.

L'acqua corrente non era ancora una realtà uniforme per tutte le famiglie italiane.

La carta igienica moderna era tutt'altro che scontata e nei cessi in comune sulle case terrazzate era fatta con pezzi di giornale infilati in ferri appuntiti.

E sui treni esistevano ancora i famosi gabinetti con scarico diretto sui binari, tanto che in stazione comparivano cartelli che invitavano a non utilizzarli.

Oggi sembra assurdo.

Allora era tecnologia ferroviaria perfettamente normale.

E poi c'era il cibo.

La cucina italiana degli anni Cinquanta era molto più legata alla stagionalità e alla disponibilità locale.

Non si entrava al supermercato trovando fragole a dicembre, zucchine tutto l'anno e centinaia di prodotti pronti.

Si mangiava quello che c'era.

Pane, pasta, legumi, patate, verdure, uova, formaggi, salumi e carne quando la disponibilità economica lo permetteva.

Gli sprechi erano molto più difficili da accettare.

Il pane avanzato diventava ingrediente.

Il brodo diventava una risorsa.

Gli avanzi venivano trasformati.

La cucina povera italiana aveva imparato una lezione fondamentale: buttare il cibo significava buttare denaro.

E infine c'era il rapporto con le armi.

In molte famiglie rurali era normale possedere un fucile da caccia, naturalmente nel rispetto delle norme allora vigenti.

La cultura venatoria era molto più diffusa e il rapporto con le armi da caccia era meno distante dalla vita quotidiana rispetto a quello di molti italiani di oggi.

Ma anche qui bisogna evitare la leggenda secondo cui negli anni Cinquanta «bastava avere una doppietta».

Le armi da fuoco erano regolamentate anche allora e il possesso e il porto erano soggetti alla normativa vigente.

Quello che è cambiato soprattutto è la presenza dell'arma nella vita quotidiana e nella cultura familiare.

Ed è questo, in fondo, che rende gli anni Cinquanta così affascinanti.

Non erano un paradiso.

Erano un Paese povero che stava uscendo dalla guerra.

C'erano disuguaglianze enormi, abitazioni difficili, lavoro duro, diritti sociali ancora incompleti, mortalità e condizioni sanitarie molto diverse dalle nostre.

Ma contemporaneamente stava nascendo qualcosa.

La Vespa.

La 600.

La televisione.

Il boom economico che sarebbe arrivato di lì a poco.

Le prime vacanze di massa.

Gli elettrodomestici.

Il frigorifero.

La lavatrice.

La motorizzazione.

Una nuova classe media.

Una nuova idea di futuro.

L'Italia degli anni Cinquanta non era dunque semplicemente «un'Italia senza regole».

Era un'Italia con regole, abitudini e valori profondamente diversi dai nostri.

Alcune di quelle abitudini sono scomparse perché erano pericolose.

Altre perché la società è cambiata.

Altre ancora perché la tecnologia ha trasformato completamente la vita quotidiana.

Ma c'è una fotografia che rimane.

Un uomo con la giacca sulla Vespa.

Una donna affacciata al balcone.

Un bambino che corre per strada.

Una televisione accesa nel bar.

Un gruppo di uomini davanti a un bicchiere di vino.

Una famiglia stretta dentro una piccola automobile.

E dietro tutto questo, un Paese che aveva ancora addosso le ferite della guerra ma che, per la prima volta dopo molto tempo, cominciava a guardare avanti.

Quella era l'Italia degli anni Cinquanta.

Un'Italia povera, rumorosa, fumosa, spesso dura.

Ma anche un'Italia che aveva una cosa che oggi sembra diventata rarissima: la sensazione che il futuro potesse essere migliore del presente.

venerdì 28 agosto 2026

Giorgia Kus.

 

Te ne sei andata a soli undici anni e mi pongo solo due domande..

- “esiste un'aldila”?

- “esiste un ente supremo come dice la nostra fede”?

Alla prima domanda nel caso fosse positiva, ora hai smesso di soffrire.

La seconda nel caso fosse positiva, mi domando perchè l'Ente Supremo ha fatto soffrire tutti questi anni anni sta creatura.

E nonostante abbia dovuto ricorrere ad apparecchiature e tutori, aveva sempre il sorriso stampato in faccia.

La malattia che non sono mai riusciti diagnosticare è iniziata quando Giorgia Kus aveva solo due anni ed ha smesso di camminare ed inoltre sono intervenuti gravi problemi respiratori, questo ha cambiato la vita a Francesca Doretto la mamma che ha mollato tutto e si è dedicata solo a lei e a William Kus che ha dovuto licenziarsi per poter seguire il decorso della malattia attraverso vari ospedali di vari paesi nel tentativo di salvarla, cambiando di volta in volta abitazione.

Io ho conosciuto la storia grazie alla Lella che l'ha trovata su Facebook leggendo un appello di aiuto lanciato dai genitori che fisicamente e finanziariamente non ce la facevano più e assieme l'abbiamo seguita giorno per giorno per sette anni da quando l'abbiamo conosciuta e abbiamo visto crescere sta creatura che nonostante le traversie aveva sempre il sorriso tanto da meritarsi la denominazione “la principessa sorriso”.


Quando ieri la Lella ha letto della sua morte è stata una coltellata al cuore, ci mancherà e non poco.

 



giovedì 27 agosto 2026

Vi ricordale l'Edicola?

 


Le ferie volgono al termine, molte persone sono partite e le nuove si presentano con la tintarella di luna e sembrano uscite da un convalescenziario e detto post prosegue con l'amarcord parte seconda, quando il fruscio della carta lo sentivamo nelle edicole e quindi mmaginate di essere un ragazzino negli anni Sessanta con le ginocchia sbucciate dalle partite di calcio in cortile e un soldo in tasca che brucia come un segreto.

Le strade d'Italia, da Torino a Napoli, pullulavano di un suono ritmico: il fruscio delle pagine, il tintinnio delle monetine, il richiamo del venditore di giornali.

L'edicola non era solo un chiosco di legno e metallo, spesso dipinto di un verde sbiadito o di un rosso acceso: era un microcosmo del mondo.

Lì si mescolavano operai con il cappello calato sugli occhi, signore con la borsa della spesa gonfia di provviste e intellettuali con l'aria di chi ha già letto il futuro nei fondi di caffè.

Era il 1963, l'anno in cui l'Italia si leccava le ferite del boom economico con le Vespe che rombavano e i jukebox che cantavano "Volare" in ogni bar.

Ma dietro quella facciata di progresso, l'edicola custodiva tesori effimeri, oggetti che oggi sembrano reliquie di un museo polveroso. Quindici cose, per l'esattezza, che trovavi lì, tra pile instabili di carta e un odore di inchiostro che ti si appiccicava alle dita.

Non erano solo merci: erano finestre su sogni, scandali e piccole ribellioni quotidiane.

I fotoromanzi erano il cuore pulsante di ogni edicola degna di questo nome.

Nati negli anni Trenta come un compromesso tra cinema e letteratura, esplosero negli anni Sessanta come popcorn in una fabbrica.

Non parole stampate, ma fotografie in bianco e nero con attori sconosciuti che recitavano melodrammi nei salotti borghesi o tra i vicoli di Napoli.

L'amore non apprezzato, il tradimento, la gelosia: titoli che promettevano emozioni forti per cinquanta lire.

Si vendevano a fascicoli, spesso legati da una copertina lucida con una donna dagli occhi languidi e un uomo dalla mascella squadrata. L'edicola ne aveva pile ordinate accanto ai quotidiani, e il venditore, un tipo burbero con baffi alla Humphrey Bogart, te li porgeva con un ghigno: "Questo ti farà piangere, ragazzo".

Erano per tutti, ma soprattutto per le donne confinate tra fornelli e figli, che li divoravano durante la pausa caffè.

Oggi scomparsi, sostituiti da serie Netflix infinite, ma negli anni Sessanta un fotoromanzo era terapia gratuita: ti faceva sentire parte di un dramma epico, anche se la tua vita era solo una coda all'edicola.

La Domenica del Corriere, quel rotocalco domenicale che era come un album di famiglia nazionale.

Dal 1899, ma negli anni Sessanta al picco della gloria, usciva con il Corriere della Sera e si vendeva come panini caldi all'edicola. Copertina a colori – sì, a colori, in un'epoca in cui la televisione era ancora in bianco e nero – con illustrazioni di Walter Molino che immortalavano eroine tragiche o eroi muscolosi.

Dentro, articoli su scandali reali, come il caso Montesi o i primi twist del costume, mescolati a racconti seriali e foto di divi.

L'edicola la esponeva in alto come un trofeo, e i clienti la sfogliavano con reverenza, commentando: "Hai visto che roba?". Era il social network dell'epoca: condividevi notizie senza like, solo con un "ah" o un "eh".

Scomparsa nel 1974, sostituita da supplementi più snelli, ma negli anni Sessanta era un rito.

I supplementi fumettistici, come il Corriere dei Piccoli, trasformavano l'edicola in un portale per l'infanzia avventurosa.

Dal 1908, ma negli anni Sessanta un must per ogni ragazzo con trenta lire in tasca.

Usciva con il Corriere dell'Informazione, pieno di strisce di Tex, Geppo o Bilbo, eroi che combattevano banditi o mostri con un ghigno e una battuta.

L'edicola ne aveva mazzette ordinate, e i bambini si accalcavano litigando per l'ultimo numero.

"È mio!", urlava il più piccolo, mentre il venditore mediava con un: "Prendetevi, a testate, tanto leggete lo stesso".

Erano educativi, in un modo goffo: insegnavano morale tra un pugno e l'altro, con dialoghi che oggi farebbero arrossire i politicamente corretti.

Scomparsi come supplemento autonomo negli anni Ottanta, fagocitati da fumetterie specializzate.

Le sigarette sfuse erano il vizio quotidiano che rendeva l'edicola un confessionale laico.

Negli anni Sessanta fumare era chic, non peccato.

Marlboro, Nazionali, MS vendute a una alla volta per dieci lire.

Il venditore, con le dita gialle di nicotina, te le porgeva da un pacchetto aperto, avvolte in una carta che sapeva di libertà.

"Una randa?", chiedeva, e tu annuivi sentendoti adulto.

L'edicola era piena di posacenere improvvisati, cenere che volava come neve grigia.

Donne fumavano di nascosto, uomini in catena durante la pausa pranzo.

Scomparsa questa pratica negli anni Novanta per norme antitabacco, ma allora era rito sociale: condividere una sigaretta era come stringere un patto.

Gli album di figurine Panini trasformavano l'edicola in un bazar di baratti.

Nel 1961 nasce la serie "Calciatori" e fu un boom.

Ogni bambino aveva un album con pagine vuote, incollate con colla puzzolente.

Si compravano bustine da cinque lire con figurine di Rivera o Sivori, e l'edicola era assediata da frotte di scalmanati.

"Me la cambi con la tua Altafini?", urlava uno, mentre il venditore sospirava contando monetine appiccicose.

ce l'ho.. non ce l'ho” parole che risuonavano negli scambi.

Scomparsa la frenesia pura degli anni Sessanta, oggi è app o collezionismo da adulti.

Quegli album ci insegnavano la passione, il commercio, l'amicizia: valori che nessuna app potrà mai replicare.

Le cartoline illustrate erano ponti di carta verso il mondo.

Negli anni Sessanta, con il turismo nascente, l'edicola ne aveva rastrelliere piene: vedute di Capri, il Colosseo al tramonto o pin-up audaci per i maschi.

Si compravano per venti lire, si scriveva un messaggio frettoloso – "Qui tutto bene, sole e spaghetti" – e si spediva con francobollo attaccato lì per lì.

Il venditore le timbrava con un colpo secco e via verso zii emigrati in Germania.

Scomparsa l'usanza con l'email, ma allora era l'Instagram low-tech: una foto statica, un pensiero scritto a penna.

I calendari con pin-up, il guilty pleasure maschile appeso al muro.

Dal 1950 circa, ma negli anni Sessanta al top, con modelle come Moira Orfei o anonime bellezze in bikini.

Venduti a cento lire, grandi formati con dodici mesi di ispirazione. L'edicola li nascondeva sotto il banco per decenza, ma gli uomini li compravano con un colpo di tosse complice.

"Per la cucina", dicevano, arrossendo e poi giùdi mano.

Scomparsi per il calendario digitale e le leggi sul sessismo, ma allora decoravano officine e bar, contando giorni tra un sorriso e l'altro.

Le riviste di enigmistica, come La Settimana Enigmistica ma in edizioni speciali sessantini.

Non solo cruciverba, ma rebus, sudoku ante-litteram e indovinelli che sfidavano l'intelletto medio.

Vendute a quaranta lire con copertine di gente che strizzava l'occhio.

L'edicola le aveva per gli anziani, che le risolvevano a penna borbottando.

Scomparsa la versione pura, oggi ibrida con app, ma allora era allenamento mentale quotidiano.

Mentre il mondo accelerava, un cruciverba ti fermava, facendoti riflettere sul sinonimo di "boom": miracolo.

I libri tascabili economici, i Pocket Mondadori o Salani, portavano letteratura in mano per centocinquanta lire.

Tolstoj, Dumas o gialli di Simenon, rilegati in carta sottile.

L'edicola ne aveva una mensola dedicata, per chi voleva cultura senza impegno.

"Un romanzo per il treno", diceva il cliente, e il venditore annuiva, sapendo che finiva in borsa con le sigarette.

Scomparsi i formati, ora ebook, ma allora democratizzavano la lettura: un operaio che invece di bere leggeva "Guerra e pace" in pausa, fingendo di capire la Russia.

I giornali pomeridiani, come La Stampa o Il Mattino di Napoli, edizioni del pomeriggio con notizie fresche.

Negli anni Sessanta, con due turni di stampa, uscivano alle sedici, caldi di edizione extra.

L'edicola si riempiva di curiosi per l'ultima ora sul Vietnam o sullo scandalo Andreotti.

Venduti a quindici lire con titoli a caratteri cubitali.

Scomparsi con la televisione 24 ore su 24, ma allora erano il breaking news umano: aspettavi il pomeriggio per sapere cosa era successo la mattina, una lezione di pazienza oggi impensabile.

Le riviste di cinema, come Hollywood o Cinelandia, piene di foto di Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

Negli anni Sessanta il grande schermo era Dio, e queste mensili a sessanta lire elencavano trame, pettegolezzi e concorsi per foto autografate.

L'edicola le esponeva con poster, attirando adolescenti sognatori. Scomparsa con il web, ma allora alimentavano fanatismi innocui.

Ci facevano credere che la vita fosse un set, e l'edicola il botteghino dei sogni.

I supplementi scientifici popolari, come Sapere o estratti da Selezione, spiegavano atomi e spazio per il laico.

Negli anni Sessanta, con la Luna in vista, vendevano meraviglia a trenta lire.

L'edicola li aveva per curiosi, con illustrazioni naïf di razzi.

Scomparsi in forma cartacea pura, ora Wikipedia, ma allora democratizzavano la scienza: un contadino leggeva di quark mentre arava.

Le riviste di gossip proto, come Gente o Oggi, ma nelle edizioni anni Sessanta con reali e star italiane a cinquanta lire.

Scandali reali mescolati a ricette. L'edicola brulicava di chiacchiere: "Hai visto la Callas con un asiatico?.

Scomparsa l'ingenuità, ora tabloid digitali, ma allora era intrattenimento innocuo, pettegolezzi stampati senza fake news, o almeno credevamo.

I piccoli gadget, come temperini con la pubblicità del giornale o portapenne, omaggi che riempivano il cassetto.

Negli anni Sessanta l'edicola regalava con l'acquisto oggetti kitsch, antenati del marketing online.

Un temperino Corriere che non temperava, ma ricordava il rituale.

I biglietti della lotteria nazionale, venduti lì con la promessa di ricchezza facile.

Negli anni Sessanta a cento lire il blocchetto, con numeri da scegliere sotto lo sguardo scettico del venditore.

L'edicola era tempio della speranza, con vincitori rari ma epici. Sogni di villa in Costa Smeralda, finiti in un caffè.

E così quelle quindici cose svaniscono nel vapore del progresso, lasciando l'edicola un ricordo sbiadito.

Ma in quel fruscio di carta c'era l'Italia che inventava se stessa: curiosa, ironica, un po' ingenua.

Oggi scrolleremo schermi, ma chissà, forse un giorno torneremo a sfogliare per sentire di nuovo quel brivido.