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sabato 31 ottobre 2026

Rivalutazione pensioni nel 2027.

 


Nel precedente post avevo proposto alla Meloncina di ricercare soldini utilizzando le pensioni giocando sull'inflazione che tanto gli usufritori non avrebbero avuto modo di difendersi.

Ebbene.. si è avverato e nella nuova legge di bilancio sono state colpite le pensioni medio alte e ve la faccio breve.

Per l'anno 2027 l'indice di perequazione previsto tra il 2.9% al 3,1% e sarà assegnato in questa maniera:



Pensione lorda mensile 2027

Percentuale dell’indice sull’intero assegno

fino a 2.447,40 euro

               100%


da 2.447,41 a 3.059,25 euro

                 85%


da 3.059,26 a 3.671,10 euro100


                 53%


da 3.671,11 a 4.894,80 euro100


                 47%


da 4.894,81 a 6.118,50 euro

                 37%


oltre 6.118,50 euro100


                 32%


E qnella tabella sotto ecco la perdita annua rispetto al sistema di calcolo che attualmente si usa per rivalutazione pensione rispetto all'inflazione attualmente in atto.



Pensione lorda mensile

   Perdita lorda annua

2.500 euro

139 euro

3.000 euro

149 euro

3.100 euro

522 euro

3.500 euro

555 euro

4.000 euro

688 euro

5.000 euro

982 euro

6.500 euro

1.319 euro

Quindi l'aumento mensile (ipotetico) dovrebbe essere di:

Pensione lorda 2026   Aumento mensile ipotetico nel 2027
          700 euro             21 euro
       1.000 euro             30 euro
       1.200 euro             36 euro
       1.500 euro             45 euro
       1.800 euro             54 euro
       2.000 euro             60 euro
       2.400 euro             72 euro
       2.500 euro             74 euro
       3.000 euro             86 euro
       4.000 euro           109 euro


E vabbè piuttosto di un calcio nei.....

venerdì 30 ottobre 2026

Tassa di 2 euro.

 



Ho notato che il post delle 2 euro ha avuto poche battute e quindi ne traggo che pochi di Voi acquistano dall'estero e preferiscono acquistare da chi si rifornisce all'estero e si fa pagare la mediazione. 

Quindi da domenica primo novembre 2026, ogni volta che vorreste ordinare un caricabatterie da due euro e cinquanta su Temu, o una cover per il telefono che costa meno di un caffè a Milano, sulla form del carrello comparirà una voce nuovo ovvero 2 euro di Union Handling Fee, espressione che in italiano suona come una tassa sulla gestione dell'Unione, e in pratica è quello che è: un pedaggio fisso che l'Europa ha deciso di mettere su ogni articolo acquistato fuori dai confini comunitari .

Leggete bene.. la tassa è europea non italiana e quella italiana l'avano introdotta poi rimandata in due tempi e poi ci hanno pensato bene i capi europei a sostituirla come loro comandano.

Occhio che 2 euro non sono per spedizione, ma per articolo.

Ergo se ordini tre magliette identiche dello stesso colore e della stessa marca, paghi una volta sola ma se nello stesso ordine prendete una maglietta, un paio di calzini e un caricabatterie, paghi tre volte.

A questo si aggiunge il dazio forfettario di tre euro, quello entrato in vigore il primo luglio.

I dati delle dogane belghe e olandesi, che insieme gestiscono quasi la metà dei pacchi a basso valore in arrivo nell'Unione, parlano di un calo del cinquantatré per cento.

In Italia, tra gennaio e settembre, le dichiarazioni per spedizioni sotto i centocinquanta euro sono diminuite di oltre ventun milioni rispetto all'anno prima: meno trentuno per cento .

Ovvio che voi che non cercate di spendere di meno, ve ne sbattete le palle e oggi non siete scesi in piazza (come del resto io) a dimostrare.

Io non son sceso perchè seguo il consiglio di nonno che se te lo mettono nel culo non ti devi muovere, lascia che si muovano loro se vorranno godere.

Lo so è un controsenso quello che ho detto ma davvero non mi voglio rompere le palle più di tanto.

E per sto nuovo balzello e affini esiste il rimedio e le piattaforme estere (cinesi in preponderanza) hanno capito il messaggio e si stanno riorganizzando.

Temu ha cmq ha perso metà dei volumi, AliExpress il trentasette per cento, Shein resiste meglio perché ha aperto un magazzino in Polonia e da lì distribuisce in tutta Europa senza passare più per la dogana e il pacco che prima arrivava direttamente da Cinesopoli ora arriva da un capannone a Varsavia, e la tassa ad ogni modo, la paghi lo stesso, perché il prezzo finale, quello che vedi tu, è sempre la somma di tutte le voci.

La parte più bella, quella che meriterebbe un applauso a scena aperta, è la spiegazione ufficiale.

La Union Handling Fee serve a coprire i costi che le dogane europee sostengono per controllare miliardi di pacchetti.

Nel duemilaventicinque ne sono arrivati quasi sei miliardi, oltre il novanta per cento dalla Cina (grazie A.I per l'aiuto che mi dai nel fare ricerche).

Controllarli costa, e qualcuno deve pagare.

Chi? Formalmente le piattaforme, i venditori, gli importatori.

Naaaa...

Paghi tu, caro consumatore (non è il vostro caso perchè voi non acquistate dall'estero) che alla cassa ti ritrovi un conto più salato e non hai nemmeno il diritto di protestare, perché la tassa non è rimborsabile nemmeno se il prodotto è difettoso o se decidi di restituirlo (e quando mai sto governo di merda ti restituisce i soldi per tasse che non avresti dovuto pagare) .

Hai comprato una cinesata da quattro euro, hai pagato tre di dazio, due di gestione, ventidue per cento di Iva, e quando arriva la merce e scopri che è rotta, i cinque euro di balzelli te li sei già lasciati gia presi nel culo.

E c'è un dettaglio che rende il quadro ancora più surreale.

L'Italia, nel frattempo, aveva pensato bene di introdurre una sua tassa nazionale da due euro sui pacchi sotto i centocinquanta. 

L'aveva messa nella legge di bilancio, poi l'aveva rinviata in due tempi diversi e avrebbe dovuto esser esecutiva il primo gennaio duemilaventisette.

Altrimento gli arretrati ai giudici (media anno di 100.000 euro per giudice) come cazzo li paga?

Ma la Commissione europea è stata chiara: quando la Union Handling Fee entra in vigore, le tasse nazionali che si sovrappongono devono sparire.

Tradotto: la tassa italiana, quella che doveva servire a finanziare non si sa bene cosa, è già morta prima di nascere e quindi cara Meloncina trova altra soluzione per pagare gli arretrati ai giudici, tipo evita di variare le pensioni per inflazione che tanto la plebe manco si accorge.

La tassa italiana da 2 euro quindi è stata sostituita da quella europea, che è più elegante, più uniforme, e soprattutto più difficile da contestare, perché non c'è un governo nazionale a cui dare la colpa.

Te capi' testina.

La verità, quella che nessuno scrive nei comunicati di Bruxelles, è che questa non è una tassa sui cinesi.

È una tassa sui poveri.

I ricchi che comprano su Farfetch o su Amazon pagano già l'Iva, già i dazi, già le spese di spedizione, e due euro in più non se ne accorgono nemmeno.

I ragazzi che ordinano su Shein perché il budget è quello che è, le famiglie che comprano i calzini su Temu perché tre paia a cinque euro sono l'unico modo per arrivare a fine mese, gli studenti che si dividono un ordine per ammortizzare le spese: quelli se ne accorgono e scendono in piazza incazzati come iene.

E se ne accorgeranno ancora di più quando, sommando dazio, handling fee e Iva, si troveranno a pagare tredici euro di balzelli su quattordici euro di merce, come nell'esempio che circola negli studi dei commercialisti.

A quel punto, la convenienza del low cost non c'è più.

E il consumatore, smette di comprare.

O compra altrove.

O compra meno.

O partecipa alle manifestazioni e prende quel che gli serve senza pagare.


 



giovedì 29 ottobre 2026

Guadagni.

azz.. questo mese avete lumato i post in 310.000. 

Ora penserete che sto straguadagnando con queste battute di lettura e questo lo pensava anche l'Agenzia delle Uscite i primi tempi quando eravate di meno.. ma ho dimostrato che il mio guadagno è ZERO virgola niente.

Penso lo sappiate che chi ha un blog ha la possibilità di far passare banner pubblicitari che danno qualche cents alla battuta ma rompono il cazzo a chi legge e quindi sin dall'inizio, ho rifiutato il passaggio fisso o mobile degli spot anche perchè prima dell'assegno si sa' che arrivano gli sniffatori della finanza.

Vedi il caso successo ad Ascoli Piceno dove ci sta una ragazza che ha guadagnato centosessantamila euro in un anno grazie alle battute di visione che la stessa ha su OnlyFans.

Sta figliola detti guadagni li ha spostati su due conti all'estero, ha comprato oro in Svizzera per settantamila euro, e non ha dichiarato un cazzo al fisco italiano.

La Guardia di Finanza l'ha cuccata.

E quindi, giù come sempre, con il coro dei moralisti da bar che si stracciano le vesti per l'evasione fiscale, con i commenti indignati sui social, con i titoli dei giornali che parlano di "modella" tra virgolette e di "attività" tra virgolette, come se il vero scandalo fosse il contenuto hot e non il fatto che centosessantamila euro siano passati sotto il naso dello Stato senza che nessuno se ne accorgesse fino a ieri.

Intendiamoci ragazzi:

l'evasione fiscale è un reato, chi non dichiara i propri redditi va perseguito, e la Guardia di Finanza ha fatto il suo mestiere.

Ma qui la domanda che nessuno pone e che fa molta più paura della ragazza di Ascoli, è un'altra.

Perché il fisco italiano riesce a scovare una creatrice di contenuti per adulti che sposta soldi in Lituania e compra oro in Svizzera, e non riesce a scovare i grandi evasori, quelli che spostano miliardi attraverso società di comodo, trust, paradisi fiscali veri, quelli che non hanno un profilo OnlyFans e non devono nascondersi dietro un nickname?

La risposta amara è che la ragazza di Ascoli è un bersaglio facile.

E' come sparare sulla croce rossa. 

Ha un nome, un cognome, un conto corrente, un telefono, un'identità digitale come Youssef Siher (che come avevo previsto nel post precedente è stato lasciato libero alla faccia della Meloncina incazzata).

È tracciabile.

È raggiungibile.

È espugnabile.

I grandi evasori, quelli veri, non hanno un nome.

Hanno una struttura.

E contro le strutture, si sa', la Guardia di Finanza si fa' le pere.

C'è poi il dettaglio, che ha dell'incredibile, della sofisticazione dell'operazione.

Due conti esteri, uno in Lituania e uno in Spagna.

Investimenti in oro fisico in Svizzera per oltre settantamila euro .

Non è il gesto di una ragazza sprovveduta che ha nascosto i soldi sotto il materasso.

È il gesto di chi sa come si fa, di chi è stato consigliato, di chi ha un commercialista o un consulente finanziario che gli ha spiegato come muoversi.

E qui la domanda si fa ancora più velenosa:

chi minchia ha consigliato questa ragazza?

Chi le ha aperto i conti in Lituania e in Spagna?

Chi le ha spiegato che l'oro in Svizzera è un bene rifugio sicuro? 

Il web è zeppo di commercialisti ultima ora con c/c in Irlanda.

Perché la modella di Ascoli, con tutto il rispetto, non è un genio della finanza internazionale.

È una ragazza che ha guadagnato bene con il proprio corpo oppss intendevo lavoro, e che qualcuno ha indirizzato verso un sistema di occultamento fiscale che richiede competenze specifiche.

E quel qualcuno, molto probabilmente, continua a fare il suo mestiere con altri cento clienti, e non è stato beccato.

La verità è che la vicenda di Ascoli Piceno racconta un'Italia a due velocità, anche nel rapporto con il fisco.

Da un lato, c'è il piccolo evasore, quello che arrotonda, quello che non dichiara la consulenza in nero, quello che affitta senza contratto, quello che vende online senza partita IVA.

Dall'altro, ci sono i grandi patrimoni, quelli che si spostano con leggerezza tra giurisdizioni diverse, quelli che hanno studi legali e società di consulenza a disposizione, quelli che l'Agenzia delle Entrate non riesce nemmeno a vedere, figurarsi a controllare.

La ragazza di Ascoli è nel primo gruppo, ma ha fatto l'errore di comportarsi come se fosse nel secondo.

Ha spostato i soldi all'estero, ha comprato oro, ha fatto tutto quello che fanno i ricchi.

Solo che i ricchi hanno gli strumenti per farlo senza essere scoperti.

Lei non li aveva.

E allora la domanda finale è la seguente:

se una ragazza di provincia, con un'attività digitale e centosessantamila euro di fatturato, viene beccata dalla Guardia di Finanza mentre i grandi evasori continuano a dormire sonni tranquilli, che cosa dobbiamo dedurne? 

Che il fisco italiano è efficiente, o che è efficiente solo quando il bersaglio è facile?

La risposta, amaramente, è la seconda.

E la modella di Ascoli, con il suo oro in Svizzera e i suoi conti in Lituania, è solo l'ultimo esempio di una giustizia fiscale che morde i pesci piccoli e lascia nuotare i pesci grandi.

Il problema non è lei.

Il problema è il sistema che l'ha beccata mentre altri, più scaltri, più protetti, più potenti, continuano a ridere del fisco italiano da qualche ufficio di Lugano.

Detto questo senza mettere nome ma solo il cognome, mi aspetto la Visita del Dr.Minioto e spero non la faccia alla fine di dicembre come la scorsa volta neh... e il bello è che quando si presenta non chiede giustificazioni su quanto lui dimostra che hai guadagnato ma ti chiede "DIMOSTRAMI CHE NON HAI GUADAGNATO"...


 

mercoledì 28 ottobre 2026

Youssef Siher

 


 Non so come Voi la pensate sta storia del trentenne marocchino nella foto di cui sopra ma sinceramente ho davvero molti dubbi sul fatto che sta faccia da orecchia mercantile, possa essere uno stratega social della rivoluzione delle cinture firmate e dei saccheggi e soprattutto non so se ingabbiandolo possiamo ottenere la garanzia che sti adolescenti incazzati del 17 ottobre imitatori dei liceali casseur francesi per i prossimi weekend se ne staranno tranquilli a casa loro.

Ma la vogliamo capire che la rivolta dei ragazzini coi martelletti e i passamontagna non ha un cazzo di leader perchè i casinisti non hanno ideologia politica e non hanno progetti.

Quello che sta capitando è un fenomeno disperso che nasce dalla noia, dalla rabbia, dall'emulazione che si diffonde nei social con la velocità di un virus.

E allora, invece di ammettere che non sappiamo che cazzo sia, abbiamo deciso di trovare un capro espiatorio.

Un trentenne con la laurea, il background culturale, i contatti all'estero. 

Uno che scrive post incendiari.

Uno che "sa come usare Telegram".

Uno che, insomma, ha la faccia giusta per essere lo stratega della rivoluzione delle cinture messe al collo di un povero pirla dodicenne.

I nostri magistrati strapagati e incazzati perchè la meloncina ha sospeso loro gli arretrati che ammontano a parecchi zeri ma con davanti un numero non faranno una sega di niente, in quanto sto marocchino non c'entra nulla con i saccheggi.

Non c'è un solo documento, una sola testimonianza, un solo messaggio che lo colleghi ai ragazzini che hanno spaccato le vetrine di corso Buenos Aires.

La Procura stessa lo ammette, quando scrive che nei messaggi "non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio".

Il marocchino ha aperto il suo canale Instagram alle 19.58 di domenica 18 ottobre, quando le devastazioni erano già avvenute.

Ha scritto post contro il governo, contro la polizia, contro il sistema.

Ha invitato alla disobbedienza civile.

Ma non ha mai detto "andate a rubare le scarpe in via Monte Salernopecora.

E allora perché diavolo lo tenete in carcere?

Semplice la risposta perchè sto pistola è un " rebellieus" che fa comodo mettere al gabbio.

Perché il gabbio rassicura noialtri che possiamo dire che il problema è risolto.

Il fatto che sia in carcere per terrorismo la dice lunga su quanto il nostro sistema giudiziario sia diventato incapace di distinguere tra un intellettuale scomodo e un criminale incallito.

La domanda che resta, amara e senza risposta, è la seguente.

Se mettere in gabbia il marocchino laureato non fermerà i ragazzini del 17 ottobre, se non fermerà i casseur, se non fermerà le rivolte che puntualmente si ripetono ogni fine settimana in mezza Europa, a che minchia serve il gabbio?

Serve a noi poveri pirla.

Serve a darci l'illusione che il problema sia risolto e che quindi possiamo tornare a vedere il GFVip.

Serve a farci dormire sonni tranquilli.

Serve a permettere ai giornali di scrivere che la mente è stata catturata, che il cervello è stato neutralizzato, che la rivolta è stata decapitata.

Peccato che le rivolte, quelle vere, non abbiano cervello.

E mi ci taglio il pallisterio che lo rimetteranno in libertà molto presto e che i ragazzini emuli dei liceali francesi, torneranno a far casino in quanto non hanno mai letto un post del marocchino orecchiuto in vita loro e difficilmente lo nomineranno loro leader.

Buon fine settimana.

Cinque centesimi.

 


Ho l'età dei datteri e quindi considero le monete odierne sotto il mio punto di vista e vi faccio un es. prendete il 5 centesimi attuale.. diciamo che il pensiero è quello di chiederci perchè deve occupare il nostro portafoglio e potrebbero toglierlo dal mercato valute.. naaa.

Se avete pazienza ascoltatemi altrimenti buttate sta moneta ed evitate il post.

Questo 5 centesimi io lo rapporto alla vecchia moneta in lire ovvero alle 100 lire ed ho fatto una ricerca su cosa potevamo comprare...


Guardate la data.. 1960 e con questa moneta stretta nel palmo davanti a una vetrina un bambino guarda i dolci, poi l'edicola, poi di nuovo la moneta.

Prima di spenderla gli sembra che possa diventare tante cose.

Dopo ne resterà soltanto una scelta.

Ma che cosa poteva comprare davvero?

La risposta cambia persino dentro l'infanzia che ricordiamo come un'unica stagione.

Per scoprirlo seguiremo quelle cento lire appunto nei primi anni Sessanta.

Allora..

Troveremo un giornalino che lascia il resto, delle bustine che promettono una sorpresa e un dettaglio capace di cambiare tutto senza modificare la moneta.

Il dettaglio è la data, perché chi ricorda di aver comprato una cosa e chi dice che non bastavano potrebbero avere entrambi ragione. Immaginiamo sto bambino davanti a una bottega italiana: non gli daremo un nome né fingeremo di conoscere la sua famiglia.

La scena serve a ritrovare una domanda concreta.

Che cosa succedeva quando il denaro degli adulti diventava per un momento una decisione nelle mani di un figlio?

I prezzi che incontreremo avranno un riferimento.

Il resto sarà un percorso possibile, non una giornata inventata spacciata per testimonianza.

Partiamo dall'oggetto.

Non era il rametto di oggi ma è fatta in Acmonital.

Su un lato compare la testa dell'Italia coronata dall'oro, sull'altro Minerva accanto a una pianta d'ulivo tipo quelle di Donato con l'indicazione del valore.

È la moneta grande e argentata che riconosciamo nella nostra scena.

Non è soltanto una cifra: è una cosa che si sente fra le dita.

Per un adulto può essere il resto di una commissione.

Per un bambino, se gli viene concesso di tenerla, il significato cambia.

Non sappiamo quanto spesso accadesse né possiamo assegnare la stessa paghetta a tutte le famiglie.

Possiamo però immaginare quel passaggio.

Fino a un momento prima il denaro aveva un compito già deciso, poi diventa una piccola possibilità personale.

Al giorno d'oggi il 5 centesimi di pare valore manco lo si considera.

Ecco il primo indizio.

Le cento lire che un bambino porta al negozio non misurano automaticamente il benessere della sua casa: potrebbero essere un regalo raro, un risparmio accumulato o una somma concessa per un'occasione.

Prima ancora del prezzo, conta come sono arrivate.

Una moneta ricevuta ogni settimana e una aspettata per mesi hanno lo stesso valore scritto, ma non la stessa storia.

Adesso avviciniamoci all'edicola.

Con 100£ eccolo

Ma il 5 giugno del 1960 Topolino diventa settimanale con il numero 236.

Il prezzo scende da cento a ottanta lire.

Il cambiamento come dice l'AI che mi aiuta nelle ricerche storiche, è registrato nei cataloghi bibliografici e nelle schede dei numeri dell'epoca.

Per il nostro bambino che non è uno di quelli che cende in piazza a far casino e rubare quello che ci sta nel negozio, significa una cosa semplicissima:

può comprare quel giornalino e ricevere venti lire di resto. Fermiamoci proprio sul resto che ad oggi equivale ad 1 centesimo e l'hanno tolto dal mercato.

È facile ricordare il fumetto e dimenticare quelle venti lire, ma sono loro a cambiare la scena.

La scelta non svuota necessariamente la mano.

Rimane una possibilità: conservarle, aggiungerle ad altre monete, decidere dopo.

La soddisfazione dell'acquisto e quella del risparmio possono stare nello stesso momento.

È una differenza piccola, ma per chi ha soltanto quella somma è tutto il margine disponibile.

Pensate al percorso di ritorno con il giornalino sotto il braccio.

Prima dell'acquisto c'era soltanto la copertina che si vedeva nella vetrina.

Adesso si può sentire il profumo della carta, si possono girare le pagine, fermarsi su una vignetta, tornare indietro.

Il denaro è passato di mano, ma ciò che è stato comprato può continuare a occupare il pomeriggio.

Nel confrontare gli acquisti di un bambino, anche questo conta: quanto dura ciò che si porta via?

Non è una gara fra un desiderio giusto e uno sbagliato.

Un dolce può valere il piacere di quel momento, una storia può essere riletta, un piccolo oggetto può entrare in un gioco già cominciato.

Il prezzo dice quante lire bisogna consegnare, non quanta importanza avrà l'acquisto nella memoria e il Mortadella ha fatto secco tutti questi ragionamenti.

È per questo che una cosa minuscola può restare nitida quando il resto della giornata è scomparso.

E proprio accanto al giornalino si apre un altro mondo.


Secondo la ricostruzione di Tre Cani, nel 1960 Giuseppe e Benito Panini iniziano a vendere immagini rimaste invendute delle edizioni Nannina, raccolte in bustine da dieci lire. (il paragone sarebbe la metà della monetina in rame da 1 centesimo di euro).

La prima raccolta calciatori prodotta direttamente dai Panini arriva l'anno successivo.

Sono due passaggi vicini, ma non lo stesso avvenimento.

Anche qui la data impedisce di confondere i ricordi.

Il conto per quelle bustine da dieci lire è immediato: con cento lire se ne possono acquistare dieci.

Se invece abbiamo scelto il Topolino da ottanta, le venti rimaste corrispondono al prezzo di due bustine, purché i prodotti siano disponibili nello stesso punto vendita.

È una combinazione possibile dei prezzi documentati, non la ricostruzione di uno scontrino realmente trovato.

Ma una bustina nasconde una differenza rispetto al giornalino.

La copertina si vede prima di pagare.

Le immagini all'interno della bustina, invece, si scoprono dopo. Immaginate la carta che si apre e la prima figura che compare.

Può essere quella desiderata oppure una già posseduta e allora si finiva con il libero scambio..ce l'ho..non ce l'ho...

Il numero delle bustine non stabilisce quante nuove immagini entreranno nella raccolta: compra occasioni di scoperta, non la certezza del risultato.

Qui il valore smette di stare soltanto sul bancone.

Se un bambino incontra un amico e i due decidono di scambiare ciò che hanno doppio, la stessa figura può assumere un'importanza diversa per ciascuno.

Una riempie un vuoto, un'altra è già presente.

Non stiamo descrivendo la regola di tutti i cortili italiani, ma il meccanismo di uno scambio.

Un oggetto può diventare utile a qualcuno proprio perché per un altro è ripetuto.

Le cento lire allora possono lasciare il negozio e continuare a produrre una storia: la bustina diventa una scoperta, la figura una conversazione, il doppione una trattativa.

Non serve supporre che ogni bambino collezionasse.

Basta osservare come lo stesso piccolo acquisto possa estendersi oltre il momento in cui viene pagato.

La merce passa dal prezzo fissato dall'adulto al significato costruito da chi la usa.

Eppure manca ancora la vetrina che abbiamo visto all'inizio: i dolci. Sarebbe facile riempirla di prezzi comodi.

Tante caramelle per dieci lire, un gelato per cinquanta, tutto il resto con il resto.

Ma senza un listino datato o una confezione verificabile staremmo preparando un'infanzia troppo perfetta per essere controllata.

Un ricordo può indicarci che cosa cercare, non può trasformarsi da solo nel prezzo nazionale di un prodotto.

La domanda giusta davanti a quella vetrina diventa quindi più interessante: quale anno? Quale negozio? Quale formato?

Una caramella venduta singolarmente e una confezione non sono la stessa unità di acquisto.

Anche se riusciamo a ricordare il sapore, il prezzo ha bisogno di un'altra traccia.

La nostra immagine del bancone racconta il desiderio, non dimostra che tutto ciò che vi compare costasse complessivamente cento lire.

Occhio che stiamo parlando del cinque centesimi di euro attuale neh.

Questo non rende meno vera l'emozione: la rende più precisa. Immaginate di ritrovare una confezione, una pubblicità con il prezzo o un listino conservato in un cassetto.

Quel dettaglio può rimettere ordine in una discussione familiare durata anni.

Non dovremmo scegliere fra la memoria e il documento.

La prima ci fa riconoscere la scena, il secondo ci aiuta a stabilire quando e a quali condizioni poteva accadere.

Torniamo al fumetto, perché qui possiamo vedere il tempo all'opera. Nel giugno del 1961, dal numero 289, il prezzo di Topolino torna a cento lire.

Nel 1963 sale a 120 e nel 1967 a 150.

La nostra moneta non è cambiata.

Eppure il resto prima scompare, poi la moneta da sola non basta più.

Questa è la svolta della storia. Un bambino del 1960 può ricordare il giornalino e il resto.

Uno che lo compra alcuni anni dopo può ricordare di aver dovuto cercare altre monete.

Se diciamo soltanto "da piccoli", quelle esperienze finiscono nello stesso cassetto, ma i prezzi non seguono i confini morbidi della memoria: continuano a cambiare mentre cresciamo.

Ecco perché cento lire non possono diventare una paghetta universale buona per tutte le generazioni.

Non basta neppure dire "anni Sessanta": l'inizio e la fine del decennio non sono intercambiabili.

Per il bambino davanti al bancone la differenza può essere il bisogno di tornare a casa, chiedere un'aggiunta oppure rinunciare. Una variazione astratta diventa un gesto concreto: rimettere qualcosa al suo posto.

Ora immaginiamo la seconda visita al negozio.

Il bambino ricorda quanto aveva pagato, ma scopre che il prezzo è diverso.

Potrebbe comprare altro o aspettare.

È una piccola lezione che non richiede il linguaggio dell'economia. La moneta sembra identica, l'oggetto sembra identico, eppure la relazione fra loro è cambiata.

Il potere d'acquisto diventa comprensibile nel momento in cui manca il resto, o serve un'integrazione.

Ci sarebbe anche un'altra strada: mettere via la moneta.

Duecento lire richiedono due somme uguali, trecento ne richiedono tre.

Ma conoscere l'addizione non significa sapere quanto tempo un bambino impiegasse a raggiungerle.

Senza conoscere la frequenza dei regali o della paghetta, non possiamo trasformare quel conto in settimane.

Il risparmio si misura anche nell'attesa, e l'attesa non era uguale per tutti.

Pensate a quanto può sembrare lungo un pomeriggio quando si aspetta qualcosa.

Per un adulto un acquisto rimandato è una voce fra molte.

Per un bambino può diventare il centro di una giornata.

La scelta di non spendere subito contiene una rinuncia visibile: uscire dal negozio senza ciò che si desidera, conservando però la possibilità di una scelta futura.

È una scena possibile, non una prova che tutti fossero più pazienti di oggi.

Lo stesso limite vale per i luoghi.

Un bambino che ha un'edicola vicino a casa e uno che deve aspettare di arrivare in paese non incontrano le stesse occasioni. Avere il denaro non garantisce che il prodotto sia disponibile.

Ci interessa questa differenza perché spesso, nel ricordo, prezzo e accesso si sovrappongono.

Mi rendo conto che come al solito mi sto allungando e il mio amcio Antonio dirà che sti ricordi sono una pizza ed è ora di tagliare il discorso delle 100 lire alias 5 centesimi.. e vabbe'.

Continuo pensando che una cosa può sembrare rara perché costa molto oppure perché non si trova quando la si cerca.

Non dobbiamo nemmeno decidere che l'infanzia di allora fosse automaticamente migliore perché le spese erano più piccole.

Il piacere di una scelta può essere autentico insieme al limite che la circonda.

Qualcuno ricorda la libertà di comprare da solo, qualcun altro ricorda la vetrina e il divieto di spendere.

La stessa scena vista da fuori può contenere esperienze diverse, e una storia onesta deve lasciare spazio a entrambe.

Ma allora che cosa significa questo scritto?

Una risposta concreta.

Nei primi anni Sessanta, cento lire potevano bastare per determinati acquisti editoriali e, in un periodo preciso, anche lasciare un resto. Nelle vendite iniziali di bustine da dieci lire permettevano dieci acquisti di quel formato.

Non un negozio intero, ma una serie di possibilità definite da data, prezzo e disponibilità.

Il resto della risposta sta nel modo in cui quelle possibilità venivano vissute.

Un giornalino poteva accompagnare un pomeriggio, una bustina aprire una conversazione, una moneta conservata rimandare il piacere a un altro giorno.

Sono interpretazioni di ciò che un acquisto può significare, non misure del comportamento di tutti i bambini. Il loro valore è farci cercare le esperienze invece di accontentarci del numero.

Rivediamo il bambino davanti al vetro.

All'inizio sembrava bastasse contare ciò che poteva portare via.

Ora notiamo anche quello che lascia, l'alternativa a cui rinuncia, la moneta che non conserva, il prodotto che aspetterà.

Prima di essere spese, quelle cento lire contengono più futuri possibili.

Dopo la scelta ne comincia uno.

Forse è questa piccola sensazione di possibilità che rende la moneta così presente nei ricordi.

Se conservate un vecchio giornalino, cercate il prezzo e la data sulla copertina.

Se ricordate un acquisto con cento lire, provate ad aggiungere l'anno, il luogo e il prodotto preciso.

Non per togliere calore al racconto, ma per permettere a qualcun altro di riconoscere il proprio e grazie di essere arrivati sin qui e perdonatemi le 2.137 parole e i 13.295 caratteri e adesso ditemi che la vostra considerazione sul 5 centesimi è diversa..dai.


lunedì 26 ottobre 2026

ho comprato Vespa.

 


Quello che mi fa girare le palle è il pagamento forzato nella bolletta elettrica della quota da elargire alla TV italica che si fa soldi pure con la pubblicità per proporti delle minchiate tipo quelle che fa un uomo di 82 anni a cui hanno tolto i nei, che invita nella sua trasmissione una giovane leader universitaria di 24 anni per farle raccontare quello che sta vivendo sulla sua pelle in termine di diritto allo studio negato, di borse di studio che mancano, dei soldi del Pnrr sottratti agli studenti, dei 14 miliardi di euro in spesa militare.

E il brutto è che non appena lei lo fa, per altro con grande forza, alla prima parola fuori posto, al primo dato che secondo al vecchio 82nne non torna, la blocca e con la bava alla bocca le rovescia addosso una pseudo-lezione intrisa di un insopportabile paternalismo che fa veramente ruotare il testicolame persino al bradipo di SuorAssunta, in cui si rivolge a lei con un “voi giovani” come se si rivolgesse a milioni di giovani, le dice che “deve studiare”, “prepararsi” e cazzate simili.

E ci fosse stata una volta - UNA SOLTANTO - in cui questo vecchio di nome Vespa Bruno, abbia utilizzato un decimo di questa intransigenza nei confronti di politici di 40, 50, 60 anni che indossano le vesti di Presidenti del Consiglio, ministri e chi più ne ha più ne metta - casualmente tutti di destra come la guida della macchina che a 80nni non potrai più guidare in autostrada. e con incarichi infinitamente più rilevanti per le sorti di questo Paese della leader dell’Unione universitari.

Che è stata non grande, ma GRANDISSIMA sta figliola, a tenere testa con dignità, capacità ed eleganza a un simile agguato, preparato dal minuto zero, dall’istante esatto in cui si è seduta su quella sedia.

Perché a quello serviva quell’invito.

A smentire e a ridicolizzarla e con lei un intero movimento che poi troveremo in piazza.

Bè, sappia Vespa e sappiano i vertici di Telemeloni che gli è andata male, che non ce l’hanno fatta.

E vorrei far sapere alla ragazza, che le sono vicino e solidale in ogni modo in cui si possa esserlo con una ragazza di 24 anni che fa politica con questa passione e voglia di cambiare le cose per sé e per i suoi coetanei ovviamente senza fare danni.

Questa trasmissione inchiesta, non è giornalismo.

Il fatto che siamo obbligati a pagare la quota per l'emittente di stato nella bolletta elettrica e ci facciano sorbire anche la pubblicità e soprattutto le trasmissioni tipo quella che ho raccontato è abuso di potere è bullismo e di sicuro NON è servizio pubblico.






Pensiero del giorno

 


Pensiero del lunedì:

Ma se il problema è Hormuz chiuso dal parrucchino pannolinato alias Briscola (trump è il gioco americano simile alla nostra briscola) e dagli israeliani, perchè sti maranza del menga non vanno a protestare davanti alle ambasciate?

Devastare la propria città per un prezzo deciso a 4.000 km di distanza non è protesta, è coglionaggine.

E' che qualcuno e non faccio nomi in quanto lo ignoro, dice ogni giorno agli italiani che il governo (e non gli ayatollah, Trump, Putin, Israele) è responsabile dell’aumento del costo della benzina.

Spesso i responsabili delle azioni vandaliche hanno le stesse idee di quelli che hanno votato nel referendum contro il nucleare, non capendo che bocciando il nucleare avevano anche deciso di aumentarsi la bolletta energetica e di aumentare quella di figli e nipoti e amanti.

Ci sono poi sti black box venuti dall’estero e le seconde generazioni che vivono male il conflitto tra la cultura trasmessa dai genitori e predicata nelle moschee (o da certi testadicazzo di rapper) e la società italiana: in questo caso la responsabilità è di chi ha permesso i ricongiungimenti familiari di chi è arrivato col gommone, creando una generazione di persone che non sono né italiani né nordafricani ma solo violenti insoddisfatti e scassacazzi.

Ma va bene, tutti per strada con bandiere, cori e striscioni.

Tutto inutile, ma lecito e provate a farlo nel paese dei beduini e diverrete i protagonisti del sabato in piazza.

Che poi centinaia di teppistelli imbecilli devastino beni pubblici e privati per milioni di Euro, che importanza ha?

Esprimono il disagio, colpa del clima oppressivo.

E del governo, ça va sans dire.

I più o meno ragazzetti hanno dalla loro l’ignoranza, la mancanza di educazione, le colpe educative delle famiglie, il testosterone in crescita, la consapevolezza di essere “nessuno” senza violenza.

Questi coglioncelli incappucciati, che evidentemente non hanno altre gratificazioni migliori, quanto spontaneamente si dedicano alle devastazioni urbane e/o quanto vengono manovrati da altri, data la loro evidente scarsa capacità di comprendonio?

Comunque sì, devastare le proprie città per fatti sui quali l’Italia non può intervenire è totalmente folle, oltre che criminale e come sempre, sarebbe invece interessante capire chi veramente pensa di trarre vantaggio da quello che sta accadendo.

Bho..buon inizio la settimana.