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lunedì 30 marzo 2026

Penicillina.

 

 

Per la serie “NON TUTTI LO SANNO” oggi vado sulla medicina e sull'italiano che ha scoperto la PENICILLINA 35 anni prima di Alexander Fleming.

Eccola storia di questo farmaco.

Nel 1895 il medico (molisano) Vincenzo Tiberio notò che l'acqua di un pozzo contaminata da alcune muffe a Napoli sembrava proteggere i locali dalle infezioni (intestinali), pubblicando anche un fascicolo sulle proprietà battericide di quegli estratti.

Due anni più tardi, il medico francese Ernest Duchesne si spinse persino oltre, curando dei porcellini d'India dal tifo tramite l'inoculazione di muffe del genere Penicillium glaucum (quelle del gorgonzola), scrivendo una tesi al riguardo.

Ciò malgrado, più che l'intuizione, la scienza premia chi la dimostra e, soprattutto, chi cambia il corso della storia in direzione del sacro bene della specie umana.

E piaccia o meno, in questo caso il premio va di diritto a uno scozzese laconico e disordinatissimo di nome Alexander Fleming¹.

Un medico formidabile (la sua più grande dote era proprio l'osservazione pragmatica di ciò che gli altri scartavano) quanto eccentrico, come quasi tutti a questo livello.

Nel tempo libero, ad esempio, amava dipingere quadri utilizzando colonie di batteri (vivi) con pigmentazioni diverse come colori su tela.

Adesso, calcola che, anni prima di scoprire la celeberrima muffa, il buon Alexander era alle prese con un fortissimo raffreddore nel suo laboratorio all'ospedale di Saint Mary a Londra.

E mentre lavorava con alcune colture batteriche di Micrococcus luteus, accidentalmente una goccia del suo muco cadde su una delle piastre…

Un ricercatore mediocre avrebbe imprecato e gettato tutto nella stufa.

Lo scozzese, però, decise saggiamente di osservare gli effetti della contaminazione.

E nei giorni successivi fu premiato quando, non senza un certo stupore, notò che nell'area in cui era caduta la goccia di muco i batteri venivano uccisi.

Aveva appena scoperto il lisozima.

Sfortunatamente, a differenza della ben più potente penicillina, non si rivelò troppo efficace contro i patogeni più pericolosi.

Tuttavia, dimostrando l'esistenza di difese antibatteriche naturali in secrezioni come lacrime e saliva, spalancò di fatto la porta alla farmacologia moderna.

domenica 29 marzo 2026

Maldive? Naaaa...

 

Le Maldive. Un vero…inferno!

Ogni giorno circa 4000 turisti decidono di regalarsi una vacanza da sogno alle Maldive.

Non 40 o 400 ma 4000 al giorno!

Beh cosa c’è di male? Penserete, è un vero paradiso! Si trovano decine di locandine in agenzia di viaggi, le sue foto sono immortalate su diverse riviste.

Quando si pensa alle vacanze è un luogo comune citarle, come ambita meta turistica se solo si avessero i fondi per farlo.

Le Maldive sono un Paese tropicale nell’Oceano Indiano composto da 26 atolli ad anello formati da più di 1000 isole coralline.

Queste isole sono famose per le spiagge, le lagune di acqua blu e le lunghe barriere di corallo.

La capitale è Malé ed ospita un mercato del pesce molto frequentato, ristoranti e negozi.

Ma non tutti guardano il retro della medaglia.

Prima del grande boom turistico, gli abitanti, per lo più pescatori, producevano 0,3 kg di spazzatura al giorno pro capite, ma con l’avvento del turismo si è arrivati ai 7kg per turista al giorno, e ne arrivano mediamente 4000 tutti i giorni dell’anno!

Ma cosa fare di queste nuove tonnellate di spazzatura prodotta?

Data l’ubicazione degli atolli sarebbe impensabile trasportarle quotidianamente sulla terra ferma, costerebbe una fortuna.

Limitare il turismo?

Meno che mai è l’unica fonte di reddito degli abitanti che stanno a loro volta vivendo un boom economico/consumistico, importando di tutto e da ogni parte del mondo.

Alcuni abitanti e resort bruciavano e bruciano ancora in parte la loro spazzatura sul posto usando degli inceneritori, ma la spazzatura è cresciuta a dismisura ed è un sistema non più sufficiente.

Per arginare il problema il governo di Malè ha deciso di utilizzare uno dei loro atolli come discarica a cielo aperto, sacrificando l’isola di Thilafushi a questo scopo.

Su quest’isola, ad appena 7 km dalla capitale, c’è una bomba ecologica già esplosa da anni.

Dall’isola si leva una coltre di fumo dovuta alla combustione dei rifiuti, che sono accumulati in montagne che arrivano giù fino alla spiaggia, dove onde e maree li rubano trascinandoli poi nell’oceano.

A voi le foto di questo scempio:


Chi è questo?

 




Chi è questo?...

Un idiota, consigliato da alcolizzati e sottomesso a un criminale di guerra, che sta destabilizzando il mondo.

Un anziano arrogante afflitto da demenza, che bullizza gli alleati (Canada ed Europa) e simpatizza con dittatori e autocrati.

Un incompetente, che si è circondato di incapaci ma fedeli alla sua misera persona, che scatena una guerra, sollecitato da un genocida, senza considerare le conseguenze di un tale folle gesto sul resto del pianeta.

Questo è parrucchino giallo al secolo Trump, che si affida ai consigli di un impresentabile Hegseth, autonominatosi abusivamente Segretario della Guerra.

Un pessimo Presidente, il peggiore della storia degli Stati Uniti, sottomesso al criminale contro l'umanità Netanyahu (conseguenza dei file Epstein?)

Ha attaccato l'Iran nella convinzione che fosse un videogioco ed ora, dopo aver acuito i disagi delle famiglie americane, messo in crisi l'economia mondiale e non aver cavato un ragno dal buco, non trova una via d'uscita a questa debacle.

Basi americane ridotte in cenere, paesi alleati del golfo bombardati dagli iraniani, lo stretto di Hormuz chiuso e minato, Israele bersagliata da missili e droni quotidianamente sono gli effetti dell'incompetenza sesquipedale del Presidente pregiudicato americano e della sua sottomissione al Governo di Tel Aviv.

È c'è ancora qualcuno in Italia pronto a difenderlo?

Un Presidente che ha scatenato la sua milizia ICE contro gli stessi americani, che si è arricchito a dismisura dal suo insediamento alla Casa Bianca, un misogino amico e sodale di pedofili e, adesso, responsabile di una guerra mai dichiarata di cui nessuno conosce le possibili conseguenze.

Questo è il leader dell'estrema destra mondiale; questo è il riferimento di suprematisti, razzisti, nazifascisti e autocrati dell'intero pianeta.

Questo è Trump, un pericoloso pregiudicato, narcisista, xenofobo, ignorante al quale, l'America già a novembre darà l'avviso di sfratto.



Chi è il cattivo?

 



Post di

Prof. Giovanni Sacchi

 



Iran, Trump e lo Stretto di Hormuz: chi è il “cattivo”?

«Chiariamo subito una cosa: l’Egitto chiede dai 200.000 ai 700.000 dollari per ogni transito attraverso il Canale di Suez.»

Le grandi navi portacontainer o petroliere possono superare il milione di dollari. Panama applica tariffe che vanno dai 100.000 ai 450.000 dollari per ogni transito.

Il transito delle grandi navi Neopanamax attraverso il Canale di Panama può costare fino a 500.000 dollari.

La Turchia applica tariffe per l’attraversamento dello Stretto del Bosforo. Il Canada applica tariffe per l’attraversamento della Via navigabile del San Lorenzo.

Gli Stati Uniti applicano tariffe per l’utilizzo della via navigabile del San Lorenzo. L’Iran, invece, si rifiuta da decenni di riscuotere tariffe per lo Stretto di Hormuz.

L’hanno reso gratuito! Nonostante la diffamazione, le sanzioni e l’isolamento, eppure volete farmi credere che l’Iran sia il “cattivo” in questa storia?

Il ministro degli Esteri iraniano si rivolge al mondo

***

Tutto lascia intendere che l’ultima guerra in Medio Oriente sia un’altra cosiddetta guerra messianica , ora con l’Iran, prima con l’Iraq, in realtà tutte le guerre in Medio Oriente – e oltre, inclusa l’Ucraina – sono motivate dal sionismo.

Una guerra messianica è un conflitto violento motivato da credenze teologiche o apocalittiche, volto a innescare la “fine dei tempi”, inaugurare un’era messianica o adempiere a una profezia divina.

Nel contesto della guerra israelo-palestinese, si tratta di fazioni che sfruttano il fervore religioso per giustificare l’espansione territoriale o la ricostruzione di un Terzo Tempio; un modo tipico di giustificare la spinta verso un Israele più grande, l’Israele del Popolo Eletto, generato da interminabili guerre messianiche.

Ciò che rende queste guerre il male messianico” è che l’Occidente ne è stato comprato, che esse forniscono alle potenze occidentali il quadro per perseguire un Ordine Mondiale Unico – un Governo Globale, dove guerre, conflitti e disastri artificiali causati dall’uomo, come i cambiamenti climatici e le pandemie pianificate, contribuiscono a spopolare il mondo, seguendo esattamente le orme dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite; e dove il sionismo regnerà anche sul principale sistema monetario mondiale. Il sionismo sarà il Signore della Spada che guiderà l’umanità (vedi anche Dark Souls II videogioco).

Sembra che gli Stati Uniti siano stati trascinati in questa guerra dal ricatto di Netanyahu nei confronti di Trump (tramite i documenti di Epstein), contro il parere del Congresso e dei vertici del Pentagono. Si tratta di una guerra malvagia che Israele non può vincere, nemmeno con gli armamenti sofisticati degli Stati Uniti. Ciò è chiaramente emerso nelle ultime tre settimane, dall’improvviso inizio del conflitto il 28 febbraio 2026.

Trump, seguendo il suo amico e cosiddetto “Bibi”, è andato fuori di testa promettendo l’inferno in terra all’Iran, se... Se cosa? Se l’Iran continuerà a rappresentare un grave rischio nucleare per il popolo degli Stati Uniti? E ​​che ciò avvenga durante i negoziati tenutisi a Ginevra il 26 febbraio, monitorati dall’Oman, e bruscamente interrotti dal presidente Trump che ha permesso all’amico Bibi di attaccare l’Iran, con la promessa che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio. È una tipica mossa da codardo, attaccare un Paese nel bel mezzo di negoziati di pace.

Tutto ciò si basa su una menzogna colossale, come confermato da esperti militari di tutto il mondo: anche se l’Iran avesse armi nucleari – cosa che NON ha, a differenza di Israele – non rappresenterebbe un rischio per gli Stati Uniti.

Secondo la tradizione e la cultura sciita , a cui l’Iran appartiene, una fatwa (sentenza) proibisce la produzione e l’uso di armi nucleari. Una fatwa non è semplicemente un’opinione teologica; funge da autorevole sentenza giuridica emessa dalla più alta autorità religiosa (il Marja’ al-Taqlid) e ha un notevole peso normativo, a dimostrazione della mancanza di intenzione da parte dell’Iran di perseguire lo sviluppo di armi nucleari.

Il presidente Trump e il suo ministro della Guerra Hegseth sanno cosa sia una fatwa sciita ? O semplicemente non gliene importa, come è tipico in Occidente dire che non comprendiamo e non vogliamo comprendere i valori delle altre culture?

Oltre alla dimensione religioso-filosofica, la posizione dell’Iran ha anche un chiaro fondamento giuridico: il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), di cui l’Iran è firmatario dal 1968 e dal quale non si è mai ritirato, nemmeno dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Al contrario, Israele non è parte del TNP; ciononostante, gli Stati Uniti e l’Occidente hanno a lungo rivolto critiche a Teheran, rimanendo in silenzio su Israele.

Quindi, chi sono i “cattivi” e chi sono i “buoni”?

Secondo Rami Igra, ex alto funzionario del Mossad israeliano, l’assassinio dei massimi leader iraniani non ha mai avuto la possibilità di innescare una rivoluzione nel Paese. In un’intervista esclusiva a RT (RT 24 marzo 2026), ha affermato che la strategia israelo-americana di decapitare la leadership iraniana nella speranza di scatenare una rivoluzione è stata un errore di valutazione” che non è riuscito a destabilizzare la Repubblica islamica. Ha inoltre dichiarato che coloro che si aspettavano che gli iraniani scendessero in piazza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri alti funzionari sono rimasti profondamente delusi”.

Il signor Igra ha continuato ,

«La gente non capisce cosa sia una rivoluzione. Serve un movimento popolare, ma in Iran non c’è un movimento popolare. Serve una leadership locale, non [Reza] Pahlavi da Los Angeles», ha detto, riferendosi al figlio in esilio dell’ultimo scià iraniano, che si è proposto come alternativa all’attuale leadership clericale del paese.

Il presidente Trump potrebbe aver dato ascolto all’ex agente del Mossad, e/o potrebbe aver fiutato qualcosa di losco e aver fatto marcia indietro su una delle sue più orribili “promesse”, ovvero colpire e distruggere la rete energetica iraniana con attacchi aerei israelo-americani. Ha ordinato una sorta di “cessate il fuoco”, rinviando di cinque giorni gli attacchi previsti contro le infrastrutture energetiche iraniane, affermando che sono in corso colloqui molto buoni e produttivi” con Teheran, che proseguiranno per tutta la settimana.

Questa volta la minaccia non si riferisce all’”arsenale nucleare” dell’Iran, bensì alla sua decisione di chiudere lo Stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, a tutte le navi nemiche, ma non a quelle delle nazioni amiche.

Ricordate che circa il 20-25% di tutti gli idrocarburi utilizzati a livello mondiale come fonte primaria di energia transita attraverso lo Stretto di Hormuz.

Tuttavia, gli osservatori politici dubitano che la “pausa di 5 giorni” di Trump abbia qualcosa a che fare con i “colloqui proficui” per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

I funzionari iraniani insistono sul fatto che non vi sia alcun dialogo tra Teheran e Washington”, definendo le dichiarazioni di Trump una palese menzogna, un tentativo di raffreddare i mercati energetici e guadagnare tempo per i suoi piani militari. Teheran ha avvertito che prenderà di mira le infrastrutture energetiche regionali, così come gli impianti di desalinizzazione negli Stati del Golfo, sull’altra sponda del Golfo Persico, se gli attacchi statunitensi dovessero riprendere. La sopravvivenza di questi Paesi dipende dalla desalinizzazione per l’acqua potabile e dall’energia (elettrica) prodotta dal petrolio.

Il presidente Trump si contraddice nel giro di poche ore. Nel suo post su Truth Social in cui annunciava il rinvio, aveva affermato che Stati Uniti e Iran avevano avuto conversazioni molto positive e produttive” per due giorni riguardo a una risoluzione completa e totale delle ostilità in Medio Oriente”. In una successiva telefonata con la CNBC, ha descritto le discussioni come molto intense”, ha affermato che sarebbero continuate per tutta la settimana e ha espresso la speranza che si potesse raggiungere qualcosa di molto sostanziale” .

È più probabile che coloro che prendono le decisioni sulla guerra – forse la City di Londra? – siano più interessati a trarre profitto come “intermediari” che a una rapida soluzione del conflitto.

Kobeissi Letter (TKL) è una testata giornalistica piuttosto credibile che offre analisi tecniche e finanziarie su S&P 500, petrolio greggio, gas naturale, oro, obbligazioni e opzioni. TKL riporta su “X” che, entro dieci minuti da quando Trump ha affermato che Stati Uniti e Iran avevano avuto colloqui produttivi su come porre fine alla guerra (intorno alle 7 del mattino del 22 marzo), l’indice S&P 500 è balzato di 240 punti, aggiungendo letteralmente 2 trilioni di dollari al mercato. Circa 27 minuti dopo, l’Iran ha smentito categoricamente tutte le affermazioni di Trump, dichiarando che non c’è stato alcun contatto tra Iran e Stati Uniti.

Alle 8 del mattino dello stesso giorno, l’indice S&P 500 era crollato di 120 punti, bruciando circa mille miliardi di dollari , pur mantenendo un guadagno di mercato di mille miliardi. Si tratta di un’oscillazione di mercato di 3 trilioni di dollari in meno di un’ora. Dove sono finiti questi mille miliardi? Chi possiede la capacità algoritmica di trarre profitto da questi movimenti quasi istantanei? Non noi, ma i miliardari e la City di Londra.

Le stesse motivazioni, seppur meno evidenti, potrebbero essere alla base dell’infinita guerra in Ucraina. Entrambe sono orchestrate dalla City di Londra, senza alcun riguardo per la vita umana.

In una recente intervista a Odysee TV, il professor Sayed Mohammad Marandi ha affermato senza mezzi termini che Israele e gli Stati Uniti temono di attaccare l’Iran perché la rappresaglia sarebbe severa, con ripercussioni su tutte le infrastrutture energetiche e di produzione di energia elettrica delle dittature dall’altra parte del Golfo (Persico). Ha anche aggiunto che la “pausa di 5 giorni” potrebbe servire a stabilizzare temporaneamente i mercati petroliferi, senza però specificarlo, e ha fatto riferimento anche ai vantaggi finanziari derivanti dal bluff di Trump sui colloqui positivi tra Stati Uniti e Iran.

Il professor Marandi è un accademico, analista politico e professore all’Università di Teheran di origini americane e iraniane. È un noto commentatore televisivo e politico, nonché un convinto sostenitore del governo iraniano, e appare frequentemente sui media internazionali per discutere di politica estera iraniana e di negoziati sul nucleare.

Per maggiori dettagli sull’intervista, si veda il video all’interno dell’articolo di RT del 23 marzo 2027 .

Nel contesto di una potenziale carenza di idrocarburi e osservando come l’Europa si stia ancora armando per entrare in guerra contro la Russia, il presidente Putin ha affermato che l’Europa sarebbe il semaforo rosso nella fila per il gas russo; un altro chiodo nella bara del suicidio economico dell’UE.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha recentemente esortato la popolazione ad attendere che la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei si pronunci pubblicamente sulla “fatwa” relativa alla produzione e all’uso di armi nucleari. Questo potrebbe essere un segnale, seppur velato, che Teheran potrebbe considerare un passaggio da un precedente divieto dogmatico a una potenziale revisione della propria dottrina nucleare.

Per la società sciita, in particolare all’interno del modello teocratico iraniano, le “fatwa” rivestono un significato sia religioso che politico-giuridico. Pertanto, per circa tre decenni, i funzionari iraniani hanno costantemente citato questa “fatwa” come prova dell’astensione dell’Iran dallo sviluppo di armi nucleari.

Queste prove sono state verificate annualmente dall’Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica (AEA) con sede a Vienna. Pertanto, tutte le affermazioni contrarie, come quella secondo cui l’Iran rappresenterebbe un pericolo nucleare per il popolo americano, fatte da Trump e dalle precedenti amministrazioni statunitensi, non sono altro che allarmismo e menzogne.

Tuttavia, una fatwa nella tradizione giuridica sciita non è una dottrina assoluta o immutabile. Si tratta di una sentenza teologico-giuridica che può essere rivalutata o revocata in base al mutare delle circostanze, a nuove conoscenze o a cambiamenti nel panorama politico-sicuritario.

Che questa guerra di aggressione non provocata tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran possa creare le circostanze per trasformare l’Iran, a scopo di autodifesa, in uno stato nucleare. Solo il tempo dirà chi è il “cattivo”. Le prossime mosse dell’amministrazione statunitense saranno cruciali.

***

Peter Koenig è un analista geopolitico, collaboratore abituale di Global Research ed ex economista presso la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre 30 anni in tutto il mondo. È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed e coautore del libro di Cynthia McKinney “When China Sneezes: From the Coronavirus Lockdown to the Global Politico-Economic Crisis” (Clarity Press – 1 novembre 2020).

Peter è ricercatore associato presso il Centro di ricerca sulla globalizzazione (CRG). È inoltre Senior Fellow non residente presso il Chongyang Institute della Renmin University di Pechino.

sabato 28 marzo 2026

Ringraziamento.

 


Ringrazio Cesio Endrizzi per le belle parole e contraccambio immediatamente postando una delle sue relazioni che tutti dovremmo sapere ma molti non hanno ancora capito che..

A forza di assecondare Netanyahu, Trump è finito in grossi guai. La Casa Bianca cerca una via d'uscita, ma "Bibi" vuole annientare il regime. Il punto di rottura: South Pars

C'è una scena, in questa lunga e sanguinosa quinta settimana di guerra in Medio Oriente, che andrebbe conservata come perfetta sintesi del paradosso in cui si dibatte l'alleanza tra Stati Uniti e Israele quando gli obiettivi strategici dei due paesi cominciano a divergere.

È la scena di una riunione a porte chiuse alla Casa Bianca, dove Donald Trump ascolta i rapporti sull'attacco israeliano al giacimento di South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo, condiviso tra Iran e Qatar, e capisce che Netanyahu ha oltrepassato il segno. E mentre i suoi consiglieri gli spiegano che l'attacco ha messo a rischio le forniture di gas a mezza Europa, che ha fatto schizzare il prezzo del petrolio oltre i 110 dollari al barile, che le conseguenze economiche della guerra potrebbero costargli le elezioni di midterm, Trump fa marcia indietro.

Per la prima volta, prende le distanze dall'alleato, dichiarando che "gli attacchi non continueranno" e che "l'America non permetterà che il conflitto si allarghi" . Ma Netanyahu, dal canto suo, non sembra intenzionato a fermarsi. Vuole andare fino in fondo. Vuole annientare il regime.

Il punto di rottura, secondo gli analisti, è stato proprio l'attacco a South Pars.

L'operazione, condotta da Israele con il tacito assenso americano, ha colpito le strutture iraniane di Asaluyeh, innescando una reazione a catena che ha portato l'Iran a bombardare il terminale qatariota di Ras Laffan e a minacciare di colpire gli impianti energetici di Arabia Saudita ed Emirati.

Ma per Washington, l'attacco è stato un boomerang.

Il prezzo del gas è salito alle stelle, i paesi europei hanno cominciato a lamentarsi, e le compagnie energetiche americane hanno dovuto fare i conti con un'impennata dei costi di trasporto che rischia di erodere i loro margini di profitto.

E mentre Trump cercava di limitare i danni, Netanyahu dichiarava che "la guerra non finirà finché l'Iran non avrà perso la capacità di minacciare Israele" .

L'analisi di Stefano Stefanini, diplomatico di carriera ed ex rappresentante permanente dell'Italia presso la Nato, è spietata nel mostrare la divergenza tra i due leader.

"Netanyahu rappresenta un rischio alla sicurezza della nazione israeliana e alla stabilità internazionale", ha detto in un'intervista. "Ma è un leader razionale. Lucido. Calcola.

Non così Trump, la cui instabilità mentale e inaffidabilità ne fanno oggi il maggior problema transatlantico e occidentale".

Parole che suonano come una condanna, ma che fotografano una realtà: mentre Netanyahu segue una strategia chiara, seppure spietata, Trump sembra brancolare nel buio, passando dalla minaccia di "far esplodere l'intero giacimento di South Pars con una potenza mai vista" all'annuncio di una "riduzione delle operazioni" .

La divergenza tra i due alleati ha radici profonde.

Per Netanyahu, la guerra in Iran è una guerra esistenziale.

L'Iran ha finanziato Hezbollah e Hamas, ha minacciato di cancellare Israele dalla carta geografica, ha sviluppato un programma nucleare segreto.

Se non viene fermato ora, diventerà una minaccia letale.

Per Trump, invece, la guerra è un'operazione di polizia internazionale, un modo per dimostrare forza e per guadagnare consensi in vista delle elezioni di midterm.

E mentre Netanyahu è disposto a sacrificare tutto pur di raggiungere il suo obiettivo, Trump deve fare i conti con il prezzo del petrolio, con l'inflazione, con l'umore dell'opinione pubblica.

Il risultato è che l'alleanza tra i due paesi, che all'inizio del conflitto sembrava granitica, sta mostrando le prime crepe.

Trump ha bloccato l'uso delle basi americane per ulteriori attacchi di Israele.

Ha ordinato al Pentagono di ridurre le operazioni.

E ha fatto sapere che non permetterà che il conflitto si allarghi. Netanyahu, dal canto suo, ha continuato a colpire, usando le sue basi e i suoi aerei, e ha dichiarato che Israele "non chiederà il permesso a nessuno per difendersi".

La domanda, a questo punto, è una sola: quanto potrà durare ancora questa forzata convivenza?

Fino a che punto gli Stati Uniti saranno disposti a sostenere un alleato che, con le sue azioni, mette a rischio la stabilità dell'intera regione e l'economia globale?

La risposta, forse, è nelle prossime settimane, quando il conflitto si stabilizzerà su un fronte di logoramento e i costi umani ed economici cominceranno a pesare anche sugli americani.

E quando, forse, anche i falchi di Washington dovranno fare i conti con la realtà.

E accettare che la guerra, alla fine, non si vince con i bombardamenti.

Ma con la diplomazia.

Una parola che, in questa amministrazione, sembra essere caduta in disuso.

E questo è ciò che pensa sua madre..

giovedì 26 marzo 2026

Chi ha inventato i Microchip?

 

Allora, considerato che non sapevate chi è stato veramente l'inventore della dinamite tale Ascanio Sobrero di Torino, ora vi chiede se lo sapete che ha realizzato il primo microchip... ta.taaaam

SAPETE CHI REALIZZO' IL PRIMO MICROCHIP?

UN AMERICANO? No.

UN GIAPPONESE? Nemmeno.

UN RUSSO? NIET



Vel dig me.. fu Federico Faggin. Un ingegnere Italiano. Padovano.

Nell'Italia del 1968 non esistevano né laboratori capaci di realizzare il suo sogno, il suo progetto e nemmeno i fondi per farlo.

Un sogno impossibile per tutti.

Da Padova alzò i tacchi, valigia di cartone e via per la Silicon Valley, quella valle che guardava al futuro.

E fu lì che sto giovane ingegnere italiano che parlava un po' di Inglese, aprì alla Umanità uno Stargate, una porta che proietto' l'intero Pianeta nel Futuro.

Quando lasciò Padova per gli Stati Uniti nel 1968, nessuno immaginava che sto giovane ingegnere italiano avrebbe cambiato per sempre il modo in cui l’umanità pensa, comunica, vive.

Federico Faggin non era un visionario sognatore.. era un progettista meticoloso, capace di vedere dentro i circuiti ciò che gli altri riuscivano solo a immaginare.

Alla Silicon Valley arrivò come immigrato qualunque, con un inglese zoppicante e una valigia piena di appunti.

Ma in pochi anni è diventato l’uomo che costruì il cuore pulsante della rivoluzione digitale.

Nel 1970, alla Intel, gli affidarono un progetto considerato impossibile.. realizzare un intero processore... dentro un singolo chip.

Una cosa mai tentata.

Troppi componenti, troppa complessità, troppi limiti tecnici.

Per molti era un esercizio teorico destinato al fallimento.

Faggin aveva le palle e non la pensava così.

Cominciò a lavorare giorno e notte su un’idea radicale: miniaturizzare tutto, ridurre ogni funzione, far convivere memoria, logica e calcolo in uno spazio più piccolo di un’unghia.



Inventò nuove tecniche, ridisegnò l’architettura, integrò componenti come se stesse componendo una sinfonia invisibile.

Nel 1971 il risultato era pronto: Intel 4004, il primo microprocessore al mondo Laptoo.

Un chip minuscolo, grande quanto un’unghia, che conteneva il potere di una stanza intera di computer.

Quel giorno, senza saperlo, l’umanità è entrata nel futuro.

Senza il buon Faggin non avremmo:

Personal computer

Laptops

smartphone,

videogiochi,

intelligenza artificiale, niente memorie RAM o chips da 1TB grandi come una SIM CARD, niente cloud, niente mondo digitale.

Tutto parte da quel chip, da quell’idea, da quella testardaggine italiana che non accetta un “impossibile” come risposta.

Per anni il grande pubblico non seppe nemmeno il suo nome.

I riflettori andarono ad altri.

Faggin rimase l’ingegnere silenzioso dietro la rivoluzione.

Oggi, però, la storia gli ha restituito ciò che meritava.

Premi internazionali, riconoscimenti accademici, onorificenze.

Ma lui continua a ripetere che ciò che conta non è ciò che ha costruito, ma “ciò che gli esseri umani faranno con quella potenza”.

Un uomo partito da Padova con una valigia e un sogno tecnico.

Un immigrato che cambiò il mondo.

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo (grazie a sua moglie Elvia Sardei proff.in lettere, compagna di studi di mia sorella Graziella Bonzi) mi ha dato una grossa mano come giovane assistente, coaudiuvato dal relatore Proff. Rodolfo Zunino, sulla tesi presentata in Commissione a Mies (CH) nel 1968 inerente ai “Metodi e Sperimentazione per la validazione e sicurezza di reti wireless in ambito ferroviario e metropolitano”.

 
Il buon Faggin ha dimostrato la sua capacità presentando la mia tesi su un disco floppy da 8 pollici, che la Commissione in un primo tempo non ha accettato in quanto non era in grado di leggerla.. poi..tutto ok

Ad ogni modo ha dimostrato la sua avanguardia ed è stato un ricercatore che non cercava gloria, ma soluzioni.

Federico Faggin ha dimostrato che l’innovazione non nasce dal clamore, ma dall’ostinazione silenziosa di chi vede, prima degli altri, la forma del futuro.

 

mercoledì 25 marzo 2026

La crisi energetica sarà ad aprile.

 


SONO CAZZI: LA VERA CRISI ENERGETICA SARÀ AD APRILE

C’è una dissonanza, in queste settimane di guerra e di bollettini quotidiani, che rischia di trasformarsi in un errore di valutazione dalle conseguenze catastrofiche.

I mercati hanno reagito con sollievo agli spiragli di trattativa riaperti da Donald Trump con l’Iran: le Borse hanno virato in positivo, il petrolio Brent è scivolato di circa il 10 per cento, il gas al Ttf ha ripiegato a 56 euro per megawattora, in calo del 5,4 per cento.

E l’opinione pubblica, abituata a leggere i prezzi del carburante come il termometro più sensibile della crisi, ha tirato un sospiro di sollievo, come se il peggio fosse già passato.

Ma questa è la trappola, la grande illusione ottica di chi confonde la volatilità dei mercati finanziari con la realtà fisica delle catene di approvvigionamento.

Perché anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse domani – ipotesi che non ha alcuna possibilità di avverarsi, visti i toni dell’ultimatum di Trump e la replica sprezzante di Teheran – la frattura che si è creata nei rifornimenti non sarebbe automaticamente risanata.

Ci vorrà tempo, molto tempo.

E il punto più acuto della crisi, paradossalmente, deve ancora arrivare.

Il nocciolo della questione è una di quelle verità logistiche che i talk show tendono a rimuovere perché poco fotogeniche, ma che chi ha familiarità con il commercio marittimo conosce bene.

I tempi di transito nel Golfo Persico non sono quelli di un corriere espresso.

Una nave cisterna che carica petrolio o gas liquido dai terminali iraniani, sauditi o emiratini impiega circa due-tre settimane per raggiungere i porti europei, e tempi analoghi per arrivare in Asia.

Il conflitto è scoppiato il 28 febbraio con l’operazione americana “Epic Fury”, e nei giorni successivi i transiti attraverso Hormuz si sono praticamente azzerati: da una media di 129 navi al giorno a febbraio si è passati a sole quattro navi il 9 marzo.

Ma prima che il blocco diventasse totale, alcune petroliere erano già riuscite a passare, cariche di greggio e GPL.

Quelle navi, oggi, stanno ancora viaggiando.

Ecco la prima, crudele realtà: le ultime navi transitate prima della chiusura arriveranno a destinazione nei primi giorni di aprile. Scaricheranno il loro carico, e poi basta.

A quel punto, per l’Europa, inizierà il deserto.

Perché dopo che queste ultime navi avranno vuotato le stive nei porti di Rotterdam, Marsiglia, Genova e Augusta, dal Golfo Persico non arriverà più nulla per almeno venti, trenta giorni, nel migliore dei casi, dopo la riapertura dello Stretto.

E la riapertura, a giudicare dall’escalation degli ultimi giorni, non è all’orizzonte.

L’ultimatum del parrucchino – 48 ore per riaprire lo Stretto, pena la distruzione delle centrali elettriche iraniane – ha ricevuto una risposta che non lascia spazio a illusioni: i Pasdaran hanno fatto sapere che se gli americani colpiranno le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, “tutte le infrastrutture energetiche appartenenti agli Stati Uniti nella regione saranno attaccate”.

E poi il rilancio, quello che chiude definitivamente ogni spiraglio: “Se le minacce degli Stati Uniti riguardanti le centrali elettriche iraniane dovessero concretizzarsi, lo Stretto di Hormuz verrà completamente chiuso e non verrà riaperto finché le nostre centrali distrutte non saranno ricostruite”.

Parole che suonano come una condanna.

Perché ricostruire centrali elettriche distrutte dai bombardamenti non è operazione che si compie in pochi giorni.

E nel frattempo, mentre la politica gioca a chi alza la posta e i mercati reagiscono con i nervi scoperti a ogni dichiarazione, la realtà industriale continua il suo corso spietato.

Oggi 25 marzo, mancano 6 giorni all’inizio di aprile.

Le ultime navi che hanno lasciato il Golfo prima del blocco stanno attraversando il Canale di Suez o lo stanno già doppiando.

A metà della prossima settimana, le prime arriveranno in Europa. Scaricheranno.

E dopo di loro, il vuoto.

Venticinque giorni, trenta, forse più, senza nuove forniture di greggio e GPL dal Golfo.

E quando finalmente Hormuz riaprirà – se riaprirà – ci vorranno altre tre settimane perché le prime navi raggiungano il Mediterraneo.

Questo è il calendario che nessuna trattativa potrà accelerare. Questo è il muro contro cui l’Europa, e l’Italia in particolare, andrà a sbattere.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha cercato di mantenere un tono rassicurante, dichiarandosi “fiducioso che da metà aprile si possa ricostituire gli stoccaggi in modo adeguato”.

Ma le parole del ministro andrebbero lette con attenzione: “da metà aprile si possa” non è una certezza, è una speranza.

E la speranza si basa su un’ipotesi – che la riapertura dello Stretto avvenga in tempo utile per far arrivare le navi entro metà aprile – che al momento appare irrealistica.

Perché anche se Hormuz riaprisse domani, le navi che partissero subito arriverebbero a ridosso del 15 aprile.

Ma Hormuz non riaprirà domani, e i mercati lo sanno.

La Bank of America, in un recente report, assegna “uguali probabilità” a uno scenario in cui il conflitto si trascini fino al secondo trimestre dell’anno, e non esclude una durata più lunga.

I prezzi del mercato, di solito più lucidi dei comunicati ufficiali, hanno già iniziato a scontare questa realtà.

Il problema, per l’Italia, è che la nostra esposizione alla crisi è doppia.

Da un lato, c’è la dipendenza dal petrolio e dal gas che attraversano Hormuz: secondo i dati dell’Unctad, prima del conflitto il 5 per cento del petrolio e il 13 per cento del GNL destinato all’Europa transitavano dallo Stretto.

Percentuali che possono sembrare modeste, ma che in un sistema interconnesso come quello energetico globale producono effetti a cascata.

Quando il mercato mondiale perde il 20 per cento delle sue forniture di greggio e GNL – questa è la quota che normalmente transita da Hormuz – i prezzi salgono ovunque, non solo per chi compra direttamente dal Golfo.

E il rialzo dei prezzi, in Italia, è già sotto gli occhi di tutti.

I dati diffusi nei giorni scorsi parlano chiaro: un gasolio medio a 1,976 euro al litro, la benzina a 1,717, con punte ancora più alte in autostrada.

Il taglio delle accise deciso dal governo, costato 417 milioni di euro, ha offerto un sollievo temporaneo, ma i rincari stanno già rosicchiando lo sconto alla pompa.

E questo è solo l’inizio.

Perché i prezzi attuali riflettono ancora le forniture “di coda”, quelle arrivate via Hormuz prima del blocco.

Quando quelle scorte si esauriranno, e il mercato dovrà fare i conti con l’assenza di nuove spedizioni, l’impennata potrebbe essere molto più violenta.

Le proiezioni della Banca Centrale Europea non lasciano spazio all’ottimismo: uno shock più severo e persistente potrebbe spingere il petrolio fino a 145 dollari al barile e il gas a 106 euro per megawattora .

Ma il vero allarme, quello che finora è stato raccontato meno, riguarda la filiera petrolchimica.

Perché se il problema del gas e del petrolio è soprattutto un problema di prezzi – e già questo è un problema non da poco, per famiglie e imprese – il problema dei prodotti petrolchimici è un problema di approvvigionamento fisico.

L’Unctad ha calcolato che, prima del conflitto, il 13 per cento del commercio mondiale di prodotti chimici, inclusi i fertilizzanti minerali, transitava da Hormuz.

Un dato che per l’Europa è ancora più rilevante, perché molte delle materie prime necessarie all’industria chimica europea arrivano proprio dal Golfo.

E quando parliamo di prodotti petrolchimici, parliamo di tutto: dalle materie plastiche ai farmaci, dai fertilizzanti ai solventi, dai lubrificanti ai materiali per l’edilizia.

L’Italia, in particolare, ha un problema strutturale che la crisi rischia di trasformare in emergenza.

Il polo petrolchimico di Brindisi, con il suo cracking fermato da quasi un anno, è l’emblema di una fragilità che la guerra rischia di rendere esplosiva.

L’impianto Versalis, in stato di “conservazione” dopo la fermata dello scorso aprile, potrebbe essere irrecuperabile se non si interviene in tempi brevi.

E quando la mancanza di materie prime dal Golfo si sommerà alla ridotta capacità produttiva nazionale, il rischio non è solo di prezzi più alti, ma di vere e proprie interruzioni di fornitura per interi settori industriali.

Un quadro che i sindacati e gli industriali, in queste settimane, hanno iniziato a delineare con crescente preoccupazione, senza però riuscire a farsi ascoltare da un dibattito pubblico distratto dagli ultimatum di Trump e dalle dichiarazioni roboanti dei leader politici.

C’è poi il capitolo trasporti, quello che tocca la vita quotidiana di milioni di italiani in modo più diretto.

Il carburante per aerei – il jet fuel – è raddoppiato dall’inizio della guerra.

Il Financial Times stima che le venti maggiori compagnie aeree quotate in Borsa a livello mondiale abbiano perso circa 53 miliardi di dollari di valore nei primi ventitré giorni di conflitto, e parlano della “peggior crisi dal Covid”.

I grandi vettori europei hanno già avvertito: se il balzo dei prezzi energetici durerà per mesi, le tariffe saliranno.

E per l’Italia, che del turismo ha fatto una delle sue principali risorse, il danno potrebbe essere doppio: meno turisti stranieri, e italiani che rinunciano ai viaggi per il caro-biglietti.

Pasqua e l’estate sono dietro l’angolo, e il settore si prepara al peggio.

Eppure, c’è un elemento che in questo quadro di crisi imminente potrebbe fare la differenza, e non è un elemento tecnico o geopolitico: è la consapevolezza.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia, in un vademecum pubblicato in questi giorni, ha elencato dieci azioni immediate per ridurre la domanda di idrocarburi, abbassare la pressione sui prezzi e rafforzare la sicurezza energetica collettiva.

Dallo smart working strategico alla riduzione dei limiti di velocità, dalle domeniche senza auto alla sostituzione dei voli a breve raggio con il treno, fino all’elettrificazione della cucina e all’efficienza industriale: misure che in passato sono state adottate in momenti di emergenza, e che oggi potrebbero tornare utili.

Ma c’è un problema: queste misure richiedono tempo per essere implementate, e soprattutto richiedono una mobilitazione collettiva che non si improvvisa.

E in un paese abituato a considerare l’energia come un diritto e non come una risorsa scarsa, la consapevolezza è la variabile più difficile da mobilitare.

Il governo, dal canto suo, ha cercato di giocare d’anticipo.

La visita di Giorgia Meloni in Algeria il 25 marzo, nel pieno di questa emergenza mediterranea, è un segnale che l’esecutivo ha ben chiaro dove si giochi la partita della sicurezza energetica italiana. L’Algeria è ormai il primo fornitore di gas dell’Italia, e rafforzare quel rapporto è una priorità strategica.

Ma i gasdotti, per quanto fondamentali, non possono sostituire dall’oggi al domani le forniture di petrolio e prodotti raffinati che arrivavano dal Golfo.

E soprattutto, non possono colmare il vuoto che si creerà nei prossimi trenta giorni, quando le ultime navi avranno scaricato e il prossimo carico non sarà ancora partito.

Così, mentre i titoli dei giornali si concentrano sull’ultimatum del parrucchino e sulla replica di Teheran, mentre i talk show discutono se la guerra si allargherà o si spegnerà, la vera crisi – quella silenziosa, fatta di navi che non partono e di scorte che si esauriscono – si avvicina giorno dopo giorno.

Il calendario è spietato: fine marzo, le ultime navi transitano lo Stretto.

Prima decade di aprile, arrivano in Europa e scaricano.

Metà aprile, le scorte iniziano a scarseggiare.

Fine aprile, se lo Stretto non sarà stato riaperto e le spedizioni non saranno riprese, i serbatoi europei inizieranno a fare i conti con il vuoto.

E i prezzi, che oggi sembrano essersi stabilizzati dopo il primo shock, potrebbero ripartire verso l’alto con una violenza che nessuno, in queste settimane, ha ancora immaginato.

Sono membri amari”.. Ed è difficile dargli torto.

Perché la vera crisi energetica non è quella che abbiamo già vissuto, con i prezzi che salgono e il governo che taglia le accise. La vera crisi è quella che deve ancora arrivare, quella che comincerà quando le ultime navi avranno scaricato e il Golfo resterà chiuso, e l’Europa si troverà a fare i conti con trenta giorni di deserto.

Trenta giorni in cui le industrie petrolchimiche dovranno decidere se fermare gli impianti o pagare prezzi folli per materie prime che non arrivano.

Trenta giorni in cui gli autotrasportatori dovranno decidere se aumentare le tariffe o chiudere.

Trenta giorni in cui le famiglie, quelle che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, scopriranno che il costo della benzina non è solo un costo, ma la cartina di tornasole di un’economia intera che arranca.

E poi, forse, la riapertura.

Ma a che prezzo?

E con quali tempi di recupero?

E con quali conseguenze sulle filiere che nel frattempo si saranno interrotte?

Sono domande che oggi, nel clima di falso ottimismo generato dalle fluttuazioni dei mercati, nessuno vuole porsi ma non facciamo la politica dello struzzo, facciamoci ste domande e cerchiamo di rispondere con la sola certezza che la logistica offre: anche se lo Stretto riaprisse domani, per almeno venti-trenta giorni non arriverebbe nulla.

E quei giorni, per l’Italia, saranno lunghi, duri, e probabilmente più costosi di quanto oggi osiamo immaginare.

La vera crisi è ad aprile.

E aprile è dietro l’angolo.