Questo lunghissimo post di 6.937 parole, racconta la storia che non tutti conoscono di Domenico Modugno e lo faccio non solo per onorarne
la memoria ma per ricordarci che il coraggio è sempre possibile,
anche quando tutto sembra perduto e il sottotitolo è:
Il
cantante del quale aveva paura la mafia.

Ecco il perché i suoi concerti venivano annullati
Era la notte
del 23 maggio 1960 quando Domenico Modugno ricevette una telefonata
che gli ghiacciò il sangue.
La voce dall'altra parte del filo era
calma, quasi cortese, ma le parole erano inequivocabili.
Maestro,
sarebbe meglio se annullasse il concerto di domani a Palermo per la
sua sicurezza, capisce?
Poi il silenzio.
Modugno
guardò sua moglie Franca che lo osservava preoccupata dal letto.
Non
disse nulla, ma entrambi sapevano cosa significava quella chiamata.
Non era la prima volta e non sarebbe stata l'ultima. Domenico Modugno
non era un cantante qualunque, era l'uomo che aveva conquistato il
mondo con "Nel blu dipinto di blu", la canzone che tutti conoscevano
come "Volare".
Era
l'artista che aveva portato la musica italiana oltre i confini
nazionali, che aveva fatto ballare l'America e commuovere l'Europa.
Ma c'era un'altra faccia di Modugno, quella che pochi conoscevano,
l'uomo che sfidava il potere, che cantava della Sicilia dimenticata,
che denunciava le ingiustizie e non aveva paura di nominare ciò che
tutti preferivano tacere.
E
questa sfida aveva un prezzo.
Tra il 1960 e il 1975 più di 40
concerti di Modugno vennero annullati o interrotti.
Le ragioni
ufficiali variavano.
Problemi tecnici, indisposizione dell'artista,
maltempo, mancanza di pubblico.
Ma chi conosceva la verità sapeva
che dietro questi annullamenti c'era qualcosa di molto più sinistro.
C'era
la mano della mafia, c'erano i politici corrotti, c'erano coloro che
non volevano che certe verità venissero cantate ad alta voce nelle
piazze siciliane. Ma cosa aveva fatto Modugno per attirarsi
l'ostilità dell'organizzazione criminale più potente d'Italia?
Perché un cantante, per quanto famoso, rappresentava una minaccia
tale da richiedere intimidazioni, minacce e, come alcuni sostengono,
tentativi di eliminazione fisica.
La
risposta si trova nelle sue canzoni, nei suoi testi, nelle sue parole
pronunciate tra una nota e l'altra durante i concerti.
Modugno non si
limitava a intrattenere, denunciava, accusava, raccontava storie che
dovevano rimanere sepolte.
Nato a Polignano a Mare il 9 gennaio
1928, Domenico Modugno era figlio del sud, di quella terra martoriata
e affascinante che amava con passione viscerale.
Suo
padre era un carabiniere, un uomo di legge che aveva insegnato al
figlio l'importanza della giustizia e della verità.
Sua madre era
una donna forte che aveva cresciuto i figli con i valori dell'onestà
e del coraggio.
Questi insegnamenti avrebbero plasmato il carattere
di Domenico, facendone un artista che non sapeva piegarsi né
compromettere i propri principi.
Negli
anni 50, quando iniziò la sua carriera, Modugno era solo uno dei
tanti giovani talenti che cercavano fortuna nel mondo dello
spettacolo.
Lavorava come attore, scriveva canzoni, faceva provini.
La svolta arrivò nel 1958 quando presentò nel Blu dipinto di Blu al
Festival di Sanremo.
La canzone vinse e Modugno divenne una star
internazionale praticamente dall'oggi al domani.
Ma
il successo non lo cambiò, non lo rese docile o compiacente, anzi
gli diede una piattaforma ancora più grande per dire ciò che
pensava.
Nel 1960 Modugno cominciò a scrivere canzoni diverse, non
più solo melodie leggere e spensierate, ma brani che raccontavano la
realtà sociale dell'Italia meridionale.
Parlava dell'emigrazione,
della povertà, dello sfruttamento e soprattutto parlava della
Sicilia.

In
una canzone intitolata "La donna riccia" raccontava la storia di una
vedova che cresceva i figli da sola dopo che il marito era stato
ucciso in un regolamento di conti.
In "U Pisci Spada" descriveva la
vita durissima dei pescatori siciliani, spesso costretti a pagare il
pizzo per poter lavorare.
Ma
la canzone che segnò il punto di non ritorno fu Selene, scritta nel
1961.
Il brano raccontava la storia di una ragazza siciliana
costretta alla prostituzione da un'organizzazione criminale.
Il testo
era esplicito, crudo, senza eufemismi. Nominava luoghi reali,
descriveva situazioni concrete. Quando Modugno la cantò per la prima
volta in un concerto a Catania, la reazione fu immediata.
Il
locale venne fatto evacuare con la scusa di una fuga di gas e il
cantante venne scortato fuori da uomini in borghese che si
identificarono come amici preoccupati per la sua incolumità.
Quella
notte in albergo Modugno trovò una busta sotto la porta della sua
camera.
Dentro c'era una fotografia.
Lui stesso, ripreso mentre
usciva dal teatro con un mirino disegnato con il pennarello rosso
sulla sua testa.
Nessun
messaggio, nessuna firma, non ce n'era bisogno.
Il significato era
chiaro.
Franca, sua moglie, lo implorò di smettere, di tornare alle
canzoni d'amore, di non mettersi contro gente che non esitava a
uccidere.
Ma Modugno rifiutò.
Se ho paura di cantare la verità
disse, "allora sono già morto dentro".
La questione
divenne ancora più complicata quando Modugno cominciò a fare nomi.
Durante
un concerto a Agrigento, nel 1963, tra una canzone e l'altra parlò
di un sindaco locale noto per i suoi legami con Cosa Nostra. non lo
accusò direttamente, ma raccontò una storia che tutti riconobbero
come riferita a quell'uomo specifico.
Il pubblico applaudì con
entusiasmo, ma quella sera stessa il teatro ricevette una telefonata
anonima.
Se
Modugno continua così, non uscirà vivo dalla Sicilia. Gli
organizzatori, terrorizzati annullarono il resto del tour.
Modugno
protestò violentemente, minacciò di denunciare tutto alla stampa,
ma gli venne spiegato che non si trattava di codardia, si trattava di
proteggere anche il pubblico.
"Se qualcosa succede durante un
concerto", gli disse uno degli organizzatori, "non sarà
solo lei a pagarne il prezzo? Pensi alle famiglie, ai bambini che
vengono ad ascoltarla".
Quella
fu una delle poche volte in cui Modugno accettò di ritirarsi, ma la
rabbia e la frustrazione lo consumavano.
Chi erano questi amici che
tanto si preoccupavano del silenzio di Modugno? Le indagini
successive avrebbero rivelato connessioni sorprendenti tra il mondo
della musica, quello della politica e quello della criminalità
organizzata.
Ma
a quei tempi nessuno osava indagare troppo a fondo.
Il 1964 segnò un
punto di svolta nella vita di Domenico Modugno.
Quell'anno decise di
produrre un album completamente diverso da tutto ciò che aveva fatto
prima.
Si intitolava "Io" ed era una raccolta di brani che raccontavano
storie vere documentate di soprusi e violenze nel Mezzogiorno
italiano.
Non
c'erano più metafore né allegorie.
I testi erano diretti,
accusatori, pericolosi.
La casa discografica tentò di dissuaderlo,
spiegandogli che un disco del genere avrebbe potuto rovinare la sua
carriera, ma Modugno era determinato.
Una delle canzoni dell'album
Vecchio frack raccontava la storia di un anziano musicista costretto
a pagare una percentuale dei suoi guadagni a un'organizzazione
criminale per poter suonare nei locali notturni di Palermo.
Il
brano conteneva dettagli così precisi che molti riconobbero la
storia come vera.
Il protagonista era un violinista realmente
esistito che era morto in circostanze misteriose pochi mesi prima. La
sua famiglia, quando seppe della canzone, contattò Modugno,
supplicandolo di non pubblicarla.
"Abbiamo già perso nostro
padre", gli dissero. "Non vogliamo perdere altro".
Ma
c'era un'altra canzone nell'album ancora più esplosiva.
Si
intitolava "Lu patruni" e descriveva con precisione chirurgica il
sistema del caporalato nelle campagne siciliane, controllato da
figure che erano contemporaneamente proprietari terrieri, politici
locali e membri di Cosa Nostra.
Il testo faceva riferimenti
inequivocabili a una famiglia mafiosa specifica, quella dei greco di
Ciaculli, coinvolta in quegli anni in una sanguinosa guerra di mafia.
Nominare
quella famiglia, anche indirettamente, equivaleva a firmare la
propria condanna a morte. Quando l'album venne presentato alla casa
discografica, il direttore artistico impallidì.
Domenico" disse
con voce tremante, "Questo disco non può uscire, non così.
Devi cambiare i testi, devi togliere i riferimenti espliciti,
altrimenti non posso garantire né per la tua sicurezza né per
quella della nostra azienda.
"
Modugno rispose con fermezza: "Allora pubblicherò l'album da
solo".
Ma questo, che Modugno descrisse nei suoi diari privati
come un signore distinto con gli occhi freddi e le mani curate, gli
propose un incontro in un caffè di Roma. L'uomo parlò a lungo,
spiegando che certe persone in Sicilia erano preoccupate per la
direzione che stava prendendo la carriera di Modugno.
Modugno
ringraziò educatamente e se ne andò, ma quella sera non riuscì a
dormire.
L'album "Io" uscì finalmente nel marzo del 1965, ma in una
versione fortemente censurata.
I testi più espliciti erano stati
modificati, i nomi erano stati cambiati, i riferimenti geografici
erano stati resi vaghi.
Modugno accettò queste modifiche a
malincuore, ma solo perché gli era stato garantito che avrebbe
potuto cantare le versioni originali durante i concerti dal vivo.
Fu
una concessione che si sarebbe rivelata pericolosa. Il primo concerto
del tour dell'album si tenne a Messina il 15 aprile 1965.
Il teatro
era gremito con più di 2000 persone assiepate tra platea e gallerie.
Modugno salì sul palco accolto da un'ovazione.
Cantò le sue canzoni
classiche, quelle che il pubblico si aspettava, ma poi annunciò:
"Ora voglio cantarvi qualcosa di diverso, qualcosa che viene dal
cuore e dalla coscienza.
"
E cominciò a eseguire "Lu patruni" nella sua versione integrale, non
censurata.
Il silenzio che calò sul teatro era quasi fisico.
Le
persone ascoltavano ogni parola. molti con le lacrime agli occhi.
Quando la canzone finì, ci fu un momento di silenzio assoluto,
seguito poi da un applauso scrosciante che durò diversi minuti.
Ma
fuori dal teatro, nei vicoli bui che circondavano il palazzo, si
muovevano ombre inquietanti.
Uomini in impermeabile, nonostante la
sera fosse mite, parlavano a bassa voce nei loro walkie talkie.
Quella notte, quando Modugno uscì dal teatro scortato dai suoi
collaboratori, trovò la sua auto con tutte le gomme squarciate.
Sul
cofano qualcuno aveva inciso con un oggetto appuntito una parola.
Zitto!
Il cantante guardò quel messaggio e invece di spaventarsi
sentì crescere dentro di sé una rabbia fredda.
Non mi faranno
tacere", disse ai suoi accompagnatori, "Mai! Ma le
intimidazioni continuarono sempre più frequenti e sempre più
esplicite.
A
Catania, durante le prove per un concerto, venne trovato un
proiettile sulla sedia dove Modugno avrebbe dovuto sedersi.
A
Trapani, l'albergo dove alloggiava ricevette una chiamata.
Dite al
cantante che qui non è il benvenuto.
Se sa cosa è bene per lui, se
ne andrà prima di stasera.
A Caltanissetta, durante un concerto
all'aperto, qualcuno sparò tre colpi di pistola in aria, proprio
mentre Modugno stava per iniziare a cantare Vecchio frac.
Il
pubblico si disperse nel panico e il concerto venne annullato.
Le
autorità locali sembravano impotenti o forse complici.
Ogni volta
che Modugno cercava di denunciare questi episodi, gli veniva detto
che si trattava di ragazzate o di coincidenze sfortunate.
I
carabinieri prendevano nota delle sue denunce, ma non avviavano mai
indagini serie.
Un
commissario di polizia di Palermo, anni dopo, avrebbe confessato in
un'intervista: "Sapevamo tutti cosa stava succedendo, ma le mani
ci erano legate, gli ordini venivano dall'alto.
Non dovevamo indagare
troppo affondo sulle minacce a Modugno.
Chi dava questi ordini?
Chi
proteggeva i persecutori del cantante?
" La risposta portava a
Roma, alle stanze del potere dove politica e criminalità
intrecciavano alleanze oscure.
Modugno
lo intuiva, ma non aveva le prove, non ancora.
Nel 1966 Domenico
Modugno prese una decisione che molti considerarono folle.
Invece di
ridurre la sua presenza in Sicilia, decise di intensificarla.
Organizzò quello che chiamò il tour della verità, una serie di
concerti gratuiti nelle piazze dei piccoli paesi siciliani, quelli
dove la presenza della mafia era più radicata e soffocante.
Voleva
portare la sua musica e il suo messaggio direttamente alla gente che
più ne aveva bisogno.
I suoi collaboratori cercarono di dissuaderlo,
ma lui fu irremovibile.
Il primo concerto di questo tour si tenne a
Corleone il 3 giugno 1966.
Corleone, il paese che avrebbe dato il
nome al personaggio del Padrino nel celebre film, era allora uno dei
centri nevralgici di Cosa Nostra.
Organizzare
un concerto lì era come entrare nella tana del leone.
Eppure, quando
Modugno salì su quel palco improvvisato nella piazza principale,
trovò ad attenderlo più di 3000 persone.
Vecchi, giovani, bambini,
intere famiglie erano a corse per ascoltarlo.
Quella sera Modugno non
cantò solo le sue canzoni, parlò, raccontò storie, nominò
ingiustizie.
Descrisse
casi concreti di estorsioni, di omicidi, di sopraffazioni e la gente
ascoltava in religioso silenzio. Molti piangevano, alcuni uomini
stringevano i pugni, altri scuotevano la testa.
Quando finì di
cantare "Amara terra mia", una canzone che descriveva la Sicilia come
una terra bellissima ma insanguinata, una donna anziana si fece largo
tra la folla e salì sul palco.
Abbracciò
Modugno e gli sussurrò all'orecchio.
Grazie per aver detto quello
che noi non possiamo dire.
Ma vada via, maestro, vada via prima che
sia troppo tardi.
Quella donna aveva ragione ad essere preoccupata.
Ai margini della piazza, appoggiati ai muri delle case, c'erano
uomini che osservavano con aria minacciosa.
Non
applaudivano, non sorridevano, semplicemente guardavano e prendevano
nota.
Quando il concerto finì e Modugno salì sulla macchina che
doveva riportarlo a Palermo, uno di questi uomini si avvicinò al
finestrino.
Non disse nulla, ma fece un gesto eloquente passandosi
l'indice sulla gola.
Il messaggio era chiaro.
Il
giorno dopo i giornali locali non parlarono del concerto.
Era come se
non fosse mai avvenuto.
Solo un piccolo quotidiano indipendente
l'ora, pubblicò un articolo in cui si leggeva: "Modugno ha
portato la sua voce a Corleone, ma qualcuno vorrebbe che quella voce
tacesse per sempre".
L'articolo era firmato da Mauro De Mauro,
un giornalista coraggioso che stava indagando sui legami tra mafia e
politica.
Pochi
anni dopo De Mauro sarebbe scomparso nel nulla, diventando uno dei
tanti misteri irrisolti della storia italiana.
Ma chi erano veramente
le persone che volevano zittire Modugno?
Le indagini successive,
condotte anni dopo dalla Commissione Antimafia, avrebbero rivelato
una rete complessa di interessi.
C'erano
i boss mafiosi tradizionali, quelli che controllavano i territori e
vedevano nelle canzoni di Modugno una minaccia al loro potere basato
sull'omertà e sulla paura.
C'erano i politici corrotti che temevano
che le denunce del cantante potessero far emergere i loro traffici
illeciti e c'erano anche imprenditori compiacenti che si arricchivano
grazie ai loro rapporti con la criminalità organizzata.
Un
documento particolarmente illuminante emerse molti anni dopo dagli
archivi della polizia di stato.
Era un rapporto riservato datato
luglio 1966. in cui si leggeva: "Il cantante Domenico Modugno
rappresenta un problema di ordine pubblico.
" Le sue esibizioni
in Sicilia stanno creando fermento nella popolazione e potrebbero
incoraggiare atteggiamenti di ribellione contro le autorità locali
costituite.
Si
suggerisce di scoraggiare con tutti i mezzi disponibili la
continuazione di queste attività.
Tutti i mezzi disponibili era
un'espressione volutamente vaga che lasciava spazio a interpretazioni
inquietanti. Cosa si intendeva esattamente?
Le minacce, le
intimidazioni o qualcosa di più grave? Modugno stesso, in
un'intervista rilasciata molti anni dopo, dichiarò: "So che in
quegli anni ci furono discussioni ad alto livello su cosa fare con
me.
So
che qualcuno propose soluzioni". definitive, ma per fortuna
prevalse una linea più morbida, quella di rendermi la vita
impossibile, sperando che mi scoraggiassi da solo.
Il tour continuò
nonostante tutto.
A Gela, durante un concerto all'aperto, qualcuno
tagliò i cavi dell'impianto elettrico poco prima dell'inizio dello
spettacolo.
Agrigento.
L'albergo dove Modugno aveva prenotato una stanza gli comunicò
all'ultimo momento che non c'erano più camere disponibili,
costringendolo a dormire in macchina.
A Sciacca il palco venne
misteriosamente dato alle fiamme la notte prima del concerto.
Ogni
volta c'era una scusa, una spiegazione apparentemente innocente, ma
la sequenza degli eventi non lasciava dubbi.
Qualcuno
stava orchestrando una campagna sistematica per fermare Modugno.
Eppure il cantante non si fermava, anzi ogni ostacolo sembrava
rafforzare la sua determinazione. in un'intervista radiofonica di
quel periodo disse: "Mi chiedono perché continuo, perché non
torno semplicemente a cantare canzoni d'amore?
La risposta è
semplice perché se mi fermo, se cedo alla paura, allora loro hanno
vinto e se loro vincono vince l'omertà, vince l'ingiustizia, vince
il silenzio e io non posso accettarlo.
Ma
il prezzo personale che Modugno stava pagando era altissimo.
La sua
salute cominciava a risentirne.
Dormiva poco, mangiava
irregolarmente, era sempre in tensione.
Sua moglie Franca vedeva il
marito consumarsi giorno dopo giorno e non sapeva come aiutarlo.
I
loro figli, ancora piccoli, percepivano la tensione in casa, anche se
non ne capivano le ragioni.
Una
sera il figlio maggiore chiese a suo padre: "Papà, perché
quegli uomini cattivi non ti vogliono bene?" Modugno non seppe
cosa rispondere.
La situazione raggiunse il culmine nell'agosto del
1966. Modugno era stato invitato a partecipare a un grande festival
musicale a Palermo, un evento che avrebbe dovuto celebrare la cultura
siciliana.
Era
l'occasione perfetta per portare il suo messaggio a un pubblico
ancora più vasto.
Ma pochi giorni prima dell'evento ricevette una
visita inaspettata.
Era una mattina affosa di agosto quando due
uomini in abito scuro bussarono alla porta della casa di Modugno a
Roma.
Si presentarono come funzionari del Ministero dell'Interno e
mostrarono dei tesserini che sembravano autentici.
Chiesero
di parlare con il cantante in privato, una conversazione che,
dissero, era nell'interesse di tutti. Modugno li fece accomodare nel
suo studio, chiudendo la porta per non allarmare la famiglia.
Quello
che seguì fu un dialogo che Modugno avrebbe in seguito descritto
come il momento più surreale e terrificante della mia vita.
I
due uomini parlarono per quasi un'ora con tono sempre cortese ma
inequivocabile nel contenuto. Spiegarono che il Festival di Palermo
era un evento delicato, che coinvolgeva interessi importanti e che la
presenza di Modugno avrebbe potuto complicare le cose. gli mostrarono
fotografie, la sua casa, i suoi figli che uscivano da scuola, sua
moglie che faceva la spesa al mercato.
"Bellissima
famiglia" commentò uno dei due.
"Sarebbe un peccato se
qualcosa turbasse questa serenità".
Modugno sentì il sangue
gelarsi nelle vene.
Non erano più semplici minacce velate.
Era un
ricatto esplicito.
"Cosa volete da me?" chiese con voce
controllata, anche se dentro ribolliva di rabbia.
La risposta fu
agghiacciante nella sua semplicità.
Vogliamo
che lei rinunci al Festival di Palermo.
Dirà che ha problemi di
salute, che ha troppi impegni. Qualsiasi scusa andrà bene e dopo il
festival sarebbe opportuno che lei riducesse drasticamente le sue
attività in Sicilia.
Noi speriamo che lei prenda la
decisione giusta, quella che garantisca la sicurezza di tutti.
Poi
se ne andarono lasciando dietro di sé una busta. Dentro c'erano
altre fotografie, queste ancora più esplicite, inquadrature
ravvicinate dei suoi figli con date e orari precisi.
Era evidente che
qualcuno li stava pedinando da settimane.
Per la prima volta nella
sua battaglia, Modugno sentì la paura prendere il sopravvento sulla
rabbia.
Non
temeva per sé stesso, ma l'idea che i suoi figli potessero essere in
pericolo lo terrorizzava.
Quella sera parlò a lungo con Franca.
Lei
pianse, supplicandolo di cedere, di pensare alla famiglia.
"Non
vale la pena", disse tra le lacrime.
"Nessuna canzone vale
la vita dei nostri bambini". Modugno la abbracciò incapace di
rispondere.
Passò
tre giorni in un tormento interiore.
Da un lato c'era la sua
coscienza che gli urlava di non cedere, di continuare la battaglia.
Dall'altro c'era l'istinto paterno, il terrore di vedere i suoi figli
coinvolti in qualcosa di orribile.
Il 14 agosto, due giorni prima del
festival, Modugno prese il telefono e chiamò gli organizzatori.
Con
voce spezzata disse che non avrebbe potuto partecipare per improvvisi
problemi familiari.
Gli organizzatori protestarono, ma lui fu
irremovibile. Quella telefonata fu una delle cose più difficili che
avesse mai fatto.
Il festival si tenne senza di lui.
I giornali
riportarono la sua assenza con toni di disappunto, alcuni insinuando
che Modugno fosse diventato capriccioso e inaffidabile.
Nessuno
sapeva la verità, ma per il era scritta a mano con una calligrafia
incerta e arrivò senza mittente. Diceva semplicemente: "Caro
maestro Modugno, non si abbatta.
Lei non sa quanto il suo coraggio
significhi per noi che viviamo nell'ombra della paura.
Quando lei
canta, noi sentiamo che non siamo soli, che qualcuno si ricorda di
noi.
Non
ci abbandoni, firmato, una famiglia siciliana che non può dirle
grazie di persona.
Quella lettera, conservata ancora oggi negli
archivi della famiglia Modugno, fuo shock elettrico.
Il cantante la
lesse e rilesse decine di volte.
Capì che la sua battaglia non
riguardava solo lui, ma tutti quelli che non avevano voce, che
vivevano sotto il giogo della paura e dell'omertà, decise che non
poteva arrendersi, ma doveva cambiare tattica.
Non
poteva più mettere a rischio la sua famiglia, ma poteva trovare
altri modi per far sentire la sua voce. Nel settembre del 1966
Modugno prese contatto con alcuni giornalisti coraggiosi che stavano
indagando sulla mafia.
Tra questi c'era il già citato Mauro De
Mauro, ma anche Pippo Fava, un giornalista siciliano che dirigeva un
piccolo ma agguerrito settimanale chiamato I siciliani.
A
questi uomini Modugno raccontò tutto: le minacce, le intimidazioni,
la visita dei due funzionari, le fotografie dei suoi figli.
Sperava
che rendere pubblica la sua storia avrebbe offerto una qualche
protezione.
Gli articoli che ne seguirono fecero scalpore.
Per la
prima volta un personaggio pubblico di tale calibro parlava
apertamente delle pressioni che subiva da parte della criminalità
organizzata.
Alcuni
giornali nazionali ripresero la storia e per qualche settimana
Modugno fu al centro dell'attenzione mediatica.
Il governo fu
costretto a commentare, promettendo maggiore protezione per gli
artisti minacciati dalla criminalità, ma erano parole vuote, come
presto sarebbe emerso.
Infatti, invece di ricevere protezione,
Modugno scoprì di essere sorvegliato non dalla mafia questa volta,
ma dalle stesse autorità che avrebbero dovuto proteggerlo.
Il
suo telefono era sotto controllo, le sue lettere venivano aperte e
lette prima di essergli recapitate. Uomini in borghese lo seguivano
ovunque andasse. Quando ne parlò con un avvocato di fiducia, questi
gli spiegò con amarezza: "Non vogliono proteggerti, Domenico,
vogliono controllarti.
Vogliono sapere cosa fai, con chi parli, cosa
stai preparando.
Sei
diventato scomodo non solo per la mafia, ma anche per certi settori
dello Stato.
Questa rivelazione fu devastante.
Modugno aveva sempre
creduto nello stato di diritto, nella democrazia, nelle istituzioni.
Scoprire che quelle stesse istituzioni potevano essere complici del
suo persecutore fu un colpo durissimo.
In un'intervista di anni dopo
avrebbe detto: "In quel momento capi che la battaglia era molto
più grande di quanto immaginassi.
Non
si trattava solo di combattere la mafia, ma un intero sistema di
potere corrotto che proteggeva la mafia perché ne traeva vantaggio.
Eppure non si arrese.
Nel 1967 Modugno scrisse quella che molti
considerano la sua canzone più potente e coraggiosa, "Meraviglioso".
Non parlava esplicitamente di mafia o corruzione, ma era un inno alla
bellezza della vita contro le forze della morte e della distruzione.
Era
la sua risposta a chi voleva farlo tacere.
Avrebbero potuto
minacciarlo, intimidirlo, ma non avrebbero mai potuto spegnere la sua
voce interiore, il suo bisogno di cantare e di dire la verità.
Il
1968 fu un anno di rivolta in tutta Europa e anche in Italia le
piazze si riempirono di giovani che chiedevano cambiamento.
Modugno
vide in quel fermento sociale un'opportunità. Se non poteva più
esibirsi, liberamente in Sicilia, avrebbe portato il suo messaggio
attraverso altri canali. cominciò a partecipare a manifestazioni
studentesche, a concerti di protesta, a eventi politici dove la sua
presenza attirava migliaia di persone.
Non
cantava solo, parlava, denunciava, raccontava la sua esperienza
personale di artista minacciato dal potere criminale.
A Roma, durante
un grande raduno studentesco alla Sapienza, Modugno salì sul palco
improvvisato e raccontò per la prima volta pubblicamente l'episodio
della visita dei due funzionari e delle fotografie dei suoi figli.
Il
silenzio che calò sulla piazza era assoluto.
Migliaia di giovani
ascoltavano increduli, mentre questo artista famoso, che avevano
sempre associato a canzoni leggere e romantiche, rivelava di vivere
sotto minaccia costante.
Quando finì di parlare, la piazza esplose
in un applauso lunghissimo seguito da cori spontanei.
Domenico
con noi.
Domenico con noi.
Ma questa nuova visibilità portò con sé
nuovi pericoli.
I servizi segreti cominciarono a considerare Modugno
non più solo come un artista scomodo, ma come un potenziale elemento
sovversivo.
In un rapporto classificato che sarebbe emerso decenni
dopo si leggeva: "Il soggetto Modugno sta assumendo un ruolo di
leadership nel movimento di contestazione.
La
sua capacità di mobilitare le masse attraverso la musica e il suo
carisma personale rappresentano una minaccia all'ordine costituito.
Si raccomanda un monitoraggio intensificato.
Questo monitoraggio
intensificato si tradusse in una vera e propria operazione di
intelligence.
Le telefonate di Modugno venivano registrate, i suoi
spostamenti tracciati, le persone che frequentava schedate.
In
alcune occasioni agenti provocatori furono infiltrati nei suoi
concerti con l'obiettivo di creare incidenti che avrebbero potuto
giustificare l'annullamento degli eventi.
A Torino, durante un
concerto all'università, un gruppo di individui cominciò a lanciare
oggetti verso il palco e a gridare slogan violenti.
La
polizia intervenne immediatamente usando quella scusa per
interrompere l'evento e disperdere il pubblico con i lacrimogeni.
Modugno non era ingenuo.
Capiva che qualcosa non tornava in quegli
incidenti troppo convenienti, troppo ben coordinati.
Cominciò a
circondare di persone di cui si fidava ciecamente, a verificare
attentamente chi organizzava i suoi concerti, a diffidare di chiunque
si avvicinasse con proposte troppo allettanti.
Ma
questa vita da assediato stava consumando le sue energie fisiche e
mentali.
Nel frattempo in Sicilia la situazione della criminalità
organizzata stava evolvendo.
La fine degli anni 60 vide l'emergere di
una nuova generazione di mafiosi più spietati e meno legati alle
vecchie regole di onore che almeno teoricamente governavano Cosa
Nostra.
Questi
giovani boss vedevano in modugno non solo un nemico da zittire, ma un
simbolo da abbattere.
Se avessero potuto eliminare una figura così
popolare e rispettata, avrebbero dimostrato che nessuno era
intoccabile, che il loro potere era assoluto.
Un pentito, molti anni
dopo, raccontò di una riunione di cupola tenutasi nell'autunno del
1968 in cui si discusse esplicitamente del problema Modugno.
Secondo
questo testimone, alcuni boss proposero un'azione diretta, un
attentato che avrebbe dovuto sembrare un incidente stradale.
Altri,
più prudenti, fecero notare che uccidere una personalità così
famosa avrebbe attirato troppa attenzione, avrebbe provocato
un'ondata di indignazione pubblica che avrebbe potuto ritorcersi
contro l'organizzazione.
La
discussione fu accesa, ma alla fine prevalse la linea della guerra
psicologica.
Continuare a minacciare, a intimidire, a rendere la vita
impossibile a Modugno, fino a che non si fosse piegato o non avesse
avuto un crollo nervoso.
E in effetti Modugno stava per crollare nel
gennaio del 1969 ebbe il primo di una serie di attacchi di panico.
Era
sul palco di un teatro a Milano quando improvvisamente si sentì
mancare il respiro, il cuore che batteva all'impazzata, la sensazione
di stare per morire.
Riuscì a malapena a finire la canzone che stava
eseguendo prima di essere costretto a interrompere il concerto.
I
medici gli diagnosticarono esaurimento nervoso e gli prescrissero
riposo assoluto.
Ma
Modugno non poteva riposare.
Sentiva che se si fosse fermato, se
avesse ceduto alla paura e allo stress, loro avrebbero vinto.
Così,
contro il parere dei medici e le suppliche della famiglia, continuò.
prese a esibirsi con bottiglie di tranquillanti nella tasca della
giacca, ingoiando pillole tra una canzone e l'altra per controllare
l'ansia.
I
suoi collaboratori lo vedevano distruggersi giorno dopo giorno, ma
erano impotenti.
Tentarono di organizzare un'esibizione all'estero,
pensando che lontano dall'Italia Modugno, avrebbe potuto sentirsi più
al sicuro e rilassato.
Ma anche durante un concerto a Parigi il
cantante ebbe un attacco di panico sul palco.
La
situazione precipitò nell'estate del 1969.
Modugno aveva accettato,
contro ogni consiglio, di partecipare a un festival musicale a
Trapani.
Sapeva che era pericoloso, sapeva che stava sfidando
apertamente chi voleva farlo tacere, ma or c'erano Il silenzio calò
sulla piazza.
Modugno si avvicinò al microfono e cominciò a
parlare.
Raccontò
tutto, le minacce, le intimidazioni, la paura, la rabbia.
Parlò per
quasi 20 minuti, interrotto solo dagli applausi del pubblico che lo
sosteneva.
Disse: "Mi hanno chiesto di tacere, di smettere di
cantare certe canzoni, di non parlare di certe cose, ma io non posso
tacere.
Se taccio, tradisco me stesso e tradisco tutti voi.
Quando
riprese a cantare, scelse Lupat Truni, la canzone più esplicitamente
antimafia del suo repertorio.
Ma non era ancora arrivato alla seconda
strofa quando accadde qualcosa che nessuno si aspettava.
Uno sparo
risuonò nella notte, poi un altro.
Il pubblico cominciò a urlare e
a disperdersi nel panico.
Modugno
rimase immobile sul palco per un istante, poi venne trascinato via
dai suoi collaboratori.
Gli spari non erano stati diretti verso di
lui. Successivamente si scoprì che erano stati esplosi in aria come
intimidazione, ma il messaggio era chiaro. La prossima volta
avrebbero potuto mirare davvero. Quella notte Modugno ebbe un crollo
completo.
Venne
ricoverato d'urgenza in una clinica privata a Palermo, dove rimase
per quasi una settimana.
I medici diagnosticarono un grave stato di
shock e raccomandarono mesi di riposo assoluto lontano da ogni
stress.
Quando finalmente lasciò la clinica, Modugno era un uomo
diverso.
La luce nei suoi occhi si era spenta.
La
determinazione che lo aveva sostenuto per anni sembrava essersi
dissolta. tornò a Roma e per mesi rifiutò ogni invito a esibirsi in
pubblico.
I mesi che seguirono furono i più bui nella vita di
Domenico Modugno.
Chiuso in casa, evitava i contatti con il mondo
esterno, rifiutava le interviste, non rispondeva nemmeno alle
telefonate dei suoi amici più cari.
Franca,
sua moglie, cercava di stargli vicino, ma era come se una parte di
lui si fosse spenta quella notte a Trapani.
I bambini, confusi e
spaventati dal cambiamento del padre, si facevano piccoli e
silenziosi quando lui era presente.
La casa, un tempo piena di musica
e allegria, era diventata un luogo di silenzio opprimente.
Fu
in questo periodo che Modugno ricevette una visita inaspettata.
Era
un pomeriggio di novembre del 1969 quando bussò alla porta un uomo
che si presentò come avvocato di una organizzazione per i diritti
civili. L'uomo spiegò che rappresentava un gruppo di intellettuali,
artisti e attivisti che avevano seguito con ammirazione la battaglia
di Modugno e che ora volevano offrirgli sostegno.
Non
è solo, disse l'avvocato, ci sono molte persone che credono in
quello che lei sta facendo e sono disposte a proteggerla, a
sostenerla, a far sentire la sua voce anche quando lei non ha la
forza di farlo.
Modugno, inizialmente diffidente, decise di ascoltare
l'avvocato.
Accettò di incontrare altri artisti e
intellettuali che avevano subito minacce simili e scoprì
di non essere solo.
C'erano scrittori i cui libri erano stati
censurati, giornalisti che vivevano sotto scorta, registi i cui film
non trovavano distribuzione.
Ognuno di loro aveva una storia da
raccontare e insieme quelle storie formavano un quadro agghiacciante
di un paese dove la libertà di espressione era costantemente
minacciata dal potere criminale e dai suoi complici nelle
istituzioni.
Nel
marzo del 1970 questo gruppo di intellettuali organizzò una
conferenza stampa a Roma dove presentarono il loro dossier.
Modugno
era presente, seduto in prima fila, ancora fragile ma determinato.
Quando fu il suo turno di parlare, si alzò lentamente e si avvicinò
al microfono.
La sua voce era ancora debole, ma le parole erano
chiare.
Io
ho avuto paura, ho avuto così tanta paura che sono crollato, ma oggi
sono qui per dire che non possono vincere attraverso la paura.
Se
tutti noi che abbiamo subito minacce ci uniamo, se parliamo ad alta
voce, se raccontiamo le nostre storie, allora la loro arma più
potente, il silenzio, viene meno. Le sue parole fecero il giro dei
giornali.
Per
la prima volta Modugno non parlava solo della Sicilia o della mafia,
ma del diritto fondamentale di ogni artista di esprimersi
liberamente, senza temere per la propria vita.
La conferenza stampa
ebbe grande risonanza anche internazionale.
Alcuni giornali americani
e francesi ripresero la storia descrivendo l'Italia come un paese
dove la mafia aveva il potere di censurare l'arte la cultura, ma
prevedibilmente questa nuova esposizione mediatica portò a una
recrudescenza delle minacce.
Stavolta
però Modugno non era più solo.
Il gruppo di intellettuali aveva
fatto pressioni affinché venisse assegnata una scorta ai personaggi
più minacciati.
Così, dalla primavera del 1970 Modugno cominciò a
muoversi, sempre accompagnato da due agenti di polizia.
Era una
protezione limitata, spesso più simbolica che reale, ma comunque
rappresentava un riconoscimento ufficiale del pericolo che correva.
Con
questa nuova protezione Modugno decise di ricominciare a esibirsi, ma
cambiò strategia.
Invece di concentrarsi sulla Sicilia, organizzò
un tour nazionale che toccava le principali città italiane.
L'idea
era di portare il suo messaggio a un pubblico più vasto, di creare
una rete di solidarietà che andasse oltre i confini dell'isola.
Il
tour chiamato Canto Libero, partì da Bologna nel maggio del 1970 e
fu un successo straordinario.
I teatri erano sempre sold out.
Il
pubblico lo accoglieva con standing ovation che duravano minuti.
Durante questi concerti Modugno alternava le sue canzoni classiche a
brani più impegnati e a momenti in cui parlava direttamente al
pubblico della sua esperienza.
Raccontava
episodi specifici, leggeva lettere di minaccia che aveva ricevuto,
mostrava documenti.
Era un modo nuovo di fare spettacolo che
mescolava intrattenimento e denuncia sociale.
Molti critici musicali
dell'epoca scrissero che Modugno aveva inventato una nuova forma di
arte politica, dove la musica diventava veicolo di verità e
resistenza.
Ma
non tutti apprezzavano questo nuovo modugno. Alcuni dei suoi fan
storici erano delusi.
Preferivano il cantante romantico e spensierato
di volare.
Le case discografiche facevano pressioni perché tornasse
a produrre canzoni commerciali che vendevano di più e creavano meno
problemi.
Alcuni colleghi del mondo dello spettacolo lo evitavano
temendo di essere associati a un personaggio così controverso.
Modugno
si sentiva sempre più isolato nell'ambiente artistico, anche se
cresceva il suo seguito tra i giovani e gli intellettuali
progressisti.
Nel 1971 accadde un evento che segnò profondamente
modugno.
Il suo amico giornalista Mauro De Mauro, quello che aveva
scritto alcuni dei primi articoli sulle minacce che subiva, scomparve
nel nulla.
Era
il 16 settembre quando De Mauro uscì dalla redazione del suo
giornale a Palermo e non fece più ritorno a casa.
Le indagini non
portarono a nulla.
Il suo corpo non venne mai ritrovato.
Tutti
sapevano che era stato ucciso dalla mafia, probabilmente perché
stava indagando su questioni troppo pericolose, ma nessuno venne mai
arrestato.
La notizia della scomparsa di De Mauro devastò Modugno.
Si
sentiva in colpa.
Pensava che forse il suo amico era stato preso di
mira anche per gli articoli che aveva scritto in sua difesa. Cadde di
nuovo in una profonda depressione.
Fu Franca a tirarlo fuori, questa
volta con una durezza che non aveva mai mostrato prima.
Mauro è
morto perché cercava la verità.
Se
tu ora ti arrendi, se smetti di cantare, se torni nel silenzio,
allora il suo sacrificio è stato inutile.
Vuoi che sia stato
inutile?
Quelle parole risvegliarono qualcosa in modugno.
Capì che
la sua battaglia non riguardava più solo lui, ma tutti quelli che
avevano pagato con la vita il prezzo della verità.
Decise di
dedicare una canzone a De Mauro e a tutti i giornalisti uccisi dalla
mafia.
La
canzone si intitolava cronista ed era un brano struggente che
raccontava la vita di un reporter che indaga, che scrive, che
denuncia, sapendo che ogni articolo potrebbe essere l'ultimo.
Quando
la cantò per la prima volta in pubblico a Milano, nel teatro calò
un silenzio assoluto.
Molti piangevano, gli anni 70 procedevano e
l'Italia attraversava uno dei periodi più turbolenti della sua
storia repubblicana.
Gli
anni di piombo portavano violenza politica, terrorismo, stragi.
In
questo contesto caotico la battaglia personale di Modugno rischiava
di perdersi nel rumore di fondo della storia.
Ma il cantante non si
arrese.
Nel 1972 scrisse e registrò quello che sarebbe diventato il
suo album più controverso e meno commerciale.
Terra era una raccolta
di 11 canzoni che raccontavano l'Italia meridionale con una crudezza
senza precedenti.
La
miseria, la corruzione, l'emigrazione forzata e naturalmente la
mafia.
La casa discografica tentò di bloccare la pubblicazione
dell'album.
"È troppo duro, troppo politico", dissero i
dirigenti. "Non venderà, rovinerà la tua immagine".
Ma
Modugno minacciò di rescindere il contratto e pubblicare l'album da
indipendente.
Alla
fine l'album uscì, ma con una distribuzione limitata e praticamente
zero promozione.
Eppure, grazie al passaparola e all'interesse della
stampa alternativa, Terra divenne un successo di culto, vendendo
migliaia di copie, soprattutto tra i giovani.
Fu durante il tour
promozionale di questo album che accadde l'episodio più grave.
Era
il 14 ottobre 1972 e Modugno doveva esibirsi a Reggio Calabria, una
città che in quegli anni era teatro di violenti scontri sociali.
Arrivò in città nel pomeriggio, scortato, come sempre, dai suoi due
agenti.
Mentre l'auto percorreva una strada periferica diretta
all'albergo, un'altra vettura li affiancò.
Dai
finestrini comparirono delle armi.
Gli agenti reagirono immediatamente
accelerando e cercando di seminare gli inseguitori. Ne seguì un
inseguimento ad alta velocità per le strade della città che durò
diversi minuti prima che l'auto degli aggressori si perdesse nel
traffico.
Modugno arrivò in albergo sotto shock.
Gli agenti
chiamarono rinforzi e l'intero piano dove alloggiava il cantante
venne messo sotto sorveglianza.
Il
concerto di quella sera venne ovviamente annullato. Le indagini
successive stabilirono che l'auto degli aggressori era stata rubata e
abbandonata poco dopo l'inseguimento.
Non si trovarono tracce utili,
nessuno venne arrestato. Ma l'intento era chiaro.
Non si trattava più
solo di intimidire Modugno, ma di eliminarlo fisicamente.
Questo
episodio ebbe un effetto paradossale.
Invece di terrorizzare
ulteriormente il cantante, lo rese furioso.
"Hanno cercato di
uccidermi" disse in una conferenza stampa convocata d'urgenza il
giorno dopo.
Non per quello che ho fatto, ma per quello che ho detto,
per le canzoni che ho cantato, per le verità che ho raccontato.
Bene,
voglio che sappiano questo.
Non mi fermeranno.
Anche se dovessi
morire domani, la mia voce continuerà a risuonare attraverso la mia
musica.
Da quel momento Modugno divenne ancora più esplicito nelle
sue denunce. cominciò a fare nomi, a indicare connessioni specifiche
tra politici e criminali, a parlare di appalti truccati e di opere
pubbliche che arricchivano le cosche mafiose.
Erano
informazioni che gli arrivavano da giornalisti investigativi, da
magistrati coraggiosi, da pentiti e lui le trasformava in canzoni, in
discorsi, in interviste. Divenne una spina nel fianco non solo per la
mafia, ma per un'intera classe politica. corrotta.
Nel 1974 la
situazione precipitò ulteriormente quando Modugno accettò di
testimoniare davanti alla commissione antimafia.
Fu
una deposizione che durò ore, nella quale raccontò nei dettagli
tutte le minacce ricevute, tutti gli episodi di intimidazione, tutti
i concerti annullati, ma soprattutto forn i nomi di persone che
riteneva collegate al tentativo di silenzio nei suoi confronti,
politici locali, funzionari pubblici, imprenditori.
La
sua testimonianza finì sui giornali e creò un terremoto politico.
Alcuni dei nomi che aveva fatto citarono Modugno per diffamazione.
Altri lo attaccarono pubblicamente accusandolo di cercare pubblicità
attraverso accuse infondate.
Ma il cantante non si ritrattò, anzi,
in un'intervista televisiva dichiarò: "Se qualcuno pensa che io
mi sia inventato tutto questo, mi quereli pure.
Sarò
felice di ripetere in tribunale sotto giuramento tutto quello che ho
detto e di portare le prove.
Gli anni successivi videro Modugno
trasformarsi in una figura sempre più polarizzante.
Da un lato c'era
chi lo vedeva come un eroe, un artista coraggioso che aveva
sacrificato la propria carriera commerciale per difendere i propri
principi.
Dall'altro
c'erano quelli che lo consideravano un esibizionista, uno che
sfruttava la causa antimafia per rilanciarsi artisticamente.
La
verità, come sempre, stava probabilmente nel mezzo, ma a Modugno non
importava del giudizio altrui, continuava a fare quello che riteneva
giusto.
Nel 1976 subì un ictus che lo lasciò parzialmente
paralizzato.
Fu
un colpo durissimo per un uomo che viveva per esibirsi sul palco.
I
medici gli dissero che forse non avrebbe più camminato normalmente,
che certamente non avrebbe più potuto sostenere i ritmi frenetici
dei tour, ma Modugno, con una forza di volontà incredibile, si
sottopose a mesi di riabilitazione estenuante.
Imparò
di nuovo a camminare, sia pure con difficoltà, e appena fu possibile
tornò sul palco.
I suoi concerti degli ultimi anni erano diversi.
Cantava seduto.
La sua voce non aveva più la potenza di un tempo, ma
l'intensità emotiva era forse ancora maggiore.
Il pubblico lo
accoglieva con ovazioni che duravano interi minuti, commosso nel
vedere quest'uomo che, nonostante tutto le minacce, la malattia,
l'età, continuava a battersi.
In
uno dei suoi ultimi concerti a Napoli nel 1992, disse al pubblico:
"Mi hanno minacciato, mi hanno intimidito, hanno cercato di
uccidermi e alla fine ci è riuscita la malattia dove la mafia aveva
fallito, ma sono ancora qui e finché avrò voce continuerò a
cantare." Domenico Modugno morì il 6 agosto 1994 all'età di 66
anni.
Ai
suoi funerali parteciparono migliaia di persone. C'erano negli anni
successivi alla sua morte molti dei fatti che Modugno aveva
denunciato vennero confermati dalle indagini giudiziarie.
Alcuni dei
politici che aveva accusato furono condannati per collusione con la
mafia.
Alcuni degli imprenditori che aveva indicato finirono in
carcere.
La
storia gli diede ragione, anche se lui non visse abbastanza per
vederlo.
Oggi le canzoni di Modugno continuano a essere ascoltate e
amate in tutto il mondo.
Volare resta una delle canzoni italiane più
famose di sempre, ma quelle altre canzoni, quelle più scomode,
quelle che gli costarono tanto caro, sono spesso dimenticate.
Eppure
è proprio in quei brani che si trova il vero coraggio di Modugno, la
sua eredità più importante, l'idea che un artista non deve solo
intrattenere, ma può e deve usare la sua voce per dire la verità,
qualunque sia il prezzo.
La storia di Domenico Modugno ci ricorda che
la libertà di espressione non è mai garantita, che deve essere
difesa costantemente, anche a costo di sacrifici personali.
Ci
ricorda che il silenzio è complicità e che ogni volta che non
diciamo ciò che dovremmo dire, permettiamo al male di prosperare e
ci ricorda che la musica, quando è autentica e coraggiosa, può
essere un'arma potente contro l'ingiustizia.