“I figli di Giacobbe erano dodici”. – Gn 35:23.
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Ruben
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Simeone
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Levi
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Giuda
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Issacar
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Zabulon
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Giuseppe
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Beniamino
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Dan
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Neftali
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Gad
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Aser
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Figli di Lea
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Figli di Rachele
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Figli di Bila,
serva di Rachele
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Figli di Zilpa,
serva di Lea
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(Gn 35:23-26)
La donna che Giacobbe aveva amato grandemente fu Rachele (Gn 29:18).
Giuseppe fu il primo figlio avuto dalla sospirata Rachele, Beniamino fu
l’ultimo avuto da Rachele che morì subito dopo averlo partorito. – Gn 35:18.
Giuseppe
Giacobbe provava un amore particolare
per Giuseppe, il primogenito della sua bella e amatissima moglie
Rachele. Aveva quindi intenzione di trasmettergli i diritti di
primogenitura. E non lo nascondeva: “Israele amava Giuseppe più di tutti
gli altri suoi figli”. – Gn 37:3.
I fratelli di Giuseppe – proprio
perché si rendevano conto che lui era il prediletto – divennero gelosi
di lui: non lo vedevano di buon occhio, lo trattavano male e gli
parlavano dietro. “I suoi fratelli vedevano che il loro padre l’amava
più di tutti gli altri fratelli; perciò l’odiavano e non potevano
parlargli amichevolmente” (Gn 37:4). A tutto ciò si unirono due circostanze che finirono per renderlo ancora più odiato dai fratelli.
Una volta fu perché Giuseppe raccontò
al padre certe colpe che i suoi fratelli avevano commesso e “riferì al
loro padre la cattiva fama che circolava sul loro conto”. – Gn 37:2.
L’altra volta fu perché raccontò due
suoi sogni da cui pareva confermato che egli sarebbe stato superiore a
loro. In un sogno aveva visto il suo manipolo di grano stare dritto
mentre quelli dei fratelli lo ossequiavano (Gn 37:7). Nell’altro sogno aveva visto che il sole, la luna e undici stelle s’inchinavano a lui (Gn 37:9).
L’allusione ai genitori e ai fratelli era evidente. Suo padre stesso,
Giacobbe, rimase impressionato: “Suo padre lo sgridò e gli disse: ‘Che
significa questo sogno che hai fatto? Dovremo dunque io, tua madre e i
tuoi fratelli venire a inchinarci fino a terra davanti a te?’”. – Gn 37:10.
A quel punto le già malvagie
disposizioni dei fratelli si mutarono in odio mortale: aspettavano solo
l’occasione giusta per disfarsi di lui. E l’occasione non mancò. Un
giorno suo padre lo mandò a vedere che ne era dei fratelli (Gn 37:14)
che stavano pascolando gli armenti. Quando essi lo videro arrivare con
la sua bella veste a colori che il padre gli aveva fatta (Gn 37:3), fu tutto un precipitare d’eventi.
“’Ecco, sta arrivando il nostro
sognatore!’, dicevano tra loro. ‘Non perdiamo tempo! Uccidiamolo e
gettiamo il suo corpo in una cisterna. Poi diremo che l’ha divorato una
bestia feroce. Così vedremo a che gli servono i suoi sogni!’”. – Gn 37:19,20, PdS.
Ruben, uno dei fratelli, tanto fece che dissuase gli altri dall’ammazzarlo (Gn 37:21). Alla fine si decisero a togliergli la veste, calarlo in una cisterna e abbandonarlo lì (Gn 37:23,24).
Il loro odio era tale che, come se niente fosse, si misero poi accanto
alla cisterna a mangiare (v. 25). “Alzando gli occhi, videro una
carovana d’Ismaeliti” (vv. 25). “Tirarono su Giuseppe, lo fecero salire
dalla cisterna, e lo vendettero per venti sicli d’argento a
quegl’Ismaeliti. Questi condussero Giuseppe in Egitto” (v. 28). Presa
poi la veste di Giuseppe, la intinsero nel sangue di un capretto e la
mandarono al padre facendogli credere che era stato sbranato da un
animale (vv. 31,32). Per Giacobbe fu un colpo durissimo, tanto che
“rifiutò di essere consolato, e disse: ‘Io scenderò con cordoglio da mio
figlio, nel soggiorno dei morti’” (v. 35). Siamo nel 1750 circa prima
di Yeshùa.
“Intanto quei Madianiti vendettero Giuseppe in Egitto a Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie” (Gn 37:36).
“Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie, un Egiziano,
lo comprò da quegli Ismaeliti che ce l’avevano condotto” (39:1).
“Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e si occupava del servizio
personale di Potifar, il quale lo fece maggiordomo della sua casa e gli
affidò l’amministrazione di tutto quello che possedeva” (39:4). “Potifar
lasciò tutto quello che aveva nelle mani di Giuseppe; non s’occupava
più di nulla, tranne del cibo che mangiava. Giuseppe era avvenente e di
bell’aspetto” (39:6). Giuseppe fu poi posto a dura prova dalla libertina
moglie di Potifar, che cercò di sedurlo. Respinta da Giuseppe, ella non
fu contenta finché non lo vide in prigione. – 39:7-20.
Dio lo assistette anche in carcere,
tanto che Giuseppe fu promosso dal provveditore carcerario a
sorvegliante degli altri prigionieri (39:21-23). Nelle prigioni statali
capitarono poi due alti dignitari: il coppiere e il panettiere personali
del faraone. Questi fecero certi sogni che raccontarono a Giuseppe. E
Giuseppe, interpretandoli, predisse loro che il coppiere avrebbe
riacquistato il suo posto dopo tre giorni, mentre il panettiere sarebbe
stato giustiziato. Così avvenne. – Gn 40:1-23.
Passarono due anni, e fu la volta del faraone di fare uno strano sogno (Gn 41:1).
Si trattava del famoso sogno delle sette vacche grasse e delle sette
vacche magre (41:2-4). “La mattina, lo spirito del faraone fu turbato;
egli mandò a chiamare tutti i maghi e tutti i savi d’Egitto e raccontò
loro i suoi sogni, ma non ci fu nessuno che li potesse interpretare al
faraone” (41:8). Fu a quel punto che il coppiere personale del faraone
si ricordò di Giuseppe e lo segnalò al re (41:9-13). Giuseppe fu
immediatamente portato alla presenza del faraone e non ebbe dubbi
nell’interpretare il suo sogno: “Dio ha indicato al faraone quello che
sta per fare. Le sette vacche belle sono sette anni . . . Le sette
vacche magre e brutte che salivano dopo quelle altre, sono sette anni . .
. Ecco, stanno per venire sette anni di grande abbondanza in tutto il
paese d’Egitto. Dopo verranno sette anni di carestia; tutta
quell’abbondanza sarà dimenticata nel paese d’Egitto e la carestia
consumerà il paese” (41:25-30). Giuseppe diede anche il suo parere al
re, consigliandogli di costituire una persona avveduta che gestisse i
sette anni di abbondanza per risparmiare in vista dei setti anni di
carestia (41:33-36). “La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi
servitori” (v. 37). Giuseppe stesso ricevette quell’autorità su tutto
l’Egitto, tanto che fu secondo solo al faraone (41:37-44). Così, all’età
di trent’anni, Giuseppe fu proclamato salvatore di tutto il mondo
egizio. – 41:46.
“Durante i sette anni di abbondanza
la terra produsse a profusione” (41:47). Poi venne la carestia, e fu
terribile; non solo per tutto l’Egitto, ma anche per le popolazioni
vicine. Tutti iniziarono a ricorrere ai depositi egiziani ben forniti
per la previdenza di Giuseppe: “Da tutti i paesi venivano in Egitto, da
Giuseppe, per comprare grano, perché la carestia era grave su tutta la
terra”. – 41:57.
La fame si faceva sentire anche a
Canaan, dove abitava Giacobbe con i suoi undici figli. “Giacobbe seppe
che c’era grano in Egitto; allora disse ai suoi figli: ‘Perché state a
guardarvi l’un l’altro?’ Poi disse: ‘Ecco, ho sentito dire che c’è grano
in Egitto; scendete là a comprarne, così vivremo e non moriremo’”
(42:1,2). Partirono in dieci. Giacobbe era troppo vecchio per affrontare
il viaggio e “non mandò con loro Beniamino, il fratello di Giuseppe,
perché diceva: ‘Che non gli succeda qualche disgrazia!’” (42:4). Così, i
dieci fratelli partirono con molto denaro per presentarsi a quel grande
e potente ministro egizio che presiedeva alla distribuzione del grano e
da cui dipendeva la sorte di intere popolazioni (42:6). “Giuseppe era
governatore in Egitto e vendeva grano a ogni popolo. Quando giunsero
davanti a lui, i suoi fratelli si inchinarono faccia a terra. Egli vide i
fratelli e li riconobbe, ma li trattò da estranei” (42:6,7, PdS).
Dapprima Giuseppe li accusò di spionaggio. A loro difesa essi dissero
di essere dodici fratelli, di cui uno morto e il più giovane rimasto in
patria con il loro padre. Giuseppe chiese allora una dimostrazione:
avrebbe concesso loro di andare a prendere il fratello più giovane
mentre uno di loro sarebbe stato trattenuto in carcere. – Gn 42:9-20.
Tornati dal padre Giacobbe, gli
riferirono ogni cosa, dicendo: “L’uomo che è il signore del paese ci ha
parlato aspramente e ci ha trattati come spie del paese” (42:30). Dopo
che le derrate portate dall’Egitto erano finite, quando la fame si
faceva di nuovo sentire, “quelli presero dunque questo dono, presero con
sé il doppio del denaro e Beniamino, e partirono; scesero in Egitto e
si presentarono davanti a Giuseppe” (43:15). “Giuseppe guardò Beniamino,
suo proprio fratello, figlio della stessa madre”, “commosso davanti a
suo fratello, uscì in fretta per non piangere, ma entrato in camera sua
scoppiò in pianto” (Gn 43:29,30, PdS). Questo passo biblico è così commovente che c’è da indignarsi per il modo sterile, che rasenta lo squallido, con cui TNM lo traduce: “Giuseppe ora si affrettava, perché le sue intime emozioni erano eccitate verso suo fratello”.
Ottenuta la libertà di Simeone, che
era rimasto nelle prigioni egiziane, fecero ritorno da Giacobbe, carichi
di grano. Giuseppe non si era ancora fatto riconoscere. Aveva però in
serbo una sorpresa. Giuseppe aveva fatto nascondere una tazza preziosa
nel sacco di Beniamino. Fingendo che gli fosse stata rubata, mandò gente
sua a inseguirli e a frugare nei loro sacchi. Trovata la tazza tra le
cose di Beniamino, questo fu arrestato e gli altri ricondotti da
Giuseppe, primo ministro egiziano (Gn 44:1-16). Giuseppe minacciò
di trattenere Beniamino come schiavo, liberando gli altri. Giuda si
offrì di prendere il suo posto. – 44:17-34.
Queste pagine della Scrittura, così
commoventi, raggiungono ora il culmine. Giuseppe a stento trattiene le
lacrime. Dimenticando quanto aveva sofferto a causa loro, non riesce più
a trattenersi e si fa riconoscere.
“Giuseppe non riuscì più a fingere.
Disse agli egiziani che gli stavano intorno: ‘Uscite tutti!’. Così
nessuno rimase con lui quando lui si fece riconoscere dai suoi fratelli.
Si mise a piangere così forte che gli egiziani l’udirono e la cosa fu
risaputa anche nel palazzo del faraone”. – Gn 45:1,2, PdS.
“Intanto la voce si diffuse nella
casa del faraone, e si disse: ‘Sono arrivati i fratelli di Giuseppe’.
Questo piacque al faraone e ai suoi servitori”. – 45:16.
Infine “essi risalirono dall’Egitto e
giunsero nel paese di Canaan, da Giacobbe loro padre. Gli riferirono
ogni cosa, dicendo: ‘Giuseppe vive ancora ed è governatore di tutto il
paese d’Egitto’” (45:25,26). Israele decide allora di rivedere Giuseppe
prima di morire. – V. 28.
“Israele partì con tutto quello che
aveva” (46:1). “Le persone che vennero con Giacobbe in Egitto,
discendenti da lui, senza contare le mogli dei figli di Giacobbe, erano
in tutto sessantasei. I figli di Giuseppe, natigli in Egitto, erano due.
Il totale delle persone della famiglia di Giacobbe che vennero in
Egitto, era di settanta” (46:26,27). “Giunsero nella terra di Gosen.
Giuseppe fece attaccare il suo carro e salì in Gosen a incontrare
Israele, suo padre; gli si presentò, gli si gettò al collo e pianse a
lungo sul suo collo. Israele disse a Giuseppe: ‘Ora, che io muoia pure,
giacché ho visto il tuo volto, e tu vivi ancora!’”. – 46:28-30.
“Così gli Israeliti abitarono nel
paese d’Egitto, nella terra di Gosen; ebbero delle proprietà, furono
fecondi e si moltiplicarono oltremodo” (47:27). “Giacobbe visse nel
paese d’Egitto diciassette anni” (47:28). “Poi Israele disse a Giuseppe:
‘Ecco, io muoio; ma Dio sarà con voi e vi farà ritornare nel paese dei
vostri padri’” (48:21). “Giacobbe chiamò i suoi figli e disse:
‘Radunatevi, e vi annunzierò ciò che vi avverrà nei giorni a venire’”. –
49:1.
Il popolo di Israele era ora in
formazione: i dodici figli di Israele sarebbero stati i capi delle
dodici tribù che avrebbero costituito la nazione israelita. Tra le
predizioni che Giacobbe fece ai suoi dodici figli, spicca quella fatta a
Giuda:
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“Lo scettro non sarà rimosso da Giuda,
né sarà allontanato il bastone
del comando dai suoi piedi,
finché venga colui al quale esso appartiene
e a cui ubbidiranno i popoli”.
– Gn 49:10.
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Dopo molti anni morì anche Giuseppe,
ma prima di morire disse: “Io sto per morire, ma Dio per certo vi
visiterà e vi farà salire, da questo paese, nel paese che promise con
giuramento ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe” (Gn 50:24). Il suo corpo fu imbalsamato e chiuso in un monumento in Egitto. – 50:26.
Giuseppe è figura del suo stesso
popolo: prima angustiato e poi ristorato in Egitto. Giuseppe è figura
del Messia: privilegiato dal padre, distinto dai fratelli per natura e
grazia, perseguitato e venduto, imprigionato, alzato agli onori supremi e
secondo solo al re, salvatore del suo popolo.
La linea che porta al messia
È degno di nota – di massima nota –
che Dio specifica sempre di più, nella Scrittura, la stirpe da cui il
Messia promesso sarebbe nato.
La prima dichiarazione divina sul Messia fu generica: “Questa progenie ti schiaccerà il capo e tu [satana] le ferirai il calcagno”. – Gn 3:15.
Ai primi discendenti di Adamo ed Eva viene indicata la posterità di Set. – Gn 5:3.
La posterità di Set cresce di numero, e Dio fissa la genealogia alla famiglia di Noè, in cui è eletto Sem. – Gn 9:27.
Crescendo la discendenza di Sem, le promesse divine si fissano su Abraamo, poi su Isacco e poi su Giacobbe.
Giacobbe diviene Israele. Dai suoi dodici figli è scelto Giuda come progenitore del futuro Messia.