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giovedì 8 ottobre 2026

Confronti Generazionali.

 


Certo che la Storia di Lupo accaduta a Torino evidenzia la differenza del modo di vivere che si aveva qualche lustro fa rispetto a come cercano di passare il tempo i giovani d'oggi (e fortunatamente non tutti).

Se sei stato bambino durante gli anni 50, 60, 70 …
Come minchia hai fatto a sopravvivere???!!!!
Da bambini, se ti rimembri andavamo in auto (chi ce l’aveva) senza cinture di sicurezza, ne’ airbag.

Viaggiare seduti dietro era una passeggiata godereccia.

Una vera goduria.. la si ricorda ancora.
Le nostre culle erano tintate con dei colori brillanti a base di piombo!
Non esistevano tappi di sicurezza sulle bottiglie dei medicinali, ne’ sui cassetti o le porte, mi ricordo la nonna che aveva in gabinetto i fogli di giornale opportunamente tagliati al posto dei dieci piani di morbidezza, infilati nel chiodone a punta e quel che dava fastidio era quando ci infilava la carta azzurra dello zucchero o quella gialla del macellaio e soprattutto mi ricordo quella cannata che ho dato alla bottiglia di vetro del latte appoggiata vicino al water (noi eravamo ricchi, gli altri avevano la turca sul ballatoio) contenente della candeggina.. il bianco del contenuto mi aveva tratto in inganno e i miei 3 anni non son bastati a distinguere il bene dal male e ho dato una cannata in dose non eccessiva.. ad ogni modo quando mi hanno visto sputacchiare il contenuto, non hanno chiamato il medico mi hanno riempito di latte cagliato e fatto vomitare, altro che 118.
Ricordo anche la goduria stratosferica quando con i giornali bagnati facevamo le palle che servivano come riscaldamento nella stufa e le lasciavamo asciugare al sole. Con quelle io ogni tanto tiravo alla coppia di tacchini della vecchia del 4 piano che li portava a zampettare nel pratino e uno purtroppo lo feci secco giu' in cortile, corsi a riprendere la carta e non compresero la morte della povera bestia ma lo mangiarono lo stesso e siccome la sua compagna era rimasta sola ebbi pietà e l'ho mandata a raggiungere il compagno con un colpo di tirasasso fatto coi rami di robinia ed elastici con le camere d'aria della bici di nonno Gervaso.. (mangiarono pure quella).

La robinia quando fioriva faceva dei fiori dolcissimi e io ne mettevo in bocca a manciate le masticavo per sentire il gusto e poi le sputavo sui compagni che mi stavano sulle palle, specialmente il Giorgio che aveva fatto la spia dicendo a mia madre che gli avevo pisciato in testa mentre era sotto il ciliegio che stavo castigando.

Insomma ero il classico tipo di ragazzo con cui mia madre non voleva io uscissi a giocare.
Con lo stesso tirasasso o fionda, spegnevo le lampade nella strada e mi ricordo di aver fatto centro da venti metri nella vetrina del lattaio pirla che mi stava antipatico e non mi lasciava giocare a pallone per strada perchè davo fastidio al passaggio delle sue clienti colpendo le borse della spesa.
Il latte che vendeva, stava in un grande recipiente di alluminio con coperchio attorniato da mosche e il prezzo esposto in vetrina non si leggeva piu’ perche’ ingiallito del sole dall’ultima volta che era stato esposto, il lattaio prendeva il latte dal contenitore con un mestolo e lo ficcava nella ramina che ci portavamo appresso e mentre si girava noi gli fregavamo i messicani (piccoli dolcetti di liquirizia con tutte le forme degli animali).
Quando uscivamo in bicicletta, non avevamo ne’ casco, ne’ protezioni per gomiti e ginocchia e io mettevo una cartolina fissata con delle mollette stendipanni per fare un rumore da motoretta quando toccava i raggi mentre girava la ruota posteriore.
Datosi che non esistevano bottiglie di acqua minerale, si beveva l’acqua del rubinetto del giardino o dove la trovavamo, fino a quando non smetteva la sete e i più grandicelli bevevano vino infilando una cannuccia fatta col tubo della benzina nel tino del Proi quando ci sediavamo sui contenitori messi all'aperto davanti alla TV per vedere Lascia o Raddoppia.
Passavamo ore a costruire auto con delle casse o dei tubi, un amico in bici ti rimorchiava in cima alla salita della statale.., il percorso era di quattro o cinquecento metri con due curve, dove finalmente ti ricordavi di non aver freni.
Dopo qualche botta si imparava a risolvere il problema.
Si usciva a giocare alla sola condizione di rientrare per pranzo o per cena.. o al calar della sera. (mia madre mi chiamava “cartellino” tipo timbratura dei baracchini lavorativi a pie’ del monte).
Si andava a scuola solo al mattino e si rientrava a casa per pranzo dopo aver assaggiato di tutto (anche i frutti di qualche albero trovato nelle fattorie dislocate durante il percorso..) e al tempo del grano prendevamo il ciuffetto delle pannocchie lo avvolgevamo nel giornale e ci facevamo delle grandi canne, nascosti nelle capanne del boschetto dove i piu’ grandicelli iniziavano ad andare di mano per il selfgodimento australe e a questo proposito mi ricordo di una volta che eravamo tutti in circolo seduti ad osservare il piu’ grande che diceva di aver iniziato a spermatizzare alla fine della smanettata e alle bambine era vietato l'ingresso nella capanna, solo una poteva entrare ed era la mia preferita sino a quando le son spuntate le tette e l'abbiamo fatta fuori dal gruppo.
Non avevamo cellulari.. cosi’ nessuno poteva sapere dove eravamo!! Impensabile vero?
Ci tagliavamo, ci rompevamo le ossa, saltavano i denti, facevamo a cazzotti nelle fiere del paese, ma non ci sono mai state denunce per questi incidenti.

Nessuno era colpevole… solo noi stessi e se ci lamentavamo le prendevamo pure..
Si mangiava di tutto, biscotti, pane, cioccolata, gelati, croste di formaggio grana.

Si bevevano bibite zuccherate con tutti i tipi di coloranti ma non avevamo problemi di peso, visto che passavamo la giornata a correre o a giocare.
Si divideva una Coca fra tutti, una cannata a testa (quando la si comprava in bottiglia di vetro da un litro) si beveva dalla stessa bottiglia e nessuno e’ morto anche se mentre qualcuno beveva a lungo gli si dava un cazzotto col rischio di ingoiare pure la bottiglia.
Non avevamo Play Stations, MP4, Nintendo 2026, Xboxs, IPad, Smartphone21, Skylanders. Video, Sky con 399 canali TV, masterizzatori, cinema con suoni surround, notebook, PC, Facebook, Twitter, Internet, Tik Tok ecc ..AVEVAMO VERI AMICI.
Si usciva in bici trasportati magari sulla canna e si pedalava con tre gambe, si andava dai nostri amici, si suonava o.. si entrava senza suonare (la porta era sempre aperta) e si giocava sino alla morte.
La fuori!
In questo mondo crudele!
Senza il bodygard.. al massimo ci stava lo scassaminchia del giardiniere che chiamavamo “gambauna” per via del fatto che faceva alto e basso come voleva quando camminava con una gamba più corta dell'altra o la portinaia che era piu’ alta se la si metteva per traverso, un armadio a tre ante ventiquattrostagioni, con una sberla che ti ficcava, diventavi una trottola.
Si giocava alle biglie rigorosamente di terracotta, a nascondino, a guardie e ladri e a calcio e nella squadra che si formava per giocare se qualcuno non era scelto, non era di certo un dramma.
Alcuni non erano bravi a scuola, dovevano semplicemente rifare l’anno se erano bocciati, sui nostri diari leggevi frasi del tipo..il tempo passa, il tempo vola.. e noi cretini andiamo a scuola.

Nessuno andava dallo psicologo.

Si rifaceva l’anno e ci veniva data una seconda possibilita’ dopo ovviamente aver preso diverse cinquine in faccia e spolverata con zoccole di legno e battipanni in bambù.
Avevamo la liberta’ dei successi e degli insuccessi, delle responsabilita’.. che abbiamo imparato a gestire.
Sei di questa generazione?
Se lo sei, prenditi un minuto per riflettere sul post dedicato a Lupo e alla nuova generazione.

Forse per un po’ dimenticherai la vita stressata che stai vivendo e ridiventerai il bambino di una volta..
Di sicuro dirai: “ Cos’era tutto questo?”.
Ma quanto ero Felice con cosi’ poco….


 

Generazione BOH.

 

Come promesso eccolo il post sul tema in oggetto che son solito ad inserire, anzi non faccio fatica e mi basta solo trascrivere una rappata del Fedez che spiega il significato della parola usata dalla “Generazione BOH”.


Un italiano su tre vive a casa dei genitori
Il problema è che gli altri due sono i genitori
Con in mano il testamento tipo Nonno quando muori?
Ti trovi a quarant'anni a dire Mamma dormo fuori
E' noto che l'italico soffre di stress post-traumatico da cellulare scarico
Tipo che l'Iphone smette di scrivere e tu smetti di vivere
Pazzo per gli autoscatti? Sei fotosensibile
Su Facebook si è iscritta metà popolazione
L'altra metà ha ancora dei problemi con il modem
I suicidi ormai non fanno più tanto rumore
In tuo onore ci sarà un minuto di silenziatore
Il mio paese chiama Facchinetti figlio d'arte
E' come andare da McDonald's e dire Vado al ristorante
Un vecchio è un pericolo se guida una Mercedes
Figuriamoci quando è alla guida di un paese
Generazione "televoto" coi cervelli sotto vuoto
Sempre più risucchiati dal televuoto

Generazione beat?
Generazione pop?
No! Rigenerazione
Generazione BOH!

I don't know (boh) I don't know (boh)
I don't know (boh) I don't know (boh)
I don't know (boh) I don't know (boh)
I don't know (boh) I don't know (boh)

etc. etc.

Un bel quadretto, tutto sommato, in cui molti possono riconoscersi, anche in quella "generazione BOH" che esprime tutta la perplessità di un mondo che non sa dove cazzo andrà a finire.


mercoledì 7 ottobre 2026

la storia di LUPO.

 



Questo che vedete nella foto è il Ponte Rossini a Torino e la storia che voglio raccontare è tornata in auge in quanto esiste una proposta al Comune di TO di mettere una targa ad un cane “randagio”.

Che fece sto cane di così eclatante per farsi immortalare?

E mo ve lo dico..con dolce e anche amaro nel cuore e capirete il perchè..

Settantunanni fa un cane “randagio” tipo Pastore Tedesco per capirne la stazza, era alla ricerca di cibaria nei pressi del ponte sopraccitato ed il fiume “Dora” era in piena ..una bimba che era andata a giocare sulle sponde del fiume è scivolata in acqua.. i presenti umani di certo non bravi nuotatori non eccellevano in coraggio per sfidare corrente e gorghi e alle grida della bimba, solo il cane si è tuffato, l'ha afferrata per il vestitino, portata a riva e salvata davanti agli occhi dei non coraggiosi.

Sto cane non aveva un nome e quindi lo battezzarono "Lupo".


Per qualche giorno Lupo diventò l'eroe della città.

Venne accolto solo da un suonatore ambulante, Giuseppe Maggiora (così sta scritto sul giornale), che decise di prendersene cura.

Ma la storia purtroppo ebbe un finale drammatico.

Il suonatore ambulante dovette assentarsi e Lupo allontanandosi dalla sua nuova casa venne catturato dall'accalappiacani.

Fu portato al canile municipale e, nonostante il gesto con cui aveva salvato una vita, venne soppresso prima ancora che il suo nuovo “padrone” riuscisse a rintracciarlo.

All'epoca, infatti, i cani randagi potevano essere soppressi dopo appena tre giorni se nessuno li reclamava.

La sua morte provocò indignazione e proteste.

La vicenda però contribuì a cambiare le regole del canile municipale di Torino, con l'estensione da tre a sette giorni del periodo minimo di permanenza dei cani catturati.

Oggi, a 71 anni da quel salvataggio, la storia di Lupo è tornata alla luce anche per un fatto increscioso che poi vi dirò.

La Circoscrizione 7 ha approvato all'unanimità una proposta per chiedere al Comune di Torino di realizzare una targa o un cippo commemorativo nei pressi del ponte Rossini, proprio vicino al luogo in cui il cane si gettò nella Dora per salvare la bambina.

La proposta sta percorrendo l'iter comunale previsto.

Questa storia è rimasta per decenni nei ricordi e negli archivi della città, ma meritava di essere raccontata e chiudo con l'amaro in bocca per averVi raccontato il finale della storia di Lupo ma l'amaro peggiore è dovuto dal fatto che questa notizia apparsa sulla Stampa il 17 giugno u.s era stata citata come paradosso in quanto pochi giorni prima, un gruppo di ragazzi avevano preso di mira un cane nei presso della GranMadre, e dopo avergli spezzato le gambe, l'hanno buttato nel Po.. fortunatamente una guardia zoofila l'ha ripescato e ora sto cagnetto sta bene.

Ora che questi cani siano randagi non giustifica l'esser presi di mira per poi sopprimerli e Lupo era diventato “randagio” dopo la morte del “chiamiamolo padrone” che era un invalido e il cane lo trascinava con la carrozzella.. nessuno lo aveva preso in consegna.. e la chiudo qui.


A Giacinto.



Ho notato un incremento di battute lettura anomalo ed ho cercato di capirne il perchè e mi son trovato un post che pubblicai una decina d'anni fa ed era riferito alla dipartita dell'on. Pannella che ha ottenuto 39.000 battute e lo ripropongo anche in occasione della recente scomparsa della sua discepola Emma che penso si troveranno bene assieme.

p.s Le vignette sono fatta da Stefano. 

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domenica 22 maggio 2016

 E che dire di questa persona che ha battagliato contro tutto e tutti e nel mio caso ha regalato molto e mi ha regolarizzato la vita.. mi ricordo la lotta per avere il divorzio, ottenuto con la storia del Si che voleva dire No e viceserva.. molte persone bacchettone hanno detto NO in quanto non avevano capito ‘na mazza sull’abrogazione e quindi convinti di dire NO al divorzio lo hanno fatto approvare..l’unica a capire sbagliato e che lo voleva (solo per fare piacere a me) e' stata mamma che ha detto SI venendomi contro.. ma fa nulla.. io sono stato uno dei primi in Italia ad ottenere il divorzio e cmq grazie a Pannella.. le sue lotte anche per l’aborto, i diritti degli omosessuali, l’obiezione di coscienza antimilitarista, la pena di morte, la fame nel mondo, le depenalizzazioni etc etc lo hanno contraddistinto con i suoi digiuni..era amico e nemico di tutti, era contro e con la chiesa e mentre lottava coi poteri cattolici che non ne volevano sapere sui suoi ideali ha mandato lettere al Papa in segno di amicizia e fedelta’..ha regalato molto all’Italia e sovente e' stato classificato Don Chisciotte ed ha ricevuto sorrisi ironici e offese fuori luogo.. ora sono tutti d’accordo che Giacinto Pannella detto Marco e’ stato un grande e Stefano lo ricorda cosi’..












 

Furto con scasso.

Che giornata uggiosa, rivoglio il caldo di Casalcoso e mi metto alla tastiera mentre sento sul fondo una pubblicità di cui non posso fare il nome che ti salva dai castigatori casalinghi.. che balle ragazzi, la legge italica protegge i castigatori molto assai meglio assoluto di quanto protegga le persone oneste che subiscono il furto..

Certo è che sto desiderio di punire un ladro dentro casa è una fantasia illegale che porterà dritto in prigione.

Il sistema giuridico non riconosce alcun diritto di infliggere punizioni.

Se chiudi a chiave il ladro nello sgabuzzino per dargli una lezione, stai commettendo il reato di sequestro di persona (Art. 605 C.P.).

Se gli tiri un pugno in faccia mentre cerca di scappare con il tuo computer, stai commettendo il reato di lesioni personali (Art. 502 C.P.).

In entrambi i casi, il castigatore denuncerà te, il giudice gli darà ragione e tu dovrai pagargli un risarcimento economico che gli frutterà molto più del bottino che voleva rubarti.

L'unica azione fisicamente attiva e legale che ti è concessa è l'arresto da parte del privato cittadino.

La procedura penale permette a una persona comune di bloccare fisicamente un criminale colto in flagranza di un reato grave come il furto in abitazione.

Questo significa che puoi placcare il ladro sul pavimento del tuo salotto e tenerlo fermo con la forza fino all'arrivo delle forze dell'ordine.

Ma devi farlo senza procurargli danni fisici non necessari.

Un esempio pratico è bloccargli le braccia dietro la schiena. La realtà dei fatti è che questa mossa è un rischio mortale.

Il ladro è pieno di adrenalina e quasi certamente ha in tasca un cacciavite o un coltello.

Se provi a trattenerlo, lui ti pianterà quell'attrezzo nelle palle per garantirsi la fuga.

Se per un miracolo riesci a bloccarlo senza farti accoppare, il tuo successo durerà pochissimo.

Quando arriverà la polizia, il ladro si lamenterà di un dolore al polso causato dalla tua presa.

I poliziotti dovranno chiamare un'ambulanza per lui.

Il ladro passerà 24 ore in ospedale a spese dello Stato e il giorno dopo sarà di nuovo libero per un vizio di forma o per la clemenza di un magistrato.

Tu ce l'hai nel biip, invece, dovrai assumere un avvocato penalista per difenderti dall'accusa di eccesso colposo di legittima difesa (Art. 55 C.P.).

E belandi gli avvocati costano e non te li paga lo stato a meno che tu sia di Garlasco o che abiti in provincia di Chieti e precisamente nel bosco sotto casa di Costantino.

La cruda verità è che il modo più sicuro e legale per gestire un ladro è chiuderti in una stanza e ascoltare Radio Maria mentre chiami la polizia e lasciargli rubare i tuoi oggetti, sperando che la tua assicurazione ti rimborsi il danno (non quella che stanno reclamizzando alla tv che costa molto e rimborsa una mazza).

Il sistema è progettato per punire chi reagisce.

Quindi mi raccomando di non far del male al Sig. Ladro altrimenti sei finito.

Ps.. gli articoli del C.P. citati nel post me li ha passati l'A.I.e non controllo se sono esatti.

BOH.. (su questa espressione ci faccio un post neh).



lunedì 5 ottobre 2026

In Vino Veritas.

Dai ..oggi sono alla ricerca di vini strani e premetto che tutti i nomi dei vini che leggerete sotto, sono reali e non inventati.

Ho chiesto all'AI di darmi il nome di vini che non siano i soliti Dolcetto o Barbera ed ecco la ricerca che ne è uscita.

Parto dal fatto che ci sono vini che cercano di sedurre il consumatore con la nobiltà del vitigno, altri con l’eleganza dell’etichetta, altri ancora con territori millenari, castelli medievali, vendemmie eroiche e nomi che sembrano usciti direttamente da un notaio Casalcosese.

Poi ci sono quelli che hanno deciso di percorrere una strada diversa: invece di limitarsi a riempire il bicchiere, hanno pensato bene di stuzzicare anche l’immaginazione di chi lo tiene in mano (il bicchiere).

Perché il vino, dopotutto, è un prodotto straordinariamente sensoriale.

Si annusa, si guarda, si assaggia, si lascia scorrere sulla lingua e non lo si ingurgita tipo sciacquone nel cesso.

Quando entrano in gioco profumi, piacere, convivialità, seduzione e qualche bicchiere di troppo, il confine fra enologia e antropologia del desiderio diventa sorprendentemente sottile.

Gli antichi Romani, che non erano esattamente famosi per la pruderie, avevano già capito il rapporto fra vino, festa, trasgressione ed eros.

Secoli dopo, qualche produttore italiano ha semplicemente deciso di trasferire quella vecchia intuizione direttamente sull’etichetta.

Parto con la prima categoria..quella degli allusivi.

Quelli che non dicono praticamente n'a mazza, ma suggeriscono tutto. 

Sono i vini perfetti per chi vuole mandare un messaggio senza assumersi la responsabilità di averlo mandato.

Prendiamo La Monella


vino da 10,90€ la bottiglia contenente Barbera giovane frizzante e vivace di Braida. 

Il nome è già una piccola sceneggiatura: non scandalizza nessuno, non mette in imbarazzo nessuno, ma lascia aperta una porta.

Poi arriva il Rose' Ose' 


costo 19€
 la bottiglia ed è un rosato Umbro prodotto da Mani di Luna, che gioca sul doppio senso con quella discrezione tipicamente italiana per cui si può essere maliziosi anche continuando a sembrare perfettamente educati.

Segue il  Bocca di Rosa


da 20€ la bottiglia contenente Malvasia Piacentina, nome che richiama immediatamente la celebre canzone di Fabrizio De André. 

Qui l’allusione diventa cultura popolare: non serve spiegare niente, basta pronunciare il nome e lasciare che sia l'immaginazione a fare il resto.

Ma l’Italia, naturalmente, non poteva fermarsi agli ammiccamenti.

A un certo punto arriva la seconda categoria: i vini per coppie che hanno superato da tempo la fase in cui si arrossisce davanti a un doppio senso.

Dal Nero di troia la bottiglia di Passera Scopaiola


la troviamo in Puglia a prezzi decenti di € 5,90 la bottiglia che è un prezzo decisamente in linea col portafoglio di chi visita frequentemente la tangenziale in cerca di vulvivendole che hanno mollato i chiavisteri per lavorare in proprio.

Poi ci sta un vino che abbinavo alle ostriche dal Palucci ed è La Passerina


dalle terre di Chieti che costa 12€ la bottiglia se la prendi nella
 tenuta Ulisse, e qui il marketing comincia a mostrare un certo coraggio.

Ma ora cominciamo a salir di prezzo col Bricco dell’Uccellone


da 60€ alla bottiglia
 e non tutti gli operai che lavorano al terzo turno sulla ghisa la abbinano al loro pasto ed un Barbera d’Asti dal nome che sembra progettato da un comitato incaricato di verificare quanto lontano si possa andare senza perdere completamente la faccia.

La spiegazione legata al nome è molto più innocente del risultato: il riferimento sarebbe alla vecchia proprietaria della collina, raffigurata con un corvo.

Il problema, naturalmente, è che una volta che hai chiamato un vino “Bricco dell’Uccellone”, puoi raccontare anche la storia più innocente del mondo: il cervello del consumatore ha già preso un’altra strada e mi vien da far confronto vini in quanto il prezzo di una bottiglia di detto Bricco equivale ad una settantina di litri di vinello cuccati alla cantina di Villalfonsina e non di vino ricavato col pastone ma Montepulciano ottimo quasi nonimo, ottenuto con la spremitura di grappoli d'uva maturati al sole nei pressi di Casalcoso con l'adriatico sotto il culo e la Maiella alle spalle.

Ma continuo con la categoria degli espliciti.

Qui non siamo più nel territorio del “forse ho capito”.

Qui abbiamo vini che sembrano concepiti durante una cena fra amici dopo il terzo bicchiere, quando qualcuno pronuncia la frase fatale: “Ragazzi, ho avuto un’idea per il nome”.

E così compare il Tocca Culo


da 15€
 alla bottiglia che contiene un rosso Lucano il cui nome deriva dal torrente Battifarano, secondo una spiegazione legata alla tradizione locale è al modo in cui le donne lo attraversavano per evitare di bagnarsi. Una storia di territorio, dunque. Ma anche una storia che dimostra una cosa fondamentale: la toponomastica italiana possiede risorse che il marketing moderno non avrebbe mai avuto il coraggio di inventare da solo.

E siamo appena all'inizio.

Arrivano quindi quei nomi che sembrano appartenere più a una conversazione privata che a una carta dei vini ma il vero capolavoro, a questo punto taglio la ricerca e salto direttamente al terzetto finale in quanto commentare 85 vini con nomi strani la vedo lunga e mi sono o vi siete letteralmente rotti i cosidetti.

Quindi parto con l' Amore Mio


e son rimasto scioccato dal prezzo di vendita in quanto io cercavo il “Fragolino” tipo Eurospin da 3 euri alla bottiglia compreso il fermatappo per fare la seggiolina e ho trovato questo a 245 € che per vergogna viene imbottigliato in Spagna.. notare che non esiste la virgola dopo il 2 del prezzo di El Fragolino Vino Tinto Espumoso “Amore Mio” es una bebida espumosa de perfil dulce y aromático, inspirada en la tradición italiana de los vinos frizzantes de estilo frutal. Destaca por sus notas intensas que evocan frutos rojos maduros y una sensación fresca en boca, donde la burbuja ligera aporta dinamismo y una experiencia suave y accesible. 

Minchia ma vi rendete conto? Fresca en boca ma caldo en cuelo, puerca vaca.

Questo è un vino di 7° scarsi, col fermatappo sigillato che non puoi nemmeno far seggiole, che non ha bisogno di spiegazioni: mette direttamente la parola “amore” sulla bottiglia e lascia al consumatore il compito di decidere se si tratti di romanticismo, o amore per i soldi intascati dal produttore? 

Ma lo venderanno? Boh. 

E il bello è che ti prendono completamente per i fondelli dicendo che la Bebida espumosa a base de vino o mosto aromatizado, agua, azúcares y compuestos naturales de sabor frutal, formulados para lograr un perfil dulce y aromático equilibrado.

E vabbe' termino la lista vini strani con la Ficaia


da 15€
 alla bottiglia contenente un bianco toscano della Fattoria Uccelliera. 

E qui l'eleganza rinascimentale della Toscana incontra quella particolare inclinazione italiana per cui anche un nome apparentemente geografico può diventare materiale da cabaret.

Aspettateee questo non me lo faccio scappare ed è Il Soffocone di Vincigliata


di Bibi Graetz a 50€ alla bottiglia.

Il nome non ha bisogno di sottotitoli, note a margine o un sommelier incaricato di tradurre.

È un termine dialettale fiorentino e indica esattamente ciò che il nome lascia intendere.

Graetz, artista oltre che vignaiolo, ha persino curato personalmente l'etichetta, trasformando il vino in qualcosa che sta a metà fra prodotto agricolo, provocazione artistica e scherzo toscano.

Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.

Perché questi vini non dimostrano soltanto che alcuni produttori italiani possiedono un senso dell'umorismo decisamente superiore alla media.

Dimostrano anche quanto sia potente il nome di un prodotto.

Il vino può essere eccellente, mediocre o semplicemente dignitoso; ma se sulla bottiglia compare un nome memorabile, quella bottiglia ha già ottenuto qualcosa che migliaia di etichette elegantissime non riescono a conquistare: si farà ricordare.

Il consumatore magari dimenticherà il grado alcolico, la resa per ettaro, il sistema di allevamento delle viti e persino il vitigno.

Ma difficilmente dimenticherà di aver bevuto un vino chiamato Il Merlo della Topa o di aver visto una bottiglia chiamata Il Soffocone di Vincigliata.

È marketing? Certamente.

È goliardia? Senza alcun dubbio.

È anche cultura del territorio? In alcuni casi sì, perché molti di questi nomi nascono proprio da dialetti, soprannomi, toponimi, tradizioni locali e storie popolari.

Ed è forse questo l'aspetto più interessante: dietro la provocazione spesso c'è una stratificazione linguistica autenticamente italiana.

L'Italia, del resto, ha sempre avuto un rapporto particolare con il sesso e con il linguaggio.

È il Paese nel quale una bestemmia può diventare intercalare, un cognome può sembrare una barzelletta, un paese può chiamarsi in un modo che induce adolescenti e adulti a ridere e un produttore può trasformare una parola oscena in un'etichetta vendibile.

Il vino, in questo senso, è semplicemente il contenitore perfetto.

Perché una bottiglia si compra con gli occhi prima ancora che con il palato.

E se quell'etichetta riesce a far sorridere, incuriosire, scandalizzare appena o costringere qualcuno a dire “fammi vedere che vino è quello”, il produttore ha già ottenuto una cosa preziosa: attenzione.

E l'attenzione, nel mercato del vino come in quasi tutto il resto, vale spesso più di una descrizione poetica del terroir.

Naturalmente sarebbe un errore pensare che un nome erotico trasformi automaticamente un vino mediocre in un grande vino.

Il sesso può vendere una bottiglia; non può migliorare un Barbera, un Merlot o un Montepulciano (Ano per gli amici).

Alla fine il vino deve comunque sopravvivere al bicchiere.

Ma se il contenuto è buono e il nome è memorabile, allora la combinazione può diventare micidiale.

E così scopriamo che anche nel mondo apparentemente austero dell'enologia esiste un'Italia che non ha paura di ridere, provocare e giocare con le parole.

Un'Italia che può passare da un elegante “Amore Mio” a un inequivocabile “Tocca Culo”, attraversare “Bocca di Rosa”, “La Bernarda”, “Ficaia” e arrivare placidamente al “Soffocone”.

Del resto, pretendere serietà assoluta da un Paese che ha inventato contemporaneamente Brunello, Barolo e la battuta da osteria sarebbe probabilmente una forma di abuso della ragione.

E dunque brindiamo.

Al vino, certamente.

Alla fantasia dei produttori, anche.

Ma soprattutto alla straordinaria capacità degli italiani di trasformare persino una bottiglia di vino in una storia da raccontare come questa di oggi.

Purché, dopo aver letto l'etichetta, qualcuno si ricordi ancora di assaggiare il vino e adesso ordino su Ebay un cartone di “in vino veritas”


per 8 bottiglie il tot è di 24 €, gretta compresa, così eviterò di fare seggiole per la gioia di Lella.

La spedizione è esclusa con pagamento alla consegna (dopo aver controllato l'esistenza delle bottiglie nel pacco) e purtroppo non aggiungerò seggiole nel mobile.




 



Allarme Peste in Siberia.

 

Ci risiamo ed ora ricomincia una nuova pandemia?

Di vaccinarmi non lo penso nemmeno e il mio ex medico fatto fuori dal sistema è sulla mia stessa linea di ragionamento e mo' vi dico il fatto che qui in Italia non deve essere sbandierato per evitare allarmismi e mi riferisco al fatto che la Russia e' tanto legata e affezionata al Medioevo da volerci ritornare. 

La domande è: cosa sta succedendo davvero in Russia?

In Siberia c'è una vicenda sanitaria sempre più difficile da liquidare come una semplice “polmonite”.
Una donna di 28 anni, Daria Shipilova, dipendente dell'Istituto di ricerca anti-peste di Irkutsk, è morta nella notte tra il 1° e il 2 ottobre nell'ospedale di Shelekhov, dopo un rapidissimo peggioramento respiratorio.

Ripeto che sta donna fa parte dei ricercatori prezzolati Russi.

Secondo le ricostruzioni diffuse da media indipendenti russi e riprese dalla stampa internazionale, il 25 settembre la ricercatrice avrebbe accidentalmente rotto una provetta contenente materiale biologico con Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste.

Questa versione non è stata confermata dalle autorità russe, che negano che nell'istituto si sia verificato qualsiasi incidente con microrganismi patogeni.

E qui comincia la parte più inquietante.
Perché se si trattasse semplicemente di una polmonite di origine sconosciuta, come sostiene oggi Rospotrebnadzor, diventa difficile spiegare perché circa 200 persone siano state sottoposte a osservazione o isolamento, perché diversi ospedali di Irkutsk siano stati messi in quarantena per tre settimane e perché siano state introdotte misure straordinarie in strutture industriali della zona.

A Shelekhov, inoltre, sono stati osservati operatori in tute protettive, mentre dal 3 ottobre è diventato obbligatorio indossare la mascherina nell'enorme stabilimento di alluminio della città.

Nel frattempo, le comunicazioni ufficiali russe sono diventate un piccolo capolavoro di ambiguità.

Il governatore di Irkutsk, Igor Kobzev, inizialmente non ha pronunciato la parola “peste”, parlando soltanto di una “infezione particolarmente pericolosa”.

Il capo della vicina Buriazia, Alexei Tsydenov, aveva invece inizialmente scritto che la donna era morta di peste.

Il messaggio è stato successivamente modificato in una formulazione più prudente: la donna “potrebbe” essere morta di peste.

Sti catz..

Il 3 ottobre l'amministrazione di Baikalsk aveva pubblicato un avviso con cui invitava i cittadini a non recarsi a Shelekhov a causa delle notizie relative a un caso di peste.

Il messaggio è stato successivamente cancellato.

Anche la televisione russa REN TV, vicina al Cremlino, ha cancellato diversi post sui social relativi alla presunta diffusione della peste a Shelekhov.

Quindi abbiamo una situazione nella quale:
• una ricercatrice di un istituto anti-peste muore dopo un rapido deterioramento respiratorio;
• circolano ricostruzioni secondo cui potrebbe essere stata esposta a Yersinia pestis;
• circa 200 persone vengono messe sotto osservazione;
• diversi ospedali vengono sottoposti a quarantena, incluso quello di maternità;
• nella zona compaiono operatori in tute protettive;
• una grande azienda introduce l'obbligo delle mascherine;
• la massima autorità sanitaria russa, Anna Popova, vola urgentemente a Irkutsk e partecipa a una riunione straordinaria della commissione sanitaria;
• amministrazioni locali pubblicano e poi cancellano avvertimenti sulla peste;
• esponenti delle autorità usano inizialmente la parola “peste” e poi la sostituiscono con formulazioni più vaghe;
• e infine Rospotrebnadzor dichiara che la situazione epidemiologica è “stabile” e che la donna è morta di “polmonite di eziologia sconosciuta”.

Questa sarebbe la "trasparenza" russa?

Certo, non sappiamo ancora se a Irkutsk ci sia davvero un focolaio di peste.

E sarebbe irresponsabile affermarlo senza una conferma diagnostica.

Ma è altrettanto irresponsabile fare finta che non stia succedendo nulla.

La peste polmonare è una forma particolarmente grave della malattia e può trasmettersi attraverso le goccioline respiratorie.

Senza un trattamento antibiotico tempestivo può essere letale. Proprio per questo, in presenza anche soltanto di un sospetto concreto, la risposta deve essere estremamente rapida: isolamento, tracciamento dei contatti, diagnosi, trasparenza e controllo degli spostamenti.

Se le autorità russe non sono in grado o non vogliono fornire immediatamente dati verificabili sulla natura dell'infezione, la comunità internazionale deve applicare il principio di precauzione: almeno rafforzare i controlli sanitari, limitare temporaneamente gli spostamenti da e verso l'area interessata qualora il rischio venga confermato e pretendere informazioni epidemiologiche verificabili.

Perché in una situazione del genere non è sufficiente dire “fidatevi di noi”, soprattutto quando si tratta di Russia. Visto che la macchina istituzionale prima parla di peste, poi modifica i messaggi, cancella gli avvisi e infine comunica che si tratta soltanto di una “polmonite di eziologia sconosciuta”.
È esattamente il tipo di comportamento che alimenta il panico invece di contenerlo.

E c'è una lezione che la pandemia di COVID-19 avrebbe dovuto insegnare a tutti: quando compare una possibile malattia altamente contagiosa, il tempo perso nel nascondere, minimizzare o manipolare le informazioni può trasformare un problema locale in un problema internazionale e se tutto va bene.. siamo rovinati.