Per
chi come me ha una buona parte di sostentamento basata su titoli
azionari è ovvio tenere il mirino puntato sul parrucchino fuori
di melone il cui cervello si è preso una vacanza.. da quando sto pirla è stato eletto presidente, ho
continuato a perder soldini.. e parecchi e siamo al 23 maggio 2026.
Il “New York Times”, nel suo editoriale di oggi 23/5, ha fatto una
cosa che i media americani raramente fanno con un presidente in
carica: ha pubblicato un
lungo, deprimente elenco di minacce, scadenze disattese e parole che
hanno fatto muovere i mercati mondiali.
L’oggetto del
fascicolo è proprio sul fetente giallo, e il filo rosso che lega
tutte le voci è la guerra in Iran e i negoziati per il nucleare.
“La
finanza mondiale è in mano a uno psicolabile”, scrive il
Times, riprendendo una definizione che circola nei corridoi della Fed
da settimane, “e non c’è calmante che tenga”.
Perché
ogni volta che il “caligola di Mar-a-Lago” apre bocca, la borsa
vacilla.
Ogni
volta che posta su Truth Social “il tempo sta finendo” o
“un’intera civiltà morirà stanotte”, i trader impauriti vendono.
E
ogni volta che, il giorno dopo, il presidente smentisce se stesso o
sposta la scadenza, i mercati risalgono, ma non ai livelli
precedenti.
Il
primo capitolo della follia è datato 4 aprile 2026.
Dopo
settimane di stallo nei negoziati mediati dal Pakistan, parrucchino aveva
dichiarato: “Il tempo sta finendo Date loro 48 ore, o l’inferno
si abbatterà su di loro come non hanno mai visto”.
Le
borse asiatiche crollarono, il petrolio balzò a 115 dollari al
barile.
Gli analisti scrissero una nota urgente ai
clienti: “Rischio di conflitto imminente, ridurre l’esposizione”.
Passarono
48 ore, poi 72, e l’inferno col cazzo si è avverato.
Parrucchino
twittò: “Stanno cedendo, li abbiamo in pugno. Grandi progressi”.
Il
greggio scese di 7 dollari, ma i mercati avevano già perso 200
miliardi di dollari di capitalizzazione.
Il
secondo atto, forse il più fuoridimelonesco, è del 7 aprile 2026.
“Ho
detto al generale in comando: se non firmano, stanotte un’intera
civiltà morirà”.
La
frase, pronunciata nel giardino della Casa Bianca di fronte ai
giornalisti, non aveva alcun riscontro nei fatti.
Il
“Washington Post” la definì “un’iperbole da commedia
dell’arte”.
Ma Wall Street non ride.
Il
Nasdaq perse l’1,2% in un’ora, e il dollaro si indebolì rispetto
allo yen, tradizionale bene rifugio.
Il
petrolio salì di nuovo.
I
presidenti delle banche centrali europee, riuniti a Francoforte,
interruppero la seduta per seguire l’evoluzione della crisi.
In
serata, Trump twittò che l’Iran “aveva chiesto la resa” e che
l’accordo era “più vicino che mai”.
La
“civiltà” era salva.
E
i mercati, ancora una volta, avevano ballato al suo ritmo e qui mi
son perso 20.000 alla faccia di sto minchione sparacazzate.
L’ultima,
in ordine di tempo, è di ieri: “Gli Usa si assicureranno, in un
modo o nell’altro, che l’Iran non ottenga un’arma nucleare.
Se
non lo faranno volontariamente, faremo qualcosa di molto drastico”.
Ancora
una volta, la minaccia di un’azione unilaterale.
Ancora
una volta, l’ambiguità studiata: “qualcosa di molto drastico”
potrebbe essere un’operazione cibernetica, un bombardamento
chirurgico, o una nuova ondata di sanzioni secondarie.
I
mercati, ormai abituati, hanno reagito con una certa stanchezza (e
qui altre 5.000 dal culo):
il
Dow Jones è sceso dello 0,4%, il petrolio è salito di un paio di
dollari.
Ma
gli analisti avvertono: “L’effetto logorio è peggiore
dell’effetto shock.
La
comunità finanziaria non sa più a che santo votarsi”.
Il
New York Times ha provato a mettere ordine nel casino delle dichiarazioni: “Ogni
volta che Trump parla di Iran, il dollaro, il petrolio e le borse
mondiali si muovono in modo violento e, per la maggior parte,
imprevedibile.
È
come se un burattinaio tirasse i fili senza sapere quali marionette
si muoveranno”.
La
metafora è efficace, ma lascia fuori un dettaglio: il burattinaio,
in questo caso, non ha idea nemmeno di quali fili stia tirando.
Perché
la strategia del parrucchino, se di strategia si può parlare, è
quella di un giocatore di poker che alza la posta senza guardare le
carte, sperando che gli avversari si spaventino.
E
finora, gli avversari (l’Iran, i mediatori arabi, gli alleati
europei) hanno reagito con cautela, ma non si sono piegati.
I
mercati, invece, hanno reagito con il panico (e qui.. altre 3.000).
E
il panico, si sa, non aiuta mai a risolvere una crisi.
La
questione di fondo, che il Times sottolinea con la sua consueta
lucidità, è che l’incertezza uccide l’investimento.
Le
aziende non assumono, non investono, non pianificano, se non sanno se
domani ci sarà una guerra.
I
consumatori non spendono, se temono un’impennata dei prezzi.
Il
risultato è una paralisi che danneggia l’economia reale molto più
dei singoli crolli di borsa.
E
mentre Trump gioca a fare il generale, si paga il conto: benzina più
cara, generi alimentari più cari, mutui più cari.
L’inflazione,
che sembrava sotto controllo, è risalita in aprile, proprio a causa
dell’aumento del costo dell’energia. La Fed, che aveva promesso
di tagliare i tassi, è stata costretta a rinviare. E il debito
pubblico, che già pesa come un macigno, continua a crescere.
La
domanda che gli economisti si pongono, e che il Times riprende
nell’editoriale, è: quanto può durare ancora questo stillicidio?
La risposta, purtroppo, è: finché lo stronzo parrucchinato vorrà.
Perché
il presidente degli Stati Uniti non ha vincoli, né istituzionali né
politici, che lo costringano a smettere di parlare.
Il
Congresso è paralizzato, la Corte Suprema è di parte, l’opinione
pubblica è divisa.
E
i mercati, per quanto sofferenti, continuano a funzionare.
Così,
ogni giorno è una roulette russa: si aspetta il post di Truth
Social, si decodifica la minaccia, si cerca di capire se è l’ora X
oppure l’ennesimo bluff.
E
mentre i trader sudano, i politici tacciono e i cittadini perdono soldini e tremano, il
“caligola di Mar-a-Lago” continua a dispensare puttanate.
Perché,
in fondo, è questo il suo mestiere.
E
finché i mercati gli crederanno, lui continuerà a farlo e se tutto
va bene.. siamo rovinati.