
Leggo
sul Sole 24 Minuti che parla di inflazione attuale pari al 5% (le
pensioni hanno come riferimento il 2,9% e in base agli scaglioni
scende ulteriormente).
Da
buon padre di famiglia faccio una prova e prendendo uno scontrino
vecchio della spesa al Bennet ordino le stesse cose e vedo la
distanza sempre piu' evidente tra i numeri indicati dai soloni e
quello pagato in cassa.
Le
statistiche parlano di inflazione al 5%, ma il consumatore guarda il
carrello, confronta lo scontrino con quello di qualche anno prima e
ha la sensazione di spendere molto più di quanto suggeriscano le
percentuali ufficiali e le palle cominciano a girare.
Non
necessariamente si sbaglia.
Spesso
sta semplicemente confrontando due grandezze diverse.
L'inflazione
misura la variazione dei prezzi in un determinato periodo,
generalmente rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.
Non
misura quanto siano diventati costosi i prodotti rispetto a un
passato più lontano, né quanto una famiglia abbia complessivamente
perso in potere d'acquisto dopo anni di rincari.
È
proprio questa distinzione a spiegare una parte importante della
percezione quotidiana.
Avete
capito il meccanismo.. none... e allora lo rispiego..
Immaginiamo
una famiglia che nel primo anno spende 100 euro per acquistare
determinati prodotti.
Se
i prezzi aumentano del 20%, la stessa spesa arriva a 120 euro.
L'anno
successivo l'inflazione scende al 5% e il Vespa di turno che
magnifica il governo bravo che ha ridotto l'inflazione ma
porca paletta il conto non torna a 100 euro, ma sale ulteriormente
fino a 126 euro.
L'inflazione
dell'ultimo anno è effettivamente del 5%, ma rispetto alla
situazione iniziale la famiglia paga il 26% in più.
Il
punto è semplice: quando
l'inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente ai
livelli precedenti.
Semplicemente
aumentano più lentamente.
Perché
diminuiscano, occorrerebbe una fase di deflazione, cioè una riduzione
generalizzata del livello dei prezzi.
Sono
due fenomeni differenti, che nel dibattito pubblico vengono spesso
confusi.
Per
le famiglie, tuttavia, la questione non è soltanto matematica.
Il
problema è che gli aumenti si accumulano e diventano parte
permanente del bilancio domestico.
Una
spesa che prima richiedeva una determinata somma continua a costare
di più anche quando le statistiche registrano una diminuzione del
tasso d'inflazione.
Il
consumatore non beneficia automaticamente del rallentamento: deve
comunque pagare il nuovo prezzo.
C'è
poi un'altra questione: l'inflazione ufficiale è una media.
L'Istat
che cita Il Sole 24 minuti, costruisce i propri indici attraverso
panieri di beni e servizi che rappresentano i consumi delle famiglie.
È uno strumento indispensabile per comprendere l'andamento generale
dell'economia, ma non significa che ogni nucleo familiare sperimenti
esattamente la stessa variazione dei prezzi.
Una
famiglia che spende una quota consistente del proprio reddito per
alimentari, affitto, energia e trasporti può subire una pressione
molto diversa da quella di un nucleo con un reddito più elevato e
una maggiore disponibilità economica.
Chi
destina gran parte dello stipendio alle necessità quotidiane ha meno
margini per assorbire gli aumenti.
Non
può rinviare indefinitamente l'acquisto degli alimenti, evitare di
riscaldare casa o smettere di utilizzare i mezzi necessari per
raggiungere il lavoro.
È
qui che la media statistica incontra la realtà sociale.
Un
aumento dei prezzi può avere conseguenze molto differenti a seconda
del reddito, della composizione familiare, della zona in cui si vive
e delle abitudini di consumo.
La
stessa variazione percentuale non pesa allo stesso modo su tutti.
Anche
le rilevazioni sulla percezione dei rincari devono essere
interpretate correttamente.
L'indagine
Noto Sondaggi citata dal Sole 24 Minuti riporta una percezione degli
aumenti pari al 13,3%, mentre il dato Istat relativo a ottobre viene
indicato al 5,4%.
Non
si tratta di due misurazioni alternative dello stesso fenomeno: il
primo valore descrive ciò che dichiarano gli intervistati, il
secondo misura la variazione dei prezzi attraverso una metodologia
statistica. La percezione non sostituisce l'indice ufficiale, ma può
segnalare un disagio che merita di essere analizzato.
Del
resto, il consumatore non effettua ogni mese un calcolo ponderato su
migliaia di prodotti.
Ricorda
quanto costavano il latte, il pane, la pasta, l'olio, la carne e il
caffè.
Sono
acquisti ricorrenti, spesso effettuati più volte durante la
settimana.
Quando
il prezzo di questi beni aumenta, l'effetto viene percepito
immediatamente.
Al
contrario, una riduzione del prezzo di un prodotto acquistato
raramente può avere un impatto molto più limitato sulla sensazione
complessiva.
Il
problema diventa ancora più evidente quando i redditi non crescono
allo stesso ritmo dei prezzi.
Se
lo stipendio/pensione rimane sostanzialmente invariato mentre il
costo della vita aumenta, il potere d'acquisto diminuisce.
La
famiglia deve allora trovare un equilibrio diverso: riduce le
quantità, cambia marca, rinuncia a determinati prodotti, cerca
offerte o utilizza i risparmi per mantenere lo stesso tenore di vita.
Secondo
la rilevazione citata, il 52% degli intervistati ha già modificato
le proprie abitudini di spesa.
È
un dato che va letto per quello che misura, senza trasformarlo
automaticamente in una fotografia di tutte le famiglie italiane.
Ma
descrive un comportamento significativo: quando il bilancio domestico
si restringe, le persone intervengono sui consumi prima ancora che la
difficoltà diventi evidente nelle statistiche generali.
E
non tutte le rinunce hanno lo stesso peso.
Si
può rimandare l'acquisto di un televisore, cambiare il modello di
smartphone o rinunciare a una vacanza.
È
molto più difficile ridurre ulteriormente la spesa per alimenti,
cure, riscaldamento e trasporti.
Quando
il reddito disponibile è già assorbito dalle necessità
fondamentali, ogni nuovo aumento diventa una scelta obbligata tra
esigenze diverse.
Questo
è il motivo per cui parlare soltanto di inflazione rischia di
lasciare fuori una parte importante del problema.
Bisogna
considerare anche l'andamento dei salari, la capacità delle famiglie
di risparmiare, il costo delle abitazioni e il peso delle spese
incomprimibili.
Un
Paese può registrare un rallentamento dell'inflazione e avere
comunque milioni di persone che faticano a sostenere il proprio
bilancio.
Le
statistiche sono necessarie.
Senza
indici affidabili sarebbe impossibile comprendere l'andamento dei
prezzi, confrontare periodi differenti e costruire politiche
economiche adeguate.
Ma
non devono diventare uno strumento per liquidare le difficoltà
quotidiane di chi fa la spesa.
Se
una famiglia dichiara di non riuscire più ad acquistare gli stessi
prodotti con il reddito di qualche anno fa, non basta risponderle che
l'inflazione sta rallentando.
Occorre
capire quanto siano aumentati i prezzi nel tempo e se le retribuzioni
abbiano recuperato il terreno perduto.
Servono
redditi adeguati, maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e
controlli sulle eventuali pratiche commerciali scorrette. Serve
soprattutto una politica economica capace di guardare oltre il dato
mensile e di considerare le conseguenze cumulative degli aumenti sul
bilancio delle famiglie.
Quindi
il consumatore che non è stupido cerca di acquistare dove paga di
meno e in questo caso fuori europa e gli intellighenzia che abbiamo
mandato a Bruxelles con stipendi che sopportano le inflazioni, che
fanno... ti ficcano una tassa sui prodotti pari 5 euro pezzo e se il
pezzo costa migliaia di euro non te ne accorgi ma se questo e sotto
la cifra di 150.. scatta la tassa e comprare calzini che pagavi 1.5
euro a 6,5 euro sei tagliato fuori e accetti quello che ti passa il
convento.
Cominque
il problema non è stabilire se l'inflazione sia al 5% oppure al 13%.
Il
problema è capire perché, nonostante il rallentamento degli
aumenti, tante persone continuino a dover rinunciare a qualcosa
davanti agli scaffali.
Alla
fine, il consumatore non paga una percentuale.
Paga
il totale scritto sullo scontrino.
E
quando arriva alla cassa, la differenza tra una statistica
rassicurante magnificata dal Vespa e il proprio bilancio familiare
diventa molto concreta al punto che se metti un dito dove stanno
girando i pendenti non avrai bisogno di tagliarti le unghie..