Il
post d'ieri va di pari passo a quello odierno in quanto c’è
un’Italia che ruba nei negozi, si filma mentre trasforma una
protesta in un palcoscenico e scambia la ribellione per una
comparsata sui social.
E ce n’è un’altra che guarda il prezzo
del gasolio, fa i conti con le bollette e si domanda come cazzo
arrivare alla fine del mese senza dover chiedere un prestito per
continuare a lavorare.
La
prima produce immagini.
La
seconda produce ricchezza.
Indovinate
quale delle due riesce a occupare più spazio nel circo mediatico.
Il
contrasto è brutale.
Da
una parte, i maranzelli che scambiano il negozio altrui per un
bancomat senza codice,
mentre il telefonino immortala ogni bravata
nella speranza di raccogliere qualche briciola di notorietà.
Dall’altra,
agricoltori, camionisti e pescatori che si ritrovano schiacciati da
costi crescenti, margini sempre più risicati e un mercato nel quale
il prezzo di ciò che vendono non dipende dalla fatica che hanno
sostenuto per produrlo.
Per
i primi, la trasgressione diventa contenuto.
Per
i secondi, il lavoro rischia di diventare una condanna economica.
E
poi puttana eva (chiedo scusa alla puttana) ci sta la pseudocantante che si
riprende in mezzo agli scontri per promuovere la propria canzoncina.
Ma
cazzarola il conflitto, anziché essere una questione da comprendere,
diventa uno sfondo scenografico; la tensione altrui, una comparsa
gratuita nel videoclip personale.
Non
serve nemmeno domandarsi se la trovata sia geniale o patetica: basta
osservare il meccanismo.
Nell'economia
dell'attenzione, anche il disordine può diventare pubblicità.
Purché
la telecamera sia accesa e qualcuno, da qualche parte, clicchi.
Il
punto non è invocare un passato immaginario nel quale tutti erano
educati, laboriosi e rispettosi delle istituzioni.
Quel
passato non è mai esistito.
Il
punto è capire quale gerarchia di importanza stiamo costruendo
quando la bravata di un adolescente diventa un caso nazionale, mentre
la difficoltà di un'intera categoria produttiva rischia di restare
confinata in qualche servizio frettoloso o in una manciata di notizie
locali.
Il
furto è un furto.
La
devastazione è devastazione.
Una
protesta, invece, va giudicata per le sue ragioni, le sue
rivendicazioni e i suoi metodi.
Confondere
deliberatamente queste categorie significa fare un favore tanto ai
vandali quanto a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un
problema di ordine pubblico.
Ma
c'è una differenza sostanziale: chi ruba per esibire la propria
impunità non sta necessariamente contestando un sistema; chi
protesta perché non riesce più a sostenere i costi della propria
attività può avere una ragione economica concreta, verificabile,
perfino drammatica.
Naturalmente,
la disperazione non assolve automaticamente nessuno.
Un
trattore non diventa uno strumento di verità soltanto perché
appartiene a un agricoltore in difficoltà, così come una telecamera
non trasforma un vandalo in un rivoluzionario.
Le
ragioni vanno esaminate, le responsabilità accertate.
È
proprio questa distinzione, però, che una parte del dibattito
pubblico sembra incapace di sostenere: preferisce le immagini facili,
i personaggi caricaturali e le polemiche che si consumano in
ventiquattr'ore.
La
protesta degli agricoltori, quando emerge, racconta qualcosa che non
si risolve con una battuta.
Un'impresa
agricola deve affrontare carburante, energia, macchinari,
fertilizzanti, manutenzione e manodopera.
Deve
poi vendere i propri prodotti in un mercato nel quale il prezzo
riconosciuto al produttore può lasciare una quota minima del valore
finale.
Tra
chi coltiva la terra e chi vende il prodotto sugli scaffali si apre
una distanza che non è soltanto commerciale: è una distanza di
potere contrattuale.
Il
contadino può lavorare dodici ore e trovarsi comunque in perdita.
Non può decidere da solo il prezzo del gasolio, non controlla le
oscillazioni dei mercati internazionali e non stabilisce le
condizioni imposte dai grandi acquirenti.
Se
il raccolto va male, il rischio è suo; se i costi aumentano, il
rischio è suo; se il prezzo riconosciuto non copre le spese, il
rischio è ancora suo.
Il
sistema gli lascia la responsabilità dell'impresa e gli sottrae una
parte crescente del controllo economico.
Poi
gli si chiede di essere competitivo.
Con
quale margine?
Con
quali strumenti?
E
soprattutto: competitivo con chi, se deve confrontarsi con prodotti
provenienti da filiere che possono avere costi di produzione e
vincoli differenti?
Non
basta evocare genericamente la concorrenza per dimostrare che il
mercato funzioni bene.
Un
mercato nel quale il produttore non riesce a coprire i costi non è
necessariamente un mercato efficiente; può essere semplicemente un
mercato che trasferisce il rischio verso chi ha meno potere per
difendersi.
Lo
stesso vale, con differenze importanti, per gli autotrasportatori e i
pescatori, anche quelli di Casalcoso che in questo anno li ho visti
uscire solo 3 volte nei tre mesi che ho fatto di vacanza.
I
primi dipendono dal carburante, dai pedaggi, dai tempi di consegna e
dalla forza contrattuale dei committenti.
I
secondi devono sostenere i costi delle uscite in mare, rispettare
vincoli normativi e affrontare l'incertezza delle catture e dei
prezzi. Non sono categorie identiche, né ogni loro rivendicazione è
automaticamente fondata.
Ma
quando gruppi diversi denunciano simultaneamente l'insostenibilità
dei costi, la domanda politica non può limitarsi a stabilire chi
disturbi maggiormente la circolazione o chi produca il filmato più
virale.
La
domanda è se il sistema economico consenta ancora a chi lavora di
vivere del proprio lavoro.
Ed
eccoci al ceto medio.
Quello
che non possiede abbastanza patrimonio per assorbire qualsiasi
emergenza, ma guadagna troppo per essere considerato indigente quando
si distribuiscono gli aiuti.
Quello
che paga le imposte, mantiene la famiglia, sostiene le spese
dell'abitazione e scopre che ogni aumento, preso singolarmente,
sembra sopportabile, mentre la somma di tutti gli aumenti diventa una
seconda imposta senza nome.
Quando
anche una spesa imprevista costringe a rinviare un pagamento o a
ricorrere al credito, non siamo più soltanto nel territorio delle
rinunce ai consumi superflui.
Siamo
nel territorio della fragilità finanziaria.
E
la differenza è enorme: rinunciare a una vacanza è una scelta;
indebitarsi per sostenere spese ordinarie è un segnale d'allarme.
La
notizia di circolari rivolte ai docenti con indicazioni su come
chiedere prestiti merita, perciò, una verifica precisa: chi le ha
inviate, a quali insegnanti, in quale contesto e con quale finalità?
Un'iniziativa di educazione finanziaria non equivale necessariamente
a un invito a indebitarsi.
Ma
se il ricorso al credito viene presentato come una risposta ordinaria
alle difficoltà economiche dei lavoratori, la questione politica
diventa inevitabile.
Perché
un insegnante dovrebbe aver bisogno di istruzioni per indebitarsi,
quando dovrebbe poter contare su uno stipendio che gli consenta di
vivere con dignità?
Il
prestito non crea ricchezza.
Anticipa
denaro e trasferisce una parte del reddito futuro a chi lo concede.
Può
essere uno strumento utile in circostanze determinate; diventa una
trappola quando serve a coprire sistematicamente la distanza fra
entrate insufficienti e spese necessarie.
La
finanza personale può insegnare a gestire meglio le risorse, ma
nessun corso di gestione del bilancio domestico può trasformare uno
stipendio insufficiente in uno stipendio adeguato.
Qui
la politica dovrebbe smettere di recitare.
Non
bastano le fotografie nei campi, le visite ai mercati, le
dichiarazioni di solidarietà e i comunicati nei quali ogni problema
viene riconosciuto con grande solennità e affrontato con una
promessa al futuro.
Servono
misure verificabili, tempi definiti e risultati misurabili:
condizioni che permettano alle imprese di sopravvivere, salari capaci
di reggere il costo della vita, controlli sulla concorrenza e
interventi che non si limitino a distribuire denaro senza correggere
le distorsioni che alimentano la crisi.
E
servono giornalisti disposti a distinguere fra la notizia che fa
rumore e quella che conta.
Il
numero di visualizzazioni non misura la gravità di un problema.
La
quantità di indignazione prodotta da un filmato non determina la
rilevanza sociale di un fenomeno.
Un
ragazzo che si riprende mentre commette una cazzata può diventare il
volto della giornata; un agricoltore che non riesce a pagare il
carburante può rappresentare una questione strutturale. Non c'è
contraddizione nel raccontare entrambi.
La
contraddizione nasce quando il primo divora sistematicamente il
secondo.
Sui
social, molti cittadini sembrano capaci di distinguere le due cose:
condannano i vandalismi e manifestano solidarietà verso chi lavora e
protesta.
È
un segnale interessante, non la prova che l'intero Paese abbia
maturato una coscienza comune.
I
commenti non sono un'indagine demoscopica e la visibilità di una
protesta non coincide con il suo sostegno effettivo.
Ma
quella reazione suggerisce che una parte del pubblico non si
accontenta della gerarchia delle notizie stabilita dall'indignazione
del momento.
Il
vero scandalo, dunque, non è che un adolescente cerchi notorietà né
che qualcuno tenti di sfruttare una protesta per farsi pubblicità.
È
che una società possa arrivare a considerare normale il contrasto
fra l'esibizione di chi non produce nulla e l'affanno di chi produce
beni essenziali.
È
che la povertà di tempo, di denaro e di prospettive di chi lavora
venga trattata come una questione amministrativa, mentre ogni gesto
plateale diventa un'occasione per alimentare il frastuono.
Un
Paese non si giudica soltanto da ciò che mostra, ma da ciò che
riesce ad ignorare.
E
quando chi coltiva la terra non sa se potrà permettersi il gasolio
per lavorarla, mentre chi vive di provocazioni trova sempre una
telecamera pronta a riprenderlo, il problema non è soltanto la
maleducazione dei singoli.
È
la scala delle priorità collettive.
E se sto sciopero dei camionisti
sembra solo una rottura di coglioni su chi si sta spostando in strada
allego alcune foto di supermercati del Sud ricordando che siamo solo al 21 del
mese e sino al 27 ci saranno blocchi.
Quindi anche noi nordisti avremo
difficoltàa reperire il mangime.. e mi fermo qui altrimenti ha
ragione la Lella a dire che i post son troppo lunghi.../1.600 parole
e 10.598 caratteri azz..


Lidl






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