
Oggi festeggiamo i nonni.
L'Italia
è una repubblica fondata sui nonni.
Prendiamo
come esempio una coppia che pur avendo studiato sempre grazie
all'aiuto dei nonni e lavorato da anni, non riescono a metter da
parte qualche soldino e vivono alla giornata.
Quindi
che futuro avranno i loro figli?
La
domanda contiene già la diagnosi.
Non
perché tutti i giovani italiani vivano grazie ai nonni, né perché
tutti gli anziani siano ricchi.
Ma
perché in una parte crescente delle famiglie italiane il patrimonio
ereditato è diventato una sorta di infrastruttura privata del
welfare: casa, risparmi, aiuti economici, garanzie per ottenere un
mutuo, denaro per affrontare una crisi.
Non
è necessariamente ricchezza che produce nuova ricchezza.
È
ricchezza precedente che impedisce alla nuova generazione di
precipitare.
Ed
è una differenza enorme.
L’Italia
ha costruito una società nella quale il reddito da lavoro non è
sempre sufficiente a produrre quella progressione patrimoniale che,
nelle generazioni precedenti, sembrava quasi naturale: lavorare,
comprare una casa, accumulare qualcosa, aiutare i figli. Per chi è
entrato nel mercato del lavoro in un'altra epoca, il percorso poteva
essere lento ma cumulativo.
Per
molti trentenni e quarantenni di oggi il problema è che il reddito
serve soprattutto a sostenere il presente.
Affitto
o mutuo. Bollette. Alimentari. Automobile. Trasporti. Figli, quando
arrivano. Asili. Assicurazioni. Imprevisti.
Il
risparmio rimane ciò che avanza dopo aver pagato tutto.
E
quando non avanza un cazzo, la famiglia precedente diventa la
differenza fra autonomia e precarietà.
È
qui che il vecchio paradosso italiano diventa evidente: una
generazione può essere contemporaneamente più istruita, più
tecnologica e professionalmente più qualificata di quella
precedente, ma avere una capacità patrimoniale inferiore.
Non
basta quindi dire che “i giovani non hanno voglia di lavorare”.
È
una spiegazione troppo comoda perché evita di guardare alla
struttura del problema.
Ma
sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che il problema sia
soltanto rappresentato dagli stipendi bassi.
Il
patrimonio conta quanto il reddito, e in Italia la distribuzione dei
due elementi produce una combinazione particolare.
Chi
possiede una casa ricevuta dai genitori può affrontare un reddito
modesto con una struttura di costi completamente diversa da chi deve
pagare 800, 1.000 o 1.200 euro di affitto ogni mese.
Questa
differenza non appare nella busta paga.
Due
persone possono guadagnare esattamente la stessa cifra e avere
condizioni economiche radicalmente diverse.
Una
vive in una casa ereditata.
L’altra
paga l’affitto.
Una
dispone di genitori che possono anticipare 20 mila euro per una
macchina o per un anticipo sul mutuo.
L’altra
deve chiedere un prestito.
Una
può permettersi di accettare un lavoro meno remunerativo perché
possiede una rete familiare che assorbe gli imprevisti.
L’altra
deve scegliere il lavoro sulla base della sopravvivenza immediata.
Il
patrimonio diventa quindi una variabile invisibile del mercato del
lavoro.
Ed
è probabilmente questo il punto più interessante del post.
L’eredità
non è soltanto ciò che arriva dopo la morte dei genitori. Nel
sistema italiano, il trasferimento intergenerazionale può iniziare
molto prima: una stanza nella casa dei genitori, una macchina
regalata, una caparra, un aiuto per il mutuo, il pagamento delle
spese universitarie, il sostegno quando si perde il lavoro.
Il
nonno non deve necessariamente lasciare un milione di euro.
Può
bastare una casa già pagata.
I
giovani che non fanno la rivoluzione contro i vecchi perché comprano
il motorino con la pensione del nonno — è ancora più interessante
oggi di quanto sembri.
Il
meccanismo non riguarda soltanto il motorino.
Riguarda
la dipendenza reciproca fra generazioni.
I
giovani hanno bisogno dei vecchi.
Ma,
in una società nella quale i giovani diventano economicamente
autonomi più tardi, anche i vecchi hanno bisogno dei giovani.
È
una famiglia trasformata in ammortizzatore sociale.
Il
problema nasce quando l'ammortizzatore diventa strutturale.
Perché
a quel punto il sistema produce un paradosso: la generazione che
possiede il patrimonio protegge quella che non riesce ad accumularlo,
ma proprio questa protezione attenua la percezione pubblica della
difficoltà economica dei più giovani.
Un
trentacinquenne che vive nella casa dei nonni non appare
necessariamente povero.
Ha
un tetto.
Può
avere un'automobile.
Può
andare in vacanza.
Può
persino consumare più di un coetaneo che paga un affitto.
Ma
una parte di quel tenore di vita non deriva dal suo reddito.
Deriva
dal patrimonio accumulato prima di lui.
È
la differenza fra flusso e stock: il reddito è ciò che entra ogni
mese;
il
patrimonio è ciò che è già stato accumulato.
Confondere
i due elementi significa non capire una parte fondamentale della
condizione economica italiana.
E
c'è una conseguenza ancora più profonda.
Se
il patrimonio familiare diventa il principale meccanismo attraverso
cui una generazione riesce a costruire la propria vita, allora la
nascita diventa economicamente importante quasi quanto il lavoro.
Non
basta più chiedersi quanto guadagni.
Bisogna
chiedersi da quale famiglia provieni.
Hai
una casa?
Hai
genitori che possono aiutarti?
Hai
nonni?
Puoi
vivere con loro?
Puoi
ereditare?
Puoi
ricevere un anticipo sull'eredità?
La
mobilità sociale rischia così di trasformarsi in mobilità
patrimoniale interna alla famiglia.
E
questo produce una società apparentemente meritocratica nella quale
le condizioni di partenza continuano a pesare enormemente.
Ma
c'è anche una seconda faccia della medaglia che non dovrebbe essere
rimossa per costruire una storia più drammatica.
Il
patrimonio degli anziani non è necessariamente denaro sottratto ai
giovani.
In
moltissimi casi è il risultato di decenni di lavoro, risparmio e
acquisto della casa.
Quelle
generazioni non hanno semplicemente “avuto tutto”: hanno
accumulato in condizioni storiche differenti, spesso attraverso
sacrifici che oggi vengono dimenticati proprio perché il risultato
finale è visibile mentre il percorso non lo è.
Il
problema non è quindi che i nonni siano troppo ricchi.
Il
problema è che il sistema economico attuale sembra avere sempre più
bisogno che lo siano.
Ed
è una distinzione decisiva.
Se
un giovane riesce a comprare casa perché i nonni gli lasciano un
appartamento, il problema non è l'eredità.
L'eredità
ha semplicemente compensato una difficoltà precedente. Ma se senza
quell'eredità una persona che lavora regolarmente non può costruire
alcun patrimonio, allora la questione riguarda il rapporto fra
salari, costo dell'abitare, produttività, tassazione, precarietà e
accesso al credito.
L'eredità
sta diventando la soluzione privata a problemi che hanno origine
pubblica ed economica.
E
una soluzione privata non può essere generalizzata.
Chi
ha i nonni giusti parte da una posizione diversa da chi non li ha.
Chi eredita una casa parte da una posizione diversa da chi eredita
debiti.
Chi
riceve aiuto può trasformare un reddito normale in una vita
relativamente stabile.
Chi
non riceve nulla deve utilizzare lo stesso reddito per pagare anche
ciò che altri hanno già ricevuto.
A
quel punto la formula “chi si impegna ce la fa” diventa
insufficiente.
Ma
anche la formula opposta — “chi è giovane non ha futuro” — è
troppo facile.
Il
problema reale è molto più concreto: quanto
deve lavorare una persona per costruire un patrimonio senza averne
ricevuto uno in partenza?
Questa
è la domanda che l'Italia dovrebbe porsi.
Perché
una società nella quale i nonni aiutano i nipoti è una cosa
normale.
Una
società nella quale senza i nonni una parte consistente dei nipoti
non riesce ad avere una casa, risparmiare o affrontare un imprevisto
è un'altra cosa.
La
prima è solidarietà familiare.
La
seconda è dipendenza intergenerazionale.
E
quando un'intera economia comincia a dipendere dalla seconda, il
problema non è più quanto siano generosi i nonni.
È
che i nipoti non riescono più ad arrivare da soli al punto da cui
erano partiti i loro nonni.
Quindi
evviva i nonni.