Qui
a Casalcoso è iniziato settembre con un rumore di silenzio
impressionante, i parcheggi sono vuoti dal balcone vedo la spiaggia
priva di ombrelloni e allora dimentico parrucchino pannolato
dimentico pure gli amarcord e per chi ha del tempo da dedicare alle
letture passatempistiche, chiedo di lasciar perdere gli scritti di
Sveva Casati Modigliani e di continuare col post che vi racconta un
mistero che sconvolse torino nel 1900 in una bottiglieria di Torino
dove cominciarono ad accadere cose che sembravano impossibili,
bottiglie che sparivano, oggetti che cadevano dagli scaffali, caraffe
che si rovesciavano, casseruole che si staccavano dalle pareti e
mobili che sembravano spostarsi senza che nessuno li toccasse.
La
vicenda attirò curiosi, giornalisti, autorità e perfino Cesare
Lombroso, uno degli uomini più celebri della scienza italiana
dell'epoca.
Ma
il dettaglio più inquietante era un altro: tutto sembrava essere
collegato alla presenza di un giovane ragazzo.
Quando
il ragazzo venne allontanato, i fenomeni cessarono.
La
storia cominciò al numero 6 di via Bava, non lontano da Piazza
Vittorio.
Il
locale apparteneva a Bartolomeo Fumero (accento sulla e) e alla sua
famiglia ed era, almeno fino a quel momento, una normalissima
bottiglieria torinese dove i “bugianein” passavano le serate in
compagnie ddelle vulvivendole di turno.
Tavoli
per i clienti, scaffali pieni di bottiglie, una cucina sul retro e
una cantina dove venivano conservate le scorte.
Nulla
che potesse far pensare a uno dei casi più curiosi della Torino di
inizio Novecento.
Poi
arrivarono le prime sparizioni.
Alcune
bottiglie, sistemate la sera precedente in un armadio della cucina,
risultarono mancanti il mattino seguente.
La
spiegazione più semplice era anche la più logica: qualcuno le aveva
rubate.
La
famiglia controllò il locale, cercò di capire se qualcuno potesse
essersi introdotto durante la notte e rimise tutto in ordine
rifornendo le bottiglie mancanti.
Ma
il giorno successivo mancavano altre bottiglie.
E
poi cominciarono i fenomeni.
Gli
oggetti non si limitavano più a scomparire.
Secondo
le testimonianze raccolte all'epoca, alcune caraffe si inclinavano e
rovesciavano il contenuto, bottiglie cadevano dagli scaffali e
diversi oggetti della cucina finivano improvvisamente a terra mentre
i lampadari facevano l'altalena.
Casseruole
appese alle pareti si staccavano senza una causa apparentemente
visibile.
Sedie
venivano trovate spostate e bicchieri cadevano spargendo il Brachetto
su tappeti orientali.
La
situazione divenne rapidamente ingestibile.
Il
10 novembre 1900 la stampa torinese cominciò a occuparsi della
vicenda, contribuendo a trasformare quella piccola bottiglieria in
una sorta di teatro del mistero.
Ripeto
che questa non è una mia invenzione, ma fatto di cronaca realmente
accaduto.
Il
nome con cui la storia sarebbe passata alla memoria era inquietante:
gli
spiriti devastatori di via Bava.
La
notizia si diffuse rapidamente.
Curiosi
e appassionati di spiritismo cominciarono a raggiungere il locale
nella speranza di assistere personalmente a qualche fenomeno.
La
bottiglieria, che fino a pochi giorni prima era semplicemente un
esercizio commerciale, divenne improvvisamente un'attrazione.
Ma
il luogo più interessante non era la sala.
Era
la cantina.
Lì
sotto erano conservate file di bottiglie, alcune piene e altre vuote.
Ed è proprio nella cantina che vennero segnalati alcuni degli
episodi più difficili da spiegare.
Si
sentivano rumori, poi il rumore del vetro che si rompeva.
Quando
qualcuno scendeva a controllare, trovava bottiglie a terra. Alcune
sembravano essere precipitate dagli scaffali senza che questi
risultassero manomessi.
A
quel punto la domanda non era più semplicemente chi stesse rubando
le bottiglie.
La
domanda era: chi
le stava lanciando?
E
soprattutto: come?
La
spiegazione dello scherzo rimaneva naturalmente la prima da prendere
in considerazione.
Fili
sottilissimi, complici nascosti, meccanismi rudimentali o
semplicemente qualcuno che approfittava della confusione per spostare
gli oggetti.
Se
però si trattava di una frode, bisognava trovare il responsabile.
Fu
allora che la vicenda attirò l'attenzione di Cesare
Lombroso.
Lombroso
non era un curioso qualsiasi.
Era
medico, antropologo, professore e una delle personalità
intellettuali più conosciute dell'Italia dell'epoca.
Ma
aveva anche un rapporto particolare con i fenomeni spiritici e
medianici.
Negli
anni precedenti si era interessato alla medium Eusapia Palladino e
aveva partecipato a esperimenti che lo avevano progressivamente
portato a prendere in considerazione fenomeni che inizialmente aveva
guardato con scetticismo.
Quando
arrivò in via Bava, dunque, non si limitò ad ascoltare i racconti
dei proprietari.
Voleva
vedere il luogo.
E
soprattutto voleva controllare la cantina.
Se
qualcuno utilizzava fili, corde o altri sistemi nascosti, quello
avrebbe dovuto essere il posto ideale per scoprirli.
Lombroso
osservò l'ambiente e cercò una spiegazione concreta.
Ma
secondo i resoconti successivi avrebbe assistito personalmente ad
alcuni movimenti di oggetti che non riuscì a ricondurre
immediatamente a un meccanismo evidente.
È
un particolare fondamentale, ma deve essere interpretato con cautela.
Dire
che Lombroso
dichiarò di avere osservato un fenomeno che non seppe spiegare
è
una cosa.
Dire
che Lombroso
dimostrò l'esistenza di un fenomeno paranormale
è
completamente un'altra.
E
proprio mentre Lombroso cercava una spiegazione, l'attenzione
cominciò a concentrarsi su una persona apparentemente secondaria
nella vicenda: un giovane garzone che viveva e lavorava nella
bottiglieria.
Le
fonti successive non sono perfettamente concordi sulla sua identità
e sul suo rapporto con la famiglia Fumero.
In
alcune ricostruzioni viene indicato semplicemente come un giovane
garzone, in altre come un ragazzo molto giovane, addirittura il
figlio quattordicenne dei proprietari.
Ma
una cosa rimane centrale: era
presente nel luogo durante il periodo in cui si verificavano i
fenomeni.
Lombroso
prese in considerazione l'idea che fosse necessario allontanare
alcune delle persone che vivevano o lavoravano nella bottiglieria.
La
logica era semplice.
Se
i fenomeni erano provocati volontariamente da qualcuno, togliendo
dalle palle quella persona dalla scena, avrebbero dovuto cessare.
La
proprietaria venne allontanata temporaneamente.
Anche
il ragazzo fu separato dal locale.
E
qui la storia assume una svolta ancora più interessante.
Perché
il fenomeno, dopo alcune ulteriori segnalazioni, finì.
Dopo
alcune settimane di confusione, rumori, bottiglie cadute e oggetti
spostati, la bottiglieria tornò alla normalità.
Il
ragazzo non era più lì.
E
le bottiglie smisero di muoversi.
Questa
coincidenza può essere interpretata in due modi completamente
differenti.
La
prima è razionale: il
ragazzo era responsabile degli scherzi.
Forse
aveva trovato un modo ingegnoso per provocare i fenomeni,
approfittando della confusione e della presenza dei curiosi.
Quando
venne allontanato, semplicemente non poté più farlo.
È
probabilmente la spiegazione più semplice.
Ma
manca un elemento decisivo: la
prova.
Non
abbiamo una confessione del ragazzo.
Non
abbiamo un meccanismo scoperto dietro uno scaffale.
Non
abbiamo un testimone che lo abbia sorpreso mentre tirava un filo.
Non
abbiamo una ricostruzione completa del metodo che avrebbe utilizzato.
Esiste
quindi un forte indizio, ma
non una dimostrazione.
Lombroso
prese invece in considerazione un'interpretazione completamente
diversa.
All'epoca
alcuni studiosi interessati allo spiritismo ritenevano possibile che
determinate persone, soprattutto giovani, potessero essere
involontariamente associate a fenomeni fisici apparentemente
inspiegabili.
Il
ragazzo non avrebbe quindi dovuto necessariamente spostare
personalmente gli oggetti.
Avrebbe
potuto essere, secondo questa teoria, il centro inconsapevole del
fenomeno.
Oggi
questa spiegazione non dispone di prove scientifiche accettate.
Ma
è importante comprenderla nel suo contesto storico.
All'inizio
del Novecento le discussioni sulla medianità, sull'ipnotismo e sui
fenomeni psichici erano molto più diffuse di quanto immaginiamo
oggi.
E
Lombroso era personalmente coinvolto in quel dibattito.
Questo
rende la sua testimonianza interessante dal punto di vista storico,
ma non la trasforma automaticamente in una prova dell'esistenza del
paranormale.
C'è
poi un altro elemento che nel corso degli anni ha reso la storia
ancora più spettacolare: lo
scheletro nella cantina.
Secondo
alcune versioni successive, nella cantina della bottiglieria sarebbe
stato scoperto uno scheletro umano appartenente a una persona
assassinata molti anni prima.
La
storia è perfetta per una leggenda: un cadavere nascosto, una
cantina, bottiglie che volano e spiriti che tornano per vendicare un
antico delitto.
Il
problema è che questa versione è molto più difficile da collegare
alle fonti vicine agli avvenimenti del 1900.
Le
ricostruzioni successive presentano infatti versioni differenti su
dove sarebbe stato trovato il corpo e sulle circostanze della
presunta scoperta.
E
soprattutto manca quella conferma contemporanea e inequivocabile che
ci aspetteremmo da un ritrovamento tanto clamoroso, avvenuto proprio
mentre la stampa seguiva la vicenda.
Per
questo lo scheletro dovrebbe essere trattato con prudenza.
Non
possiamo necessariamente affermare che non sia mai esistito, ma non
possiamo utilizzarlo come fatto certo per spiegare gli eventi della
bottiglieria.
Ed
è curioso perché, eliminando proprio gli elementi più spettacolari
aggiunti dalla tradizione, il caso diventa forse ancora più
affascinante.
Rimangono
una famiglia realmente esistita, una bottiglieria realmente esistita,
cronache dell'epoca, numerosi testimoni, un'indagine che coinvolse
Lombroso e un giovane la cui presenza sembra coincidere con gran
parte degli episodi.
E
soprattutto rimane il silenzio.
Perché
alla fine non ci fu una grande rivelazione.
Non
venne scoperto un fantasma.
Non
venne smascherato pubblicamente un illusionista.
Non
arrivò una confessione capace di chiudere definitivamente il caso.
Semplicemente,
a un certo punto, tutto finì.
Via
Bava tornò a essere una normale strada torinese.
Gli
scaffali tornarono a essere semplici scaffali.
Le
bottiglie rimasero al loro posto.
La
folla scomparve.
E
il ragazzo uscì dalla storia.
Forse
era un abilissimo burlone che riuscì a ingannare una quantità
impressionante di persone.
Forse
alcuni episodi furono provocati da lui e altri vennero amplificati
dalla suggestione collettiva, dalla stampa e dalla presenza dei
curiosi.
Forse
i testimoni interpretarono movimenti perfettamente normali come
qualcosa di straordinario.
Oppure
Lombroso vide realmente qualcosa che non riuscì a spiegare.
Ma
c'è una distinzione che vale la pena mantenere: non
riuscire a spiegare un fenomeno non significa aver dimostrato che sia
soprannaturale.
Ed
è probabilmente questa la lezione più interessante della vicenda di
via Bava.
Dopo
oltre un secolo possiamo eliminare molte delle aggiunte leggendarie,
possiamo mettere da parte lo scheletro finché non emerge una fonte
contemporanea sufficientemente solida e possiamo evitare di
trasformare automaticamente ogni bottiglia caduta in una
manifestazione spiritica.
Ma,
anche dopo avere tolto tutto questo, rimane una storia straordinaria.
Per
alcune settimane del 1900, in una bottiglieria torinese, oggetti e
bottiglie furono descritti come protagonisti di fenomeni
inspiegabili. La stampa ne parlò.
Una
folla accorse.
La
polizia cercò una spiegazione.
E
Cesare Lombroso entrò personalmente nella cantina per capire cosa
stesse succedendo.
Poi
tutto terminò.
Forse
il mistero era un ragazzo.
Forse
era la suggestione.
Forse
era una combinazione di scherzi, coincidenze, errori di osservazione
e racconti progressivamente ingigantiti.
E
ufficialmente ad oggi non si sa con certezza il perchè di questi
misteri ma utilizzando l'AI sembra
che lo scheletro era di un uomo facoltoso di nome Antonio Barbero
sposato con Lorenza Mainero.. i due abitarono in quello stabile nel
1842.
L'uomo
si innamorò di una donna di facili costumi e la moglie temendo di
essere esclusa dal suo testamento lo avvelenò e gli trafisse il petto con uno stiletto e ne nascose il
cadavere nello scantinato denunciandone la scomparsa e poi sparì
espatriando in Francia. Solo dopo il ritrovamento dello scheletro del
Barbero ne uscì tutta la storia e finalmente tutti i fatti
misteriosi di via Bava 6 cessarono.
PS. ripeto di fare attenzione al mio scritto in quanto il finale l'ho ricavato interpellando l'AI che è riuscita a trovare dei manoscritti di un giovane avvocato dell'Albese ma storia nella storia detto avvocato ha avuto un incidente e si è scontrato con un proiettile della P38 e quindi non ha potuto dimostrare quello che asseriva.. (e poi dicono che la mafia non esiste)...
Punto due - nel discorso il giovane che sembrava il colpevole era il figlio quattordicenne dell'oste che è stato il tramite dei fatti causati dallo scheletro che lo ha utilizzato (fenomeno di poltergeist) per poter far scoprire tutta la storia e togliendolo di mezzo il Barbero non poteva più far succedere tutti questi fatti strani e ad ogni modo dove è sepolto il Barbero è zona di messe nere.
Punto 3 - quando il Cesare Lombroso è andato sul posto con il marescillo dei carabinieri aveva un gatto soriano grande che improvvisamente ha puntato una grossa damigiana come se ci fosse qualcuno..la damigiana si è spostata senza rompersi ma dallo scaffale sono cadute delle bottiglie e gli occhi del gatto si sono accesi di rosso...
Lunga
è la storia, stretta è la via, dite la vostra che io ho detto la
mia.