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martedì 1 settembre 2026

Vuoi fare il Programmatore?

 

 


Vuoi diventare programmatore? Bah vediamo se all'epoca dell'AI vale ancora la pena fare questo percorso o quantomeno l'AI potrebbe essere un valido tutor ed ora faccio una considerazione sul mio percorso fatto..

Ho imparato cosa sia la programmazione con il basic del C64.

Ho passato veramente moltissimo tempo a copiare listati di programmi, cercare di capire come funzionavano sul Sinclaire dove ogni tasto aveva diverse funzioni e quindi col mio primo PC(386) e i primi approcci con il C.

Una fortuna dell'epoca fu anche che linux era già nato e nel '96 sotituii MS-DOS 6.22 e Windows 3.11 con Slackware Linux 3.6.

E iniziai ad addentrarmi nella rete (all'epoca entrai in contatto con tanta gente tramite le BBS).

Quando poi mi feci il primo abbonamento per Internet (tin.it, accesso tramite modem PSTN) e vidi la prima pagina web - non ci misi molto ad abbozzare le prime pagine.

La mia mente da programmatore è stata subito attratta dal backend e cercai in tutti i modi di fare il mio primo "sito interattivo".

Il problema era l'assenza di servizi gratuiti che offrissero GCI (si cercano sempre cose gratuite), ma alla fine ne trovai uno (leeento), che funzionava in Perl.

Così feci il mio primo backend in Perl (si trattava di un guestbook - c'era un semplice form d'inserimento, chi passava per il sito poteva scrivere qualcosa e i dati venivano salvati in un file di testo.

Dall'altra parte una pagina aveva uno script che faceva il parsing di tutti i dati e li visualizzava).

All'epoca quindi conoscevo questi linguaggi di programmazione: C, Pascal, Perl ... E basic ( diciamo che in quegli anni già lo snobbavo).

Con un gruppo di amici mi sono inserito al poli di TO ma durai pochissimo, in quanto al primo esame (C) presi solo 25 per aver usato un array invece di variabili nella soluzione di un programma per l'esame.

La prof. stronza disse che "non ho spiegato così a lezione e certe americanate vanne evitate".

E ok, sono fatto cosi' - mi è sembrato inutile proseguire col vecchiume di insegnamento dove andavano ancora con la clava e Pascal era il dio in terra e ho proseguito con le americanate.

Poi entrai in contatto con un'agenzia di servizi informatici e vidi cose che all'epoca mi affascinarono tanto: mainframe VMS e unità esterne a nastro grandi come lavatrici.

Ma vidi anche come in un'azienda grande (in questo caso pubblica), la competenza generale era veramente bassa.

Considera solo che un giorno fra i miei colleghi si sparse il panico perchè su uno dei server (Win NT) era sparito un programma che faceva delle elaborazioni su degli spool che gli venivano passati da una trentina di client (in sostanza faceva un riepilogo).

Io chiesi in cosa consistesse la cosa e -basandomi sugli output precedente - feci un programma in QuickBasic che generava il medesimo output con pochi movimenti.

Uno dei miei big (quello con le palle di acciaio inox) mi fece un cazziatone stratosferico, ma quel programma poi ha proseguito a girare per altri 5 anni alla faccia dei coglioni saponi.. ho proseguito programmando in VB6, facendo interfacce CRUD non usando ADO come altri facevano.

E pensare che l'ho fatto perchè, non avendo mai usato VB6 (visto che su Linux non c’era), non sapevo semplicemente che esistesse. Ma l'inventiva viene spesso premiata, basta dimostrarsi in grado di risolvere i problemi (e le cose si possono sempre imparare successivamente).

Purtroppo, come spesso accade... Facevo il tipico lavoro da "one man band".

Alla fine non solo programmavo "qualsiasi cosa", ma poi mi occupavo anche dell'ammministrazione della rete, di controllare i PC - e qualsiasi altro task possa venire in mente.

Quindi feci un'esperienza effettivamente enorme, ma contemporaneamente raggiunsi anche una saturazione e uno stress tali da non vedere altre vie d'uscita che smettere la programmazione ma insegnare corsi di base a ragazzi handycappati in quel di Borgaro city (parliamo di VBA, ma ok, era un'epoca bizzarra).

E da li ricominciai ad riamare il computer e molti ragazzi tagliati fuori dalla società emersero e trovarono la loro strada che escludeva la prestanza del corpo ma premiava la loro monte.

All'epoca iniziarono i primi servizi di hosting che offrivano php e mysql, per cui iniziai a studiare quello.

Ho creato una mia interfaccia per blogging, ho iniziato a giochicchiare con i primi CMS, studiato l'SQL...

Poi capitò che un mio allievo mi propose di fargli un programma gestionale.

In un epoca in cui una richiesta del genere avrebbe portato a fare un software per windows, io mi trovai a pensare che - tutto sommato - avrei potuto installare apache, php e mysql sulla macchina windows dell'allievo e fare un gestionale web.

Un po' perchè - non possedendo macchine windows - avrei avuto oggettiva difficoltà.

E un pò perchè mi gustano le idee un po' "folli" (ok, poi di gestionali web ne furono fatti un sacco - ma vi parlo di anni in cui pochi avrebbero scelto questa strada).

Parliamo di un'epoca in cui esistevano PHP3 e MySQL aveva ancora problemi con le FK (ebbene si, "emulai" tutte le FK tramite il backend in php).

Non c'erano framework da usare e quindi - finii per scriverne uno mio e più tardi lo chiamai FP: Function, Page (per gli amici Faccia da Pirla).

Aprii un mio percorso e feci molti gestionali custom con questo framework (innovandolo di volta in volta) come togo29 inizialmente e proseguito con togotuentinain (scritto all'italiana).

Provate fare una richiesta in google inserendo “ togotuentinain ” e vi si apriranno 13.000 pagine e una decina di Blog o forse meno visto le chiusure che mi hanno affibbiato).

Una nota di quei tempi è stato l'inserimento in rete in rete di un ragazzino che si prestava a fare siti su misura e come corrispettivo si faceva solamente ricaricare la scheda telefonica (all'epoca si pagava il viaggio) e qui nacque Salvatore Aranzulla che forse voi avrete avuto modo di conoscere... e di strada ne ha fatta parecchia.

Ora non mi occupo più tanto di programmazione, ma principalmente di Business Analysis e Project Management. Anche se ovviamente sono programmatore nell'animo e continuo a studiare pur avendo l'età dei datteri.

Il lavoro di programmatore non è come me l’aspettavo, per rispondere alla domanda.

Ma perchè nella vita non esistono cosa che vanno secondo i piani e le aspettative. Ho trovato molto di più!

Le sfide "tecnologiche" alla fine si rivelano le più semplici, la grossa esperienza te la fai soprattuto nell'interazione con gli esseri umani (sia clienti che collaboratori).

E sicuramente una cosa che da "giovane" ti immagini è quella di stare tanto tempo a battere sui tasti della tastiera.

Invece no, passi più tempo a fare schemini con carta e penna ( o sulla lavagna quando hai fortuna)...


I misteri di Torino.

 




Qui a Casalcoso è iniziato settembre con un rumore di silenzio impressionante, i parcheggi sono vuoti dal balcone vedo la spiaggia priva di ombrelloni e allora dimentico parrucchino pannolato dimentico pure gli amarcord e per chi ha del tempo da dedicare alle letture passatempistiche, chiedo di lasciar perdere gli scritti di Sveva Casati Modigliani e di continuare col post che vi racconta un mistero che sconvolse torino nel 1900 in una bottiglieria di Torino dove cominciarono ad accadere cose che sembravano impossibili, bottiglie che sparivano, oggetti che cadevano dagli scaffali, caraffe che si rovesciavano, casseruole che si staccavano dalle pareti e mobili che sembravano spostarsi senza che nessuno li toccasse.

La vicenda attirò curiosi, giornalisti, autorità e perfino Cesare Lombroso, uno degli uomini più celebri della scienza italiana dell'epoca.

Ma il dettaglio più inquietante era un altro: tutto sembrava essere collegato alla presenza di un giovane ragazzo.

Quando il ragazzo venne allontanato, i fenomeni cessarono.

La storia cominciò al numero 6 di via Bava, non lontano da Piazza Vittorio.

Il locale apparteneva a Bartolomeo Fumero (accento sulla e) e alla sua famiglia ed era, almeno fino a quel momento, una normalissima bottiglieria torinese dove i “bugianein” passavano le serate in compagnie ddelle vulvivendole di turno.

Tavoli per i clienti, scaffali pieni di bottiglie, una cucina sul retro e una cantina dove venivano conservate le scorte.

Nulla che potesse far pensare a uno dei casi più curiosi della Torino di inizio Novecento.

Poi arrivarono le prime sparizioni.

Alcune bottiglie, sistemate la sera precedente in un armadio della cucina, risultarono mancanti il mattino seguente.

La spiegazione più semplice era anche la più logica: qualcuno le aveva rubate.

La famiglia controllò il locale, cercò di capire se qualcuno potesse essersi introdotto durante la notte e rimise tutto in ordine rifornendo le bottiglie mancanti.

Ma il giorno successivo mancavano altre bottiglie.

E poi cominciarono i fenomeni.

Gli oggetti non si limitavano più a scomparire.

Secondo le testimonianze raccolte all'epoca, alcune caraffe si inclinavano e rovesciavano il contenuto, bottiglie cadevano dagli scaffali e diversi oggetti della cucina finivano improvvisamente a terra mentre i lampadari facevano l'altalena.

Casseruole appese alle pareti si staccavano senza una causa apparentemente visibile.

Sedie venivano trovate spostate e bicchieri cadevano spargendo il Brachetto su tappeti orientali.

La situazione divenne rapidamente ingestibile.

Il 10 novembre 1900 la stampa torinese cominciò a occuparsi della vicenda, contribuendo a trasformare quella piccola bottiglieria in una sorta di teatro del mistero.

Ripeto che questa non è una mia invenzione, ma fatto di cronaca realmente accaduto.

Il nome con cui la storia sarebbe passata alla memoria era inquietante: gli spiriti devastatori di via Bava.

La notizia si diffuse rapidamente.

Curiosi e appassionati di spiritismo cominciarono a raggiungere il locale nella speranza di assistere personalmente a qualche fenomeno.

La bottiglieria, che fino a pochi giorni prima era semplicemente un esercizio commerciale, divenne improvvisamente un'attrazione.

Ma il luogo più interessante non era la sala.

Era la cantina.

Lì sotto erano conservate file di bottiglie, alcune piene e altre vuote. Ed è proprio nella cantina che vennero segnalati alcuni degli episodi più difficili da spiegare.

Si sentivano rumori, poi il rumore del vetro che si rompeva.

Quando qualcuno scendeva a controllare, trovava bottiglie a terra. Alcune sembravano essere precipitate dagli scaffali senza che questi risultassero manomessi.

A quel punto la domanda non era più semplicemente chi stesse rubando le bottiglie.

La domanda era: chi le stava lanciando?

E soprattutto: come?

La spiegazione dello scherzo rimaneva naturalmente la prima da prendere in considerazione.

Fili sottilissimi, complici nascosti, meccanismi rudimentali o semplicemente qualcuno che approfittava della confusione per spostare gli oggetti.

Se però si trattava di una frode, bisognava trovare il responsabile.

Fu allora che la vicenda attirò l'attenzione di Cesare Lombroso.

Lombroso non era un curioso qualsiasi.

Era medico, antropologo, professore e una delle personalità intellettuali più conosciute dell'Italia dell'epoca.

Ma aveva anche un rapporto particolare con i fenomeni spiritici e medianici.

Negli anni precedenti si era interessato alla medium Eusapia Palladino e aveva partecipato a esperimenti che lo avevano progressivamente portato a prendere in considerazione fenomeni che inizialmente aveva guardato con scetticismo.

Quando arrivò in via Bava, dunque, non si limitò ad ascoltare i racconti dei proprietari.

Voleva vedere il luogo.

E soprattutto voleva controllare la cantina.

Se qualcuno utilizzava fili, corde o altri sistemi nascosti, quello avrebbe dovuto essere il posto ideale per scoprirli.

Lombroso osservò l'ambiente e cercò una spiegazione concreta.

Ma secondo i resoconti successivi avrebbe assistito personalmente ad alcuni movimenti di oggetti che non riuscì a ricondurre immediatamente a un meccanismo evidente.

È un particolare fondamentale, ma deve essere interpretato con cautela.

Dire che Lombroso dichiarò di avere osservato un fenomeno che non seppe spiegare è una cosa.

Dire che Lombroso dimostrò l'esistenza di un fenomeno paranormale è completamente un'altra.

E proprio mentre Lombroso cercava una spiegazione, l'attenzione cominciò a concentrarsi su una persona apparentemente secondaria nella vicenda: un giovane garzone che viveva e lavorava nella bottiglieria.

Le fonti successive non sono perfettamente concordi sulla sua identità e sul suo rapporto con la famiglia Fumero.

In alcune ricostruzioni viene indicato semplicemente come un giovane garzone, in altre come un ragazzo molto giovane, addirittura il figlio quattordicenne dei proprietari.

Ma una cosa rimane centrale: era presente nel luogo durante il periodo in cui si verificavano i fenomeni.

Lombroso prese in considerazione l'idea che fosse necessario allontanare alcune delle persone che vivevano o lavoravano nella bottiglieria.

La logica era semplice.

Se i fenomeni erano provocati volontariamente da qualcuno, togliendo dalle palle quella persona dalla scena, avrebbero dovuto cessare.

La proprietaria venne allontanata temporaneamente.

Anche il ragazzo fu separato dal locale.

E qui la storia assume una svolta ancora più interessante.

Perché il fenomeno, dopo alcune ulteriori segnalazioni, finì.

Dopo alcune settimane di confusione, rumori, bottiglie cadute e oggetti spostati, la bottiglieria tornò alla normalità.

Il ragazzo non era più lì.

E le bottiglie smisero di muoversi.

Questa coincidenza può essere interpretata in due modi completamente differenti.

La prima è razionale: il ragazzo era responsabile degli scherzi.

Forse aveva trovato un modo ingegnoso per provocare i fenomeni, approfittando della confusione e della presenza dei curiosi.

Quando venne allontanato, semplicemente non poté più farlo.

È probabilmente la spiegazione più semplice.

Ma manca un elemento decisivo: la prova.

Non abbiamo una confessione del ragazzo.

Non abbiamo un meccanismo scoperto dietro uno scaffale.

Non abbiamo un testimone che lo abbia sorpreso mentre tirava un filo.

Non abbiamo una ricostruzione completa del metodo che avrebbe utilizzato.

Esiste quindi un forte indizio, ma non una dimostrazione.

Lombroso prese invece in considerazione un'interpretazione completamente diversa.

All'epoca alcuni studiosi interessati allo spiritismo ritenevano possibile che determinate persone, soprattutto giovani, potessero essere involontariamente associate a fenomeni fisici apparentemente inspiegabili.

Il ragazzo non avrebbe quindi dovuto necessariamente spostare personalmente gli oggetti.

Avrebbe potuto essere, secondo questa teoria, il centro inconsapevole del fenomeno.

Oggi questa spiegazione non dispone di prove scientifiche accettate.

Ma è importante comprenderla nel suo contesto storico.

All'inizio del Novecento le discussioni sulla medianità, sull'ipnotismo e sui fenomeni psichici erano molto più diffuse di quanto immaginiamo oggi.

E Lombroso era personalmente coinvolto in quel dibattito.

Questo rende la sua testimonianza interessante dal punto di vista storico, ma non la trasforma automaticamente in una prova dell'esistenza del paranormale.

C'è poi un altro elemento che nel corso degli anni ha reso la storia ancora più spettacolare: lo scheletro nella cantina.

Secondo alcune versioni successive, nella cantina della bottiglieria sarebbe stato scoperto uno scheletro umano appartenente a una persona assassinata molti anni prima.

La storia è perfetta per una leggenda: un cadavere nascosto, una cantina, bottiglie che volano e spiriti che tornano per vendicare un antico delitto.

Il problema è che questa versione è molto più difficile da collegare alle fonti vicine agli avvenimenti del 1900.

Le ricostruzioni successive presentano infatti versioni differenti su dove sarebbe stato trovato il corpo e sulle circostanze della presunta scoperta.

E soprattutto manca quella conferma contemporanea e inequivocabile che ci aspetteremmo da un ritrovamento tanto clamoroso, avvenuto proprio mentre la stampa seguiva la vicenda.

Per questo lo scheletro dovrebbe essere trattato con prudenza.

Non possiamo necessariamente affermare che non sia mai esistito, ma non possiamo utilizzarlo come fatto certo per spiegare gli eventi della bottiglieria.

Ed è curioso perché, eliminando proprio gli elementi più spettacolari aggiunti dalla tradizione, il caso diventa forse ancora più affascinante.

Rimangono una famiglia realmente esistita, una bottiglieria realmente esistita, cronache dell'epoca, numerosi testimoni, un'indagine che coinvolse Lombroso e un giovane la cui presenza sembra coincidere con gran parte degli episodi.

E soprattutto rimane il silenzio.

Perché alla fine non ci fu una grande rivelazione.

Non venne scoperto un fantasma.

Non venne smascherato pubblicamente un illusionista.

Non arrivò una confessione capace di chiudere definitivamente il caso.

Semplicemente, a un certo punto, tutto finì.

Via Bava tornò a essere una normale strada torinese.

Gli scaffali tornarono a essere semplici scaffali.

Le bottiglie rimasero al loro posto.

La folla scomparve.

E il ragazzo uscì dalla storia.

Forse era un abilissimo burlone che riuscì a ingannare una quantità impressionante di persone.

Forse alcuni episodi furono provocati da lui e altri vennero amplificati dalla suggestione collettiva, dalla stampa e dalla presenza dei curiosi.

Forse i testimoni interpretarono movimenti perfettamente normali come qualcosa di straordinario.

Oppure Lombroso vide realmente qualcosa che non riuscì a spiegare.

Ma c'è una distinzione che vale la pena mantenere: non riuscire a spiegare un fenomeno non significa aver dimostrato che sia soprannaturale.

Ed è probabilmente questa la lezione più interessante della vicenda di via Bava.

Dopo oltre un secolo possiamo eliminare molte delle aggiunte leggendarie, possiamo mettere da parte lo scheletro finché non emerge una fonte contemporanea sufficientemente solida e possiamo evitare di trasformare automaticamente ogni bottiglia caduta in una manifestazione spiritica.

Ma, anche dopo avere tolto tutto questo, rimane una storia straordinaria.

Per alcune settimane del 1900, in una bottiglieria torinese, oggetti e bottiglie furono descritti come protagonisti di fenomeni inspiegabili. La stampa ne parlò.

Una folla accorse.

La polizia cercò una spiegazione.

E Cesare Lombroso entrò personalmente nella cantina per capire cosa stesse succedendo.

Poi tutto terminò.

Forse il mistero era un ragazzo.

Forse era la suggestione.

Forse era una combinazione di scherzi, coincidenze, errori di osservazione e racconti progressivamente ingigantiti.

E ufficialmente ad oggi non si sa con certezza il perchè di questi misteri ma utilizzando l'AI sembra che lo scheletro era di un uomo facoltoso di nome Antonio Barbero sposato con Lorenza Mainero.. i due abitarono in quello stabile nel 1842.

L'uomo si innamorò di una donna di facili costumi e la moglie temendo di essere esclusa dal suo testamento lo avvelenò e gli trafisse il petto con uno stiletto e ne nascose il cadavere nello scantinato denunciandone la scomparsa e poi sparì espatriando in Francia. Solo dopo il ritrovamento dello scheletro del Barbero ne uscì tutta la storia e finalmente tutti i fatti misteriosi di via Bava 6 cessarono.

PS. ripeto di fare attenzione al mio scritto in quanto il finale l'ho ricavato interpellando l'AI che è riuscita a trovare dei manoscritti di un giovane avvocato dell'Albese ma storia nella storia detto avvocato ha avuto un incidente e si è scontrato con un proiettile della P38 e quindi non ha potuto dimostrare quello che asseriva.. (e poi dicono che la mafia non esiste)...

Punto due - nel discorso il giovane che sembrava il colpevole era il figlio quattordicenne dell'oste che è stato il tramite dei fatti causati dallo scheletro che lo ha utilizzato (fenomeno di poltergeist) per poter far scoprire tutta la storia e togliendolo di mezzo il Barbero non poteva più far succedere tutti questi fatti strani e ad ogni modo dove è sepolto il Barbero è zona di messe nere.

Punto 3 - quando il Cesare Lombroso è andato sul posto con il marescillo dei carabinieri aveva un gatto soriano grande che improvvisamente ha puntato una grossa damigiana come se ci fosse qualcuno..la damigiana si è spostata senza rompersi ma dallo scaffale sono cadute delle bottiglie e gli occhi del gatto si sono accesi di rosso... 

 Lunga è la storia, stretta è la via, dite la vostra che io ho detto la mia.