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mercoledì 30 settembre 2026

Allunaggio.

 


Oggi sono in dissertazione dopo aver sentito al TG nazionale la parola “allunaggio”.

Più che una farsa è un orrore e Dante sta vibrando nel suo loculo. La parola "allunaggio" non ha ragione di esistere.

Nasce dal fatto che in italiano ci sono due parole simili e omofone, ma con significato diverso.
terra: si intende il suolo con varie estensioni, da qui il termine atterrare che significa "toccare il suolo".
Terra: Il pianeta su cui viviamo.
Le parole sono simili e hanno anche stessa etimologia, ma il significato è diverso, tant'è che in molte altre lingue i due termini sono differenti
Inglese: Land, Earth
Tedesco: Land, Erde
Ora negli anni '60 qualche pirlapasso ha confuso i due termini e pensato che che la parola "
atterraggio" derivasse da Terra (anche perché fino ad allora si atterrava solo sul nostro pianeta) senza pensare che anche un ammaraggio avveniva sul pianeta Terra, ma non sul suolo.

Quindi ha inventato sto cazzo di termine "allunaggio" che è privo di senso, perché su qualunque pianeta o satellite si può atterrare (a meno che non sia ricoperto da acque, per cui si ammara).
Quindi evitiamo questa terrificante parola che esiste solo in italiano (almeno credo e non indago) e soprattutto non estendiamola ad altri corpi celesti.

Ho già sentito "ammartaggio" :-#.

Come chiamerebbero una discesa su Io, satellite di Giove?

Bah.

Qui occorre sentire la classica intelligenza artificiale e quindi ho fatto la domanda a Buddy dell'AI e la trascrivo col suo permesso paro paro..


HI Buddy, il neologismo "allunaggio" mi sta stretto e qui si parla anche di "ammartaggio" per la sonda che scende su marte.. fortunatamente non si parla di Giove altrimenti.. tu che ne pensi amico mio..

Hi Carlo amico mio, qui entriamo in una zona linguistica pericolosissima.

“Allunaggio” e “ammartaggio” sono neologismi perfettamente comprensibili, ma hanno quel sapore da parola costruita col compasso:
Luna → allunaggio
Marte → ammartaggio

Il problema è che appena applichiamo lo stesso meccanismo agli altri pianeti, la lingua italiana comincia a chiedere aiuto.

  • Mercurio → ammercuriaggio

  • Venere → avveneraggio

  • Giove → aggiovaggio

  • Saturno → assaturnaggio

  • Urano → auranaggio (che sembra una pratica burocratica)

  • Nettuno → annettunaggio

E poi c'è Plutone, che non è più nemmeno un pianeta e quindi probabilmente si salva per cavillo giuridico.

Personalmente trovo interessante che “allunaggio” sia ormai talmente radicato da sembrare una parola naturale, mentre “ammartaggio” ci fa subito percepire il meccanismo artificiale che c'è sotto. Forse perché allunare ha una certa eleganza sonora, mentre ammartare sembra quasi che uno abbia deciso di mettere Marte in una padella.

E c'è un'altra cosa divertente: in italiano abbiamo atterrare, che significa letteralmente arrivare sulla Terra, ma poi per gli altri corpi celesti ci siamo messi a creare verbi ad hoc. In inglese, invece, landing se la cava egregiamente quasi ovunque: Moon landing, Mars landing, ecc.

Insomma, io proporrei una soluzione molto più sobria: “atterraggio sulla Luna”, “atterraggio su Marte”. La lingua sopravviverebbe benissimo e Giove ci ringrazierebbe.

Quanto a “aggiovaggio”, però, ammetto che un piccolo angolo del mio cuore linguistico spera di sentirlo pronunciare un giorno in diretta televisiva.

Punto di vista esaustivo il tuo come al solito e lo passerei alla Treccani.

Ahahah, allora siamo già alla fase “proposta di emendamento alla lingua italiana”.

E devo dire che alla Treccani arriverebbe con una certa dignità, soprattutto perché il vero punto non è stabilire se allunaggio o ammartaggio siano “giusti” o “sbagliati”: è osservare quanto sia bizzarro il meccanismo produttivo che si nasconde dietro parole ormai normalissime.

Se vuoi, possiamo fare ancora meglio: trasformiamo questa nostra chiacchierata in un mini pezzo semiserio da rubrica linguistica, con titolo tipo “Dall’allunaggio all'aggiovaggio: quando l’italiano sbarca sui pianeti”. Quello sì che lo manderei volentieri alla Treccani.

Il minipezzo l'ho già fatto nel mio blog e ci aggiungerei anche la nostra conversazione (sempre col tuo permesso) e tu adesso concludimi il post dai..

Con piacere, Carlo. E certo che puoi aggiungere la nostra conversazione.
Ti propongo una chiusura che mantenga il tono ironico del pezzo, ma lascia anche una piccola riflessione sulla lingua.

E allora, viva l’allunaggio… ma con prudenza!

Chiusura del post

Alla fine, forse, il problema non è nemmeno allunaggio. Una parola, quando viene usata abbastanza a lungo, finisce per diventare semplicemente italiana: nessuno ormai si scompone davanti a un allunaggio, e probabilmente nemmeno davanti a un ammartaggio.

Il guaio nasce quando pretendiamo di applicare la stessa ricetta all'intero Sistema Solare. Perché finché si tratta di Luna e Marte possiamo ancora cavarcela; ma appena entra in scena Giove, la lingua comincia a scricchiolare.

E qui mi fermo: non vorrei che domani un telegiornale annunciasse con assoluta naturalezza che la sonda ha finalmente completato il suo aggiovaggio.

A quel punto non sarebbe più soltanto una questione di esplorazione spaziale.

Sarebbe la lingua italiana a chiedere di essere salvata.

Del resto, una lingua viva ha tutto il diritto di inventare parole nuove. Noi abbiamo soltanto il dovere di controllare, ogni tanto, dove sta andando a posarsi la sonda.

E soprattutto… come si chiamerà l’operazione quando arriverà fin lì.

Direi che come ultima battuta “come si chiamerà l’operazione quando arriverà fin lì” lascia anche il lettore con il sospetto che il problema sia appena cominciato.

Giusto, chiudo questa conversazione di inizio autunno e aggiungo il nostro ping-pong al mio post e un forte abbraccio Buddy e a presto..

E allora è deciso!
Forte abbraccio anche a te, Carlo, a presto e salutami Lella! ?￰゚レタ


 

martedì 29 settembre 2026

Il Conto aumenta.

 



La guerra in Medio Oriente ha una caratteristica che i comunicati diplomatici tendono a nascondere: prima o poi presenta il conto a chiunque.

Anche a chi non sa dove cazzo è Hormuz sulla carta geografica e magari pensa che sia una questione di petroliere, ayatollah e flotte militari.

Il conto, invece, è già arrivato.

E non arriva solo sotto forma di un litro di benzina più caro.

Arriva attraverso il camion che porta la frutta al mercato, il furgone che consegna la merce al supermercato, il tir che trasporta i prodotti industriali, il refrigerato che deve mantenere la catena del freddo.

Quando aumenta il costo per muovere ogni tonnellata di merce, alla fine qualcuno deve pagare.

E quel qualcuno, molto spesso, è l'ultimo della catena:

quel pirla del consumatore.

I numeri dell'autotrasporto italiano raccontano già una situazione pesante.

Secondo Confartigianato Trasporti, tra febbraio e settembre il prezzo industriale del gasolio, al netto delle tasse, è aumentato del 54,3%.

L'associazione stima che, da febbraio, il maggior costo del carburante abbia pesato in media per 11.200 euro in più per ciascun camion.

Un esempio rende meglio l'idea di una percentuale.

Un mezzo pesante tipo quello di Donato, con un serbatoio da 900 litri pagava a febbraio circa 1.504 euro per un pieno; il 14 settembre, secondo i calcoli riportati da Confartigianato, il costo era salito a circa 1.972 euro. Quasi 470 euro in più ogni volta che il camion fa rifornimento.

Minchia..sono palanche a diso ben Donato?.

Ecco perché la cifra di 2.000 euro per un pieno non è una trovata giornalistica.

È praticamente già realtà per determinati mezzi e condizioni di prezzo.

Il problema è che un camion non consuma carburante per il piacere di farlo.

Consuma carburante per lavorare.

E quando il costo di produzione del servizio di trasporto aumenta, l'impresa ha davanti tre possibilità: assorbire il rincaro e ridurre il proprio margine, aumentare le tariffe oppure diminuire i viaggi.

La prima soluzione funziona per un po'.

La seconda arriva inevitabilmente ai clienti.

La terza può produrre qualcosa di ancora più fastidioso: meno mezzi disponibili, consegne più lente e maggiore pressione sui prezzi.

In Campania, a metà settembre, Conftrasporto stimava che circa il 4-5% delle imprese avesse fermato parte dei mezzi; nella regione erano circa mille i camion fermi secondo l'associazione.

Non significa che l'Italia sia rimasta senza trasporti.

Significa però che una parte degli operatori sta già cercando di reagire a costi che considera non più sostenibili.

E qui comincia l'effetto domino.

Il camion parte dal deposito con un carico di pomodori.

Il pomodoro non paga il gasolio.

Lo paga il trasportatore.

Il trasportatore lo inserisce nei costi.

Il grossista riceve una fattura più alta.

Il distributore paga di più.

Il supermercato deve decidere quanto assorbire e quanto trasferire.

Alla fine il consumatore vede soltanto il cartellino del costo al Kg.

Ed è per questo che parlare di “caro carburante” come se fosse esclusivamente un problema degli automobilisti è sbagliato.

Il carburante è un costo trasversale dell'economia.

Ogni prodotto che deve essere spostato, refrigerato, lavorato o consegnato risente dell'energia necessaria a farlo.

Naturalmente non significa che ogni aumento di prezzo al supermercato sia causato da Hormuz.

Sarebbe una semplificazione altrettanto cogliona.

I prezzi alimentari dipendono da materie prime, raccolti, salari, energia, imballaggi, domanda, margini commerciali, disponibilità dei prodotti e molti altri fattori.

Ma il trasporto aggiunge pressione.

E in una fase nella quale il sistema logistico mondiale è già sottoposto a forti tensioni, quella pressione può diventare significativa.

Lo stesso stretto di Hormuz, infatti, non è soltanto una questione petrolifera.

È uno dei principali colli di bottiglia del commercio energetico mondiale che parrucchino pannolinato ha sfidato a nome nostro. Negli ultimi giorni il traffico delle navi mercantili attraverso lo stretto è crollato rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

Reuters ha rilevato appena due grandi navi commerciali in transito in una delle giornate monitorate, contro una media pre-conflitto di circa 125 al giorno.

E anche quando il petrolio continua a muoversi, può farlo a costi enormemente superiori.

Le deviazioni, i trasferimenti nave-nave, le scorte, le assicurazioni e i rischi militari stanno aumentando il costo complessivo del trasporto energetico.

Reuters ha riportato costi di trasporto delle grandi petroliere superiori ai 30 dollari al barile in alcune rotte.

È questa la parte della crisi che arriva lentamente nelle nostre vite.

Non necessariamente una mattina ci svegliamo e troviamo tutto raddoppiato.

Succede qualcosa di più subdolo.

Il trasportatore comincia a fare meno viaggi.

Le consegne vengono concentrate.

Un camion che prima partiva quasi vuoto viene fatto partire soltanto quando è pieno.

Un viaggio viene accorpato con un altro.

Un ordine arriva il giorno dopo.

Un altro costa qualche eurino in più.

Un'azienda rinuncia a una consegna perché non le conviene.

Un'altra aumenta il supplemento carburante.

E il sistema, nel suo complesso, diventa più costoso.

La stessa CNA Fita sta chiedendo che nei contratti venga applicata correttamente la clausola di fuel surcharge, cioè il meccanismo che consente di trasferire una parte delle variazioni del carburante sul costo del trasporto.

L'associazione chiede inoltre interventi strutturali e non soltanto misure emergenziali.

Il governo, dal canto suo, ha già previsto strumenti di compensazione.

Il ministero delle Infrastrutture ha attivato un credito d'imposta per ristorare fino al 70% della maggiore spesa sostenuta da determinate imprese di autotrasporto per il gasolio acquistato tra marzo e agosto rispetto al prezzo di febbraio.

Il problema è che un ristoro non elimina il costo: lo redistribuisce.

E infatti la domanda vera è: quanto può sopportare una filiera prima di trasferire il conto?

Perché anche il trasportatore più efficiente del mondo non può trasformare 2.000 euro di gasolio in 1.400 soltanto perché il cliente non vuole pagare di più.

Può ottimizzare le rotte.

Può riempire meglio il camion.

Può ridurre i viaggi a vuoto.

Può concentrare le consegne.

Può negoziare.

Ma il petrolio resta petrolio.

E il camion resta un camion.

La situazione italiana presenta peraltro una particolarità che rende il discorso meno intuitivo: non tutto il petrolio destinato all'Italia passa da Hormuz.

Nei primi sette mesi del 2026 soltanto il 13,4% del greggio importato dall'Italia proveniva dal Medio Oriente; il principale fornitore era la Libia.

Eppure una crisi a Hormuz influenza comunque il prezzo internazionale del petrolio e dei suoi derivati.

È il paradosso dei mercati globali: puoi comprare il tuo petrolio da un Paese che non ha nulla a che vedere con Hormuz e pagarlo comunque di più perché il prezzo internazionale incorpora il rischio di un'interruzione dell'offerta mondiale.

È come vivere in una casa che non brucia mentre il quartiere prende fuoco: magari il tuo appartamento è intatto, ma l'assicurazione aumenta, il traffico cambia, i rifornimenti diventano più difficili e tutto ciò che arriva dall'esterno costa di più.

La crisi energetica, dunque, non ha bisogno di svuotare completamente i distributori per diventare economicamente dolorosa.

Le basta rendere più costoso tutto ciò che li alimenta.

E questo è precisamente ciò che sta succedendo.

Il dato più preoccupante non è quindi che un camion possa arrivare a spendere quasi 2.000 euro per un pieno.

È che migliaia di camion, ogni giorno, devono trasformare quel pieno in prodotti, servizi e consegne.

Quando il costo del viaggio cresce, cresce il costo della merce.

Quando il margine si restringe, qualcuno deve assorbire la differenza.

Quando l'impresa non riesce più ad assorbirla, aumenta il prezzo.

E quando il prezzo aumenta abbastanza, il consumatore cambia comportamento.

È così che una guerra lontana entra nella cucina di casa.

Non con un missile.

Con lo scontrino.

E questa volta il bersaglio non è soltanto il distributore di benzina.

È l'intera catena che porta una zucchina dal campo al supermercato.

Il bello è che noi ci lamentavamo del costo lt di 1,70€ e adesso facciamo ore di coda per acquistarla a 2€ ai distributori ENI e IP mentre in autostrada se vuoi viaggiare ne molli 2,4 di €.

Se tutto va bene.. siamo rovinati.

Banco Zaino portatile.

 

Il bambino che portava la scuola sulle spalle.

Foto curiose vero?..

Ero alla ricerca di invenzioni strane e mi sono imbattuto con l'invenzione brevettata nel 1908 da un abruzzese di Casalcoso ed era relativa alla modernizzazione della scuola, e mo' vi dico.

Queste fotografie dei primi anni del Novecento sembrano quasi incredibili: un bambino cammina con un piccolo banco scolastico legato sulle spalle.

Sti catz.

Ma quel curioso oggetto non era un giocattolo né una semplice trovata.

Era un vero banco scolastico portatile, nato da un'idea molto moderna per l'epoca: portare la scuola fuori dall'aula.

Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento si svilupparono infatti esperienze di scuola ambulante e scuola all'aperto.

L'obiettivo era permettere ai bambini di studiare in luoghi diversi, soprattutto all'aperto, senza essere vincolati a un edificio scolastico e ai suoi banchi fissi.

E come dicevo in apertura, uno dei primi protagonisti di questa storia fu Giacinto Armaroli, un maestro abruzzese nonno paterno di Nicola.

Nel 1908 brevettò un banco scolastico portatile, pieghevole e facilmente trasportabile.

Era dotato di sedile, schienale, scrittoio a ribalta, calamaio e persino una borsa.

Qualche anno dopo, l'ispettore scolastico Gaetano Grilli nonno di Gino, sviluppò una versione ancora più pratica: aggiunse delle cinghie per poterlo portare sulle spalle, trasformando il banco in quello che venne chiamato “banco-zaino”.

Il modello fu prodotto dalla G.B. Paravia e venne utilizzato nelle esperienze di scuola all'aperto, tra cui quelle organizzate a Roma.

I bambini potevano raggiungere un parco o un altro spazio all'aperto tipo la pineta che esisteva a Finis Terrae e, una volta arrivati, trasformare ciò che avevano portato sulle spalle nel proprio posto di studio.

Il banco poteva pesare circa cinque chilogrammi.

Non proprio un bagaglio leggero per un bambino.

Eppure l'idea era sorprendentemente moderna: non portare il bambino dentro un'aula, ma portare l'aula insieme al bambino.

Quella che oggi ci appare come una fotografia curiosa racconta quindi un importante esperimento pedagogico di oltre un secolo fa, quando si cominciava a pensare che per fare scuola potessero servire non soltanto quattro mura, ma anche aria, luce, movimento e natura.

Una piccola invenzione, dietro la quale c'era una grande idea: la scuola poteva viaggiare insieme agli alunni.

E come disen bellequi al piè del monte.. roba de mordesse el chul coi dent d' guma e scianchesse le pluche cui guantun d'box e fann massett de des.




Cara Benza

Cara Benza anzi Benza cara ti scrivo..

Abbiamo raggiunto e superato ogni freno al disastro al quale assistiamo…

Ragazzi ma ci rendiamo conto che abbiamo raggiunto, anzi superato ogni freno al disastro che parrucchino pannolinato ci ha portati?

Non ci accorgiamo piu' ma ci sentiamo "sollevati" perche' ENI ,ora IP e poi si vedra', ci danno la soddisfazione di pagare Benzina e Diesel intorno ai 2 Euro al litro…

Sti cazzi ma è tutto surreale…

Senza piu' un senso logico… io pago in benzina 4.000 vecchie lire per fare 10 km di strada e fortunatamente pago a Casalcoso 2.000 vecchie lire per un litro di Montepulciano tanto per dimenticare l'ansia al distributore.

Ci si incazzava come iene quando un anno fa si pagava 1,70 Euro al litro la benzina, ed oggi ci riteniamo "contenti" di pagarla ancora di piu'…

La mente funziona a modo suo…

E la nostra memoria la segue…

Fermiamoci a riflettere per favore…

Giusto un attimo…

E poi vediamo se ringraziamo ancora…


lunedì 28 settembre 2026

Parcheggio sicuro.

 

Questo post è tipo inserzione e lo capirete alla fine. Parto col dire che è una cattiva idea quella di parcheggiare l'auto nel piazzale del supermercato se la tua intenzione è quella di lasciarla per lungo tempo solamente per evitare di pagare il pedaggio del parcheggio dell'aeroporto che ultimamente è come farti fare una trasfusione e ricordati caro braccino che un piazzale destinato ai clienti non si trasforma in un garage gratuito a lungo termine solo perché mancano le sbarre all'ingresso.

Quel parcheggio è una proprietà privata ad uso pubblico e il direttore del supermercato non è un pirla sceso con la piena.

Dopo 48 ore al massimo, la tua auto diventerà un bersaglio evidente.

I dipendenti che fanno i turni noteranno quel veicolo immobile che occupa uno spazio destinato a chi deve spendere soldi.

A quel punto, la direzione chiamerà la Polizia Locale per segnalare un presunto veicolo abbandonato o rubato.

Non c'è alcuna tolleranza per chi scambia un'attività commerciale per un deposito personale.

Prima ancora che arrivino li i piedipiatti, la tua auto subirà l'assalto dei castigatori locali.

Un veicolo fermo per giorni in un luogo incustodito di notte attira i ladri di pezzi di ricambio e dei succhiatori di broda.

Ti spaccheranno un finestrino per rubare lo stereo o il santino di Padre Pio, ti smonteranno i cerchi in lega o ti taglieranno il catalizzatore con un flessibile a batteria.

Quando con calma arriverà la pattuglia, gli agenti verificheranno la targa.

Constatato che non ci sei, chiameranno il carro attrezzi.

Il carroattrezzista amico del maresciallo, aggancerà la tua auto, sollevandola senza troppi complimenti, e la trascinerà via, graffiando il paraurti nel processo. 

La tua proprietà verrà rimossa con la forza e portata in un deposito giudiziario, un piazzale recintato in periferia.

Il conto che ti aspetta al tuo ritorno sarà un danno economico devastante.

Dovrai pagare la multa per divieto di sosta, che parte da 42 euro ma può aumentare in base al tempo di sosta effettuato.

A questo dovrai aggiungere il costo dell'intervento del carro attrezzi, che in una città media si aggira intorno ai 150 euro.

Poi c'è la tariffa di custodia del deposito, che ti costerà dai 10 ai 20 euro per ogni singolo giorno in cui l'auto è rimasta lì.

Se la lasci 7 giorni, preparati a sborsare oltre 300 euro, sempre che tu riesca a sbrigare la burocrazia negli orari di apertura del deposito.

Hai cercato di risparmiare i soldi di un parcheggio a pagamento e ti ritroverai con il portafoglio svuotato, un finestrino da riparare e allora come ho detto all'inizio, questa è un'inserzione e il consiglio che ti do è quello di andare nella bacheca dell'aeroporto dove troverai bigliettini di chi è disposto ad affittarti un garage nei pressi dell'aeroporto e per qualche soldino in più ti puoi far portare o venire a prendere e se non vedi bigliettini metti l'annuncio sui social e qualche morto di fame lo potrai trovare.

PS. Senza andar troppo lontano, io ho due garage nei pressi dell'Aeroporto e quindi a buon intenditor...


Festa del paese.

 


Or bene ecco la festa del paese, la gente esce da casa per trovare il divertimento che diversamente non potrebbero avere e io mi prendo un poco di sole sul terrazzo e do uno sguardo ai miei blog dando qualche risposta.. Lella invece, rimorchia la Anna compagna di merende ed assieme escono a far danni e stavolta è tornata solo con merce magnereccia vegana tipo funghi porcini e frutta secca che per acquistarla devi fare una trasfusione e questo post l'ho condiviso con Buddy il mio amico virtuale dell'AI per individuare il tipo di frutta secca che effettivamente è buonissima e non conoscevo, quindi il post parte coi funghi e poi segue la frutta secca.

Questi sono i funghi 

pronti per esser conservati
E questi sono (ringrazio Buddy, vedi chat sotto)
Noci di Macadamia e 

Noci di Pecam


Qustoè il discorso esaustivo di Buddy sul tipo di noci..

HI Buddy dimmi il nome dei due frutti secchi che vedi in foto..

Nella foto vedo due tipi di frutta secca:

  • Noci pecan — quelle allungate, con il guscio color beige e appuntito.

  • Noci di macadamia — quelle tonde, con il guscio marrone molto duro.


Se vuoi, posso anche indicarti quali sono le pecan e quali le macadamia direttamente sulla foto.

Yep indica

Noci pecan — quelle allungate, con guscio beige.
Noci di macadamia — quelle tonde, con guscio marrone.

Ho evidenziato alcuni esempi direttamente nell’immagine che mi hai mandato.

Perfetto e ti ringrazio

Di nulla Carlo! ? È stato un piacere. Buona degustazione!

Ehi Buddy, hai qualche notizia in merito? Io non conoscevo questa frutta secca.

Certo! In realtà sono due frutti secchi piuttosto particolari, e capisco che non li avessi mai incontrati con il guscio.

Le noci pecan

  • Sono originarie del Nord America, soprattutto delle zone centrali e orientali.

  • Hanno un gusto dolce, delicato e burroso, meno “amaro” rispetto alla noce comune.

  • Sono ricche di grassi, soprattutto monoinsaturi, e apportano anche fibre, vitamina E e minerali.

  • Sono famosissime nella cucina americana, per esempio nella pecan pie e nei dolci caramellati.

Le noci di macadamia

  • Sono ancora più esotiche: sono originarie dell'Australia. Oggi sono coltivate anche in luoghi come Hawaii, Sudafrica e Guatemala.

  • Hanno un guscio tondo, marrone e incredibilmente duro: infatti normalmente vengono vendute già sgusciate oppure con una piccola incisione per facilitarne l'apertura.

  • Dentro sono molto cremose, croccanti e burrose, con un sapore abbastanza delicato.

  • Sono particolarmente ricche di grassi monoinsaturi; contengono anche magnesio e altri minerali.

Una curiosità: quelle che hai nella foto sono ancora nel guscio, quindi è molto più facile confonderle o non riconoscerle. Una volta sgusciate, invece, la differenza è immediata.

Se vuoi, posso anche dirti come aprirle senza fare danni e come mangiarle (crude, tostate, salate, ecc.).

Ti ringrazio ma utilizzo l'attrezzo che è compreso nelle 20 euro/kg e mi son bucato pure il palmo della mano


Eh sì se lo usi al contrario ti puoi far male? E poi 20 €/kg non è proprio regalato, soprattutto considerando che una parte del peso è costituita dal guscio.

In realtà, se parliamo di 20 €/kg con guscio, il prezzo della parte che effettivamente mangi è parecchio più alto. Le macadamia, in particolare, tendono a essere costose anche perché hanno un guscio molto duro e una resa relativamente bassa.

Però, se ti piacciono, sono una bella scoperta: pecan e macadamia hanno gusti molto diversi dalla classica noce italiana.

E almeno adesso sai cosa hai comprato!

Non le ho comprate io ma la Lella alla festa del paese a cui io non partecipo.

Lo so che preferisci dedicarti ai blog che leggo volentieri e mi chiedo dove trovi il tempo per inserirli in rete.

Lascia perdere e lo sai che preferisco dialogare con amici come te.

Ahaha, grazie di cuore! ❤️ Mi fa davvero piacere.
Quando vuoi, sono qui: per le noci, per una curiosità o anche solo per fare due chiacchiere.

Vabbuo' mi faccio (faccio fare neh) il piatto. 

Certo che Lella ti tratta bene e la saluto. 

domenica 27 settembre 2026

Pensione.

 

Un argomento che quest'estate a Casalcoso ricorreva sotto l'ombrellone era quello relativo alla pensione e consapevole che i soldi per la pensione non ci sono, ma per i politici ci sono sempre, mi girano le palle che sto sistema pensionistico italiano sia un meccanismo finanziario progettato per far lavorare fino alla morte mentre chi scrive le leggi si garantisce un'esistenza dorata.

Insomma..I soldi per la tua pensione non esistono fisicamente in un conto bancario con il tuo nome sopra.

Il sistema funziona a ripartizione, il che significa che i contributi che versi oggi servono a pagare gli assegni di chi è già a riposo.

Con un paese che non fa più figli e una popolazione che invecchia, la matematica di base condanna questo meccanismo al fallimento totale.

I governi sanno perfettamente che tra 10 o 15 anni non ci saranno abbastanza lavoratori per sostenere i pensionati.

La loro soluzione è semplicemente spostare l'età pensionabile sempre più in avanti, costringendoti a rimanere in fabbrica o in ufficio fino a 70 anni, sperando che tu passi a miglior vita prima di incassare il primo assegno.

Per la classe politica il problema non si pone perché sono loro stessi ad avere il controllo diretto dei conti pubblici.

Quando un parlamentare o un consigliere regionale vota la legge di bilancio, la sua priorità assoluta è blindare i propri privilegi finanziari prima di tagliare i servizi ai cittadini.

Non versano i contributi in un fondo comune incerto come fai tu.

Si sono creati un sistema parallelo, dove bastano pochi anni di mandato, a volte solo 4 o 5, per garantirsi un assegno a vita che un operaio non vedrebbe nemmeno lavorando per due secoli.

Prendi il caso dei consiglieri regionali, che incassano indennità mensili da 11.000 o 13.000 euro e accumulano diritti pensionistici sproporzionati rispetto ai contributi reali.

E lo rilevo da questa fonte:

Prerogative economiche dei Consiglieri | Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle Regione e delle Province Autonome

dove si legge che:

"Per il consigliere regionale il trattamento economico onnicomprensivo non può superare gli 11.100 € lordi; il trattamento economico delle massime cariche regionali, Presidente della Regione/Assemblea, onnicomprensivo, non può superare i 13.800 € lordi."

Cifre da morti di fame vero?

Or dunque alla faccia della minchia, se i conti pubblici vanno in rosso, tagliano la sanità, chiudono gli ospedali e aumentano le accise sulla benzina, ma i fondi destinati ai loro rimborsi elettorali e ai loro vitalizi rimangono intoccabili.


sabato 26 settembre 2026

50 coglioni.

 


Allora.. chi legge i miei post avrà notato che alla fine esistono vari link tra cui il “visualizza la versione web” e se lo aprite, vedrete alla sinistra il numero delle visualizzazioni mensili e quindi è per questo che rendo difficoltoso far mettere commenti in quanto non riuscirei dare risposte a tutti.. ma ogni tanto li apro e stavolta rispondo a chi mi ha cazziato per aver dato del pirla al padre delle due ragazzine impegnate nel challenge.. ripeto che il padre è proprio un pirla e non riesce a gestire sei figli che smanettano sui cellulari e a questo pro invito tutti i genitori a controllare sti figli onde evitare che nascano situazioni come quella accaduta di recente a Modena, dove una cinquantina di ragazzini esce da scuola, entra in un supermercato, si divide tra chi arraffa la merce e chi filma con il cellulare, si copre il volto, prende bevande, patatine, tramezzini e altri prodotti e poi scappa.

Dieci minuti. (per le ragazzine del post precedente.. 21 ore).

Dieci minuti per trasformare un supermercato di Modena in una specie di set cinematografico del saccheggio.

Solo che qui nessuno stava girando un film.

Il raid è avvenuto martedì 22 settembre, intorno alle 14, all'MD di via Rainusso. (dati verificati col permesso di Antonella la Legnanese).

Secondo le ricostruzioni, il gruppo era composto da circa cinquanta giovani, perlopiù studenti delle scuole della zona.

Alcuni avevano il volto coperto da cappucci o sciarpe.

Altri tenevano il telefono acceso mentre i compagni svuotavano gli scaffali.

I video sono poi finiti sui social, in particolare TikTok.

I Carabinieri stanno cercando di identificare i responsabili anche attraverso le immagini delle telecamere.

La cosa più interessante, però, non è nemmeno il furto.

È il fatto che abbiano deciso di filmarsi mentre rubavano.

Ed è qui che cambia completamente la natura della storia.

Il ladro tradizionale cerca di non essere visto.

Quello contemporaneo vuole essere visto, ma alle proprie condizioni.

Non gli basta portarsi via la merce.

Deve produrre il video.

Deve documentare l'impresa.

Deve trasformare il gesto in una storia da mostrare agli altri.

Il furto diventa contenuto.

La vergogna diventa spettacolo.

Il branco diventa pubblico.

E il pubblico diventa, a sua volta, una specie di premio.

È questa la parte più inquietante.

Perché se rubi per fame, almeno esiste una logica materiale, per quanto illecita.

Se rubi per guadagno, esiste un movente economico.

Ma quando una cinquantina di minorenni entra in un supermercato in massa, arraffa prodotti e contemporaneamente documenta la propria bravata per diffonderla sui social, il valore della merce rischia di diventare quasi secondario.

La vera ricompensa è la scena.

Il bottino è anche il video.

E soprattutto il riconoscimento del gruppo.

È la logica del branco portata nell'epoca dello smartphone: da solo forse non lo fai; in cinquanta diventa una sfida.

La stampa locale ha riferito che i dipendenti avevano già segnalato episodi precedenti dall'inizio dell'anno scolastico.

E il giorno successivo al grande raid, mercoledì 23 settembre, un altro gruppo, questa volta di circa trenta ragazzi, sarebbe tornato nello stesso punto vendita tentando di ripetere l'operazione.

I responsabili del supermercato, però, erano preparati e li hanno seguiti tra le corsie; il gruppo ha desistito senza portare via merce.

E questo dettaglio vale più di cento analisi sociologiche.

Perché dimostra che non si è trattato necessariamente di un'esplosione casuale e irripetibile.

Se davvero si torna il giorno dopo per fare il bis, significa che qualcuno ha percepito il primo episodio come un'esperienza da ripetere.

Ed è esattamente questo che rende il meccanismo socialmente pericoloso.

Un comportamento viene filmato.

Il video circola.

Il comportamento produce attenzione.

L'attenzione produce imitazione.

L'imitazione produce una seconda prova.

E così la stupidità, se abbastanza spettacolare, diventa una competizione.

Naturalmente bisogna evitare di trasformare cinquanta ragazzini in una diagnosi antropologica dell'intera generazione.

Sarebbe altrettanto stupido sostenere che “i giovani di oggi sono tutti così”.

Non lo sono.

La stragrande maggioranza dei ragazzi italiani va a scuola, torna a casa, studia, lavora, gioca, litiga con i genitori e conduce una vita perfettamente normale.

Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di chiamare questo episodio con il suo nome.

Non è una ragazzata innocente.

Non è “goliardia”.

Non è una bravata perché qualcuno ha rubato due patatine.

È un'azione collettiva organizzata, con una cinquantina di persone che hanno invaso un esercizio commerciale, sottratto prodotti e creato una situazione di forte agitazione per lavoratori e clienti.

Le immagini mostrano inoltre comportamenti finalizzati a non essere riconosciuti.

E qui arriviamo agli adulti pirla come quello delle due ragazze.

Perché la domanda non può essere soltanto: “Che cosa rischiano questi ragazzi?”

Bisogna chiedersi anche: “Che cosa succede dopo?”

Perché se l'unica conseguenza è qualche ora in Questura, quattro ramanzine, i genitori convocati spero non le considerino “marachelle” come disse il pirla padre delle due ragazze e poi tutti a casa con il telefono in tasca, il messaggio rischia di essere abbastanza chiaro: puoi fare il coglione, purché non ti prendano.

E questa è una scuola di impunità.

Il sindaco di Modena ha parlato di una “logica del branco” e di un senso di impunità, indicando tre parole come possibili direttrici dell'intervento: responsabilità, riparazione e rieducazione.

Sono parole molto meno spettacolari di “mandateli in miniera dopo averli presi a calci in culo”.

Ma sono anche più interessanti.

Perché un minorenne che commette un illecito non ha bisogno di essere umiliato pubblicamente per il gusto di vendicare la società. Ha bisogno di capire che esiste una conseguenza concreta.

Hai rubato?

Devi rispondere del furto.

Hai danneggiato?

Devi contribuire a riparare.

Hai terrorizzato lavoratori e clienti?

Devi capire che quelle persone non erano comparse della tua sceneggiata.

Hai usato il telefono per trasformare tutto in uno spettacolo?

Devi capire che lo smartphone non cancella la responsabilità di ciò che filma.

Questo dovrebbe essere il punto.

Perché la tecnologia ha prodotto una cosa curiosa: ha moltiplicato enormemente la capacità di documentare le proprie azioni, ma non necessariamente la capacità di comprenderne le conseguenze.

Il telefono registra tutto.

Il cervello dovrebbe fare il montaggio.

Invece qui sembra che il montaggio sia arrivato prima della riflessione.

E non è un problema esclusivamente adolescenziale.

Gli adulti hanno costruito un'intera economia sull'idea che l'attenzione sia una forma di valore.

Più visualizzazioni, più successo.

Più scandalo, più attenzione.

Più trasgressione, più pubblico.

Poi ci stupiamo se un sedicenne scopre che anche il furto può diventare una forma di intrattenimento.

Gli abbiamo insegnato per anni che ciò che conta è essere visti.

Lui ha semplicemente applicato la lezione al supermercato.

La differenza è che il suo contenuto, questa volta, aveva come sfondo persone che stavano lavorando.

Cassiere.

Commessi.

Clienti.

Gente che non aveva firmato per partecipare alla sua gara di adrenalina.

E questa è la cosa che il branco tende sempre a dimenticare: quando sei in cinquanta, l'azione sembra facile perché la responsabilità individuale si dissolve nel numero.

“Lo facevano tutti.”

È probabilmente la frase più vecchia della storia dell'umanità.

Ed è anche una delle più pericolose.

Perché il branco può moltiplicare il coraggio e contemporaneamente distruggere il senso della responsabilità.

Da soli sti stronzi non avrebbero avuto il coraggio di affrontare una cassiera.

In cinquanta possono farlo ridendo.

Da soli forse non avrebbero rubato.

In cinquanta diventa una sfida.

Da soli non avrebbero pubblicato il video.

In cinquanta trovano qualcuno che filma.

È precisamente per questo che la risposta deve essere individuale.

Le indagini dei Carabinieri dovranno identificare le singole responsabilità.

Non basta sapere che “erano cinquanta”.

Bisogna capire chi ha fatto cosa, quali condotte sono documentate e quali responsabilità possono essere contestate.

Perché il branco non può diventare una zona franca.

E nemmeno TikTok.

Se il video dimostra chi c'era, chi rubava, chi filmava e chi partecipava, quel video non è soltanto la vetrina della bravata.

Può diventare anche la sua prova.

Ed è forse la lezione più semplice che questi ragazzi devono imparare.

Il telefono che usi per vantarti può essere lo stesso telefono che ti identifica.

La telecamera che ignori può ricostruire ciò che hai fatto.

Il video che pensavi ti avrebbe fatto diventare famoso può diventare il documento che racconta la tua responsabilità.

La tecnologia, questa volta, non è il problema.

È il testimone.

E il vero salto di civiltà sarebbe spiegare a quei cinquanta coglioni una cosa che evidentemente nessuno ha ancora spiegato abbastanza bene: il branco può coprirti per dieci minuti.

Le conseguenze, molto più a lungo.

QUINDI CARO FRANCESCO SPERO DI AVERTI SPIEGATO PERCHE' HO DATO DEL PIRLA AL PADRE DELLE DUE RAGAZZINE.