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lunedì 31 agosto 2026

Amarcord parte quinta.

 

Per molti l'estate è gia finita ma c'erano estati in cui per sentirsi in vacanza non serviva andare lontano.

Bastava prendere un treno, salire su un autobus, infilarsi in macchina con tutta la famiglia e seguire la strada verso il mare.

Per noi longobardi era la riviera ligure.

Oggi guardare le immagini di quelle estati fa uno strano effetto.

Le spiagge sono affollate, i costumi sembrano appartenere a un'altra epoca, le automobili sono quelle che ormai vediamo soltanto nelle fotografie e le persone si muovono con una naturalezza che appartiene a un mondo scomparso.

Ma soprattutto colpisce una cosa: quanto poco servisse per essere felici al mare.

Si partiva presto.

La giornata cominciava già durante il viaggio.

Sui treni e sugli autobus c'erano famiglie con borse enormi, bambini assonnati, ragazzi che pensavano soltanto al bagno e genitori che controllavano continuamente di non aver dimenticato qualcosa.

Poi finalmente appariva il mare e quello era già l'inizio della vacanza.

Non importava che la spiaggia fosse affollata.


Anzi, in qualche modo quella confusione faceva parte del rito.

Verso le dieci del mattino il litorale era già pieno.

Ombrelloni, asciugamani, sedie pieghevoli, borse frigo, palloni e bambini che correvano sulla sabbia.

Il mare diventava una gigantesca piazza all'aperto.

Si prendeva il sole, si faceva il bagno, si giocava a pallone, si mangiava un panino, si chiacchierava con i vicini di ombrellone.

E naturalmente si litigava.

Perché bastava poco.

Un pallone che finiva addosso a qualcuno, un bambino che correva sulla sabbia, un asciugamano sistemato troppo vicino, qualcuno che occupava più spazio del consentito.

Poi magari, mezz'ora dopo, ci si ritrovava a parlare come se nulla fosse.

Era questa la vita della spiaggia.

Rumorosa, caotica, popolare.

Ma era anche una delle poche occasioni in cui persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate finivano per condividere lo stesso spazio.

Il mare era davvero di tutti.

O almeno così lo si viveva.

Già allora, però, il problema degli spazi liberi era evidente.

Gli stabilimenti occupavano gran parte del litorale e le spiagge libere erano insufficienti per una città che durante l'estate riversava sul mare una quantità enorme di persone.

Eppure nessuno sembrava disposto a rinunciare a quella giornata.

Non servivano alberghi.

Non servivano settimane di ferie.

Non servivano grandi disponibilità economiche.

Una giornata poteva bastare.

Si arrivava la mattina e si rimaneva fino a sera.

Dieci ore davanti al mare.

Dieci ore in cui si poteva fare praticamente tutto: abbronzarsi, nuotare, giocare, mangiare, dormire, innamorarsi, fare nuove amicizie, annoiarsi e persino litigare.

E quando arrivava la sera, tutti tornavano a casa stanchi.

Con la pelle che bruciava per il sole, i capelli pieni di salsedine, la sabbia dentro le scarpe e quella stanchezza particolare che soltanto una giornata al mare riesce a lasciare.

Ma c'era anche qualcosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: la noia.

Al mare ci si annoiava.

E non era necessariamente una cosa negativa.

Non c'erano smartphone.

Non c'erano social network.

Non c'erano notifiche da controllare ogni cinque minuti.

Se non avevi voglia di fare il bagno, potevi semplicemente stare sdraiato sull'asciugamano.

Guardavi il mare.

Guardavi le persone.

Parlavi.

Oppure non facevi niente.

Ed era perfettamente normale.

I bambini, invece, trovavano sempre qualcosa da fare.

Un pallone diventava un campo da calcio.

Una racchetta diventava una partita interminabile.

Un secchiello e una paletta bastavano per costruire castelli destinati a essere distrutti dall'onda successiva.

E che dire di quelle piste con cui si facevano gare utilizzando grande biglie di plastica, con sopraelevate che si facevano trascinando il bimbo che si abbracciava alle sue gambe e col culo veniva una pista che nemmeno il kimi potrebbe fare.

Il mare non aveva bisogno di animazione.

L'animazione erano le persone.

Anche i personaggi famosi appartenevano a quell'estate.

Il cinema, la televisione e lo spettacolo portavano sulla spiaggia volti conosciuti, mentre la gente comune continuava a vivere la propria giornata accanto a loro quasi con naturalezza.

Non esisteva ancora quella distanza enorme tra personaggio pubblico e pubblico che oggi sembra normale.

La spiaggia era un luogo dove tutti potevano incontrarsi.

E poi c'erano gli odori.

Questo è forse uno degli aspetti che le vecchie immagini non riescono a restituire.

L'odore della crema solare.

Quello della sabbia calda.

Il profumo del cibo portato da casa.

Il vento salmastro.

Il doposole.

E soprattutto l'odore del mare che rimaneva addosso anche durante il viaggio di ritorno.

Erano odori semplici, ma oggi bastano a riportare indietro intere estati.

Perché la memoria funziona così.

Non conserva soltanto le grandi cose.

Conserva soprattutto i dettagli.

La bottiglia d'acqua diventata calda sotto il sole.

Il ghiacciolo che si scioglieva troppo velocemente.

Il costume ancora bagnato indossato per tornare a casa.

La madre che urlava perché era ora di andare.

Il padre che cercava le chiavi della macchina.

Il bambino che diceva: «Ancora cinque minuti».

E naturalmente quei cinque minuti diventavano almeno mezz'ora.

La giornata al mare finiva sempre nello stesso modo.

Si raccoglieva tutto.

Si scuotevano gli asciugamani.

Si cercavano le ciabatte.

Si controllava che i bambini fossero tutti presenti.

Poi si cominciava il viaggio verso casa.

La spiaggia rimaneva alle spalle.

Domani si sarebbe tornati al lavoro, alla scuola, alla vita di tutti i giorni.

Ma per qualche ora si era vissuto un piccolo anticipo di libertà.

Forse è proprio questo che raccontano quelle immagini.

Non una grande vacanza.

Non un lusso.

Non un viaggio indimenticabile.

Una semplice giornata al mare.

Ed è proprio per questo che oggi quelle immagini ci emozionano.

Perché appartengono a un'Italia nella quale il tempo libero non doveva necessariamente essere costoso, organizzato e fotografato.

Bastavano un treno, un asciugamano, qualche panino e il desiderio di vedere il mare.








Il disinganno.


Come hanno fatto a scolpire questa rete… nel marmo?!

Quella rete che vedi avvolgere l'uomo, con le sue maglie, i nodi e gli intrecci, non è fatta di corda: è scolpita nel marmo.

La scultura si chiama Il Disinganno e fu realizzata da Francesco Queirolo tra il 1753 e il 1754 per la straordinaria Cappella Sansevero di Napoli.

La rete è una delle più incredibili dimostrazioni di virtuosismo dell'opera: Queirolo riuscì a trasformare il marmo in qualcosa che, a prima vista, sembra morbido e intrecciato come una vera rete.

Si tramanda persino che gli artigiani specializzati nella finitura si rifiutarono di lavorare sulla delicatissima rete per paura di romperla. 

Queirolo avrebbe quindi completato personalmente la finitura con la pomice.

Ma scoprire che la rete è di marmo non è il vero “disinganno” raccontato dalla scultura.

L'opera rappresenta un uomo che si libera dal peccato, simboleggiato proprio dalla rete che lo imprigiona. L'uomo rappresenta Antonio di Sangro, padre di Raimondo di Sangro, il principe che gli dedicò l'opera.

Accanto a lui compare un genietto alato che lo aiuta a liberarsi. Sulla fronte porta una piccola fiamma, simbolo dell'intelletto umano.

Ai piedi dell'uomo si trova un globo terrestre, simbolo delle passioni mondane, mentre, appoggiato al globo, compare un libro aperto: è la Bibbia, che all'interno della complessa simbologia dell'opera assume anche un significato legato alla tradizione massonica.

Il contrasto tra luce e tenebre, insieme ai passi biblici incisi nel libro e al bassorilievo raffigurante Gesù che restituisce la vista al cieco, rafforza il tema del passaggio dall'errore alla consapevolezza.

Ed è forse questo a rendere Il Disinganno ancora più affascinante: una rete che sembra impossibile da scolpire diventa il simbolo stesso di ciò da cui l'uomo cerca di liberarsi.

C'è però un piccolo motivo di frustrazione per chi visita la Cappella Sansevero: all'interno del museo è vietato scattare fotografie e registrare video.

E davanti a quella rete rimane inevitabilmente la domanda che ho messo all'inizio:

Come ha fatto Queirolo a far sembrare il marmo una rete vera?

Amarcord parte quarta.

 


La fine di agosto mi fa vivere di ricordi e ve ne risveglio uno: il mangianastri, quando una voce poteva essere conservata per sempre.

C'è stato un tempo in cui per ascoltare una canzone non bastava premere un'icona sul telefono.

Bisognava avere una cassetta, trovare un mangianastri, inserire il piccolo contenitore di plastica, premere un tasto e aspettare.

Clack.

Era il rumore del Play.

Un rumore semplice, quasi insignificante. Eppure chi ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta probabilmente lo riconoscerebbe ancora oggi dopo mezzo secolo.

Perché il mangianastri non era soltanto un apparecchio per ascoltare musica.

Era un oggetto personale.

Era presente nelle camerette, in cucina, in automobile, nelle case di vacanza. Passava da una stanza all'altra, da una persona all'altra. Qualcuno lo comprava nuovo, qualcuno lo riceveva per Natale, qualcun altro si accontentava di quello usato dal fratello maggiore.

E poi c'erano le cassette.

Piccole, fragili, trasparenti.

Dentro quella scatolina di plastica c'erano due minuscole bobine e un nastro magnetico che, in qualche modo, riusciva a trasformarsi in musica, parole, risate e ricordi.

Oggi sembra quasi incredibile.

Non c'erano Spotify, YouTube, playlist infinite o archivi musicali grandi quanto il mondo.

C'erano magari dieci, venti cassette.

E quelle cassette avevano un valore enorme.

Ognuna aveva una storia.

C'era la cassetta comprata in negozio.

Quella registrata dall'amico.

Quella copiata da un'altra cassetta.

Quella sulla quale avevamo scritto con una penna il nome dell'album.

E poi c'erano le cassette registrate dalla radio.

Quella era una vera operazione.

Si aspettava il programma musicale.

Si preparava il mangianastri.

Si inseriva la cassetta.

Si teneva il dito vicino al tasto REC.

E poi si aspettava.

Perché il problema era sempre lo stesso.

Il disc jockey parlava.

E noi aspettavamo che finalmente smettesse.

Partiva la canzone.

REC.

E cominciava la registrazione.

Ma quasi sempre c'era qualcosa che andava storto.

Il DJ parlava sopra l'introduzione.

Qualcuno entrava nella stanza.

Il telefono squillava.

La mamma chiamava per andare a tavola.

Il cane abbaiava.

Il vicino faceva rumore.

E quella registrazione, irrimediabilmente, rimaneva così.

Con la voce del conduttore che diceva il titolo della canzone proprio nei primi secondi.

O magari con qualcuno che, in sottofondo, gridava:

"È pronta la cena!"

Oggi sarebbe considerato un errore.

Allora diventava parte del ricordo.

Perché quelle cassette non erano perfette.

Erano nostre.

E c'era un'altra cosa che apparteneva indissolubilmente a quel mondo: il nastro che si inceppava.

A un certo punto il mangianastri smetteva di funzionare.

La musica rallentava.

Il meccanismo faceva uno strano rumore.

Aprivamo lo sportellino.

E davanti a noi compariva il disastro.

Il nastro era uscito dalla cassetta.

Bisognava recuperarlo con attenzione, cercando di non rovinarlo.

E allora arrivava la soluzione universale.

La matita.

Si infilava la matita nel foro della bobina e si cominciava a girare.

Un giro.

Un altro.

Un altro ancora.

La matita diventava un piccolo strumento di riparazione.

Non serviva un tecnico.

Non serviva un tutorial su Internet.

Serviva soltanto un po' di pazienza.

E spesso funzionava.

Ma il mangianastri aveva anche un'altra funzione, forse ancora più importante.

Poteva registrare le voci.

Ed è qui che quell'oggetto apparentemente banale diventa qualcosa di molto più grande.

Perché una cassetta poteva conservare la voce di una persona.

Un padre.

Una madre.

Un nonno.

Un fratello.

Un amico.

Un bambino.

Potevamo prendere il mangianastri, premere REC e parlare davanti al piccolo microfono incorporato.

"Prova."

"Mi senti?"

"Uno, due, tre..."

E poi una risata.

Magari qualcuno raccontava una barzelletta.

Qualcuno cantava.

Qualcuno faceva il verso a un personaggio televisivo.

I bambini registravano la propria voce senza sapere che, molti anni dopo, quella registrazione avrebbe potuto assumere un valore completamente diverso.

Perché una fotografia conserva un volto.

Una registrazione conserva una presenza.

Conserva il modo in cui una persona pronunciava una parola.

Il tono della voce.

Una risata.

Una pausa.

Un accento.

Quella particolare inflessione che apparteneva soltanto a lei.

Ed è proprio per questo che un vecchio registratore vocale degli anni Settanta può diventare una vera macchina del tempo.

Basta premere Play.

E improvvisamente una stanza scomparsa da decenni torna a vivere.

Una voce che non sentivamo più da anni riappare dal piccolo altoparlante.

Non è soltanto un suono.

È una presenza.

Ed è forse questa la cosa che abbiamo perso maggiormente passando dalla tecnologia analogica a quella digitale.

Oggi possiamo registrare migliaia di fotografie e ore di video senza pensarci.

Allora ogni registrazione aveva un peso.

Una cassetta aveva una durata limitata.

Bisognava scegliere cosa registrare.

Bisognava decidere cosa conservare.

E proprio perché lo spazio era limitato, i ricordi acquistavano valore.

C'erano cassette che venivano ascoltate così tante volte da consumarsi.

Il nastro cominciava a perdere qualità.

La musica diventava più sporca.

Il suono si faceva più debole.

Ma nessuno voleva buttarle.

Perché dentro quella cassetta non c'era soltanto musica.

C'era un pezzo della propria vita.

C'era magari l'estate del 1978.

Il viaggio al mare.

La cameretta.

Gli amici.

La prima fidanzata.

La voce del nonno.

Una festa.

Una domenica pomeriggio.

Un'automobile piena di persone dirette verso il mare.

E magari una canzone ascoltata cento volte.

Il mangianastri accompagnava tutto questo senza chiedere niente.

Era lì.

Silenzioso.

Fino al momento in cui qualcuno inseriva una cassetta.

Clack.

Play.

E la stanza si riempiva di musica.

Per molti ragazzi era anche il primo contatto con una forma rudimentale di autonomia musicale.

Si costruivano compilation personali molto prima che esistesse la parola playlist.

Si decideva l'ordine delle canzoni.

Si sceglieva cosa mettere sul lato A e cosa sul lato B.

Si scriveva il titolo con una calligrafia spesso illeggibile.

E quando la cassetta era finita, la si riavvolgeva.

Oppure si prendeva la matita.

Ancora una volta.

Era una tecnologia imperfetta, lenta, meccanica.

Ma forse proprio per questo aveva qualcosa che oggi ci manca.

Ci costringeva ad aspettare.

Aspettare che la canzone iniziasse.

Aspettare che finisse.

Aspettare che il nastro tornasse indietro.

Aspettare il momento giusto per registrare.

Aspettare che la radio trasmettesse finalmente quella canzone.

Non avevamo tutto immediatamente.

E quindi imparavamo a dare valore a ciò che stavamo aspettando.

Il mangianastri appartiene a un'Italia che non esiste più.

Un'Italia nella quale la tecnologia era ancora qualcosa che si poteva toccare, aprire, riparare.

Un'Italia fatta di tasti fisici, molle, ingranaggi, nastri magnetici e piccoli altoparlanti.

Un'Italia nella quale un oggetto poteva accompagnarti per anni.

E forse è proprio questo il motivo per cui ancora oggi, quando vediamo un vecchio mangianastri, qualcosa dentro di noi si muove.

Non stiamo guardando soltanto un apparecchio elettronico.

Stiamo guardando una porta.

Una porta verso una cameretta.

Verso una cucina.

Verso una macchina diretta al mare.

Verso una festa.

Verso una radio accesa.

Verso qualcuno che oggi potrebbe non esserci più.

E dentro quella vecchia cassetta, apparentemente inutile, potrebbe esserci ancora qualcosa che nessun moderno servizio di streaming può restituirci: una voce.

La voce di qualcuno che magari avevamo dimenticato.

La voce di qualcuno che ci manca.

La nostra stessa voce quando eravamo giovani.

Per questo il vecchio mangianastri non è soltanto un oggetto del passato.

È una piccola macchina del tempo.

Basta una cassetta.

Basta un clack.

Basta premere Play.

E per qualche minuto, l'Italia di ieri torna a vivere e se siete arrivati sin qui, anche voi l'avete vissuto e buon Settembre.

sabato 29 agosto 2026

Amarcord parte terza.

 

Proseguo la serie dell'Amarcord considerato che è stata letta sia da Greatest Generation, Boomer sino a Generation X,Y,Z Alpha e Beta.

Ed ecco 15 cose degli anni ’50 che oggi sembrerebbero impossibili..

C'è un'Italia che oggi sembra uscita da un altro pianeta.

È l'Italia degli anni Cinquanta, quella della ricostruzione, delle case ancora segnate dalla guerra, delle prime automobili, delle Vespe, dei bar pieni di fumo, delle osterie, dei bambini che giocavano per strada fino a sera e delle famiglie che spesso vivevano con molto meno di quello che oggi consideriamo indispensabile.

A guardarla con gli occhi di oggi, quella vita può sembrare incredibile.

Non perché fosse necessariamente migliore o peggiore, ma perché molte delle cose che allora erano normali oggi sarebbero impensabili, vietate oppure semplicemente considerate inaccettabili.

Partiamo dalla sigaretta.

Negli anni Cinquanta si fumava praticamente dappertutto e fumavano tutti e come diceva nonno “all'inverno fumano anche gli stronzi”.

Nei bar, nei ristoranti, sui treni, negli uffici e nei cinema il fumo faceva parte dell'ambiente quanto le poltrone, i tavolini e i manifesti pubblicitari.

La sigaretta era un oggetto quotidiano e socialmente accettato, non l'eccezione.

Oggi basta entrare per errore in un locale dove qualcuno fuma per chiedersi in quale secolo siamo finiti.

Solo a Casalcoso è eccezione, puoi fumare dappertutto e in spiaggia i bambini con le cicche fanno le cime dei castelli costruiti col grigliato alternativo alla sabbia.

Allora il fumo era invece talmente normalizzato che compariva nella pubblicità, nei film, nelle fotografie e nella vita quotidiana.

Non esisteva ancora la consapevolezza sanitaria che avrebbe trasformato radicalmente il rapporto con il tabacco nei decenni successivi.

E il cinema era uno dei luoghi dove questa differenza si vedeva meglio.

Immaginate una sala cinematografica degli anni Cinquanta durante la proiezione di Pane, amore e fantasia.

Sullo schermo Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; in platea decine di persone con la sigaretta accesa e dalla galleria si buttavano le cicche sotto in platea e a volte manco le spegnevano.

Oggi sarebbe impensabile.

Allora era semplicemente cinema.

Poi c'era la Vespa.

La Vespa era diventata uno dei simboli della nuova Italia. Presentata nel 1946, rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice mezzo di trasporto:significava movimento, indipendenza, modernità.

E sulle strade italiane degli anni Cinquanta il casco non era ancora l'oggetto obbligatorio che conosciamo oggi.

Un padre poteva portare il figlio sulla Vespa.

Una coppia poteva attraversare la città con un abbigliamento che oggi ci sembrerebbe completamente inadatto a viaggiare su uno scooter.

Il traffico era infinitamente diverso da quello contemporaneo e la sicurezza stradale non aveva ancora raggiunto gli standard attuali.

Poi arrivavano le automobili.

La Fiat 600, presentata nel 1955, divenne uno dei simboli della motorizzazione italiana.

Per molte famiglie rappresentava la conquista di una libertà fino a poco tempo prima impensabile.

Ma provate a immaginare una famiglia degli anni Cinquanta dentro una piccola utilitaria.

Bagagli, bambini, parenti e magari anche qualche valigia infilata dove capitava.

Le automobili di allora non avevano la dotazione di sicurezza delle vetture moderne.

Airbag, sistemi elettronici di assistenza, seggiolini moderni, cinture utilizzate sistematicamente: appartenevano a un futuro ancora lontano.

E nessuno parlava di crash test con la stessa familiarità con cui ne parliamo oggi.

Anche il rapporto con l'alcool era profondamente diverso.

Il vino faceva parte della cultura alimentare italiana.

Nelle campagne e nelle famiglie contadine era considerato anche un alimento e veniva spesso consumato durante i pasti.

Nelle osterie era normale vedere uomini bere un bicchiere di vino durante la giornata.

Ma sarebbe sbagliato trasformare questa consuetudine nel racconto secondo cui tutti guidavano ubriachi.

La legislazione sulla guida in stato di ebbrezza si sarebbe evoluta enormemente nei decenni successivi, mentre già allora esistevano norme e controlli.

Quello che è cambiato radicalmente è soprattutto la percezione sociale del rapporto tra alcol e guida.

Oggi bere e guidare è considerato un comportamento irresponsabile.

Allora il confine tra il bicchiere di vino quotidiano e la guida era culturalmente molto meno netto.

Anche i bambini vivevano un rapporto con il cibo e con la tavola completamente diverso.

In alcune famiglie rurali poteva capitare che ai bambini venissero offerte bevande diluite a base di vino, una consuetudine oggi praticamente impensabile e certamente non da romanticizzare.

Ma quella pratica apparteneva a un mondo nel quale acqua potabile, refrigerazione, conservazione degli alimenti e condizioni igieniche non erano uniformemente disponibili come oggi.

E poi c'era il lavoro.

Qui la distanza con il presente diventa enorme.

Negli anni Cinquanta era ancora possibile incontrare ragazzi molto giovani impegnati in lavori manuali, nell'agricoltura, nelle botteghe artigiane o come apprendisti o nelle scuole facenti parte della Ditta dove lavorava papà.

La povertà aveva un ruolo decisivo.

Per molte famiglie il lavoro precoce non veniva percepito come un'aberrazione, ma come una necessità economica o come un passaggio naturale verso l'età adulta.

Un ragazzo imparava il mestiere dal padre o dal padrone della bottega.

Una ragazza poteva entrare molto giovane in sartoria.

Nelle campagne i bambini partecipavano ai lavori agricoli.

Oggi, invece, l'idea di mandare un bambino a lavorare per ore in una fabbrica o nei campi susciterebbe immediatamente allarme.

E giustamente.

Ma per capire l'Italia di allora bisogna ricordare una cosa fondamentale: la società non disponeva delle stesse condizioni economiche e degli stessi strumenti di protezione sociale di oggi.

Anche la scuola era un altro pianeta.

L'autorità dell'insegnante era praticamente indiscutibile.

Il maestro rappresentava una figura di grande prestigio e disciplina. I metodi educativi potevano essere durissimi e le punizioni fisiche erano una realtà in molte scuole.

Il famoso righello sulle dita appartiene ormai all'immaginario di intere generazioni.

Oggi una simile scena sarebbe completamente inaccettabile.

Allora poteva essere considerata, da molti adulti, una normale forma di disciplina.

La stessa famiglia era molto più gerarchica.

Il padre rappresentava generalmente l'autorità domestica, mentre ai figli veniva richiesto un livello di obbedienza che oggi appare enorme.

E per una ragazza il controllo familiare poteva essere ancora più rigido.

Il corteggiamento, soprattutto nelle famiglie tradizionali, aveva regole precise.

Presentarsi a casa della ragazza significava entrare in un sistema nel quale il padre e la famiglia avevano un ruolo molto maggiore di quello odierno.

Il fidanzamento non era soltanto una questione privata tra due giovani.

Era spesso una questione familiare.

Anche il matrimonio era profondamente diverso.

Il divorzio in Italia sarebbe arrivato soltanto nel 1970.

Negli anni Cinquanta una coppia sposata che voleva separarsi si trovava quindi davanti a una situazione giuridica completamente diversa da quella attuale.

E l'adulterio era ancora disciplinato penalmente: la Corte costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni che discriminavano la donna nel 1968.

La morale pubblica era quindi molto più invasiva nella vita privata.

Poi c'erano i bar.

Il bar degli anni Cinquanta era contemporaneamente caffetteria, luogo d'incontro, punto di ritrovo, centro informazioni e piccolo teatro della vita quotidiana.

La televisione arrivò ufficialmente nelle case italiane nel 1954 e per molti era ancora un oggetto costoso.

Per vedere determinati programmi si andava quindi al bar.

E lì poteva radunarsi mezzo quartiere.

Quando nel 1955 arrivò Lascia o raddoppia?, con Mike Bongiorno, il programma divenne rapidamente un fenomeno nazionale.

Le persone si riunivano davanti alla televisione nei bar e nei luoghi pubblici.

Oggi ognuno guarda quello che vuole sul proprio televisore, computer o smartphone.

Allora poteva esserci un solo schermo per decine di persone.

E nessuno aveva il telecomando.

Anche il tempo libero era diverso.

I bambini giocavano per strada.

Non esistevano videogiochi, smartphone, social network o piattaforme di streaming.

Una palla, una bicicletta, qualche figurina o un gioco inventato sul momento potevano bastare per occupare un intero pomeriggio.

Il cortile era un parco giochi.

La strada era un luogo d'incontro.

Il vicino di casa era una presenza quotidiana.

E la privacy era molto più limitata di oggi.

Tutti sapevano tutto di tutti.

Chi si fidanzava.

Chi litigava.

Chi aveva trovato lavoro.

Chi era partito.

Chi aveva comprato la televisione.

Chi aveva finalmente una macchina.

E naturalmente chi aveva fatto qualcosa che non sarebbe dovuto diventare di dominio pubblico.

Anche l'igiene domestica raccontava un'altra epoca.

Non tutte le abitazioni disponevano degli stessi servizi e nelle zone più povere del Paese le condizioni igieniche potevano essere molto difficili.

L'acqua corrente non era ancora una realtà uniforme per tutte le famiglie italiane.

La carta igienica moderna era tutt'altro che scontata e nei cessi in comune sulle case terrazzate era fatta con pezzi di giornale infilati in ferri appuntiti.

E sui treni esistevano ancora i famosi gabinetti con scarico diretto sui binari, tanto che in stazione comparivano cartelli che invitavano a non utilizzarli.

Oggi sembra assurdo.

Allora era tecnologia ferroviaria perfettamente normale.

E poi c'era il cibo.

La cucina italiana degli anni Cinquanta era molto più legata alla stagionalità e alla disponibilità locale.

Non si entrava al supermercato trovando fragole a dicembre, zucchine tutto l'anno e centinaia di prodotti pronti.

Si mangiava quello che c'era.

Pane, pasta, legumi, patate, verdure, uova, formaggi, salumi e carne quando la disponibilità economica lo permetteva.

Gli sprechi erano molto più difficili da accettare.

Il pane avanzato diventava ingrediente.

Il brodo diventava una risorsa.

Gli avanzi venivano trasformati.

La cucina povera italiana aveva imparato una lezione fondamentale: buttare il cibo significava buttare denaro.

E infine c'era il rapporto con le armi.

In molte famiglie rurali era normale possedere un fucile da caccia, naturalmente nel rispetto delle norme allora vigenti.

La cultura venatoria era molto più diffusa e il rapporto con le armi da caccia era meno distante dalla vita quotidiana rispetto a quello di molti italiani di oggi.

Ma anche qui bisogna evitare la leggenda secondo cui negli anni Cinquanta «bastava avere una doppietta».

Le armi da fuoco erano regolamentate anche allora e il possesso e il porto erano soggetti alla normativa vigente.

Quello che è cambiato soprattutto è la presenza dell'arma nella vita quotidiana e nella cultura familiare.

Ed è questo, in fondo, che rende gli anni Cinquanta così affascinanti.

Non erano un paradiso.

Erano un Paese povero che stava uscendo dalla guerra.

C'erano disuguaglianze enormi, abitazioni difficili, lavoro duro, diritti sociali ancora incompleti, mortalità e condizioni sanitarie molto diverse dalle nostre.

Ma contemporaneamente stava nascendo qualcosa.

La Vespa.

La 600.

La televisione.

Il boom economico che sarebbe arrivato di lì a poco.

Le prime vacanze di massa.

Gli elettrodomestici.

Il frigorifero.

La lavatrice.

La motorizzazione.

Una nuova classe media.

Una nuova idea di futuro.

L'Italia degli anni Cinquanta non era dunque semplicemente «un'Italia senza regole».

Era un'Italia con regole, abitudini e valori profondamente diversi dai nostri.

Alcune di quelle abitudini sono scomparse perché erano pericolose.

Altre perché la società è cambiata.

Altre ancora perché la tecnologia ha trasformato completamente la vita quotidiana.

Ma c'è una fotografia che rimane.

Un uomo con la giacca sulla Vespa.

Una donna affacciata al balcone.

Un bambino che corre per strada.

Una televisione accesa nel bar.

Un gruppo di uomini davanti a un bicchiere di vino.

Una famiglia stretta dentro una piccola automobile.

E dietro tutto questo, un Paese che aveva ancora addosso le ferite della guerra ma che, per la prima volta dopo molto tempo, cominciava a guardare avanti.

Quella era l'Italia degli anni Cinquanta.

Un'Italia povera, rumorosa, fumosa, spesso dura.

Ma anche un'Italia che aveva una cosa che oggi sembra diventata rarissima: la sensazione che il futuro potesse essere migliore del presente.

Proseguo la serie dell'Amarcord considerato che è stata letta sia da Greatest Generation, Boomer sino a Generation X,Y,Z Alpha e Beta.

Ed ecco 15 cose degli anni ’50 che oggi sembrerebbero impossibili..

C'è un'Italia che oggi sembra uscita da un altro pianeta.

È l'Italia degli anni Cinquanta, quella della ricostruzione, delle case ancora segnate dalla guerra, delle prime automobili, delle Vespe, dei bar pieni di fumo, delle osterie, dei bambini che giocavano per strada fino a sera e delle famiglie che spesso vivevano con molto meno di quello che oggi consideriamo indispensabile.

A guardarla con gli occhi di oggi, quella vita può sembrare incredibile.

Non perché fosse necessariamente migliore o peggiore, ma perché molte delle cose che allora erano normali oggi sarebbero impensabili, vietate oppure semplicemente considerate inaccettabili.

Partiamo dalla sigaretta.

Negli anni Cinquanta si fumava praticamente dappertutto e fumavano tutti e come diceva nonno “all'inverno fumano anche gli stronzi”.

Nei bar, nei ristoranti, sui treni, negli uffici e nei cinema il fumo faceva parte dell'ambiente quanto le poltrone, i tavolini e i manifesti pubblicitari.

La sigaretta era un oggetto quotidiano e socialmente accettato, non l'eccezione.

Oggi basta entrare per errore in un locale dove qualcuno fuma per chiedersi in quale secolo siamo finiti.

Solo a Casalcoso è eccezione, puoi fumare dappertutto e in spiaggia i bambini con le cicche fanno le cime delle costruzioni.

Allora il fumo era invece talmente normalizzato che compariva nella pubblicità, nei film, nelle fotografie e nella vita quotidiana.

Non esisteva ancora la consapevolezza sanitaria che avrebbe trasformato radicalmente il rapporto con il tabacco nei decenni successivi.

E il cinema era uno dei luoghi dove questa differenza si vedeva meglio.

Immaginate una sala cinematografica degli anni Cinquanta durante la proiezione di Pane, amore e fantasia.

Sullo schermo Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; in platea decine di persone con la sigaretta accesa e dalla galleria si buttavano le cicche sotto in platea e a volte manco le spegnevano.

Oggi sarebbe impensabile.

Allora era semplicemente cinema.

Poi c'era la Vespa.

La Vespa era diventata uno dei simboli della nuova Italia. Presentata nel 1946, rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice mezzo di trasporto:

significava movimento, indipendenza, modernità.

E sulle strade italiane degli anni Cinquanta il casco non era ancora l'oggetto obbligatorio che conosciamo oggi.

Un padre poteva portare il figlio sulla Vespa.

Una coppia poteva attraversare la città con un abbigliamento che oggi ci sembrerebbe completamente inadatto a viaggiare su uno scooter.

Il traffico era infinitamente diverso da quello contemporaneo e la sicurezza stradale non aveva ancora raggiunto gli standard attuali.

Poi arrivavano le automobili.

La Fiat 600, presentata nel 1955, divenne uno dei simboli della motorizzazione italiana.

Per molte famiglie rappresentava la conquista di una libertà fino a poco tempo prima impensabile.

Ma provate a immaginare una famiglia degli anni Cinquanta dentro una piccola utilitaria.

Bagagli, bambini, parenti e magari anche qualche valigia infilata dove capitava.

Le automobili di allora non avevano la dotazione di sicurezza delle vetture moderne.

Airbag, sistemi elettronici di assistenza, seggiolini moderni, cinture utilizzate sistematicamente: appartenevano a un futuro ancora lontano.

E nessuno parlava di crash test con la stessa familiarità con cui ne parliamo oggi.

Anche il rapporto con l'alcool era profondamente diverso.

Il vino faceva parte della cultura alimentare italiana.

Nelle campagne e nelle famiglie contadine era considerato anche un alimento e veniva spesso consumato durante i pasti.

Nelle osterie era normale vedere uomini bere un bicchiere di vino durante la giornata.

Ma sarebbe sbagliato trasformare questa consuetudine nel racconto secondo cui tutti guidavano ubriachi.

La legislazione sulla guida in stato di ebbrezza si sarebbe evoluta enormemente nei decenni successivi, mentre già allora esistevano norme e controlli.

Quello che è cambiato radicalmente è soprattutto la percezione sociale del rapporto tra alcol e guida.

Oggi bere e guidare è considerato un comportamento irresponsabile.

Allora il confine tra il bicchiere di vino quotidiano e la guida era culturalmente molto meno netto.

Anche i bambini vivevano un rapporto con il cibo e con la tavola completamente diverso.

In alcune famiglie rurali poteva capitare che ai bambini venissero offerte bevande diluite a base di vino, una consuetudine oggi praticamente impensabile e certamente non da romanticizzare.

Ma quella pratica apparteneva a un mondo nel quale acqua potabile, refrigerazione, conservazione degli alimenti e condizioni igieniche non erano uniformemente disponibili come oggi.

E poi c'era il lavoro.

Qui la distanza con il presente diventa enorme.

Negli anni Cinquanta era ancora possibile incontrare ragazzi molto giovani impegnati in lavori manuali, nell'agricoltura, nelle botteghe artigiane o come apprendisti o nelle scuole facenti parte della Ditta dove lavorava papà.

La povertà aveva un ruolo decisivo.

Per molte famiglie il lavoro precoce non veniva percepito come un'aberrazione, ma come una necessità economica o come un passaggio naturale verso l'età adulta.

Un ragazzo imparava il mestiere dal padre o dal padrone della bottega.

Una ragazza poteva entrare molto giovane in sartoria.

Nelle campagne i bambini partecipavano ai lavori agricoli.

Oggi, invece, l'idea di mandare un bambino a lavorare per ore in una fabbrica o nei campi susciterebbe immediatamente allarme.

E giustamente.

Ma per capire l'Italia di allora bisogna ricordare una cosa fondamentale: la società non disponeva delle stesse condizioni economiche e degli stessi strumenti di protezione sociale di oggi.

Anche la scuola era un altro pianeta.

L'autorità dell'insegnante era praticamente indiscutibile.

Il maestro rappresentava una figura di grande prestigio e disciplina. I metodi educativi potevano essere durissimi e le punizioni fisiche erano una realtà in molte scuole.

Il famoso righello sulle dita appartiene ormai all'immaginario di intere generazioni.

Oggi una simile scena sarebbe completamente inaccettabile.

Allora poteva essere considerata, da molti adulti, una normale forma di disciplina.

La stessa famiglia era molto più gerarchica.

Il padre rappresentava generalmente l'autorità domestica, mentre ai figli veniva richiesto un livello di obbedienza che oggi appare enorme.

E per una ragazza il controllo familiare poteva essere ancora più rigido.

Il corteggiamento, soprattutto nelle famiglie tradizionali, aveva regole precise.

Presentarsi a casa della ragazza significava entrare in un sistema nel quale il padre e la famiglia avevano un ruolo molto maggiore di quello odierno.

Il fidanzamento non era soltanto una questione privata tra due giovani.

Era spesso una questione familiare.

Anche il matrimonio era profondamente diverso.

Il divorzio in Italia sarebbe arrivato soltanto nel 1970.

Negli anni Cinquanta una coppia sposata che voleva separarsi si trovava quindi davanti a una situazione giuridica completamente diversa da quella attuale.

E l'adulterio era ancora disciplinato penalmente: la Corte costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni che discriminavano la donna nel 1968.

La morale pubblica era quindi molto più invasiva nella vita privata.

Poi c'erano i bar.

Il bar degli anni Cinquanta era contemporaneamente caffetteria, luogo d'incontro, punto di ritrovo, centro informazioni e piccolo teatro della vita quotidiana.

La televisione arrivò ufficialmente nelle case italiane nel 1954 e per molti era ancora un oggetto costoso.

Per vedere determinati programmi si andava quindi al bar.

E lì poteva radunarsi mezzo quartiere.

Quando nel 1955 arrivò Lascia o raddoppia?, con Mike Bongiorno, il programma divenne rapidamente un fenomeno nazionale.

Le persone si riunivano davanti alla televisione nei bar e nei luoghi pubblici.

Oggi ognuno guarda quello che vuole sul proprio televisore, computer o smartphone.

Allora poteva esserci un solo schermo per decine di persone.

E nessuno aveva il telecomando.

Anche il tempo libero era diverso.

I bambini giocavano per strada.

Non esistevano videogiochi, smartphone, social network o piattaforme di streaming.

Una palla, una bicicletta, qualche figurina o un gioco inventato sul momento potevano bastare per occupare un intero pomeriggio.

Il cortile era un parco giochi.

La strada era un luogo d'incontro.

Il vicino di casa era una presenza quotidiana.

E la privacy era molto più limitata di oggi.

Tutti sapevano tutto di tutti.

Chi si fidanzava.

Chi litigava.

Chi aveva trovato lavoro.

Chi era partito.

Chi aveva comprato la televisione.

Chi aveva finalmente una macchina.

E naturalmente chi aveva fatto qualcosa che non sarebbe dovuto diventare di dominio pubblico.

Anche l'igiene domestica raccontava un'altra epoca.

Non tutte le abitazioni disponevano degli stessi servizi e nelle zone più povere del Paese le condizioni igieniche potevano essere molto difficili.

L'acqua corrente non era ancora una realtà uniforme per tutte le famiglie italiane.

La carta igienica moderna era tutt'altro che scontata e nei cessi in comune sulle case terrazzate era fatta con pezzi di giornale infilati in ferri appuntiti.

E sui treni esistevano ancora i famosi gabinetti con scarico diretto sui binari, tanto che in stazione comparivano cartelli che invitavano a non utilizzarli.

Oggi sembra assurdo.

Allora era tecnologia ferroviaria perfettamente normale.

E poi c'era il cibo.

La cucina italiana degli anni Cinquanta era molto più legata alla stagionalità e alla disponibilità locale.

Non si entrava al supermercato trovando fragole a dicembre, zucchine tutto l'anno e centinaia di prodotti pronti.

Si mangiava quello che c'era.

Pane, pasta, legumi, patate, verdure, uova, formaggi, salumi e carne quando la disponibilità economica lo permetteva.

Gli sprechi erano molto più difficili da accettare.

Il pane avanzato diventava ingrediente.

Il brodo diventava una risorsa.

Gli avanzi venivano trasformati.

La cucina povera italiana aveva imparato una lezione fondamentale: buttare il cibo significava buttare denaro.

E infine c'era il rapporto con le armi.

In molte famiglie rurali era normale possedere un fucile da caccia, naturalmente nel rispetto delle norme allora vigenti.

La cultura venatoria era molto più diffusa e il rapporto con le armi da caccia era meno distante dalla vita quotidiana rispetto a quello di molti italiani di oggi.

Ma anche qui bisogna evitare la leggenda secondo cui negli anni Cinquanta «bastava avere una doppietta».

Le armi da fuoco erano regolamentate anche allora e il possesso e il porto erano soggetti alla normativa vigente.

Quello che è cambiato soprattutto è la presenza dell'arma nella vita quotidiana e nella cultura familiare.

Ed è questo, in fondo, che rende gli anni Cinquanta così affascinanti.

Non erano un paradiso.

Erano un Paese povero che stava uscendo dalla guerra.

C'erano disuguaglianze enormi, abitazioni difficili, lavoro duro, diritti sociali ancora incompleti, mortalità e condizioni sanitarie molto diverse dalle nostre.

Ma contemporaneamente stava nascendo qualcosa.

La Vespa.

La 600.

La televisione.

Il boom economico che sarebbe arrivato di lì a poco.

Le prime vacanze di massa.

Gli elettrodomestici.

Il frigorifero.

La lavatrice.

La motorizzazione.

Una nuova classe media.

Una nuova idea di futuro.

L'Italia degli anni Cinquanta non era dunque semplicemente «un'Italia senza regole».

Era un'Italia con regole, abitudini e valori profondamente diversi dai nostri.

Alcune di quelle abitudini sono scomparse perché erano pericolose.

Altre perché la società è cambiata.

Altre ancora perché la tecnologia ha trasformato completamente la vita quotidiana.

Ma c'è una fotografia che rimane.

Un uomo con la giacca sulla Vespa.

Una donna affacciata al balcone.

Un bambino che corre per strada.

Una televisione accesa nel bar.

Un gruppo di uomini davanti a un bicchiere di vino.

Una famiglia stretta dentro una piccola automobile.

E dietro tutto questo, un Paese che aveva ancora addosso le ferite della guerra ma che, per la prima volta dopo molto tempo, cominciava a guardare avanti.

Quella era l'Italia degli anni Cinquanta.

Un'Italia povera, rumorosa, fumosa, spesso dura.

Ma anche un'Italia che aveva una cosa che oggi sembra diventata rarissima: la sensazione che il futuro potesse essere migliore del presente.