
Proseguo
la serie dell'Amarcord considerato che è stata letta sia da Greatest
Generation, Boomer sino a Generation X,Y,Z Alpha e Beta.
Ed
ecco 15 cose degli anni ’50 che oggi sembrerebbero
impossibili..
C'è
un'Italia che oggi sembra uscita da un altro pianeta.
È
l'Italia degli anni Cinquanta, quella della ricostruzione, delle case
ancora segnate dalla guerra, delle prime automobili, delle Vespe, dei
bar pieni di fumo, delle osterie, dei bambini che giocavano per
strada fino a sera e delle famiglie che spesso vivevano con molto
meno di quello che oggi consideriamo indispensabile.
A
guardarla con gli occhi di oggi, quella vita può sembrare
incredibile.
Non
perché fosse necessariamente migliore o peggiore, ma perché molte
delle cose che allora erano normali oggi sarebbero impensabili,
vietate oppure semplicemente considerate inaccettabili.
Partiamo
dalla sigaretta.
Negli
anni Cinquanta si fumava praticamente dappertutto e fumavano tutti e
come diceva nonno “all'inverno fumano anche gli stronzi”.
Nei
bar, nei ristoranti, sui treni, negli uffici e nei cinema il fumo
faceva parte dell'ambiente quanto le poltrone, i tavolini e i
manifesti pubblicitari.
La
sigaretta era un oggetto quotidiano e socialmente accettato, non
l'eccezione.
Oggi
basta entrare per errore in un locale dove qualcuno fuma per
chiedersi in quale secolo siamo finiti.
Solo
a Casalcoso è eccezione, puoi fumare dappertutto e in spiaggia i
bambini con le cicche fanno le cime dei castelli costruiti col grigliato alternativo alla sabbia.
Allora
il fumo era invece talmente normalizzato che compariva nella
pubblicità, nei film, nelle fotografie e nella vita quotidiana.
Non
esisteva ancora la consapevolezza sanitaria che avrebbe trasformato
radicalmente il rapporto con il tabacco nei decenni successivi.
E
il cinema era uno dei luoghi dove questa differenza si vedeva meglio.
Immaginate
una sala cinematografica degli anni Cinquanta durante la proiezione
di Pane,
amore e fantasia.
Sullo
schermo Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; in platea decine di
persone con la sigaretta accesa e dalla galleria si buttavano le
cicche sotto in platea e a volte manco le spegnevano.
Oggi
sarebbe impensabile.
Allora
era semplicemente cinema.
Poi
c'era la Vespa.
La
Vespa era diventata uno dei simboli della nuova Italia. Presentata
nel 1946, rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice
mezzo di trasporto:significava
movimento, indipendenza, modernità.
E
sulle strade italiane degli anni Cinquanta il casco non era ancora
l'oggetto obbligatorio che conosciamo oggi.
Un
padre poteva portare il figlio sulla Vespa.
Una
coppia poteva attraversare la città con un abbigliamento che oggi ci
sembrerebbe completamente inadatto a viaggiare su uno scooter.
Il
traffico era infinitamente diverso da quello contemporaneo e la
sicurezza stradale non aveva ancora raggiunto gli standard attuali.
Poi
arrivavano le automobili.
La
Fiat 600, presentata nel 1955, divenne uno dei simboli della
motorizzazione italiana.
Per
molte famiglie rappresentava la conquista di una libertà fino a poco
tempo prima impensabile.
Ma
provate a immaginare una famiglia degli anni Cinquanta dentro una
piccola utilitaria.
Bagagli,
bambini, parenti e magari anche qualche valigia infilata dove
capitava.
Le
automobili di allora non avevano la dotazione di sicurezza delle
vetture moderne.
Airbag,
sistemi elettronici di assistenza, seggiolini moderni, cinture
utilizzate sistematicamente: appartenevano a un futuro ancora
lontano.
E
nessuno parlava di crash test con la stessa familiarità con cui ne
parliamo oggi.
Anche
il rapporto con l'alcool era profondamente diverso.
Il
vino faceva parte della cultura alimentare italiana.
Nelle
campagne e nelle famiglie contadine era considerato anche un alimento
e veniva spesso consumato durante i pasti.
Nelle
osterie era normale vedere uomini bere un bicchiere di vino durante
la giornata.
Ma
sarebbe sbagliato trasformare questa consuetudine nel racconto
secondo cui tutti guidavano ubriachi.
La
legislazione sulla guida in stato di ebbrezza si sarebbe evoluta
enormemente nei decenni successivi, mentre già allora esistevano
norme e controlli.
Quello
che è cambiato radicalmente è soprattutto la
percezione sociale del rapporto tra alcol e guida.
Oggi
bere e guidare è considerato un comportamento irresponsabile.
Allora
il confine tra il bicchiere di vino quotidiano e la guida era
culturalmente molto meno netto.
Anche
i bambini vivevano un rapporto con il cibo e con la tavola
completamente diverso.
In
alcune famiglie rurali poteva capitare che ai bambini venissero
offerte bevande diluite a base di vino, una consuetudine oggi
praticamente impensabile e certamente non da romanticizzare.
Ma
quella pratica apparteneva a un mondo nel quale acqua potabile,
refrigerazione, conservazione degli alimenti e condizioni igieniche
non erano uniformemente disponibili come oggi.
E
poi c'era il lavoro.
Qui
la distanza con il presente diventa enorme.
Negli
anni Cinquanta era ancora possibile incontrare ragazzi molto giovani
impegnati in lavori manuali, nell'agricoltura, nelle botteghe
artigiane o come apprendisti o nelle scuole facenti parte della Ditta
dove lavorava papà.
La
povertà aveva un ruolo decisivo.
Per
molte famiglie il lavoro precoce non veniva percepito come
un'aberrazione, ma come una necessità economica o come un passaggio
naturale verso l'età adulta.
Un
ragazzo imparava il mestiere dal padre o dal padrone della bottega.
Una
ragazza poteva entrare molto giovane in sartoria.
Nelle
campagne i bambini partecipavano ai lavori agricoli.
Oggi,
invece, l'idea di mandare un bambino a lavorare per ore in una
fabbrica o nei campi susciterebbe immediatamente allarme.
E
giustamente.
Ma
per capire l'Italia di allora bisogna ricordare una cosa
fondamentale: la
società non disponeva delle stesse condizioni economiche e degli
stessi strumenti di protezione sociale di oggi.
Anche
la scuola era un altro pianeta.
L'autorità
dell'insegnante era praticamente indiscutibile.
Il
maestro rappresentava una figura di grande prestigio e disciplina. I
metodi educativi potevano essere durissimi e le punizioni fisiche
erano una realtà in molte scuole.
Il
famoso righello sulle dita appartiene ormai all'immaginario di intere
generazioni.
Oggi
una simile scena sarebbe completamente inaccettabile.
Allora
poteva essere considerata, da molti adulti, una normale forma di
disciplina.
La
stessa famiglia era molto più gerarchica.
Il
padre rappresentava generalmente l'autorità domestica, mentre ai
figli veniva richiesto un livello di obbedienza che oggi appare
enorme.
E
per una ragazza il controllo familiare poteva essere ancora più
rigido.
Il
corteggiamento, soprattutto nelle famiglie tradizionali, aveva regole
precise.
Presentarsi
a casa della ragazza significava entrare in un sistema nel quale il
padre e la famiglia avevano un ruolo molto maggiore di quello
odierno.
Il
fidanzamento non era soltanto una questione privata tra due giovani.
Era
spesso una questione familiare.
Anche
il matrimonio era profondamente diverso.
Il
divorzio in Italia sarebbe arrivato soltanto nel 1970.
Negli
anni Cinquanta una coppia sposata che voleva separarsi si trovava
quindi davanti a una situazione giuridica completamente diversa da
quella attuale.
E
l'adulterio era ancora disciplinato penalmente: la Corte
costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni che
discriminavano la donna nel 1968.
La
morale pubblica era quindi molto più invasiva nella vita privata.
Poi
c'erano i bar.
Il
bar degli anni Cinquanta era contemporaneamente caffetteria, luogo
d'incontro, punto di ritrovo, centro informazioni e piccolo teatro
della vita quotidiana.
La
televisione arrivò ufficialmente nelle case italiane nel 1954 e per
molti era ancora un oggetto costoso.
Per
vedere determinati programmi si andava quindi al bar.
E
lì poteva radunarsi mezzo quartiere.
Quando
nel 1955 arrivò Lascia
o raddoppia?,
con Mike Bongiorno, il programma divenne rapidamente un fenomeno
nazionale.
Le
persone si riunivano davanti alla televisione nei bar e nei luoghi
pubblici.
Oggi
ognuno guarda quello che vuole sul proprio televisore, computer o
smartphone.
Allora
poteva esserci un
solo schermo per decine di persone.
E
nessuno aveva il telecomando.
Anche
il tempo libero era diverso.
I
bambini giocavano per strada.
Non
esistevano videogiochi, smartphone, social network o piattaforme di
streaming.
Una
palla, una bicicletta, qualche figurina o un gioco inventato sul
momento potevano bastare per occupare un intero pomeriggio.
Il
cortile era un parco giochi.
La
strada era un luogo d'incontro.
Il
vicino di casa era una presenza quotidiana.
E
la privacy era molto più limitata di oggi.
Tutti
sapevano tutto di tutti.
Chi
si fidanzava.
Chi
litigava.
Chi
aveva trovato lavoro.
Chi
era partito.
Chi
aveva comprato la televisione.
Chi
aveva finalmente una macchina.
E
naturalmente chi aveva fatto qualcosa che non sarebbe dovuto
diventare di dominio pubblico.
Anche
l'igiene domestica raccontava un'altra epoca.
Non
tutte le abitazioni disponevano degli stessi servizi e nelle zone più
povere del Paese le condizioni igieniche potevano essere molto
difficili.
L'acqua
corrente non era ancora una realtà uniforme per tutte le famiglie
italiane.
La
carta igienica moderna era tutt'altro che scontata e nei cessi in
comune sulle case terrazzate era fatta con pezzi di giornale infilati
in ferri appuntiti.
E
sui treni esistevano ancora i famosi gabinetti con scarico diretto
sui binari, tanto che in stazione comparivano cartelli che invitavano
a non utilizzarli.
Oggi
sembra assurdo.
Allora
era tecnologia ferroviaria perfettamente normale.
E
poi c'era il cibo.
La
cucina italiana degli anni Cinquanta era molto più legata alla
stagionalità e alla disponibilità locale.
Non
si entrava al supermercato trovando fragole a dicembre, zucchine
tutto l'anno e centinaia di prodotti pronti.
Si
mangiava quello che c'era.
Pane,
pasta, legumi, patate, verdure, uova, formaggi, salumi e carne quando
la disponibilità economica lo permetteva.
Gli
sprechi erano molto più difficili da accettare.
Il
pane avanzato diventava ingrediente.
Il
brodo diventava una risorsa.
Gli
avanzi venivano trasformati.
La
cucina povera italiana aveva imparato una lezione fondamentale:
buttare
il cibo significava buttare denaro.
E
infine c'era il rapporto con le armi.
In
molte famiglie rurali era normale possedere un fucile da caccia,
naturalmente nel rispetto delle norme allora vigenti.
La
cultura venatoria era molto più diffusa e il rapporto con le armi da
caccia era meno distante dalla vita quotidiana rispetto a quello di
molti italiani di oggi.
Ma
anche qui bisogna evitare la leggenda secondo cui negli anni
Cinquanta «bastava avere una doppietta».
Le
armi da fuoco erano regolamentate anche allora e il possesso e il
porto erano soggetti alla normativa vigente.
Quello
che è cambiato soprattutto è la
presenza dell'arma nella vita quotidiana e nella cultura familiare.
Ed
è questo, in fondo, che rende gli anni Cinquanta così affascinanti.
Non
erano un paradiso.
Erano
un Paese povero che stava uscendo dalla guerra.
C'erano
disuguaglianze enormi, abitazioni difficili, lavoro duro, diritti
sociali ancora incompleti, mortalità e condizioni sanitarie molto
diverse dalle nostre.
Ma
contemporaneamente stava nascendo qualcosa.
La
Vespa.
La
600.
La
televisione.
Il
boom economico che sarebbe arrivato di lì a poco.
Le
prime vacanze di massa.
Gli
elettrodomestici.
Il
frigorifero.
La
lavatrice.
La
motorizzazione.
Una
nuova classe media.
Una
nuova idea di futuro.
L'Italia
degli anni Cinquanta non era dunque semplicemente «un'Italia senza
regole».
Era
un'Italia con regole,
abitudini e valori profondamente diversi dai nostri.
Alcune
di quelle abitudini sono scomparse perché erano pericolose.
Altre
perché la società è cambiata.
Altre
ancora perché la tecnologia ha trasformato completamente la vita
quotidiana.
Ma
c'è una fotografia che rimane.
Un
uomo con la giacca sulla Vespa.
Una
donna affacciata al balcone.
Un
bambino che corre per strada.
Una
televisione accesa nel bar.
Un
gruppo di uomini davanti a un bicchiere di vino.
Una
famiglia stretta dentro una piccola automobile.
E
dietro tutto questo, un Paese che aveva ancora addosso le ferite
della guerra ma che, per la prima volta dopo molto tempo, cominciava
a guardare avanti.
Quella
era l'Italia degli anni Cinquanta.
Un'Italia
povera, rumorosa, fumosa, spesso dura.
Ma
anche un'Italia che aveva una cosa che oggi sembra diventata
rarissima: la
sensazione che il futuro potesse essere migliore del presente.
Proseguo
la serie dell'Amarcord considerato che è stata letta sia da Greatest
Generation, Boomer sino a Generation X,Y,Z Alpha e Beta.
Ed
ecco 15 cose degli anni ’50 che oggi sembrerebbero
impossibili..
C'è
un'Italia che oggi sembra uscita da un altro pianeta.
È
l'Italia degli anni Cinquanta, quella della ricostruzione, delle case
ancora segnate dalla guerra, delle prime automobili, delle Vespe, dei
bar pieni di fumo, delle osterie, dei bambini che giocavano per
strada fino a sera e delle famiglie che spesso vivevano con molto
meno di quello che oggi consideriamo indispensabile.
A
guardarla con gli occhi di oggi, quella vita può sembrare
incredibile.
Non
perché fosse necessariamente migliore o peggiore, ma perché molte
delle cose che allora erano normali oggi sarebbero impensabili,
vietate oppure semplicemente considerate inaccettabili.
Partiamo
dalla sigaretta.
Negli
anni Cinquanta si fumava praticamente dappertutto e fumavano tutti e
come diceva nonno “all'inverno fumano anche gli stronzi”.
Nei
bar, nei ristoranti, sui treni, negli uffici e nei cinema il fumo
faceva parte dell'ambiente quanto le poltrone, i tavolini e i
manifesti pubblicitari.
La
sigaretta era un oggetto quotidiano e socialmente accettato, non
l'eccezione.
Oggi
basta entrare per errore in un locale dove qualcuno fuma per
chiedersi in quale secolo siamo finiti.
Solo
a Casalcoso è eccezione, puoi fumare dappertutto e in spiaggia i
bambini con le cicche fanno le cime delle costruzioni.
Allora
il fumo era invece talmente normalizzato che compariva nella
pubblicità, nei film, nelle fotografie e nella vita quotidiana.
Non
esisteva ancora la consapevolezza sanitaria che avrebbe trasformato
radicalmente il rapporto con il tabacco nei decenni successivi.
E
il cinema era uno dei luoghi dove questa differenza si vedeva meglio.
Immaginate
una sala cinematografica degli anni Cinquanta durante la proiezione
di Pane,
amore e fantasia.
Sullo
schermo Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; in platea decine di
persone con la sigaretta accesa e dalla galleria si buttavano le
cicche sotto in platea e a volte manco le spegnevano.
Oggi
sarebbe impensabile.
Allora
era semplicemente cinema.
Poi
c'era la Vespa.
La
Vespa era diventata uno dei simboli della nuova Italia. Presentata
nel 1946, rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice
mezzo di trasporto:
significava
movimento, indipendenza, modernità.
E
sulle strade italiane degli anni Cinquanta il casco non era ancora
l'oggetto obbligatorio che conosciamo oggi.
Un
padre poteva portare il figlio sulla Vespa.
Una
coppia poteva attraversare la città con un abbigliamento che oggi ci
sembrerebbe completamente inadatto a viaggiare su uno scooter.
Il
traffico era infinitamente diverso da quello contemporaneo e la
sicurezza stradale non aveva ancora raggiunto gli standard attuali.
Poi
arrivavano le automobili.
La
Fiat 600, presentata nel 1955, divenne uno dei simboli della
motorizzazione italiana.
Per
molte famiglie rappresentava la conquista di una libertà fino a poco
tempo prima impensabile.
Ma
provate a immaginare una famiglia degli anni Cinquanta dentro una
piccola utilitaria.
Bagagli,
bambini, parenti e magari anche qualche valigia infilata dove
capitava.
Le
automobili di allora non avevano la dotazione di sicurezza delle
vetture moderne.
Airbag,
sistemi elettronici di assistenza, seggiolini moderni, cinture
utilizzate sistematicamente: appartenevano a un futuro ancora
lontano.
E
nessuno parlava di crash test con la stessa familiarità con cui ne
parliamo oggi.
Anche
il rapporto con l'alcool era profondamente diverso.
Il
vino faceva parte della cultura alimentare italiana.
Nelle
campagne e nelle famiglie contadine era considerato anche un alimento
e veniva spesso consumato durante i pasti.
Nelle
osterie era normale vedere uomini bere un bicchiere di vino durante
la giornata.
Ma
sarebbe sbagliato trasformare questa consuetudine nel racconto
secondo cui tutti guidavano ubriachi.
La
legislazione sulla guida in stato di ebbrezza si sarebbe evoluta
enormemente nei decenni successivi, mentre già allora esistevano
norme e controlli.
Quello
che è cambiato radicalmente è soprattutto la
percezione sociale del rapporto tra alcol e guida.
Oggi
bere e guidare è considerato un comportamento irresponsabile.
Allora
il confine tra il bicchiere di vino quotidiano e la guida era
culturalmente molto meno netto.
Anche
i bambini vivevano un rapporto con il cibo e con la tavola
completamente diverso.
In
alcune famiglie rurali poteva capitare che ai bambini venissero
offerte bevande diluite a base di vino, una consuetudine oggi
praticamente impensabile e certamente non da romanticizzare.
Ma
quella pratica apparteneva a un mondo nel quale acqua potabile,
refrigerazione, conservazione degli alimenti e condizioni igieniche
non erano uniformemente disponibili come oggi.
E
poi c'era il lavoro.
Qui
la distanza con il presente diventa enorme.
Negli
anni Cinquanta era ancora possibile incontrare ragazzi molto giovani
impegnati in lavori manuali, nell'agricoltura, nelle botteghe
artigiane o come apprendisti o nelle scuole facenti parte della Ditta
dove lavorava papà.
La
povertà aveva un ruolo decisivo.
Per
molte famiglie il lavoro precoce non veniva percepito come
un'aberrazione, ma come una necessità economica o come un passaggio
naturale verso l'età adulta.
Un
ragazzo imparava il mestiere dal padre o dal padrone della bottega.
Una
ragazza poteva entrare molto giovane in sartoria.
Nelle
campagne i bambini partecipavano ai lavori agricoli.
Oggi,
invece, l'idea di mandare un bambino a lavorare per ore in una
fabbrica o nei campi susciterebbe immediatamente allarme.
E
giustamente.
Ma
per capire l'Italia di allora bisogna ricordare una cosa
fondamentale: la
società non disponeva delle stesse condizioni economiche e degli
stessi strumenti di protezione sociale di oggi.
Anche
la scuola era un altro pianeta.
L'autorità
dell'insegnante era praticamente indiscutibile.
Il
maestro rappresentava una figura di grande prestigio e disciplina. I
metodi educativi potevano essere durissimi e le punizioni fisiche
erano una realtà in molte scuole.
Il
famoso righello sulle dita appartiene ormai all'immaginario di intere
generazioni.
Oggi
una simile scena sarebbe completamente inaccettabile.
Allora
poteva essere considerata, da molti adulti, una normale forma di
disciplina.
La
stessa famiglia era molto più gerarchica.
Il
padre rappresentava generalmente l'autorità domestica, mentre ai
figli veniva richiesto un livello di obbedienza che oggi appare
enorme.
E
per una ragazza il controllo familiare poteva essere ancora più
rigido.
Il
corteggiamento, soprattutto nelle famiglie tradizionali, aveva regole
precise.
Presentarsi
a casa della ragazza significava entrare in un sistema nel quale il
padre e la famiglia avevano un ruolo molto maggiore di quello
odierno.
Il
fidanzamento non era soltanto una questione privata tra due giovani.
Era
spesso una questione familiare.
Anche
il matrimonio era profondamente diverso.
Il
divorzio in Italia sarebbe arrivato soltanto nel 1970.
Negli
anni Cinquanta una coppia sposata che voleva separarsi si trovava
quindi davanti a una situazione giuridica completamente diversa da
quella attuale.
E
l'adulterio era ancora disciplinato penalmente: la Corte
costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni che
discriminavano la donna nel 1968.
La
morale pubblica era quindi molto più invasiva nella vita privata.
Poi
c'erano i bar.
Il
bar degli anni Cinquanta era contemporaneamente caffetteria, luogo
d'incontro, punto di ritrovo, centro informazioni e piccolo teatro
della vita quotidiana.
La
televisione arrivò ufficialmente nelle case italiane nel 1954 e per
molti era ancora un oggetto costoso.
Per
vedere determinati programmi si andava quindi al bar.
E
lì poteva radunarsi mezzo quartiere.
Quando
nel 1955 arrivò Lascia
o raddoppia?,
con Mike Bongiorno, il programma divenne rapidamente un fenomeno
nazionale.
Le
persone si riunivano davanti alla televisione nei bar e nei luoghi
pubblici.
Oggi
ognuno guarda quello che vuole sul proprio televisore, computer o
smartphone.
Allora
poteva esserci un
solo schermo per decine di persone.
E
nessuno aveva il telecomando.
Anche
il tempo libero era diverso.
I
bambini giocavano per strada.
Non
esistevano videogiochi, smartphone, social network o piattaforme di
streaming.
Una
palla, una bicicletta, qualche figurina o un gioco inventato sul
momento potevano bastare per occupare un intero pomeriggio.
Il
cortile era un parco giochi.
La
strada era un luogo d'incontro.
Il
vicino di casa era una presenza quotidiana.
E
la privacy era molto più limitata di oggi.
Tutti
sapevano tutto di tutti.
Chi
si fidanzava.
Chi
litigava.
Chi
aveva trovato lavoro.
Chi
era partito.
Chi
aveva comprato la televisione.
Chi
aveva finalmente una macchina.
E
naturalmente chi aveva fatto qualcosa che non sarebbe dovuto
diventare di dominio pubblico.
Anche
l'igiene domestica raccontava un'altra epoca.
Non
tutte le abitazioni disponevano degli stessi servizi e nelle zone più
povere del Paese le condizioni igieniche potevano essere molto
difficili.
L'acqua
corrente non era ancora una realtà uniforme per tutte le famiglie
italiane.
La
carta igienica moderna era tutt'altro che scontata e nei cessi in
comune sulle case terrazzate era fatta con pezzi di giornale infilati
in ferri appuntiti.
E
sui treni esistevano ancora i famosi gabinetti con scarico diretto
sui binari, tanto che in stazione comparivano cartelli che invitavano
a non utilizzarli.
Oggi
sembra assurdo.
Allora
era tecnologia ferroviaria perfettamente normale.
E
poi c'era il cibo.
La
cucina italiana degli anni Cinquanta era molto più legata alla
stagionalità e alla disponibilità locale.
Non
si entrava al supermercato trovando fragole a dicembre, zucchine
tutto l'anno e centinaia di prodotti pronti.
Si
mangiava quello che c'era.
Pane,
pasta, legumi, patate, verdure, uova, formaggi, salumi e carne quando
la disponibilità economica lo permetteva.
Gli
sprechi erano molto più difficili da accettare.
Il
pane avanzato diventava ingrediente.
Il
brodo diventava una risorsa.
Gli
avanzi venivano trasformati.
La
cucina povera italiana aveva imparato una lezione fondamentale:
buttare
il cibo significava buttare denaro.
E
infine c'era il rapporto con le armi.
In
molte famiglie rurali era normale possedere un fucile da caccia,
naturalmente nel rispetto delle norme allora vigenti.
La
cultura venatoria era molto più diffusa e il rapporto con le armi da
caccia era meno distante dalla vita quotidiana rispetto a quello di
molti italiani di oggi.
Ma
anche qui bisogna evitare la leggenda secondo cui negli anni
Cinquanta «bastava avere una doppietta».
Le
armi da fuoco erano regolamentate anche allora e il possesso e il
porto erano soggetti alla normativa vigente.
Quello
che è cambiato soprattutto è la
presenza dell'arma nella vita quotidiana e nella cultura familiare.
Ed
è questo, in fondo, che rende gli anni Cinquanta così affascinanti.
Non
erano un paradiso.
Erano
un Paese povero che stava uscendo dalla guerra.
C'erano
disuguaglianze enormi, abitazioni difficili, lavoro duro, diritti
sociali ancora incompleti, mortalità e condizioni sanitarie molto
diverse dalle nostre.
Ma
contemporaneamente stava nascendo qualcosa.
La
Vespa.
La
600.
La
televisione.
Il
boom economico che sarebbe arrivato di lì a poco.
Le
prime vacanze di massa.
Gli
elettrodomestici.
Il
frigorifero.
La
lavatrice.
La
motorizzazione.
Una
nuova classe media.
Una
nuova idea di futuro.
L'Italia
degli anni Cinquanta non era dunque semplicemente «un'Italia senza
regole».
Era
un'Italia con regole,
abitudini e valori profondamente diversi dai nostri.
Alcune
di quelle abitudini sono scomparse perché erano pericolose.
Altre
perché la società è cambiata.
Altre
ancora perché la tecnologia ha trasformato completamente la vita
quotidiana.
Ma
c'è una fotografia che rimane.
Un
uomo con la giacca sulla Vespa.
Una
donna affacciata al balcone.
Un
bambino che corre per strada.
Una
televisione accesa nel bar.
Un
gruppo di uomini davanti a un bicchiere di vino.
Una
famiglia stretta dentro una piccola automobile.
E
dietro tutto questo, un Paese che aveva ancora addosso le ferite
della guerra ma che, per la prima volta dopo molto tempo, cominciava
a guardare avanti.
Quella
era l'Italia degli anni Cinquanta.
Un'Italia
povera, rumorosa, fumosa, spesso dura.
Ma
anche un'Italia che aveva una cosa che oggi sembra diventata
rarissima: la
sensazione che il futuro potesse essere migliore del presente.