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martedì 12 maggio 2026

Ciliege? Naaaa

Perdonatemi, oggi avevo deciso di dimenticare parrucchino e di mettere post inerenti all'informatica e così ho fatto.. ma poi mi è arrivato un whatsapp di un amico che è a Roma per il Sinneraggio che mi ha allegato la foto di cui sopra a cui ho risposto con queste altre due foto.



Ma il problema di raccontare la stupidità umana in tempo reale è che si rischia di rimanere senza aggettivi ma giocoforza torno a parlare del parrucchino (a qualcuno devo dare la colpa no?).

Ogni volta che si crede di aver toccato il fondo, qualcuno – un politico, un elettore, un miliardario con la tintura arancione – prende una trivella e scava un po' più in profondità.

Eccoci dunque a parlare di crisi alimentare, di rincari del mais delle ciliege e del cacao, di conti che non tornano e di famiglie che stringeranno la cintura di un'altra tacca, mentre il signor Donald Trump, novello Caligola in pantaloni cargo, continua il suo personale progetto di smantellamento degli equilibri planetari con la grazia di un elefante in un negozio di porcellane.

Ma non commettiamo l'errore di attribuirgli da solo tutto il merito del disastro: i suoi elettori, quelli che lo hanno rimesso alla Casa Bianca con l'entusiasmo di chi firma per un'ora di reality show senza fine, sono compartecipi necessari.

E a loro, ai mortacci di tutti loro (detto da un longobardo non sembrerebbe una brutta parola.. ma letto al centrosud cambia tutto vero?), va dedicato questo pezzo.

Partiamo dalla sostanza, perché il lamento populista è sterile senza dati.

La guerra in Medio Oriente, che Trump (come avrete notato, evito di chiamarlo parrucchino per non offendere quest'ultimo) ha contribuito a riesumare dal sepolcro con la leggerezza di chi sposta una pedina senza curarsi del terremoto, si sta già mangia i raccolti del mondo. Non direttamente, si capisce: non ci sono ancora bombe sulle piantagioni di caffè del Brasile o sui campi di grano e sulle piante di ciliege della pianura Padana.

Ma il rasoio di Occam applicato all'economia globale ci dice che quando si blocca uno stretto – Hormuz, in questo caso, quel sottile ombelico del Golfo Persico – si blocca anche il respiro dei mercati. Le rotte delle navi si allungano, i costi di trasporto esplodono, le assicurazioni raddoppiano le tariffe, e alla fine il rincaro lo paga l'ultimo anello della catena: tu, che leggi, e il caffè che berrai domani mattina pagandolo il venti per cento in più rispetto a ieri. Cristina Scocchia, amministratore delegato di Illycaffè, ha usato l'espressione “tempesta perfetta”.

Non è una trovata pubblicitaria.

È una diagnosi cazzo.

E la diagnosi si compone di almeno tre fattori, che sarebbe ingenuo separare perché nella realtà si avvitano l'uno nell'altro.

Il primo è geopolitico: la decisione americana di sostenere Israele senza la minima mediazione, unita all'idea che l'Iran si possa sconfiggere con le sanzioni e i droni, ha portato a una reazione a catena.

Le milizie Houthi nello Yemen, per quanto discutibili, hanno imparato che colpire le petroliere nel Mar Rosso è un ottimo modo per farsi ascoltare.

Gli stretti si chiudono, le navi girano intorno all'Africa, e ogni giorno di navigazione in più brucia tonnellate di carburante che qualcuno deve pur pagare.

Il secondo fattore è climatico: il “super El Niño” di cui parlano i meteorologi non è una scusa da ambientalisti.

È un fenomeno atmosferico che altera i monsoni in Asia, prosciuga le riserve idriche in Sudamerica, trasforma i raccolti in polvere e fa cadere grandine grossa come noci a Casalcoso.

Mais, soia, grano: le basi della nutrizione umana e animale.

E infine il terzo fattore, il più invisibile e forse il più perverso: la speculazione finanziaria sulle materie prime.

Quando i mercati annusano l'instabilità, i fondi d'investimento si buttano sui futures agricoli come sciacalli.

Il prezzo sale non perché manchi il prodotto, ma perché si anticipa la mancanza eccezion fatta per ciliege.

E quella profezia si autoavvera.

Ora, l'italiano medio forse storce il naso: ma che c'entra Trump con il mio caffè?

C'entra minchia, eccome.

C'entra perché l'amministrazione Trump ha smantellato pezzo per pezzo la diplomazia multilaterale che teneva in piedi il fragile castello degli accordi commerciali.

Ha abbandonato il patto sul clima di Parigi, ha bucato il consiglio per i diritti umani dell'Onu, ha trasformato i dazi in un'arma di distrazione di massa.

E oggi, mentre il gas e il grano volano, i leader europei sono costretti a correre ai ripari da soli, come scolaretti rimasti senza bidello.

L'Europa, che già fatica a gestire l'inflazione post-pandemia, si trova ora a dover decidere se comprare i cereali dall'Ucraina (in guerra, ma amica) o dalla Russia (non amica, ma fornitrice affidabile). L'Italia, in particolare, importa grandi quantità di grano duro dal Canada e dagli Stati Uniti: se il dollaro resta forte e i raccolti americani diminuiscono per il clima impazzito, la pasta diventerà un lusso.

E la pasta, per questo paese, non è un alimento: è un'identità.

La Scocchia di Illycaffè parla di tempesta perfetta anche per un altro motivo: il cacao. Il cacao, materia prima di cui l'Europa è il maggiore consumatore mondiale, viene principalmente dall'Africa occidentale (Costa d'Avorio, Ghana).

Le rotte via Gibuti sono già intasate.

I prezzi del cacao hanno raggiunto massimi storici, e le grandi multinazionali del cioccolato iniziano a parlare di “ridimensionamento dei formati” (eufemismo per: paghi uguale, ma la tavoletta pesa meno e non parlo solo del Bennet di Caselle To).

Aggiungete il caffè, il cui mercato è in fibrillazione per i raccolti brasiliani compromessi dalla siccità, e avete il quadro completo: le piccole gioie quotidiane – la tazzina al bar, la merenda dei bambini, il piatto di pasta a pranzo – diventeranno sempre più piccole e sempre più costose.

Non è una previsione apocalittica: è matematica.

Ma c'è un livello più profondo di analisi, quello per la ricerca della verità scomoda.

La crisi alimentare imminente non è un incidente.

È il risultato di decenni di politiche agricole suicidarie, di specializzazione estrema delle colture, di dipendenza da poche rotte commerciali.

Abbiamo messo tutte le uova in pochi cesti – Ucraina per il grano, Brasile per la soia, Vietnam per il caffè, Indonesia per l'olio di palma – e ora che quei cesti vacillano per guerre o per clima, il mondo intero barcolla.

L'Europa, che pure ha una delle agricolture più avanzate al mondo, non è autosufficiente per molte materie prime.

L'Italia in particolare dipende pesantemente dalle importazioni.

E quando Trump minaccia di chiudere i mercati o di imporre dazi punitivi all'Europa (cosa che ha già fatto con l'acciaio e che potrebbe ripetere con l'agroalimentare), noi abbiamo poco da contrattare.

Siamo esposti, nudi, come un contadino senza granaio.

Il cetriolone tra le chiappe dei consumatori, per usare l'espressione colorita che campeggia nelle cronache, è destinato a diventare un cetriolone sempre più grosso.

E il bello – l'agghiacciante – è che la responsabilità è collettiva, ma le conseguenze sono individuali.

Chi ha votato Trump applaude ai dazi, applaude alla guerra commerciale, applaude al “l'America prima di tutto” senza capire che in un mondo globalizzato “prima di tutto” significa “prima di tutti gli altri, e poi gli altri si vendicano”.

E la vendetta, in economia, si chiama inflazione importata.

I grani americani diventano più cari per gli italiani.

I prodotti europei diventano più cari per gli americani.

I consumatori di entrambe le sponde dell'Atlantico pagano il conto di una politica fatta di slogan e di ego smisurati.

Gli agricoltori guardano il cielo: quest'anno l'inverno è stato troppo caldo, le piogge troppo scarse, le gelate primaverili troppo improvvise e per questo che mettono 30 euri al kg per ste ciliege.

Il cambiamento climatico – che Trump e i suoi seguaci chiamano ancora “bufala” – sta già facendo calare le rese dei nostri campi. Sommate la siccità nostrana alla chiusura degli stretti mediorentali, ai dazi americani, alla speculazione finanziaria, e avrete un cocktail esplosivo.

Il prezzo del pane, già aumentato del trenta per cento negli ultimi due anni, potrebbe fare un altro balzo.

E allora sì che vedremo scene di panico: non solo code ai distributori di benzina, ma code anche ai supermercati, con le famiglie italiane a fare incetta di farina e latte in polvere come ai tempi della guerra.

Solo che questa guerra non è contro un nemico identificabile.

È contro la stupidità organizzata, quella che si vota, che si applaude, che si difende con i meme sui social.

Gli elettori di Trump, quelli a cui vanno i mortacci di questo pezzo, spesso non hanno idea di cosa significhi la parola “multilateralismo” né di come funzioni un future sul grano.

Non gliene faccio una colpa: l'ignoranza non è un peccato, è una condizione.

Ma l'ignoranza che si trasforma in voto per un arancia meccanica della demagogia, quella sì, è una scelta.

E come tutte le scelte, ha conseguenze.

Oggi le conseguenze si chiamano crisi alimentare, e colpiranno prima i più poveri, quelli che già ora faticano ad arrivare a fine mese.

Ma colpiranno anche i ceti medi, quelli che votano con la pancia e che tra qualche mese si troveranno la pancia vuota.

La storia è ironica, quando non è crudele.

Non resta che aspettare.

Aspettare che il grano salga, che il cacao salga, che il caffè salga, e che qualcuno – forse un politico europeo meno coglione degli altri – provi a ricostruire quel che è stato distrutto.

Ma la ricostruzione richiede tempo, e il tempo è l'unica risorsa che non abbiamo perché l'orologio del clima e quello dei conflitti corrono veloci, mentre i politici corrono lenti.

Il caligola di Mar-a-Lago intanto posta, twitta, insulta.

Lui il caffè lo beve comunque, quello pagato con i soldi dei suoi resort.

Per il resto, come diceva un vecchio proverbio romano che i consiglieri comunali citano quando non sanno che pesci pigliare: “A fame è cattiva signora”.

E sta arrivando e la chiudo qui da incazzato come una iena e che ste ciliege possano marcire nel cesto.




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