Oggi essendo festa del Corpus-Domini lascio perdere parrucchino e mi dedico ad altro, tipo cercare di scaricare i cassetti che contengono un casino di documenti che è ora di scremare e farne pulizia..
Per es. questo disegno fatto dall'Ufficio Tecnico Avio-Fiat di un particolare che serviva per costruire aerei nella seconda guerra mondiale e il Dr. Salvatore Gancitano dirigente Avio che me l'ha dato, mi ha raccontato la storia dell'aereo e vale la pena di leggerla..
L'aereo è un Fiat G.55 “Tritacarne” e 5 piloti in quel momenti di nazionalità nemica, capirono il motivo della denominazione in pochi minuti.
Il cielo sopra il Mediterraneo era di un azzurro così intenso da sembrare dipinto quel pomeriggio del giugno 1943.
I cinque Spitfire britannici volavano in formazione perfetta, sicuri della propria superiorità tecnologica, quando dalle nuvole emerse qualcosa che non avrebbero mai dovuto incontrare.
Il caccia italiano elegante e letale come una lama affilata, con le insegne della regia aeronautica che brillavano al sole.
I piloti inglesi forti della loro potenza ci derisero via radio.
Un singolo aereo italiano contro cinque Spitfire sarebbe stata una vittoria facile come sparare sulla croce rossa, pensavano.
Ma in pochi secondi quel sorriso si trasformò in terrore puro, perché quel caccia non era un normale aereo da guerra, era un Fiat G55 Centauro e ai comandi c'era un pilota che gli inglesi stessi avevano soprannominato in codice il macellaio del cielo.
Il motivo di quel nome stavano per scoprirlo sulla propria pelle.
Quando il primo Spitfire esplose in una palla di fuoco senza nemmeno aver avuto il tempo di sparare un colpo, gli altri quattro capirono che stavano affrontando qualcosa di completamente diverso, qualcosa di mostruoso, qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la loro concezione della guerra aerea.
Ma chi era davvero l'uomo dietro quella macchina da guerra e perché il Fiat G55 era così temuto dagli alleati da essere considerato uno dei caccia più pericolosi dell'intera guerra?
La risposta ci riporta indietro di alcuni mesi in una piccola base aerea nel nord Italia, dove tutto ebbe inizio.
Era l'alba del maggio 1943 e il tenente colonnello Carlo Maurizio Ruspoli di Poggio Suasa camminava nervosamente lungo la pista di atterraggio.
Aveva appena ricevuto ordini diretti dal comando supremo.
Il nuovo caccia che sarebbe dovuto diventare l'arma segreta dell'Italia contro la crescente superiorità aerea alleata.
Quando vide per la prima volta il G55, rimase senza fiato.
Era magnifico, linee perfette, un motore Daimler Benz DB 605 che ruggiva come una belva inferocita, ali tagliate con precisione maniacale per garantire manovrabilità superiore, ma la vera magia era nell'armamento.
Tre cannoni da 20 mm e due mitragliatrici calibro 12.7. posizionati con una geometria che permetteva una concentrazione di fuoco devastante.
Gli ingegneri Giuseppe Gabrielli e Giovanni Pegna (il firmatario del disegno di cui sopra che stavo per buttare) avevano creato non solo un aereo, ma un predatore del cielo.
Ruspoli salì in cabina quella mattina con un misto di eccitazione e timore reverenziale.
Quando accese il motore, l'intero hangar vibrò.
La potenza era qualcosa di fisico, di tangibile.
Decollò verticalmente quasi e in pochi secondi era già a 3000 m.
La sensazione era indescrivibile.
L'aereo rispondeva ai suoi pensieri prima ancora che muoveva i comandi.
Virò a destra in una picchiata assassina, poi risalì con una cabrata che avrebbe strappato le ali a qualsiasi altra caccia.
Ma il G55 resse perfettamente, era come cavalcare un fulmine.
Nei giorni successivi Ruspoli e altri piloti d'élite della regia aeronautica iniziarono a familiarizzare con il centauro.
Lo chiamavano così per la sua natura ibrida, la potenza di un mostro mitologico unito alla precisione di un bisturi chirurgico.
Ma c'era un problema.
La produzione era lenta, troppo lenta.
L'Italia non aveva le risorse industriali degli alleati e ogni singolo G55 richiedeva ore di lavorazione manuale.
Ogni rivetto, ogni cavo, ogni pannello era posizionato con cura artigianale.
Era un'arma d'arte letteralmente e questo significava che ne furono prodotti pochi, troppo pochi per cambiare le sorti della guerra, e se ci fosse stato parrucchino forse con l'AI ne sarebbero allestiti di più, ma cmq abbastanza per seminare il terrore tra i piloti alleati che ebbero la sfortuna di incontrarlo.
Il battesimo del fuoco arrivò in una calda giornata di giugno tipo quella di oggi.
Una formazione di bombardieri B17 americani stava attraversando lo spazio aereo italiano diretta verso obiettivi industriali nel nord.
Erano scortati da una dozzina di P38 Lightning e Spitfire, un muro di fuoco volante che sembrava invincibile, ma il comando italiano aveva preparato una sorpresa.
Sei Fiat G55 decollarono dalla base di Campoforido con Ruspoli in testa.
La tattica era semplice ma letale.
Attaccare dall'alto, colpire i caccia di scorta prima che reagissero, poi dedicarsi ai bombardieri.
Quando i radar alleati rilevarono i caccia italiani, non si preoccuparono molto.
Sei aerei contro quasi 20.
Era matematica semplice, ma avevano sottovalutato sia la macchina che gli uomini.
Ruspoli attaccò per primo, emergendo dal sole come un rapace.
Il suo primo bersaglio fu un P38 che volava alla destra della formazione.
Non ci fu duello aereo, non ci fu danza nel cielo, ci fu solo una raffica precisa, chirurgica, devastante.
I tre cannoni da 20 mm del G5 vomitarono fuoco per meno di 2 secondi.
Fu abbastanza.
Il P38 si disintegrò letteralmente trasformandosi in una nuvola di frammenti metallici e fumo nero.
Il pilota americano non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo.
Prima era vivo, poi era cenere che cadeva verso terra.
Gli altri piloti alleati reagirono immediatamente, rompendo la formazione e cercando di ingaggiare gli italiani, ma i G55 erano già altrove.
La loro velocità e manovrabilità erano semplicemente superiori.
Mentre gli Spitfire cercavano di virare per intercettarli, i Centauro erano già sopra di loro, pronti per un altro attacco.
Il sergente maggiore Franco Lucchini, uno degli assi della regia aeronautica con 26 vittorie confermate, ne abbattè due in meno di un minuto.
Il primo con una raffica frontale che strappò l'intera sezione di coda, il secondo con un attacco dall'alto che perforò il serbatoio del carburante trasformando l'aereo in una torcia volante.
Il pilota britannico riuscì a lanciarsi.
Il suo paracadute si aprì mentre guardava incredulo il relitto del suo Spitfire precipitare.
Non riuscivano a credere a quello che era appena successo.
Era uno dei migliori piloti del suo squadrone.
Aveva abbattuto sette aerei tedeschi, ma contro quel caccia italiano non aveva avuto alcuna possibilità.
Zero.
Era come combattere contro qualcosa di soprannaturale.
La battaglia durò 11 minuti.
11 minuti di inferno puro a 8.000 m d'altezza.
Quando finì 4 P38 e tre Spitfire erano stati abbattuti.
Due bombardieri B17 erano gravemente danneggiati e costretti a tornare indietro lentamente, lasciando una scia di fumo e olio.
Tutti e sei tornavano alla base, alcuni con qualche foro di battaglia nella fusoliera, ma tutti perfettamente operativi.
Nessun pilota italiano era stato ferito.
Era una vittoria così schiacciante che gli stessi comandanti italiani faticarono a credere quando lessero il rapporto.
Ma i radar alleati e i testimoni oculari confermarono tutto.
Quel giorno il Fiat G55 Centauro entrò nella leggenda e quindi oggi non me lo son sentito di buttare il disegno che ho ripiegato con cura e rimesso nel cassetto e a ricordo ho scritto questo post che finirà nell'archivio del blog.





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