C’è una forma di stanchezza che non si misura in ore di sonno ma in decenni di esposizione pubblica e Parrucchino, a quasi ottant’anni, ne offre ormai la rappresentazione più cruda che la politica americana abbia conosciuto dai tempi dell’anziano Reagan che, nel corso del suo secondo mandato, mostrava segni di disattenzione che i suoi portavoce attribuivano con crescente imbarazzo a «un momento di riflessione prolungata».
L’immagine che arriva dalla Casa Bianca nelle ultime ore – parrucchino seduto alla scrivania dello Studio Ovale, intento ad ascoltare una lunga serie di interventi tecnici sul futuro del carbone, la testa che si inclina lentamente da un lato, le palpebre che cedono al peso del pomeriggio.
Perché questo nuovo, piccolo episodio di sonnolenza presidenziale arriva all’indomani di un’audizione al Congresso in cui il segretario di Stato Rubio, con la solita compostezza da funzionario di carriera più che da ex rivale primario, ha smentito con fermezza che il tycoon si sia mai addormentato durante eventi ufficiali, definendo le numerose testimonianze in tal senso – alcune delle quali corredate da fotografie e video amatoriali – come «male interpretazioni di momenti di intensa concentrazione a occhi chiusi».
Ma stracazzo di che concentrazione parla sto pirla.
L’effetto combinato delle due sequenze, il sonno e la smentita, restituisce una dinamica classica del potere esecutivo nella sua fase declinante: più i segni fisici della fragilità diventano evidenti, più l’apparato della comunicazione presidenziale si sforza di negarli, e più ogni nuova prova rafforza la percezione contraria, in un circolo vizioso che alimenta l’umorismo popolare.
Ma occorre guardare oltre la cronaca per comprendere ciò che davvero distingue questo sonno alla scrivania da quello, per esempio, di un impiegato Iveco che si appisola dopo un pranzo pesante.
Parrucchino non è il primo leader anziano a cedere alla sonnolenza di fronte a briefing noiosi:
Roosevelt, già gravemente malato nel suo quarto mandato, si addormentava regolarmente durante le riunioni del gabinetto, ma l’informazione fu tenuta segreta fino alla sua morte per la complicità di un giornalismo che considerava la salute del presidente una questione di sicurezza nazionale e non di gossip politico.
Eisenhower, colpito da un infarto nel 1955 e da un ictus nel 1957, gestiva la sua fatica con un rigido programma di riposi pomeridiani che il protocollo trasformava in «momenti di studio personale».
Quel che è cambiato non è la fisiologia della presidenza, ma l’ecosistema mediatico in cui essa si muove: oggi ogni istante passato allo Studio Ovale può essere filmato da un telefono, ogni gesto analizzato da cento commentatori, ogni sospiro trasformato in un meme prima ancora che l’interessato abbia riaperto gli occhi.
La Casa Bianca di parrucchino, a differenza di quella di Roosevelt, non può contare su un establishment giornalistico che accetti di tacere per patriottismo; può contare solo sulla fedeltà dei suoi canali di comunicazione diretta e sulla capacità del presidente stesso di trasformare ogni debolezza in spettacolo, magari con un post su Truth Social in cui definirà il tutto «fake news della sinistra radicale».
Più interessante, in realtà, è la posizione di Rubio, chiamato a svolgere l’ingrato compito di mentire per procura – o, per usare un eufemismo diplomatico, di «offrire una versione alternativa dei fatti» – su un fenomeno che decine di testimoni oculari, inclusi alcuni consiglieri della Casa Bianca che hanno parlato in forma anonima a giornalisti investigativi, descrivono come ricorrente e non episodico.
Il segretario di Stato, un tempo candidato alla presidenza e teorico di un repubblicanesimo interventista e ideologico, sa perfettamente che la sua credibilità personale è ora legata alla sopravvivenza politica del presidente che serve.
Smentire un pisolino nello Studio Ovale è, nel grande schema delle menzogne di Stato, un’operazione minore, quasi veniale – non si tratta di nascondere una guerra, un’intercettazione illegale o un conflitto d’interessi multimilionario, ma di proteggere la superficie dell’immagine presidenziale dall’erosione della routine biologica.
E tuttavia, c’è in questa smentita una comicità involontaria che Rubio, uomo serio e ambizioso, non può non avvertire: il tentativo di negare l’evidenza del sonno trasforma il segretario di Stato in un personaggio da teatro dell’assurdo, costretto a sostenere che un uomo di quasi ottant’anni, sottoposto a stress cronico e a un’agenda massacrante, non chiuda mai gli occhi se non per «pensare più intensamente».
Ciò che l’episodio rivela, al di là della sua leggerezza apparente, è un dato strutturale della presidenza di parrucchino che raramente viene affrontato con la dovuta serietà: l’assenza di un meccanismo efficace per gestire la stanchezza e l’eventuale declino cognitivo di un comandante in capo che ha sempre fatto della resistenza fisica e della prontezza mentale un tratto distintivo della sua immagine pubblica.
I presidenti americani invecchiano, si ammalano, si affaticano – lo ha fatto Biden, lo ha fatto parrucchino stesso nel primo mandato, lo farà chiunque verrà dopo – ma il sistema politico degli Stati Uniti non ha mai sviluppato una procedura trasparente e non stigmatizzante per riconoscere questi limiti e adattarvi l’esercizio del potere.
Il Venticinquesimo Emendamento, che prevede la trasmissione temporanea dei poteri al vicepresidente in caso di inabilità, è stato concepito per le emergenze (un attentato, un ictus improvviso, una grave malattia fisica), non per la stanchezza cronica o per quei piccoli vuoti di attenzione che chiunque ha sperimentato dopo una notte di sonno breve.
Di conseguenza, ogni presidente anziano è costretto a recitare la parte della piena efficienza fino allo sfinimento, e ogni suo collaboratore a sostenere quella finissima linea di credibilità che separa il riposo strategico dall’invecchiamento funzionale.
Nell’immediato, il pisolino sul carbone farà sorridere i nottambuli dei talk show e alimenterà per un paio di cicli di notizie la narrativa di una presidenza sempre più vicina alla farsa che alla tragedia.
Ma il vero interrogativo, che né le smentite di Rubio né i post indignati del diretto interessato potranno eludere a lungo, è un altro: se un presidente si addormenta mentre lo si osserva, mentre le telecamere sono accese, mentre i suoi collaboratori sanno che l’immagine potrebbe finire in rete – che cosa accade quando gli occhi del mondo non lo stanno guardando?
Il sonno nello Studio Ovale è imbarazzante ma innocuo.
Il sonno in una situazione di crisi, durante una telefonata con un leader ostile, mentre si valutano opzioni militari o si firma un ordine esecutivo che riguarda i missili di Teheran e le postazioni radar – quello è un altro paio di maniche.
Finché il sistema si limiterà a ridere o a negare, invece di chiedersi seriamente come garantire la vigilanza del comandante supremo ventiquattr’ore su ventiquattro, il problema non sarà il sonno di parrucchino.
Sarà il nostro.




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