La strada che mi porta a Casalcoso la faccio da passeggero e nonostante i 303 kmh di velocità che leggo sul display del Frecciarossa la goduria non è infinita, ma devo evitare l'ansia della Lella che non sopporta più la mia guida monzese e così finirà che l'ansia verrà a me.. ma stracazzo vabbè che nelle ultime volte ho sbattuto in galleria, ma che colpa ne ho io se la galleria era buia e idem per il salto di corsia.. se sti bastardi lasciano buche fianco strada è ovvio che l'auto si imbarchi no? E vabbè cerco di fare passare queste 5 e più ore e mi domando
‘STA GUERRA A CHI CAZZO È SERVITA?
Sta domanda aleggia anche nei corridoi delle cancellerie occidentali e nei dibattiti delle televisioni israeliane, che nessun comunicato ufficiale potrà mai davvero mettere a tacere: a che cosa è servita tutta questa carneficina?
Perché quattro mesi di missili, bombardamenti e vittime civili, se alla fine il tavolo delle trattative restituisce esattamente lo stesso punto di partenza del negoziato di febbraio – con l’Iran che ottiene lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati, la cogestione dello Stretto di Hormuz insieme all’Oman, e un vago impegno a non dotarsi di armi nucleari che, nella sostanza, era già decretato dal "Trattato di non proliferazione"?
Pausa.. l'hostess porta da bere e mi fermo..
Dunque ho riletto e ricomincio dicendo che la risposta, amara, è che il regime dei beduini o ayatollah ha giocato la partita con la pazienza di chi sa aspettare, e alla fine ha vinto su tutta la linea.
E giustamente, ieri, i media ufficiali iraniani hanno aperto con titoli trionfali: “Li abbiamo costretti ad accettare”.
Il guaio è che è vero.. minchia hanno ragione.
L’accordo annunciato dal Pakistan e benedetto dal parrucchino non è una vittoria della diplomazia, ma una resa.
Il presidente americano, che aveva iniziato la guerra con l’obiettivo dichiarato di “impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari”, ha accettato un negoziato che non solo non elimina la capacità iraniana di arricchire uranio (la sospensione è temporanea e non verificabile), ma legittima Teheran come attore regionale con diritto di veto sullo Stretto di Hormuz.
E Israele (altri beduini impestati), che aveva insistito per un’azione militare più decisa, si è ritrovato isolato e costretto a incassare un’intesa che non condivide.
Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, leader dell’ultradestra religiosa, ha dichiarato che “l’accordo non ci vincola, non siamo subordinati agli Stati Uniti”.
Parole che suonano come un atto di sfida, ma che nella sostanza rivelano l’impotenza di uno stato che, senza il sostegno americano, non può permettersi una guerra su due fronti.
La verità è che parrucchino ha scelto la strada più breve: chiudere il conflitto a ogni costo, anche a costo di cedere su tutti i punti, pur di poter rivendicare una “vittoria” in campagna elettorale perchè sti coglioni di americani finiranno per rieleggerlo.
I 12 miliardi di dollari sbloccati, che Teheran potrà spendere per sostenere l’economia in crisi e per finanziare le sue milizie, sono una boccata d’ossigeno per un regime che stava soffocando sotto il peso delle sanzioni.
E la cogestione di Hormuz, per quanto limitata dall’ingresso dell’Oman (paese tradizionalmente mediatore), rappresenta una vittoria simbolica e sostanziale: l’Iran non è più un attore marginale, ma un partner (sia pure scomodo) nella sicurezza energetica globale.
L’unico aspetto su cui Washington può vantarsi è il “vago impegno” sul nucleare, ma è lo stesso impegno che Teheran aveva già preso nel 2015 con il JCPOA, prima che Trump lo denunciasse nel 2018. Una beffa, una presa per il culo..ma lo capite?
Israele, dal canto suo, si trova ora di fronte a un dilemma: accettare l’accordo e rinunciare alla sua libertà d’azione, o dichiararsi non vincolato e rischiare di aprire un conflitto con l’amministrazione americana.
La scelta di Ben-Gvir e degli altri ministri di ultradestra di boicottare le riunioni di governo è un segnale di tensione, ma difficilmente si tradurrà in un’azione concreta.
Netanyahu, che pure aveva cercato di prolungare la guerra per ragioni politiche interne, sa che senza il supporto logistico e militare degli Stati Uniti, Israele non può permettersi di colpire l’Iran da solo.
E il raid di Beirut che aveva fatto incazzare parrucchino, costringendolo a ritardare i negoziati, è stato l’ultimo, disperato tentativo di sabotare un accordo che ora appare ineluttabile.
Nei prossimi mesi, si aprirà una nuova fase di negoziati sul nucleare, con l’Iran che chiederà la rimozione di tutte le sanzioni e gli Stati Uniti che proveranno a ottenere concessioni più consistenti. Ma il momentum è tutto dalla parte di Teheran.
La guerra, alla fine, ha dimostrato che l’Iran sa incassare i colpi e resistere, mentre l’America di Trump è troppo impaziente e divisa per sostenere un conflitto prolungato.
E Israele, che pure aveva scommesso su un’azione decisiva, si è ritrovato solo, tradito dall’alleato di sempre, costretto a guardare mentre i suoi nemici festeggiano.
‘Sta guerra, alla fine, è servita una sega. O meglio, è servita a dimostrare che il Medio Oriente, nonostante gli slogan e le minacce, è sempre uguale a se stesso: un teatro di potenza in cui i pesi massimi giocano a scacchi, e le pedine – i civili, i soldati, le città bombardate – vengono spazzate via senza che nessuno ne chieda conto.
Ragazzi .. se tutto va bene, siamo rovinati.
La strada che mi porta a Casalcoso la faccio da passeggero e nonostante i 303 kmh di velocità che leggo sul display la goduria non è infinita, ma devo evitare l'ansia della Lella che non sopporta più la mia guida e così finirà che l'ansia verrà a me.. ma stracazzo vabbè che nelle ultime volte ho sbattuto in galleria, ma che colpa ne ho io se la galleria era buia e idem per il salto di corsia.. se sti bastardi lasciano buche fianco strada è ovvio che l'auto si imbarchi no? E vabbè cerco di fare passare queste 5 e più ore e mi domando
‘STA GUERRA A CHI CAZZO È SERVITA?
La domanda aleggia anche nei corridoi delle cancellerie occidentali e nei dibattiti delle televisioni israeliane, che nessun comunicato ufficiale potrà mai davvero mettere a tacere: a che cosa è servita tutta questa carneficina? Perché quattro mesi di missili, bombardamenti e vittime civili, se alla fine il tavolo delle trattative restituisce esattamente lo stesso punto di partenza del negoziato di febbraio – con l’Iran che ottiene lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati, la cogestione dello Stretto di Hormuz insieme all’Oman, e un vago impegno a non dotarsi di armi nucleari che, nella sostanza, era già sancito dal Trattato di non proliferazione?
Pausa.. l'hostess porta da bere e mi fermo..
Dunque ho riletto e ricomincio dicendo che la risposta, amara, è che il regime dei beduini o ayatollah ha giocato la partita con la pazienza di chi sa aspettare, e alla fine ha vinto su tutta la linea.
E giustamente, ieri, i media ufficiali iraniani hanno aperto con titoli trionfali: “Li abbiamo costretti ad accettare”.
Il guaio è che è vero.. minchia hanno ragione.
L’accordo annunciato dal Pakistan e benedetto dal parrucchino non è una vittoria della diplomazia, ma una resa.
Il presidente americano, che aveva iniziato la guerra con l’obiettivo dichiarato di “impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari”, ha accettato un negoziato che non solo non elimina la capacità iraniana di arricchire uranio (la sospensione è temporanea e non verificabile), ma legittima Teheran come attore regionale con diritto di veto sullo Stretto di Hormuz.
E Israele (altri beduini impestati), che aveva insistito per un’azione militare più decisa, si è ritrovato isolato e costretto a incassare un’intesa che non condivide.
Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, leader dell’ultradestra religiosa, ha dichiarato che “l’accordo non ci vincola, non siamo subordinati agli Stati Uniti”.
Parole che suonano come un atto di sfida, ma che nella sostanza rivelano l’impotenza di uno stato che, senza il sostegno americano, non può permettersi una guerra su due fronti.
La verità è che parrucchino ha scelto la strada più breve: chiudere il conflitto a ogni costo, anche a costo di cedere su tutti i punti, pur di poter rivendicare una “vittoria” in campagna elettorale perchè sti coglioni di americani finiranno per rieleggerlo.
I 12 miliardi di dollari sbloccati, che Teheran potrà spendere per sostenere l’economia in crisi e per finanziare le sue milizie, sono una boccata d’ossigeno per un regime che stava soffocando sotto il peso delle sanzioni.
E la cogestione di Hormuz, per quanto limitata dall’ingresso dell’Oman (paese tradizionalmente mediatore), rappresenta una vittoria simbolica e sostanziale: l’Iran non è più un attore marginale, ma un partner (sia pure scomodo) nella sicurezza energetica globale.
L’unico aspetto su cui Washington può vantarsi è il “vago impegno” sul nucleare, ma è lo stesso impegno che Teheran aveva già preso nel 2015 con il JCPOA, prima che Trump lo denunciasse nel 2018. Una beffa, una presa per il culo..ma lo capite?
Israele, dal canto suo, si trova ora di fronte a un dilemma: accettare l’accordo e rinunciare alla sua libertà d’azione, o dichiararsi non vincolato e rischiare di aprire un conflitto con l’amministrazione americana.
La scelta di Ben-Gvir e degli altri ministri di ultradestra di boicottare le riunioni di governo è un segnale di tensione, ma difficilmente si tradurrà in un’azione concreta.
Netanyahu, che pure aveva cercato di prolungare la guerra per ragioni politiche interne, sa che senza il supporto logistico e militare degli Stati Uniti, Israele non può permettersi di colpire l’Iran da solo.
E il raid di Beirut che aveva fatto incazzare parrucchino, costringendolo a ritardare i negoziati, è stato l’ultimo, disperato tentativo di sabotare un accordo che ora appare ineluttabile.
Nei prossimi mesi, si aprirà una nuova fase di negoziati sul nucleare, con l’Iran che chiederà la rimozione di tutte le sanzioni e gli Stati Uniti che proveranno a ottenere concessioni più consistenti. Ma il momentum è tutto dalla parte di Teheran.
La guerra, alla fine, ha dimostrato che l’Iran sa incassare i colpi e resistere, mentre l’America di Trump è troppo impaziente e divisa per sostenere un conflitto prolungato.
E Israele, che pure aveva scommesso su un’azione decisiva, si è ritrovato solo, tradito dall’alleato di sempre, costretto a guardare mentre i suoi nemici festeggiano.
‘Sta guerra, alla fine, è servita una sega. O meglio, è servita a dimostrare che il Medio Oriente, nonostante gli slogan e le minacce, è sempre uguale a se stesso: un teatro di potenza in cui i pesi massimi giocano a scacchi, e le pedine – i civili, i soldati, le città bombardate – vengono spazzate via senza che nessuno ne chieda conto.
Ragazzi .. se tutto va bene, siamo rovinati.
La strada che mi porta a Casalcoso la faccio da passeggero e nonostante i 303 kmh di velocità che leggo sul display la goduria non è infinita, ma devo evitare l'ansia della Lella che non sopporta più la mia guida e così finirà che l'ansia verrà a me.. ma stracazzo vabbè che nelle ultime volte ho sbattuto in galleria, ma che colpa ne ho io se la galleria era buia e idem per il salto di corsia.. se sti bastardi lasciano buche fianco strada è ovvio che l'auto si imbarchi no? E vabbè cerco di fare passare queste 5 e più ore e mi domando
‘STA GUERRA A CHI CAZZO È SERVITA?
La domanda aleggia anche nei corridoi delle cancellerie occidentali e nei dibattiti delle televisioni israeliane, che nessun comunicato ufficiale potrà mai davvero mettere a tacere: a che cosa è servita tutta questa carneficina? Perché quattro mesi di missili, bombardamenti e vittime civili, se alla fine il tavolo delle trattative restituisce esattamente lo stesso punto di partenza del negoziato di febbraio – con l’Iran che ottiene lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati, la cogestione dello Stretto di Hormuz insieme all’Oman, e un vago impegno a non dotarsi di armi nucleari che, nella sostanza, era già sancito dal Trattato di non proliferazione?
Pausa.. l'hostess porta da bere e mi fermo..
Dunque ho riletto e ricomincio dicendo che la risposta, amara, è che il regime dei beduini o ayatollah ha giocato la partita con la pazienza di chi sa aspettare, e alla fine ha vinto su tutta la linea.
E giustamente, ieri, i media ufficiali iraniani hanno aperto con titoli trionfali: “Li abbiamo costretti ad accettare”.
Il guaio è che è vero.. minchia hanno ragione.
L’accordo annunciato dal Pakistan e benedetto dal parrucchino non è una vittoria della diplomazia, ma una resa.
Il presidente americano, che aveva iniziato la guerra con l’obiettivo dichiarato di “impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari”, ha accettato un negoziato che non solo non elimina la capacità iraniana di arricchire uranio (la sospensione è temporanea e non verificabile), ma legittima Teheran come attore regionale con diritto di veto sullo Stretto di Hormuz.
E Israele (altri beduini impestati), che aveva insistito per un’azione militare più decisa, si è ritrovato isolato e costretto a incassare un’intesa che non condivide.
Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, leader dell’ultradestra religiosa, ha dichiarato che “l’accordo non ci vincola, non siamo subordinati agli Stati Uniti”.
Parole che suonano come un atto di sfida, ma che nella sostanza rivelano l’impotenza di uno stato che, senza il sostegno americano, non può permettersi una guerra su due fronti.
La verità è che parrucchino ha scelto la strada più breve: chiudere il conflitto a ogni costo, anche a costo di cedere su tutti i punti, pur di poter rivendicare una “vittoria” in campagna elettorale perchè sti coglioni di americani finiranno per rieleggerlo.
I 12 miliardi di dollari sbloccati, che Teheran potrà spendere per sostenere l’economia in crisi e per finanziare le sue milizie, sono una boccata d’ossigeno per un regime che stava soffocando sotto il peso delle sanzioni.
E la cogestione di Hormuz, per quanto limitata dall’ingresso dell’Oman (paese tradizionalmente mediatore), rappresenta una vittoria simbolica e sostanziale: l’Iran non è più un attore marginale, ma un partner (sia pure scomodo) nella sicurezza energetica globale.
L’unico aspetto su cui Washington può vantarsi è il “vago impegno” sul nucleare, ma è lo stesso impegno che Teheran aveva già preso nel 2015 con il JCPOA, prima che Trump lo denunciasse nel 2018. Una beffa, una presa per il culo..ma lo capite?
Israele, dal canto suo, si trova ora di fronte a un dilemma: accettare l’accordo e rinunciare alla sua libertà d’azione, o dichiararsi non vincolato e rischiare di aprire un conflitto con l’amministrazione americana.
La scelta di Ben-Gvir e degli altri ministri di ultradestra di boicottare le riunioni di governo è un segnale di tensione, ma difficilmente si tradurrà in un’azione concreta.
Netanyahu, che pure aveva cercato di prolungare la guerra per ragioni politiche interne, sa che senza il supporto logistico e militare degli Stati Uniti, Israele non può permettersi di colpire l’Iran da solo.
E il raid di Beirut che aveva fatto incazzare parrucchino, costringendolo a ritardare i negoziati, è stato l’ultimo, disperato tentativo di sabotare un accordo che ora appare ineluttabile.
Nei prossimi mesi, si aprirà una nuova fase di negoziati sul nucleare, con l’Iran che chiederà la rimozione di tutte le sanzioni e gli Stati Uniti che proveranno a ottenere concessioni più consistenti. Ma il momentum è tutto dalla parte di Teheran.
La guerra, alla fine, ha dimostrato che l’Iran sa incassare i colpi e resistere, mentre l’America di Trump è troppo impaziente e divisa per sostenere un conflitto prolungato.
E Israele, che pure aveva scommesso su un’azione decisiva, si è ritrovato solo, tradito dall’alleato di sempre, costretto a guardare mentre i suoi nemici festeggiano.
‘Sta guerra, alla fine, è servita una sega. O meglio, è servita a dimostrare che il Medio Oriente, nonostante gli slogan e le minacce, è sempre uguale a se stesso: un teatro di potenza in cui i pesi massimi giocano a scacchi, e le pedine – i civili, i soldati, le città bombardate – vengono spazzate via senza che nessuno ne chieda conto.
Ragazzi .. se tutto va bene, siamo rovinati.



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