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lunedì 14 settembre 2026

Amarcord..Scuola.



Si sente l'assenza del popolo vacanziero, stanno iniziando le scuole e ritorno all'Amardord in cui tanti di noi ricordano cosa succedeva negli anni 60 parlando di scuola.

Allora...C'era un'Italia nella quale il banco aveva un foro per il calamaio, la penna aveva un pennino che decideva autonomamente quando perdere una goccia d'inchiostro e il maestro riusciva a ottenere il silenzio di una classe semplicemente entrando dalla porta.

Era l'Italia degli anni Sessanta.

Un' Italia che oggi possiamo guardare con un sorriso, ricordando i grembiuli, le cartelle, i quaderni, le tabelline imparate a memoria, le poesie recitate davanti alla classe e quelle interrogazioni che sembravano processi davanti a un tribunale.

Ma dietro quelle immagini apparentemente ingenue c'era qualcosa di molto più importante.

La scuola stava cambiando insieme all'Italia.

Il Paese che entrava negli anni Sessanta non era più quello uscito dalla guerra.

Il miracolo economico stava trasformando profondamente la società. Le persone si spostavano dalle campagne alle città, l'industria cresceva, aumentavano i consumi e una parte sempre più ampia della popolazione cominciava a immaginare per i propri figli un futuro diverso da quello vissuto dai genitori.

E quel futuro passava anche attraverso un'aula scolastica.

Per molti bambini la scuola elementare rappresentava il primo vero ingresso in una realtà più grande della famiglia e del paese.

Cinque anni di scuola.

Lettura.

Scrittura.

Aritmetica.

Storia.

Geografia.

Nozioni di scienze.

E soprattutto disciplina.

I vecchi banchi di legno avevano ancora il foro destinato al calamaio e il piccolo solco nel quale appoggiare la penna. L'inchiostro poteva finire sulle dita, sui quaderni e persino sui vestiti.

Il grembiule contribuiva a rendere tutti apparentemente uguali.

Sotto quel tessuto, però, l'Italia rimaneva quella che era: c'erano bambini vestiti con abiti nuovi e bambini con pantaloni rattoppati, figli di professionisti e figli di operai, bambini che arrivavano a scuola con una casa riscaldata e altri che conoscevano ancora la fatica quotidiana della povertà.

La scuola cercava di mettere tutti davanti allo stesso banco.

Non sempre ci riusciva.

Ma l'idea era rivoluzionaria.

L'insegnante era una figura molto diversa da quella che conosciamo oggi.

Il maestro non era soltanto colui che spiegava una lezione.

Era un'autorità.

Quando entrava in classe ci si alzava.

Durante l'appello si rispondeva a voce alta.

Si parlava quando era consentito.

Si chiedeva il permesso per uscire.

E le punizioni potevano essere severe.

La scuola degli anni Sessanta conservava infatti metodi disciplinari che oggi considereremmo inaccettabili, compresi episodi di punizioni corporali che appartenevano a una cultura educativa destinata progressivamente a cambiare.

Ma mentre sopravvivevano queste rigidità, stavano entrando anche nuove idee pedagogiche.

Maria Montessori e le correnti dell'attivismo educativo avevano già messo in discussione il modello puramente autoritario e mnemonico.

La scuola italiana era dunque sospesa tra due epoche.

Da una parte il maestro con la bacchetta e il registro.

Dall'altra una concezione dell'educazione nella quale il bambino avrebbe dovuto diventare progressivamente protagonista del proprio apprendimento.

Anche la religione occupava un posto importante.

Il crocifisso nelle aule ricordava il carattere ancora profondamente cattolico della società italiana e l'insegnamento religioso faceva parte della vita scolastica.

E poi arrivava la ricreazione.

Quello era il momento nel quale la scuola smetteva per qualche minuto di essere scuola.

Pane e mortadella.

Un frutto.

Qualche volta una merendina.

La carta oleata.

E poi tutti fuori.

Si giocava a campana, con le biglie, a palla.

Non esistevano smartphone.

Non esistevano videogiochi portatili.

Non esistevano social network.

Il cortile era il nostro social network.

Il compagno di banco era il nostro gruppo di chat.

E per sapere cosa era successo a un amico bisognava incontrarlo.

Anche i libri di testo erano diversi.

C'erano abecedari pieni di immagini, racconti morali e bambini raffigurati come piccoli cittadini modello.

Si imparavano poesie a memoria.

Si studiavano le tabelline.

Si scrivevano i compiti sul quaderno.

E quando arrivava un voto rosso, il problema non era soltanto scolastico.

Bisognava tornare a casa e farlo vedere ai genitori.

Quella firma sul quaderno poteva essere più temuta dell'interrogazione.

Ma la scuola italiana aveva davanti un problema molto più grande della disciplina.

Doveva diventare realmente accessibile a tutti.

Nel 1962 arrivò una delle svolte fondamentali.

La legge n. 1859 del 31 dicembre 1962 istituì la scuola media unica, obbligatoria e gratuita, destinata ai ragazzi dagli undici ai quattordici anni.

La riforma entrò concretamente in vigore con l'avvio del nuovo ordinamento nel 1963.

Prima di allora il passaggio dopo le elementari era fortemente condizionato dal percorso scolastico e dall'origine sociale.

C'erano ragazzi destinati al liceo.

Altri indirizzati verso l'avviamento professionale.

La scelta avveniva molto presto.

E quella scelta poteva condizionare l'intera vita.

La scuola media unica cercò di spezzare proprio questo meccanismo.

Figlio di un medico o figlio di un muratore: tutti nella stessa scuola.

Figlio di un industriale o figlio di un contadino: stessa aula.

Non significava che le differenze sociali fossero improvvisamente scomparse.

Significava però che lo Stato stava cercando di impedire che quelle differenze determinassero automaticamente il destino scolastico di un ragazzo a undici anni.

Fu una delle grandi operazioni di democratizzazione dell'Italia repubblicana.

E nelle nuove classi sedevano insieme ragazzi e ragazze.

Italiano.

Storia.

Geografia.

Matematica.

Scienze.

Educazione tecnica.

Musica.

Educazione fisica.

Religione.

La scuola cercava di preparare non soltanto lavoratori, ma cittadini.

E per un Paese che stava diventando industriale, questa era una necessità enorme.

La nuova scuola, però, non era certamente quella che conosciamo oggi.

Le interrogazioni potevano essere un piccolo incubo.

Il professore passeggiava tra i banchi.

Lo studente cercava di ricordare tutto.

E quando arrivava la domanda sbagliata nel momento sbagliato, improvvisamente anche la pagina studiata venti volte sembrava essere scomparsa dalla memoria.

Declina rosa.”

E per qualche adolescente italiano sembrava quasi l'inizio della fine.

Nel frattempo aumentava il numero dei ragazzi che proseguivano gli studi.

Il liceo classico conservava il suo prestigio, con latino, greco e filosofia.

Crescevano il liceo scientifico e gli istituti tecnici.

Gli istituti magistrali preparavano soprattutto le future insegnanti.

L'istruzione tecnica assumeva un'importanza particolare in un Paese che aveva bisogno di operai specializzati, periti, tecnici e lavoratori qualificati.

Era la scuola di un Paese industriale.

Poi arrivò un'altra svolta.

Il 1969.

La liberalizzazione degli accessi universitari aprì le porte degli atenei anche a diplomati provenienti da percorsi diversi dal liceo classico.

Era un cambiamento enorme.

L'università cessava progressivamente di essere un territorio riservato a una minoranza proveniente dai percorsi scolastici più tradizionali.

Le università si riempirono.

Le aule diventarono affollate.

Il numero degli studenti aumentò.

E insieme agli studenti arrivarono anche le proteste.

Perché la stessa generazione che aveva avuto più accesso all'istruzione cominciava a chiedere una scuola diversa.

Il 1968 entrò nelle università, nelle scuole e nelle piazze.

Gli studenti contestavano i metodi autoritari, la selezione scolastica, i programmi, il potere dei professori e una società che consideravano ancora profondamente diseguale.

Non era soltanto una rivolta contro la scuola.

Era una rivolta contro un'intera struttura sociale.

In Italia quella contestazione trovò anche riferimenti specifici, come la critica alla selezione scolastica contenuta nell'esperienza di Don Lorenzo Milani e in Lettera a una professoressa.

La scuola non doveva più essere soltanto il luogo nel quale i migliori emergevano e gli altri venivano lasciati indietro.

Doveva diventare uno strumento di emancipazione.

Era un'idea destinata a cambiare profondamente la scuola italiana.

E naturalmente anche il rapporto tra uomini e donne stava cambiando.

Negli anni Sessanta esistevano ancora percorsi scolastici fortemente influenzati dagli stereotipi di genere.

Alle ragazze venivano spesso attribuite attività legate alla casa e alla famiglia.

Ai ragazzi quelle tecniche e professionali.

Le ragazze erano indirizzate frequentemente verso percorsi magistrali o amministrativi.

I ragazzi verso industria, meccanica e settori tecnici.

Ma quella separazione cominciava lentamente a sgretolarsi.

La scuola diventava uno dei luoghi nei quali la trasformazione sociale poteva essere vista in anticipo.

E non tutto accadeva nelle grandi città.

In molte zone rurali l'istruzione aveva ancora caratteristiche completamente diverse.

Piccoli edifici.

Poche aule.

Classi numericamente ridotte.

A volte bambini di età differenti affidati allo stesso insegnante.

Il maestro poteva essere una delle persone più importanti del paese.

Non soltanto perché insegnava a leggere e scrivere.

Ma perché rappresentava il rapporto con uno Stato, una cultura e un mondo che spesso sembravano lontanissimi.

La scuola poteva significare anche chilometri a piedi.

Una cartella sulle spalle.

Le scarpe sporche di fango.

E la fatica quotidiana per arrivare in classe.

Ma significava soprattutto una possibilità.

La possibilità che un bambino potesse imparare qualcosa che i suoi genitori non avevano avuto l'opportunità di imparare.

La televisione avrebbe poi contribuito a questa battaglia.

Il volto di Alberto Manzi divenne quello di una delle più importanti esperienze di alfabetizzazione televisiva italiana.

Con Non è mai troppo tardi, trasmesso dalla Rai dal 1960 al 1968, Manzi insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani adulti attraverso uno strumento allora rivoluzionario: la televisione.

Non era soltanto un programma televisivo.

Era una scuola dentro le case.

E dimostrava una cosa fondamentale: l'istruzione non era un privilegio.

Era una delle condizioni necessarie per essere cittadini.

La scuola degli anni Sessanta aveva dunque mille difetti.

Era rigida.

Era selettiva.

Conservava forti differenze sociali e di genere.

In alcune realtà era arretrata.

In altre era ancora profondamente legata a metodi educativi autoritari.

Ma sarebbe un errore ricordarla soltanto attraverso questi limiti.

Perché quella scuola contribuì a trasformare l'Italia.

Quei bambini con il grembiule sarebbero diventati operai specializzati, tecnici, insegnanti, impiegati, professionisti, imprenditori.

Alcuni sarebbero diventati protagonisti delle contestazioni.

Altri avrebbero costruito le aziende del boom.

Altri ancora sarebbero emigrati, cambiando città o Paese.

La scuola era diventata uno dei grandi ascensori sociali della Repubblica.

Non funzionava sempre.

Non portava tutti allo stesso piano.

Ma permetteva a molti di salire.

Ed è forse questo il ricordo più importante della scuola degli anni Sessanta.

Non il calamaio.

Non il grembiule.

Non la bacchetta.

Non il professore severo.

Il cambiamento.

Perché mentre l'Italia costruiva autostrade, fabbriche, città e nuovi quartieri, nelle aule scolastiche stava costruendo qualcosa di meno visibile ma altrettanto importante: una generazione che avrebbe avuto più istruzione di quella precedente.

Un Paese che aveva conosciuto guerra, miseria e analfabetismo stava lentamente scoprendo che il futuro poteva cominciare da un bambino seduto dietro un banco.

E forse, quando oggi ritroviamo una vecchia fotografia scolastica, con quei volti seri, i grembiuli, i banchi di legno e il maestro al centro, dovremmo guardarla con occhi diversi.

Non vediamo semplicemente una classe di sessant'anni fa.

Vediamo l'Italia che stava imparando a diventare quella che conosciamo oggi.

E dietro quei bambini apparentemente immobili nella fotografia c'è un intero Paese in movimento.

Un Paese povero che diventava industriale.

Un Paese rurale che diventava urbano.

Un Paese analfabeta che imparava a leggere.

Un Paese diviso che cercava di portare bambini diversi nella stessa aula.

Un Paese antico che, con enorme fatica e molte contraddizioni, stava entrando nella modernità.

E tutto questo, a volte, cominciava con una cosa semplicissima.

Una penna.

Un quaderno.

Un banco.

E un maestro che diceva: Cominciamo.”


 

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