Certo che la nostra piccola amica undicenne Giorgia morta il 28 agosto scorso ha lasciato il segno che difficilmente sarà cancellato ma quante persone stanno vivendo situazioni analoghe alla vita che conduceva Giorgia e soprattutto i suoi familiari e una recente è avvenuta un paio di giorni dopo a Pietralata.
La tragedia che ha sconvolto il quartiere romano di Pietralata il 30 agosto 2026, con i corpi senza vita di Valentina Pambianco (42 anni), Luca Abbasciano (43) e della loro figlia Bianca di cinque anni, non è un semplice atto di follia, ma l'atto finale di una disperazione alimentata da anni di silenzio, di solitudine e da un incubo economico che ha trasformato l'amore per una bambina in un macigno insostenibile.
I genitori, la cui figlia era nata con una gravissima paralisi cerebrale, ritardo motorio e cognitivo ed epilessia, avevano riversato tutte le loro speranze, e tutti i loro risparmi, in tre viaggi della speranza in Messico, a Monterrey, per sottoporre la piccola a una terapia sperimentale chiamata Cytotron, basata su radiofrequenze e campi elettromagnetici, la cui efficacia è sempre stata messa in dubbio dalla comunità scientifica e che non è mai stata approvata dalla Food and Drug Administration americana . Ogni ciclo di un mese di questa cura, ideata dal neuroscienziato messicano José Roberto Trujillo, costava tra i 70 e i 100 mila euro, soggiorno escluso, e la coppia, che non aveva mai voluto ricorrere a raccolte fondi pubbliche come altre famiglie nella loro situazione, aveva fatto affidamento sui propri risparmi, sull'aiuto di qualche parente e sulla vendita di alcune proprietà, spendendo complessivamente circa 300.000 euro in un tentativo che, alla fine, non aveva portato i risultati sperati.
Quando, al rientro in Italia, le condizioni di Bianca sono nuovamente peggiorate, i genitori, entrambi ammalati di influenza e gastroenterite, si sono trovati di fronte a un muro: non avevano più soldi per un altro ciclo di terapia e la prospettiva di vedere la loro bambina, che chiamavano affettuosamente "carciofina" per i suoi capelli biondi e ribelli, continuare a soffrire era diventata insopportabile.
Inoltre, secondo le testimonianze di un'amica di famiglia, Valentina aveva scoperto di essere andata in menopausa prematura, stroncando la speranza di avere un altro figlio, ed era figlia unica con genitori anziani, il che la faceva sentire ancora più sola e senza un futuro.
Le lettere d'addio, una dozzina, trovate sul tavolo della cucina e firmate da entrambi i coniugi, contengono la frase che è diventata il testamento di una vita spezzata:
«Non ce la facciamo più. Non abbiamo più soldi per curare Bianca».
In quei fogli, che hanno lasciato a parenti e amici con disposizioni testamentarie e scuse, traspare la fatica quotidiana di una famiglia che, sebbene fosse seguita dai servizi sociali del IV Municipio e avesse anche ricevuto un sostegno economico, si è sentita comunque abbandonata, schiacciata da un peso che nessuna istituzione, nessun aiuto economico e nessun supporto psicologico è riuscito ad alleggerire.
Il presidente del Municipio, Massimiliano Umberti, ha ammesso con rammarico che "di fronte a queste fragilità non abbiamo ancora una soluzione" e che la solitudine, in situazioni così gravi, è il male più grande.
Luca, che aveva acquistato la pistola Glock pochi mesi prima e deteneva il regolare porto d'armi, ha prima sparato alla figlia, poi alla moglie, poi al cane Theo, che era il compagno di giochi della bambina, e infine si è tolto la vita.
La tragedia di Pietralata, che ha dell'incredibile per la sua ferocia e per la sua apparente gratuità, è in realtà il grido di due genitori che, dopo anni di lotta e di speranza, si sono arresi alla realtà, e che, come ha detto un'amica, erano "esasperati" e "non vedevano via d'uscita".
Un dramma che interroga la coscienza di un Paese che troppo spesso lascia sole le famiglie con disabilità gravi, e che trasforma la mancanza di risorse e di supporto in una condanna a morte per chi, come Bianca, avrebbe avuto diritto a una vita dignitosa e a un futuro.




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