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mercoledì 28 gennaio 2026

Clinton scende in campo..

 

Prometto che questo post sarà l'ultimo sui presidenti americani e prevedo un probabile piazzale Loreto americano.

Allora è grave. Davvero grave.

Quando scendono in campo gli ex presidenti, uno dopo l'altro, non è più una semplice crisi.

È un allarme rosso per il sistema.

È la classe dirigente storica che sente le fondamenta tremare.

Prima Obama (post precedente). Ora Clinton.

Bill Clinton rompe il silenzio.

Non parla da vecchio statista in pensione.

Parla con la voce di chi ha governato quell'America che ora sembra un ricordo lontano.

Denuncia le "scene orribili" di Minneapolis.

Non usa mezzi termini.

Non parla di "disordini" o "scontri".

Parla di violenze.

Quelle dell'ICE.

Gli stessi a cui la nostra biondina darà il benvenuto alle Olimpiadi in corso in quel dell'Italy impegnata al ritiro degli ambasciatori confinanti.

E lancia un appello il buon Clinton.

Un appello che sa di mobilitazione generale.

«Spetta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci e parlare».

Non è un invito alla calma.

È un invito alla resistenza civile.

All'opposizione verbale, pubblica, corale.

Sta dicendo: il silenzio, ora, è complicità.

Ieri Obama aveva usato toni simili, ma più cupi, più profetici.

«Ogni americano si svegli, la nazione è sotto attacco».

Sotto attacco da chi?

Non lo dice, ma lo si capisce.

Dall'interno.

Da forze che stanno svuotando i valori fondanti.

Ora Clinton si unisce al coro.

Due voci del Partito Democratico, ma soprattutto due ex Comandanti in Capo, due custodi istituzionali.

Stanno facendo quello che Biden, non può o non riesce a fare con la stessa forza: alzare il volume della condanna morale.

Dare un volto e un'autorevolezza alla rabbia diffusa.

È un segnale potentissimo.

Stanno legittimando la protesta, dando una bandiera a chi si sente smarrito.

Stanno dicendo a milioni di americani moderati, spaventati, confusi e disgustati:

"La vostra indignazione è giusta. Non siete soli. Anche noi la vediamo. E ora dovete parlare".

Non è solo una presa di posizione su Minneapolis.

È una risposta all'intera deriva trumpiana.

All'uso strumentale e brutale delle forze federali, alla retorica della "legge e ordine" che maschera la repressione, all'erosione della fiducia nelle istituzioni.

Trump, ovviamente, li attaccherà.

Li chiamerà "falliti", "deboli", parte del "deep state".

La sua base applaudirà come facevano i fascisti nostri tempo fa.

Ma il messaggio di Clinton e Obama non è per la base di Trump.

È per il grande, silenzioso, spaventato centro del paese.

È per chi sta a guardare le immagini di Minneapolis e si chiede: "Ma questa è ancora l'America?".

Gli ex presidenti gli stanno rispondendo: "No. Non è l'America che noi abbiamo servito. E se anche tu non la riconosci, è il momento di alzarti e dirlo".

È un'arma potentissima, quella del prestigio residuo.

Trump non può togliergliela.

Può solo insultarli.

La situazione è grave.

Perché quando la politica normale è paralizzata, quando il Congresso è bloccato, quando la Casa Bianca attuale sembra in difficoltà, allora emergono le ultime riserve morali della nazione.

Gli ex presidenti.

Stanno suonando la tromba.

Per un'ultima, disperata difesa di ciò che resta dell'idea di America.
Ora si vedrà se il paese li ascolterà, o se il frastuono della rabbia e della paura coprirà anche le loro voci.


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