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lunedì 26 gennaio 2026

Declino Americano.

 


Oggi mi sono svegliato all'alba per vedere i nostri italiani tennisti a lottare e dopo aver visto i due che passano ai quarti, già che ero in linea ho dato uno sguardo al Financial Times e sono pienamente d'accordo sull'articolo di prima pagina che riguardava oltre la facciata, oltre al broncio, la spacconata, la parolaccia su Truth Social.

Dietro alle manie di grandezza del biondino col ciuffo non c'è solo un uomo. C'è uno stato d'animo. L'ansia di un Paese che sente il terreno sfuggirgli da sotto i piedi.

Il bullismo del tycoon è la traduzione in volgare di un dato di fatto.. l'inesorabile declino della superpotenza americana.

Non siamo più gli unici a dettare legge.

La Cindia (Cina e India) avanza.

L'Europa si sfilaccia e fanno ridere le 2 euro di microtassa.

Il mondo è multipolare, e a Washington questo fa girare il coglionisterio.

L'articolo che ho letto, mette il dito sulla piaga.

Dice una cosa semplice, e per questo geniale:

«Diffidate sempre di chi scende di rango».

Cazzo se hanno ragione.

Noi, che viviamo una vita migliore di quella in cui siamo nati, non lo possiamo capire.

Non possiamo capire il trauma di chi va nella direzione opposta.

Di chi ha conosciuto l'apice, e ora vede la discesa selvaggia.

Un piccolo calo di status può far perdere la bussola.

Anche se la tua posizione assoluta resta buona.

Anche se sei ancora ricco, potente.

Non importa.

Quello che conta è la direzione.

E la direzione è quella del declino.

È una verità che vale per gli individui e per le nazioni.

Prendete la Repubblica di Weimar.

Non furono i più poveri, i disperati delle periferie, a votare in massa per i nazionalsocialisti.

Furono le classi medie.

I piccoli borghesi, i commercianti, i professionisti che avevano visto il loro mondo – fatto di sicurezza, di rispettabilità, di certezze – andare in frantumi con l'iperinflazione e la crisi.

Avevano perso status.

E per riconquistarlo, anche solo l'illusione di esso, votarono per chi prometteva di ridare ordine, grandezza, e di punire chi, a loro dire, aveva causato la discesa.

In geopolitica, lo stesso processo si riproduce alla massima scala.

Guardate la Russia di Putin.

Cos'è la guerra in Ucraina, se non una protesta violenta, disperata, criminale, contro uno status ridotto?

Dopo il crollo dell'Impero Sovietico, la Russia si è sentita umiliata.

Ha visto la NATO avvicinarsi.

Ha perso l'egemonia sull'Europa orientale.

È scesa di rango.

Da superpotenza a potenza regionale con le bombe atomiche. Questo trauma, questa perdita di status, è il carburante della follia di Putin.

Non è (solo) per il territorio.

È per il posto nella Storia.

È per urlare al mondo che la Russia non è un paese da tenere in cantina.

Trump fa lo stesso, ma con i tweet e i dazi.
La sua retorica è tutta lì: "Rendere l'America di nuovo grande".
Sottinteso: perché non lo è più.

Perché è stata derubata, imbrogliata, umiliata.

Dai cinesi, dai messicani, dalla NATO parassita, dai politici corrotti di Washington.

È la narrativa perfetta per un paese che sente di scivolare, anche se oggettivamente resta il più ricco e potente del pianeta.

Non importa la realtà dei fatti.

Importa la percezione.
E quando un gigante comincia a sentirsi piccolo, a vedere ombre dove prima c'era solo la sua luce, diventa pericoloso.

Perché agisce per paura.

Per rabbia.

Per il terrore di non contare più.

Il bullismo è la maschera della paura.

La spacconata è il grido di chi si sente accerchiato dalla Storia. Trump non è la causa.

È il sintomo.

Il sintomo clamoroso, volgare, elettrizzante per le sue folle di coglioni, di una nazione che fa fatica ad accettare di non essere più l'unico, incontrastato, padrone del gioco.

È un declino relativo, forse inevitabile.

Ma la reazione a quel declino, quella può cambiare il mondo.

In peggio e sento il culo bruciare.

Lo abbiamo visto nella Germania degli anni '30.

Lo vediamo nella Russia di oggi.

E lo stiamo vedendo, giorno dopo giorno, tweet dopo tweet, nell'America di Donald Trump che sta facendo diventare l'America non Americana con un bambino anarchico alla guida che gioca coi fiammiferi in una stanza piena di polvere da sparo.


Certo che il 250° anniversario è alle porte e sarà una celebrazione o un funerale?

E sto bambino continua instacabilmente ad applicare incendi e noi a baciargli il culo.

 


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