Il paradosso della guerra in Iran: Teheran si arricchisce più di prima grazie a parrucchino giallo..
C’è un’immagine, nella guerra che sta infiammando il Medio Oriente, che racconta un paradosso che nessuno aveva previsto.
È l’immagine dell’Iran che, mentre i missili cadono e i pasdaran combattono, vede aumentare le sue entrate petrolifere.
Grazie al raddoppio del prezzo del greggio, e allo stop americano alle sanzioni, Teheran ha già incassato almeno 10 miliardi di dollari in più dall’inizio del conflitto.
E con l’introduzione del pedaggio alle navi che passano per Hormuz, appena approvata dal Parlamento, il flusso potrebbe crescere ancora.
Un paradosso, appunto: la guerra che doveva indebolire l’Iran lo sta arricchendo.
I numeri parlano chiaro.
Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il prezzo del petrolio è salito da 80 a 115 dollari al barile.
L’Iran, che esporta almeno due milioni di barili al giorno, principalmente verso la Cina, ha visto aumentare le sue entrate di 70 dollari al barile.
Un guadagno secco di 140 milioni di dollari al giorno.
In un mese, quasi 4 miliardi.
E con l’aumento delle esportazioni, che hanno raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno, il totale sale a 5 miliardi.
E con il pedaggio di Hormuz, che potrebbe fruttare altri 5 miliardi all’anno, l’Iran potrebbe incassare fino a 10 miliardi di dollari in più nel 2026.
Il paradosso è reso possibile dalla scelta degli Stati Uniti di non colpire le infrastrutture petrolifere iraniane.
Parrucchino, che all’inizio del conflitto aveva minacciato di “obliterare” le raffinerie, ha poi deciso di concentrare gli attacchi sugli impianti militari e nucleari.
Una scelta che ha permesso all’Iran di continuare a esportare.
E con il prezzo alle stelle, le sue casse si riempiono.
E poi c’è la Cina.
Pechino, che è il principale acquirente del petrolio iraniano, ha continuato a comprare nonostante le sanzioni.
E con la guerra, ha aumentato gli acquisti, approfittando dello sconto che l’Iran offre per compensare il rischio.
Un affare per entrambi: la Cina ha il petrolio a buon mercato, l’Iran ha i dollari per finanziare la guerra.
L’introduzione del pedaggio per le navi che passano per Hormuz, approvata dal Parlamento iraniano, potrebbe aumentare ulteriormente le entrate.
Ogni petroliera che transita nello Stretto dovrà pagare 2 milioni di dollari.
E se le navi che passano saranno 10 al giorno, come prima della guerra, l’Iran incasserà altri 20 milioni di dollari al giorno.
Un flusso che, se mantenuto, frutterà 7 miliardi all’anno.
Ma c’è un’altra minaccia, forse più grave.
Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno già colpito navi nel Mar Rosso.
Se intervenissero in modo sistematico, il traffico globale di greggio si fermerebbe.
E il prezzo del petrolio salirebbe ancora.
Fino a 150, 200 dollari al barile.
Un livello che farebbe crollare l’economia mondiale.
Ma che renderebbe l’Iran ancora più ricco.
E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati discutono su come fermare la guerra, l’Iran incassa.
E si prepara a resistere.
Perché il paradosso, in fondo, è che la guerra che doveva indebolirlo lo sta rendendo più forte.
E che più a lungo dura, più si arricchisce e noi tra non molto a piedi.




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