Stiamo vivendo un clima di guerra che non avremmo mai dovuto vivere, ma ci siamo e quindi per capire se siamo dalla parte del torto/ragione occorre vedere la situazione cercando di non essere di parte ed è quello che un gruppo di persone sta facendo e lo potrete constatare visionando il sito denominato “Digital Gazette” dove un gruppo di esperti affiancano Cesio Endrizzi al fine di esaminare le varie situazioni che stanno accadendo e oggi mi focalizzo sullo stretto di Hormuz che ci sta creando grandi problemi..
Il pedaggio che cambia il mondo – e il lungo addio al dollaro nello Stretto delle tenebre
Undici milioni di barili al giorno.
Fermi.
Immobili come una colonna di automobilisti in un ingorgo senza fine, solo che qui l’ingorgo è lungo quaranta giorni, il pedaggio non si paga in euro o in dollari, e la fila si snoda attraverso uno dei punti più strategici e maledetti del pianeta: lo Stretto di Hormuz .
La guerra tra Stati Uniti e Iran, iniziata a fine febbraio con l’operazione “Epic Fury” voluta da Trump, ha chiuso il rubinetto del Golfo Persico, e ora che un fragile cessate il fuoco di due settimane ha riaperto le porte – o meglio, le ha socchiuse – Teheran ha deciso di trasformare la propria posizione di forza in una leva geopolitica che potrebbe segnare l’inizio della fine per il sistema del dollaro come valuta globale di riserva.
La mossa, annunciata da Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli Esportatori di Petrolio, Gas e Prodotti Petrochimici iraniana, è tanto semplice quanto dirompente: chi vuole passare paga.
Un dollaro al barile, fino a due milioni di dollari per una superpetroliera piena, e il pagamento deve avvenire in bitcoin o in yuan, la valuta cinese . Non in dollari.
Non attraverso i canali bancari occidentali.
Il regime degli Ayatollah, che ha passato decenni a imparare l’arte della sopravvivenza economica sotto sanzioni, ha scoperto che le criptovalute sono il perfetto cavallo di Troia per scardinare un sistema che l’ha tenuto in scacco per quarant’anni.
Il meccanismo, per chi ha la pazienza di seguirlo nei dettagli, è un capolavoro di ingegneria finanziaria e intimidazione. Le petroliere devono inviare un’email alle autorità iraniane con i dettagli del carico; una volta valutata la richiesta, i militari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica forniscono un codice di transito segreto e una rotta obbligata lungo la costa settentrionale dello Stretto, sotto la protezione di motovedette armate .
La finestra per il pagamento in bitcoin è di pochi secondi – “abbastanza per evitare che la transazione venga tracciata o confiscata a causa delle sanzioni”, ha spiegato Hosseini .
Le navi vuote passano gratis, quelle cariche pagano.
E se qualcuno prova a passare senza permesso, l’avvertimento è stato chiaro: una petroliera kuwaitiana che ha tentato di forzare il blocco è stata attaccata e danneggiata .
Non una dichiarazione di guerra, ma un promemoria: qui comandiamo noi. E la comunità internazionale, per ora, può solo guardare e calcolare il costo del biglietto.
Il colpo al sistema del petrodollaro, in questo scenario, è duplice.
Da un lato, l’Iran impone di fatto una tassa sul transito che viene incassata in valute alternative al biglietto verde – lo yuan, spinto dalla Cina che di Teheran è il primo cliente petrolifero, e le criptovalute, che per loro natura sfuggono al controllo della Federal Reserve e del sistema SWIFT .
Dall’altro lato, la mossa iraniana crea un precedente pericoloso: se Hormuz diventa un casello a pagamento in bitcoin, allora anche altri stretti – Bab el-Mandeb, Malacca, il Canale di Panama – potrebbero seguire l’esempio, e il dollaro perderebbe il suo ruolo di “moneta di scambio universale” per le materie prime.
Simon Dixon, investitore e fondatore di BnkToTheFuture, ha paragonato la situazione a un “momento Canale di Suez” per il dollaro: il 1956, quando Nasser nazionalizzò il canale e Gran Bretagna e Francia tentarono una riconquista armata che si risolse in un disastro diplomatico, segnò la fine del colonialismo europeo in Medio Oriente.
Oggi, Hormuz potrebbe segnare la fine del monopolio valutario americano .
Non si tratta solo di ideologia anti-americana, però.
La Cina, che in queste settimane ha lavorato dietro le quinte come regista silenziosa della tregua, ha un interesse vitale a che il prezzo del greggio non salga troppo in fretta .
L’economia cinese, già in affanno con una crescita che scricchiola e un settore immobiliare che sanguina, non può permettersi un’impennata dei costi energetici come quella che seguì l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Il Brent è volato a 107 dollari al barile durante il picco del conflitto, e solo l’annuncio del cessate il fuoco lo ha riportato sotto i 95 .
Ma la fragilità della tregua – due settimane negoziate con la mediazione pakistana, ma con Israele che continua a colpire in Libano e l’Iran che chiede garanzie che nessuno è disposto a concedere – tiene il mercato in uno stato di fibrillazione permanente.
Pechino ha bisogno che il transito riprenda, ma ha bisogno anche che il pedaggio non diventi una leva per l’inflazione.
E così gioca su due tavoli: da un lato spinge Teheran alla moderazione (il veto cinese a una risoluzione ONU che avrebbe potuto autorizzare l’uso della forza per riaprire lo Stretto è stato decisivo), dall’altro si tiene pronta a incassare i benefici di un commercio petrolifero sempre più denominato in yuan, la sua moneta .
Il paradosso, per chi osserva da fuori, è che l’America di Trump ha contribuito a creare esattamente ciò che diceva di volere evitare.
La dottrina “America First”, il disimpegno dai conflitti mediorientali, la guerra commerciale con la Cina, le sanzioni a tappeto contro l’Iran: tutte mosse che, prese singolarmente, avevano una logica di realismo nazionale, ma che messe insieme hanno prodotto un vuoto di potere che Pechino e Teheran hanno riempito con una velocità sorprendente.
Il dollaro è ancora la valuta di riserva mondiale, ma la sua egemonia non è più indiscussa.
Il petrodollaro – l’accordo siglato negli anni Settanta per cui l’Arabia Saudita vendeva petrolio solo in dollari in cambio di protezione militare americana – è un ricordo sbiadito.
Oggi i sauditi guardano a Est, i russi vendono gas in rubli, gli iraniani accettano bitcoin.
E gli Stati Uniti, impantanati in un debito pubblico che ha superato i 34 trilioni di dollari e con un deficit che nel solo mese di febbraio ha superato le entrate fiscali del 30 per cento, non hanno più la forza – né la credibilità – per imporre un ritorno all’ordine precedente .
L’ingorgo di Hormuz, intanto, non si smaltirà in due settimane.
Wood Mackenzie, la società di analisi energetica, ha stimato che anche se la tregua reggesse, i colli di bottiglia logistici richiederebbero mesi per essere risolti: gli impianti di liquefazione del gas in Qatar hanno bisogno di tempo per ripartire, le petroliere che hanno lasciato la zona a zavorra non torneranno senza garanzie di sicurezza, e gli stoccaggi a terra in Arabia Saudita ed Emirati offrono un margine di un mese al massimo .
Nel frattempo, il costo del denaro si alza, le borse tremano, e l’inflazione – quella che il mondo aveva creduto di aver domato dopo la pandemia – torna a mordere le carni vive delle classi medie.
E in questo quadro, il bitcoin, che molti avevano liquidato come una bolla speculativa, si scopre essere un’ancora di salvezza: non perché sia meno volatile, ma perché è l’unico asset che non dipende dalla fiducia in nessun governo, in nessuna banca centrale, in nessun trattato internazionale.
Da quando la guerra è iniziata, il bitcoin ha guadagnato circa l’8 per cento, mentre l’oro è sceso e le borse hanno perso terreno .
Non è ancora una valuta di riserva, ma è diventato – come lo definiscono gli analisti di Blockzeit – un “portello di fuga” dal sistema del dollaro .
Così restiamo qui, con un casello nel Golfo che accetta yuan e criptovalute, con un presidente americano che twitta minacce mentre il suo segretario al Tesoro cerca di calmare i mercati, con una Cina che sorride dietro il sipario e un Iran che ha imparato che il controllo di uno stretto vale più di qualsiasi alleanza.
La fine del dollaro non sarà decretata da un trattato, né da una dichiarazione di guerra.
Sarà decretata da migliaia di transazioni in bitcoin, da petroliere che pagano il pedaggio in yuan, da governi che accumulano oro invece di titoli di Stato americani.
Sarà una morte per mille tagli, lenta, inesorabile, quasi invisibile.
E quando, tra qualche anno, gli storici si chiederanno dove sia cominciata la fine dell’egemonia americana, non indicheranno una battaglia, né un discorso, né un trattato di pace.
Indicheranno uno Stretto, un’email, e una manciata di secondi per pagare in bitcoin.
Il tempo, come sempre, basterà.



Nessun commento:
Posta un commento