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giovedì 23 aprile 2026

Guerra all'Italia.

 

 

Avrete sentito la storia del russo che ha letteralmente dichiarato guerra all'Italia colpendo la Meloncina con frasi da osteria infimo livello e ho cercato di capire di più su quello che i TG propinano parlando con Giordano Palerna e questi mi ha passato un articolo del Cesio Endrizzi che vi passo paro paro e val la pena di leggerlo

La villa, la storia e il complotto: il megafono del Cremlino dichiara guerra all’Italia

ROMA – C’è una frase, nella lunga requisitoria che Vladimir Solovyev ha riversato ieri sera nei suoi canali Telegram e nelle dirette del suo programma “Polnyj Kontakt”, che funziona come una chiave di volta per decifrare l’intero, delirante meccanismo. 

“Signora Meloni, le parla un uomo, un ebreo, che le autorità italiane hanno nuovamente sottoposto a persecuzioni” . 

Non è un lapsus, non è un improvviso accesso di coscienza storica, non è nemmeno la più goffa delle strumentalizzazioni. 

È un manifesto: il conduttore che ha trasformato l’insulto in genere letterario e la propaganda in arte performativa, l’uomo che Putin ha insignito personalmente con l’Ordine di Alexander Nevsky e con la medaglia “per meriti per la madrepatria” per la sua campagna di odio contro l’Ucraina, ha scelto di vestire i panni della vittima. Della vittima perseguitata, per giunta, da un paese – l’Italia – che secondo la sua ricostruzione sarebbe ancora oggi, a ottant’anni dalla caduta del fascismo, una sorta di colonia ideologica del ventennio, governata da “seguaci del fascista Mussolini” che si rendono “complici di tutti i crimini dell’Italia fascista” sostenendo “lo Stato nazista ucraino” .

Il groviglio logico è talmente contorto da sembrare volutamente inestricabile, e forse lo è. 

Perché Solovyev non cerca la coerenza, cerca l’effetto. 

E l’effetto, in questo caso, è duplice: da una parte, rivendicare a sé la patente di “antifascista” e di “ebreo perseguitato” per delegittimare qualsiasi critica ai suoi metodi – chi oserebbe attaccare un uomo che si dichiara erede delle vittime della Shoah? 

– e dall’altra, rovesciare sul governo italiano la responsabilità per il sequestro delle sue due ville sul lago di Como, quelle che la Guardia di Finanza gli ha congelato nel 2022 in applicazione delle sanzioni europee contro gli oligarchi russi . 

Otto milioni di euro di proprietà, tra Loveno di Menaggio e Pianello del Lario, che il presentatore non ha mai perdonato all’Italia, e che sono state anche vandalizzate con un incendio doloso e scritte di vernice rossa . 

Per Solovyev, quelle ville non sono il frutto di un’amicizia col Cremlino che gli ha permesso di accumulare ricchezze mentre in Ucraina morivano civili. Sono il simbolo di una “persecuzione” che lo accomunerebbe, nella sua delirante ricostruzione, alle persecuzioni antisemite della storia italiana. 

È un azzardo talmente blasfemo che lascia senza parole, eppure è perfettamente funzionale alla macchina della propaganda russa: trasformare l’aggressore in vittima, il sanzionato in perseguitato, il propagandista della guerra in paladino della memoria.

L’attacco, come è noto, non si ferma alla premier. 

Solovyev allarga il tiro a tutto il paese, e lo fa con un lessico che mescola accuse storiche e ossessioni contemporanee in un frullato tossico. 

“Voi, condividendo le idee di Mussolini, vi rendete complici di tutti i crimini dell’Italia fascista e, per logica, dovete assumervene la responsabilità” . 

Poi l’aggancio al presente: “Lei dimostra simpatia per questi crimini, sostenendo lo Stato nazista ucraino, che compie atti terroristici sul territorio della Russia e non ha nascosto la preparazione di numerosi omicidi: tra gli obiettivi dichiarati dalle autorità ucraine ci sono anch’io” . 

L’accusa, formulata con la precisione di un capo d’imputazione, è che l’Italia sarebbe complice di un presunto complotto ucraino per ucciderlo. 

E la prova? Nessuna, naturalmente, se non la sua stessa parola. 

Ma nel mondo di Solovyev, la prova non serve: serve la ripetizione, l’eco, la viralità. 

E su questo terreno, il conduttore russo è un maestro. 

Il suo programma su Rossiya 1 raggiunge milioni di spettatori, i suoi canali Telegram sono tra i più seguiti nella Federazione, e le sue uscite – specie quando sono in italiano, come quella di ieri in cui definiva Meloni “idiota patentata” e “cattiva donnuccia” – sono studiate per rimbalzare oltre i confini russi, per costringere i media occidentali a parlarne, per alimentare quella guerra ibrida che è la specialità del Cremlino .

La reazione italiana, in queste ore, è stata compatta ma anche un po’ stanca, come se l’abitudine all’insulto avesse smussato la capacità di indignarsi. 

La Farnesina ha convocato l’ambasciatore russo Alexey Paramonov, che ha preso le distanze dal conduttore definendolo “un giornalista indipendente” e sostenendo che “nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso giudizi offensivi nei confronti di Meloni o dell’Italia” . 

Una dichiarazione che suona come una presa in giro, perché tutti sanno che Solovyev non è un giornalista indipendente: è il megafono del Cremlino, l’uomo che Putin ha premiato di persona, il volto televisivo della guerra . 

E la sua campagna d’odio contro l’Italia – che non è cominciata ieri, ma che si è intensificata dopo il sequestro delle ville – è una componente organica della strategia russa per delegittimare i paesi europei che sostengono l’Ucraina. 

La premier Meloni, da parte sua, ha risposto con la sobrietà che la situazione richiede: “Per sua natura, un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà. 

Noi, diversamente da altri, non abbiamo padroni. 

La nostra bussola resta una sola: l’interesse dell’Italia” . 

Poche parole, misurate, senza replicare agli insulti personali. 

È la scelta giusta, perché ogni replica darebbe a Solovyev esattamente ciò che vuole: attenzione, legittimazione, uno spazio nel dibattito italiano.

E mentre la polemica infiamma i talk show e i social network, c’è una domanda che resta sospesa, come il fumo di un incendio mai del tutto spento: perché l’Italia? 

Perché Solovyev, che potrebbe bersagliare qualsiasi altro leader europeo, ha scelto di concentrare la sua rabbia proprio su Giorgia Meloni e sul nostro paese? 

La risposta, probabilmente, è la combinazione di due fattori. 

Il primo è personale: le ville sequestrate. 

Solovyev era innamorato dell’Italia, ci aveva investito milioni, ci aveva persino ottenuto un certificato di residenza . 

La revoca di quel sogno – la confisca delle dimore sul lago, l’impossibilità di tornare nel paese che amava – gli brucia come una ferita aperta, e ogni attacco a Meloni è anche un atto di rivalsa contro chi gli ha tolto il suo angolo di paradiso. 

Il secondo fattore è politico: l’Italia, sotto la guida di Meloni, è diventata uno dei sostenitori più convinti dell’Ucraina in Europa, e il suo governo, per quanto criticato su altri fronti, non ha mai vacillato sul sostegno a Kiev. Colpire Meloni significa colpire il consenso italiano all’alleanza atlantica, significa seminare dubbi, significa provare a indebolire una delle voci più autorevoli del fronte europeo. 

Che poi gli argomenti usati siano storicamente ridicoli – paragonare il governo Meloni al fascismo, definire l’Ucraina “Stato nazista” – non importa. La propaganda non ha bisogno di essere vera, ha bisogno di essere ripetuta. 

E Solovyev, da questo punto di vista, è una macchina da ripetizione perfetta.

E così, mentre l’ambasciatore russo viene convocato e richiamato, e i diplomatici italiani spiegano che “non si accettano lezioni da un regime che reprime ogni dissenso”, e il presidente ucraino Zelensky offre solidarietà a Meloni definendo i propagandisti russi “miserabili” , la vicenda si avvia verso la sua inevitabile dissolvenza. 

Tra qualche giorno, qualcun altro dirà qualcos’altro, e i riflettori si sposteranno. 

Ma il danno, per quanto gestibile sul piano diplomatico, resta: Solovyev ha dimostrato ancora una volta che la guerra non si combatte solo con i missili, ma anche con le parole, e che le parole, quando sono pronunciate da un megafono del Cremlino, possono ferire, offendere, delegittimare. L’Italia, dal canto suo, ha risposto con dignità, ma forse dovrebbe anche chiedersi se non sia il caso di alzare la voce, di raccontare con più forza le ragioni del proprio sostegno a Kiev, di non lasciare che il monopolio della narrazione sia nelle mani di chi trasforma la storia in un’arma e la memoria in un insulto. 

Perché alla fine, la partita non è tra Meloni e Solovyev, non è tra l’Italia e la Russia, non è nemmeno tra il bene e il male. 

È tra la verità e la menzogna, tra la complessità e la semplificazione, tra la democrazia e l’autocrazia. 

E in questa partita, l’Italia non può permettersi di restare in panchina. 

Deve giocare. E giocare fino in fondo.


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