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martedì 28 aprile 2026

All'anima di chitemmuort.

Da buon longo&bardo ho fatto uno studio sul “chitemmuorto” e forse manco ho scritto just in quanto suona un finale di parola tipo “mmuort” e vabbe'.

Parto col dire che quell'insulto non è una semplice parolaccia, è l'arma di distruzione di massa del popolo napoletano, un modo per profanare la tomba di famiglia del tuo nemico.

La vera storia del "chitemmuorto" non ha nulla a che fare con antiche divinità indiane o altre idiozie da intellettuali.

La sua origine è molto più brutale e radicata nella terra.

Nasce dalla fusione di "chi ti è morto", una domanda che non cerca una risposta, ma che serve a evocare i cadaveri dei tuoi antenati per poterli insultare.

In una cultura come quella napoletana, dove il confine tra i vivi e i morti è una porta girevole e il rispetto per i defunti è un pilastro della società, attaccare i morti di una persona è l'atto di guerra definitivo.

Non stai insultando lui.

Stai sputando sulla lapide di sua madre, stai prendendo a calci il teschio di suo nonno, stai dichiarando che la sua intera linea di sangue, passata e presente, è marcia.

Un tempo, pronunciare quella frase era come firmare una dichiarazione di guerra.

Non c'era discussione, non c'era replica verbale.

La risposta era una sola: le "mazzate". Una violenza fisica immediata e spesso letale.

Dire "mannaggia a chitemmuort" a un uomo significava che dovevi essere pronto ad accoppare o a essere accoppato, perché avevi appena commesso il sacrilegio più grave.

Oggi, questa bomba atomica verbale è stata depotenziata, trasformata in una banale virgola nel discorso quotidiano.

La senti usare come un intercalare per la frustrazione, per un parcheggio mancato, per una partita di calcio persa.

La senti persino tra amici, in una forma perversa di saluto affettuoso.

Questo non è un segno di evoluzione.

È il sintomo di una società che ha perso la memoria del peso delle proprie parole, che usa un'arma nucleare per aprire una noce di cocco.

Ma non farti ingannare dalla sua diffusione.

Il veleno è ancora tutto lì, dormiente, in attesa del momento giusto per riattivarsi.

Prova a dire "chitemmuorto" a una persona che ha appena perso un parente, e vedrai riemergere la violenza primordiale di un tempo.

La sua versione potenziata, "chitestramuort", non è altro che un modo per aggiungere un altro strato di fango sulla tomba.

E la combinazione finale, "vafammocc a chitemmuorto", è l'apocalisse.

Unisce la più cruda umiliazione sessuale con la profanazione genealogica.

Non è più un insulto.

È un tentativo di cancellare l'esistenza stessa del tuo nemico, umiliando sia i suoi vivi che i suoi morti in un unico, devastante colpo.

We testina patula, te me rott i ball con sto dialett ma va a dà via el cu, terun ciaparàtt con la vöia de laurà saltum adoss, te se propri un pirla e va a scua' dua le nett!


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