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sabato 4 aprile 2026

Carobenzina.

 


ARRANGIATEVI – GIORGETTI CHIUDE IL RUBINETTO: I SOLDI PER IL CARO ENERGIA SONO FINITI, LE ACCISE REGGONO SOLO FINO A DOMANI, E LA BENZINA A TRE EURO NON È PIÙ UN’IPOTESI. 

LA GUERRA DI TRUMP AFFONDA I CONTI E IL DEFICIT TORNA SOPRA LA SOGLIA DEL 3%, FACENDO SALTARE LA FUGA DALL’INFRAZIONE UE

La musica è cambiata, e non in meglio. 

A Palazzo Chigi hanno spento il riscaldamento, metaforicamente e presto anche letteralmente. 

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia con la faccia da funerale e la concretezza di un ragioniere che sa quando il conto è in rosso, ha messo nero su bianco quello che i cittadini italiani avevano già cominciato a temere: i soldi per i bonus contro il caro energia sono finiti. 

Oggi, 3 aprile, il Consiglio dei ministri dovrebbe varare un decreto che stanzia gli ultimi 500 milioni di euro per prorogare il taglio delle accise sui carburanti fino al 1° maggio . Dopodiché, il rubinetto si chiude. 

E il paese – famiglie, imprese, pendolari, autotrasportatori – si troverà a brancolare nel buio, senza la rete di protezione che fino a ieri attutiva il colpo di una guerra di cui nessuno vede la fine.

Lo scenario che Giorgetti ha tratteggiato ai colleghi di governo ha i contorni dell’horror. 

“Se la guerra va avanti ancora un po’, rischiamo la benzina a tre euro”, avrebbe detto il ministro, secondo fonti interne. 

Non è un’esagerazione, non è una tattica per spaventare l’opinione pubblica. 

È un calcolo spietato. 

Il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha fatto impennare i prezzi del greggio e del gas come non si vedeva dalla primavera del 2022, quando la guerra in Ucraina aveva già messo in ginocchio le economie europee. 

Ma allora c’erano i fondi del Next Generation EU, c’era la flessibilità del Patto di Stabilità sospeso, c’era una risposta coordinata a livello continentale.

 Oggi, invece, l’Europa è divisa, i conti pubblici sono già stati spremuti, e l’Italia – il paese più esposto della UE all’instabilità energetica – si ritrova con le polveri bagnate.

Le parole di Giorgetti sono un pugno nello stomaco per una ragione precisa: tradiscono la narrazione che il governo aveva costruito fino a ieri. 

La manovra espansiva, la crescita trainata dagli investimenti, l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per il debito eccessivo. 

Tutto questo progetto, messo a punto con pazienza nel corso del 2025 e presentato come il fiore all’occhiello della legislatura, si sta sgretolando sotto i colpi di una crisi che Giorgia Meloni non ha saputo né prevedere né gestire. 

Il paradosso – amaro, cinico, tipico della storia italiana – è che il nemico non è solo Teheran o i mercati speculativi. 

È anche l’amico Trump. L’alleato a cui la premier ha giurato fedeltà, che ha difeso in ogni consesso europeo, che ha scelto come interlocutore privilegiato nonostante le tariffe, le umiliazioni e le sue politiche isolazioniste, è oggi la causa principale del tracollo dei conti pubblici italiani .

Perché l’attacco a Iran – voluto e guidato dall’amministrazione repubblicana – ha innescato una reazione a catena che sta strangolando l’economia italiana. Il gas è aumentato del 70 per cento da fine febbraio. 

Il petrolio segue la stessa traiettoria. 

E l’Italia, che importa quasi tutto il suo fabbisogno energetico, è una vittima designata. 

Il governo è stato costretto a mettere sul piatto mezzo miliardo per tenere a bada i prezzi alla pompa ancora per un mese, ma è una toppa provvisoria, un cerotto su una ferita che continua a sanguinare. 

Dopo il 1° maggio, avverte Giorgetti, le decisioni dipenderanno esclusivamente da fattori esterni, “chiaramente al di fuori del nostro controllo”. 

Traduzione: se il conflitto continua, i rincari saranno inevitabili e le casse dello Stato non potranno più tamponarli.

Il secondo colpo, forse ancora più devastante per le ambizioni di Meloni, riguarda la procedura d’infrazione UE per il debito. 

Fino a pochi mesi fa, il governo era convinto di poter riportare il deficit sotto la soglia del 3 per cento del PIL già nel 2026, uscendo così anticipatamente dal “braccio” di Bruxelles e riconquistando margini di manovra in politica di bilancio. 

L’obiettivo era ambizioso, ma non impossibile: dopo anni di scostamenti e deroghe, l’Italia sembrava finalmente in grado di rientrare nei parametri. 

Poi è arrivata la guerra in Medio Oriente, e tutto è saltato. 

Le nuove stime del Tesoro – ancora provvisorie, ma sufficientemente allarmanti – indicano che il deficit 2026 tornerà a superare il 3 per cento, forse con un margine significativo . L’obiettivo del 2,8 per cento su cui il governo aveva scommesso è ormai “archeologico”, scrive Il Sole 24 Ore. Non esiste più .

La conseguenza è spietata. 

L’Italia resterà impigliata nella procedura d’infrazione ancora per chissà quanto tempo, con tutti i vincoli che ne derivano: tagli alla spesa, limitazioni alle politiche espansive, controllo stringente di Bruxelles su ogni decisione di bilancio. 

E la colpa – almeno in parte – è della stessa guerra che Meloni ha legittimato con la sua fedeltà atlantica. 

I giornali stranieri raccontano di una premier che cerca disperatamente di fare da ponte tra l’America di Trump e un’Europa sempre più ostile, ma i risultati sono magri. 

L’Italia subisce le tariffe, subisce le umiliazioni diplomatiche, subisce le conseguenze economiche di una politica estera che non controlla. 

E ora subisce anche il fallimento dei suoi piani di risanamento.

La reazione di Giorgetti, di fronte a questo quadro, è la reazione di chi sa che non può fare miracoli. 

Il ministro ha già cominciato a sondare il terreno a Bruxelles, chiedendo che la UE attivi la “clausola di salvaguardia” per situazioni eccezionali, sospendendo i vincoli del Patto di Stabilità come era stato fatto durante la pandemia. 

Ma l’Europa di oggi non è quella del 2020. 

La Germania ha già un deficit programmato al 4,8 per cento, la Francia al 5 per cento. L’Italia, invece, è l’unica grande economia europea ancora sotto procedura d’infrazione, e dovrà faticare il doppio per convincere i partner a concedere un’altra deroga. 

“Le circostanze eccezionali” di cui parla il Trattato esistono, ma la pazienza di Bruxelles no .E i cittadini? 

I cittadini, come sempre, sono l’ultimo anello della catena. 

I dati ISTAT diffusi ieri raccontano di un paese che già arranca: 3,3 milioni di persone in grave deprivazione materiale, una persona su quattro a rischio povertà. 

Con la benzina a tre euro, con le bollette del gas che secondo le stime potrebbero aumentare tra il 35 e il 50 per cento, quella fascia si allargherà a dismisura. 

E non ci saranno più bonus, né sconti, né proroghe. 

Perché la cassa è vuota, e il governo non ha altra scelta che dire agli italiani: arrangiatevi. È una parola che nessun esecutivo dovrebbe mai pronunciare, ma che questa maggioranza, stretta tra l’ideologia del rigore e la realtà della guerra, si trova costretta a sussurrare.

Il quadro è fosco, e non ci sono eroi all’orizzonte. 

Giorgetti fa il suo mestiere: avverte, mette in guardia, cerca di guadagnare tempo. 

Meloni gioca la sua partita su un altro tavolo, cercando di tenere insieme l’alleanza con Trump e la sopravvivenza economica del paese. 

Ma la verità – spiacevole, brutale – è che l’Italia non può permettersi una guerra lunga, né un alleato così imprevedibile. 

I conti non tornano. 

E quando i conti non tornano, alla fine pagano sempre i soliti noti. 

Quelli che fanno il pieno una volta alla settimana, quelli che accendono il termosifone con il timer, quelli che guardano il listino prezzi al supermercato e sperano che l’olio d’oliva non sia aumentato anche oggi. 

Per loro, la promessa del “governo del fare” si è già trasformata in una condanna. 

La benzina a tre euro non è uno scenario: è un’ipotesi realistica. 

E il conto alla rovescia è già cominciato.

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