Lasciate ogni speranza, o voi che entrate

armatevi di coraggio e sfogliate il blog

computer-immagine-animata-0026

QR Code di questo blog

Generatore di codici QR

Instagram

Instagram

Il mio profilo in Linkedin Carlo Bonzi

Spread in tempo reale..ammazzate se e' schifa

cercami in Linkedin

https://www.linkedin.com/in/carlo-bonzi-6992081a/?originalSubdomain=it

Veni, Vidi, WC.

In classifica

Riconoscimento

Riconoscimento

Sto rilevando il tuo IP e non dirlo a nessuno.

Il post e' scritto in Togolese ma tu prova a cambiare lingua.

Questo e' il mio motore di ricerca, scrivi una parola e clicca sul cerca

mercoledì 26 agosto 2026

Amarcord...

Da buon Boomer tocco un tasto che nel segno dell'amarcord in tanti l'hanno sottolineato, ma oggi vedendo le ultime partenze di chi torna all'ovile, un velo di tristezza mi fa rimembrare i vecchi tempi e poi sto tempo non è poi troppo lontano.

C'era un tempo in cui i bambini uscivano di casa dopo pranzo e non rientravano fino a sera, mia madre mi chiamava “cartellino” in quanto tornavo da scuola e i compiti li avevo gia' fatti mentre ero ancora in classe, prendevo un panfrancese al volo con dentro qualcosa e uscivo al volo.

In quel tempo la parola "noia" non esisteva nel vocabolario infantile, perché c'era sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui giocare, una sfida da affrontare.

Un tempo in cui l'unico schermo era quello delle finestre aperte sul cortile, e l'unico joystick erano le proprie gambe e la propria fantasia.

I giochi di strada dell'Italia del dopoguerra rappresentano un patrimonio culturale immateriale di valore inestimabile.

Non erano semplici passatempi: erano veri e propri strumenti di educazione sociale, palestre di vita dove si imparava a stare insieme, a rispettare le regole, a gestire la vittoria e la sconfitta.

Erano il collante che teneva insieme generazioni intere, il linguaggio comune che univa bambini di ogni estrazione sociale in un'unica, grande avventura collettiva.

Per comprendere appieno il fenomeno dei giochi di strada, è necessario collocarlo nel suo contesto storico.

L'Italia degli anni Cinquanta era un paese ferito dalla guerra, impegnato in una faticosa ricostruzione sia materiale che morale.

Le città erano piene di macerie ancora da rimuovere, le campagne vivevano in condizioni di arretratezza secolare, e la maggior parte delle famiglie lottava per arrivare a fine mese.

In questo scenario, i giocattoli acquistati erano un lusso riservato a poche occasioni: il Natale, il compleanno, la festa dell'Epifania.

La televisione era un apparecchio raro, che gracchiava immagini in bianco e nero nei pochi bar o nelle case dei più abbienti.

La radio, invece, era già diffusa e trasmetteva canzonette che sarebbero diventate le colonne sonore di quegli anni.

Ma proprio questa scarsità di risorse materiali diventò il motore di una creatività straordinaria.

I bambini imparavano a costruire i propri giocattoli con quello che trovavano: un pezzo di legno, uno spago, un barattolo di latta, un sasso levigato dal fiume.

La povertà diventava ingegno, e l'ingegno diventava gioco.

Le strade, ancora poco trafficate, erano il principale spazio di socialità.

I cortili dei condomini, le piazze dei paesi, i vicoli dei borghi antichi si trasformavano ogni pomeriggio in campi da gioco, teatri improvvisati, arene di sfide epiche.

Le mamme si affacciavano ai balconi per richiamare i figli a cena, e quel grido — "Carlucciooo a casa!" — segnava il termine di una giornata di avventure.

Con l'arrivo degli anni Sessanta, l'Italia cambiò volto. Il cosiddetto "miracolo economico" portò benessere diffuso, elettrodomestici nelle case, e i primi veri giocattoli industriali.

Le fabbriche fumavano, le Vespe e le Cinquecento invadevano le strade, e la televisione cominciava a entrare in molte case.

Paradossalmente, però, i giochi di strada non scomparvero.

Anzi, in qualche modo si rafforzarono, quasi per reazione all'omologazione che incombeva. L'elastico, le biglie, la campana continuarono a essere i protagonisti dei pomeriggi dei bambini, proprio mentre il mondo intorno cambiava rapidamente.

Questo decennio vide anche l'emergere di nuove varianti dei giochi tradizionali, influenzate dalla cultura popolare che arrivava dalla radio e dal cinema.

Le filastrocche si arricchirono di nuovi versi, le regole si adattarono a spazi urbani sempre più ristretti, e il gioco divenne un modo per i bambini di appropriarsi di una città che stava diventando sempre più frenetica e adulta.

Gli anni Settanta rappresentarono il canto del cigno per molti di questi rituali.

L'urbanizzazione accelerata, la diffusione della televisione a colori, l'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro — tutto contribuì a ridurre gli spazi e i tempi del gioco di strada.

Le famiglie si trasferivano in appartamenti anonimi nei nuovi quartieri dormitorio, dove i cortili erano spesso inesistenti o poco accoglienti.

I bambini cominciavano a essere accompagnati a scuola in auto, e il tempo libero veniva sempre più spesso trascorso davanti alla tv o, per i più fortunati, con i primi videogiochi.

Eppure, nei parchi e nei lotti vuoti delle periferie, quei giochi sopravvivevano.

Resistevano come un ultimo baluardo contro una modernità che rischiava di rendere l'infanzia troppo programmata, troppo protetta, troppo solitaria. Erano l'ultima eredità di un mondo che stava scomparendo, e chi li ha vissuti li ricorda con una nostalgia che non è solo rimpianto, ma consapevolezza di aver perso qualcosa di prezioso.

Ma cosa insegnavano, esattamente, quei giochi?

La risposta è complessa e affascinante, perché ogni gioco era una piccola scuola di vita.

Il Tucass (toccarci), ad esempio, non era solo una corsa sfrenata.

Insegnava la strategia, la capacità di valutare il momento giusto per scattare, la gestione della fatica e della respirazione. Insegnava anche a fidarsi degli altri, perché in una squadra ci si muove insieme, e a perdonare un contatto troppo brusco o una caduta accidentale.

Soprattutto, insegnava che la vittoria non è tutto: alla fine, tutti tornavano al punto di partenza, più stanchi ma più uniti, con la consapevolezza di aver condiviso un'esperienza che andava oltre il semplice risultato.

Il gioco dell'1-2-3 stella mi stava sulle balle ed era un gioco da femmine ma era una lezione di autocontrollo e disciplina.

Riuscire a restare immobili mentre il cacciatore si girava, trattenendo il respiro e controllando ogni minimo muscolo, richiedeva una concentrazione che oggi fatichiamo a immaginare in un bambino. Ma c'era anche un aspetto psicologico sottile: il cacciatore, a sua volta, doveva imparare a leggere i segnali, a cogliere il movimento impercettibile, a distinguere il respiro trattenuto da quello naturale. Era un gioco di sguardi, di tensione, di complicità silenziosa.

La campana, o settimana, era forse il gioco più solitario, ma proprio per questo insegnava la pazienza e la perseveranza.

Saltellare su un piede solo, evitare le linee, recuperare il sasso senza sbagliare: erano gesti che richiedevano ore di pratica, e ogni errore era una frustrazione che bisognava imparare a gestire.

Ma quando finalmente si raggiungeva l'ultimo quadrato, il "cielo", e si gridava vittoria, la soddisfazione era immensa, perché era stata conquistata con le proprie forze, senza l'aiuto di nessuno.

Le biglie, al contrario, erano un gioco profondamente sociale, quasi una metafora della vita adulta. Si investiva un piccolo capitale — una biglia di vetro colorato — e si scommetteva sulla propria abilità e io ne avevo le tasche piene.

C'era chi giocava d'istinto, chi studiava la traiettoria con cura maniacale, chi bluffava per intimorire l'avversario. Perdere la biglia preferita era una tragedia, ma insegnava a gestire la sconfitta e a rialzarsi, pronti per la rivincita.

E c'era sempre il campione del quartiere e qui mi ci pongo, quello che vinceva sempre, che diventava un mito da sfidare e, forse, da imitare.

La trottola, con il suo movimento ipnotico, era una lezione di perseveranza.

Quante cadute prima del successo! Quanti tentativi falliti prima di trovare il polso giusto, il ritmo perfetto! Ma quando la trottola cominciava a girare, e girava, e non si fermava, il senso di potenza era totale. Si era padroni del tempo e dello spazio, si aveva domato un oggetto che sembrava vivere di vita propria.

L'elastico, invece, era il regno della grazia e della coordinazione. Saltare dentro e fuori, recitando filastrocche ritmate, richiedeva un'armonia tra corpo e voce che oggi sembra quasi magica. Era un gioco prevalentemente femminile che mi stava sulle palle, ma non esclusivo: molti maschi sbirciavano curiosi, invidiando quella coreografia improvvisata che trasformava un semplice elastico in un'arena olimpica. E quando una delle giocatrici inciampava e cadeva, il gruppo non rideva di lei, ma con lei. La caduta diventava spettacolo collettivo, e l'errore veniva accolto con un'affettuosa complicità.

La lippa o rella come si diceva al mio paese era il gioco più pericoloso, e forse proprio per questo il più ambito. Un bastone, un pezzo di legno a forma di leva, e un campo aperto: il baseball dei poveri. Colpire la lippa nel punto giusto, farla schizzare via come un razzo, correre alle basi improvvisate con sassi: era adrenalina pura. Ma c'era anche una lezione di fisica pratica, di traiettoria, di forza, di angolo di impatto. E c'era il rischio, concreto eppure eccitante, di rompere una finestra e io ne so qualcosa e scatenare l'ira delpelato panciagrossa.

La paura e l'audacia si mescolavano in un cocktail che forgiava caratteri coraggiosi e intraprendenti. Il nascondino, infine, era il gioco dell'attesa e della suspense. Contare con le mani sugli occhi, sentire il cuore che batte mentre gli altri si disperdevano, e poi partire alla ricerca con la speranza di trovare qualcuno nascosto nell'angolo più improbabile. Ma c'era anche il brivido di essere scoperti, il silenzio teso mentre il cacciatore passava vicino senza vederti, la gioia di correre verso il "tocchetto" e salvarsi all'ultimo secondo. Insegnava a gestire l'ansia, a valutare i rischi, a scegliere il nascondiglio perfetto.

Oggi, quei giochi sono quasi scomparsi.

Le strade sono piene di auto, i genitori hanno paura a lasciare i figli fuori casa, e i bambini preferiscono gli schermi luminosi ai cortili polverosi.

I giocattoli si comprano, non si costruiscono.

Le regole si imparano dai manuali, non si inventano sul momento.

La noia, quella vera, quella che costringeva a inventarsi qualcosa, non esiste più: c'è sempre un video da guardare, un gioco da scaricare, un messaggio da inviare.

Ma forse, proprio per questo, quei giochi di una volta meritano di essere ricordati.

Non per un'ingenua nostalgia del passato, ma per quello che rappresentavano: un modo di stare insieme che abbiamo smarrito, una capacità di inventare che abbiamo dimenticato, una libertà che abbiamo sacrificato sull'altare della sicurezza e della tecnologia.

Non si tratta di tornare indietro, naturalmente.

La storia non si inverte, e sarebbe assurdo rinnegare i progressi che la tecnologia ha portato nelle nostre vite.

Ma si tratta di recuperare qualcosa di quel patrimonio, di trasmetterlo ai nostri figli, di insegnare loro che si può giocare anche senza batterie, che si può divertire anche senza uno schermo, che si può stare insieme anche senza un social network.

Un elastico, un gessetto, una biglia: sono oggetti semplici, quasi insignificanti.

Eppure, nelle mani giuste, possono diventare strumenti di felicità, palestre di vita, ponti tra generazioni.

Chissà che, riscoprendo quei giochi, non si riscopra anche un po' di quella gioia autentica che sembra essere andata perduta.

Chissà che, insegnando ai nostri figli a giocare come giocavamo noi, non si insegni loro anche a essere un po' più creativi, un po' più coraggiosi, un po' più umani.

Il rischio, altrimenti, è che quelle piazze un tempo piene di urla e risate rimangano per sempre deserte, e che i giochi di una volta diventino solo un ricordo sbiadito, una storia da raccontare ai nipoti con un sorriso malinconico.

E sarebbe un peccato, perché quei giochi non erano solo giochi: erano la vita stessa, nella sua forma più pura e più bella.




Nessun commento: