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mercoledì 23 settembre 2026

Sandro Mazzola.


Quelli che vedete nella foto che girano le spalle sono i classici tifosi coglioni a cui non auguro niente ma il calcio deve ricordare di essere ancora sport e far pagare 10.000 euro di sanzione per quel minuto di rispetto mancato è irrilevante e la cosa migliore avrebbe dovuto essere applicata in maniera diversa.. e vabbè e come diceva nonno..ogni giorno s'alza un bischero.

Comunque 10.000 euro è la cifra con cui la giustizia sportiva ha chiuso, almeno per il momento, la vicenda del minuto di raccoglimento per Sandro Mazzola all’Allianz Stadium.

Prima di Juventus-Atalanta, domenica 20 settembre, una parte dei tifosi presenti nella Curva Sud ha scelto di voltare le spalle al campo e alcuni hanno intonato cori dedicati a Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli.

Il resto dello stadio, invece, ha accompagnato il ricordo di Mazzola con gli applausi.

Il Giudice Sportivo ha inflitto alla Juventus un’ammenda di 10.000 euro.

Nel provvedimento si parla di un «numero esiguo» di sostenitori che non ha rispettato platealmente il minuto di raccoglimento.

La sanzione è stata inoltre attenuata per la tempestiva presa di posizione della società, che aveva pubblicamente condannato il comportamento.

E qui comincia la discussione interessante.

Perché il problema non sono i diecimila euro.

Il problema è che, ancora una volta, una parte del tifo organizzato sembra incapace di distinguere una rivalità calcistica da un momento che dovrebbe stare fuori dalla rivalità.

Sandro Mazzola era un simbolo dell’Inter.

Lo è stato per tutta la sua carriera.

Ma prima ancora era stato un grande calciatore italiano, campione d’Europa con la Nazionale nel 1968 e protagonista della storia del calcio italiano.

Ed era anche il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino.

È morto a 83 anni.

Non era necessario essere interisti per rispettarlo.

Anzi, proprio qui dovrebbe cominciare lo sport.

La rivalità è parte del calcio.

L’ironia è parte del calcio.

Gli sfottò sono parte del calcio.

Persino l’antagonismo feroce, entro i limiti della civiltà, fa parte della sua storia.

Ma c’è un momento nel quale la partita deve fermarsi.

E quel momento è il lutto.

Voltare le spalle durante un minuto di raccoglimento non è una manifestazione di fedeltà alla propria squadra.

È semplicemente il rifiuto di partecipare a un gesto collettivo di rispetto.

Qualcuno potrebbe obiettare: e allora perché multare la Juventus se a compiere il gesto sono stati alcuni tifosi?

Perché la giustizia sportiva disciplina anche la responsabilità delle società per determinati comportamenti del pubblico.

E infatti il provvedimento non ha punito individualmente i tifosi identificati: ha sanzionato il club.

Ma la stessa decisione ha riconosciuto che si trattava di un gruppo numericamente esiguo e che la Juventus aveva preso immediatamente le distanze.

È importante anche questo dettaglio, perché cambia parecchio il significato della storia.

Non è corretto raccontarla come se l’intero stadio juventino avesse deciso di insultare Mazzola.

Non è andata così.

Le cronache riferiscono che gran parte del pubblico ha applaudito durante il ricordo e che il comportamento contestato è partito da una parte della Curva Sud.

La Juventus, inoltre, ha preso pubblicamente le distanze dal comportamento, affermando che nessuna rivalità può giustificare la mancanza di rispetto durante un momento commemorativo.

Proprio questa presa di posizione ha contribuito all’attenuazione della sanzione.

Quindi no: non siamo davanti a una società che ha ordinato ai propri tifosi di voltarsi contro Mazzola.

Siamo davanti a una frangia del pubblico che ha trasformato anche la morte di una leggenda avversaria in un capitolo della propria guerra tribale.

Ed è questo il fenomeno sul quale varrebbe la pena riflettere.

Perché il calcio moderno ha progressivamente trasformato il tifoso da spettatore a combattente simbolico.

Non basta più sostenere la propria squadra: bisogna dimostrare continuamente di essere contro l’altra.

Non basta ricordare i propri morti: bisogna contrapporli ai morti degli altri.

Non basta celebrare Scirea, Fortunato o Agnelli: bisogna farlo proprio mentre viene ricordato un grande interista.

È una logica infantile.

E soprattutto è una logica che non ha nulla a che vedere con il rispetto dei propri campioni.

Scirea non diventa più grande perché qualcuno manca di rispetto a Mazzola.

Agnelli non diventa più importante perché qualcuno gira le spalle durante un minuto dedicato a un uomo dell’Inter.

Fortunato non viene onorato meglio perché si interrompe il ricordo di un avversario.

Anzi, è esattamente il contrario.

La grandezza dei propri simboli non ha bisogno della meschinità verso quelli degli altri.

È una regola elementare che dovrebbe valere nello sport come nella vita.

E allora possiamo anche discutere se 10.000 euro siano tanti o pochi.

Possiamo discutere se la responsabilità oggettiva delle società sia ancora uno strumento adeguato.

Possiamo discutere se, di fronte a comportamenti individuali, una società debba essere penalizzata economicamente.

Ma definire la decisione una “barzelletta” soltanto perché la cifra non appare abbastanza elevata significa spostare il problema.

La vera domanda non è quanto costa un gesto del genere.

La vera domanda è perché debba essere necessario un regolamento per ricordare a qualcuno che durante la morte di un avversario si può semplicemente stare in silenzio.

Il calcio non ha bisogno di tifosi tutti uguali.

Ha bisogno di tifosi capaci di essere rivali senza diventare nemici.

E soprattutto ha bisogno di capire che esistono momenti nei quali la maglia che si indossa diventa irrilevante.

Quando muore Sandro Mazzola, per sessanta secondi non c’è Inter contro Juventus.

C’è un uomo di 83 anni che non c’è più.

E davanti alla morte, per una volta, si può anche smettere di fare il tifo.

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