Mi stacco un poco dalle cazzate che fa o dice di fare parrucchino e disserto su cose serie..
Bici e monopattini elettrici.. continuo a vederli senza targa con gente che non ha casco e sfreccia a tutta manetta quindi oggi mi butto sulle prime.
BICICLETTE ELETTRICHE, BASTA FAR WEST: LA TECNOLOGIA NON PUÒ DIVENTARE UN ALIBI PER VIOLARE LE REGOLE.
MA I CONTROLLI DEVONO ESSERE SERI, NON UNA NUOVA MACCHINA PER FARE CASSA
La bicicletta elettrica è una delle innovazioni più utili della mobilità contemporanea e il mio amico Enrico ne sa qualcosa.
Consente di affrontare distanze maggiori, riduce la fatica, facilita gli spostamenti quotidiani e può contribuire a diminuire il traffico automobilistico.
Ma proprio perché rappresenta una risorsa per le città, non può trasformarsi in uno strumento attraverso il quale aggirare le regole della circolazione.
Il problema non è la tecnologia: è l'uso che se ne fa, soprattutto quando qualcuno decide di modificarla per ottenere prestazioni che la legge non consente.
Il principio è semplice.
Una bicicletta a pedalata assistita, per essere considerata tale secondo la normativa europea, deve rispettare precisi requisiti: il motore elettrico non può avere una potenza nominale continua superiore a 250 watt, l'assistenza deve interrompersi quando l'Enrico smette di pedalare e deve cessare progressivamente prima che il mezzo superi i 25 chilometri orari.
Quando queste condizioni vengono alterate per trasformare una normale e-bike in un veicolo capace di raggiungere velocità ben superiori, non siamo più davanti a un semplice aggiornamento tecnico.
Siamo di fronte a una modifica che può cambiare radicalmente la natura del mezzo e le condizioni nelle quali viene utilizzato.
Il punto decisivo è la sicurezza.
Una bicicletta elettrica modificata può raggiungere velocità incompatibili con gli spazi destinati ai ciclisti e con la presenza di pedoni, bambini e persone anziane.
Piste ciclabili, marciapiedi attraversati impropriamente e strade urbane non sono circuiti privati nei quali ciascuno può sperimentare la propria idea di libertà.
Sono spazi condivisi, nei quali il comportamento di un singolo può mettere a rischio l'incolumità di molti.
E quando una persona viene investita da un mezzo che viaggia a una velocità inattesa, le conseguenze possono essere gravissime.
Per questo l'introduzione dei cosiddetti bicivelox, dispositivi che consentono di verificare le prestazioni delle biciclette elettriche attraverso apposite pedane di prova, merita attenzione.
L'obiettivo dovrebbe essere individuare i mezzi alterati e distinguere le biciclette regolari da quelle che, attraverso modifiche al motore o ai sistemi elettronici, superano i limiti previsti.
Non si tratta di criminalizzare chi sceglie una mobilità più sostenibile, ma di impedire che una minoranza trasformi un mezzo nato per agevolare gli spostamenti in una fonte aggiuntiva di pericolo.
Occorre tuttavia evitare che l'indignazione per gli abusi diventi il pretesto per una repressione indiscriminata.
Un controllo attendibile deve basarsi su procedure tecniche trasparenti, strumenti adeguati e verifiche contestabili.
Bisogna distinguere tra una bicicletta conforme, un mezzo effettivamente modificato e un eventuale errore di misurazione.
Le sanzioni devono essere proporzionate alla violazione e applicate nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.
La sicurezza stradale è una questione troppo seria per essere affidata all'improvvisazione, ma anche per diventare un'occasione di accertamenti opachi.
Lo stesso vale per le multe, che possono essere molto elevate nei casi previsti dalla normativa.
Cifre come 15.000 euro sono sproporzionate, fanno girare i coglioni e devono essere ricondotte alla specifica violazione contestata e alla disposizione applicabile: non possono essere presentate come una conseguenza automatica di qualsiasi irregolarità riscontrata su una e-bike.
La differenza è sostanziale.
Informare correttamente i cittadini significa spiegare quali comportamenti sono vietati, quali sanzioni possono scattare e in quali circostanze, non limitarsi a evocare importi capaci di suscitare paura, qui sembra di essere alla pari con parrucchino pannolinato e scendiamo coi piedi per terra cazzo.
Anche le cifre sulle biciclette fuori norma, talvolta indicate in percentuali impressionanti, richiedono cautela.
Se in alcune verifiche una quota molto elevata dei mezzi controllati risultasse irregolare, sarebbe necessario conoscere il numero dei controlli, i criteri di selezione dei veicoli e il tipo di alterazioni rilevate.
Un campione composto prevalentemente da biciclette sospette non rappresenterebbe automaticamente l'intero parco circolante.
Il dato può essere un campanello d'allarme, ma soltanto una rilevazione documentata permette di capire quanto sia esteso il fenomeno.
La risposta più efficace, quindi, non consiste soltanto nell'aumentare le multe.
Servono controlli mirati, campagne informative, verifiche nei luoghi in cui le modifiche illegali vengono effettuate e responsabilità chiare anche per chi vende o installa sistemi destinati a eludere i limiti di legge.
I produttori devono fornire mezzi conformi, i rivenditori devono spiegare le caratteristiche effettive dei prodotti e gli utenti devono comprendere che una modifica apparentemente innocua può comportare conseguenze tecniche, assicurative e giuridiche rilevanti.
La mobilità sostenibile non può essere costruita contrapponendo automobilisti, ciclisti e pedoni.
Deve fondarsi su un principio molto più concreto: la libertà di spostarsi termina dove comincia il pericolo ingiustificato per gli altri. Chi utilizza una bicicletta elettrica regolare non ha nulla da temere da controlli ben progettati; chi la modifica per correre più velocemente deve invece sapere che quella scelta non è priva di conseguenze.
Il vero obiettivo non è mettere sotto accusa le biciclette elettriche, ma impedire che la loro diffusione venga compromessa dall'abuso di pochi.
Le regole devono valere per tutti: senza privilegi per chi corre e senza vessazioni per chi rispetta la legge.




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