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mercoledì 21 ottobre 2026

Scala priorità.

 

Il post d'ieri va di pari passo a quello odierno in quanto c’è un’Italia che ruba nei negozi, si filma mentre trasforma una protesta in un palcoscenico e scambia la ribellione per una comparsata sui social. 

E ce n’è un’altra che guarda il prezzo del gasolio, fa i conti con le bollette e si domanda come cazzo arrivare alla fine del mese senza dover chiedere un prestito per continuare a lavorare.

La prima produce immagini.

La seconda produce ricchezza.

Indovinate quale delle due riesce a occupare più spazio nel circo mediatico.

Il contrasto è brutale.

Da una parte, i maranzelli che scambiano il negozio altrui per un bancomat senza codice,


mentre il telefonino immortala ogni bravata nella speranza di raccogliere qualche briciola di notorietà.

Dall’altra, agricoltori, camionisti e pescatori che si ritrovano schiacciati da costi crescenti, margini sempre più risicati e un mercato nel quale il prezzo di ciò che vendono non dipende dalla fatica che hanno sostenuto per produrlo.

Per i primi, la trasgressione diventa contenuto.

Per i secondi, il lavoro rischia di diventare una condanna economica.

E poi puttana eva (chiedo scusa alla puttana) ci sta la pseudocantante che si riprende in mezzo agli scontri per promuovere la propria canzoncina.


Ma cazzarola il conflitto, anziché essere una questione da comprendere, diventa uno sfondo scenografico; la tensione altrui, una comparsa gratuita nel videoclip personale.

Non serve nemmeno domandarsi se la trovata sia geniale o patetica: basta osservare il meccanismo.

Nell'economia dell'attenzione, anche il disordine può diventare pubblicità.

Purché la telecamera sia accesa e qualcuno, da qualche parte, clicchi.

Il punto non è invocare un passato immaginario nel quale tutti erano educati, laboriosi e rispettosi delle istituzioni.

Quel passato non è mai esistito.

Il punto è capire quale gerarchia di importanza stiamo costruendo quando la bravata di un adolescente diventa un caso nazionale, mentre la difficoltà di un'intera categoria produttiva rischia di restare confinata in qualche servizio frettoloso o in una manciata di notizie locali.

Il furto è un furto.

La devastazione è devastazione.

Una protesta, invece, va giudicata per le sue ragioni, le sue rivendicazioni e i suoi metodi.

Confondere deliberatamente queste categorie significa fare un favore tanto ai vandali quanto a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di ordine pubblico.

Ma c'è una differenza sostanziale: chi ruba per esibire la propria impunità non sta necessariamente contestando un sistema; chi protesta perché non riesce più a sostenere i costi della propria attività può avere una ragione economica concreta, verificabile, perfino drammatica.

Naturalmente, la disperazione non assolve automaticamente nessuno.

Un trattore non diventa uno strumento di verità soltanto perché appartiene a un agricoltore in difficoltà, così come una telecamera non trasforma un vandalo in un rivoluzionario.

Le ragioni vanno esaminate, le responsabilità accertate.

È proprio questa distinzione, però, che una parte del dibattito pubblico sembra incapace di sostenere: preferisce le immagini facili, i personaggi caricaturali e le polemiche che si consumano in ventiquattr'ore.

La protesta degli agricoltori, quando emerge, racconta qualcosa che non si risolve con una battuta.


Un'impresa agricola deve affrontare carburante, energia, macchinari, fertilizzanti, manutenzione e manodopera.

Deve poi vendere i propri prodotti in un mercato nel quale il prezzo riconosciuto al produttore può lasciare una quota minima del valore finale.

Tra chi coltiva la terra e chi vende il prodotto sugli scaffali si apre una distanza che non è soltanto commerciale: è una distanza di potere contrattuale.

Il contadino può lavorare dodici ore e trovarsi comunque in perdita. Non può decidere da solo il prezzo del gasolio, non controlla le oscillazioni dei mercati internazionali e non stabilisce le condizioni imposte dai grandi acquirenti.

Se il raccolto va male, il rischio è suo; se i costi aumentano, il rischio è suo; se il prezzo riconosciuto non copre le spese, il rischio è ancora suo.

Il sistema gli lascia la responsabilità dell'impresa e gli sottrae una parte crescente del controllo economico.

Poi gli si chiede di essere competitivo.

Con quale margine?

Con quali strumenti?

E soprattutto: competitivo con chi, se deve confrontarsi con prodotti provenienti da filiere che possono avere costi di produzione e vincoli differenti?

Non basta evocare genericamente la concorrenza per dimostrare che il mercato funzioni bene.

Un mercato nel quale il produttore non riesce a coprire i costi non è necessariamente un mercato efficiente; può essere semplicemente un mercato che trasferisce il rischio verso chi ha meno potere per difendersi.

Lo stesso vale, con differenze importanti, per gli autotrasportatori e i pescatori, anche quelli di Casalcoso che in questo anno li ho visti uscire solo 3 volte nei tre mesi che ho fatto di vacanza.

I primi dipendono dal carburante, dai pedaggi, dai tempi di consegna e dalla forza contrattuale dei committenti.

I secondi devono sostenere i costi delle uscite in mare, rispettare vincoli normativi e affrontare l'incertezza delle catture e dei prezzi. Non sono categorie identiche, né ogni loro rivendicazione è automaticamente fondata.

Ma quando gruppi diversi denunciano simultaneamente l'insostenibilità dei costi, la domanda politica non può limitarsi a stabilire chi disturbi maggiormente la circolazione o chi produca il filmato più virale.

La domanda è se il sistema economico consenta ancora a chi lavora di vivere del proprio lavoro.

Ed eccoci al ceto medio.

Quello che non possiede abbastanza patrimonio per assorbire qualsiasi emergenza, ma guadagna troppo per essere considerato indigente quando si distribuiscono gli aiuti.

Quello che paga le imposte, mantiene la famiglia, sostiene le spese dell'abitazione e scopre che ogni aumento, preso singolarmente, sembra sopportabile, mentre la somma di tutti gli aumenti diventa una seconda imposta senza nome.

Quando anche una spesa imprevista costringe a rinviare un pagamento o a ricorrere al credito, non siamo più soltanto nel territorio delle rinunce ai consumi superflui.

Siamo nel territorio della fragilità finanziaria.

E la differenza è enorme: rinunciare a una vacanza è una scelta; indebitarsi per sostenere spese ordinarie è un segnale d'allarme.

La notizia di circolari rivolte ai docenti con indicazioni su come chiedere prestiti merita, perciò, una verifica precisa: chi le ha inviate, a quali insegnanti, in quale contesto e con quale finalità? Un'iniziativa di educazione finanziaria non equivale necessariamente a un invito a indebitarsi.

Ma se il ricorso al credito viene presentato come una risposta ordinaria alle difficoltà economiche dei lavoratori, la questione politica diventa inevitabile.

Perché un insegnante dovrebbe aver bisogno di istruzioni per indebitarsi, quando dovrebbe poter contare su uno stipendio che gli consenta di vivere con dignità?

Il prestito non crea ricchezza.

Anticipa denaro e trasferisce una parte del reddito futuro a chi lo concede.

Può essere uno strumento utile in circostanze determinate; diventa una trappola quando serve a coprire sistematicamente la distanza fra entrate insufficienti e spese necessarie.

La finanza personale può insegnare a gestire meglio le risorse, ma nessun corso di gestione del bilancio domestico può trasformare uno stipendio insufficiente in uno stipendio adeguato.

Qui la politica dovrebbe smettere di recitare.

Non bastano le fotografie nei campi, le visite ai mercati, le dichiarazioni di solidarietà e i comunicati nei quali ogni problema viene riconosciuto con grande solennità e affrontato con una promessa al futuro.

Servono misure verificabili, tempi definiti e risultati misurabili: condizioni che permettano alle imprese di sopravvivere, salari capaci di reggere il costo della vita, controlli sulla concorrenza e interventi che non si limitino a distribuire denaro senza correggere le distorsioni che alimentano la crisi.

E servono giornalisti disposti a distinguere fra la notizia che fa rumore e quella che conta.

Il numero di visualizzazioni non misura la gravità di un problema.

La quantità di indignazione prodotta da un filmato non determina la rilevanza sociale di un fenomeno.

Un ragazzo che si riprende mentre commette una cazzata può diventare il volto della giornata; un agricoltore che non riesce a pagare il carburante può rappresentare una questione strutturale. Non c'è contraddizione nel raccontare entrambi.

La contraddizione nasce quando il primo divora sistematicamente il secondo.

Sui social, molti cittadini sembrano capaci di distinguere le due cose: condannano i vandalismi e manifestano solidarietà verso chi lavora e protesta.

È un segnale interessante, non la prova che l'intero Paese abbia maturato una coscienza comune.

I commenti non sono un'indagine demoscopica e la visibilità di una protesta non coincide con il suo sostegno effettivo.

Ma quella reazione suggerisce che una parte del pubblico non si accontenta della gerarchia delle notizie stabilita dall'indignazione del momento.

Il vero scandalo, dunque, non è che un adolescente cerchi notorietà né che qualcuno tenti di sfruttare una protesta per farsi pubblicità. 

È che una società possa arrivare a considerare normale il contrasto fra l'esibizione di chi non produce nulla e l'affanno di chi produce beni essenziali.

È che la povertà di tempo, di denaro e di prospettive di chi lavora venga trattata come una questione amministrativa, mentre ogni gesto plateale diventa un'occasione per alimentare il frastuono.

Un Paese non si giudica soltanto da ciò che mostra, ma da ciò che riesce ad ignorare.

E quando chi coltiva la terra non sa se potrà permettersi il gasolio per lavorarla, mentre chi vive di provocazioni trova sempre una telecamera pronta a riprenderlo, il problema non è soltanto la maleducazione dei singoli.

È la scala delle priorità collettive. 

E se sto sciopero dei camionisti sembra solo una rottura di coglioni su chi si sta spostando in strada allego alcune foto di supermercati del Sud ricordando che siamo solo al 21 del mese e sino al 27 ci saranno blocchi. 

Quindi anche noi nordisti avremo difficoltàa reperire il mangime.. e mi fermo qui altrimenti ha ragione la Lella a dire che i post son troppo lunghi.../1.600 parole e 10.598 caratteri azz..



Lidl

Conad




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