Ehila.. vedo dai contatori che solo un decimo di chi legge abitalmente i post è interessato alla questione ragazzi incazzati e ladri e di questi solo una parte ha letto sino in fondo e quindi ne deduco che da buoni italici, ce ne sbattiamo le palle di quello che succede in quanto non siamo direttamente interessati ma cerchiamo di non dimenticare che potrebbe accadere anche a noi e ieri vedendo le “iene”, la conferma di quanto avevo scritto ha evidenziato il problema che
CHI ROMPE PAGA, MA LA GIUSTIZIA NON SI MISURA DAL PORTAFOGLIO DEI GENITORI
che guarda caso se non hanno un euro, come cazzo fanno a pagare i danni dato che sono poveri e nullatenenti, il conto quindi lo dovranno saldare i cittadini che non hanno distrutto na mazza?.
Ergo si evidenzia il fatto che per garantire il risarcimento autorizza a trattare ogni ragazzo coinvolto in una protesta come un delinquente già condannato.
Fra l'indulgenza preventiva e la punizione indiscriminata esiste una cosa chiamata responsabilità individuale.
Una vetrina sfondata non è un'astrazione sociologica.
È un bene danneggiato, un costo da sostenere, talvolta il risultato di mesi di risparmi investiti da un commerciante nella propria attività.
Dietro quella vetrina possono esserci una famiglia, dipendenti, un mutuo, un'attività che già fatica a sopravvivere.
Chi la rompe non danneggia genericamente il capitalismo, il governo o un simbolo del sistema: danneggia qualcuno che non ha una sega di responsabilità nella protesta e nessuna possibilità di influenzarne le ragioni, puttana eva (chiedo sempre scusa alla puttana).
Eppure, nel dibattito pubblico, la prospettiva cambia rapidamente quando il responsabile è giovane, proviene da un ambiente difficile o partecipa a una manifestazione con motivazioni politiche.
Si comincia a discutere delle sue condizioni familiari, del contesto sociale, delle opportunità mancate o altre cagate del genere.
Minchia.. questi sono elementi che possono essere importanti per comprendere una condotta e valutare una pena.
Ma comprendere non significa cancellare la responsabilità.
Spiegare perché una persona commette un illecito non equivale a sostenere che l'illecito debba restare senza conseguenze.
Occhio che il ragionamento però vale anche al contrario.
Un ragazzo non diventa automaticamente colpevole perché si trovava in mezzo a una manifestazione degenerata.
La responsabilità deve essere accertata, le prove devono essere individualizzate e la sanzione deve essere proporzionata alla condotta.
Chi ha partecipato pacificamente non può essere confuso con chi ha aggredito qualcuno o distrutto beni.
La sicurezza pubblica non richiede di rinunciare a queste distinzioni: richiede di applicarle con serietà.
Io penso che a questo punto posso capire chi ha glissato i precedenti post nel senso di non leggerli e quindi la maggioranza di voi risolverebbe la questione “non andando a manifestazioni e vaffanculo”..
Cazzo.. fate bene ma ricordiamoci sempre che potremmo esser coinvolti nei casini di chi aspetta queste manifestazioni per fare quello che non avrebbe mai fatto da solo e la questione riguarda sempre il risarcimento se si è coinvolti.
Chi è arrivato a legger sin qui merita un applauso e continuo nel chiedermi che se il responsabile è minorenne e la sua famiglia è indigente, chi minchia paga?
La risposta giuridica non può essere ridotta alla battuta televisiva.
Occorre distinguere fra responsabilità penale, responsabilità civile e concreta possibilità di recuperare il denaro.
La disciplina applicabile dipende dalle circostanze, dall'età del responsabile, dagli obblighi di vigilanza eventualmente rilevanti e dalle decisioni dell'autorità giudiziaria.
Non esiste una regola universale secondo cui ogni danno provocato da un minorenne debba essere automaticamente pagato dai genitori in qualsiasi situazione.
Ma da questo non discende che il danno debba essere semplicemente dimenticato.
Se chi ha subito la perdita non riesce a ottenere un risarcimento perché il responsabile è privo di mezzi, il problema resta.
Il commerciante non recupera la vetrina con una spiegazione sociologica, e il suo bilancio non migliora perché il responsabile proviene da una famiglia in difficoltà.
La povertà può rendere impossibile riscuotere una somma, ma non trasforma retroattivamente il danno in qualcosa che non è mai accaduto.
È qui che il post odierno dovrebbe diventare più concreto.
Si può prevedere che il responsabile risarcisca il danno secondo le proprie possibilità, quando la legge e la decisione giudiziaria lo consentono.
Si possono valutare percorsi riparativi, attività socialmente utili e strumenti che aiutino a comprendere le conseguenze delle proprie azioni.
Nei casi più gravi devono restare possibili sanzioni adeguate.
E, quando il risarcimento non è materialmente ottenibile, occorre discutere apertamente se e in quali circostanze debbano intervenire strumenti pubblici di sostegno alle vittime.
Non perché i cittadini debbano essere considerati responsabili delle condotte altrui, ma perché una società civile deve anche decidere come evitare che una vittima resti completamente sola.
Io saprei come fare ma per evitare la legge del Far West non lo scrivo ma stracazzo che lo farei...
Cmq. Invocare il rigore, tuttavia, non basta.
Un decreto non diventa efficace soltanto perché annuncia pene più severe o nuove possibilità di chiedere risarcimenti.
Bisogna vedere come le norme vengono applicate, se le indagini riescono a identificare i responsabili, se i processi arrivano a conclusione in tempi ragionevoli e se le sanzioni possono essere effettivamente eseguite.
La certezza della risposta giudiziaria conta almeno quanto la severità scritta sulla carta.
Anche la domanda su quanti processi verranno celebrati merita di essere affrontata senza trasformarla in una previsione arbitraria.
Il numero dipende dalle persone identificate, dagli elementi raccolti, dalle condotte contestate e dagli sviluppi delle indagini.
Non si può dedurre dal numero dei presenti a una manifestazione quanti saranno imputati o condannati.
E non si può considerare un fallimento della giustizia ogni procedimento che non si concluda con una condanna: un sistema giudiziario serio deve anche saper distinguere chi è responsabile da chi non lo è ed ho dei forti dubbi.. ma veramente forti e ripeto che (siete arrivati sin qui nella lettura)? auguro a tutti di non esserne coinvolti.
Resta però un punto che non dovrebbe essere controverso: la protesta non conferisce un'immunità speciale.
Si può contestare il governo, criticare una legge, manifestare per una causa internazionale o denunciare ingiustizie sociali.
La libertà di manifestazione è una componente fondamentale della democrazia.
Ma non autorizza a distruggere beni, intimidire persone o aggredire chi non condivide le proprie idee.
Quando la protesta diventa violenza, la responsabilità riguarda chi compie quegli atti, non automaticamente l'intero movimento e neppure tutti i partecipanti.
La stessa prudenza deve valere quando si parla di rieducazione.
Se significa aiutare chi ha commesso un reato a riconoscere il danno, ripararlo quando possibile e non ripeterlo, è un obiettivo che può convivere con la sanzione.
Se diventa invece una parola usata per evitare qualsiasi conseguenza, perde significato.
Ma anche la punizione fine a se stessa rischia di fallire: può soddisfare la rabbia del momento senza ridurre la possibilità che il comportamento si ripeta.
Le invocazioni alla violenza, anche quando vengono presentate come battute o sfoghi, non migliorano il ragionamento e quindi non dico di fare come nella società islamica con esecuzioni in piazza ma un qualcosa di simile sarebbe auspicabile.
Una società non diventa più sicura perché sostituisce la giustizia con la vendetta.
Diventa più sicura quando le regole sono comprensibili, i responsabili vengono identificati, le vittime sono tutelate e le sanzioni vengono applicate senza favoritismi.
Il rigore non ha bisogno della brutalità per dimostrare di esistere.
Alla fine, la domanda corretta non è se una famiglia povera possa pagare una vetrina.
Azz ma allora qualcuno che legge di voi esiste e continuo nel dire che è come debbano convivere tre esigenze:
la responsabilità di chi ha commesso il danno,
la tutela di chi lo ha subito,
la necessità di evitare che l'indigenza renda impossibile qualsiasi riparazione.
Nessuna di queste esigenze cancella le altre.
Ergo, la difficoltà economica dei genitori non può essere usata né per assolvere automaticamente il figlio né per scaricare automaticamente su di loro ogni responsabilità.
E il diritto al risarcimento non dovrebbe dipendere soltanto dalla ricchezza di chi ha provocato il danno.
Una vetrina rotta deve trovare una risposta stracazzo.
Non necessariamente una vendetta, non necessariamente un assegno che una famiglia non può permettersi, ma una risposta concreta, legale e proporzionata.
Perché la giustizia non consiste nel far pagare sempre e comunque il più debole.
Consiste nell'impedire che il più debole, quando è la vittima, venga dimenticato.
Basta..finisco e controllo in quanti siete arrivati a leggere sin qui e domani sabato 24 ottobre 2026 voglio vedere come e cosa succederà a Milano e soprattutto a Como (nessuno ne parla) ma ci sono 45k letture all'invito di “riunione” vestiti di nero e con maschere di Halloween.
se siete arrivati sino alla fine vi siete cuccati 1.400 parole e 9.500 caratteri e mo' controllo a quanti interessa sta storia tipo 68...




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