ed un padre pirla.
I SOCIAL HANNO CREATO UNA GENERAZIONE DI COGLIONI e mi riferisco al recente fatto delle due bambine scappate da casa per dormire in un negozio.
Ventuno ore.
Due bambine di 12 e 8 anni.
Un negozio chiuso.
Una notte passata nascoste nel bagno.
E un’idea partorita guardando video su YouTube e sui social: entrare di nascosto in un esercizio commerciale, eludere i sistemi di sicurezza, passarci la notte e uscire il giorno dopo senza farsi scoprire.
Non è un rapimento.
Non è una fuga romantica.
Non è nemmeno, per quanto possa sembrare assurdo, un’invenzione giornalistica.
La Procura di Caltanissetta ha ricostruito la vicenda dopo il ritrovamento delle due sorelle e ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per sequestro di persona in quanto le bambine sarebbero entrate volontariamente nel negozio, all’insaputa del padre, proprio per imitare una challenge vista ripetutamente online.
Gli investigatori hanno trovato nei dispositivi utilizzati dalle minori la traccia della visione di contenuti analoghi, alcuni dei quali hanno raggiunto milioni di visualizzazioni.
E qui bisogna smettere per un momento di ridere.
Perché la faccenda è ridicola soltanto fino al momento in cui si prova a immaginare cosa sarebbe successo se, durante quelle ventuno ore, qualcosa fosse andato storto.
Un incendio.
Un intruso.
Un malore.
Una caduta.
Un principio di panico.
Qualunque cosa.
Due bambine di otto e dodici anni chiuse per una notte in un negozio, senza che nessuno sapesse dove fossero.
La challenge avrebbe potuto trasformarsi in tragedia nel tempo necessario per caricare un video.
Il problema, dunque, non è che due bambine abbiano avuto una pessima idea.
I bambini hanno anche delle pessime idee.
È una delle loro specialità biologiche.
Il problema è che oggi le pessime idee vengono confezionate come format.
Il bambino di una volta faceva una stupidaggine e magari la raccontava a tre amici.
Quello di oggi può trovare online dieci, cento o mille persone che hanno fatto la stessa stupidaggine prima di lui, trasformandola in contenuto, ricevendo visualizzazioni e costruendo attorno alla stupidaggine una piccola mitologia.
Non è più soltanto: “Guarda che cazzo ho fatto”.
È: “Guarda che cazzo ho fatto, guarda quanti mi guardano e guarda quanti altri possono rifarlo”.
Il rischio di emulazione è legato alle sfide virali e ai contenuti che possono spingere i giovani a compiere azioni rischiose per ottenere approvazione, visualizzazioni o senso di appartenenza a una comunità online.
La parola “challenge”, fa molto moderno e tecnologico ma in sostanza trattasi di Imitazione.
Il bambino vede un comportamento, osserva che quel comportamento produce attenzione e decide di riprodurlo.
La differenza è che l'ambiente digitale ha industrializzato l'imitazione.
Una volta il ragazzino vedeva il compagno saltare da un muretto e pensava: “Lo faccio anch’io”.
Adesso un algoritmo può mostrargli cento persone che saltano da cento muretti diversi, selezionate precisamente perché quel genere di contenuto trattiene l'attenzione.
E il sistema non ha alcun interesse intrinseco a spiegargli che forse sarebbe meglio non saltare.
Perché il suo parametro fondamentale non è la saggezza.
È l'attenzione.
Più una cosa cattura l'attenzione, più viene vista.
Più viene vista, più viene replicata.
Più viene replicata, più diventa normale.
È una macchina perfetta per trasformare la stupidità in comportamento collettivo.
Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai social.
Perché i social non hanno inventato la stupidità.
Hanno semplicemente inventato un sistema straordinariamente efficiente per distribuirla.
E qui arriva la parte più scomoda della storia.
Il padre delle bambine ha sostenuto di avere sempre amato e coccolato i propri figli e ha definito quanto accaduto una “marachella”.
Ma allora sei tutto scemo e anziché a prenderle a cinghiata come si faceva un tempo.. le giustifichi?
Ha anche spiegato che inizialmente sperava di ritrovare le bambine da solo e che per questo denunciò la scomparsa soltanto il giorno successivo.
Non abbiamo bisogno di trasformare questa dichiarazione in una prova di colpevolezza genitoriale.
Non lo è.
Ma c'è un fatto che non può essere ignorato: i sei figli dell'uomo sono stati collocati in comunità in via urgente, in attesa delle decisioni del Tribunale per i minorenni.
La Procura minorile ha precisato che si tratta di una misura protettiva finalizzata alla sicurezza e al benessere dei minori in quanto il padre è una testa di minchia.
E la vicenda familiare aveva già avuto precedenti: secondo quanto ricostruito dagli organi di stampa, nel 2023 erano emerse accuse di presunti maltrattamenti e nel 2024 i bambini erano stati collocati in una struttura protetta, prima di essere nuovamente affidati al padre.
Questo cambia completamente la lettura della vicenda.
Non possiamo dire: “Il padre ha perso l'affidamento perché le bambine hanno fatto una challenge”.
Sarebbe una semplificazione falsa.
La misura riguarda tutti e sei i minori ed è inserita in una storia familiare precedente che il Tribunale dovrà valutare.
La challenge è l'episodio che ha fatto scattare l'ultima emergenza, non necessariamente l'intera ragione della decisione.
Ed è proprio questa distinzione che spesso scompare nella macchina dei social.
Un titolo dice: “Bambine scappano per una challenge, tolto l'affidamento al padre.”
Il cervello legge: “Challenge uguale affidamento tolto ad una testa di vitello”.
La realtà giudiziaria è più complessa.
E dovrebbe esserlo.
Perché quando ci sono bambini di otto e dodici anni non siamo dentro una gara a chi trova la spiegazione più semplice.
Siamo dentro una situazione nella quale bisogna stabilire se quei bambini siano adeguatamente protetti, quale sia il contesto familiare, quali siano le responsabilità degli adulti e quale misura sia realmente necessaria.
Ma resta il problema digitale.
Perché la domanda è diventata inevitabile: che cosa stanno guardando i bambini quando noi pensiamo che stiano semplicemente guardando dei video?
E qui mi riferisco ai vicini di ombrellone che sono orgogliosi nel vedere come i loro figli smanettano sui cellulari.. detti figli sono indirizzati ad aver un buon tunnel carpale o dito a scatto come minimo e poi se si agganciano a social tipo quello dei challenge.. la cosa è fatta.
Tornando sul discorso delle due bimbe, la Procura ha trovato almeno una serie di contenuti nei quali ragazzi si nascondono per 24 ore dentro negozi o altri luoghi.
Non è dunque necessario immaginare un misterioso “internet oscuro o Dark Web”: il fenomeno è molto più banale e proprio per questo più difficile da combattere.
Contenuti pubblici, imitabili, confezionati come intrattenimento e potenzialmente capaci di raggiungere milioni di persone.
E allora forse la parola “coglione” contenuta nel titolo non dovrebbe essere rivolta solo ai bambini.
A otto anni un bambino non ha ancora gli strumenti cognitivi di un adulto per valutare tutte le conseguenze di una scelta.
A dodici anni ne ha di più, ma non è ancora un adulto.
Se un sistema digitale riesce a trasformare una condotta pericolosa in una sfida divertente, la responsabilità educativa non può essere scaricata interamente sull'utente più giovane.
Ci sono i genitori.
C'è la scuola.
Ci sono le piattaforme.
Ci sono gli adulti che producono quei contenuti.
E ci sono gli algoritmi che contribuiscono alla loro circolazione.
Tutti hanno responsabilità diverse.
Nessuno possiede da solo la bacchetta magica.
Ma una cosa è certa: non possiamo continuare a chiamare “contenuto” qualunque cosa venga filmata.
Un bambino che si nasconde per una notte in un negozio non sta semplicemente producendo contenuto.
Sta mettendo il proprio corpo dentro una situazione che potrebbe avere conseguenze reali.
Il digitale può trasformare qualsiasi azione in spettacolo.
Ma il corpo continua a vivere nel mondo fisico.
E il mondo fisico, a differenza di TikTok e YouTube, non offre il pulsante “annulla”.
Le due bambine hanno avuto culo: sono state ritrovate e stanno bene e gogono come istrici nel vedere che la loro storia ha avuto un sacco di battute di visualizzazione e la challenge è finita con una storia assurda da raccontare.
La prossima potrebbe non finire così.
Ed è questa la vera lezione della vicenda: non dobbiamo impedire ai bambini di usare internet. Dobbiamo impedire che internet diventi il luogo nel quale imparano che più una cosa è stupida, pericolosa o estrema, più vale la pena farla.
Perché se l'unico criterio di successo diventa “quanti mi guardano?”, prima o poi qualcuno scoprirà che per ottenere un milione di visualizzazioni basta fare una cosa che un tempo avrebbe meritato un cinque sulla faccia da coglione.



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